14 settembre 2008

COSA PENSANO DI NOI?

TRE GIORNALISTI STRANIERI INTERPELLATI SUI VIZI (TANTI) E LE VIRTU' DEL NOSTRO PAESE

“La politica italiana? Per noi tedeschi è poco più di un teatrino. Dell’Italia ci godiamo più che altro la gaffes degli esponenti politici, anche mortadella e spumante in parlamento non ci hanno stupito più di tanto. Ormai siamo abituati ad esibizioni del genere”.

Ci vuole dire che in Italia non trovate proprio nulla di serio? Anche, ad esempio, un fenomeno drammatico come la mafia è ridotto a puro folclore?

“No, assolutamente, la mafia, soprattutto dopo il regolamento di conti di Duisburg (dove il 15 Agosto 2007 sei persone sono state uccise a colpi di fucile in seguito a una faida tra cosche della 'ndrangheta. Ndr), è avvertita come un problema serio, forse anche più che qui nel nord d’Italia, dove mi sembra sia ancora vista come un fenomeno di costume. L’episodio di Duisburg ha suscitato nuovo interesse, e non è un caso che il libro di Roberto Saviano, Gomorra, abbia venduto molto anche in Germania.

Qual è il commento più diffuso in Germania riguardo al recente risultato elettorale?

"Spaventoso. Non solo in Germania ma a livello europeo non ci si spiega come abbia potuto vincere Berlusconi. Un mio amico esperto di relazioni internazionali tra Germania e Italia mi ha confidato qualche giorno fa che una vittoria della destra avrebbe probabilmente incrinato i rapporti politici tra Berlino e Roma. Berlusconi si è rivelato incapace di condurre un dialogo nel suo mandato precedente e nessuno si aspetta che le cose siano cambiate".

Vedete quindi in Berlusconi un pericolo per l’Italia e le sue relazioni internazionali?

“Nonostante tutto mi fa ridere chi parla dell’Italia governata dalla destra come di una dittatura: probabilmente Berlusconi è troppo stolto per fare il dittatore. In ogni caso ha un controllo totale dell’economia e di buona parte dei media, quindi il suo potere è fuori discussione.”

A proposito di economia, dati recenti hanno evidenziato una crescita dello 0.3% per l’Italia: è un problema avvertito anche in ambito europeo?

“È normale che un paese abbia un periodo di crisi, ma solitamente Italia e Germania vanno di pari passo per quanto riguarda gli aspetti economici. Questa volta la situazione è diversa, l’Italia rischia seriamente di perdere importanza a livello continentale.”
Prima ha parlato di media. Lei ha origini italiane: segue i programmi della televisione italiana?

“Assolutamente no, preferisco quella estera. Anche per quanto riguarda l’informazione, in Italia c’è la tradizione della ‘lenzuolata’, un’enorme costruzione mediatica che in realtà non dice nulla e non fa riferimenti seri alle fonti. I giornalisti validi si contano sulle dita di una mano. Io personalmente apprezzo molto Marco Travaglio."

Si riferisce anche al modo in cui vengono trattate le notizie di cronaca nera?

“Noi non abbiamo l’abitudine di trasformare i delitti in soap operas. Non riesco a credere che in Italia le indagini su un singolo caso possano protrarsi per anni. A volte sento di indizi o prove ritrovati sul luogo del delitto tre o quattro anni dopo l’avvenimento, tracce che sono sempre state lì, che si sarebbero potute trovare al primo sopralluogo. Com’è possibile?”

Su questa domanda rimasta in sospeso lo schietto corrispondente di origine italiana viene raggiunto da Katharina Kort, sua collega e connazionale, dal nome, questa volta, inequivocabilmente teutonico.

Anche lei ha una visione così disastrosa del nostro paese o riesce a cogliere aspetti più positivi?

“Sicuramente l’ennesima elezione di Berlusconi ha sorpreso tutti, anche se c’è da dire che da noi si insiste troppo sulle gaffes, mentre bisognerebbe valutarlo più per quello che fa... oppure non fa. C’è il forte rischio di non notare le proposte valide della politica italiana se l’unico interesse sono le figuracce dei ministri o dei capi di stato.”

Secondo Graham Allison, ex ministro della difesa in USA, per quanto riguarda democrazia, libertà e legalità, Berlusconi è equivalente a Putin. Cosa ne pensa?

“Mi sembra esagerato. Come ci ha detto qualche giorno fa Gherardo Colombo, più che antidemocratico, Berlusconi è amorale. In fondo è stato nominato attraverso elezioni democratiche, non si è imposto con la forza né con altri metodi dittatoriali. È stato eletto dagli italiani che, evidentemente, hanno fiducia in lui.”

Parlando di libertà d’informazione, come giudica l’influenza degli organi politici sui media?

“Mi sono accorta che in Italia, rispetto alla Germania, l’influenza è molto più forte. Non solo le ingerenze sono eccessive nel mondo della carta stampata, ma anche a livello televisivo: un “editto bulgaro” da noi sarebbe impensabile. In Germania è il giornalismo che influenza la politica e non il contrario: i politici vengono condizionati dal giudizio che i giornali danno di loro.”

Il livello di attenzione da parte dei giovani italiani nei riguardi della politica è piuttosto scarso. All’estero la situazione è simile?

“All’estero sicuramente i giovani danno più importanza alla politica perché la politica dà molta importanza a loro. In Italia l’età media in cui i politici emergono è troppo elevata, sembra quasi che il potere sia nelle mani dei ‘vecchi’. Per fare un esempio, anche da noi esiste il precariato ma è funzionale ad una carriera e non è ‘eterno’ come può esserlo in Italia. Le aziende sono sempre più avide di giovani.”

Nel dibattito interviene anche Emily Backus, giornalista americana che si occupa di design per il Financial Times. Cosa può dirci a proposito dei giovani poco interessati alla politica?

“Gli statunitensi, non solo i giovani, sono piuttosto provinciali, direi quasi egocentrici. Il loro interesse per la politica estera è pressoché nullo finché non vengono toccati in prima persona. Per questo ho preferito lavorare per un giornale inglese.”

Come è gestita l’informazione nel mondo anglosassone?

“In Inghilterra, per legge, bisogna essere bilanciati: si deve necessariamente, dopo aver accusato una parte, sentire l’opinione della difesa, sia per una questione etica sia per evitare problemi legali che possono stroncare una carriera.”

Questo non influisce sulla libertà di informazione?

“Forse in parte si. In ogni caso dà sicuramente maggiore equilibrio alla questione che viene riportata. Prima di occuparmi di design ho lavorato all’aspetto investigativo del caso Parmalat: ricevetti molta pressione dagli uffici stampa che cercavano di manipolare i giornalisti per i loro scopi. In Italia si presta molta meno attenzione alla qualità dell’informazione, e spesso ci si sbilancia senza pensarci troppo. Mi è sembrato di avvertire che nel vostro paese l’informazione fosse più controllata rispetto al resto d’Europa, anche a causa della presenza dell’ordine dei giornalisti e delle sovvenzioni pubbliche all’editoria.”

La conversazione, che alimenta un fastidioso sentimento a metà tra lo stupore e la vergogna per le risposte ricevute, termina qui. In conclusione una domanda sorge spontanea: se ogni italiano con diritto di voto avesse sostenuto un colloquio del genere prima di entrare nella cabina elettorale e tracciare la fatidica croce, il risultato sarebbe stato lo stesso?

a cura di Daniele Grasso, Riccardo Orlandi

1 settembre 2008

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 - REPRISE


Pasquale Finicelli è un autista che lotta ogni santissimo giorno nel traffico di Milano. Poi accade una cosa: quest’uomo contemporaneo si ricorda di essere stato qualcuno; che sì, per dio, quei quindici minuti di celebrità li ha avuti anche lui. Allora corre a casa, prende quel baule impolverato con la scritta “Negli anni ’80 per un attimo sono stato famoso anche io, e che cazzo!”, lo apre, ha le mani tremanti, rovista tra ritagli di giornali ingialliti, tra le tessere del Partito Socialista, tra le fotografie che lo immortalano con Claudio Martelli e Cicciolina nel transatlantico di Montecitorio, altre che lo vedono a Capalbio in mutandine verdi fluorescenti che gioca a racchettoni con Bobo e Stefania Craxi, mentre il buon Bettino, da sotto la tesa del berretto di feltro, vigila con quel suo tipico sguardo da velociraptor ciccione. Ed ecco, sotto le macerie culturali di un decennio impossibile, trova lei: la parrucca bionda col ciuffo rosso. Nello spazio di una fellatio al Presidente del Consiglio, ri-diventa Mirko, il mitico leader dei Beehive. L’immagino così la reunion della band che tra il 1985 e il 1988, ha incarnato i Beehive, animazioni della serie Kiss me Licia. Il Finicelli ha richiamato tutti: Manuel “Matt” De Peppe, Sebastian “Satomi” Harrison, Luciano “Paul” De Marini, e la new entry, il noto (negli ambienti di casa sua) Tony Amodio, del quale si ricorda anche l’album Deja vu, con la hit Forever, che a sua volta è la versione italiana di I can’t hold you (all the time), che però si chiama Forever, quindi è palesemente la versione italiana. La band simbolo degli anni 80, anni in cui c’era un simbolo al minuto, riparte in grande stile con un album e un tour estivo: la prima data è stata l’11 luglio a Lignano Sabbiadoro. Il tour prevede tappe in Italia, ma anche a Malta, in Slovenia e in Canada. Intanto, però, l’unico altro concerto ufficiale si terrà il 23 agosto all’interno del Festival “50 anni e dintorni” a Montecatini Terme, durante il quale, questi splendidi cinquantenni si esibiranno per altri splendidi settantenni, ospiti per le annuali cure termali e la rimozione dei fastidiosissimi duroni e calli alle dita dei piedi. Un’occasione per Finicelli e Satomi di testare l’impermeabilità al tempo, potendo vantare finalmente un pubblico maturo e consapevole; altro che i mocciosi gocciolanti, che li adoravano senza spirito critico. Noi reduci di quegli anni attendiamo con curiosità degna di un bradipo muto, cieco, sordo, paralizzato ed impotente, il ritorno sulle scene di questa band, che ha saputo scalzare dalle classifiche i Duran Duran, e gli Wham, senza saper suonare una nota che fosse una. Ci sentiamo di augurare ai Beehive che la polvere che ha coperto per vent’anni i loro successi, si tramuti, come d’incanto, in polvere di stelle. O in cocaina.

Fabrizio Aurilia