28 febbraio 2010

GIAPPONE E OCCIDENTE - “Se al Mondo non esistessero i fiori di ciliegio sarebbe tranquillo il cuore a Primavera” Ariwara No Narihira (825- 880)

Palazzo Reale: “Giappone. Potere e Splendore 1568/1868”

Questa mostra, iniziata il dicembre dell’anno scorso e che si concluderà il 6 marzo, è una delle ultime attività culturali promosse dal comune di Milano nel 2009, con lo scopo di consolidare i rapporti d’amicizia tra le due culture e porre i visitatori di fronte a orizzonti diversi.
L’esposizione illustra paraventi, maschere ceramiche, armature e kimoni provenienti dai tre maggiori musei di Tokyo, Kyoto e Osaka e appartenenti a due epoche ben precise: il periodo Mowoyama (1568-1615) e il periodo Edo (1615-1868), conosciuto anche come il “periodo di pace” grazie all’Imperatore Ieyasu, che pose fine alle secolari guerre civili.

Tra i paesi asiatici il Giappone è quello con cui l’Occidente si è inteso meglio. A testimoniarlo sono soprattutto i numerosi scambi d’arte, come è accaduto con gli impressionisti dell’Ottocento oppure con lo stile Liberty, comparso nella nostra parte di mondo solo alla fine del XIX secolo.
Insomma, il sottile filo rosso che collega le diverse aree tematiche della mostra è l’affermarsi della modernità attraverso influssi reciproci tra Oriente e Occidente e, in particolare, evidenzia come la trasformazione moderna della società nipponica avvenne ancor prima dell’apertura politica e culturale verso Ovest.

Il Giappone moderno nasce dall’incontro tra ambiente feudale e samuraico con la nuova borghesia finanziaria e imprenditoriale, generando due fulcri di vitale importanza: Kyoto, la capitale imperiale ed Edo, capitale amministrativa e attuale Tokyo. Un esempio? Il design di un set da picnic, formato da cinque pezzi incastrati in una scatola nera e decorato con elementi naturali rosa su sfondo scuro. Due fattori sono legati al design tradizionale giapponese: la sacralità della materia da un lato, la cura e precisione dell’artigiano dall’altro. Quest’ultima rende il lavoro simile a un rito religioso e, piuttosto che equiparare l’oggetto finito a pura mercanzia, l’artista crea dei contenitori in cui trasmettere la propria umanità, quasi fossero esseri viventi.

Il rispetto che i giapponesi nutrono per tutto ciò che li circonda deriva dalla religione primogenita giapponese: lo shintoismo, di orientamento animista, dove ogni cosa è un dio e la materia stessa è pervasa da divinità. Lo Shinto rappresenta lo stretto legame tra natura, arti e letteratura giapponesi: i numerosi paraventi ( da osservare e leggere da destra a sinistra, come i manga) raffigurano animali, piante, fiori e paesaggi naturali e richiamano topos letterari ben precisi, a dimostrazione di come già nel Cinquecento la letteratura giapponese fosse all’apice del suo splendore. I componimenti poetici, dai più antichi waka ai più moderni haiku, presentano il tema naturale come principale e superiore a quello umano. Anzi, la vita umana è narrata solo attraverso i cambi di stagione del paesaggio. In questo modo mutano le decorazioni dei kimoni delle donne, le forme delle tazze nella famosa cerimonia del tè oppure i soggetti dei paraventi. Dunque, ogni aspetto del percorso umano è dominato dalla natura, anche il potere e la vita militare: i “pini guerrieri” ,le aquile o le decorazioni delle katane dimostrano quanto la natura possa benissimo esprimere anche sentimenti guerrieri e virili.
In un'altra reparto la mostra richiama l’attenzione del pubblico alla filosofia Zen. Essa si sintetizza con la capacità di cogliere la bellezza del passaggio delle stagioni per poter, in un secondo momento, comprendere la bellezza delle attività umane. Avete presente le numerose rappresentazioni riguardanti i fiori di ciliegio? Questi fiori acquistano significato solo in punto di morte, quando cadono, poiché uno dei punti fondamentali di questo ramo del Buddhismo è l’assenza, il non finito: bisogna saper cogliere il vuoto, il nulla per potersi fissare sui dettagli dell’esistenza.

Per quanto riguarda l’influenza occidentale, invece, nell'epoca interessata il principale punto di contatto con l’esterno fu il porto della città di Nagasaki, in collegamento con Olanda e Portogallo. Gli olandesi, chiamati “barbari del Sud”, riuscirono ad esportare la polvere da sparo e le lenti fotografiche e, a differenza dei portoghesi, furono accettati e rispettati. Con questi ultimi invece il dissimile pensiero religioso costituì una barriera culturale insormontabile: i giapponesi non potevano comprendere, tanto meno sopportare, la rigida ortodossia dei gesuiti portoghesi. Comunque dagli stranieri la società nipponica trasse spunti per quanto riguarda l’arte, trasportando sui paraventi il chiaroscuro, per la resa tridimensionale degli oggetti.

Nonostante la mostra tratti un periodo di tempo che arriva a fine Ottocento, tuttora la società giapponese è sensibile alle proprie origini e tradizioni, benché sia all’avanguardia nel progresso tecnologico. E non solo il patrimonio culturale viene trasmesso alle nuove generazioni, ma esse si riconoscono ancora in queste usanze. Il concetto delle “nostre radici” è basilare in ogni società, non per esaltarne l’antico e legionario pensiero patriottico, ma per permettere agli individui di sviluppare un pensiero critico e acquisire un approccio umano verso l’altro.

Francesca Gabbiadini

26 febbraio 2010

Viaggio nell’est – prima parte

E’ cominciato così, con lo zaino in spalla ed un biglietto aereo in mano, il nostro viaggio nella magia dell’Est Europa. Abbiamo girovagato per settimane, tra mete note ( Praga ) e meno conosciute (Wroclaw), e ci sarebbe molto da scrivere, molto più di quanto mi sia concesso in questa sede. budapest
Se siete pronti a partire… prima tappa: Budapest!

Quando penso a Budapest, penso ai ragazzi della via Pàl e neanche a farlo apposta, il nostro ostello si trovava in via Ferenc Molnàr. Comunque sia, la poesia finisce qui: di ostelli ne ho girati tanti, ma mai nessuno è risultato, nè risulterà, sporco e decadente come questo. Non so infatti se sia stato peggio passare cinque notti a fissare un soffitto che urlava: “adesso cado” o le minacce, pure quelle urlate, della gattara del piano di sopra ogni qualvolta uscivamo. Mi è stato infatti spiegato da alcuni ragazzi che il loro popolo non è dei più cordiali (mi spiace ma confermo: abbiamo avuto scambi empatici nulli con approssimativamente cinque persone su sei ), e se proprio devono avere a che fare con i turisti, preferiscono gli italiani. Italia e Ungheria, dicono loro, hanno avuto stretti rapporti, commerciali e culturali, da ben prima dei tempi dell’Impero Asburgico. Sarà…ma sfido chiunque a trovarmi un italiano che parla ungherese.
952_budapest_9 Scherzi a parte, Budapest si è rivelata una città affascinante. Anche se non propriamente “bella”, a volte riesce a toglierti il fiato, basta guardare il panorama che si estende dalla collina di Buda o camminare lungo il Danubio e trovarsi faccia a faccia con il Parlamento più bello d’Europa. O magari correre lungo Andrassy Ut, stendersi al fresco dei prati dell’Isola Margherita e, se siete fortunati come lo siamo stati noi, andare alle terme Szecheny, le più antiche e maestose dell’Est, in una giornata d’agosto.
In questo mese la temperatura varia dai 22 ai 27 gradi, quindi è possibile, e piacevole, fare il bagno in una delle vasche all’aperto. Ma quello che merita davvero è l’interno dell’edificio. La sensazione, non credo di essere la sola a pensarlo, è di fare il bagno in una cattedrale.
Nonostante il diroccamento, i gatti semirandagi e le minacce, l’ostello si trovava in un’ottima posizione: centrale, antistante al fondaco della città ( dove puoi trovare di tutto, dai dolci con semi di papavero ai costumi tradizionali ungheresi ), dietro la via di locali Vaci Utca e ad appena  due passi dal Ponte Verde che, illuminato di notte, è un vero spettacolo. Budapest è la città dei ponti: sono nove “solo” quelli che attraversano il Danubio e, anche se il GreenBridge resta il più bello, la passeggiata sul Ponte delle Catene è una tappa obbligata per chiunque si trovi a visitare la città; anche perché è la strada più breve per arrivare da Pest a Buda e precisamente a Vàreghy, la “Collina di Castello” dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

2145494765_6970dd61f2 La capitale ungherese offre inoltre una grande varietà di musei e luoghi di cultura: per cominciare la Casa del Terrore, che racconta , attraverso un percorso diviso tra dominazione nazista e regime comunista, gli anni più bui di Budapest e dell’Ungheria. È’ importante visitare questo luogo, situato proprio in quella che fino a non molti anni fa era la sede della temutissima polizia segreta (AVH), non solo per cercare di capire cinquant’anni di storia ungherese ma anche,e soprattutto, per tenere vivo il ricordo del cardinale Midsentzy, luce di giustizia durante l’oppressione comunista, o di Raul Wallenberg, il “gentile giusto” che salvò dal massacro trentacinquemila ebrei ungheresi, e di tutti coloro che ebbero il coraggio di far sentire la propria voce quando tutto doveva tacere.
Come avrete capito dall’accenno a Wallenberg, Budapest ha una lunga tradizione di cultura ebraica e il quartiere Josefòv  ne è la culla; su questo versante, decisamente merita una visita la sinagoga più grande d’Europa. Infine, se non avete il fiato sul collo, fate una capatina alla pittoresca tomba di Gul Baba, il “padre delle rose”, nel verde di Buda.
p-newyork_budapest1 Per finire, la vita notturna: immancabile una serata al Szimpla di Kacinszky Utca: eclettico locale a tre piani con diverse postazioni bar fornitissime. È’ molto frequentato - non solo da turisti – e, strano ma vero, molte delle sedie sono state ricavate da vasche da bagno! In alternativa, un modo per lasciare segno del vostro passaggio nella città dei ragazzi di via Pàl, è fare un salto al For Sale, pub noto per essere completamente ricoperto da bigliettini, fogli e foglietti fissati alla bell’e meglio dagli avventori su ogni centimetro quadrato della superficie muraria. Unica raccomandazione: quando vi porteranno, e lo faranno di sicuro, un cesto di noccioline da sgranocchiare, non provateci nemmeno a tenere in ordine il tavolo. È infatti usanza comune lasciar cadere i gusci vuoti sul pavimento, che scricchiola simpaticamente sotto le vostre scarpe (ovviamente continueranno a staccarsi dalle vostre suole pezzi di guscio frantumati per i tre giorni successivi …).

Gemma Ghiglia

25 febbraio 2010

C' ERA UNA VOLTA UN PRINCIPE...

“Scusi, sa dirmi dove posso trovare il libro di Emanuele Filiberto?” - “ah, è nel settore di storia…”. “Come?!”
Eccolo lì, accanto alle biografie di Luigi XIV e Enrico VIII! D’altronde sempre di un Savoia si parla.
Mi avvicino, incrocio il suo sguardo, mi accorgo che quei piccoli occhi blu mi fissano divertiti, e mi conquistano. Ora tocca a me sedurlo, vado alla cassa, pago (i 17 euro spesi mi assicurano una prerogativa non trascurabile su di lui), e lo porto da me.
Io e lui, sul divano, in completa intimità. Voglio sapere tutto, cosa ha fatto, cosa fa, da dove viene, chi è veramente. Leggo il sottotitolo: Un passato da principe, un presente da favola...
... è un libro di satira, potrebbe aggiungere qualcuno. I più maligni potrebbero addirittura pensare che il Principe abbia urgente bisogno di soldi. Eppure bisogna ricredersi, in quanto il reale de noantri, facendo scorrere i capitoli, mi stupisce con una serietà fin eccessiva ed una schiettezza che lascia basiti. Emblematica in tal senso l’affermazione con cui sintetizza l’amore per la bella moglie Clotilde: “non so assolutamente come sia riuscito a conquistarla, anche perchè sono sempre stato me stesso”. Probabilmente ogni tanto se lo chiede anche lei.
Continuo ad ascoltarlo pazientemente: nascosto dietro l’immagine del bel principe dannato, ha rotto tutte le convenzioni che il suo nome richiedeva provando auto, droghe e donne diverse. Festaiolo a metà, inquietato dalla ricerca di una completezza impossibile da raggiungere, incagliata nell’incomprensibile esilio.
Più volte avrei voluto interromperlo, ma non ci sono riuscita, volevo sapere altro. Mi presenta un nonno impettito e una nonna anticonformista, un padre acuto (di profilo) e una madre intelligente. Scopro così che nella sua storia personale, che una volta si incrociò con quella d’Italia e oggi si intreccia con ben altra strada, “tutto è relativo”. Recentemente si inerpica nel tortuoso cammino politico, stringe mani e dona sorrisi. Il suo obiettivo e mettere in pratica il principale punto del suo programma elettorale: stare in mezzo alla gente, capirla, e sintonizzarsi sulle esigenze delle persone comuni. Promessa mantenuta, dato che è ancora qui fra noi e non al Parlamento Europeo.
Ma i suoi grandi obiettivi lo portano soprattutto nel salone di Milly Carlucci. Si delinea così la figura di un uomo che è sempre più un principe: ora sa ballare! Da buon danzatore zompa da una comparsata pubblicitaria a un talk show. Niente lo ferma, non le ataviche diatribe tra parenti, non la richiesta di danni morali allo Stato, non le vicende poco regali, ma molto legali, del buon padre.
Non mi dice altro, dal vuoto che lo segue capisco che è giunto alla fine. Lo guardo in silenzio, ci stiamo per lasciare, e lui per salutarmi mi regala una citazione di Montaigne: “per quanto possa essere alto il tuo trono, alla fine sei sempre seduto sul tuo culo”. Solo un dubbio… quale trono?

Michela Giupponi
e Alice Manti

23 febbraio 2010

CARO CANDIDATO - Parte seconda: Vito Crimi

Indecisi sul voto? Vulcano ha intervistato per voi i candidati presidente per la Regione Lombardia, sui temi università, lavoro, giovani. La carrellata di interviste pre-elettorali continua con Vito Crimi, Movimento 5 Stelle.

Iniziamo parlando di ISTRUZIONE. La Regione Lombardia finanzia sia la scuola pubblica che la scuola privata. Secondo il rapporto “Dote Scuola 2008-2009” su un finanziamento statale di circa 75 milioni di euro, 25 milioni vengono erogati alle scuole pubbliche (circa un milione di studenti) e 50 milioni alle scuole private (circa cento mila studenti). L’impressione è che tale legge, nata per creare una libertà di scelta dell’istruzione, finisca per rendere le scuole private ancora più elitarie. Quale è la sua opinione in merito? I finanziamenti continueranno ad essere erogati nel modo corrente?

La scuola privata ha il diritto di esistere, SENZA ONERI PER LO STATO.
La scuola privata sopperisce alle carenze della scuola pubblica laddove la scuola pubblica per mancanza di risorse, strutture e fondi non riesce a fornire un buon servizio. Riteniamo che l’esclusivo finanziamento della scuola pubblica permetterebbe a quest’ultima di raggiungere livelli qualitativi e di efficienza elevatissimi.
I finanziamenti alla scuola privata devono gradualmente essere ridotti fino a zero, e dirottati esclusivamente alla scuola pubblica.
Riteniamo comunque che la scuola pubblica debba rispondere a criteri di buona gestione, che non si limitino ad una esclusiva valutazione economica del’efficienza, ma tengano conto anche dei livelli dei servizi erogati.
La Regione Lombardia potrebbe avviare percorsi di formazione e aggiornamento permanente per il personale docente e non docente.

In Lombardia ci sono circa 13 Università, 7 delle quali sono a Milano. Pensa di “usufruire” del sapere accademico, dei suoi brevetti e dei suoi cervelli per guidare la Lombardia nel futuro?

Assolutamente si. Credo sia fondamentale rivalutare le potenzialità dei cervelli italiani, che tanto hanno dato al mondo in termini di creatività e tecnologia.
Sul tema dei rifiuti, per esempio, si potrebbe proporre la realizzazione ci un “centro di ricerca” che si occupi di studiare una migliore progettazione industriale degli imballaggi e dei contenitori che permetta una riduzione dei rifiuti, o un facile riuso o riciclo.
Nel settore delle energie rinnovabili o della riduzione delle emissioni, occorre sfruttare tutte le potenzialità della ricerca, delle università specializzate

Viene spesso rimproverato all’università di essere un microcosmo chiuso, distante dal mondo del lavoro e slegata alla realtà cittadina. Quali strategie intende elaborare per favorire l’integrazione degli studenti nella vita della città?

L’Università è fatta dagli studenti, principalmente, pertanto è sufficiente che questi vengano messi nella condizione di interagire e integrarsi con la cittadinanza, di mettere a frutto le loro potenzialità creative e progettuali, per poter uscire da quell’ipotetico microcosmo chiuso di cui parla.

In Lombardia ci sono moltissime case vuote, sfitte o abbandonate da anni. A Milano, in una zona periferica come quella di Maciacchini una stanza singola costa in media 500 euro al mese, solitamente in nero. A Berlino, in Alexander Platz, una stanza singola costa circa 230 euro al mese con contratto. Cosa intende fare in merito a tale problema?

Il tema case è fondamentale in questo momento.
Riteniamo necessario indirizzare tutto il settore dell’edilizia verso l’ammodernamento e la ristrutturazione del parco edilizio esistente anziché verso la costruzione di nuove metrature.
Si potrebbe proporre di impedire la costruzione di nuove unità abitative a chi è in possesso di unità abitative ancora sfitte o invendute, aumentando in questo modo l’offerta e di conseguenza la diminuzione dei prezzi.
Per gli studenti sarebbe opportuno recuperare edifici in disuso per adibirli a studentati, fornire agevolazioni economiche ai proprietari che affittano gli appartamenti a prezzi calmierati, effettuare un servizio di vigilanza e controllo rigido e costante.
Alla fine dell’Expo rimarranno tanti edifici senza una precisa destinazione d’uso, e alcuni di questi potrebbe essere riconvertiti in abitazioni per gli studenti.

Stage, tirocini, contratti a progetto. Oggi un giovane, laureato o meno, si deve permettere di poter lavorare gratis per un tempo indeterminato prima di poter avere una busta paga. Cosa ne pensa di questa situazione? E’ inevitabile? Lei ha mai lavorato senza ricevere denaro?
La Regione Lombardia potrebbe decidere di non appaltare i propri servizi a quelle aziende che usano questi escamotage, cosa ne pensa?

Si, emolumenti talmente bassi da poter essere paragonati allo zero.
Sono assolutamente favorevole a negare gli appalti alle aziende che adottano questi sistemi. Come scritto per il settore della sanità riteniamo che debbano essere effettuati controlli sull’eticità delle aziende alle quali sono affidati appalti pubblici.

Molti degli studenti che frequentano le università lombarde sono pendolari. Il problema dello smog a Milano è oggi sulle prime pagine di tutti i giornali. Una soluzione auspicata è il potenziamento dei MEZZI PUBBLICI. Come intende agire per migliorare il trasporto lombardo?

Il trasporto, in generale, negli ultimi tempi ha subito una profonda trasformazione, vedendo la creazione di percorsi e mezzi privilegiati e costosi per alcuni collegamenti, escludendo dall’ammodernamento il trasporto dei pendolari, il trasporto regionale.
Riteniamo che il trasporto pubblico debba tornare a svolgere la sua funzione di servizio, e non debba essere ridotto ad un’azienda che ha nel profitto il suo principale obiettivo.
Riduzione dei costi, pulizia ed efficienza dei messi regionali, garanzia di puntualità e rispetto degli orari con individuazione certa delle responsabilità. Risarcimento immediato per gli utenti in caso di mancato rispetto della carta dei servizi.

Chiude dopo 13 anni di attività sociale ANTIMAFIA l’Associazione SoS Racket. Qual è la sua proposta di contrasto in merito al pizzo, al racket, al comportamento mafioso nella regione Lombardia?
Nel programma abbiamo scritto:
Chiediamo che la Regione Lombardia apra un ufficio di monitoraggio e contrasto al racket. Tale ufficio dovrebbe occuparsi dell'informazione ai cittadini, del supporto legale di chi decidesse di denunciare il racket e come punto di collaborazione tra i cittadini e le forze dell'ordine per una lotta efficace contro ogni tipo di estorsione proveniente dalla criminalità organizzata.
Aggiungo, che è necessario rendere consapevoli i cittadini che la criminalità organizzata si è infiltrata anche in Lombardia e nelle regioni del nord, dove trova terreno fertile grazie al economico e industriale particolarmente sviluppato.

In Lombardia, la SANITA' costa meno in confronto alle altre regioni. Ma se alla spesa sociale aggiungiamo il ticket e il costo a volte proibitivo dei farmaci, la spesa diviene in linea con il resto dell’Italia. Solo che in Lombardia ci sono molte cliniche private che attingono al denaro pubblico. Quale è la sua politica sulla sanità? Cambierà qualcosa?

Oggi la sanità in Lombardia assorbe la più alta percentuale di risorse del bilancio della regione.
Crediamo sia necessario individuare con precisione lo stato della sanità in Lombardia effettuando un’attenta analisi delle strutture esistenti, sia private che pubbliche, individuando le eccellenze e le criticità.
Pertanto proponiamo un progetto biennale per analizzare lo stato: del parco tecnologico e del suo utilizzo; della spesa sanitaria; delle strutture; del personale (quantità, qualità, utilizzo); della efficacia delle cure. Crediamo che la sanità sia un servizio pubblico e come tale ad esso deve essere garantita la priorità nell’accesso alle risorse. Le eccellenze nella sanità privata, ove compensano carenze nelle strutture pubbliche, potrebbero essere sostenute ma senza alcun discapito per le strutture pubbliche. Al fine di migliorare la trasparenza nel servizio sanitario crediamo utile proporre:
Convenzioni, rese pubbliche e on line;
verifica di eticità economica della struttura e del raggiungimento dei più elevati standard qualitativi;
Precisa individuazione delle responsabilità disciplinari in caso di mancata riduzione del deficit delle strutture sanitarie pubbliche.
che le nomine dei primari debbano essere decise per titoli ed esami e tramite concorso pubblico.
che siano pubblicati su Internet in dettaglio i bilanci di tutte le ASL, gli stipendi di tutti i medici e dirigenti delle strutture pubbliche e le voci di spesa per i finanziamenti alle strutture.
che non possa fare il primario e non possa dirigere una struttura semplice chi fa la libera professione al di fuori della struttura pubblica, così da ridurre la commistione pubblico-privato
Per una maggiore efficienza ed economicità:
lista di attesa unica per le prestazioni chirurgiche, pagate dal Servizio Sanitario Regionale.
Liste di attesa pubbliche e on-line con adeguato programma di gestione della riservatezza dei dati personali.
Miglioramento dei centri unici di prenotazione on-line.
Cartella clinica informatica unica per ogni cittadino, consultabile in rete da paziente e medici, con idonee modalità per la protezione dei dati.

Secondo i dati regionali, la Lombardia spende il 4,6 per cento dell’intero bilancio sanitario per la cura della salute mentale. In Europa, la stessa spesa si attesta in media intorno al 8-9 per cento. Nel caso fosse eletto, si adeguerebbe allo standard europeo o crede che la spesa attuale sia consona alle necessità degli utenti delle strutture sanitarie lombarde?

Nel nostro programma abbiamo scritto:
Si propone un implemento dei servizi territoriali di psichiatria (CPS) con un incremento di psichiatri e psicoterapeuti nel servizio sanitario pubblico, in numero sufficiente rispetto alla popolazione, affinché ogni paziente sia curato rispettando i necessari tempi di cura e adottando le modalità più efficaci, il che richiede, oltre all'assunzione di nuovo personale, il suo continuo aggiornamento.

Se fosse eletto Governatore della Lombardia quali saranno le sue prime tre azioni nei confronti dei Giovani, dell’Università e del Lavoro?

Non aspiro sicuramente ad assumere il ruolo di governatore della Lombardia, ma basterebbe che uno solo dei nostri candidati assumesse il ruolo di consigliere per poter portare all’interno del consiglio regionale una rete di cittadini, un network di professionalità, competenze, esperienze.
Le azioni nei confronti dei giovani e università le ho già enunciate nelle precedenti risposte,
In merito al tema del lavoro, le competenze regionali sono limitate, ma sicuramente devono essere sostenute le imprese che non de localizzano la produzione, devono essere promosse iniziative di auto organizzazione dei lavoratori, riconversione di produzioni ormai obsolete in settori nuovi e più proficui (p. es. quello ambientale).


Ed ora, qualche domanda più personale…

Lei ha mai violato la legge?

Ho preso qualche multa per piccole violazioni di norme stradali, per il resto no.

Quanto Le costa l’abbonamento dei mezzi pubblici?

30-40 euro mensili.

E un pacchetto di profilattici?

8-9 euro.

Cosa faceva prima di entrare in politica?

Impiegato presso il Ministero della Giustizia, corte d’appello di Brescia.
Non mi piace il termine “entrare in politica”. La politica la facciamo tutti i giorni, ogni volta che scegliamo, influenziamo direttamente o indirettamente la vita pubblica.

In quali scuole ha ricevuto la sua educazione?

Se la domanda è volta a conoscere se pubbliche o private, esclusivamente scuole pubbliche.
Se volete, più approfonditamente, oltre le scuole dell’obbligo, Liceo Scientifico Statale Ernesto Basile di Palermo e Università degli Studi di Palermo, Facoltà di Matematica.

Quanto si spenderà a grandi linee per la sua campagna elettorale?

Partiamo da zero e mi piacerebbe poter spendere zero, ma purtroppo questo sistema ci impone di affrontare delle spese non indifferenti.
Attualmente, solo per la raccolta firme e le operazioni conseguenti, avremo speso circa 1.500 euro, tutti di tasca nostra senza alcun contributo esterno o pubblico.
Sulla base del nostro budget presunto credo che non spenderemo oltre i 10.000 euro complessivi per tutta la campagna elettorale a livello regionale.

a cura di Denis Trivellato

22 febbraio 2010

A single man

Ignorato soprattutto per l'uscita in concomitanza con Avatar, e ormai poco reperibile nelle sale, è uscito in Italia il film tratto dal magnifico romanzo di Christopher Isherwood, dopo essere stato presentato soprattutto in virtù della regia dello stilista Tom Ford.
Se il libro è per lo più uno sfogo contro la società occidentale, contro il consumismo, contro l'intolleranza, il segnale di disperazione d'un letterato che non trova più appigli nei libri, il film punta sul versante dei sentimenti del protagonista.
A leggerne oggi, il George del libro somiglia al Walt eastwoodiano di Gran Torino e al Carl di Up (non a caso, due dei migliori film dello scorso anno); per quanto concerne l’anno in cui il libro uscì (1964), le parole di Isherwood paiono anticipare d'un anno l'urlo dylaniano "How does it feel?".
Il George di Colin Firth è (oltre che molto più alto) più sognante e delicato del personaggio di Isherwood. Se nel libro il professore cova la propria rabbia, nel film la esterna con interlocutori che raramente lo ascoltano davvero, mentre a volte addirittura la mette completamente da parte per lasciarsi andare a complimenti molto poetici verso chi ha di fronte. Non c'è così nulla di scontato nel suo dialogo con la segretaria che non lo capisce o col ragazzo di strada che invece, dopo un iniziale spaesamento, lo comprende appieno o con l'amica Charley (il personaggio più fedele al romanzo), la dolentissima Julianne Moore.
Gli altri reagiscono di nascosto. Nel film, l'omofobia di Strunk, il vicino, è fatta trapelare dalle dichiarazioni senza malizia della figlia di questi (il padre darebbe il professore in pasto allo scorpione chiamato machisticamente Charlton Heston perché George metterebbe "le scarpe coi tacchi"). Nel libro, la signora Strunk legge saggi di psicologia spicciola con giustificazioni compassionevoli ma piene di sdegno riguardo l'omosessualità.
Il Male che crea altri mali, definendoli tali e nascondendoli. Tanto diffuso nell'Italia cripto-fascista di (solo?) oggi, nell'Occidente misogino, omofobico, consumista e retto dal culto dell'idiozia.
Tom Ford ha modo di concedersi un pò d'attenzione allo stile; realizzando (con il concorso del pentito Chris Weitz, ex regista di American Pie, passato poi a La bussola d'oro, rimasto senza seguito grazie alla censura) un film tanto bello, dettagliato ma scarno, permettendosi persino il lusso di una sequenza onirica iniziale piuttosto scontata. E' soprattutto il film (finalmente) di Colin Firth; dopo averlo visto, la coppa Volpi assegnatagli pare un'ovvietà.

Tommaso de Brabant

20 febbraio 2010

CARO CANDIDATO - Parte prima: Marco Cappato

Indecisi sul voto? Vulcano ha intervistato per voi i candidati presidente per la Regione Lombardia, sui temi università, lavoro, giovani. Il primo a risponderci è Marco Cappato, candidato per la lista Bonino-Pannella.

“Faccio una premessa: non so se potrò essere candidato, perché non so se la Lista Bonino-Pannella riuscirà a raccogliere 17.000 firme in Lombardia per presentarci alle elezioni. Invito chi legge a andare in comune a firmare entro il 22 febbraio. Ci stanno impedendo di presentarci perché non informano la gente e non hanno inviato alcuna comunicazione alle 200.000 persone che avrebbero il potere di autenticare le firme. Chi non fa parte della partitocrazia non ha diritti politici. Queste non saranno elezioni democratiche”.

Iniziamo parlando di ISTRUZIONE. La Regione Lombardia finanzia sia la scuola pubblica che la scuola privata. Secondo il rapporto “Dote Scuola 2008-2009” su un finanziamento statale di circa 75 milioni di euro, 25 milioni vengono erogati alle scuole pubbliche (circa un milione di studenti) e 50 milioni alle scuole private (circa cento mila studenti). L’impressione è che tale legge, nata per creare una libertà di scelta dell’istruzione, finisca per rendere le scuole private ancora più elitarie. Quale è la sua opinione in merito? I finanziamenti continueranno ad essere erogati nel modo corrente?

Per la scuola la prima cosa è la laicità, la libertà d'insegnamento. Sono contrario a che lo Stato finanzi la scuola confessionale, sono contrario a che gli insegnanti di religione siano pagati dallo Stato e scelti dal Vescovo e sono contrario al fatto che le scuole private possano discriminare all'ingresso persino i disabili, come accaduto di recente. Non conosco il dettaglio dei finanziamenti dei quali mi si chiede, ma immagino che il criterio della laicità dell'insegnamento imporrebbe una modifica della spesa... oppure della scuola privata, che dovrebbe rispettare gli stessi criteri di universalità, pubblicità e laicità di quella statale.

In Lombardia ci sono circa 13 Università, 7 delle quali sono a Milano. Pensa di “usufruire” del sapere accademico, dei suoi brevetti e dei suoi cervelli per guidare la Lombardia nel futuro?

Chi potrebbe NON pensarlo? Il problema è come farlo. Una cosa importante è la libertà della ricerca, ad esempio in campo biomedico. L'altra è la valutazione della ricerca, che deve avvenire con il metodo della peer review e non dei baroni e delle clientele politiche.

Viene spesso rimproverato all’università di essere un microcosmo chiuso, distante dal mondo del lavoro e slegata alla realtà cittadina. Quali strategie intende elaborare per favorire l’integrazione degli studenti nella vita della città?
Credo che l'internazionalizzazione dell'università sia una priorità assoluta.

In Lombardia ci sono moltissime case vuote, sfitte o abbandonate da anni. A Milano, in una zona periferica come quella di Maciacchini una stanza singola costa in media 500 euro al mese, solitamente in nero. A Berlino, in Alexander Platz, una stanza singola costa circa 230 euro al mese con contratto. Cosa intende fare in merito a tale problema?
Far funzionare il mercato, tassare le case sfitte, creare incentivi fiscali per chi mette in regola. Collegare le provincie per diminuire la pressione abitativa. Promuovere il co-housing.

Stage, tirocini, contratti a progetto. Oggi un giovane, laureato o meno, si deve permettere di poter lavorare gratis per un tempo indeterminato prima di poter avere una busta paga. Cosa ne pensa di questa situazione? E’ inevitabile? Lei ha mai lavorato senza ricevere denaro? La Regione Lombardia potrebbe decidere di non appaltare i propri servizi a quelle aziende che usano questi escamotage, cosa ne pensa?
In Galbani ho cominciato con uno stage, ma qualcosa mi davano. Da qualche mese lavoro senza ricevere denaro, ma è una scelta. Il problema è che il diritto del lavoro garantisce solo i già garantiti, e chi rimane fuori non ha diritti.
Se parliamo di aziende che violano le leggi, ad esempio ricorrendo al lavoro nero oppure usando i tirocinanti per sostituire dipendenti, sono per negare l’appalto. Lo stesso dovrebbe valere per i criteri ambientali e di efficienza energetica. Ma non arriverei a dire che gli stage e le altre forme “atipiche” siano tutte da buttare o da punire. Se governati bene sono strumenti fondamentali per introdurre nel mondo del lavoro.

Molti degli studenti che frequentano le università lombarde sono pendolari. Il problema dello smog a Milano è oggi sulle prime pagine di tutti i giornali. Una soluzione auspicata è il potenziamento dei MEZZI PUBBLICI. Come intende agire per migliorare il trasporto lombardo?
Bloccare ogni investimento su autostrade e superstrade, convertendo le stesse risorse su trasporto pubblico e su rotaia. Direi ai Lombardi: “pensateci due volte prima di comprare un'automobile, perché tra pochi anni molti di voi non saprebbero che farsene”.

Molti studenti si trasferiscono in Lombardia da tutte le regioni d’Italia e molti sono i ragazzi stranieri nel nostro Paese per ragioni di studio. Come pensa di agire sulle POLITICHE GIOVANILI e di integrazione?
Per i giovani la grossa questione è nazionale: innalzamento dell'età pensionabile per ridurre il debito pubblico (che grava sulle generazioni future) e per creare strumenti di welfare per i disoccupati e i precari. Per la libera circolazione delle idee, abolire monopolio SIAE e abolire la criminalizzazione del file-sharing.

Chiude dopo 13 anni di attività sociale ANTIMAFIA l’Associazione SoS Racket. Qual è la sua proposta di contrasto in merito al pizzo, al racket, al comportamento mafioso nella regione Lombardia?
Il comportamento mafioso è al vertice delle istituzioni, nell'illegalità assoluta con la quale si tradisce la volontà popolare. Nello specifico del racket, bisognerebbe smetterla di togliere risorse alle forze di polizia prendendo in giro la gente con le ronde inesistenti, il poliziotto di quartiere mai realizzato, i militari in città del tutto inutili. A monte di tutto c'è da dire che per combattere le mafie bisogna legalizzare le droghe.

In Lombardia, la SANITA' costa meno in confronto alle altre regioni. Ma se alla spesa sociale aggiungiamo il ticket e il costo a volte proibitivo dei farmaci, la spesa diviene in linea con il resto dell’Italia. Solo che in Lombardia ci sono molte cliniche private che attingono al denaro pubblico. Quale è la sua politica sulla sanità? Cambierà qualcosa?

Come per la scuola, la prima cosa da fare è rendere la sanità LAICA. Basta sabotaggio della legge sull'aborto, basta boicottaggio della pillola del giorno dopo e della RU486, basta sepoltura dei feti e assistenti spirituali in corsia pagati con i soldi pubblici. Sì alla cannabis terapeutica, all'eroina sotto controllo medico, al registro regionale del testamento biologico. Il blocco clericale è anche il blocco degli affari. Non ci sarebbe nulla di male a mettere i privati in concorrenza con il pubblico. Ma i privati in Lombardia esprimono cordate anti-mercato, con padrini politico-imprenditoriali in Comunione Liberazione e nella Compagnia delle opere. Vanno istituite commissioni di valutazione indipendente sulla qualità delle strutture sanitarie, i risultati vanno resi pubblici e bisogna finirla con i primari nominati dai partiti.

Secondo i dati regionali, la Lombardia spende il 4,6 per cento dell’intero bilancio sanitario per la cura della salute mentale. In Europa, la stessa spesa si attesta in media intorno al 8-9 per cento. Nel caso fosse eletto, si adeguerebbe allo standard europeo o crede che la spesa attuale sia consona alle necessità degli utenti delle strutture sanitarie lombarde?

Non conoscevo questi dati. Sarebbe troppo facile rispondere solo “sì”. Per serietà, vorrei prima dire anche dove toglierei dei soldi, anche se sono d'accordo sul fatto che sia una questione che è ancora un tabù. I Radicali se ne occuparono già negli anni '70, con una raccolta firme referendaria che impose l'approvazione (purtroppo frettolosamente antireferendaria) della legge Basaglia..

Se fosse eletto Governatore della Lombardia quali saranno le sue prime tre azioni nei confronti dei Giovani, dell’Università e del Lavoro?

1) Microcredito per coloro che oggi sono esclusi dal welfare tradizionale; 2) apertura di spazi pubblici di connessione a internet senza fili e accessibilità di ogni informazione della pubblica amministrazione attraverso software libero; 3) informazione sessuale e anticoncezionali gratuiti nelle scuole.

Ed ora, qualche domanda più personale…

Lei ha mai violato la legge?

Pubblicamente: sono stato incarcerato tre giorni a Manchester per una disobbedienza civile sulle droghe, e fermato o arrestato per manifestazioni non autorizzate a Mosca, Roma e Bruxelles. Privatamente: ho violato diverse volte sia le legislazioni sugli stupefacenti che il codice della strada. Trovo più grave e pericolosa questa seconda violazione.

Quanto Le costa l’abbonamento dei mezzi pubblici?

120 euro l'anno circa di car sharing nazionale, 2,05 euro a biglietto bus + metro da Monza a Milano, 240 euro di abbonamento mezzi pubblici a Roma (dove sto parte della settimana), più il bike sharing 50 centesimi a corsa.

E un pacchetto di profilattici?

Come Associazione Coscioni abbiamo comprato migliaia di preservativi a costo di produzione (mi pare meno di 10 centesimi a preservativo) per distribuirli ai tavoli della petizione per abolire la ricetta sulla pillola del giorno dopo. In farmacia sono a più di un euro l'uno.

Cosa faceva prima di entrare in politica?

Ho lavorato allo stabilimento Galbani di Melzo: formazione agli operai su sicurezza e igiene. Sono da sei anni segretario dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, che è “politica”, ma non nel senso “istituzionale” della parola. E non è un lavoro retribuito.

In quali scuole ha ricevuto la sua educazione?

San Giuseppe di Monza alle elementari. Statale di Vedano al Lambro alle medie. Liceo classico Zucchi di Monza. Università Bocconi.

Quanto si spenderà a grandi linee per la sua campagna elettorale?

Come dicevo all'inizio, non so neanche se sarò candidato. L'ultima volta che ho fatto una campagna elettorale, alle europee, ho speso circa 25.000 euro. Questa volta certamente meno.

a cura di Denis Trivellato

19 febbraio 2010

La protesta pacifica del liceo civico serale Gandhi: "Il Comune ha sbagliato tutto"

Intervista al Prof. Giorgio Bonera presidente del Consiglio d’Istituto e delegato sindacale RSU di Milano.

Come è avvenuta la smobilitazione dei ragazzi?
La polizia ha dimostrato la massima disponibilità nel farli scendere, non hanno fatto pressioni, anzi, in più di un’occasione mi hanno detto di essere solidali con la loro causa, altrimenti li avrebbero fatti scendere molto prima. Forse all’inizio c’è stata un po’ di rigidità, perché sembrava dovessero sgomberare già dopo il secondo giorno, ma i ragazzi l’hanno capito e perciò si sono seduti sul cornicione, e non a cavalcioni. La polizia ha capito che si trovava di fronte ragazzi molto determinati, con una sincera voglia di continuare a studiare e di continuare con la protesta.
Questo però non l’ha compreso l’assessore e ritengo molto significativo il suo commento (dopo l’episodio del cornicione ) “Sono ancora vivi?”.
Una volta scesi i ragazzi si sono dovuti identificare, ma è stata solo una formalità, i poliziotti sapevano già chi erano, perché sul “Giorno” era uscita una foto in cui si vedevano le loro facce e i loro nomi in didascalia.

Incorreranno in qualche procedimento legale?
Probabilmente avranno un procedimento per occupazione di suolo pubblico ma non di interruzione di pubblico servizio perché i ragazzi, prima di salire sul tetto, avevano distribuito un volantino in cui dicevano che non avevano intenzione di interrompere le lezioni e che, anzi, condividevano la volontà degli studenti di poter continuare a studiare.

Come è stata organizzata la “presa” del tetto?
Devo dire che si sono ben organizzati, in realtà era tutto preparato da un po’ di tempo: ad esempio avevamo deciso che i rifornimenti sarebbero avvenuti attraverso un secchio che mi avrebbero calato giù dal tetto un paio di volte al giorno.

Qual è la situazione attuale dei professori e del personale ausiliario?
Sono state chiuse 10 classi, ma i professori di ruolo devono comunque essere pagati e spostati in altre scuole, ovviamente per mandare a casa i precari. È una situazione assurda, ci sono insegnati, ad esempio quelli di educazione fisica, che hanno due ore di lezione e sedici ore libere! Il comune si è inventato dei progetti “importanti”, di cui però gli insegnanti non si possono occupare perché vengono continuamente spostati come pedine.
Per quanto riguarda il personale ausiliario, invece, non dovrebbero esserci troppi problemi visto che è in comune con la scuola media e il liceo de La Scala, che resteranno aperti.

Quali sono stati provvedimenti presi dal TAR, dal Comune e dal Consiglio di Stato?
Fino ad ora sono stati fatti provvedimenti cautelari provvisori. Ora però tutti i provvedimenti d’urgenza sono bloccati, anche perché il consiglio di stato non ha dato ragione al comune, ma allo stesso tempo ha detto che il processo non deve andare avanti. L’avvocato Faranda (legale dei ragazzi) così, ha chiesto che si decida effettivamente se hanno ragione gli studenti o il comune, cosa che si saprà solo a marzo.

Quali sono le vostre proposte per far fronte alla situazione?
Una possibile soluzione sarebbe quella di aprire almeno 4 classi in cui mettere gli alunni dei due indirizzi, in modo da ridurre i costi. Oppure incrementare le cosiddette “scuole ombra”, renderle un progetto a lungo termine, ma è molto difficile, impossibile in effetti, che ciò accada.

Cosa sono le scuole ombra?
Le scuole ombra sono lezioni nate dalla disponibilità dei docenti, nel loro giorno libero e gratuitamente, agli studenti che non hanno più una classe. Si svolgono nei circoli del PD, unici luoghi in cui abbiamo trovato disponibilità.

Quali sono invece le proposte del Comune?
Il Comune ha riconfermato ciò che era stato scritto ad agosto, con una variante: gli studenti saranno aiutati spostando i corsi da via Marsala a via Rubattino. Si tratta di una presa in giro, perché figurati cosa gliene importa agli studenti.. E’ un provvedimento inutile!
Vengono elencate anche le materie di studio: sono perfino offerte ore di educazione fisica, che non servono a nulla e vengono proposte solo perché il docente ha un sacco di ore disponibili. Sono indicate le materie ma non le ore alla settimana, non quante ore per materia e nemmeno l’orario d’entrata o uscita. Non è una cosa seria! I ragazzi preferiscono seguire le nostre scuole-ombra piuttosto che questi progetti pubblicitari emessi dal comune! Quelli del comune hanno sbagliato tutto, questo dà la dimensione della serietà dei personaggi che lavorano al progetto.

Gemma Ghiglia

16 febbraio 2010

ISTRUZIONE SENZA TETTO

La protesta pacifica del liceo civico serale Ghandi

Gemma Ghiglia, Michela Giupponi

Dai tetti della Maflow di Trezzano sul Naviglio a quelli più centrali della Scuola Civica serale Gandhi di Piazza XV Aprile, il salto è meno lungo di quello che si pensi. Dal rispetto del diritto al lavoro a quello del diritto allo studio.

L’occupazione del tetto del liceo Gandhi è l’ultimo, estremo tentativo degli studenti di richiamare l’attenzione verso lo smantellamento della scuola civica serale, l’unico liceo civico paritario italiano. L’esasperata richiesta di poter continuare a studiare, portando a termine il percorso di formazione già iniziato.

La decisione di chiudere la scuola è stata resa nota a luglio del 2009 attraverso un’informativa dell’assessore Mariolina Moioli (Famiglia, scuola e politica sociale), in cui veniva presentata una proposta di riordino delle civiche scuole paritarie.
La mancata attivazione dei corsi e delle classi per l’anno 2009/2010 è stata giustificata facendo appello alla normativa statale vigente che prevede un numero di iscritti minimo per classe, e nell’ottica di un processo di razionalizzazione legato alla mancanza di fondi a disposizione.
Ragioni discutibili. Basta ricordare che i professori del liceo sono di ruolo, quindi non pesano sul bilancio, e che il comune ha assegnato quattro milioni di euro come contributi per l’acquisto di materiale scolastico a tutti gli studenti delle scuole primarie e secondarie.
La posizione del Comune però si è dimostrata irremovibile, e di fronte alla sospensiva del Tar, chiamato in causa dagli studenti, ha risposto interrogando il Consiglio di Stato. Quest’ultimo ha deliberato che le decisioni assunte dall’amministrazione comunale risultano conformi alle direttive emesse dall’ufficio provinciale, che riconoscono alle scuole paritarie serali il valore di servizio sociale. Duro colpo per gli studenti, che si sono visti privati di un servizio dai costi in realtà contenuti, dato che il costo di un anno di scuola pubblica serale è di 258 euro, dieci volte di meno della spesa per una scuola privata.

Le soluzioni proposte dalla giunta, quali l’inserimento degli studenti nei corsi di alcuni Istituti Statali e la possibilità dell’attivazione di corsi di idoneità, risultano prive di serietà per l’improbabilità della loro applicazione pratica. A studenti e insegnanti dunque non resta che mantenere vivo l’impegno nella ricerca di soluzioni alternative (per esempio l’attivazione di “classi ombra”) più efficaci e coerenti. Non solo mobilitazioni dunque, ma anche l’impegno di trovare nuove vie, mantenendo un dialogo con le istituzioni nonostante la sconfitta politica.

“Tutti soprattutto i giovani, guardano al futuro con speranza e fiducia”, ricorda il sindaco Moratti nel Manifesto del merito, lanciato all’ultima assemblea dei comuni italiani.
Per gli studenti del Liceo Civico Serale Gandhi il “futuro di speranza e fiducia” equivale forse alla perdita del tetto da cui sono da poco scesi?

Michela Giupponi


UNA PROTESTA ETICA

Intervista a Davide e Mattia, studenti delle civiche serali protagonisti dell’occupazione del tetto del Gandhi.

Qual è lo scopo preciso di questa protesta?
Non è solo una protesta personale ma è una protesta “etica” per la sopravvivenza delle scuole civiche, per gli studenti rimasti senza classe, senza la possibilità di studiare. Siamo saliti sul tetto perché serviva un gesto più radicale, altrimenti l’assessore Moioli non avrebbe riaperto le classi. E non le riaprirà. Abbiamo perso. Ma abbiamo perso più che una battaglia contro il comune: abbiamo perso il nostro desiderio di poter studiare, di poterci migliorare. Abbiamo perso, o meglio il comune ci ha rubato, il futuro.

Da quanto va avanti questa situazione e come è nata?
È già dallo scorso anno che il comune minacciava di chiudere il Gandhi e già allora abbiamo cominciato a mobilitarci: lezioni in piazza, cortei...ma non è niente di paragonabile alla mobilitazione degli ultimi 5 mesi, dopo la determina del 3 agosto, dopo aver visto la “serietà” del piano di offerta formativa della Moioli e di Mercadante, dopo che nemmeno i corsi di idoneità, promossi dal comune stesso, sono partiti. Quando, insomma, abbiamo visto che ci veniva definitivamente tolto il diritto allo studio e che nulla di tutto ciò che avevamo fatto fino ad allora era servito, abbiamo preso la decisione, drastica, di salire sul tetto. Ci siamo rimasti una settimana e quando martedì la polizia è salita per farci scendere, ci siamo spinti fino al cornicione e abbiamo portato avanti la nostra protesta. Abbiamo fornito l’esempio di una protesta pacifica, in difesa del diritto all’istruzione. È un’esperienza che rimarrà.

Come siete riusciti a fare ricorso al TAR?
Grazie al sindacato e a un’opera di autofinanziamento: tutti abbiamo dato qualcosa.

Qual è la vostra condizione scolastica attuale?
Le uniche classi che resteranno aperte sono la 5^ scientifico e sociopsicopedagogico e la 3^ liceo classico, tutte le altre verranno chiuse e più di 35 alunni rimarranno senza classe. Ci sono stati proposti dal comune dei corsi di idoneità che non sono mai partiti.

Che mi dici della possibilità di sostenere l’esame da privatisti?
Dovremmo pagare fino a 200€, senza contare che circa il 75% dei ragazzi che tenta l’esame da privatista viene bocciato.
Tra l’altro la serietà del corso di preparazione all’esame, che non potrebbe comunque essere paragonato ad un corso paritario, si commenta da sola: non solo hanno sbagliato per tutti gli alunni la classe per la quale dovrebbero essere preparati, ma non hanno nemmeno accennato all’orario di inizio e fine delle lezioni o al numero di ore settimanali. E per degli studenti lavoratori queste sono informazioni essenziali!

Per quanto riguarda i professori, invece?
Ci sono più di 40 insegnanti di ruolo che non insegnano in nessuna classe e vengono comunque pagati. Se le nostre classi venissero riaperte potrebbero essere i nostri docenti a costo zero. A questo proposito si stanno organizzando delle “scuole ombra”, che sarebbero delle lezioni per gli studenti rimasti senza classe, ossia tutti quelli dal quarto anno in giù, che per il momento sono tenute nei circoli del PD.

Qual è il messaggio che volete far passare, non solo al Comune?
Noi abbiamo perso, ma ci sono molte altre scuole civiche, come la Manzoni, che rischiano di essere chiuse. Non è accettabile, la lotta per l’istruzione deve continuare, e per poterlo fare ha bisogno della solidarietà di Milano.

Il Consiglio di Stato ha dato ragione al Comune. Perché?
Sostanzialmente perché l’istruzione viene decisa a livello regionale e quindi sono fatti del Comune. Se il Comune vuole chiudere, chiude.

E adesso?
E adesso ne parleremo. Ci sarà una riunione e discuteremo, insieme ai professori, sul da farsi. Per ora non c’è niente di concreto, solo iniziative che devono ancora realizzarsi. Probabilmente dovremo cercare tutti una soluzione personale. Comunque è importante continuare con la lotta per le civiche.

a cura di Gemma Ghiglia

14 febbraio 2010

Samedi Gras - Carnevale Antirazzista


Dopo i fatti successi la scorsa notte in via Padova è ancora più importante mandare un messaggio di tolleranza e comunione tra popoli a questa città.
Per questo vi segnaliamo la parata carnevalesca antirazzista organizzata da Milano Movida, Biko, MilanoX e AgenziaX. La manifestazione lancia il primo vero sciopero degli immigrati che si terrà in tutta Italia, in Francia e in Spagna.
Il corteo partirà dalla Stazione Centrale alle 14.30 sabato 20 febbraio. Ci saranno carri, giochi
saltimbanchi, animazione, SlamX che terrà un reading itinerante dalla propria postazione mobile.Il corteo chiude esattamente da dove parte. E a seguire giochi senza frontiere davanti alla Stazione, in piazza Duca d'Aosta, per grandi e piccini, e naturalmente il proseguimento delle danze e street aperitivo per tutti. Il tutto per un carnevale diverso all'insegna della fratellanza e del gioco, una parata atipica, come la tradizione milanese, che si aggiunge a tradimento qualche giorno di festa in in più sul resto del mondo.

Angelo Avelli Junior

Anarchici sognatori dissidenti - La Cusl e gli studenti arrestati

image Circa due mesi fa, il 2 ottobre, un gruppo di ragazzi - due? cinque? - entra nella cartolibreria CUSL, cooperativa vicina a CL, realizza la bellezza di 800 fotocopie (160 euro), e fa per andarsene senza pagare. Non è la prima volta che succede, da tempo infatti si susseguono incursioni di chi cerca, in maniera più o meno organizzata, di boicottare economicamente - non pagando - il servizio garantito da questi volontari. Ma questa volta i ciellini cercano di frapporsi ed impedirne l’uscita. Ne nasce una zuffa, e il conto viene saldato a cazzotti. Segue denuncia, e quasi un mese dopo, il 13 novembre, scatta l’arresto per i cinque ragazzi ritenuti responsabili.
Tre di loro vengono raggiunti all’interno del centro sociale Laboratorio Zero (altrimenti detto Collettivo Autonomo Ringhiera) di Porta Ticinese, all’interno del quale fanno irruzione un centinaio di elementi fra polizia e carabinieri, esibendo – pare “per prevenire ulteriori problemi di ordine pubblico” - un dispiegamento di forze quantomeno non comune. Non diversamente il dispositivo giuridico impugnato: l’accusa infatti parla di rapina, reato punibile con la reclusione da tre a dieci anni (art. 628 c.p.).
Al momento, solo uno di loro rimane effettivamente in carcere, gli altri quattro sono ai domiciliari. Il processo è in corso. Immediate sono le reazioni degli amici dei reclusi - che non hanno intenzione di definirsi altrimenti che compagni di studi, solidali a suo tempo nella protesta contro la riforma Gelmini, emanazione semmai della cosiddetta Onda - : si organizzano manifestazioni, vengono appesi striscioni, distribuiti volantini e compaiono scritte sui muri, con un unico messaggio: “Libertà per SID INEZ PAOLINO MARCELLO e MATTIA” e qualche chiosa “Comunione e Liberazione? Facile per chi manda in galera”. Su un altro volantino si legge: “È giunto il momento di farlo. Di fare a questi stronzi, come hai sempre pensato, ciò che hai sempre voluto fargli. Insultali, smascherali, cacciali dalla tua università”. Vengono anche resi noti, con gli stessi mezzi, i nomi degli autori della denuncia, cosa inaccettabile per gli esponenti di Cielle, secondo i quali così si “indicano pericolosamente, come in altri tempi, bersagli umani da colpire”.
La contrapposizione, o meglio l’unilaterale opposizione contro Cielle, all’interno del contesto dell’università milanese è, in realtà, di vecchissima data. Si recrimina da sempre l’assegnazione dell’aula alla cooperativa (CUSL), ritenuta un favore reso al movimento (CL) da parte del rettore Mantegazza, negli ormai lontani anni ’80. Da allora si rileva la costituzione di collaudato sistema di favori, frutto dello “strapotere” nel frattempo acquisito in regione dal movimento, mantenuto fino ad oggi. Esempio ne è la capacità di calamitare fondi per progetti falsi, oltre che a volte discutibili: stando a un altro volantino infatti, “CL” viene accusata di aver “rubato negli anni 2004 – 2007 quasi 25000 euro alla nostra università” per finanziare alcune riviste fantasma. Dal canto loro, i volontari della CUSL non rispondono a queste accuse, e si limitano a chiedere un clima di più “serena e democratica convivenza” all’interno dell’università, e che “chiunque lo voglia possa esprimere liberamente il proprio pensiero e realizzare iniziative costruttive senza subire violenza”. Auspici che difficilmente verranno accolti.
L’eco di questo evento ha sfiorato i giornali nazionali, ed è stato preso sul serio solo da due testate di opposto schieramento: da Repubblica attraverso Piero Colaprico (il 18 nov.), e dal Giornale attraverso Renato Farina (il 22).
Il primo introduce nel discorso un disegno della cornice, all’interno della quale si inseriscono altri elementi: le numerose manifestazioni in un’atmosfera di crescente paranoia, la comparsa misteriosa di un volantino firmato NAT, che annuncia la nascita di una “propaganda armata”, Milano che potrebbe esplodere da un momento all’altro, tenuta sotto controllo da parte degli investigatori, che la considerano un possibile terreno di coltura di fenomeni terroristici, e che aspettano da dieci anni “qualcuno che faccia il salto di qualità”.
Il secondo, invece, si concentra sui giovani, in un caso partecipi di un movimento (CL) silenzioso, che “invece di distruggere ciò che non gli va”, cerca di costruire qualcosa. Nell’altro caso, si tratta di coloro che la stampa tutta ha definito anarchici, espressione di una congerie di vizi, “in primis l’invidia, l’ira, l’accidia”, sorta di “pirati urbani” , qualcosa a metà fra Al Capone e il Padrino “come se l’università fosse Corleone”, incapaci di concepire altra libertà che non sia quella di “rubare, di essere violenti, di essere impuniti”. Non esenti da biasimo le autorità accademiche, indifferenti e tolleranti, a partire dal rettore Decleva descritto come “un Principe sui cuscini di piume d’oca”.
Ciò che più colpisce è la sproporzione tra fatti, intenzioni e conseguenze. Ma anche l’incomunicabilità, l’impossibilità di un incontro all’interno delle mura universitarie. Da entrambe le parti si è arrivati a rinunciare alla parola. Da una parte perché ci si crede assediati: con l’invasore dunque non si parla, se non per infamarlo. Dall’altra si dà per scontata la legittimità conquistata sul piano dell’azione politica, e di quella non si discute. Si è disposti a parlare, ma sempre d’altro. E quando non ci si intende a parole, si passa i gesti, spesso esasperati, perché capisca chi deve capire, e non capisce mai. Così si perdono di vista le persone, si dialoga coi fantasmi e non si riescono a immaginare altre possibilità che non siano autoreferenziali.

Giuseppe Argentieri

10 febbraio 2010

EDITORIALE - GENNAIO 2010

Quest’anno a Natale abbiamo regalato un po’ di passato. Il ventennio non è mai stato così di moda. A Milano il terzo calendario più diffuso è quello del Duce. Ma c’è anche il manganello di legno che, secondo Ferrini, proprietario di Ferlandia a Predappio, il più importante rivenditore di memorabilia nera, “non serve a far male”. Io a Ferlandia ci sono andato accompagnato. Avevo 11 anni e una maglietta della Nike con un bel baffo. Ferrini, appena mi vide entrare, urlò: “Fuori dal mio negozio, piccolo americano giudeo, schiavista. La tua maglietta contribuisce all’arricchimento degli ebrei che controllano il mondo”. Un’invettiva vagamente nazionalsocialista, venata di antisemitismo casareccio l’avrebbe potuta scagliare qualunque italiano più o meno qualunquista. La cosa gravissima del tempo e del luogo in cui viviamo è l’assenza di contemporaneità: il proliferare della memoria come souvenir degli esclusi (perché il potere soffre di esclusione), la possibilità che l’oggetto si configuri come totem del passato e l’estromissione del tempo presente. Pensare per immagini è in realtà rievocare cose morte: il ricordo è sempre un’immagine passata. La contemporaneità vuol dire pensare senza immagini e quindi connettere e sviluppare un ragionamento ex novo, che superi posizioni di partenza. La contemporaneità è partire da A per finire a B. E’ indicativo che la maggior parte di voi, lettori là fuori, si chiederanno solamente se qualche mio parente è fascista e cliente di Ferlandia.

Fabrizio Aurilia
Nostalgia

8 febbraio 2010

Genova Diamante: il non luogo dove ci si rifiuta di non-vivere

Le periferie delle grandi città italiane si somigliano molto una con l’altra, accomunate da devastanlavatriciti colate di cemento iniziate negli anni ’60 per la necessità di fornire alloggi popolari nel boom economico, un’esigenza che ha portato negli anni ’80 a complessi abitativi che oggi appaiono fuori da qualunque schema urbanistico accettabile.

Eppure questi immensi palazzi oggi sono ancora in piedi, a pochi minuti di macchina dai centri storici delle città, presi d’assalto dai turisti: gioielli di arte, cultura e architettura che rendono l’Italia meta di turismo internazionale. Città come Milano e Roma, dallo sviluppo lineare, sono state nel corso del ‘900 vittime di un più alto rischio di cementificazione, rischio che infatti ha portato all’edificazione di immensi quartieri dormitorio (Gratosoglio e Corviale ad esempio). Il caso ligure è diverso e peculiare. Chiunque percorra l’autostrada della Liguria nel tratto genovese nota la cementificazione selvaggia che ha aggredito le colline attorno alla città, ma non si tratta esclusivamente di case popolari dallo scarso valore. Le famigerate “lavatrici” di Prà, palazzoni a terrazze con le finestre a forma di grandi oblò, possiamo trovarle nei libri di architettura eppure vengono comunemente additate come eco-mostri, simboli di degrado. Perché si arriva a questo? E’ davvero possibile che gli architetti che hanno pensato, disegnato e approvato queste costruzioni abbiano volutamente deturpato la bellezza di una regione territorialmente fragile e delicata come la Liguria? Avremo modo di riparlarne più avanti, quando gli elementi di analisi a nostra disposizione saranno più numerosi.

Le “lavatrici” le lasciamo alle spalle, prendiamo lo svincolo autostradale della Val Polcevera, che risale verso l’Appennino. Una valle ecologicamente ricca, devastata però dalla ferrovia prima e dall’autostrada poi: infrastrutture, queste, che hanno portato l’industrializzazione nella valle, risalendo lungo la Milano - Genova (che prima era una camionale e prima ancora una strada tortuosa che saliva tornante dopo tornante sino al Passo dei Giovi, unico valico verso la pianura), con gli insediamenti petrolchimici di Busalla e di Serra Riccò. L’autostrada la lasciamo presto e saliamo verso un quartiere che prende il nome da una delle fortezze che difendevano la città di Genova, ovvero il Forte Begàto, da cui il quartiere di Begato, non molto distante dall’avamposto militare edificato sul crinale dell’alto colle che sovrasta la città.

Il qudiga2artiere si presenta spettrale e vi regna un silenzio innaturale. Il paesaggio è quello tipico delle periferie suburbane popolari delle grandi città italiane di cui parlavamo precedentemente, però in questo quartiere i grandi casermoni grigi sono aggrappati direttamente alle pareti dei colli, quasi ad appoggiarsi stancamente ad essi. Oltre al silenzio che permea questo luogo e all’ombreggiante presenza dei palazzi che si stagliano minacciosi, colpiscono lo sguardo le tante carcasse di automobili bruciate o smantellate. Non c’è nessuno in strada e gli autobus qui non arrivano: si fermano lungo il vialone principale un po’ più a valle. Ma questo non è un quartiere abbandonato, qui la gente vive ancora, e non si tratta di poche famiglie: sono 3500 i residenti di Begato. Se procediamo lungo la strada ci troviamo ad osservare il complesso del Diamante, più noto come “Le Dighe”, che fuori da ogni metafora e da ogni demagogia sembra creare un senso di angoscia e un’ombra cupa su tutto ciò che lo circonda, una paura remota e indefinibile. “Le Dighe” sono due palazzi gemelli, la Diga Rossa e la Diga Bianca, di 19 piani ciascuno, che occupano lunghi e stretti tutto il vasto spazio da una parte della vallata all’altra, aggrappandosi direttamente alle pareti della collina e lasciando uno stretto passaggio per la strada carrabile tra i due complessi.

Trovandosi davanti a questo cupo monumento alla cementificazione selvaggia, a questo irreale silenzio, a questo degrado che non si tenta nemmeno più di nascondere, ritornano alla nostra mente le domande sospese, quei punti interrogativi velati dalla rabbia lasciati alle spalle. “Come?” “Perché?” “Perché si è arrivati a questo?”.

Si è arrivati a questo nel 1984, quando l’esigenza di fornire alloggi popolari in una città senza spazi come Genova ha trovato una soluzione nella cementificazione “verticale”, incardinando questi pesanti complessi popolari direttamente alle pareti delle vallate, e salendo piano dopo piano sino ad altezze vertiginose. Non è uno Diga_Begato_1 scandalo, lo facevano anche nel XVII, nel XVIII e XIX secolo. Però in quei secoli il cemento armato non esisteva, e i grandi palazzi mostravano una opulenta eleganza degna del nome di “Superba” di cui Genova si è orgogliosamente fregiata. Begato 9, ovvero il Diamante, è nato in seguito all’ambizioso progetto di creare una città nuova a pochi chilometri dalla città vera e propria, probabilmente con qualche ambizione di alto profilo. Dovremmo immaginare le Dighe non come palazzi ingombranti, ma come quartieri autosufficienti dotati nel loro interno di ogni genere di servizio, dai negozi ai cinema alle scuole. Non per niente lungo tutto lo sviluppo orizzontale delle Dighe vi sono ampi corridoi comuni con spazi per vetrine predisposti all’attività commerciale. Le Dighe sono state costruite, ma i servizi non sono stati dati. Questa poteva essere la chiave di uno sviluppo secondo il modello tipicamente italiano del quartiere-dormitorio, ovvero case popolari a basso costo senza adeguati servizi e senza l’ultimazione delle aree verdi circostanti e delle infrastrutture previste dagli architetti (perché chi ha disegnato gli eco-mostri ha previsto quei servizi che poi la cattiva politica e la cattiva amministrazione hanno negato, deviando lo sviluppo previsto e progettato). A Begato è andata anche peggio.

Quartiere già socialmente decomposto e degradato a pochi anni dalla sua costruzione, è stato individuato come ideale indirizzo di insediamento delle persone uscite dalle prigioni, dei malati di mente rilasciati dai manicomi dopo la loro chiusura, dalle famiglie povere e operaie che lasciavano il centro storico genovese (un altro ghetto, risanato a partire dal 1992). Le Dighe offrivano (e offrono ancora, con i loro 400 appartamenti vuoti su un totale di circa 1000) alloggi abbordabili da qualunque tasca, gestiti dall’Arte, la società regionale che si occupa delle case popolari. Eppure, nonostante il silenzio spettrale, le carcasse delle automobili nei cortili, i rottami di motorini dentro i corridoi delle Dighe dove fino a qualche anno fa si facevano gare di velocità, nonostante lo spaccio e la delinquenza, a Begato la gente vive ancora. Qui le difficoltà sono straordinariamente grandi, basti pensare agli ascensori delle Dighe quasi sempre guasti che costringono gli anziani che vivono agli ultimi piani a non poter uscire di casa. Si viene a creare però una socialità interna che porta con sé grande speranza, perché la speranza è l’ultimo sentimento rimasto a tante persone di Begato.

Ma davanti a questa sofferenza e solitudine, le Istituzioni dove sono? Ci sono, nonostante tutto, e bisogna riconoscerlo. Molti progetti sono stati finanziati da Comune e Regione, sempre in collaborazione con le associazioni sul territorio, e hanno reso possibile l’apertura di un ambulatorio medico assolutamente indispensabile in un quartiere anche fisicamente così separato dal resto della città. C’è una farmacia, dove i medicinali più venduti sono gli psicofarmaci, c’è un supermercato più a valle, c’è un piccolo bar gestito dalla polisportiva. Le associazioni di volontari, Caritas in testa, insieme alle Istituzioni portano avanti da anni progetti pilota di recupero dei ragazzi del quartiere, coinvolgendoli in attività pregevoli come la ristrutturazione del campo da basket, che ora è a loro disposizione. Nel 2009 sono state abbattute le due passerelle che collegavano a mezz’aria le Dighe, con grande soddisfazione dei residenti, che hanno visto finalmente una soluzione materiale all’attività di spaccio che su quelle passerelle è sempre stata notoriamente molto frequente. Però all’ultimo piano delle Dighe le porte degli appartamenti sono murate per impedire l’occupazione abusiva (che si verifica ugualmente in molti altri appartamenti del complesso), e nei corridoi sono ammassati rottami, travi, macerie e siringhe.

Gli abitanti delle Dighe lamentanodiga1 continuamente di infiltrazioni d’acqua, di caduta di calcinacci, di crepe alle pareti di cartongesso. Eppure il Diamante, un nome ambizioso quanto lo erano le idee dello studio di architettura che lo ha progettato, non crolla e non è in procinto di essere demolito come molti vorrebbero. La giunta di centrosinistra ha promesso molto a Begato, vuole “imporre” la ripopolazione sana del quartiere obbligando le persone nella graduatoria per le case popolari a non rifiutare l’assegnazione di alloggi a Begato pena lo spostamento in fondo alla lista. Insieme a questo, sono stati stanziati moltissimi fondi per la riqualificazione del Diamante, che verrà consegnato alle coraggiose mani di architetti giovani e ricchi di idee in modo da ristrutturare completamente le Dighe, abbatterne una porzione per alleggerire la cupa incombenza del complesso, realizzare finalmente tutte le infrastrutture di cui il quartiere ha bisogno. Però questi progetti, apprezzabili, avranno bisogno di molto tempo prima di essere avviati e intanto a Begato il degrado resta, i disagi anche. Quartieri-ghetto come questo non sono comuni a tutte le periferie, e non ci si aspetterebbe di trovarne in una città come Genova, così bella ed elegante. Una città riscoperta e risanata come nessun’altra in Italia negli ultimi anni, protagonista di un rilancio che l’ha portata sulla strada dell’emulazione della sorella Barcellona (un traguardo alla portata di Genova, senza dubbio) e in cui il Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano ne è la faccia presentabile da rivolgere all’Europa. E Begato non sarebbe il solo quartiere genovese dal destino così infelice, sennonché in altri (ad esempio il CEP) possiamo osservare percorsi di rinascita urbana e riqualificazione sociale additati come modello da esportare in altre realtà Italiane di periferia.

Abbiamo iniziato la nostra riflessione osservando “Le Lavatrici” di Prà e chiedendoci se fossero il fruttogenova_porto_antico della mente di un architetto dalle idee distruttive verso il territorio. Dopo aver osservato le Dighe di Begato credo che possiamo rivalutare questi mostri se non dal punto di vista dell’impatto ambientale, quanto meno da quello delle intenzioni a monte della loro costruzione. La soluzione all’esigenza di alloggi popolari è delegata dalla politica all’architettura, la quale fornisce un progetto funzionale che viene poi snaturato dalla parzialità della sua realizzazione: parzialità da imputare alla politica, non all’architettura. Le Dighe di Begato sono esteticamente brutte, se non orrende, angoscianti, claustrofobiche. Però in Califorina ci sono palazzi identici, costruiti sulla spiaggia, con appartamenti che valgono milioni di Dollari. Non è l’architettura brutale in sé che crea il degrado, ma l’abbandono e l’incuria in cui vengono lasciati questi progetti mastodontici, molto più grandiosi di quanto il basso profilo dell’amministrazione pubblica italiana non consenta.

Angelo Turco

7 febbraio 2010

COCCODRILLO N. 3 Commemorazioni Improbabili


Ha colto tutti di sorpresa l’improvvisa scomparsa di Renzo, il figlio primogenito di Umberto Bossi.
“Se sarei vissuto più tanto, era più bello”, sono state le sue ultime toccanti parole, grugnite dal padre alle telecamere di Tele SetteLaghi.
Drammatiche le circostanze della morte: la trota (il delfino in gergo leghista) si trovava in Val Cavargna in una battuta di “caccia al terrone”, con i fidati Borghezio e Prosperini ed una muta di feroci mastini napoletani di seconda generazione, educati all’odio per le loro origini. I tre cercavano di stanare un certo Salvatore Caputo avvistato il giorno prima presso Dizzasco, quando per errore Renzo ha estratto dalla borsa una parmigiana di melanzane preparata dalla madre, ancora meridionale praticante. I cani hanno pensato di trovarsi di fronte ad un partenopeo allo stato brado, e hanno assalito il povero rampollo leghista. Inutile è stato deviare l’ira dei cani sull’ignaro Alì Al Ittiah, immigrato tunisino che passava casualmente da quelle parti.

La madre, che non sa darsi pace per la sua tragica imprudenza, si è difesa dicendo che avrebbe voluto preparargli il solito panino con slinzega e missoltini (il preferito di Umberto), “ma il mio Lodino non lo digerisce” (in famiglia Renzo è chiamato Lodo per l’abitudine a farsi bocciare).
Preoccupazioni anche per l’anima del defunto: Renzo non era stato infatti cresimato. Alla fatidica domanda del sacerdote “Rinunci a Satana e a tutte le sue tentazioni?” infatti, il giovane, invece del corretto “Rinuncio”, aveva detto “Tzunomi” (“non so” in vernacolo locale), venendo invitato a ritentare quando sarebbe stato più pronto.
Per rendere il cordoglio di amici e parenti più semplice, Bossi jr non ha voluto che sulla tomba venisse posto il tradizionale epitaffio: i conoscenti più dolenti potranno più semplicemente collegare dei puntini, posti sulla lapide, ottenendo l’immagine sorridente del caro estinto.

Addio Renzo, la vita ti ha opposto presto prove troppo difficili,
e purtroppo certi esami non si possono ripetere tre volte
Filippo Bernasconi

5 febbraio 2010

Interrompiamo il normale flusso delle comunicazioni per darvi una notizia molto bella e molto importante.

Il 5 febbraio 2010 la neve cade su Milano, per trasformarsi qualche ora dopo in fastidiosa pioggerellina.
Lo stesso giorno negli States, Jonathan Schwartz, amministratore delegato, si dimette su Twitter con una poesia in stile haiku.
Qualche ora più tardi, alcuni scienziati della Nasa scoprono che Plutone è di un colore più rosso di quanto si credesse, e ad Hanoi, in Vietnam, la bella Lauriane dà alla luce il primo
Vulcanino di nascita!

Benvenuto Yael!

Un bacio da tutta la Redazione al nostro Marco: redattore, fotografo e grafico di Vulcano, nonché neo-papà.

3 febbraio 2010

I BEATLES IN HD


Con un po' di anni di ritardo, possiamo dare ragione a John Lennon, che nel marzo del 1966 disse che i Beatles erano "more popular than Jesus now". Utilizzando il nuovo giochino di google, "google trands", il giornalista Tim Jonze (The Guardian) é riuscito ad assolvere il buon vecchio John dalla caterva di accuse che si vide piovere addosso dopo quella mitica affermazione. Ebbene sí, dai grafici di google si vede chiaramente che il 9-9-09 i fab four sono stati piú cercati, cliccati e nominati nelle pagine web rispetto a Gesú Cristo. E non perché si siano dati anche loro alla resurrezione, ma quasi. L' avvenimento epocale in questione é la versione rimasterizzata della loro Opera Omnia che ha di recente visto la luce del sole. Di fronte a cotanto evento, accompagnato dal lancio del videogioco "RockBand", molti si sono chiesti: ma perché? A noi piacciono i Beatles cosí come li abbiamo sempre ascoltati, con quei suoni gracchianti e il basso che ogni tanto scompare, come se il suono provenisse da vecchi e polverosi vinili. Senza ritornare ancora una volta sulla controversa questione, scatenata durante la decada punk londinese(invidia?), dell' effettiva genialitá musicale dei quattro o sul loro essere un volgarotto ma perfettamente riuscito gioiello del marketing, un fatto resta: nella storia della musica nessuno ha mai raggiunto un successo come il loro. Nessuno soprattutto é riuscito a creare tanto e con tale capacità di sviluppo, nel giro di soli otto anni (dal giugno 1962 all' aprile '70). Insomma, una versione musicalmente rispolverata (oltre che ricca di bootleg e foto inedite) se la meritavano anche loro.
Certo fa pensare il fatto che la EMI proponga proprio adesso questa pubblicazione, dopo che Radiohead, Rolling Stones e Paul McCartney l' hanno abbandonata causando enormi perdite e conseguenti tagli. Da parte sua la casa discografica assicura cha al progetto lavorava già da quattro anni un esercito di gioiellieri del suono, che hanno digitalizzato e ripulito ogni singola nota uscita dagli strumenti di John, Paul, George e Ringo.

Ma ora la domanda da un milione di dollari: noi esseri umani noteremo la differenza? Nonostante lo scetticismo che pervadeva chi scrive prima di ascoltare i brani, alla fine la risposta é si, abbastanza. Si nota una maggior presenza degli strumenti, c'é decisamente piú profonditá nelle registrazioni, sembra si riesca a percepire il battito originale che stava alla base di ogni pezzo. Ma attenzione, perché tutto questo puó risultare sconcertante. In alcuni casi sembra si sia spostato il centro di gravitá della canzone, e il risultato puó lasciare un po' ipnotizzati, per non dire inquietati. Insomma, immaginatevi di vedere la vecchia casa della nonna, quella che é sempre stata lí con i suoi libri coperti di polvere e i mobili che profumano di anteguerra, totalmente ripulita e con dei nuovi mobili Ikea. O di vedere Charlie Chaplin a colori. L'effetto é piú o meno lo stesso.

Detto questo,il pezzo forte della pubblicazione é il box da collezione: quattordici cd e 1 dvd, tutto in versione stereo, a 280 euro, oppure i tredici cd limited edition a 330 euro.
Comprandolo su internet, i prezzi si fanno piú abbordabili: su Amazon.com si trovano entrambe i cofanetti a "solo" 400 dollari, e il prezzo piú basso per il singolo box stereo é sempre quello di Amazon, che dalla sua pagina inglese (Amazon.co.uk) lo mette in vendita a 170 sterline.

Per pignoleria e dovere di cronaca, va sottolineato che non é vero che qui si trova "tutto ció che hanno registrato i Beatles": non ci sono le sessioni della BBC e i Live, ma a giustificarne il prezzo restano duecentodiciassette ottime ragioni. Inoltre va considerato che siamo davanti ad un piccolo miracolo non solo musicale ma anche umano, visti i pessimi rapporti tra i membri vivi e i parenti dei due defunti.
La lunga storia dei Beatles puó cosí seguire la sua strada, immune al tempo, alle critiche, alle crisi.

Daniele Grasso

1 febbraio 2010

DA RILEGGERE PER LA PRIMA VOLTA - Prima Puntata

Tutti i libri che avresti sempre voluto leggere ma non hai mai osato aprire
(o almeno per tua spontanea volontà)

I PROMESSI SPOSI

“Noioso, noiosissimo”. Benchè generazioni di professori si siano prodigate per elogiare la sorprendente leggibilità del capolavoro manzoniano, soltanto l’oblio attenua il ricordo della noia patita sui banchi di scuola. Il giudizio tranchant mormorato a mezza bocca dallo studente di ginnasio spesso ci segue tutta la vita, lasciando il tomo a impolverare in libreria.
Noi così moderni, abituati ai ritmi serrati dello schermo, ci spazientiamo di fronte agli interminabili excursus; noi, laici e razionalisti, ci indigniamo per l’ingenuo provvidenzialismo del Manzoni; noi, disincantati pessimisti, storciamo il naso di fronte a conversioni improvvise e improbabili.
E anche chi, in preda a spinte mistiche, ama trastullarsi con il cosiddetto “recupero del sacro”, trova indigesto l’ottuso fanatismo di Lucia, la caramellosa bontà di Federigo Borromeo, il rigore teologico del Manzoni.
Niente di più falso.
Certo, non si può negare che in queste critiche vi sia del vero, ma troppo fa nella bocciatura senza appello la presenza ingombrante della scuola dell’obbligo. Ci perseguitano i terribili passi imparati a memoria (“Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo, cime ineguali…”); le tracce di temi, piene di puntigliose analisi dei personaggi (“Analizza, nella notte degli imbrogli, il ruolo di Lucia e quello della madre Agnese etc. etc.”); l’estenuante confronto tra “Fermo e Lucia”, ventisettana e quarantana.
Ma immaginate di studiare “Il nome della rosa” imparando a memoria il prologo, sfiancandovi in temi sulla figura di Guglielmo da Baskerville contrapposta a quella di Bernardo Gui, e facendo magari delle letture comparate con il “Pendolo di Foucault”. Un trattamento simile ucciderebbe qualsiasi libro.
Proviamo invece ad estrarre l’autorevole mattone dalla libreria, spolveriamolo, e leggiamolo senza scadenze di tempo, come faremmo con qualsiasi altro libro. Subito la scrittura manzoniana, un tempo così lenta e farraginosa (per forza, il prof. si fermava ogni due righe), ci sorprenderà per la sua vivace espressività, semplice ma mai banale. Allo stesso modo, l’occhialuto intellettuale ottocentesco, impresso così nella nostra memoria, si trasformerà in un pungente castigatori di vizi, che senza far differenze tra i potenti e gli umili, ironizza a volte spietatamente sulle miserie umane.
Se continua a farci sorridere l’ingenua fiducia nella Provvidenza, l’indignazione del Manzoni per le ingiustizie diventa la nostra indignazione, e il testo dell’oppressione scolastica diventa un testo di ribellione. Troppo facile è poi ritrovare nei signorotti di allora i miseri protagonisti della nostra politica, gli sbruffoni dei privè o i cortigiani del piccolo schermo.
E poco importa se gli excursus ci annoiano ancora, detto inter nos, se anche li saltiamo non ci vede nessuno.

Filippo Bernasconi