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14 gennaio 2011

Editoriale novembre 2010

Ad ogni atto di violenza verso un protagonista della politica, dalla statuetta contro Berlusconi al fanta-attentato a Belpietro, tornano in auge le condanne ai “seminatori d’odio”. Chi attacca con troppa veemenza un rivale politico sarebbe responsabile del comportamento di un qualsiasi squilibrato che, guidato dalla mano invisibile dell’odio ideologico, scagli statuette o proiettili inceppati verso il nemico di turno.
La pretestuosità dell’argomento è ben evidente anche alle anime belle che si abbeverano alla “stampa dell’amore”. Siamo però sicuri che l’odio sia un sentimento così illegittimo? In nome di che principio non sarebbe possibile, nell’intimo della propria casa, odiare un’altra persona? Esiste forse un obbligo al “volersi bene”, al di fuori delle aule del catechismo? L’odio in sé è perfettamente legittimo, a patto chiaramente che non si traduca in azioni concrete. Il codice infatti proibisce la pratica violenta o l’istigazione, ma fortunatamente non si occupa di stati dell’anima.
E chi non odia nessuno? Fa benissimo, se trova preferibile un’etica personale che suggerisce ecumenicamente di amare il proprio nemico. Ma attenzione, non confondiamo un personale convincimento con la normatività della legge, che non distingue tra giusto e sbagliato ma solo tra legale e illegale. Il rischio è quello di ritrovarsi in uno stato etico simile a certe società anglosassoni, dove i politici si dimettono per aver tradito la moglie. Stiamo attenti a non sostituire una già carente etica del reato, ad un’anacronistica etica del peccato.

Filippo Bernasconi

21 luglio 2010

Editoriale luglio 2010


Non bisogna mai stancarsi di ricordare come la legge bavaglio impedirà al pubblico di conoscere vicende rilevantissime per la vita pubblica, dal caso Scajola agli imprenditori che sghignazzano per il terremoto. Va riconosciuto però che si eviteranno anche degli abusi giornalistici: pensiamo alle pruriginose ma irrilevanti conversazioni di Vallettopoli, e forse (dipende dal testo defi nitivo che verrà approvata) si ostacolerà il lavoro del ras Vittorio Feltri, la cui cifra stilistica è ormai la pubblicazione di dossier riservati. A volte solo minacciata, vedi Fini, a volte messa in pratica, vedi Boffo o Di Pietro. Quando perfi no una legge dalla quale tutti prendiamo la dovuta, e siderale distanza, potrebbe avere dei rifl essi positivi, è bene che il disordinato cosmo del giornalismo italiano si chieda se sta esercitando in maniera davvero irreprensibile il proprio dovere di cronaca. Nell’ ambito di casi giudiziari particolarmente intricati, il compito dei media è quello di leggere gli eventi nella loro complessità, sintetizzando i dati, e astraendo il senso generale dei fatti. Oggi si preferisce una soluzione semplicistica e d’eff etto: il trapiantato dei documenti dalle cancellerie al menabò, infi schiandosene della comprensione dei cittadini.
I veterani delle inchieste giornalistiche ricordano che il lavoro professionalmente più meritevole è quello che fa scattare l’interesse della magistratura, non viceversa. Oggi, tra cronisti fedeli al “retroscenismo”, esempi di questo tipo mancano. Auguriamoci, dunque, che la battaglia contro l’indecente legge bavaglio aiuti i giornalisti italiani a rifl ettere, oltre che sul sacrosanto diritto di
cronaca, anche sul dovere di farla come si deve.

Gregorio Romeo

14 aprile 2010

EDITORIALE marzo 2009

Il vescovo emerito di Pistoia, Simone Scatizzi, ha dichiarato che ''la ostentata e dichiarata omosessualità impedisce l'amministrazione della comunione”.

L’uscita del prelato lascia in bocca quel senso di stupidità oleosa che ti stomaca per giorni.

Se però ci fermiamo un attimo a riflettere, la conclusione non è che una: il vescovo ha ragione. E non solo, ha ragione proprio in nome di quella laicità dello stato, che tutela l’indipendenza dalla Chiesa, ma anche della Chiesa.

Poco importa quindi se è di moda un cattolicesimo liquido, dove i dogmi vanno e vengono, scelti magari attraverso primarie tra i fedeli.

Disgraziatamente infatti la religione, per chi ci crede, è una verità rivelata, dove non c’è discussione ma al massimo interpretazione (basata sui testi, non su quello che “ci si sente dentro”). E un’interpretazione “pro-gay” del cattolicesimo è semplicemente folle.

Chi sbaglia quindi? Sbaglia chi non sceglie. Sbaglia chi pretende si possa essere contemporaneamente cattolici e rispettosi dei diritti umani in senso moderno; chi vorrebbe praticare l’omosessualità e allo stesso tempo ricevere l’eucarestia, cioè la vera carne del figlio di quel Dio che considera l’omosessualità “cosa abominevole” (Levitico 20:13)

Chi rispetta i gay quindi deve essere ateo? No, basta che non si dica cattolico, rinunciando a tutto quel gran varietà religioso fatto di battesimi, comunioni e pranzi che a noi italiani piace tanto. E finiamola per favore con certi fanta-cattolicesimi fai da te, che riescono nell’impresa di offendere sia chi crede sia chi non crede.

Filippo Bernasconi

10 febbraio 2010

EDITORIALE - GENNAIO 2010

Quest’anno a Natale abbiamo regalato un po’ di passato. Il ventennio non è mai stato così di moda. A Milano il terzo calendario più diffuso è quello del Duce. Ma c’è anche il manganello di legno che, secondo Ferrini, proprietario di Ferlandia a Predappio, il più importante rivenditore di memorabilia nera, “non serve a far male”. Io a Ferlandia ci sono andato accompagnato. Avevo 11 anni e una maglietta della Nike con un bel baffo. Ferrini, appena mi vide entrare, urlò: “Fuori dal mio negozio, piccolo americano giudeo, schiavista. La tua maglietta contribuisce all’arricchimento degli ebrei che controllano il mondo”. Un’invettiva vagamente nazionalsocialista, venata di antisemitismo casareccio l’avrebbe potuta scagliare qualunque italiano più o meno qualunquista. La cosa gravissima del tempo e del luogo in cui viviamo è l’assenza di contemporaneità: il proliferare della memoria come souvenir degli esclusi (perché il potere soffre di esclusione), la possibilità che l’oggetto si configuri come totem del passato e l’estromissione del tempo presente. Pensare per immagini è in realtà rievocare cose morte: il ricordo è sempre un’immagine passata. La contemporaneità vuol dire pensare senza immagini e quindi connettere e sviluppare un ragionamento ex novo, che superi posizioni di partenza. La contemporaneità è partire da A per finire a B. E’ indicativo che la maggior parte di voi, lettori là fuori, si chiederanno solamente se qualche mio parente è fascista e cliente di Ferlandia.

Fabrizio Aurilia
Nostalgia

16 ottobre 2009

EDITORIALE SETTEMBRE 2009

C’era una volta il buonismo. Il dizionario De Mauro lo definisce come un “atteggiamento di benevolenza (…) nei rapporti sociali e di continua ricerca di mediazione tra posizioni divergenti”. Ai più oggi “buonismo” suona come una parolaccia. Un misto di candida ingenuità, debolezza e stupidità di chi considerare ancora tutti gli esseri umani come fratelli, e non ha ancora aperto gli occhi alla realtà. Da qualche tempo pare essere diventato più trendy essere cattivi. A dettare la linea ci ha pensato il ministro degli Interni Roberto Maroni, quando, qualche tempo fa, ha detto chiaramente, durante un comizio, che bisognava essere “cattivi con i clandestini”.
Discendenti dirette di questa nuova filosofia del “cattivismo” sono le norme sull’immigrazione contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” varato dal governo. Un intricato e cervellotico insieme di leggi e cavilli burocratici che, preso nel suo complesso, sembra preoccuparsi più che altro di rendere la permanenza in Italia dei cittadini stranieri ai limiti del possibile, piuttosto che di rispondere a reali problemi di sicurezza della nazione. E, dal momento in cui le statistiche non sono riuscite a dimostrare che tutti i clandestini sono dei criminali, ci ha pensato il legislatore a creare questa equiparazione. Un legislatore che pare appagato dalla propria ottusa intransigenza, e con la smania di sdoganare il “cattivismo” come valore condiviso dal sentire comune. Cattiveria dunque. Da applicare con zelo. Con le denunce negli ospedali e nelle scuole. E, perché no, anche con qualche manganellata a un potenziale criminale, inequivocabilmente individuabile grazie alla colore della pelle di tonalità “Emanuel negro”. A noi che ingenuamente e buonisticamente ci domandiamo ancora quale potenziale minaccia possa rappresentare per il patrio suolo una badante peruviana irregolare che pulisce il deretano della nostra nonnina, alcuni politologi spesso ci ricordano che i partiti fautori di questa linea dura contro gli stranieri hanno il pregio di “saper parlare alla pancia del proprio elettorato”. Quasi come per dire che parlare alle viscere delle persone sia più corretto che parlare al loro cervello.


Beniamino Musto

13 luglio 2009

EDITORIALE GIUGNO 2009

Voglio intonare un requiem per il Mom. A costo di risultar tamarro, superficiale o patetico. Per quelli che non lo conoscono, il Mom è un piccolo locale in viale Montenero. La sera, fino a un paio di mesi fa, accoglieva sulla collinetta antistante una fiumana di ragazzi in libertà. Soprattutto il mercoledì sera, sdraiati sul prato, seduti sulle panchine, (pochi) in strada e sui marciapiedi. Le birre a due euro in mano. A chiacchierare e ridere, a conoscersi. Dai truzzi ai fricchettoni. Una minaccia universale, insomma. Certo: alcuni mi rompevano davvero le palle con quei bonghi. Più di Elio & le Storie Tese. Altri lo avevano scambiato per un coffee shop all’aperto. Ma l’altro giorno, quando ho visto la collinetta recintata da inferriate alte due metri, appuntite come lance (mancavano solo i pentoloni d’olio bollente sui rami e i cecchini), ho provato smarrimento puro. “Toh! ecco il nostro Paese in miniatura”, ho pensato. Ecco come si sta riducendo, grazie alle nostalgie di questo governo. Chiuso, e inospitale, e ostile. E Amen.

Luca Ottolenghi

16 giugno 2009

EDITORIALE MAGGIO 2009

Meno tre. “Papi” è a meno tre. A maggio il premier perde tre punti nel consenso dei suoi. Ora anche i sondaggi fiutano l’aria sempre più acre. Il modello-immagine del capo del governo sta crollando. E non per merito dell’opposizione, che, come ogni opposizione, dovrebbe pensare a ricostruirsi, perché tanto sono sempre i governi che, da soli, si logorano. Ma perché “Papi” ha voluto trasformarsi da immagine a persona: e gli sta andando male. Ciò che dava forza al regime culturale creato dall’inquilino di palazzo Chigi, è stata la “giusta distanza divina”, nel senso hollywoodiano del termine, che “Papi” sapeva instaurare tra sé e il popolo: quella distanza per cui l’Italia era il palcoscenico e l’elettorato il suo pubblico. Solo negli ultimi mesi “Papi” è sceso in campo davvero: ha eliminato il mezzo, l’immagine, il filtro che lo rendeva lontano e vicinissimo, uno e molteplice, immortale e sfuggevole. E’ sceso tra la gente d’Abruzzo, tra i vicoli di Napoli, ha imposto scorrettezze istituzionali pre-risorgimentali, ha ballato con le minorenni, ha fatto del suo divorzio un reato di lesa maestà, implorando privacy. Marco Belpoliti in un illuminante libro intitolato “Il corpo del capo”, dedicato alla figura di “Papi”, ha scritto: “Noi siamo la superficie riflettente in cui Silvio Berlusconi si guarda: la sua vera immagine è il mondo”. Per la prima volta “Papi” ha visto se stesso in ciò che ha creato: e ha capito di non essere immortale.

Fabrizio Aurilia

21 febbraio 2009

EDITORIALE FEBBRAIO 2009

Ci siamo fatti mettere sotto da Berlusconi sulla giustizia. Proprio come diceva Nanni Moretti in Aprile. Pensavamo di possedere il primato della buona politica, di vincere facile nelle amministrative perché "si sa, la sinistra sa occuparsi meglio del potere locale". E invece ci ritroviamo con un sindaco incatenato al cavallo della Rai, un governatore incollato alla puzzolente poltrona campana e un assessore finanziato da Ligresti. Berlusconi parla di questione morale nel Pd e noi porgiamo l’altra guancia, oppure sdegnosi diciamo: "non accettiamo lezioni da lui". D’altronde bisogna distinguere i piani politico, etico, giudiziario. Qual è il più importante? La sinistra democratica italiana solleva la sua questione come se avesse perso la verginità giudiziaria, ma salvato quella politica ed etica. Ma non è così. Se da un lato le mele marce a sinistra ci sono sempre state, e non si può generalizzare, dall’altro la risposta politica del Pd si è dimostrata degna del livello del dibattito italiano, riproponendo argomentazioni precise e ficcanti, come "specchio riflesso" o "chi lo dice sa di esserlo". Il risultato sul piano etico è altrettanto degradante: il Pd ha saputo convogliare in sé le peggiori attitudini della destra di questo Paese e il peggior perbenismo snobistico del postcomunismo. Ricordiamocelo che così siamo ridotti. Finora.
Fabrizio Aurilia

21 maggio 2008

EDITORIALE MAGGIO 2008

Chi dice che il nostro Paese è avaro di memoria avrà avuto modo di ricredersi. Dai saluti romani al nuovo Divo Capitolino Iannus Alemannus, agli scontri della Sapienza, gli italiani ricordano bene come si conduce il dibattito democratico. Guardiamo i fatti: alcuni neofascisti se la sarebbero presa, in definitiva, per l’annullamento della conferenza sulle foibe alla quale era stato invitato Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova. Questa la causa primaria, l’ "aition", come direbbe Pericle. Già, le foibe: tragedia rimossa per decenni dalla cronaca, dalla storia e dalla memoria. Ma siamo sicuri che il modo migliore per risarcire il popolo italiano di una memoria messa sotto il tappeto come sporcizia culturale, sia quello di invitare ad una conferenza un dichiarato neonazi-fascista? Non è il modo migliore, ma è il "nostro": in Italia non è possibile condividere niente, è ontologicamente necessario mettere cappello, così da lottizzare e parcellizzare la memoria. Le foibe, dimenticate consapevolmente dalla sinistra, sono patrimonio della destra, e giustamente, il preside della Facoltà di Lettere della Sapienza, che organizza una conferenza per parlarne, non può che chiamare l’esponente più "discutibile" della malandata destra italiana: un ragionamento assurdo ma geneticamente italiano. E quanto è tipicamente italiano scrivere di scontri tra studenti di sinistra e estremisti di destra? Benvenuti nel primo numero di Vulcano del 1977.
Fabrizio Aurilia

1 gennaio 2008

EDITORIALE GENNAIO 2008

E’ uno strano paradosso che le formazioni politiche nascenti, il Pd e la Cosa berlusconiana, partorite tra sfinimenti pirandelliani o adunate pop, ci sia ancora così poco spazio per i giovani. Perché, infondo, messe da parte le hostess da convegno e le veline engagée, non si vede uno straccio di politica giovanile. E sfido. Chi la perseguisse dovrebbe praticare scelte poco politically correct: sfidare sindacati che drenano quel poco che resta di stato sociale, combattere lobby ottimamente rappresentate a Montecitorio, abolire gli ordini professionali, introdurre criteri meritocratici nell’istruzione, selezionare il personale docente, superare una costituzione che paralizza i Governi, colpire chi truffa in ogni settore, ceto e latitudine. La vera, rivoluzionaria giustizia sociale oggi passa attraverso trasformazioni radicali e trasversalmente impopolari. Una rivoluzione che contrappone vecchi e giovani, come tutte quelle che la storia ci ha consegnato.
Luca Gualtieri

11 novembre 2007

EDITORIALE NOVEMBRE 2007


Oggi in Italia i neolaureati guadagnano in media 23 mila euro l’anno, cioè come un operaio. Lo riporta una ricerca di Od&M Consulting. Qualche settimana fa alcune migliaia di ragazzi sono scesi in piazza per protestare contro il numero chiuso che veniva definito "un sopruso antidemocratico e discriminatorio". Erano consapevoli di difendere un sistema che li consegnerà, statisticamente, a titoli-cartastraccia e a stipendi da fame? La svalutazione della laurea non è una fatalità o una congiura dell’orco capitalista. Avremmo potuto evitarla. Come? Con test d’ingresso selettivi, tempistiche contingentate (leggi: se vai fuoricorso ti raddoppio le tasse), commissioni severe. Insomma estirpando l’idea che l’università sia un diritto e non una conquista riservata ai migliori. Misure a costo zero, anche se impopolari in un paese buonista, conservatore e visceralmente antimeritocratico. Molto meglio il dormitorio di stato su cui troneggia l’insegna ideale: "laureatevi e farete gli operai".
Luca Gualtieri

10 ottobre 2007

EDITORIALE OTTOBTRE 2007

Va bene. Il Quirinale, con il suo folcloristico codazzo di corazzieri e ciambellani, costa 235 milioni l’anno e un volo di stato preso di straforo manda in fumo 20 mila euro. L’indignazione dell’onesto contribuente ci sta e bene fanno i tribuni di turno a darle visceralmente sfogo. Però. Però se ci entusiasmano le cifre, ne possiamo spulciare di migliori. I cosiddetti statali "fannulloni", quelli che contribuiscono con qualche sbadiglio al progresso economico-culturale del paese, costano 14 miliardi l’anno, l’equivalente di 60 Quirinali, di 700 voli di stato e di una discreta manovra finanziaria (dati Eurisko). Non ho ancora visto cortei contro di loro. Gli evasori fiscali, che viaggiano in Porsche e dichiarano un reddito da garzoni, costano 200 miliardi ogni 12 mesi, cioè 870 Quirinali e 10 mila voli di stato. E la piazza sembra snobbarli. Ma oltre ai fardelli attuali, ci sono anche quelli futuribili. Uno studio dell’Agici segnala che l’immobilismo infrastrutturale (leggi: No-Tav e No-Mose), nei prossimi 15 anni costerà ai cittadini altri 200 miliardi. E tanto per restare tra le quattro mura. Per uno studente fuoricorso lo Stato sborsa 20 mila euro l’anno. Voi quanti fuoricorso conoscete?
Luca Gualtieri

20 luglio 2007

EDITORIALE LUGLIO 2007

Su un noto blog letterario di cui vi consiglio la lettura (ilgiudicesulmulo.blogspot.com), c’è un amaro ma reale aforisma: "La legalità è per gli italiani come la pastasciutta per gli svedesi: un contorno". Me ne sono accorto una volta di più leggendo le isteriche reazioni di alcuni studenti alla nostra inchiesta – pubblicata sul numero di Vulcano di giugno e leggibile sul nostro blog – riguardo all’esame di letteratura tedesca. Si va da chi ci definisce dei "rastoni che farebbero meglio a pensare a studiare invece che a scrivere" a chi ci insulta accusandoci di aver messo a rischio la facilità di uno degli ultimi baluardi degli esami fuffa dentro la Statale. Il fatto che su questa inchiesta noi ci abbiamo lavorato per ben 3 mesi e che ogni riga da noi scritta è documentata dalle prove che abbiamo raccolto, ovviamente passa in secondo piano. Visto che a quanto pare siamo noi a doverci sentire nel torto per aver denunciato una situazione di manifesta illegalità.

Gli insulti a Vulcano da un certo punto di vista non mi meravigliano nemmeno troppo. Rientrano in un atteggiamento più generale, e tipicamente italiano, nei confronti della legalità. Quello ad esempio del cittadino indignato che stabilisce lui se e quante tasse pagare, credendosi pure nel giusto perché lo Stato è arrogante e poi i politici sono tutti ladri. Quello delle donne che tirano i sassi alla polizia mentre arresta i camorristi, perseguitati eroi che lottano per combattere la disoccupazione nei quartieri degradati di Napoli; quello di Gustavo Selva il cui deretano resta saldamente incollato allo scranno del Senato perché sono i cittadini – dice lui - a chiedergli di restare; quello infine di tutta una classe politica tangentopolitana (e post-tangentopoli) che si è autoassolta dapprima "perché tanto rubavano tutti e allora perché solo io dovrei pagare, i problemi sono altri" e poi con il motto "la magistratura vuole fare un colpo di stato". L’illegalità quando fa comodo a tutti, nel nostro Paese viene spesso placidamente accettata, condivisa e difesa come un diritto sacrosanto. D’altronde è fastidioso avere un mondo dove esistono le leggi. E dove per passare agli esami non basta solo comprarsi dei libri, ma bisogna anche studiarli. E’ triste constatare che gli ancestrali vizi italici si insinuano di già nella mente di molti studenti. Ragazzi che si apprestano a divenire parte attiva della società di domani. Persone che continuando a difendere con orgoglio il diritto all’illegalità andranno ad aumentare la solita vetusta zavorra che appesantisce l’Italia da tempo immemorabile.
Beniamino Musto

11 febbraio 2007

EDITORIALE FEBBRAIO 2007


Se oggi uno studente sceglie l’insegnamento, non ottiene una cattedra prima dei 45 anni. È bravissimo e aggiornatissimo?
Non importa. Le graduatorie impongono a tutti una gavetta quasi ventennale. A parte anzianità e titolo di studio, gli altri meriti sono assolutamente inutili. Le nostre esperienze scolastiche sono ricchi di aneddoti su supplenti bravi e precari e su docenti inetti e garantiti. Soprattutto ricordiamo la frustrazione di professionisti intrappolati in un sistema che equipara impegno e nullafacenza. A chi giova? Non agli allievi. Non ai giovani insegnanti. Non alla società.
Forse solo ai titolari di un privilegio sempre più raro.
Luca Gualtieri

30 dicembre 2006

EDITORIALE DICEMBRE 2007

Pare che l’Inghilterra non si accorgerà del Natale. Fabbriche, uffici, scuole hanno deciso di non esporre simboli che rimandino alla festività. Motivo: non contrariare cittadini di fede musulmana.
Stimo troppo l’islamico medio per sospettare che Santa Claus lo offenda. E rispetto troppo i padri della democrazia, per credere che questa censura salvaguardi la dignità della persona. Negare un’identità (e un abete, per kitsch che sia, segnala un’identità) è ipocrisia. Ogni dialogo è costruito su una differenza e la profondità dello scambio deriva dalla ricchezza e non dalla negazione di quella differenza.
Viceversa affogheremo nel politically correct e non dialogheremo mai.


Luca Gualtieri

11 novembre 2006

EDITORIALE NOVEMBRE 2006


I rettori chiedono più soldi. E lo fanno descrivendo la fatiscenza di tetti sfondati e laboratori da terzo mondo. Niente di nuovo. Ma uno studio di Roberto Perotti dell’Università Bocconi fa pensare. Cito: “La spesa per studente nelle Università italiane e in quelle inglesi è approssimativamente identica. La spesa complessiva per il personale accademico è molto più elevata in Italia che in Gran Bretagna”.
Il dubbio che per cinquant’anni i Magnifici ci abbiano raccontato frottole è legittimo. Lo stato italiano investe molto di più di quello inglese. E allora perché tetti sfondati e laboratori da terzo mondo? Forse perché si preferiscono finanziamenti a pioggia a interventi che premino il merito e la competitività. Forse perché l’Università di tutti e per tutti finisce per essere una baraccopoli poco salubre. Forse perché della qualità, sotto sotto, non gliene fotte a nessuno.
Luca Gualtieri

13 giugno 2006

EDITORIALE GIUGNO 2006

E se cancellassimo davvero il valore legale della laurea?


Diciamola tutta: in dieci anni l’Università italiana è stata riformata, trasformata, strapazzata da Soloni di ogni colore.
Ma nessuno ha ancora fatto strike.
Forse perchè nella concezione nostrana eccellenza e concorrenza fanno a botte anzichè sposarsi.

O forse perchè certo pseudo-sessantottismo ci ha inculcato il dogma che l’istruzione deve essere tutta per tutti. E i risultati li vediamo. Aule straboccanti, fuoricorso endemici, servizi precari e disoccupazione garantita (per molti, per troppi).

Introdurre criteri di mercato nell’istruzione non è laida baratteria. Potrebbe essere il modo per amputare i rami secchi, defenestrare le baronie, grattar via la muffa. Forse così avremo atenei d’eccellenza per docenti eccellenti, ricercatori eccellenti e allievi eccellenti (con borse di studio garantite, chiaro).

- E gli altri? - osserveranno i buonisti. Beh, non è la scuola dell’obbligo.
Luca Gualtieri

11 maggio 2006

EDITORIALE MAGGIO 2006


“Il futuro non è più quello di una volta”. Qualche anno fa era una frase sbiadita nei corridoi del metrò. Einaudi ha appena pubblicato l’ultimo libro di Aldo Nove, “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. Sono storie di gente comune, ragazzi e ragazze di buona famiglia, valido curriculum e tenace volontà. Oltre alla fascia anagrafica e alla cittadinanza italiana, li accomuna il precariato professionale.
Aldo Nove non è un politico, un fazioso, un girotondino. Si limita a raccontare storie vere sine ira et studio: da vero cronista il giudizio lo lascia ai lettori.
“Il futuro non è più quello di una volta”. Già: una generazione senza futuro, senza speranza di futuro, semplicemente cancellata dalle leggi di mercato. Ma come reagire? L’ingiustizia legittima il rancore, il pessimismo, il disimpegno di chi incrocia le braccia e bestemmia il governo? O non converrebbe adesso, proprio e soprattutto adesso, farsi valere, affrontare la sfida della modernità con coraggio? Una lotta per i diritti passa attraverso la combattività quotidiana, la fiducia nel cambiamento e un certo irrazionale ottimismo di fondo.
“Il futuro non è più quello di una volta”, d’accordo. Possiamo però impegnarci perché non sia peggiore.
Luca Gualtieri