27 giugno 2010

Qualche anno fa le Iene avevano suscitato scandalo mostrando l’ignoranza caprina di molti dei nostri parlamentari, che davanti a domande elementari si esibivano in sviste madornali. Indimenticabile fu l’on. Fini (Giuseppe, di Forza Italia), che scambiò il Darfur con uno stile di vita frenetico, pensando forse al fast food.
Oggi la situazione è radicalmente cambiata, però in peggio: venerdì 26 marzo a Torino, parlando alla platea dei sostenitori di Cota (d’accordo, probabilmente non degli squisiti intellettuali), il ministro Giulio Tremonti si è pavoneggiato assicurando che "noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro...".
Ora, Tremonti non è affatto uno zotico, è stato professore universitario (per un breve periodo addirittura ad Oxford), e i libri non solo li legge, ma ne ha anche scritti una decina.
Siamo al ribaltamento della situazione stigmatizzata dalle Iene: dall’ignorante che finge di conoscere cose che non sa, alla persona colta che simula di essere ignorante; dalla vergogna per l’ignoranza, alla vergogna per la cultura.
Il politico in questo non ha colpe specifiche, in democrazia è fisiologico cercare il consenso. Il colpevole è quell’elettore che invece di votare cercando di ritrovare i propri pregi, sceglie chi lo accomuna nei suoi stessi vizi.
Filippo Bernasconi

21 giugno 2010

Intervista a Mostofa Sarwar Farooki, regista emergente

Mostofa Sarwar Farooki è un giovane regista di Dhaka, capitale del Bangladesh. Ha presentato il suo ultimo film Third person singular number al recente Festival del cinema Africano, d'Asia e America Latina di Milano nella sezione “Finestre sul mondo”. Il film è la storia dell'incubo notturno di una ragazza, Ruba, che vive a Dhaka, città pericolosa per una donna single. Ruba non sa dove andare: ha un pessimo rapporto con la famiglia, il fidanzato è in carcere, nessuno vuole darle una stanza in affitto, temendo di compromettersi. L'unico disposto ad aiutarla sarà il suo ex fidanzato, un musicista famoso.

Abbiamo intervistato il regista del film.

Potresti dirci da dove proviene la tua famiglia e dove sei cresciuto?

Sono nato e cresciuto in una tipica località urbana del Bangladesh. I miei genitori provengono dalla campagna ed hanno un forte attaccamento alla religione islamica: pregano cinque volte al giorno, indossano indumenti islamici, non guardano mai la televisione e non vanno mai al cinema. Però non sono estremisti: credono nel sufismo, una forma più generosa e tollerante di Islam. Avevamo due posters antitetici appesi nel soggiorno di casa: uno era di una donna che ballava e l'altro del santuario di un leader religioso. La pacifica coesistenza di questi due posters simboleggiava assai bene l'atmosfera che si respirava in casa nostra: ci ricordava che potevamo non condividere il punto di vista di qualcun altro, ma conviverci lo stesso pacificamente. Ciò ha influito molto sulla mia filosofia di vita.

Quando è cominciata la tua avventura nel cinema?

Cominciò per caso. Ebbi un'infanzia repressa. Studiavo in una scuola d'élite ma non ero tra i migliori. Non ero bello ed ero magrissimo. Non venivo da una famiglia importante. Non avevo successo con le ragazze più carine. Scelsi di sondare le mie qualità e provai di tutto: critico d'arte, attivista teatrale e sociale, giocatore di cricket, poeta; niente sembrava fare per me. Alla fine trovai la mia strada nel cinema.

Quali sono le tematiche che prediligi rappresentare nei tuoi film?

Dare voce alla gente che non ce l'ha, l'intolleranza, la zona grigia costituita dalla relazione uomo-donna, le crisi d'identità, l'inettitudine umana sono alcuni dei temi che prediligo. Molti si occupano delle persone con riconosciute qualità. Credo che ci debba essere qualcuno che si occupi delle inettitudini, dei fallimenti, delle fragilità e dei vizi dell'essere umano. Anche l'incapacità di fronteggiare le trappole del destino è una degli argomenti che preferisco.

Quali sono le maggiori difficoltà ed i vantaggi che incontri come regista emergente di un paese del così detto “terzo mondo”?

I più grandi vantaggi e svantaggi risiedono nello stesso fattore, cioè nel fatto che non abbiamo un vero retaggio cinematografico.

Il tuo ultimo film Third person singular number ha generato molti dibattiti nel tuo paese, dividendo critica e pubblico. Come mai?

La critica ed il pubblico si sono divisi perchè il soggetto del mio film ed il modo in cui è stato affrontato hanno rappresentato uno shock culturale per un gruppo; mentre per l'altro sono stati elementi rivoluzionari.

Qual è il ruolo svolto dalla musica nel film?

Tremendo. Nella prima parte del film si sente insistenetemente lo stesso brano musicale per dare al pubblico un senso di imprigionamento. Nella storia la ragazza è imprigionata dal sistema. La ripetizione dello stesso pezzo musicale integra questa situazione. Nella seconda parte del film abbandono il tema perchè la ragazza esce dalla situazione in cui si trova e ne cerco altri. A volte il silenzio ha un grande effetto musicale. Insomma, la musica mi ha aiutato a raccontare meglio la storia.

Qual è la relazione tra il tuo lavoro e la tua storia personale?

Aiuto il mio pubblico a veder ciò che io stesso ho visto nella mia vita. Sono un pessimo inventore di storie e mi innervosisco quando ne devo inventare una. Quindi la mia esperienza personale è ciò che trasferisco sullo schermo. Ciò non significa che debba essere necessariamente esperienza di prima mano.

Perchè hai scelto il titolo Third person singular number per il film? Cosa significa?

Third person singular significa Ella o Egli. E' la storia di una Lei con un'enfasi naturale su un Lui. Soprattutto, la parola singular mi ha aiutato a veicolare un senso di solitudine. Siamo tutti soli nel profondo di noi stessi. La nostra società e le trappole della natura ci spingono sempre in un angolo e fanno in modo che noi ci sentiamo Terza persona singolare.

Luca Ricci

18 giugno 2010

Premio Ilaria Alpi

Da Riccione, al Premio del giornalismo televisivo Ilaria Alpi, Zoro - alias Diego Bianchi - e Andrea Vianello salutano Vulcano.


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10 giugno 2010

Banksy: graffiti nel buio

banksy1 Benché nessuno conosca la sua vera identità, Banksy è uno dei più grandi fenomeni della cultura popolare d'oltremanica. I suoi graffiti, ricchi di un'ironia feroce ma sottile, sono diventati il simbolo di una generazione insoddisfatta.

Nel mese di marzo Milano è stata la cornice della prima esposizione italiana del noto guerrilla artist.

In occasione della terza edizione del (con)TemporaryArt, infatti, la fervida zona di via Tortona ha ospitato una mostra personale del graffitaro britannico. Location dell'esposizione il Superstudio Più, uno spazio che ultimamente trasuda arte, grazie alle svariate mostre e installazioni curate dagli studenti dello IED. Le tele del writer non sono più di una quindicina. Forse troppo poche per rendere fino in fondo giustizia al suo genio creativo, ma certo sufficienti a darci un'idea della sua opera, sempre insolente e sdegnosa verso le convenzioni. D'altronde per chi, come lui, è abituato a dare sfogo alla propria creatività dipingendo su muri, pannelli e spazi ampi diversi metri, dev'essere tutt'altro che semplice riuscire a rappresentare le proprie idee su una tela larga appena settanta centimetri. Le poche serigrafie, in ogni caso, assolvono appieno, con grottesco e sconcertante realismo, il loro compito: quello di incarnare il pensiero di un artista che, durante la sua carriera, è stato in grado di far sorridere come di insultare, di attirare entusiasmanti elogi così come spietati dissensi. Non vi è dubbio, infatti, che Banksy sia un personaggio scomodo.

sweep_banksy_1031 Nato attorno alla metà degli anni settanta a Bristol e cresciuto in piena era Thatcher, iniziò a far parlare di se alla fine degli anni novanta. I suoi “rats” (dei topi disegnati con uno stencil) si diffusero velocemente sui muri di tutta Londra, portando, scritti sui loro cartelli, messaggi di fratellanza e indignazione. Nascosto nell'anonimato e forte delle sue idee anarchiche e anticapitaliste, è stato in grado, grazie al suo linguaggio tanto semplice e immediato quanto efficace, di toccare nel vivo i punti deboli di una nazione conservatrice e malconcia. Armato di bomboletta e stencil ha disseminato le sue opere sui muri di tutta Europa. Con un'audace e stupefacente lucidità ha avuto il merito di concentrarsi su tematiche scottanti ed estremamente attuali, dall'omosessualità alla religione, di infrangere taboo e di dissacrare gli idoli di una società perbenista e decrepita. Basti pensare al suo ritratto di Winston Churchill in pieno stile punk 77, con tanto di cresta verde o alla sua grottesca rappresentazione di una regina Vittoria in atteggiamenti sadomaso. Un'arte non tanto estetica quando più concettuale la sua. Un'arte fatta di accuse e di provocazioni. Un vero e proprio artista del brutto, come lo definirebbe Victor Hugo.

Oggi l'ormai ex giovanotto della periferia inglese continua a vivere nell'anonimato e a tappezzare le metropoli di immagini provocatorie e spesso offensive, ma la sua fama ha sfondato i confini dell'oceano Atlantico. Banksy, infatti, può contare esposizioni personali nelle più grandi metropoli del pianeta. Non solo Londra, Parigi e Berlino; ma anche Tokyo, Los Angeles e New York City. Le sue opere sono battute all'asta, raggiungendo spesso prezzi esorbitanti e molti sarebbero pronti a fare carte false pur di avere i muri della propria abitazione imbrattati da lui.

Da qualche mese la prestigiosa Andipa Gallery, posizionata in una sfarzosa zona di Londra (a pochi passi da Harrods, per intenderci), ha aperto una sezione dedicata al graffitaro di Bristol. Affiancando le sue opere a quelle di artisti del calibro di Francis Bacon, Marc Chagall e Andy Warhol.

Nel gennaio scorso, inoltre, “ Exit through the gift shop”, il primo film diretto da Banksy è stato presentato al Sundance Film Festival, riscuotendo un notevole successo.

banksy Colui che fino a pochi anni fa era considerato poco più di un vandalo, insomma, è diventato una vera e propria icona pop del nostro tempo. Chissà se ne sarebbe felice o meno. Poco importa. Ciò che importa è l'impulso che il suo lavoro sta dando alla scena artistica contemporanea, contribuendo a rinnovare l'interesse per un mondo, quello dell'arte figurativa, che sembrava avviato verso una morte prematura e inesorabile.

Insomma, dai ratti dipinti di notte nell'illegalità, alla fama mondiale. Questo è il sunto della carriera di un artista tanto discusso e discutibile, ma ormai imprescindibile. Un'artista fuggente e illegale che si è elevato a portavoce di chi non può o non sa esprimere la propria rabbia e la propria indignazione. Bansky è tutto ciò, pur non essendo nessuno. La lotteria per scoprire la sua identità è già partita ormai da diversi anni: molti nomi sono stati fatti, diversi volti sono stati mostrati. E, parliamoci chiaro, il fatto di non poter vedere il suo viso, di non poter conoscere il suo nome un po' ci infastidisce. La non-conoscenza ci infastidisce sempre.

Chi è Banksy? Di che colore sono i suoi capelli? Che squadra tifa? Forse, alla fine, non è davvero importante. Alla fine, forse, è meglio non sapere. Dopotutto “l'artista vive nella sua arte”, diceva il saggio...

Matteo Nava

8 giugno 2010

Coccodrillo n.5 – Commemorazioni improbabili: Niccolò Ghedini

Si è spento nella sua residenza romana l’avvocato Niccolò Ghedini. Era celebrato perchè poteva ottenere sempre e comunque l’assoluzione per il suo assistito, prescindendo da ogni aspetto collaterale, come per esempio la sua innocenza.

L’avvocato era affetto da lungo tempo da una semplice polmonite, male non certo incurabile. Purtroppo però, invece di andare in ospedale, si era rivolto al tribunale di Roma chiedendo che il morbo venisse spostato d’ufficio ad un'altra persona. – I malati sono tutti uguali - aveva spiegato – ma alcuni sono più uguali di altri.

Si era mostrato sereno fino all’ultimo di fronte ad amici e parenti -Tranquilli- aveva detto – dopo due anni, anche se non ci si cura, la malattia si prescrive da sola.

In imbarazzo il sacerdote giunto per l’estrema unzione – Diceva che Silvio è amico intimo del mio principale e pretendeva di ricevere l’assoluzione senza nemmeno confessarsi. Quando gli ho chiesto di dirmi i suoi peccati, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

La scomparsa di Ghedini ha ispirato il prossimo film Medusa: “Il settimo guardasigilli”. Nella pellicola l’avvocato, sfidato a scacchi dalla morte, vince la partita con un brillante decreto interpretativo: i pedoni del bianco possono trasformarsi in qualsiasi momento in regine, a patto che si trovassero sulla scacchiera ad inizio partita.

Difficile alleviare il cordoglio dei parenti – Purtroppo la nostra vita non sarà più la stessa – dicono – ora che tutto il nostro affetto è rimasto senza utilizzatore finale.

Lo ricorda con affetto la maestra di catechismo – Lo preoccupava soprattutto il fatto che Dio vedesse tutto in ogni momento - ricorda commossa – pensate che prima della Cresima chiese al vescovo che l’occhio divino venisse spento di fronte ad episodi “penalmente non rilevanti”.

Nel cassetto del comodino dell’avvocato sono stati trovati degli appunti per la legge “che avrebbe sempre sognato fare”: si tratta del decreto salva-stempiatura, secondo il quale ogni capello caduto illegalmente viene fatto rientrare forzatamente sulla testa del presidente del consiglio e dei suoi amici più bisognosi (su tutti Galliani e Confalonieri).

Discordi le voci del mondo politico: Silvio Berlusconi, preoccupatissimo, ha chiesto se fosse ancora vivo l’avvocato che fece assolvere O.J. Simpson. Per Bersani la scomparsa di Ghedini ricorda “il sonno del mugnaio dopo la macina”, con la consueta metafora bucolica un po’ oscura. Polemiche come al solito per l’editoriale di Feltri, che tuona – Di Pietro, lo hai ucciso tu, stronzo! -.

Ma il più affranto è senz’altro il ministro Alfano, - Domani ho il consiglio dei ministri- ha dichiarato - e non avevamo ancora finito il dettato!

 

Addio Niccolò, purtroppo di fronte al fatale appuntamento

Non si può chiedere il legittimo impedimento

Filippo Bernasconi

6 giugno 2010

Diversi e stranieri: la Bergman e Rossellini

Dear Mr. Rossellini, I saw your films, “Open city” and “Paisan”, and enjoyed them very much. If you need a Swedish actress who speaks English very well, who has not forgotten her German, who is not very understandable in French, and who in Italian knows only ‘ti amo’, I am ready to come and make a film with you. Best regards, Ingrid Bergman.”

Con queste poche righe, l’8 maggio 1948, Ingrid Bergman si presenta a Rossellini. Il regista risponde lo stesso giorno, dicendo che la lettera era stata per lui il dono più prezioso. Inizia così il bellissimo rapporto sia professionale sia privato che durerà otto anni, per un totale di sei film, un matrimonio, tre figli e un divorzio.

Entrambi sposati prima di conoscersi, europa51si incontrano il 20 marzo 1948 a Ciampino, quando la bella attrice svedese atterra in Italia, dopo aver accettato di girare Stromboli, il primo film sotto la direzione del regista. Il periodo tra gli anni Quaranta e i Cinquanta è caratterizzato da un intenso fervore creativo di Rossellini, che, contemporaneamente ai film con la Bergman, si dedica ad altri progetti e gira altri film. Il lavoro che compie con l’attrice in “Stromboli”, “Europa ‘51”, “Ingrid Bergman” (episodio del film “Siamo donne”), “Viaggio in Italia”, “Giovanna d’Arco al rogo” e “La paura” è il proseguimento della stessa tematica spirituale ricercata dal regista in ogni sua opera. Nei film bergmaniani però realizza pienamente l’ideale di Andrè Bazin, tra i creatori dei “Cahiers du cinema”, della ‘legge dell’amalgama’, a proposito del cinema italiano del dopoguerra. L’amalgama degli interpreti non consiste solamente nel mescolare attori professionisti e non professionisti, consiste anche e soprattutto nell’uso dell’attore o dell’attrice professionista contro le aspettative più codificate del pubblico. Bazin utilizza l’espressione “negazione del principio delle vedette”.

Così Ingrid Bergman, troppo alta, troppo diva, troppo straniera e troppo diversa, non è mai solo la diva Ingrid Bergman, ma risulta sempre dal confronto con il contesto che la circonda; Rossellini accentua e potenzia la sua diversità, invece di dissimularla, mettendola in contrasto con luoghi che risaltino tale differenza. Lo fa con il linguaggio cinematografico: primi piani insistiti, stacchi netti e audaci, soggettive estreme, talvolta veri piani-sequenza.

In tutti i suoi film, la Bergman interpreterà una straniera, estranea ovunque, anche nelle situazioni più familiari, anche quando deve semplicemente interpretare sé stessa (nell’episodio “Ingrid Bergman”). L’esperienza di emarginazione dell’attrice sarà vissuta anche dallo stesso Rossellini nei confronti della critica italiana.

bergman_rosselliniL’utilizzo coraggioso dell’attrice sarà infatti fatale ad entrambi, il regista infatti utilizza un metodo di lavoro che va contro le aspettative della critica, divisa (dopo le elezioni del 1948) tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Una critica ancora attaccata al Rossellini neorealista degli anni prima del 1948, quando l’Italia cercava di rialzarsi tra le macerie della guerra, al Rossellini di “Germania anno zero”, “Roma città aperta”, “Paisà”.

Hollywood non perdonò mai Rossellini per aver portato via la diva, mentre Ingrid Bergman fu “riabilitata” al suo rientro in America, dopo aver divorziato dal regista romano. Il rapporto di otto anni ha regalato dei capolavori al cinema (‘capolavori maledetti’ per Bazin), che non sono stati mai accolti in maniera positiva, ma che un lungo periodo di silenzio e un successivo ritorno al passato hanno fatto rinascere e risplendere.

 

Daniele Colombi