28 gennaio 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N.6

Immagino che per tutti noi il Natale sia un albero fatto da mille lucine che cantano Auguri Coca Cola, come fuochi fatui sul grande cimitero del buongusto delle pubblicità natalizie anni ottanta.

Gli spot di natale anni ’80 si concentravano sul valore più saldo della tradizione italiana: la famiglia. E’ del 1982 il panettone Papà Barzetti, marca scomparsa forse per merito anche del proprio marketing: una famiglia prepara l’albero in una casa buia e mentre fuori imperversa una tempesta di neve, la porta si spalanca e compare Babbo Natale; la famiglia esclama: “Papà Natale!”, ma il babbo li corregge con voce oltremondana: “No! Papà Barzetti!”, al che la voce fuoricampo, totalmente monocorde, proclama: “Barzetti, pasticceri di antica tradizione.” Ma non manca anche chi, sempre nel segno della famiglia, osa un po’, sempre con grande rispetto. Non era possibile correre il rischio di essere accusati dall’Osservatore Romano di voler scardinare il vero-grande valore della società italiana, almeno fino a questo Natale. Nell’86 Asti Cinzano interpreta la versione yuppie del Natale in famiglia: un montaggio serrato, ma mica troppo, mostra giovani in doppio petto e belle donne vestite in abito lungo che si ingioiellano, calici di Cinzano ghiacciato sopra vassoi d’argento, bambini bellissimi biondi, anche loro in giacca da sera, una coppia di anziani in piena forma che si abbracciano come due adolescenti. Si stanno preparando per cosa? Un giovane manager afferra un Asti Cinzano e stappa con elegante sicurezza derivata dai propri investimenti: tutti si ritrovano a casa per festeggiare anche quest’anno un ricchissimo Natale. La famiglia è sempre pronta ad indicare la via giusta alle nuove generazioni. E’ così nel 1988 con lo spot del Panettone Battistero: ad un cenone in famiglia partecipa la ragazza del figlio maggiore. Lei è il prototipo della poco di buono: capelli biondi corti e ritti sulla testa, trucco marcato sugli occhi. La tensione è palpabile, tutti, anche la nonna, la guardano male, finalmente arriva il panettone Battistero, ma l’agitazione non cala, anzi le viene chiesto ti compiere il Sacro Rito Del Taglio Del Panettone Battistero, compito che in famiglia da mille generazioni è affidato alla saldissima mano del figlio più piccolo. La poco di buono afferra il coltello, (i più pensano all’insano gesto) fende il panettone dall’alto verso il basso, ma urta il bicchiere dello spumante che, cadendo, macchia la tovaglia di famiglia: i visi si tendono, la situazione sembra essere definitivamente compromessa, ma la ragazza con gesto fermo si bagna le dita con lo spumante rovesciato e se lo passa sul collo: come da nota tradizione. La prova è superata, tutti ridono rilassati. La madre, o la nonna, o entrambe, la abbracciano: anche lei è della famiglia. Lo speaker rassicurante sigilla la redenzione della poco di buono: “Battistero. Un intenso sapore familiare.” E il presepio non lo fa più nessuno.

Fabrizio Aurilia

22 gennaio 2007

PERCHE' INCAMMINARSI


"Non è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltiplicati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti."
Cees Nooteboom, "Verso Santiago"

"Se non arrivi a piedi dove vuoi andare, non vedrai quello che vuoi trovare. Il viaggio è la destinazione."
Tiziano Terzani, "La fine è il mio inizio"

Il solo accostarsi all’idea di una partenza è già di per sé un passo. Il primo.
Il secondo è capire il perché. Perché percorrere un cammino che porta ad una tomba di chissà quale santo? E conoscere tutta la storia, sapere che il culto di Santiago iniziò nell’anno 813, quando un eremita vide una pioggia di stelle cadere sopra un colle, e, andando su quel colle, riscoprì l’ormai disperso sepolcro di San Giacomo, sapere che in seguito su quel colle sorse una città che venne chiamata Santiago de Compostela, e che da allora i cristiani di tutta Europa cominciarono a mettersi in cammino per raggiungerla, anche se si conoscesse tutta la storia e il numero di pellegrini che fino ad oggi ha ripercorso questo cammino e questa storia, basterebbe tutto questo a fare il primo passo? La risposta è no.
No, perché nel terzo millennio abbiamo bisogno di altre motivazioni, perché non ci basta la tomba di un santo a farci incamminare.
Nel medioevo si partiva per scontare una penitenza, oppure per devozione ai luoghi santi. La meta era la destinazione. Oggi, la meta è il viaggio.
I secoli passano, i piedi di milioni di pellegrini lasciano le loro orme sugli otto diversi sentieri che portano a Santiago, ma anche se il cammino e la meta sono le medesime, come tutte le esperienze individuali, anche questo pellegrinaggio non è stato né mai potrà essere un cammino uguale per tutti. Pur percorrendo la stessa strada, per ciascuno il cammino sarà diverso.
Diverso, perché, più che essere un percorso geografico, culturale ed artistico, è un viaggio personale, interiore, profondo e spirituale. Intrapreso in coppia, in gruppo o in solitudine, in ogni caso non perde la capacità di scavare passo passo un sentiero che conduca nella sfera profonda - e molto spesso ignorata - di ogni individuo.


Il mutamento delle motivazioni che dal medioevo ad oggi ha spinto gli uomini ad affrontare il cammino è ovvio: i ritmi sono cambiati.
Oggi il tempo è scandito regolarmente. Sempre. Le nostre giornate sono degli orologi, corriamo ogni giorno al fianco della lancetta dei secondi ed ogni istante è troppo veloce, e ogni minuto vorremmo riviverlo, per rubare tempo al tempo
E forse è anche per questo che, come traspare dalle statistiche, i pellegrini continuano ad aumentare. E continuano ad incamminarsi. Per riprendersi il tempo naturale. Il tempo di indossare delle scarpe da ginnastica, mettere in uno zaino l’indispensabile, togliere l’orologio e partire.
Ognuno di noi ha bisogno di trovarsi solo con sé stesso per più di un’ora, di poter riflettere, di allontanarsi dallo stress quotidiano, e di farlo semplicemente, senza guide turistiche o villaggi vacanze.
Per questo non dovrebbe sorprendere sapere che esistono ancora persone che compiono un atto che ha sapore d’antico, che comunemente si ritiene anacronistico o proprio solo di chi è pervaso da una fortissima tensione mistica e religiosa. È un pellegrinaggio oggi non ha perso significato. È semplicemente cambiato. Continua ad avere un senso, perché fa riscoprire il tempo, dona momenti di riflessione e sembra suggerire che l’essenziale non vada perduto, nonostante il continuo rincorrere le inafferrabili lancette di un inarrestabile orologio. È una sorta di gommone di salvataggio lanciato all’uomo del 2000 da quell’eremita dell’800. Una risposta alla silenziosa richiesta d’aiuto di una superficialità dilagante che non vuole più essere tale. Un invito a spegnere le televisioni, incamminarsi per scoprire il proprio io senza tecnologia e modernità. Senza treni o metropolitane. Per capire chi siamo veramente, senza aver tutti quei ritrovati tecnologici che sovrastano i gesti semplici e soffocano i momenti di silenzio.
Anche se ciascun pellegrino interpreta il cammino come crede, ciò di cui tutti si rendono conto è che l’importanza del cammino non è rappresentata dalla meta in sè, ma è insita nel fare il cammino stesso.

Durante il tragitto si può assaporare, oltre a tutti gli elementi che nel quotidiano cittadino si nascondono, anche l’inaspettata profondità di rapporti nati lungo la strada. Tutti i pellegrini partono con un bagaglio di conoscenze, talvolta anche superficiali, e sul cammino incontrano persone che, soltanto stando al loro fianco per un paio d’ore, arricchiscono bagagli e vite.
Ogni persona in cammino è migliore. Perché si misura con sé stessa, coglie l’opportunità di conoscersi davvero, sviluppando la tecnica dimenticata del "sapersi ascoltare".
L’augurio che si fa a tutti coloro che intraprendono il pellegrinaggio è "Ultreya", che significa "sempre più avanti". Il cammino richiede infatti, come requisito fondamentale, una volontà forte, e la volontà è mantenuta viva dalla ricerca, che deve essere lo spirito primario di ogni peregrinare.
Bisogna essere affascinati dalla necessità di cercare.

Chiara Cankech

FACCIAMO ORDINE IN BACHECA

Vi è mai capitato di dover consultare una bacheca in università?

Non quelle degli esami, belle, curate.. ma una di quelle incasinate dove gli annunci si susseguono, si tolgono spazio, si combattono”, magari fino a che un più vistoso e accattivante invito alla discoteca di grido la vince e si impone ai nostri occhi.

Ebbene a molti sarà capitato, e credo che sia l’ora di fare un po’ordine....

Per questo ho incontrato Lilli e Luca, due studenti attivi in Liste di Sinistra, che stanno lavorando a una piccola rivoluzione nella nuovissima Bicocca.

Li incontro per Vulcano nell’aula che accoglie le rappresentanze studentesche, e già noi della Statale rabbrividiamo pensando alle varie aulette A, C ..computer, telefono, scrivanie, macchinette sono a disposizione di tutti i rappresentanti eletti!

Quando è partito il progetto “Bacheche Alloggi”?

“L’iniziativa è stata presa luglio scorso nell’ambito del nostro impegno politico per il diritto allo studio. E diritto allo studio è anche mobilità e alloggio certo senza speculazione.

La bacheca è il mezzo più vicino agli studenti, ma è assolutamente inefficiente, non c’è alcun responsabile delle affissioni né alcun controllo sul contenuto: può addirittura mancare il prezzo! ”

Come avete messo in pratica il progetto?

“Innanzitutto abbiamo partecipato come Liste di Sinistra al bando associazioni dove il nostro progetto è stato promosso: così abbiamo ottenuto il finanziamento per l’apertura dello sportello.

Dopo abbiamo chiesto e ottenuto dalla Direzione Amministrativa la concessione di due bacheche vetrate per l’affissione e anche la “pulitura” regolare delle bacheche libere.

Il progetto è partito a Settembre e abbiamo già avuto 50 visite!”

Come funziona lo sportello in concreto? Come formate gli annunci?

“La maggior parte degli studenti si rivolge a noi per trovare un alloggio, così noi diamo immediatamente una consulenza e chiediamo di compilare un modulo prestampato dove inserire i punti principali della domanda. Cosi viene prodotto l’annuncio che verrà affisso.

Non solo: contattiamo gli offerenti che affiggono ancora sulle bacheche libere per informarle del nuovo servizio e avvertirle che presto le bacheche libere “saranno pulite” dai bidelli.

Cosi offriamo la compilazione di un simmetrico modulo per l’offerta alloggio.”

Quindi attraverso i moduli esercitate anche un controllo sull’annuncio?

“L’obiettivo è la trasparenza, per questo pretendiamo che vengano indicate informazioni come il prezzo o l’indirizzo esatto, scartando espressioni come “zona Bicocca”.

L’intento è di prendere questo esempio, così vicino, a modello.

Cercherò quindi di sollevare la questione nelle sedi opportune e Vulcano sarà la voce di questa iniziativa.

Dario Augello

21 gennaio 2007

IL DALAI LAMA TRA DI NOI


Il Dalai Lama in Italia, fra bagni di folla e visite in incognito


Attraversando il giardino del Palazzetto dello sport tra danze e suoni tradizionali tibetani, si è concesso un bagno di folla fra i curiosi e i fedeli che hanno invaso la città nel giorno dell’Immacolata. Al suo ingresso, la struttura gremita di telecamere e fotografi è esplosa in un lungo e caldo applauso.
Durante il discorso, tenuto di fronte ad un uditorio di credenti, personalità istituzionali, giornalisti e rappresentanti della maggiore comunità tibetana in Italia, ospitata proprio a Cologno Monzese, il Dalai Lama ha rivelato anche un lato ironico di sé, indossando una curiosa visiera da croupier per non farsi abbagliare dai riflettori.
Sua santità ha esordito parlando di globalizzazione e sottolineando come: "Nel XXI secolo il mondo ha raggiunto un elevato livello tecnologico, ma questo non ha portato ad un benessere generale, anzi ha condotto a molte disparità. Il mondo sta diventando sempre più piccolo ed interdipendente, ma c’è un forte gap tra la realtà del pianeta e la percezione che se ne ha: manca una visione globale, unitaria. Il mio unico impegno è quello di sensibilizzare ad un’attitudine di tolleranza, umanità, partecipazione. Perché solo nel momento in cui tali valori divengono globalmente condivisi si può parlare di armonia, di pace."


La storia del Dalai Lama è costellata di difficoltà legate alla tensione politica tra la Cina e la regione limitrofa del Tibet. Nel 1959 fu costretto a lasciare il paese a seguito dell’invasione dell’esercito Maoista. Da allora vive da esiliato a Dharamsala, nel nord dell’India, facendosi conoscere al mondo come grande maestro spirituale e instancabile depositario di un messaggio di libertà e tolleranza, tanto da ricevere nel 1989 il premio Nobel per la Pace.
Sono le grandi religioni e i sistemi filosofici che dovrebbero avere il compito di promuovere comprensione, perché condividono gli stessi valori umani, laici. Eppure ancora oggi rappresentano il maggior elemento di conflitto e divisione.
Le ragioni sono essenzialmente due: "Vi sono personaggi che si dichiarano musulmani, cristiani, buddisti e poi internamente non conservano nessuno dei significati e dei valori che queste religioni promuovono. Lo fanno per motivi di potere e denaro, che non hanno nulla a che fare con i sentimenti professati."

Il problema, però, è più spesso interamente politico: l’atteggiamento che le nostre stesse istituzioni hanno avuto nei confronti del Dalai Lama (ricordiamo che sia il Presidente del Consiglio Romano Prodi che il sindaco di Milano Letizia Moratti hanno volontariamente evitato un incontro pubblico, ricevendolo solo in forma privata), dimostra come la Cina faccia ancora paura. Paura di ritorsioni economiche e condizionamenti internazionali in un momento molto delicato per Milano, impegnata nella corsa all’Expo 2015. Rimane comunque grave che personalità di governo si rifiutino di aprire le porte ad un premio Nobel per la pace.
La seconda ragione per cui filosofie e religioni non riescono a condurre verso una generalizzata comprensione è: "La mancanza di comunicazione e conoscenza tra le diverse fedi, culture, sistemi filosofici. Atti di intolleranza e fondamentalismo provengono dall’ignoranza e dall’assenza di confronto inter-religioso."
Le differenze culturali ancora oggi sono causa di conflitto. Lo palesa la situazione del Tibet, di cui il Dalai Lama si fa portavoce. Non è solo una questione di politica, ha tenuto a precisare, ma un problema di intolleranza e prevaricazione. A rischio, secondo Tenzin Gyatso, è la cultura tibetana fondata sulla tradizione buddista. "Il pericolo odierno è che tale tradizione si estingua, che i giovani tibetani non siano più educati secondo questi valori e che vada persa la loro ricchezza. Il modo per risolvere tali problemi non può essere che il dialogo faccia a faccia per trovare una soluzione armonica e pacifica. La mia speranza è che il messaggio di pace benefici tutti, coinvolgendo anche il popolo cinese. Dal 1974 ad ora, il governo tibetano sta cercando la riconciliazione e la ricostituzione dell’autonomia del Tibet attraverso il dialogo."

Il progetto non implica l’aspettativa di un’indipendenza, ma il ripristino delle libertà culturali, religiose e civili. Tuttavia, i leader cinesi ancora oggi conducono una politica di dura repressione che sfocia nella violazione dei più fondamentali diritti umani. Anche Amnesty International ha preso posizione, promuovendo una dura campagna contro la censura mediatica, i campi di lavoro e la violazione dei diritti fondamentali. "Non siamo per il boicottaggio delle Olimpiadi" ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana, "ma vogliamo che la Cina si adegui agli standard internazionali in materia di libertà. Del resto nell’era della globalizzazione è necessario globalizzare anche i diritti umani."
Purtroppo il dialogo tanto auspicato da sua Santità non ha portato finora risultati concreti. Lo dimostrano gli episodi di violenza, i morti, le torture, le censure di cui l’esercito di Myanmar si è reso responsabile nei mesi scorsi, durante le dimostrazioni pacifiche dei monaci buddisti in Birmania. Ancora lontano sembra il giorno in cui si potrà parlare di democrazia.
Da quando il popolo tibetano è in gran parte esiliato in India è stato eletto un governo autonomo, il cui capo dal 2001 è il Ven. Prof. Samdhong Rinpoche, ancora giudicato illegittimo dalle autorità cinesi.

Da qui l’appello alla collaborazione rivolto dal Dalai Lama a popoli e nazioni: "Abbiamo bisogno del sostegno della comunità internazionale perché si muova verso concrete certezze di comprensione, libertà e, finalmente, di democrazia."


Silvia Valenti


"...Speaking words of wisdom..."


IL MESSAGGIO COMUNE DI SCIENZA E RELIGIONE


"Vivere secondo amore, gentilezza, compassione" raccomanda il Dalai Lama.
Ma in una società come quella odierna, spesso caratterizzata da un elevato tasso di aggressività e conflittualità, questo principio è concretamente attuabile?
Il leader dei buddisti tibetani è forse un sognatore eccessivamente ottimista?
Oppure il medesimo principio è sostenuto anche da altri ricercatori, di formazione occidentale e di mentalità più strettamente scientifica?

Per rispondere a queste domande può essere interessante confrontare il pensiero di studiosi di discipline diverse, provenienti da paesi differenti e vissuti in epoche anche assai lontane tra loro.
Il Dalai Lama dice oggi che il nostro più grande obiettivo è essere felici, invitando a scegliere pensieri ed azioni tali da favorire il raggiungimento di questo scopo.
Già lo scienziato-filosofo greco Aristotele, vissuto nel IV secolo a.C., sosteneva che il sommo bene a cui tende l’uomo è la felicità, e sottolineava che, per raggiungerla, occorre scegliere comportamenti lontani dagli eccessi e determinati dalla ragione e dalla saggezza.
Nel 2003 il fondatore della psicologia positiva, l’americano M. Seligman, ha messo in rilievo che "la quota individuale di felicità" corrisponde ad una somma i cui addendi sono la positività del carattere, i comportamenti volontari e le circostanze favorevoli della vita.
Potrebbe sembrare che solo i primi due elementi siano in buona misura gestibili dal soggetto. In realtà, numerosi studi hanno dimostrato che anche le circostanze benevole dipendono più da comportamenti volontari che da episodi fortuiti della vita. Un esempio può essere costituito dalla qualità dei rapporti affettivo-relazionali, che assai frequentemente deriva proprio dall’impegno positivo e protratto nel tempo di entrambi i partners.
Esperimenti scientifici hanno altresì rilevato che le persone più felici sono più inclini a dimostrarsi compassionevoli. E il Dalai Lama sostiene che il nesso di causalità funziona in entrambe le direzioni, ossia che le persone più compassionevoli diventano anche più felici.


Si può porre allora la seguente domanda: il comportamento compassionevole obbedisce ad un precetto esclusivamente morale, oppure se ne può ipotizzare una radice biologica, tesa a salvaguardare la sopravvivenza della specie?
Questa teoria è sostenuta dall’etologo austriaco K. Lorenz, autore di numerosi studi sul comportamento degli animali. Lorenz ha evidenziato che le specie che dispongono di mezzi atti a ferire seriamente l’avversario (denti, artigli, ecc.) hanno elaborato uno specifico rituale di resa: scoprire il proprio punto più vulnerabile, la gola. Ciò fa scattare un riflesso inibitorio nel vincitore, che dunque "perdona" l’avversario sconfitto consentendone la sopravvivenza.
Ma il meccanismo della compassione ha effetti positivi anche sul vincitore, in quanto gli consente di dismettere rapidamente i comportamenti distruttivi e le emozioni negative legate al conflitto, per dedicarsi ad attività costruttive per se stesso e per il proprio gruppo.

Il medesimo concetto è espresso dal Dalai Lama, che parla di ecologia della mente e del corpo. Se la mente soffre a causa delle emozioni negative deve imparare ad autodisciplinarsi, allontanando da sé la negatività. In tal modo è possibile raggiungere la tranquillità interiore, ottima premessa anche per la salute fisica.

La cura personale attraverso l’ecologia della mente e del corpo è poi la condizione fondamentale per la cura degli altri e dell’ambiente. Quest’ultimo non deve essere inteso come luogo di sfruttamento o di dominio -depauperare l’ambiente vuol dire agire contro la vita stessa- ma piuttosto come co-protagonista dell’uomo in un comune percorso di sviluppo.
In ogni caso, suggerisce il Dalai Lama ricordando un antico detto tibetano, anche le esperienze più negative possono essere interpretate evidenziandone gli aspetti positivi, utilizzandole come fonti di forza interiore e come occasioni per dimostrare (a se stessi, prima ancora che agli altri) la solidità dei valori personali.
Questo stesso concetto è stato messo in rilievo dal medico e psichiatra inglese M. Rutter, che definisce resilienza la capacità di affrontare le difficoltà riorganizzando positivamente la propria vita e mantenendo saldi i valori su cui si fonda la propria umanità.

Scienza e religione evidenziano dunque un profondo messaggio comune: vivere secondo i valori dell’amore, della gentilezza e della compassione favorisce il raggiungimento del benessere individuale e sociale, rappresentando l’unica "way of life" lungimirante e compiutamente umana.

Flavia Marisi

20 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - PARTE QUINTA

MASTER COME BENE DI CONSUMO: LA PUBBLICITA'


Che si tratti di un prosciutto crudo affumicato dell’Alto Adige o di un corso professionalizzante post-universitario, comunemente chiamato master (non il prosciutto, il corso), le strategie comunicative della pubblicità sarebbero identiche o molto simili. È forse questa la conclusione che si può tirare alla fine della ricerca, soprattutto per mezzo di internet, su come un master si presenti, si pubblicizzi e si renda appetibile per i futuri studenti-clienti. Sappiamo come la rete sia diventata via via una cassa di risonanza sempre più potente, e di conseguenza autorevole, di cui le aziende, i privati, gli enti pubblici, si servono per veicolare un prodotto o semplicemente farne pubblicità. Navigando ci siamo trovati di fronte a una miriade di siti che presentano molti corsi, utilizzando le più disparate tecniche promozionali: immagini, contenuti audio e video, presentazioni Flash. La scelta di un master dovrebbe prescindere dal richiamo seduttivo della pubblicità. Non è così. Donata Rossi, direttore dell’agenzia pubblicitaria Tabata Communication, ci dice che «la pubblicità non solo è importante ma a volte potrebbe essere quasi decisiva nelle sue varie forme». Ed è proprio il grado di credibilità di queste forme del linguaggio pubblicitario che spesso si sottovaluta. Ad esempio riguardo le immagini di giovani freschi e dinamici che campeggiano su questi siti, lei spiega di non sapere effettivamente quanto siano credibili ma che «è un immaginario ormai fissato e anche il master vuole comunicare un’idea di successo e vantaggi» e che soprattutto «riferendoci all’etica e ai valori di questa società, la rappresentazione del vincente è quella. Che questa idea possa essere messa in discussione, è un problema che non riguarda la pubblicità a meno che non si voglia spingere un master in No-profit al quale si riferiscono altri valori». A volte, però, il contrasto tra il contenuto, ovvero la cultura teoricamente, e la forma, pare troppo stridente: in un audio su un sito, una voce descrive le modalità di accesso al master, i regolamenti, gli estremi, mentre risuona I can’t get you out of my head di Kylie Minogue. Ma la missione del marketing, come sostiene Rossi, è anche quella di «stemperare la seriosità del prodotto per avvicinarlo al target di riferimento che sono i giovani» anche se «sì contrasti troppo arditi potrebbero allontanare gli interessati». Si potrebbe dire allora che certi tipi di master, siano l’esatta congiunzione tra un prodotto “vendibile” e uno “sceglibile”: perché stessi linguaggi comunicativi possono allontanare o avvicinare qualcosa che però si è già scelto; dice sempre Rossi che «in questo ambito la pubblicità serve per chiarire le idee di chi già comunque è indirizzato».

Abbiamo notato che per sponsorizzare master, soprattutto sul turismo (?), sono utilizzate immagini che andrebbero benissimo per la campagna pubblicitaria del Club Med o di qualsiasi altro operatore turistico: i surfisti sul mare cobalto si sprecano, i panorami caraibici con ‘sto freddo ti stordiscono. Sembra che più che insegnarti una gestione manageriale delle località turistiche (credo sia questo quello che fanno) ti vogliano insegnare a godertela questa vacanza. Infatti ci viene confermato che «a volte il cortocircuito comunicativo delle immagini, la sintesi che vorrebbero ottenere, va a discapito della chiarezza e in questi casi è necessario prestare attenzione nel rapporto con il target». Ma non è sempre così: «altre volte invece la cosa è studiata per dare un senso di leggerezza e di allontanamento (proprio come in una vacanza, n.d.r.); anche l’iconografia della farfalla viene usata per questi scopi».

Il lavoro della pubblicità sembra quindi ricalcare schemi e metodologie simili: che si tratti di un prodotto “culturale”, o che l’oggetto da proporre sia di consumo. Certo è difficile stabilire, considerando solo la pubblicità, quanta cultura ci sia in master piuttosto che in altro. Ma l’equazione più pubblicità uguale meno qualità trova parzialmente in disaccordo la Tabata Communication: «No, non direi che si possa affermare questo tanto facilmente; è certo che il livello della pubblicità è scaduto, e poi consideriamo che, anche un master, è una cosa che non si vende da sola». E poi, per fare un po’ di pubblicità, se scegliete il Master in Economia e Managment del Turismo di Montagna potrete comprarvi ‘sto benedetto Prosciutto Crudo Affumicato dell’Alto Adige.

a cura di Fabrizio Aurilia

INCHIESTA MASTER - PARTE QUARTA

UNA BUSSOLA PER ORIENTARSI NELLA GIUNGLA MASTER


La facilità con cui è possibile avviare un master e la mancanza di una regolamentazione giuridica che ne limiti l’arbitrarietà richiamano l’attenzione sulla necessità di stabilire dei criteri per capire se un master è valido o è solo un modo per alleggerire le nostre finanze. Alcuni esperti ci aiutano a individuare delle spie: «Se un master attrae studenti da altre città italiane o anche da altre nazioni, che si spostano apposta per frequentarlo, vuol dire che lì dentro c’è qualcosa», è l’opinione del sociologo del lavoro Bruno Manghi. Le associazioni che si occupano di formazione e carriere suggeriscono di valutare principalmente i docenti, meglio se vengono direttamente dalle aziende, cioè che abbiano effettivamente sperimentato sul campo le cose che raccontano in aula. De Martino dell’Associazione Mercurius, consiglia di controllare l’importanza delle aziende collegate ai master. Anche a questo aspetto bisogna prestare attenzione: molti master utilizzano il nome dell’azienda per attirare studenti e in realtà non hanno alcuna convenzione. Succede ad esempio per un marchio come Procter & Gamble, ci conferma Patrizia Cangiatosi, responsabile dei Rapporti con le Università della suddetta nazionale: «Molte scuole di master ci chiedono di mettere il logo della nostra azienda come sponsor, ma noi non l’autorizziamo. Tuttavia lo fanno lo stesso». E sono molte le informazioni di cui deve venire a conoscenza lo studente, come spiega il Presidente di Almalaurea, Andrea Cammelli: «La riuscita in termini occupazionali. Devo accertarmi di poter completare la formazione in azienda, e devo essere sicuro che finito il master l’azienda è davvero determinata ad assumermi – e aggiunge - proporrei una sorta di bollino blu per i master che li distingua per qualità, in attesa che venga un ente qualificatore». Esistono degli enti di accreditamento volti a certificare la validità di un master. In Italia questo ente è l’Asfor, come si legge nella Guida Lavoro & Master recentemente uscita con La Repubblica. Si tratta di un’associazione italiana per la formazione manageriale che accredita i master solo se rispettano determinati requisiti. Un monte orario di 1200 ore compresi i progetti sul campo, una visibilità internazionale, sono solo alcuni degli obiettivi prefissati per avere questo accreditamento.

Diana Garrisi

16 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - TERZA PARTE

IL MASTER È UN TITOLO MA AL COLLOQUIO VINCE LA PERSONALITÀ

Per capire meglio cosa si dice dei master nel mondo del lavoro abbiamo intervistato Gianpaolo Vergani e Massimo Bonacina, due manager che si occupano anche di selezione del personale; e Patrizia Cangialosi, responsabile selezione per la multinazionale Procter & Gamble.

Qual è la sua opinione circa i master?

G.V.: Non tutti sono seri: una parte si basa solo sul nome. Chiamano master anche corsi che durano 15 giorni! Altri, invece, su base annuale e con una dura selezione, danno altri risultati.

M.B.: Non si discute della serietà e dell’utilità di quelli universitari, sono più scettico sulle proposte aziendali che secondo me nascondono unicamente la necessità da parte delle aziende di trovare nuove leve.

P.C.: Il master non ha senso, molti lo fanno perché non trovano occupazione e pur di non rimanere a casa preferiscono rimettersi a studiare. A noi come azienda il master non interessa assolutamente.

A che cosa dà più peso nella selezione del personale?

G.V.: La cosa più importante rimane il colloquio: il voto di laurea è una discrimnante certa sui curricula ma molto si basa su come si pone il candidato. Nel curriculum il master aiuta a capire le aree che il candidato ha approfondito.

M.B.: Esperienze di lavoro precedenti, una preparazione tecnica adeguata al ruolo che si richiede, le lingue straniere. Io do molta importanza al colloquio, da cui si cerca di capire le aspettative del candidato, che troppo spesso sono “tutto, presto e subito”. Si richiede una certa umiltà e pazienza.

.P.C.: Noi quando valutiamo il curriculum badiamo molto alla coerenza delle scelte. Ma alle selezioni del personale chi ha fatto il master ha un percorso identico a chi non l’ha fatto, badiamo al carattere e alle potenzialità individuali.

Cosa consiglierebbe a un neo-laureato in cerca di lavoro?

G.V.: La laurea stessa deve essere fatta con estrema diligenza, con un percorso di livello adeguato al lavoro che uno vorrà fare dopo, che dovrebbe essere già inquadrato tra il secondo o il terzo anno. Importanti sono la conoscenza di una seconda e terza lingua e fare un master di estremo livello, anche se non italiano, ad esempio a Londra ce ne sono ottimi.

M.B: Se ne ha la possibilità economica e soprattutto la voglia, un master universitario; poi cercare grandi aziende, le quali consentono una grande esperienza formativa, per poi lavorare anche in aziende più piccole, dove l’esperienza maturata può essere meglio applicata.

P.C.: Prima ci si butta nel mondo del lavoro e meglio è. Pur se non si trova subito un lavoro in linea con le aspettative, serve per fare esperienza e arricchire il curriculum. Anche quello stagionale. Dopo la laurea basta con la teoria, ci vuole l’esperienza concreta: più importante che prendere 3 o 4 master.

A cura di Davide Bonacina e Diana Garrisi

10 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - SECONDA PARTE

86 EURO IN PIU’ PER UN LAVORATORE CON MASTER


Ma alla fine questo master lo faccio o non lo faccio? E se lo faccio come lo scelgo? E se non scelgo come faccio? La domanda si deve porre prima che al mondo del lavoro o dell’istruzione, al nostro portafogli. Un master costa mediamente 2.700 euro se umanistico, circa 8000 se in management. Infatti, esaminando la frequenza dei master per classe sociale di provenienza sui laureati, l’indagine Almalaurea 2006, dice che gli studenti che provengono dalla classe sociale “borghesia” sono il 23% e costituiscono il 33% di coloro che hanno fatto un master di 1° livello, e il 39% di quelli che hanno fatto un master di 2° livello. Rispetto ai figli di ambiente di classe operaia che costituiscono rispettivamente il 9% e il 10%. «Il master ripropone una sorta di strisciante discriminazione sociale – spiega il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli – il ragazzo che proviene da una famiglia che può investire di più e per più tempo, può permettersi maggiormente di continuare a studiare e collocarsi meglio nel mercato del lavoro». Ma sulla spendibilità del master nel lavoro, i pareri sono diversi. Paolo De Martino dell'associazione Mercurius impegnata in Formazione e Carriere afferma: «Un master aiuta senza dubbio a distinguersi». La qual cosa non trova d’accordo Pecchenino: «Succede che tutti hanno il master e se tutti fanno la stessa cosa, alla fine non conta più niente». A dire che il master è indispensabile per lavorare, più che gli esperti e i datori di lavoro, ancora cauti nel giudicarne l’utilità, è il battage pubblicitario costruito intorno ad essi: successo, competività, cartelloni colorati e accattivanti, i master sono reclamizzati come prodotti industriali e se sia lecito per qualcosa di così delicato come istruzione e lavoro così ci risponde Pecchenino: «Fa parte del gioco. Oggi l’università italiana è un’azienda. L’azienda deve vendersi. Ogni giorno danno una laurea honoris causa, prima si dava a persone come Enzo Biagi, oggi si dà a Valentino Rossi. Ogni estate scoppiano le campagne pubblicitarie. Il master è un prodotto, né più, né meno che la maionese Kraft». Se guardiamo i dati occupazionali, l'indagine Almalaurea dice che a 5 anni dalla laurea ci sono 2,4 punti percentuali di occupati in più fra coloro che hanno un master, Cammelli commenta questi dati: «Non mi sembra un valore aggiunto molto consistente. Se articoliamo il discorso per tipo di master, lavorano di più quelli col master di 2° livello. La mia idea è che il master di 2° livello è un valore aggiunto in termini formativi, che in parte modesta realizza un di più in termini occupazionali». Per l’esattezza, 86 euro in più al mese.


Diana Garrisi

8 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER- PRIMA PARTE

DIFENDERSI DALL’INVASIONE MASTER

Quasi 2000 in base all’ultimo rapporto annuale del Censis, 2050 secondo il Corep, il consorzio per la Ricerca e l’Educazione permanente; ha smesso di contarli il ministero per l’Università e la Ricerca. L’unico dato certo è che i master in Italia continuano ad aumentare per un volume di affari che il Censis stima intorno ai 180 milioni di euro, con un ricavo medio su ogni iscritto di 5.800 euro. Il conteggio dei master presenti sul mercato è reso difficile dal fatto che lo stesso termine “master” è generico, non codificato e non tutelato dalla legge. Spesso i master sono organizzati dalle aziende per reclutare nuove leve da indirizzare in settori specifici di loro interesse, oppure sono dei semplici corsi di aggiornamento. E master, parola che porta con sé il fascino e il prestigio anglosassoni, è il nome ormai usato indiscriminatamente per battezzare qualsiasi genere di esperienza venga offerta al seguito della laurea. «Solo una piccolissima parte di master ha un senso scientifico e operativo, gli altri sono un prolungamento degli studi», afferma Bruno Manghi, sociologo del lavoro che nel master vede anche: «Un modo per impiegare giovani e docenti che fanno carriera all’interno dell’università». 18 mila docenti di ruolo e 16 docenti extra-accademici, sempre secondo il Censis. Utilizzato dalle università anche come mezzo di competizione per attirare nuovi iscritti, il master giustifica la sua esistenza andandosi a incastrare nel buco creato dalla riforma, quello tra laurea triennale e laurea specialistica. Chi dopo la triennale non ha voglia di rimanere altri due anni all’università, ma sente il suo titolo troppo debole, opta per il master di 1° livello. Oppure è uno sbocco per gli uscenti dalle lauree specialistiche che dopo 5 anni di studi sentono la loro formazione non pronta a una professione ma, come dice Guido Trombetti, presidente della Crui, la Conferenza dei rettori: «I tempi sono ancora prematuri per stabilire se i master facilitino la ricerca del lavoro. Certo è che possedere un titolo specialistico e così orientato a soddisfare le esigenze di specifici settori del mercato del lavoro può rappresentare un atout».

L’esperienza diretta in un’azienda, lo stage, generalmente assicurato al termine del corso, è l’elemento di maggiore attrattiva dei master, e molti lo considerano l’unico pregio. In realtà il master non è il solo modo per fare uno stage; l’università in genere ne assicura uno fin dalla laurea triennale, esistono degli sportelli appositi presso gli atenei. In alcuni casi, come nel corso di Mediazione linguistica della Statale di Milano, è inserito nel piano di studi e comporta l’acquisizione dei crediti necessari per laurearsi. Esistono i corsi gratuiti del Fondo Sociale Europeo che garantiscono quasi tutti un minimo di ore a contatto con l’azienda. E poi c’è la libera iniziativa degli studenti che, però, si scontra con una realtà: «Il sistema delle imprese non ha messo in piedi un’offerta di stage interessante. La libera iniziativa dello studente va aiutata. Ma ci sono stage e stage, ci sono quelli di sfruttamento e di abuso», dice Manghi. Aggiunge una considerazione Trombetti: « Le difficoltà insite nella ricerca di un impiego sono spesso demoralizzanti. Ciò spinge i giovani a puntare sulla formazione per arricchire i propri curricula. Sperando così di abbreviare i tempi di accesso a una professione». Positiva Patrizia Cangialosi della multinazionale Procter & Gamble: «Per uno stage nella nostra azienda non è necessario fare un master, è un titolo che non c’interessa». E ben pochi sono i master che si attivano per favorire stage all’estero, solo l’8%, secondo il Censis. Il master non ha, in genere, riconoscimento all’estero. «In Italia usiamo la parola “master” per indicare una tipologia formativa ben diversa da quella che in Europa corrisponde allo stesso termine. – Spiega Trombetti – Ad oggi, nell’ambito dello European Qualifications Framework, sono in via di definizione i rispettivi quadri nazionali che permetteranno di rendere confrontabili e immediatamente traducibili titoli con denominazioni diverse». A ciò si aggiunga che il master è studiato appositamente per la realtà economica italiana, a volte legato ad ambiti estremamente specifici, come quello in Sviluppo locale e valorizzazione del patrocinio culturale alpino, pensato in concomitanza delle Olimpiadi di Torino 2006. Master proposto per una sola edizione dal Corep, il cui presidente, Antonio Gugliotta, ci dice: «Prima di attivare un master svolgiamo sempre delle ricerche di mercato, principalmente focalizzate al territorio italiano». E Mauro Pecchenino, docente di Relazioni pubbliche allo Iulm e direttore dell’Osservatorio sulla famiglia e la persona, suggerisce, piuttosto che fare un master, di andare un anno all’estero a perfezionare la lingua, o se si è già in possesso di un inglese fluent, fare un master in Inghilterra o Irlanda.

Diana Garrisi

6 gennaio 2007

ONLY PHANTOM RICKSHAWS IN KOLKATA

Le strade di Calcutta non vedranno più il passaggio dei risciò trainati a mano. Così ha decretato il governo del West Bengal, giudicando questa forma di trasporto, introdotta in India intorno alla fine dell’800, una pratica disumana e una vergogna per la città intera. Calcutta, la città della gioia, restava una delle pochissime città dell’India dove ancora per una manciata di rupie instancabili corridori a piedi nudi arrancavano, zigzagando per le strade gremite di auto, trasportando i loro passeggeri. Oggi è più frequente imbattersi in un risciò trainato da una bicicletta o in un tecnologico risciò a motore, un’autorisciò. Per molti di questi lavoratori il risciò è l’unico possedimento, l’ unica fonte di sostentamento. Tirare il carretto con la forza delle braccia è tutta la loro vita. Molti non se ne separano nemmeno di notte. Dormono al suo interno. L’anno passato la legge per mettere al bando questa forma di trasporto secolare era stata bloccata dal muro di resistenza eretto dell’unione dei rickshaw- pullers. Lo scorso lunedì invece, grazie alle nuove garanzie offerte, la legge è stata approvata. I 6000 possessori di una licenza da guidatore di risciò saranno risarciti o saranno inseriti in un programma di riabilitazione, che metterà a loro disposizione posti di lavoro alternativi. Il governo ha rifiutato di rendere nota l’effettiva entità del risarcimento. Gli abusivi sono centinaia, forse migliaia. E creare nuovi posti di lavoro, migliaia di nuovi posti di lavoro, non è impresa facile.

Chiara Checchini


4 gennaio 2007

LUNA VENDESI

Una società americana vende online ettari di terreno del satellite terrestre

La luna è in vendita. E non è una truffa telematica ai danni di qualche romantico sognatore, o di qualche fanatico fan di Star Trek con manie di colonizzazione spaziale, come potrebbe sembrare. L’associazione Lunar Embassy, fondata nel 1980 da Dennis Hope, è riconosciuta a livello internazionale e legittimata da trattati ufficiali con le Nazioni Unite, gli Stati Uniti d’America e la Russia. Il suo scopo è semplice quanto incredibile: vendere terreni sulla luna. L’associazione ha ottenuto i diritti di alienabilità di tutta la faccia illuminata del satellite, con la sola eccezione della porzione sulla quale atterrò l’apollo 11 nel 1969, famoso terreno sul quale è stata piantata la tanto discussa bandierina americana. Ma non si sono arrestatati qui, riuscendo ad acquistare anche i diritti di Marte, Venere e Mercurio. Dennis Hope e la Lunar embassy detengono il monopolio di questo “mercato extraterrestre” e la sua bizzarra idea sembra aver avuto successo. L’associazione vanta infatti centinaia di servizi giornalistici in tutto il mondo e apparizioni su importanti canali televisivi come la Cnn, la Nbc. Il fondatore Dennis Hope è stato addirittura insignito della prestigiosa Republican Gold Medal, conferitagli dal Congresso degli Stati Uniti; insomma l’offerta della Lunar Embassy è da ritenersi seria. Ma chi può permettersi di comprare terreni lunari? Quanto paghereste per un pezzo di luna? Se state pensando che questa sia un’iniziativa esclusiva, accessibile solo a miliardari e a star del cinema, sappiate che siete in errore. Per essere legalmente proprietari di un acro di luna bastano solo 19.99 dollari, circa 16 euro, con tanto di contratto recapitato a domicilio con annesse le coordinate esatte della proprietà, così che sia possibile tener d’occhio i possedimenti dalla Terra. Almeno finché non si potrà visitarli di persona. Con un piccolo extra di 2,50 dollari si può richiedere un contratto con il nome del proprietario stampato sopra. Oggi i legali possessori extraterrestri sono più di tre milioni, provenienti da ogni luogo del mondo e da ogni ceto sociale; basta possedere una carta di credito. Per acquistare un pezzo di luna è sufficiente digitare l’indirizzo http://www.lunarembassy.com/, dove si possono trovare tutte le informazioni utili, e dove si può addirittura leggere una Dichiarazione d’Indipendenza Galattica, che sembra uscire da un film di George Lucas. L’uomo sta comprando lo spazio ancora prima d’averlo esplorato, e non per gioco. Questi investimenti, al di là di un originale e romantico dono per S.Valentino, potrebbero forse essere la base per una futura colonizzazione lunare? Walking on the moon cantavano i Police. Con o senza un contratto in tasca, a noi non resta che osservare la luna da qui, e continuare a sognare.

Giacomo Berdini

2 gennaio 2007

IDILLIRIO ALPESTRE - PARTE SECONDA

Vorrei fischiettare un motivetto giusto per ingannare il silenzio, qui, sul tetto d’Europa, tra ghiaioni e cielo, esposto come sono ad una solitudine immensa, –e fortunatamente due amici mi attendono al bivacco- io, inerme prodotto della società occidentale, incapace di camminare nottetempo in un qualsiasi bosco senza rievocare alla mente, seduta stante, tutto il repertorio di fiction horror fruito negli anni scialbi dell’adolescenza, ed eccomi ora in una splendida giornata autunnale, Calendottobre, pavido d’una quiete che volontariamente sono quassù venuto a cercare.

Ma non so fischiettare.

Da bambino invidiavo mio prozio, capace di modulare delicate arie da melodramma settecentesco con il semplice boccheggio delle labbra e un poco di gioco della lingua dietro l’arcata dentale superiore, mentre io, nel tentativo d’imitarlo, emettevo solo dei sibili cacofonici.

Probabilmente la conformazione del mio apparato fonatorio non permette al mio cervello di trasformare l’immagine mentale di una melodia nel corrispettivo fischiettato. La tal cosa, al momento, gioca a mio favore, giacché mi obbliga ad ascoltare il silenzio, subendone il discreto fascino, facendomi, grazie al cielo, abbandonare il proposito di cominciare invece a canticchiare.

Tramonto sulla scena. Di pece il profilo delle cime, rapido zigzagare sulle punte. Le montagne, denti che mordono il cielo. L’ombra avanza da oriente, già inghiotte i possenti piedi rocciosi della valle, dove il torrente a precipizio si getta nel bosco d’abeti, lì, dove ho lasciato la civiltà. Fra lei e me una decina di chilometri di sincera natura a far da spartiacque.

Mi è interdetta alla vista -la cosiddetta società civile- ma egualmente la percepisco, è la che aspetta, appiattita nella bruma, la sua mano rugosa sconquassa il fondovalle, quella mano peccatrice che tanto amo stringere, e delle volte, in deflagrazioni di misericordia, bacio con l’ardore di un devoto.

Abbozzo qualche haiku, acerbi tentativi poetici del tipo:

Cielo del vespro –
Nerissime svettano
Cime nel cielo

..oppure…

Tremila metri
Spira da gole scure
Zefiro soave

Aria di spiritualità. Strana associazione: Alpi Retiche, poesia orientale. Certamente scaturita dal mio amore per i folli Vagabondi del Dharma , cantati da Jack.

Jack Duluoz, ricordi ancora lo sguardo di ghiaccio del monte Hozomeen capovolto nella cornice della finestra della tua capanna di avvistatore d’incendi sul Desolation Peak? Quel Vuoto immobile, sopra e sotto, ed il transitare in ciò-che-è-tutto? Rammenti le maledizioni lanciate alla madre America dormiente in una lunga notte di stelle? Ricordi poi, l’entusiasmo con il quale tornasti al mondo, alla tua Frisco, alla tua Città del Messico, dopo settimane di solitudine, cibi in scatola e rimorsi per topi assassinati?

Jack, da te ho imparato che nella desolazione della montagna l’anima può essere interrogata alla ricerca di risposte infinitamente sincere, immensamente dolorose, dannatamente importanti.

Ma voglio chiederlo a te ora, Jack, dimmi: la Vita è un ponte teso tra il nulla ed il nulla? È forse una scintilla nella notte, presto inghiottita dal buio? È un grido disperato, nel silenzio spettrale di una cattedrale-deserto?

Ed il sasso è franato dalla montagna nello scarico di un ghiaione. È piombato giù, in compagnia d’un manipolo di suoi simili, rotolando e cozzando le teste(appuntite, levigate, bitorzolute) dei compagni rimasti a presidiare il suolo, chi più, chi men saldamente.

Ma prima d’allora era da millenni parte d’una croda, svettante contro il cielo, il vento sofferente, e la pioggia, fin dal giorno in cui le montagne erano sorte dal mare e la crosta terrestre aveva inarcato la sua titanica schiena.

E questo tempo fu solo un battito di ciglia, se paragonato agli eoni trascorsi dal momento in cui nello spazio, la materia espulsa nella deflagrazione di qualche supernova, cominciò a far comunella, sospinta da quel sentimento di solidarietà universale che è la forza di gravità, formando infine una palla incandescente, che via via intorpidendosi, divenne il grande sasso sul quale camminiamo capovolti.

E prima ancora la materia raminga ebbe viaggiato nel buio pesto del vuoto per una dozzina di migliaia di milioni d’anni, fuggendo intimorita in conseguenza dello spaventoso gran botto, nel quale e dal quale tutto ebbe principio, quando ancora l’universo rattrappito in sol punto infinitesimo stava.

Tutto, e dico tutto, per permettermi di raggiungere questo sasso contemplarlo, valutarlo una ragionevole seduta, e poggiarvi il mio affaticato fondoschiena, banalizzando così la sacralità d’una creazione durata tutt’altro che bruscolini di tempo.

Ora, nel mentre medito sulla configurazione assunta dal mio sedere pressato contro la nuda roccia, il sole va a gettarsi definitivamente dietro la gibbosità di una croda, tingendo la volta di un vivace arancione.

In me una dialettica di sensazioni. Da una parte il terrore indicibile per l’infinita indifferenza delle prime stelle della sera, osservatrici preferenziali della mia miseria. Dall’altra l’immensa fascinazione per il gigantesco edificio della natura, d’una bellezza tale da far tracimare di gioia il cuore.

Ancora una volta opto per l’inazione. Il piacere d’essere una foglia morta, caduta, posata ed obliata.


racconto di Enrico Gaffuri

1 gennaio 2007

LE MONTAGNE DELLA MEMORIA

Uno sguardo disincantato dalle vette piemontesi

Già dalle prime pagine del nuovo libro di Giorgio Bocca, “Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco”, appare subito chiara la ragione delle polemiche che si sono intrecciate intorno al romanzo prima ancora della sua uscita nelle librerie. Il riferimento all’attualità è immediatamente dichiarato, con amarezza, nella nota introduttiva, e la schiettezza senza mezzi termini che da sempre accompagna il suo lavoro come le sue dichiarazioni, non si fa attendere nemmeno in quest’ultima opera, in cui la condanna al fascismo, ed in particolare alla scellerata iniziativa della guerra, si rende palese già dalle prime pagine. Il romanzo ripercorre, attraverso capitoli brevi, con una struttura “a quadri” che si susseguono come cassetti della memoria, la sua avventura partigiana, incominciando il racconto quando, nel giugno 1940, l’esercito italiano attaccò la Francia sul confine alpino. L’aggressione viene subito presentata dallo scrittore in tutta la sua assurdità: attaccare un paese già sconfitto, abitato da confinanti incontrati ogni anno nei rifugi per le vacanze. Come se non bastasse (e come a tutti è bene noto) l’Italia non disponeva nemmeno lontanamente dei mezzi e dell’organizzazione sufficienti per fronteggiare una guerra e Bocca ce lo ricorda con le immagini efficaci e sarcastiche di un “regime di cartapesta” che “vuole conquistare il mondo avendo le toppe ai pantaloni”. Si susseguono nei capitoli, mano a mano che ci si avvicina ai racconti delle avventure partigiane vere e proprie, le evocazioni dei vecchi compagni di Giorgio, alcuni divenuti veri e propri eroi della Resistenza. Vengono ricordati con partecipazione, ma non in modo celebrativo, anche perché il libro è ben lontano dal risultare un’apologia della Resistenza. E’ una cronaca tratta da sprazzi di vita vissuta e lo sguardo non poteva essere che profondamente soggettivo, come prescrive la natura autobiografica del testo e come dichiara già in anteprima l’aggettivo possessivo del titolo. Lo sguardo è quello disincantato di chi ha un ricordo molto vivido del passato e una lucida panoramica sul presente, uno sguardo inevitabilmente e doverosamente di parte, d'altronde è insito nell’etimologia stessa della parola “partigiano” l’atto di schierarsi, di non rimanere nell’indeterminatezza. Questo mi porta a una riflessione sul concetto stesso di memoria storica e memoria personale. La Storia, ormai è assodato, è scritta dai vincitori, le singole storie invece, i casi particolari che sul grande sfondo del contesto storico si intrecciano, possono costituire testimonianze più sentite e, nel loro piccolo, più ricche di verità. Da questa storia in particolare, emergono fatti, nomi e termini dialettali che l’autore non si preoccupa di spiegare o contestualizzare, li cita dandoli per scontati, come in una chiacchierata tra amici, a riprova ancora una volta che l’intento non è didascalico né tanto meno di indottrinamento. Il suo modo di esprimersi schietto, senza peli sulla lingua, l’atteggiamento secco e perentorio con cui comunica le sue idee, il frequente uso del sarcasmo sono secondo me imputabili, più che a un preciso intento polemico, a una forte ansia di comunicare. La fretta di comunicare al mondo contemporaneo un sistema di valori che egli ormai sente prossimo al disfacimento. E non si può dire che i suoi timori siano infondati o la sua visione pessimistica se consideriamo con sguardo oggettivo la società italiana come la conosciamo. Di fronte a uno spettacolo deludente cosa può fare un uomo che ha costruito la sua carriera sulla carta stampata? Naturalmente scrivere un libro, in cui tentare di trasmettere i valori che per lui sono stati importanti, attraverso il racconto della sua esperienza. Il risultato è un tono animoso e partecipe che pervade tutto il libro e che trova le sue ragioni nel passato, nel profondo coinvolgimento con cui ha vissuto gli eventi della sua giovinezza e nel futuro, o meglio in una speranza per il futuro. Non dovete però pensare, dopo tutti questi discorsi sulla memoria storica, il legame con l’attualità, che il libro sia un concentrato di storia e politica. Emergono molti squarci di memoria pura e semplice, che non di rado sconfinano in veri e propri frammenti di assoluta poesia, che si integrano perfettamente nell’economia del romanzo. Si va dai ricordi di Cuneo, borgo natio, alle descrizioni del paesaggio montano e, soprattutto, dei suoi abitanti, “presenze quasi faunesche” , che interagiscono spesso con i partigiani, offrendo loro riparo e aiuto e verso i quali Bocca nutre molta simpatia e percepisce grande affinità. I lunghi momenti di pausa dall’azione guerresca non sono dunque momenti morti nella narrazione che si nutre di episodi, come le bevute in compagnia dei montanari con il vino ristoratore, e di squarci lirici, come quello, bellissimo, riportato in quarta di copertina. Ci si domanda come sia possibile che in un momento così delicato si possa trovare il tempo per godersi lo spettacolo della natura. “E’ l’unico momento in cui ho guardato la natura in vita mia” confessa Bocca a Fabio Fazio, ed è proprio questo il punto. Forse la nostalgia non riguarda solo l’impegno politico, l’orgoglio nazionale, ma anche il sapore che dava alla vita questa lotta risoluta in nome degli ideali. Perché, “se non sei un pastore che si è alzato all’alba” o un partigiano, lo spettacolo della fioritura dei ranuncoli ti può solo essere descritto, magari in un libro.

Laura Carli