31 ottobre 2006

VENEZIA A MILANO

I film dell’ultima mostra cinematografica visti per voi da Vulcano

La sessantatreesima edizione del Festival di Venezia si è rivelata tra le più interessanti degli ultimi anni, soprattutto perché in grado di restituire un’immagine fedele di ciò che è oggi il cinema, o meglio i cinemi. Abbiamo tentato di farcene un’idea seguendo la Panoramica dei film del festival a Milano, che al solito si è tenuta nei giorni immediatamente successivi alla mostra in vari cinema della nostra città.

Parliamo innanzitutto del cinema italiano, presente con numerosi e per lo più notevoli titoli, come i film di Crialese, Spada, De Seta. Unica, peraltro tragica, eccezione il film di Tavarelli (Non prendere impegni stasera), che si spera riduca la sua visibilità a qualche passaggio notturno su Canale Cinque, subito dopo “Distretto di Polizia”.

Poi la conferma dell’ormai imprescindibile declino in cui (av)versa il cinema francese. Sept ans di Hattu ne è stato ammorbante esempio: solitissimo triangolo pseudosessuale questa volta in salsa carceraria (mah!), solitissime trascuratezze formal-concettuali, solitissimo risvolto scolasticamente sociale.

Il cinema argentino, invece, continua a raccontarsi con film avvolgenti, sinceri, significanti. Il titolo migliore è stato El Amarillio, opera prima di Sergio Mazza, in cui si finisce come per perdersi, tra ricerca poetica d’immagine e musiche d’oltremare, e d’oltreanima. Peccato sia anch’esso (come tutto il resto del contemporaneo cinema argentino) destinato al silenzio e all’invisibilità nostrana.

Clamorosamente assente è stato il cinema iraniano, che non è andato oltre un film(accio) senza arte né parte (Have you another apple?). Forse anche questo è il segno (triste) di quella crisi prima di tutto politica che sta logorando uno dei paesi cinematograficamente più significativi degli ultimi dieci anni.

Inaspettata e fulminante, come sempre, la presenza del cinema nordico. Questa volta con un film (?) del celebre attore Christoffer Boe, che in Offscreen tenta un esperimento al limite dell’(auto)lesionismo: filmarsi 24 ore su 24, nel disperato tentativo di spingersi nell’oltrecinema. Restano così in video (con dolore vero) quei frammenti impossibili che sempre, che ogni momento si sprecano nel vento degli istanti.

Come al solito, anche se in modo minore rispetto agli anni passati, il cinema orientale l’ha fatta da padrone, fra cui ha spiccato l’incommensurabile Johnnie To col suo nuovo film Exiled, che resterà al solito confinato nei festival, data la cecità della distribuzione nostrana.

Infine, passando al cinema angloamericano, non ci sono state particolari sorprese, causa la delusione del De Palma di Black Dahlia e lo Stone di World Trade Center che non ha particolarmente colpito. Si salva l’inglese The Queen, bella pellicola di stampo classico che comunque non stravolge canoni o temi particolari.

Vi chiederete perché non abbiamo parlato di molti film importanti: non abbiamo parlato dell’Inland Empire di Lynch, né del Leone d’oro Still life, neppure di Children of Men di Cuaròn, o dei cartoni animati d’autore orientali. Beh, semplicemente perché non sono stati inclusi nelle proiezioni milanesi, gravi mancanze che pregiudicano il giudizio complessivo sui film di quest’anno. Inoltre gli orari di proiezioni impossibili da far coincidere e la lontananza fra un cinema e l’altro rendono difficile il seguire di questa manifestazione, che rimane ben organizzata, ma con margini di miglioramento che la potrebbero rendere un evento impedibile.


RECENSIONI

FANGZHU (EXILED) – Johnnie To - ****

1998, isola di Macao. La colonia portoghese è in procinto di tornare sotto il controllo cinese e la confusione regna sovrana anche negli ambienti criminali. Quattro gangster, amici per la pelle, si ritrovano a causa della ricomparsa del loro compagno Wo, fuggito dal mondo del crimine per farsi una famiglia, e che ora deve essere ucciso causa ordine irrevocabile del loro boss. Quando però anch’essi si accorgeranno di essere stati traditi dal loro stesso capo, inizia la caccia all’uomo…Strepitoso film del maestro di genere Johnnie To, una favola epica di amicizia virile, disperazione e sangue, il tutto però condito dall’ ironia che ultimamente solo il cinema orientale ci sa regalare ( basti pensare alla scena iniziale del film). Magistrale

JAK-PAE (City of Violence) - Ryoo Seung-wan -***1/2

Tae – Su, poliziotto di Seul, torna nel suo paese natale per indagare sull’uccisione di un suo amico di infanzia: incontrerà una città ben diversa da come l’aveva lasciata, in mano alla delinquenza giovanile e ad un altro suo amico, Pil-Ho, coinvolto in affari ben poco puliti. Bel film coreano, che mescola tutti i generi per cui sono famosi gli orientali (gangster, arti marziali ecc.) per creare un mix di eccezionale fattura e stile, che muove e commuove (inevitabili le citazioni, da Kill Bill a Mystic River, da Woo a Leone). Non sarà un film particolarmente originale, ma caspita, questo sì che è rendere novum il notum! C’era una volta in Corea

THE QUEEN – Stephen Frears - ***1/2

>Coppa Volpi Migliore Attrice a Helen Mirren

La storia dei giorni immediatamente successivi alla morte di Lady Diana attraverso gli occhi dei tre effettivi protagonisti di quei tragici giorni: la Regina Elisabetta II, Tony Blair ed infine il popolo britannico. La pellicola, a differenza di quanto detto più monarchica che mai, parte dal fatto di cronaca per tracciare un ritratto lucido di quella che è la difficoltà del potere antico e consolidato (appunto, la monarchia) di confrontarsi col potere nuovo e riformatore (il Blair di quel periodo, e soprattutto la nuova importanza rivestita dal popolo). Finale al vetriolo per una Helen Mirren tanto brava da identificarsi fisicamente con la regina senza assomigliarle. Regale

BLACK DAHLIA – Brian de Palma - **1/2

Mescolando un reale fatto di cronaca, l’orribile morte dell’aspirante attrice Elizabeth Short negli anni ’30, col libro omonimo di James Ellroy, il film narra delle indagini dei due poliziotti ex pugili Josh Hartnett e Aaron Eckart, che nel frattempo trovano anche il tempo di contendersi la moglie di quest’ultimo Scarlet Johannson. La mano è sempre quella di de Palma, e si vede nelle bellissime scelte di taglio registico, ma sul piano narrativo il film si sfilaccia in un attimo fra scene di sesso etero e omosessuale, autocitazioni, e più in generale attraverso una storia che sa di vecchio. Bello come può essere bello un mobile antico. Stantio


WORLD TRADE CENTER Oliver Stone - **1/2

Innanzitutto, va’ detto che il film parla solo indirettamente dell’11 settembre: esso è infatti la storia (vera) di un salvataggio, il salvataggio di due poliziotti portuali rimasti intrappolati sotto le macerie delle torri gemelle. Nel frattempo, vediamo la disperazione dei loro familiari e i soccorritori che cercano di barcamenarsi in una situazione che non poteva essere prevista da nessun manuale.

La pellicola è stata tacciata da più parti di americanismo, in realtà è semplicemente la ricostruzione delle emozioni provate dagli statunitensi, e in modo minore anche da noi, in quei tragici giorni, senza prendere una posizione politica, evitandone la questione. Dignitoso

NUOVOMONDO di Emanuele Crialese - ****

>Leone d'Argento Rivelazione

Crialese scompone la Storia (l’emigrazione sicula verso l’America nei primi del novecento) in immagini che vogliono essere (prima di tutto e per una volta) cinema: e allora il nuovo mondo è innanzitutto verdura gigante trascinata da bambini su zolle di terra, e poi monete che si fanno foglie e con suoni d’argento ci ricoprono gli occhi, e poi fiume di latte in cui dimenticare il proprio sogno. Mentre l’America vera resta solo nebbia, da spiare, ma solo per un attimo, attraverso finestrelle poste troppo in alto. Migrante

LA STELLA CHE NON C’E’ di Gianni Amelio - ***

Viaggio attento e malinconico attraverso i contraddittori segni della Cina: ma ad Amelio interessa soprattutto raccontare di due solitudini, di due passaggi [l’operaio italiano specializzato (un magnifico Castellitto) senza più lavoro, la ragazza cinese senza più/senza mai dimensione]. Poteva essere un capolavoro, ma Amelio stecca il finale, consegnando tutto ad una sequenza posticcia quanto inutilizzabile. Bastava fermarsi sul volto di Castellitto che sommessamente piange, mentre la chiatta su acqua dal colore di terra lo nasconde agli occhi, dietro la prossima ansa di fiume. Intermittente

LETTERE DAL SAHARA di Vittorio De Seta - ****

De Seta torna al docu-cinema che lo ha consacrato come il poeta-cantore del lavoro degli umili (Banditi a Orgosolo su tutti). Ma questa volta gli ultimi di cui si innamora il suo sguardo interminabile sono i clandestini, gli immigra(n)ti che non hanno mai/ancora voce, nè tempo, travolti dalla nostra indifferenza corrosiva e volgare. La speranza diventa parola strana, mentre De Seta ci ricorda tutto questo dalle calde terre di un paese troppo lontano. Epicizzato

LA RIEDUCAZIONE di Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino - ****

Questo esordio costato 500 euro (e ufficialmente firmato da una fantomatica Amanda Flor) è la vera rivelazione del Festival: immagini in bianco e nero fotografano l’universo scorticante dello sfruttamento nei cantieri dei palazzinari romani. Ma tutto con quella vena misticamente irridente e teneramente malinconica propria dei gloriosi tempi della commedia all’italiana anni sessanta. Argenteo

COME L’OMBRA di Marina Spada - ****½

Altra rivelazione folgorante: la Spada, con purezze visive del miglior Garrone, volge sguardo e disincanto su Milano e i suoi vuoti insensibili. Con una macchina da presa costantemente alla ricerca di spazi in cui vibrare il volo, in cui donare abbracci. Ma invano: griglie di ferro, cementi geometrici, luci compatte, strappi di lamiera, inquinano la nostra voglia di sguardo, e poi l’anima. Che vorrebbe solo strapparsi via, come l’ombra dal corpo. (Dis)incantante

L’UDIENZA E’ APERTA di Vincenzo Marra ***½

Documentario scolpito con il consueto rigore visivo e concettuale: questa volta Marra osa spingersi nel controverso mondo della giustizia made in Italy, raccontandoci le chiaroscurate personalità di un avvocato e due giudici durante un processo di camorra. E ciò che le sue sommesse ma feroci immagini restituiscono è una sorpresa, ma anche un sentirsi precipitare. Senza ritorno e con un senso intollerabile di impotenza. Sradicato

Legenda: *= brutto **= così così *** = bello **** = molto bello *****= capolavoro

A cura di Mattia Mariotti e Davide Bonacina

MARGHERITA FRA LE STELLE

Vulcano intervista la Hack, la donna di scienza più conosciuta in Italia

Abbiamo pensato che il modo migliore per inaugurare le nascenti pagine dedicate alla scienza fosse quello di pubblicare un’intervista alla celebre astrofisica Margherita Hack. In fondo chi meglio di lei può parlarci di scienza?

Signora Hack, terminato il liceo si iscrisse alla facoltà di lettere ma, dopo aver seguito la prima ora di lezione, cambiò indirizzo e andò a fisica, incontrando la sua vera vocazione e passione. Possiamo dire che questo cambio è stata la fortuna e la storia dell’astrofisica nazionale e internazionale?
Semmai fortuna mia che lettere non mi piacque.

Perchè studiare fisica e nello specifico astrofisica?
La fisica, in fondo, è ciò che governa tutto il mondo. Tutte le leggi fisiche sono fondamentali per capire il mondo, la natura e il funzionamento di tutte le cose. Dalla pentola di acqua che bolle alle fiamme del gas che diventano gialle se ci si butta del sale sopra. Sono tutti fenomeni fisici.

Cos’è l’universo per un’astrofisica del suo livello?
L’universo è tutto ciò che esiste, l’importante è riuscire a capire come è fatto, cosa sono le stelle, cosa sono i pianeti, le forze che li muovono, ovvero la forza gravitazionale; che le stelle brillano grazie alle reazioni nucleari che avvengono al loro interno; che l’universo si evolve continuamente e tutti i corpi che lo costituiscono si formano, invecchiano e alla fine muoiono. Possiamo dire che è una geografia in grande scala che ci permette di capire a fondo l’ambiente in cui viviamo.

Rispetto agli studenti e ai giovani della sua generazione come vede l'interesse e l'approccio a questa particolare materia nel nuovo millennio?
Oggi c’è molta più possibilità dal punto di vista della ricerca, ci sono strumenti che ai miei tempi sembravano fantascienza. Si conosce molto di più dell’universo, ma allo stesso tempo ci sono ancora molte cose da scoprire, come la materia oscura o l’energia oscura. Tutto sommato ora è più appassionante lo studio dell’universo, anche perché è una completa palestra di fisica. In passato, soprattutto nel XIX secolo, l’astronomia consisteva più che altro nel misurare i moti delle stelle, invece oggi è fisica. Noi applichiamo tutte le branche della fisica per capire la struttura dei corpi celesti ed è molto più interessante di una volta.

“Un pianeta è un corpo celeste che è in orbita intorno al Sole, ha sufficiente massa perché la sua stessa gravità gli faccia assumere una forma sferica e abbia puliti i dintorni della sua orbita.” Con questa definizione i delegati all’Assemblea generale dell’Unione astronomica internazionale hanno declassato Plutone da pianeta a “pianeta nano”. Cosa significa? Adesso cambierà qualcosa nel mondo dell’astrofisica internazionale?
Si tratta di una nuova categoria di pianeti. Recentemente è stato scoperto “Xena”, un pianeta poco più grande di “Plutone” che si trova ad una distanza doppia dal “Sole” e probabilmente se ne scopriranno tanti altri ancora più lontani. Hanno delle caratteristiche un po’ diverse dagli altri pianeti, sono molto più piccoli, hanno orbite più allungate ed è stato deciso di chiamarli “nano-pianeti” e sono stati messi tutti in serie “B” come la “Juventus”….

Molte di queste ricerche le dobbiamo al telescopio Hubble?
Non solo, ma anche a tutti gli altri satelliti che ci sono che speculano nei settori dei raggi gamma, di quelli “X”, dell’infrarosso, e ai grandi telescopi a terra: sono tutti complementari. Il telescopio spaziale Hubble ha soprattutto permesso di vedere gli oggetti più lontani.

Trova che i mass media ci propongano un mondo un po’ troppo fantascientifico rispetto alle effettive conoscenze e al lavoro di ricerca degli scienziati?
Spesso la fantasia galoppa, lo si vede anche dai titoli dei giornali. Ho letto recentemente che fra 20 anni sapremo se esistono gli extraterrestri oppure no, quando più di una volta è stato detto che molto probabilmente scopriremo, anche prima di 20 anni, grazie ai grandi telescopi in progetto, altri pianeti simili alla Terra dove la vita è possibile. Questo non vuol dire che troveremo gli extraterrestri.

Nel 1997, lei è andata in pensione e da allora non ha più avuto un momento libero. Scrive libri di divulgazione scientifica, tiene conferenze in tutta Italia e addirittura è stata candidata da un partito di centro sinistra alle regionali in Lombardia. Niente più ricerca?
Ho un gruppo di lavoro internazionale che si occupa delle stelle chimicamente peculiari le quali hanno delle anomalie di composizione chimica. Ma comunque faccio soprattutto divulgazione.

Se dovesse spiegare la sua materia ad una persona completamente a digiuno di scienza?
Farei degli esempi presi dalla vita di tutti i giorni, che in fondo è regolata dalla scienza anche se i più non se ne rendono conto. Tutto quello che noi conosciamo è arrivato nel corso dei secoli dall’esperienza della vita comune e pian piano ci siamo resi conto delle ragioni per cui tutto questo accade.

A cura di Marianna Piacenza e Magali Prunai

5 ottobre 2006

DINO BUZZATI: IN OCCASIONE DEL CENTENARIO

Li vedo: durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi, ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio. Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio. Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria, e in genere male anche questa, perché' restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità' si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché' del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente.
(La Solitudine, da "In quel preciso momento", 1950)

Il 16 ottobre 1906, a San Pellegrino, nasceva Dino Buzzati. A cent'anni dalla nascita, e a poco più di trenta dalla morte, molti sentono il bisogno di ricordarlo, ricostruendo attraverso la fatica dei nomi e delle etichette i ritratti innumerevoli di una personalità poliedrica, le figure fluide dell'espressione creativa. Giornalista, scrittore, pittore, illustratore dilettante, poeta, artista della penna, della parola e della linea, ma soprattutto alchimista della fantasia, quella onirica e colorata del 'Colombre' e dei racconti, come quella lucida e spietata de 'Il deserto dei Tartari'. Tra le molte parole spese per ricordarlo, tra conferenze e concerti d'alta quota, letture poetiche e colte chiacchierate, questo 'personaggio fondamentale della grande cultura italiana' - così lo si ricorda tra le pagine del 'Corriere della Sera', che nel 1928 lo accolse, ancora studente in Legge, per non lasciarlo più – ama sfuggire alla facoltà fotografica del ricordo e della commemorazione, con l'attualità sorridente delle sue pagine, che toccano i punti sensibili, quelli dolenti, del contemporaneo, attraverso figure delicate che sono gli archetipi senza tempo di ogni immaginazione; l'immagine è quella di un filo di poesia teso ad arte tra due mondi, laddove la penna non perde mai il contatto con la sorgente del reale, e con le ragioni della sua logica, mentre in controluce coltiva le trame del fantastico, del fanciullesco, del sogno, in una dimensione dipinta di antitesi e ombreggiature, tra mostri colorati ed infinite angosce, luoghi incantati e uomini impotenti abbandonati ad attese senza fine. La facoltà lucidissima di osservazione del reale e dei suoi meccanismi psicologici sottili, maturata all'interno dell'imperitura tradizione del romanzo borghese del secondo dopoguerra, quello delle Ginzburg e dei Tomasi di Lampedusa, si diffonde in Buzzati in una narrazione distesa, ironica e pacatamente surreale, e trova la sua più alta espressione nella forma prediletta del racconto, laddove la vicenda del quotidiano arriva a svelare in pochi tratti pittorici i propri risvolti di follia, per farsi parabola senza tempo di una società borghese accartocciata e decadente, eppure sempre viva e attuale, oppure teatro di fiaba, colorato, onirico, saggio; allo stesso modo, quasi le pagine si facessero specchio di un'intera vita, Buzzati è figura molteplice, uomo d'azione e giornalista, oltre che letterato e poeta, corrispondente di guerra, imbarcato sull'incrociatore Fiume nel 1940, cronista politico, negli articoli sulle 'ore memorabili' della Liberazione, il 25 aprile 1945, e di attualità, negli articoli del 1969 a commento del primo viaggio dell'uomo sulla Luna, fonte di ispirazione sempre viva per il cinema ed il teatro.

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione"; con queste parole prende inizio 'Il deserto dei Tartari', quello che Buzzati considerò il capolavoro di una vita e per cui prese spunto“…dalla monotona routine redazionale notturna, che facevo in quei tempi. Molto spesso avevo l’impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E’ un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all’estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell’attesa” (Il Giorno, 26 Maggio 1959).

Lo stesso pessimismo lieve, la stessa angoscia sorridente, ritroviamo nei Diari e nelle Poesie illustrate, nei racconti per bambini e adolescenti, nel sergente Drogo e nella sua attesa senza nome, come nell'incontro di Stefano Roi con il suo personalissimo mostro, il Colombre, laddove l'attesa di una vita si fa errore e inevitabilità, la prima destinazione si rivela essere l'unica, e l'esistenza della scelta è domanda, la soglia tra fatalità e responsabilità dramma di ogni uomo; lungo le pagine dei racconti, delle poesie, dei diari illustrati, l'ironia e la voce magico-fantastica colorano i temi della solitudine, dell'abbandono, rendendoli fiaba, canzone, filastrocca, filosofia poetica, ricollegandosi così alla tradizione senza tempo delle grandi favole che, in ogni età della vita, servono a formulare, e a dare risposta, ad una diversa domanda. In modo analogo, nella sua attività di illustratore e pittore, un universo di immagini di fanciullo si fa scena surreale ed iperreale, e l'illustrazione fantastica sfiora atmosfere di enigma che ricordano De Chirico e le sue piazze, piazze mute e ossessionanti, qui invase di colori e di primavera.

In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. è impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c'è nell'atmosfera. Molti uomini, la maggioranza anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l'avvertono subito. Non c'è niente da insegnare in proposito. è questione di sensibilità; alcuni la posseggono di natura; altri non l'avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le foreste tenebrose, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede. (Da 'Il segreto del bosco vecchio', 1935)

Viviana Birolli

GIORNALISTA SI NASCE O SI DIVENTA?

Intervista a Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Un dibattito che si prolunga ormai da troppo tempo è quello sulla formazione del giornalista. All’inaugurazione del master di giornalismo alla Statale di Milano, il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, ha ripreso l’ argomento dichiarando che giornalista si diventa con la formazione culturale, storica e politica. E’ comunque necessaria una certa vocazione e una certa capacità naturale di parlare con la gente, di andare sulla notizia. Insomma, un po’ di fiuto non guasta.


Dottor Abruzzo, lo scorso agosto lei è stato uno dei protagonisti di un dibattito fra Capezzone, parlamentare rosapugnista, e alcuni esponenti dell’Ordine dei giornalisti. Il parlamentare ha ritirato fuori un vecchio tema caro ai radicali: l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti.
L’Ordine è il riconoscimento giuridico di una professione. E’ un ente pubblico che organizza le professioni. All’interno dell’ordine c’è il consiglio che è il giudice disciplinare e delle iscrizioni, cioè un giudice amministrativo. I radicali vogliono indebolire i giornalisti e adottare il sistema francese. Con tutto il rispetto per la Francia, noi siamo in Italia e la nostra Costituzione ha una norma che i francesi non hanno: l’articolo 33 comma 5, che stabilisce che per svolgere una professione si deve sostenere un esame di stato. Ci vuole comunque qualcuno che lo faccia fare, che si chiami Ordine professionale o in un altro modo. Lo Stato ha però tutto il diritto di riprendersi le deleghe che ha dato agli ordini e di chiuderli, a patto che vengano rimpiazzati da una legge di due o tre articoli in cui si affida l’esame di stato alle università, si stabilisce che l’albo deve essere affisso nel sito internet del ministero della giustizia e che il giudice disciplinare delle professioni intellettuali è la prima sezione civile dei tribunali dei capoluoghi di regione. In alternativa è necessaria una legge dell’ordine che stabilisca le regole deontologiche che il professionista deve seguire. Senza un ordine di appartenenza il professionista diventa un impiegato di redazione e non ha più il segreto professionale da rispettare. Così, quale informatore si fiderà a rivelare le informazioni al giornalista? L’articolo 21 della nostra Costituzione stabilisce la libertà di cronaca, ma questo non vuol dire che essere giornalista ci da il diritto di poter dire tutto quello che vogliamo. La libertà si afferma su due pilastri: dignità della persona e verità sostanziale dei fatti. Si può anche diffamare una persona però il fatto deve essere vero, di interesse pubblico, scritto civilmente e nella sua essenzialità. I nostri padri costituenti hanno disegnato una stampa libera, senza limiti e confini e l’Ordine dei giornalisti realizza questo loro disegno garantendo la deontologia come valore.

Comunque, la maggioranza al governo ha, già detto che nel programma dell’Unione è previsto l’aggiornamento degli Ordini, non la loro abolizione.


Più di una volta lei ha affermato l’importanza di affidare la formazione del giornalista alle università. Allora lei vede di buon occhio le facoltà di giornalismo e scienze della comunicazione?
Il Parlamento ha affidato al ministero dell’università il compito di preparare tutti i professionisti, compresi i giornalisti. Questo principio esiste, va solo attuato.


Ciò nonostante per accedere alla professione è quasi diventato indispensabile frequentare un master o la scuola di giornalismo. La “Carlo De Martino” di via Fabio Filzi è, possiamo dire, il cavallo di battaglia dell’Ordine della Lombardia.
La “De Martino” è la prima scuola di giornalismo italiana realizzata con una delibera del ’74 da questo consiglio dell’Ordine, e che ha cominciato a muovere i primi passi nel ’77. Siamo ora al quindicesimo biennio. Nasce da una collaborazione fra l’Ordine dei giornalisti della Lombardia e la Regione. In 30 anni la Lombardia ha speso per noi 15 miliardi.


Spesso ci si rende conto che gli articoli dei giovani giornalisti mancano di quel “quid” dovuto all’esperienza. La gavetta non è una migliore maestra rispetto alla scuola o ai master?
Questo è un dibattito che va avanti da quasi 80 anni e se ne è occupato anche Gramsci. Nel ‘27 il segretario del sindacato fascista dei giornalisti, Ermanno Amicucci (fu anche direttore del Corriere della Sera) andò, con Bottai (ministro della cultura popolare, il famigerato Minculpop), negli Stati Uniti dove visitò la scuola Pulitzer e se ne innamorò. Con un decreto di un solo articolo, nel ’30 a Roma, partì la scuola professionale di giornalismo e che fu attiva per quattro anni. Bottai, che insegnava a scienze politiche a Perugia, fondò l’indirizzo giornalistico. Chi sceglieva questo indirizzo doveva frequentare la scuola di Roma per sei mesi e poi era dottore in scienze politiche ad indirizzo giornalistico con il diritto di iscriversi nell’albo dei professionisti, allora non esisteva l’esame di stato. In una lettera dal carcere Gramsci dice che è giusto che i giornalisti si formino in una scuola perché devono studiare. Bottai e Amicucci, facevano parte della fronda del partito fascista e furono presto in rotta di collisione con Starace, gerarca ultraortodosso che, spalleggiato dal direttore del “Mattino” di Napoli, fece prevalere il principio secondo il quale i giornalisti non si formano studiando ma nascono “imparati”. A fare le spese della diatriba fra frondisti e ortodossi fu la scuola di Roma che chiuse i battenti dopo appena tre anni.

a cura di Magali Prunai

IL NEMICO PIU' INFIDO

L’autolesionismo, quando è meglio punire il proprio corpo che affrontare la realtà

Quando qualcuno ci vuol far male, lo individuiamo come nemico e ci affrettiamo a mettere le distanze: tanto per cominciare, quelle che coprono lo spazio di un braccio allungato e la mano, fino all’estremità dell’indice che gli puntiamo contro. A volte l’indice lo dobbiamo puntare verso noi: quando siamo “tagliatori” o “self-injured”. Quando siamo autolesionisti.

Le mani a grattare la cute, il rasoio a scarnificare, la sigaretta spenta sul braccio, litri di alcol pompati in corpo, droghe come mentine, 4 etti di carbonara ingurgitati, seguiti da un budino per dessert: questi sono solo alcuni dei comportamenti catalogati come autolesionisti. Il comune denominatore è la deliberata produzione di una minorazione su se stessi. «L’espressione di una rabbia interna» - spiega la dottoressa Eugenia Pelanda, presidente dell’Associazione Area G scuola di psicoterapia attiva nell’ambito dell’intervento del disagio psichico giovanile - «farsi del male e vivere attraverso il dolore fisico per sentirsi vivi e per allontanare il dolore psichico: un’angoscia incontenibile». Questo disagio riguarda soprattutto il mondo dei giovani; la manifestazione più estrema, quella suicida, è la terza causa di morte per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. Un gran numero di autolesionisti trova sfogo nei forum; ecco gli stralci di un post lasciato da una ragazza: «Parte un dolore dentro…è un altro di quei momenti in cui stai perdendo il controllo, in cui la sofferenza non può essere ascoltata…La sfera del reale inizia a sbiadire: non sei più Sara, non sei più bella, non sei più intelligente, non sei più nulla. Il vuoto che senti intorno è insopportabilmente pieno di rabbia…Come sopportare una simile impotenza? Una lametta. Improvvisamente prendi in mano la situazione…Una volta finito, il tuo segreto è coperto dai vestiti…torni a rimetterti quella maschera che piace a tutti». Che differenza c’è, dunque, tra chi mostra i segni dell’autolesione e chi, come Sara, li nasconde? «È un diverso modo di comunicare» - spiega la dottoressa Pelanda - «chi mostra apertamente è più aggressivo nei confronti dell’esterno; in chi nasconde c’è chiusura verso l’esterno. Nel primo caso c’è lo scopo di spaventare, preoccupare, aggredire». Del mostrare il sangue pubblicamente ne sa qualcosa Genesis P-Orridge, leader della industrial rock band Throbbing Gristle, che nel concerto di Londra del 1976 si trafisse con aghi ipodermici, ingurgitò sangue e birra, vomitò e leccò il suo vomito; salvo poi lasciare il palco pallido come un cencio. «Nelle star del rock si insegue un ideale di onnipotenza» - secondo la dottoressa Pelanda - «è una modalità negativa per rafforzare l’autostima e il narcisismo, solo per andare poi ad autodistruggersi». Anche l’arte utilizza la teatralizzazione dell’atto fisico: una sorta di purificazione mediata dal dolore, con cui riscoprire l’essenza stessa della vita. A suffragare l’idea che ci sia un nesso, tra il farsi del male e la catarsi, c’è l’origine etimologica della parola castigare che in latino significava infatti “rendere puro”. Non dimentichiamo che le ferite si infettano e c’è ben poco di puro in una lesione che si incancrenisce o in una corsa al pronto soccorso e il rischio di non vedere mai più un’alba. Di automutilazioni fa uso l’artista Vito Acconci, morsi autoinflitti in tutto il corpo sono il soggetto della sua performance Trademarks, documentata attraverso l’uso di telecamere e macchine fotografiche, mentre Hermann Nitsch nella sua Azione n°45 si sottopone di fronte al pubblico a una sorta di autoflagellazione. Bisogna dire, tuttavia, che per larga parte del pubblico, il massimo digeribile del nefasto si ferma ancora alla natura morta.

E voi siete autolesionisti? Dipende. Se avete trovato il mio articolo noioso e malgrado ciò l’avete letto, siete autolesionisti. Oppure semplicemente mi volete un sacco di bene.

Diana Garrisi

Quando l’autolesionismo è…

mitologico. Le Amazzoni, donne guerriere della mitologia greca, per meglio usare l’arco, si tagliavano il seno destro, a-mazos significa infatti “senza seno”.

salvifico. Aron Ralston, un rocciatore americano di 27 anni, nel 2003 rimase intrappolato da un masso di 360 chili e, perdute le speranze dell’arrivo dei soccorsi, il quinto giorno decise di tagliarsi il braccio per liberarsi.

illegale. Rischia fino a tre anni di reclusione il salariato che si ferisce o mutila per procurarsi denaro attraverso la riscossione di premi assicurativi, indennizzi, pensioni. L’autolesione è una pratica ricorrente tra i soldati che si automutilano per evitare l’arruolamento o per essere rimpatriati.

tarocca. Chi non ha mai comprato gli scherzi carnevaleschi tipo il dito bendato insanguinato che nasconde una molla, oppure le finte lesioni in lattice con tanto di osso in vista. I negozianti dicono: «Si vendono bene tutto l’anno».

canino. E’ il caso di alcune razze di cani da lavoro affetti da stereotipia, una patologia di natura ansiosa che ha tra i suoi sintomi la rotazione dell’animale su se stesso con il tentativo di mordersi. Sembra che tra le storie comuni ai cani affetti da questa patologia ci sia un periodo di addestramento per un determinato compito (attacco, guardia, obbedienza), oppure di una restrizione dell’esercizio fisico (cani legati alla catena dopo un periodo di libertà).

2 ottobre 2006

UNA COMPILATION DI ILLECITI

Licata, provincia di Agrigento, pochi giorni fa c’è stata l’ennesima morte sul lavoro. O meglio sotto il lavoro. Un immigrato rumeno irregolare lavorava in nero al restauro di una palazzina fatiscente, per conto di un palazzinaro amico dei condoni. Fatalità volle che il palazzo crollasse in faccia all’operaio sotterrandolo e costringendolo ad una morte lunga due giorni, e privo dei piedi amputati durante i soccorsi. Una storia come le altre se non fosse per la macabra e grottesca asportazione. L’indignazione sale nei confronti di questo “imprenditore” che aveva pure dichiarato che al momento del crollo nella palazzina non c’era nessuno. Nessuno da segnalare ovviamente. Dopo però scopriamo altre cose: la palazzina era stata costruita abusivamente negli anni settanta e di recente era divenuta il rifugio di un latitante mafioso, poi sorprendentemente arrestato. Mancava solo un aereo di linea che ci finiva contro dirottato da separatisti sardi. La costruzione è crollata per la vergogna di essere stata co-protagonista di tutti questi reati. Quindi alla fine la colpa della morte dell’operaio di chi è? Dell’abusivismo edilizio? Del mafioso che avrebbe dovuto segnalare la caducità della sua dimora? Del negriero imprenditore siculo? Della Bossi-Fini che avrebbe dovuto rispedire indietro l’immigrato? Questo lo stabilirà un magistrato colluso con l’ausilio di intercettazioni illegali e grazie all’ambiguità di qualche legge.

Fabrizio Aurilia

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N. 4

Mi chiedo spesso se ci siano dei miei lettori là fuori. Fuori da questa pagina intendo. Mi ripeto continuamente: è possibile vedere dei dinosauri in questo parco dei dinosauri? Insomma se qualcuno ha letto l’ultima puntata di questa rubrica, avrà capito cosa voglio dire: amici, compagni ce l’abbiamo fatta. La rubrica si è trasformata in oggetto apotropaico. L’Italia ha vinto la coppa del mondo e noi lo sapevamo, l’avevamo scritto, il successo è di tutti. No un attimo. E’ mio. L’avevo profetizzato io.

In queste vacanze ho fatto un meraviglioso viaggio tra Germania, Svezia e Danimarca, e tre giorni a fine agosto a Viserba, paesino della riviera romagnola nel quale trascorsi le infantili estati, con una prozia ultraottantenne che soleva palleggiarsi la dentiera durante i pasti. Sono tornato perché dovevo ritrovare quella sala giochi accanto alla spiaggia, nella quale andavo a spendere le 1500 lire della diaria che i miei mi concedevano. I giochi sono sempre gli stessi: quegli degli anni ‘80. Forse puntano ad un target giovanile ma non giovane. Un po’ giovanilista. Il re dei videogiochi era lo spigoloso Super Mario, che a testate distruggeva qualunque cosa: ora la Nintendo pubblicherà un remake dal titolo “Super Mario Zidane”, storia di un idraulico (non polacco) algerino emigrato in Germania. Le code di bambini scalzi, abbronzantissimi e con un cucciolone colante in mano, erano visibili davanti al gioco delle olimpiadi: l’atleta bianco (tu che giocavi) e l’atleta nero, si sfidavano in varie discipline atletiche. Per vincere, ad esempio i 100 metri, era necessario muovere il joystick talmente velocemente, che alla fine della vacanza i frequentatori della sala giochi vantavano un avambraccio sei volte più muscoloso dell’altro: cosa che sarebbe tornata utile qualche anno dopo, durante la pubertà, in quei lunghi stazionamenti in bagno, a leggere di politica economica.

Sovente tuttavia la superiorità dell’uomo bianco non si concretizzava sullo schermo, e l’atleta di colore vinceva. La lezione che molti bambini traevano era ingiuriare il campione nero. Qualche reminiscenza infantile deve essere rimasta soprattutto nel lombardo-veneto.

Un anno arrivò una novità. Una Ferrari con a bordo un ragazzo e una ragazza correva lungo strade circondate da alberi frondosi e dal mare, cercando di evitare i veicoli che giungevano in controsenso. Gioco caduco quanto noioso era sempre frequentatissimo, probabilmente per quel desiderio di identificarsi con una situazione che si sperava futuribile. In fondo l’idea era alla base della cultura anni ‘80: mettere una bella figliuola in compagnia di qualsiasi cosa. Ecco perché abbiamo intervistato Margherita Hack.

Fabrizio Aurilia