14 gennaio 2011
Editoriale novembre 2010
La pretestuosità dell’argomento è ben evidente anche alle anime belle che si abbeverano alla “stampa dell’amore”. Siamo però sicuri che l’odio sia un sentimento così illegittimo? In nome di che principio non sarebbe possibile, nell’intimo della propria casa, odiare un’altra persona? Esiste forse un obbligo al “volersi bene”, al di fuori delle aule del catechismo? L’odio in sé è perfettamente legittimo, a patto chiaramente che non si traduca in azioni concrete. Il codice infatti proibisce la pratica violenta o l’istigazione, ma fortunatamente non si occupa di stati dell’anima.
E chi non odia nessuno? Fa benissimo, se trova preferibile un’etica personale che suggerisce ecumenicamente di amare il proprio nemico. Ma attenzione, non confondiamo un personale convincimento con la normatività della legge, che non distingue tra giusto e sbagliato ma solo tra legale e illegale. Il rischio è quello di ritrovarsi in uno stato etico simile a certe società anglosassoni, dove i politici si dimettono per aver tradito la moglie. Stiamo attenti a non sostituire una già carente etica del reato, ad un’anacronistica etica del peccato.
Filippo Bernasconi
21 luglio 2010
Editoriale luglio 2010

14 aprile 2010
EDITORIALE marzo 2009
Il vescovo emerito di Pistoia, Simone Scatizzi, ha dichiarato che ''la ostentata e dichiarata omosessualità impedisce l'amministrazione della comunione”.
L’uscita del prelato lascia in bocca quel senso di stupidità oleosa che ti stomaca per giorni.
Se però ci fermiamo un attimo a riflettere, la conclusione non è che una: il vescovo ha ragione. E non solo, ha ragione proprio in nome di quella laicità dello stato, che tutela l’indipendenza dalla Chiesa, ma anche della Chiesa.
Poco importa quindi se è di moda un cattolicesimo liquido, dove i dogmi vanno e vengono, scelti magari attraverso primarie tra i fedeli.
Disgraziatamente infatti la religione, per chi ci crede, è una verità rivelata, dove non c’è discussione ma al massimo interpretazione (basata sui testi, non su quello che “ci si sente dentro”). E un’interpretazione “pro-gay” del cattolicesimo è semplicemente folle.
Chi sbaglia quindi? Sbaglia chi non sceglie. Sbaglia chi pretende si possa essere contemporaneamente cattolici e rispettosi dei diritti umani in senso moderno; chi vorrebbe praticare l’omosessualità e allo stesso tempo ricevere l’eucarestia, cioè la vera carne del figlio di quel Dio che considera l’omosessualità “cosa abominevole” (Levitico 20:13)
Chi rispetta i gay quindi deve essere ateo? No, basta che non si dica cattolico, rinunciando a tutto quel gran varietà religioso fatto di battesimi, comunioni e pranzi che a noi italiani piace tanto. E finiamola per favore con certi fanta-cattolicesimi fai da te, che riescono nell’impresa di offendere sia chi crede sia chi non crede.
Filippo Bernasconi
10 febbraio 2010
EDITORIALE - GENNAIO 2010
16 ottobre 2009
EDITORIALE SETTEMBRE 2009
Discendenti dirette di questa nuova filosofia del “cattivismo” sono le norme sull’immigrazione contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” varato dal governo. Un intricato e cervellotico insieme di leggi e cavilli burocratici che, preso nel suo complesso, sembra preoccuparsi più che altro di rendere la permanenza in Italia dei cittadini stranieri ai limiti del possibile, piuttosto che di rispondere a reali problemi di sicurezza della nazione. E, dal momento in cui le statistiche non sono riuscite a dimostrare che tutti i clandestini sono dei criminali, ci ha pensato il legislatore a creare questa equiparazione. Un legislatore che pare appagato dalla propria ottusa intransigenza, e con la smania di sdoganare il “cattivismo” come valore condiviso dal sentire comune. Cattiveria dunque. Da applicare con zelo. Con le denunce negli ospedali e nelle scuole. E, perché no, anche con qualche manganellata a un potenzia
le criminale, inequivocabilmente individuabile grazie alla colore della pelle di tonalità “Emanuel negro”. A noi che ingenuamente e buonisticamente ci domandiamo ancora quale potenziale minaccia possa rappresentare per il patrio suolo una badante peruviana irregolare che pulisce il deretano della nostra nonnina, alcuni politologi spesso ci ricordano che i partiti fautori di questa linea dura contro gli stranieri hanno il pregio di “saper parlare alla pancia del proprio elettorato”. Quasi come per dire che parlare alle viscere delle persone sia più corretto che parlare al loro cervello.Beniamino Musto
13 luglio 2009
EDITORIALE GIUGNO 2009
Luca Ottolenghi
16 giugno 2009
EDITORIALE MAGGIO 2009
Meno tre. “Papi” è a meno tre. A maggio il premier perde tre punti nel consenso dei suoi. Ora anche i sondaggi fiutano l’aria sempre più acre. Il modello-immagine del capo del governo sta crollando. E non per merito dell’opposizione, che, come ogni opposizione, dovrebbe pensare a ricostruirsi, perché tanto sono sempre i governi che, da soli, si logorano. Ma perché “Papi” ha voluto trasformarsi da immagine a persona: e gli sta andando male. Ciò che dava forza al regime culturale creato dall’inquilino di palazzo Chigi, è stata la “giusta distanza divina”, nel senso hollywoodiano del termine, che “Papi” sapeva instaurare tra sé e il popolo: quella distanza per cui l’Italia era il palcoscenico e l’elettorato il suo pubblico. Solo negli ultimi mesi “Papi” è sceso in campo davvero: ha eliminato il mezzo, l’immagine, il filtro che lo rendeva lontano e vicinissimo, uno e molteplice, immortale e sfuggevole. E’ sceso tra la gente d’Abruzzo, tra i vicoli di Napoli, ha imposto scorrettezze istituzionali pre-risorgimentali, ha ballato con le minorenni, ha fatto del suo divorzio un reato di lesa maestà, implorando privacy. Marco Belpoliti in un illuminante libro intitolato “Il corpo del capo”, dedicato alla figura di “Papi”, ha scritto: “Noi siamo la superficie riflettente in cui Silvio Berlusconi si guarda: la sua vera immagine è il mondo”. Per la prima volta “Papi” ha visto se stesso in ciò che ha creato: e ha capito di non essere immortale.21 febbraio 2009
EDITORIALE FEBBRAIO 2009
Se da un lato le mele marce a sinistra ci sono sempre state, e non si può generalizzare, dall’altro la risposta politica del Pd si è dimostrata degna del livello del dibattito italiano, riproponendo argomentazioni precise e ficcanti, come "specchio riflesso" o "chi lo dice sa di esserlo". Il risultato sul piano etico è altrettanto degradante: il Pd ha saputo convogliare in sé le peggiori attitudini della destra di questo Paese e il peggior perbenismo snobistico del postcomunismo. Ricordiamocelo che così siamo ridotti. Finora.21 maggio 2008
EDITORIALE MAGGIO 2008
1 gennaio 2008
EDITORIALE GENNAIO 2008
11 novembre 2007
EDITORIALE NOVEMBRE 2007
Oggi in Italia i neolaureati guadagnano in media 23 mila euro l’anno, cioè come un operaio. Lo riporta una ricerca di Od&M Consulting. Qualche settimana fa alcune migliaia di ragazzi sono scesi in piazza per protestare contro il numero chiuso che veniva definito "un sopruso antidemocratico e discriminatorio". Erano consapevoli di difendere un sistema che li consegnerà, statisticamente, a titoli-cartastraccia e a stipendi da fame? La svalutazione della laurea non è una fatalità o una congiura dell’orco capitalista. Avremmo potuto evitarla. Come? Con test d’ingresso selettivi, tempistiche contingentate (leggi: se vai fuoricorso ti raddoppio le tasse), commissioni severe. Insomma estirpando l’idea che l’università sia un diritto e non una conquista riservata ai migliori. Misure a costo zero, anche se impopolari in un paese buonista, conservatore e visceralmente antimeritocratico. Molto meglio il dormitorio di stato su cui troneggia l’insegna ideale: "laureatevi e farete gli operai".
10 ottobre 2007
EDITORIALE OTTOBTRE 2007
20 luglio 2007
EDITORIALE LUGLIO 2007
Gli insulti a Vulcano da un certo punto di vista non mi meravigliano nemmeno troppo. Rientrano in un atteggiamento più generale, e tipicamente italiano, nei confronti della legalità. Quello ad esempio del cittadino indignato che stabilisce lui se e quante tasse pagare, credendosi pure nel giusto perché lo Stato è arrogante e poi i politici sono tutti ladri. Quello delle donne che tirano i sassi alla polizia mentre arresta i camorristi, perseguitati eroi che lottano per combattere la disoccupazione nei quartieri degradati di Napoli; quello di Gustavo Selva il cui deretano resta saldamente incollato allo scranno del Senato perché sono i cittadini – dice lui - a chiedergli di restare; quello infine di tutta una classe politica tangentopolitana (e post-tangentopoli) che si è autoassolta dapprima "perché tanto rubavano tutti e allora perché solo io dovrei pagare, i problemi sono altri" e poi con il motto "la magistratura vuole fare un colpo di stato". L’illegalità quando fa comodo a tutti, nel nostro Paese viene spesso placidamente accettata, condivisa e difesa come un diritto sacrosanto. D’altronde è fastidioso avere un mondo dove esistono le leggi. E dove per passare agli esami non basta solo comprarsi dei libri, ma bisogna anche studiarli. E’ triste constatare che gli ancestrali vizi italici si insinuano di già nella mente di molti studenti. Ragazzi che si apprestano a divenire parte attiva della società di domani. Persone che continuando a difendere con orgoglio il diritto all’illegalità andranno ad aumentare la solita vetusta zavorra che appesantisce l’Italia da tempo immemorabile.
11 febbraio 2007
EDITORIALE FEBBRAIO 2007
Se oggi uno studente sceglie l’insegnamento, non ottiene una cattedra prima dei 45 anni. È bravissimo e aggiornatissimo?
Non importa. Le graduatorie impongono a tutti una gavetta quasi ventennale. A parte anzianità e titolo di studio, gli altri meriti sono assolutamente inutili. Le nostre esperienze scolastiche sono ricchi di aneddoti su supplenti bravi e precari e su docenti inetti e garantiti. Soprattutto ricordiamo la frustrazione di professionisti intrappolati in un sistema che equipara impegno e nullafacenza. A chi giova? Non agli allievi. Non ai giovani insegnanti. Non alla società.
Forse solo ai titolari di un privilegio sempre più raro.
30 dicembre 2006
EDITORIALE DICEMBRE 2007
Pare che l’Inghilterra non si accorgerà del Natale. Fabbriche, uffici, scuole hanno deciso di non esporre simboli che rimandino alla festività. Motivo: non contrariare cittadini di fede musulmana.Stimo troppo l’islamico medio per sospettare che Santa Claus lo offenda. E rispetto troppo i padri della democrazia, per credere che questa censura salvaguardi la dignità della persona. Negare un’identità (e un abete, per kitsch che sia, segnala un’identità) è ipocrisia. Ogni dialogo è costruito su una differenza e la profondità dello scambio deriva dalla ricchezza e non dalla negazione di quella differenza.
Viceversa affogheremo nel politically correct e non dialogheremo mai.
11 novembre 2006
EDITORIALE NOVEMBRE 2006
I rettori chiedono più soldi. E lo fanno descrivendo la fatiscenza di tetti sfondati e laboratori da terzo mondo. Niente di nuovo. Ma uno studio di Roberto Perotti dell’Università Bocconi fa pensare. Cito: “La spesa per studente nelle Università italiane e in quelle inglesi è approssimativamente identica. La spesa complessiva per il personale accademico è molto più elevata in Italia che in Gran Bretagna”.
Il dubbio che per cinquant’anni i Magnifici ci abbiano raccontato frottole è legittimo. Lo stato italiano investe molto di più di quello inglese. E allora perché tetti sfondati e laboratori da terzo mondo? Forse perché si preferiscono finanziamenti a pioggia a interventi che premino il merito e la competitività. Forse perché l’Università di tutti e per tutti finisce per essere una baraccopoli poco salubre. Forse perché della qualità, sotto sotto, non gliene fotte a nessuno.
13 giugno 2006
EDITORIALE GIUGNO 2006
Diciamola tutta: in dieci anni l’Università italiana è stata riformata, trasformata, strapazzata da Soloni di ogni colore.
Ma nessuno ha ancora fatto strike.
Forse perchè nella concezione nostrana eccellenza e concorrenza fanno a botte anzichè sposarsi.
O forse perchè certo pseudo-sessantottismo ci ha inculcato il dogma che l’istruzione deve essere tutta per tutti. E i risultati li vediamo. Aule straboccanti, fuoricorso endemici, servizi precari e disoccupazione garantita (per molti, per troppi).
Introdurre criteri di mercato nell’istruzione non è laida baratteria. Potrebbe essere il modo per amputare i rami secchi, defenestrare le baronie, grattar via la muffa. Forse così avremo atenei d’eccellenza per docenti eccellenti, ricercatori eccellenti e allievi eccellenti (con borse di studio garantite, chiaro).
- E gli altri? - osserveranno i buonisti. Beh, non è la scuola dell’obbligo.
11 maggio 2006
EDITORIALE MAGGIO 2006
“Il futuro non è più quello di una volta”. Qualche anno fa era una frase sbiadita nei corridoi del metrò. Einaudi ha appena pubblicato l’ultimo libro di Aldo Nove, “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. Sono storie di gente comune, ragazzi e ragazze di buona famiglia, valido curriculum e tenace volontà. Oltre alla fascia anagrafica e alla cittadinanza italiana, li accomuna il precariato professionale.
Aldo Nove non è un politico, un fazioso, un girotondino. Si limita a raccontare storie vere sine ira et studio: da vero cronista il giudizio lo lascia ai lettori.
“Il futuro non è più quello di una volta”. Già: una generazione senza futuro, senza speranza di futuro, semplicemente cancellata dalle leggi di mercato. Ma come reagire? L’ingiustizia legittima il rancore, il pessimismo, il disimpegno di chi incrocia le braccia e bestemmia il governo? O non converrebbe adesso, proprio e soprattutto adesso, farsi valere, affrontare la sfida della modernità con coraggio? Una lotta per i diritti passa attraverso la combattività quotidiana, la fiducia nel cambiamento e un certo irrazionale ottimismo di fondo.
“Il futuro non è più quello di una volta”, d’accordo. Possiamo però impegnarci perché non sia peggiore.

