15 dicembre 2005

QUANDO LA CHIESA STA DALLA PARTE DEI POVERI

OSCAR ROMERO E LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE 25 ANNI DOPO

“Tra giustizia e ingiustizia non esiste una via di mezzo”. Era una delle cose che amava dire Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo 1980; rappresentante di una Chiesa che lotta affinché la parola del Vangelo diventi parola viva. Una Chiesa dei poveri e della Teologia della Liberazione.Una Chiesa, quella latinoamericana, complessa e a dir poco eterogenea al suo interno.Da un lato ci sono vescovi come il cardinale Pio Laghi, oggi prefetto del dicastero Vaticano all’Educazione Cattolica: nunzio apostolico in Argentina durante gli anni della dittatura, amico intimo dei generali, conosceva perfettamente e tollerava i rapimenti e le uccisioni di oppositori politici. Per capire il personaggio basterà citare una sua omelia del giugno ’76: “il Paese ha un'ideologia tradizionale, e quando qualcuno pretende di imporre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce con anticorpi di fronte ai germi. I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo”.Dall’altro lato c’è invece una Chiesa che quotidianamente piange i suoi morti, vittima del regime e da esso ferocemente perseguitata, con religiosi che, per le loro idee e il loro impegno, da quelle stesse dittature vengono uccisi (celebre era il motto dei paramilitari salvadoregni: “haga patria, mate un cura”). Come Oscar Romero. Per ricordare la sua opera è indispensabile però fare un brevissimo accenno storico su quel che accadeva ne El Salvador a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80, periodo in cui guida l’arcidiocesi di San Salvador.

Dal ’77 il paese era nelle mani del generale Carlos Humberto Romero (nessuna parentela con Oscar), a cui si opponevano organizzazioni di guerriglia come le Forze Armate di Resistenza Nazionale. Il triennio 77-79 fu segnato da violenze e uccisioni che colpirono in particolare contadini, ma anche sindacalisti e preti, accusati dall’estrema destra di simpatizzare con la guerriglia. Il generale Romero fu deposto nell’ottobre ’79 da un golpe orchestrato da alcuni ufficiali dell’esercito, i quali diedero vita a nuove giunte (guidate da Roberto D’Abuisson e Ramon Alvarenga), ancora più sanguinarie della precedente e che portarono, nell’80, al massacro di Morazan, in cui morirono 3000 contadini.

Oscar Romero combattè il regime con ogni arma a sua disposizione, schierandosi apertamente dalla parte dei più poveri. Ogni domenica il popolo attendeva con ansia i suoi messaggi pronunciati nel corso delle celebrazioni e diffusi in tutto il paese attraverso la radio. Durante le sue omelie, che spesso duravano ore, faceva i nomi delle persone uccise o rapite dai paramilitari indicando senza timore chi fossero i carnefici. “E’ impossibile predicare l’amore di Cristo se la sua espressione vivente, i poveri, muoiono”, proclamava, a testimonianza della necessità di prendere posizione. Pochi giorni prima di morire aveva platealmente chiesto ai soldati e alle guardie nazionali di disubbidire all’ordine di massacrare i civili: “Nel nome del popolo che soffre vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino: cessi la persecuzione contro il popolo”. Arrivò persino a scrivere al presidente statunitense Jimmy Carter, affinché il governo nordamericano smettesse di fornire armi a quello salvadoregno. Parole e gesti che non potevano più essere tollerati da chi faceva della violenza il proprio linguaggio. Così Romero fu assassinato sull’altare, proprio mentre celebrava messa Un martire di quella Chiesa che non lo ricevette quando si recò a Roma per parlare delle sofferenze del suo popolo. Quella Chiesa troppo concentrata nel vedere solo il male che veniva dall’Est, per accorgersi di quello ancor più doloroso che c’era ad Ovest. Dove, a morire perseguitati, erano anche i suoi preti.

Beniamino Musto

25 novembre 2005

INTERVISTA A MARCO TRAVAGLIO


Vulcano in questo numero è andato a trovare Marco Travaglio, giornalista indipendente, e già collaboratore di Indro Montanelli, al “Giornale”, e poi alla “Voce” indimenticata icona del giornalismo italiano.Attualmente collabora con il gruppo l’Espresso (cura una rubrica quotidiana su Repubblica.it, “Carta Canta”) con “Micromega” e “l’Unità”, dove ha una rubrica quotidiana: “Bananas”; un gruppo di suoi amici hanno aperto un sito non autorizzato che raccoglie molti scritti e interviste, www.marcotravaglio.it Il suo esordio come saggista risale al 1994 con un libro “Lo Stupidario del Calcio” presentato dallo stesso Montanelli. La sua carriera giornalistica si concentra presto sui rapporti tra il potere e la malavita. Il suo libro del 2001 sull’origine del patrimonio di Silvio Berlusconi “L’odore dei soldi” è una vera bomba ad orologeria, che si attiva quando viene presentato da Daniele Luttazzi nel corso del programma televisivo “Satyricon”. La prima conseguenza è la cancellazione del programma e l’epurazione del noto attore di satira dalla televisione (ribadita da Berlusconi nel cosiddetto diktat Bulgaro), ma il Cavaliere non si accontenta, e, furente, denuncia sia Travaglio che Luttazzi chiedendo loro un risarcimento di 20 miliardi di Lire, ma recentemente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare quasi 100 mila Euro di spese processuali ai legali dei denunciati. Il libro, che fa scandalo perché avvicina in maniera netta e imbarazzante Forza Italia a “Cosa Nostra” fa presto conoscere a tutti il valore e l’importanza di giornalisti come Marco Travaglio.



V- Signor Travaglio, che porzione di mercato occupa il giornalismo indipendente, nel nostro paese?


MT- Mah, una fetta piuttosto limitata, direi. Tuttavia dobbiamo scindere la televisione dalla carta stampata. In TV penso di non sbagliare se dico che i giornalisti indipendenti si contano sulle dita di una mano. Sui giornali o su internet, abbiamo invece una situazione molto differente; ci sono colleghi molto validi, che fanno dell’indipendenza una condizione imprescindibile per esercitare la professione.

V- Quali prospettiva ha un giovane che voglia diventare giornalista?

MT- Senza voler scoraggiare nessuno, dico che oltre ad essere difficile è un percorso in cui piegare la schiena e adeguarsi al potente di turno è determinante per fare carriera. In generale per essere giornalisti, nella più pura accezione del termine, bisogna esercitare sempre lo spirito critico. Ed è proprio per questa ragione che non possono esistere giornalisti governativi. Il giornalista deve sempre fare opposizione.

V- Lei ha lavorato a fianco di Indro Montanelli, qual è l’insegnamento più prezioso che le ha lasciato?

MT- Ne ho sempre in mente non uno ma due. Il primo è quello di scrivere considerando che l’unico vero padrone del giornalista è il pubblico cui sono rivolti gli articoli. Questo è importante perché permette di mettersi nell’ottica di chi legge, evitando così di scrivere per compiacere qualcuno in particolare. Il messaggio deve inoltre essere semplice, e, laddove è possibile si deve usare l’ironia, una delle armi più preziose che abbiamo. Il secondo e forse il più importante, Montanelli me lo ha ripetuto più volte: con chi ha il potere, il giornalista non deve mangiarci mai nemmeno una pastasciutta, per mantenersi il più imparziale possibile e per non mettere a repentaglio lo spirito critico.

V- Lei è noto per non mandare a dire le cose, così, a freddo, la corruzione esiste anche a sinistra?

MT- Esiste. Certamente in misura minore. Purtroppo oggi la politica consta di un mondo in cui la collusione e il clientelismo sono alla base dei rapporti tra le persone. Vedo nella sinistra un meno peggio, non un meglio.

V- Come giudica la nomina di Pietro Grasso come Procuratore Generale Antimafia?

MT- Come giudicarla? Innanzitutto governativa. Il concorso con cui è stata affidata la carica è stato pesantemente influenzato da leggi contra personam nei confronti di Gian Carlo Caselli, l’altro candidato. Stava alla dignità personale di Pietro Grasso rifiutare una carica assegnata così vergognosamente da un governo che in questi cinque anni ha fatto di tutto per mettere in ginocchio la giustizia e la legalità.

V- L’assassinio di Francesco Fortugno, vice Governatore della Regione Calabria, apre una nuova stagione d’oro per la malavita organizzata, oppure assistiamo all’episodio più eclatante di una violenza fuori controllo e priva di copertura mediatica?

MT- La N’drangheta è un’organizzazione che non ha mai smesso di sparare. I regolamenti di conti sono avvenimenti piuttosto comuni, tanto che, pochi anni fa, un killer sparò un razzoteleguidato con un bazooka a spalla contro la macchina corazzata di un boss rivale. Questo non a Beirut, ma in una centralissima piazza di una città calabrese. Il tutto è avvenuto senza creare particolare scompiglio tra opinione pubblica e mezzi di informazione. La N’drangheta a differenza della mafia può contare su un’organizzazione capillare e parcellizzata che non prevede una cupola come per Cosa Nostra, ma una partizione di potere orizzontale, studiata per evitare che i pentiti possano metterne a repentaglio la sopravvivenza. Dunque, lo stato non sta perdendo la gara con la malavita in questi tempi, purtroppo il crimine organizzato ha già vinto. L’omicidio di Fortugno rappresenta solo un ultimo, violento segnale di supremazia. A questo quadro disperato va aggiunta la vergognosa legge sullo scudo fiscale, varata, tanto per cambiare, dal nostro governo, tramite la quale, somme inestimabili di denaro sono rientrati dall'estero o sono emersi dal sommerso a disposizione della 'ndrangheta che li aveva accumulati illegalmente e nascosti

V- Per la Mafia la situazione è diversa, invece?

MT- E’ diversa per il semplice fatto che Cosa Nostra non spara da circa 13 anni. Casualmente proprio 13 anni fa, Dell’Utri intimo amico di alcuni pericolosi boss mafiosi fondava un partito insieme ad un altro amico, Silvio Berlusconi, l’uomo della svolta per Cosa Nostra. La mafia ha beneficiato di molti vantaggi con l’avvento di Berlusconi e del suo governo. Del resto, molti miliardi pioveranno ancora sui boss a causa dei finanziamenti Europei e governativi per la costruzione del ponte sullo stretto. La situazione di oggi è molto simile a quella del 92: le gerarchie potrebbero essere ridisegnate. Ogni volta che questo avviene, Cosa Nostra colpisce con efferata violenza, come fu nelle stragi di Capaci, Roma e Milano. La calma apparente di questi anni potrebbe dunque essere squarciata da un momento all’altro, con un’evoluzione del panorama politico.

V- Le leggi ad personam rappresentano oramai una consuetudine nell’attualità politica nostrana, quali sono le ripercussioni sullo stato di salute della giustizia?

MT- Per assurdo, i governi di centro sinistra sono stati i più deleteri per lo stato della giustizia. Questo non tanto per un maggior accanimento nei confronti della giustizia; sappiamo tutti quanto il Cavaliere tenga a distruggere l’indipendenza e l’efficienza della magistratura. Piuttosto il centrodestra ha sempre affidato le modifiche delle normative a persone così incapaci da non riuscir a portare a termine dei cambiamenti applicabili. Certo è, e qui non mi dilungo molto a spiegarne i motivi, che se la “salva-Previti” dovesse passare, saremmo davanti ad un disastro senza precedenti. Sarebbe un non senso giuridico che bloccherebbe la gran parte dei processi.

V- Lei denuncia senza timore cose che, oltre a stupire mettono quasi a disagio per la loro gravità; non ha mai paura che qualcuno voglia cucirle la bocca?

MT- No, questo no. Non sono testimone di verità ancora nascoste o che aspettano di essere rivelate. Mi baso su atti che, sebbene non siano accessibili a tutti, sono depositati presso i tribunali della Repubblica e quindi pubblici. In parole povere non potrei far incarcerare nessuno con i miei articoli e i miei libri.

V- Marco Travaglio, Comunista. Mi è spesso capitato di sentire questa equazione. Le da fastidio?

MT- Più che darmi fastidio oramai mi fa ridere. Ultimamente, però, qualcosa è cambiato, il presidente Cossiga, strillava a “la7” che io sarei un fascista di destra e un bugiardo falsario. E’ sempre così, quando le cose che vengono denunciate sono vere non si risponde a chi ha formulato l’accusa, ma piuttosto lo si attacca. Paradossalmente preferisco chi, come Stefania Craxi, mi ha denunciato entrando nel merito e sostenendo che avevo scritto il falso accusando suo padre di aver rubato. Naturalmente sono stato prosciolto, visto che suo padre "rubava" davvero, come ha stabilito definitivamente la Cassazione.

V- Il paradigma politico di Silvio Berlusconi è destinato ad avere degli emuli nel nostro paese?

MT- Oh, beh, li ha già. In Italia. Solo chi oramai vive profondamente radicato in un contesto viziato dal conflitto di interesse non si è accorto, quest’estate di un fatto molto grave: abbiamo assistito ad un processo di progressiva identificazione tra i DS e la Unipol nel corso della scalata alla Banca Nazionale del Lavoro. Tutto ciò è molto grave, perché si potrebbe ottenere una situazione in cui il conflitto di interesse risulti endemico, con la presenza di partiti-banca, partiti-assicurazioni eccetera. A fianco di un conflitto di interesse più grande, ce ne sarebbero altri, più piccoli e difficili da controllare.

V- Grazie Marco, per la tua disponibilità e la semplicità con cui spieghi cose per la verità piuttosto complesse.

MT- Grazie a voi, e…in bocca al lupo, Vulcaniani!

A cura di Davide Zucchi

10 novembre 2005

L’ACCADEMIA DI SVEZIA INCORONA HAROLD PINTER

Il 13 ottobre scorso l’Accademia di Svezia ha assegnato il premio Nobel 2005 per la letteratura al drammaturgo inglese Harold Pinter, affermando che nelle sue opere «svela il baratro sotto la banalità quotidiana ed entra con forza nelle stanze chiuse dell’oppressione».

Pinter, classe 1930, nato a Hackney, un sobborgo di Londra, e figlio di un sarto ebreo, esordisce nel 1957 con l’atto unico La stanza, scritto in quattro giorni per un amico, in cui sono già ravvisabili i primi caratteri di quella che sarà la sua futura produzione: atmosfere ambigue che disorientano lo spettatore, un uso del dialogo che sottolinea la difficoltà della comunicazione e l’alogicità della conversazione quotidiana, il gusto per l’omissione degli antefatti, che carica il tutto di un minaccioso mistero. Gli inizi sono tuttavia difficoltosi e il giovane drammaturgo stenta ad affermarsi, raggiungendo però in seguito un successo duraturo che gli varrà il riconoscimento di maggior rappresentante inglese della sua generazione. La prima opera ad avere risonanza ampia è Il guardiano, del 1960, in cui come nuovo elemento Pinter introduce un approfondimento della psicologia del personaggio; seguono altre opere di grande successo, come Il calapranzi (1960), Silenzio (1969), Vecchi tempi (1971), Terra di nessuno (1975), La lingua della montagna (1988), Chiaro di luna (1993). Il suo stile personalissimo è valso la nascita di un aggettivo, pinteriano, ad indicare un disagio, una sensazione forte di timore e incertezza; meno radicale e catastrofico di Beckett, trova, comunque, proprio nell’opera del drammaturgo irlandese e in quella di Kafka le sue radici. Vi sono elementi che ricorrono spesso nelle opere di Pinter: un linguaggio ambiguo, carico di pause e silenzi più espressivi ed oppressivi dello stesso dialogo già di per sé difficoltoso e talvolta fermo su rovelli mai pienamente risolti, che caricano l’atmosfera d’attesa; la rappresentazione dei personaggi in ambienti chiusi, claustrofobici, sinistri, al riparo da un ambiente esterno ostile e minaccioso; la messa in scena dei timori, delle ansietà, delle nevrosi, della ricerca d’identità, degli inganni della memoria, che caratterizzano l’uomo moderno.

Autore di oltre 25 commedie, si è avvicinato nel corso della sua carriera anche alla radio, al cinema (con collaborazioni illustri) e alla poesia, sua attuale principale occupazione; da sempre è noto il suo impegno sociale (con Amnesty International e altre associazioni umanitarie) e quello politico, che lo ha visto spesso schierato contro la guerra, Bush e lo stesso governo Blair; solo pochi giorni prima della designazione a vincitore del Nobel, infatti, in occasione del suo compleanno, il drammaturgo ha presentato un nuovo testo, Voices, ulteriore atto d’accusa contro «la durezza impietosa dell’infernale condizione che stanno vivendo tutti gli uomini, in Occidente come in altre parti del mondo, per colpa di un potere dissennato».

Claudia Bernini

5 novembre 2005

INTERVISTA A GAD LERNER

Quando raggiungiamo la redazione de “L’infedele”, un meraviglioso sole splende su Milano. C’è una piacevolissima illusione di primavera nell’aria. Gad Lerner, con un enorme sorriso, ci accoglie nel suo studio. Dopo averci fatto accomodare attorno alla sua scrivania, si mette a nostra completa disposizione, pronto a raccontarsi. E, come accade da anni nelle sue trasmissioni, riesce anche con noi a mettere in movimento i nostri cervelli e a farci tornare a casa con numerosi argomenti su cui riflettere e meditare.

Ci parli degli inizi della sua carriera e in particolare dell’esperienza in Lotta Continua.
Vi posso dire innanzitutto che ho frequentato moltissimo le aule di Festa del Perdono, ma ahimè non da studente. Mi sono iscritto a lettere con indirizzo classico, nel ‘73 quando ho finito il liceo al Berchet. Poi però Adriano Sofri mi “precettò” chiedendomi di andare a Roma a seguire quella che si chiamava “commissione nazionale scuola” e temo di aver dato in tutto sei esami! Non mi sono mai laureato,e quindi, non seguite il mio esempio! Ma certamente l’esperienza - prima di movimento poi anche di redazione - nel quotidiano di Lotta Continua è rimasta per me qualche cosa che mi ha dato più di quanto non mi abbia tolto. Mi ha etichettato, per cui ancora adesso a vengo visto come “un ex di Lotta Continua”. Ma gli serbo della gratitudine. Il quotidiano di Lotta Continua ha avuto un ruolo fondamentale di insegnamento per due ragioni: la prima è che ci imponeva di concepire il giornale come strumento della trasformazione della realtà, e non come mera professione; e poi perché, essendosi l’organizzazione di Lotta Continua sciolta molto presto, noi che facevamo il giornale ci siamo trovati liberi da vincoli di disciplina di partito. Avevamo realizzato molte innovazioni sia nella grafica che nella scelta degli argomenti, nell’introduzione in un giornale politico di tematiche invece più legate alla sessualità, alla crisi esistenziale del mondo giovanile. E’ stata una grande lezione professionale. Se io sono diventato un giornalista fortunato lo devo anche a quelle innovazioni di linguaggio che ho appreso in quella scuola.
Ma voglio fare un altro cenno alla Statale. Mi infastidiva già a quei tempi dentro all’università il prevalere di un’impostazione dogmatico ideologica nei gruppi dirigenti di quel movimento studentesco, che erano inevitabilmente i figli dell’alta borghesia milanese. Il movimento si dichiarava Marxista – leninista ed esaltava personalità come Lenin, Stalin, Mao Tse Tung che davvero stridevano con la realtà italiana. Quando andavi a cercare un rapporto con gli oppressi, gli sfruttati, i senza casa, quell’ideologia risultava già un ferro vecchio. Mancava negli studenti uno spirito critico. In realtà sembrava veramente che si scimmiottassero le guardie rosse cinesi, salvo poi la sera tornare in belle case confortevoli.


Com’è proseguita poi la sua carriera terminata l’esperienza di Lotta Continua?
Il mio ingresso nel giornalismo “non militante” fu sofferto. Noi avevamo condotto negli ultimi anni (’77-’79) una battaglia strenua dentro al movimento contro la degenerazione violenta e terroristica degli autonomi e del partito armato del terrorismo di sinistra, delle Brigate Rosse e di Prima Linea. Quei metodi armati per i quali le persone venivano trasformate in simboli e la vita umana veniva considerata un valore irrilevante e poteva essere cancellata o ferita, erano qualcosa che ci sembrava tradire profondamente le ragioni per le quali c’eravamo impegnati. Ero stanco di quella battaglia dentro al giornale, con il giornale. Quindi nel ’79 “diedi le dimissioni”, per così dire, e feci una certa fatica a passare al cosiddetto “giornalismo borghese”. Mi sembrò quasi un tradimento l’idea che il giornalismo potesse essere trasformato in un mestiere. Andai prima in un giornale di Genova che si chiamava Il Lavoro. Poi ho fatto Radio Popolare, ho scritto anche un po’ sul Manifesto, Dopo sono stato all’Espresso per parecchi anni. Intrapresi questo mestiere senza mai dimenticare da dove avevo cominciato, mantenendo lo stesso atteggiamento critico. L’etichetta del “ragazzo di Lotta Continua” e del giornalista non del tutto affidabile per l’establishment mi è rimasta appiccicata con anche degli evidenti svantaggi. Ho pure conosciuto e frequentato il potere. Non faccio il furbo che finge di essere rimasto fuori dai suoi meccanismi. E lo frequento tutt’ora, ma con un piede dentro e uno fuori.


Come si fa a entrare nella professione giornalistica rimanendo sempre coerenti con se stessi, e senza dover per forza scrivere ciò che vuole il padrone?
Credo che il rimanere coerenti sia un vantaggio, e solo in apparenza ti fa pagare dei prezzi. Vale per tutti i mestieri. Serve una forte passione, una vocazione, alcuni temi che ti appassionano a prescindere dalla busta paga e del percorso professionale, cose su cui pensi valga la pena spendere una vita intera: ecco, se tu entri nel mestiere del giornalista con una vocazione di questo tipo hai una marcia in più. Non c’è niente di peggio che restare indifferenti e piegarsi alla volontà del direttore. Diventi semplicemente uno che si fermerà ai gradini bassi della carriera, un esecutore.


Sempre a proposito della professione. Lei pensa che la maggior specializzazione dei giornalisti sia positivo?
E’ una risposta complessa. Da un lato c’è il sistema italiano, in particolare il sistema delle professioni in Italia che è scandaloso. Ci sono corporazioni chiuse, compresa quella giornalistica che ha un albo che secondo me andrebbe abolito, perché serve solo a difendere chi c’è già dentro da chi vorrebbe entrarci, (ma lo scandalo è ancora più grande tra i notai, tra gli architetti, gli ingegneri, gli avvocati). C’è proprio un sistema illiberale che peggiora la qualità di tutti questi servizi, li invecchia, toglie spirito di concorrenza e quindi di innovazione. Ed è un ostacolo anche alla competizione internazionale. Per quanto riguarda in particolare i giornalisti, non c’è dubbio che per crearsi dell’offerta ci voglia specializzazione. Che ad esempio per fare bene il giornalista economico bisogna saper leggere i bilanci Ma non basta. Serve anche che quel giornalista possa sentirsi libero di denunciare i vizi del capitalismo italiano senza che questo gli appaia impossibile, perché le proprietà dei giornali sono di quelle stesse persone di cui lui deve denunciare i vizi. Noi viviamo un continuo conflitto d’interessi. Secondo me la passione viene prima della specializzazione. Quindi non pretendo affatto di indicare il mio percorso come esemplare, l’ho definito io stesso come molto fortunato. Però credo che quel rischio sia qualcosa per cui valga la pena di vivere. E’ l’impostazione critica che bisogna conservare, il grande strumento che abbiamo.


Crede ancora nella politica?
Sì. Voi avete la sfortuna di affacciarvi in un tempo di guerra. Questa è una circostanza che richiede saggezza. Ci si deve domandare: come si sta in un tempo di guerra? come ci si comporta in questioni fondamentali come il regolare i flussi migratori, la difesa, la prevenzione della minaccia terroristica? come facciamo ad impedire che questo tempo di guerra si traduca anche in un tempo di povertà e di precarietà? Tutto questo impone nuova politica. E la necessità di ripensare completamente le nostre categorie di interpretazione della realtà. Quelle che adoperavamo noi sono ferri vecchi. O si fa questo passo di fantasia, oppure l’illusione di resistere facendoci gli affari nostri e chiudendoci semplicemente nella difesa della nostra quotidianità, verrà spazzata via.


Secondo lei la democrazia è esportabile, come vorrebbero gli USA? Non corre il rischio, questa parola, di ridursi a una scatola vuota?
Certamente, come tutte le parole, anche il termine “democrazia” corre questo rischio. Però noi europei abbiamo una storia che fa sì che noi possiamo riempire di significato sia la parola pace, che la parola democrazia. In maniera diversa dagli americani. Lo dico con grande rispetto per l’America, che è un paese democratico, ma che è un paese che con la guerra ha avuto un rapporto molto diverso da quello che ha avuto l’Europa. Non ha conosciuto la guerra “in casa”, non ha conosciuto le macerie. L’Europa sì. Questo induce talvolta gli americani a guardarci con disprezzo, dicendo che l’Europa è invecchiata e non ha più il coraggio di combattere per difendere i valori fondamentali della democrazia. Invece io credo che sia saggezza e non viltà trarre insegnamento dalla memoria della catastrofe che ci accaduta. Sapere che la guerra ci può sfuggire di mano. Che non è vero che la si possa lanciare e poi governare pensando di poterne poi controllare gli esiti. E lo stesso discorso vale per la democrazia. Credo che ci sia una bella differenza rispetto al sano contagio democratico che si è verificato sul territorio europeo e culminato con l’allargamento ad est dell’Unione, per cui paesi che non erano democratici oggi lo sono diventati pacificamente. Ma anche la Palestina: io credo che la vicinanza di uno stato democratico come Israele, con le cui politiche si può fortemente dissentire - ma che resta uno stato democratico - abbia esercitato un influsso positivo sulla Palestina. E le elezioni che si sono appena svolte lo dimostrano. Dubito invece fortemente che la democrazia si possa esportare con le armi.


A proposito di Israele. Nota, da parte di certa sinistra estrema, un certo antiebraismo?
Sicuramente c’è una crisi di rapporti tra il mondo ebraico e la sinistra che è particolarmente dolorosa. Dentro alle tragedie del 900 la sinistra si è battuta contro l’antisemitismo e ha affermato sempre una concezione laica dello stato, in cui gli ebrei potessero sentirsi a casa loro con i cittadini non ebrei. Oggi invece c’è qualcosa di più che non la critica diffusa alle politiche dei governi israeliani. Si fa fatica a comprendere il perché debba esistere uno Stato ebraico. Si fa fatica a definire che cosa sia l’ebraismo. Come fatto culturale c’è il mistero delle identità: sentirsi cittadini di un luogo ma contemporaneamente con un forte legame con un altro luogo. Pensate alla mia esperienza personale: io sono nato a Beirut da genitori che erano nati in Palestina prima che si chiamasse Israele e ho gran parte della famiglia che vive in Israele. In un certo senso potrei dire che sono cittadino della sponda nord e della sponda sud del Mediterraneo allo stesso tempo. Questo io lo vivo come una ricchezza, ma per altri può essere un’ambiguità. Ma siccome queste ambiguità è dentro a ciascuno di noi, sarebbe bene imparare tutti a viverle come una ricchezza e non pretendere dagli altri una sorta di disciplina, per cui se tu sei di sinistra non devi voler bene a Israele, e se tu sei di sinistra e ebreo sei sospetto, perché c’è il sospetto che in cuor tuo tu voglia bene più a Israele che alla sinistra.

a cura di Chiara Asta e Beniamino Musto

28 ottobre 2005

INTERVISTA A FRANCESCO GUCCINI




Confine tra Emilia e Toscana. Le nuvole sono basse, la luce del cielo è fredda e pulita.
Arriviamo a Pavana, il paese delle radici di Francesco Guccini. Lui ci aspettasull’uscio di casa, sorridente. Ci fa accomodare intorno al suotavolo, sovrastato da mille carte, al centro di una stanza con ungrosso camino. Iniziamo una chiacchierata con lui. Francescoci parla di musica e politica, di passato e presente, di tradizioni e abitudini di montagna. Comequando, a un certo punto, gliviene portato un cesto di funghie lui con perizia li esamina.



Come nasce una sua canzone?
In tanti modi. A volte nasce rapidamente da un fatto che mi ha colpito. E’ il caso di“Canzone per un’amica” o “Primavera di Praga”. Altre sono idee che vengono e che lascio maturare poco a poco. E’ il caso ad esempio di “Odysseus”, una delle mie ultime composizioni, alla quale pensavo da parecchio tempo. Quando la canzone è matura mi viene voglia di mettermi ascriverla. "Piazza Alimonda” potrebbe essere una canzone di quelle scritte di getto, ma non è stato così. Volevo renderla il meno retorica possibile. Così ho intuito che sarebbe stato meglio non parlare del fatto in sé, ma partire dalla descrizione di Genova.



Per esempio come è nata “La locomotiva”?
Mi capitò di leggere in un libro di memorie di un vecchio operaio bolognese che raccontava la vicenda di un anarchico, ma non la spiegava. Poi un giorno un miom vicino di casa mi raccontò di
nuovo la storia del socialista anarchico. La canzone nacque in brevissimo tempo. Mentre scrivevo una strofa prendevo appunti per quella successiva. I primi versi li aggiunsi soloin seguito, mi sembrava fosse necessario un inizio.



Il testo e la musica nascono assieme?
Normalmente sì. Parto sempre da uno spunto, da una frase. Poi la canzone si completa da sé. Alcune volte, però, Flaco (chitarrista argentino di Guccini, ndr) mi fa ascoltare una melodia che mi piace, e allora cerco di immaginarmi un testo adatto. Così è nata “Scirocco”.



Pensa mai, quando scrive una canzone ad un interlocultore?
Le canzoni che scrivo nascono per me. Poi se piacciono anche agli altri sono assai più felice.
Però non posso figurarmi qualcuno a cui possa essere diretta una mia canzone. Sarei impedito nello scriverla.



Lei è un grande ritrattista di luoghi.
Ho vissuto principalmente in tre posti: Pavana, Modena e Bologna. Luoghi che ho raccontato nei romanzi “Cronache Epifaniche”, “Vacca d’un cane” e “Cittanòva Blues”.
Sono nato a Modena, ma mi hanno portato qui a Pavana dopo pochi mesi. A Modena però ho iniziato a suonare, inprincipio per imitare il rock ‘n roll. Modena l’ho cantata in “Piccola città”, Bologna nella canzone omonima, mentre per Pavana ho scritto “Radici”. E Pavana è il luogo del ritorno che ricerco. Infatti ormai è qui che sono tornato a vivere.



Come è nata l’idea del cortometraggio su Pavana?
Quando nel 1978 uscì il mio album “Amerigo” pensai, su idea di Pier Farri, che al tempo era il mio produttore, di fare un cortometraggio immergendolo nell’atmosfera e nei personaggi che uscivano da quelle canzoni. Pavana gode la fortuna di essere un paese di passaggio. Questo ha sviluppato alcuni fenomeni particolari: ci sono persone che vengono da ogni parte d’Italia e non. Ora ci sono meno fenomeni folkloristici, ma tutto sommato la vita di paese si è mantenuta. Ma tornando al corto, devo dire che se ne sono perse un po’ le tracce. Dovrei averne una copia da qualche parte, ma non è mai stata mostrata al pubblico.



I luoghi di cui parla sono sempre circondati da un’aura mitica.
Quando si racconta si deve sempre cercare di mitizzare un luogo che magari nella realtà mitico non è. Si pensi a “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, in cui Macondo, un piccolo paesino,
diventa l’ombelico del mondo.
Una canzone è ovviamente diversa da un libro: tende a descrivere per immagini sintetiche. In un romanzo, invece, uno può scrivere finché vuole.



Come vede l’Italia del futuro?
Sono piuttosto pessimista. Basta guardare alle leggi che stanno approvando: una sciagurata
riforma costituzionale, un maxi-condono fatto per soldi e una riforma della giustizia.
Osservando questa gente vedo quell’ignoranza da “Bar Sport” di una volta. Di quelli che discutevano di calcio per ore senza fare nessuna affermazione seria. Speriamo che la sinistra riesca a compattarsi per cambiare le cose.



La musica può servire a risvegliare le coscienze?
Dovrebbe essere la lettura a farlo, la musica ha il vantaggio di arrivare più velocemente. Io leggo tre quotidiani al giorno, ma vedo che molti giovani sono disinteressati. E’ anche la congiuntura economica che influisce molto.



16 giugno 2004, tema di maturità. Nel saggio breve viene citata “Canzone per Piero”. Stupore o orgoglio?


Mio Dio che vergogna! Orgoglio no. Stupore più che altro. Mi avevano messo in mezzo a gente un pochino più grossa. Gli amici ovviamente mi hanno preso abbondantemente in giro!



Una destra oscurantista al governo e una scelta forte come quella di Guccini alla maturità?
La canzone non era chiaramente politica o aveva la possibilità in qualche modo di essere politicizzata. Credo che ci siano delle commissioni. Non so come funzioni. Magari è frutto di qualche ricordo gucciniano di chi ha proposto il tema!




a cura di Luca Bartesaghi e Silvia Vaghi

10 luglio 2005

INTERVISTA SUL VIAGGIO A DANILO MANERA

“Conta più la strada della meta. Conta più il vento della valigia.”


Danilo Manera insegna letteratura spagnola nella nostra università. Da sempre appassionato di viaggi, nella sua vita ha viaggiato tantissimo, sia fisicamente che attraverso la letteratura, l’attività giornalistica e di traduttore, la passione per le altre lingue e culture. L’abbiamo contattato per discutere con lui del significato del Viaggio e dei retroscena dei suoi viaggi; in particolar modo della “spedizione” da lui compiuta nella zona del Vaupes, remota ed “incontaminata” regione amazzonica della Colombia
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Per cominciare, la domanda di rito: come è nato in lei l’interesse per il viaggio ed in particolar modo la passione per la Spagna e l’America Latina?

Sono nato nelle Langhe, in una cittadina della provincia piemontese. Contrariamente alla fama di immobilismo che ha, è terra di emigranti e scrittori, un posto limitato da cui partire, smentendo l’orizzonte di colline, anche per poi gustarsi i ritorni. In un primo tempo, sull’onda di Pavese e Fenoglio, rivolsi il mio interesse all’area anglofona, e contemporaneamente alla Francia, poi all’università di Pisa scelsi le lingue slave e infine m’appassionai allo spagnolo. Durante gli studi approfittai di tutte le borse di studio che mi venivano a tiro. Poi mi toccarono quasi due anni di servizio civile come obiettore di coscienza e nelle lunghe sere di quella pausa forzata, cominciai a sognare viaggi più lunghi, più in profondità, con un tesoro di storie e parole da riportare a casa. Presi così, appena possibile, la rotta dei tramonti, prima verso la Spagna, poi verso il Sudamerica.

Lei si è occupato molto - soprattutto attraverso la traduzione di testi di narrativa – dell’area caraibica. Un'area che purtroppo nell’immaginario collettivo è quasi esclusivamente legata ad un fuorviante stereotipo vacanziero ma che, credo, abbia una ricchezza culturale ben più ampia. Che cosa ci può dire a riguardo?

I Caraibi sono connessi con l’idea di paradiso, un luogo mite e dolce, precedente alle morali e alle ideologie, un luogo aperto dove infinite cose sono ancora possibili.

Purtroppo, l’idea di paradiso che rimane a tanti è quella misera e cartolinesca delle due settimane in spiaggia. Caraibi significa ballo e meticciato: una capacità di suonare e di mescolarsi. Lì il crogiolo etnico-culturale ha creato ritmi, pitture e scritture straordinarie. Io non mi stanco di proporre antologie di autori caraibici. Da ultimo L’isola d’acqua, un libro dedicato ad Haiti, al quale ha collaborato Marco Modenesi della nostra università e che accompagna il documentario di J. Demme The Agronomist, e due raccolte tradotte da allievi dei miei corsi, Onde, farfalle e aroma di caffè. Storie di donne dominicane e Fantasmario di Marcio Veloz Maggiolo.


Lei ha scritto molto su Cuba, collaborando anche a guide e vari libri fotografici dedicate a quell’isola. Cosa pensa delle recenti polemiche sulla situazione politica cubana, innescate circa un anno fa dalla condanna a morte di alcuni dissidenti e riaccesesi da qualche settimana a seguito dell’espulsione di alcuni giornalisti italiani sbarcati sull’isola in occasione di un congresso degli oppositori al governo di Castro?


Ho scritto ampiamente sul tema, che non è riassumibile. Rimando soprattutto al n.4 del 2004 della rivista di geopolitica «Limes». Ho grande rispetto per le sofferenze del popolo cubano, vittima dell’embargo statunitense. E un amore profondo per la cultura e i talenti dei cubani, il loro modo inconfondibile e umanissimo di stare al mondo. Sono per il dialogo e la solidarietà. Ma non confondo Cuba con Castro. I castristi sono chiusi a ogni verifica o divergenza, demonizzano l’interlocutore con rituali da caserma, negano ogni cittadinanza alla diaspora. Invece, per il movimento civile, utopico e pacifista di cui mi sento parte i diritti umani, la libertà d’espressione e associazione, la partecipazione pluralista, l’ecologia, la valorizzazione delle diversità, il rispetto delle minoranze sono presupposti irrinunciabili. L’odio e la repressione non sono una risposta. Nemmeno l’inamovibilità dei capi. Certo, la situazione è difficile, ma spero che si smuova e che i cubani sappiano sviluppare la loro alternativa al neoliberismo in modo davvero libero.

Il viaggio più bello che lei ci ha raccontato credo sia quello svolto nella zona dello Vaupés in Colombia, da cui è nato il libro Yuruparí. I flauti dell'anaconda celeste. Come è nata l’idea di riprendere una spedizione di un esploratore ottocentesco - Ermanno Stradelli - nell¹Amazzonia colombiana e ripercorrerne il tragitto?

Le spinte sono state tante. Ne citerò due. La versione più elaborata della leggenda di fondazione dei popoli del nordovest amazzonico si conserva in italiano grazie alla sensibilità di Stradelli, che era anche un linguista d’eccezione: a lui si devono grammatica e dizionario della lingua franca di quei territori. Stradelli era affascinato dal diverso e disposto a capirlo. Inoltre, nei giochi di bambini, io e mio fratello stavamo sempre dalla parte degli indiani contro i cowboys. Una volta nella vita, ci tenevamo a vivere un po’ con una tribù indigena. È stato emozionante e complesso, ma ha richiesto una lunghissima preparazione.

Cosa le ha lasciato quell’esperienza a contatto con le usanze, le leggende, i miti di popolazioni lontanissime dallo stile di vita occidentale?

Tantissime cose. Relativismo di fronte al “progresso” e alle “verità”, pena per quel che perdiamo e togliamo alle generazioni future con l’attuale omologazione al ribasso, spianata oltretutto sui modelli più sciocchi. Gratitudine per la disponibilità degli indigeni tucano e dei colombiani. Un’amaca appesa in una stanza della mia casa milanese. Quell’aculeo di cerbottana della nostalgia che si sente per ogni cosa lontana che un giorno è stata tua. Qui più forte perché dal Vaupés è meglio che tutti i bianchi stiano lontani, anch’io. E l’impegno a far sì che la scrittura sia una canoa che scivola su un fiume, che a sua volta è l’anima disciolta di una canoa. Gli sciamani tucano dicono che l’anaconda ancestrale trasportò le genti nel suo ventre in forma di pesci e ancora adesso gli uomini nascono dall’acqua profonda delle donne in cui c’è la stessa geografia di fiumi e cieli e sogni che poi troveranno fuori, dove splende l’anaconda celeste come un latteo sentiero luminoso.

Quale legame pensa ci sia tra letteratura e viaggio? Crede sia possibile in qualche modo viaggiare attraverso la letteratura?

Caspita! I libri sono il miglior mezzo di trasporto che c’è. Ho sempre pensato alla biblioteche come porti da cui salpare. Ho sempre viaggiato sulla scorta di letture e i viaggi hanno a loro volta prodotto scritti. Senza contare che ci sono terre che esistono solo nella memoria e nella fantasia, a cui si va soltanto grazie alla letteratura. L’osmosi è antichissima, perché la letteratura ha bisogno di spaesamento e di moto: da Ulisse a Don Chisciotte, da Dante a Ibn Batuta, da Marco Polo ai cantastorie, dagli scienziati illuministi ai vagabondi on the road.

Centrale in tutta la sua produzione giornalistica e letteraria sul viaggio, mi sembra, personalmente, il concetto di “rispetto” . Rispetto per i luoghi visitati e le genti incontrate. Pino Cacucci, un altro grande esploratore dei paesi latinoamericani, ha scritto che «il contatto con l’altro a qualsiasi latitudine [deve iniziare] con un gesto di resa incondizionata, la rinuncia ai propri schemi e abitudini». Qual è la sua opinione a proposito?

Sono d’accordo con Cacucci. L’incontro con l’alterità è un’occasione unica. Guai a perderla perché si ha in tasca un copione e foschia negli occhi. Si viaggia per cambiarsi, non per confermarsi. Già il viaggiatore Montaigne diceva che sapeva da cosa fuggiva, ma non cosa cercava. E che l’incessante diversità di vite incontrate sul cammino era la miglior formazione per l’anima. Poi ci vuole anche molta, spregiudicata curiosità.

Sintetizzando, qual è il consiglio principale che darebbe a chiunque sia appresti ad un viaggio che non voglia solo essere un’evasione o una vacanza, ma piuttosto un’esperienza conoscitiva consapevole e intelligente?


Conta più la strada della meta. Conta più il vento della valigia. Contano più i passi o i compagni di viaggio degli orari o degli acquisti. Non c’è un manuale, ma una disposizione a trovare il proprio modo di camminare. Un giorno lo si riconosce in un ciottolo, un riflesso di luce, un sorriso, una nenia, una foglia, un silenzio, una vicenda letta o raccontata in forma inattesa. Allora tempo e spazio coincidono e si sente che la vita è, machadianamente, tracciare scie sul mare.


A cura di Francesco Zurlo



Chi è Danilo Manera?

Danilo Manera (Alba 1957) insegna Letteratura spagnola contemporanea all'Università degli Studi di Milano. Narratore, traduttore, critico letterario e giornalista di viaggio, ha collaborato ai quotidiani «L’Unità» e «Il Manifesto» e alle le riviste «MicroMega» «Avvenimenti» e «Limes». Attualmente dirige la rivista «Crocevia». Ha curato la traduzione italiana di parecchi importanti scrittori spagnoli nonché antologie di autori baschi, della Galizia e delle Canarie. Si è occupato molto anche di letterature slave. Ultimamente si è dedicato soprattutto dell’area caraibica, curando diverse antologie di scrittori cubani (ricordiamo perlomeno A labbra nude. Racconti dall’ultima Cuba, Vedi Cuba e poi muori,) e domenicani (I cactus non temono il vento). Per quanto riguarda il tema del viaggio ricordiamo, oltre a Yuruparí. I flauti dell’anaconda celeste, la partecipazione a diversi speciali di «Tuttoturismo» e di «Meridiani» sui paesi carabici e ad alcune guide turistiche su Cuba.



5 luglio 2005

KOUFOUNISSI, A LARGO DELLA GRECIA.

Qui, chiaramente non stiamo a parlare di solite vacanze alternative in posti che alternativi non sono per niente. Il mio obbiettivo è quello di parlare di un’isola greca nelle Cicladi che può benissimo far parte di un itinerario, più o meno prestabilito, nel quale convivono “isole fashion” (Ios, Mykonos, Santorini) e isole quasi totalmente escluse dalle più comuni cartine turistiche.

Kofounissi sembra prestarsi bene all’esemplificazione. C’è da sottolineare infatti una cosa: l’isola è frequentata perlopiù da studenti milanesi che hanno la presunzione di aver trovato la Grecia libera o alternativa, di essere usciti dal terrificante idioma italiano che domina quasi totalmente le già citate “isole fashion”. Invece pochi minuti dopo l’approdo del traghetto della compagnia greca che fa il giro di quasi tutte le isole, la parlata italiana imperversa tra coloro i quali, rigorosamente in stile milanese, ovvero senza il minimo spiraglio di comunicazione tra i gruppi di villeggianti, attendono sulla banchina deserta di fronte ad una collinetta con quattro case bianche e blu, un emporio povero e immalinconito e una distesa di terra e erba bassa e arsa: anche il tipico vento isolano non esiste più. Attendono cosa? Dove sono i pescatori che urlano prezzi e numero di letti senza specificare il numero di stanze? Dove sono le indicazioni; anzi: dove sono le strade? A queste domande un pulmino del 1982 FIAT (italiani/greci: una faccia, una razza) saprà dare risposte. Il conducente scende frettoloso e muto (ma non è sordo e non vedente) e carica i bagagli di tutti sul tetto con rapidi e sapidi movimenti: così alla rinfusa zaini, borse e valige si librano nell’aria e ricadono. Allora potrai finalmente sentire l’impareggiabile suono di lamiera che infrange qualcosa di tuo.
A quel punto è chiaro che è necessario salire sul modello FIAT e seguire i propri effetti personali.
I milanesi, stipati e sudati, attraversano in pochi minuti la longitudine dell’isola (più piccola della circonvallazione interna, tanto per capirci): solo terra, sassi ed erba bassa si concedono per farsi ammirare. Non una casa, un insediamento… una villanova. La destinazione è una spianata desertica dove sorge un campeggio senza ombre: a quanto pare è l’unico approdo disponibile per dormire e mangiare. Insomma è chiaro che su Kofounissi l’unica possibilità è: mare profumo di mare. E infatti la costa è sorprendente: proprio a pochi metri dal campeggio si stende una lunga spiaggia di sabbia fine che prelude ad uno dei mari più limpidi delle Cicladi; ma non basta. Proseguendo e inerpicandosi oltre il litorale sabbioso, l’isola offre una sorta di concentrato di coste per ogni esigenza: calette rocciose e sabbiose, piccole piscine naturali, minuscole grotte, immerse nel silenzio più totale in un panorama che oltre a piccoli cespugli alti massimo un metro non ospita costruzioni umane e segni di movida o più semplicemente di “vida” vissuta. L’acqua marina, specialmente nelle calette rocciose è trasparente e ghiacciata, tanto da poter sicuramente esclamare: “E’ proprio trasparente. E’ proprio ghiacciata.
Camminare sotto il sole senza un alito di vento per raggiungere questi spettacoli è molto meno stancante che agitare la testa su e giù fino alle sei del mattino in qualunque posto di Mykonos: cosa che peraltro si può fare a Mykonos e non arrivare fino a Kofounissi. L’acqua delle docce (fredda e salata) e le porte dei bagni (divelte o rotte in più punti) non scalfiranno l’umore, allorché sorgerà verso sera una strana domanda: ma la luce elettrica fuori dal campeggio dov’è? Ed è lì che, con un po’ di pazienza, il cielo vi regalerà la luce (non divina): le stelle sono tante milioni di milioni. La stellata di Kofounissi è spettacolare. E’ la cosa migliore che possa capitare. Probabilmente. E non è “retorica del buon governo”.

Kofounissi non è alternativa perché è battuta verosimilmente tanto quanto le isole fashion, ma è comunque diversa; non è neanche in alternativa perché può essere abilmente complementare.
Verso qualsiasi destinazione delle Cicladi, comprare il biglietto solo per la prima fermata dalla partenza: è un risparmio notevole ma non equo e solidale.

Fabrizio Aurilia

ANAFI, ISOLA SENZA TEMPO

Anafi. Poche miglia marine in line d’aria da Santorini. Nei giorni limpidi la si riesce anche a scorgere, nell’azzurro dell’egeo, dalla Caldera di Santorini. Santorini centro del turismo organizzato, fulcro delle Cicladi. Isola connessa da decine e decine di traghetti che dal Pireo o dalle altre cicladi rigurgitano turisti a getto continuo sulle spiaggie di Thira.

Ad Anafi invece ci arrivano solo due traghetti alla settimana. O almeno dovrebbero, dal momento che - dice la Lonely Planet - le navi per questa piccola sfuggente isola hanno orari incerti e inaffidabili. Quando ci andai io, un anno fa, le navi attraccavano al suo piccolo porto di Agios Nikolaos, solo il mercoledì e il sabato. La permanenza minima sull’isola era quindi di quattro giorni. Ricordo il traghetto che sobbalzando su un mare poco piacevolmente inquieto, liberatosi dalli sciami di ragazzini italiani o tedeschi diretti in isole ben più note e mondane, viaggiava lento verso questo scoglio perduto in mezzo all’Egeo. A bordo erano rimasti solo uno sparuto gruppo di viaggiatori curiosi e i rifornimenti per questa isola sperduta.
Già la prima impressione, arrivando, fu quella di un luogo deserto, piacevolmente lontano da ogni forma di turismo organizzato. Un piccolo porticciolo, le reti gialle dei pescatori distese sul molo, un piccolo spaccio alimentare, poche case, una corriera che inerpicandosi per una strada tortuosa portava alla Hora, il capoluogo (o meglio l’unico centro abitato di rilievo dell’isola).

Rimandai al giorno dopo la visita alla cittadina, e invece, cercando un luogo per dormire, scoprì che l’unica opportunità, oltre ad una serie di domatie ormai da tempo già affittate ad altri turisti, era l’accampamento su Livadi Beach, la prima delle spiagge dell’isola. Una piccola meravigliosa spiaggetta orlata di palme, a cui si giungeva attraverso un minuscolo sentiero in costa, inerpicandosi tra piccole casette in affitto e taverne che emanavano profumo di souvlaki o pesce fresco.
La sera andammo a mangiare in una di queste taverne, sorta di locale terrazzato con vista sul mare. Sul tavolo il menù era poco più che un soprammobile, redatto chissà quanto tempo prima. L’unico modo per sapere quello che Ileni, la padrona del locale, aveva preparato quella sera, era farsi accompagnare per mano da lei in cucina, in mezzo a pentoloni odoranti di briam, e taglieri con gli avanzi di pesce liscato. Un donnone imponente, che parlava in greco stretto, infilando solo qua e là i nomi in inglese delle vivande, pronunciandoli con un suo strano accento cicladico, quasi più indecifrabile del greco stesso.
Quella sera chiaccherendo con Artemis, la figlia della proprietaria - l’unica che parlasse inglese in tutta la taverna- e con altri avventori italiani, scoprì molte cose sull’isola. Che d’inverno era abitata da solo 250 abitanti. Che ogni estate - fatta eccezione per i viaggiatori curiosi come me - sull’isola si vedevano sempre le stesse facce, giunte a conoscenza di quell’angolo remoto del Mediterraneo solo attraverso improbabili passaparola. Mi raccontò anche che i campeggiatori “selvaggi” di Livadi Beach avevano instaurato un buon rapporto con la gente locale; la stessa gente che invece mal sopportava la selva di fricchettoni nudisti –in prevalenza greci- che stazionavano da ormai due mesi sulle spiaggia di Rakuna (una spiaggia poco più in là sull’isola) tra bonghi e canne.
Mi disse inoltre che solo la parte dell’isola su cui ero sbarcato era abitata e “praticabile”. Cioè che la quattro o cinque spiaggie allineate una dopo l’altra su quel lato dell’isola erano collegate da una strada (l’unica insieme a quella che conduceva alla Hora) la quale terminava nei pressi di un piccolo monastero. Li, aggiunse, si trovavano anche i resti di un tempio di Apollo e ciò che rimaneva di un castro veneziano in rovina. Sull’altra parte dell’isola invece niente strade –ci si poteva arrivare solo via mare.
Artemis infine mi racconto la storia del suo fratello diciannovenne che il giorno dopo partiva per il militare. Mi disse che lui come altri giovani dell’isola vivevano in una strana condizione d’incertezza tra l’attaccamento ancestrale all’isola e la fuga verso Atene e il mondo civilizzato. Tornai anche le altre sere in quella simpatica taverna a mangiare pesce e prendere il fresco

La mattina dopo invece andai su alla Hora. La corriera s’inerpicava lenta sui numerosi tornanti, in mezzo al tipico paesaggio cicladico, aspro e brullo, a tratti quasi lunare. Ricordo appena sceso dalla corriera il vento fortissimo - che scoprì dopo non essere affatto un’eccezione lassù, ai 200 metri del villaggio - che spazzava l’ammasso di case bianche dell’abitato. La Hora. Un labirintico intrico di vicoletti tortuosi, nei quali perdersi in mezzo a fili di biancheria stesa al sole cocente, azzurri vasi ricolmi di gerani rossi come melograni, vecchi che riposano all’ombra di un muro crepato, casupole di calce bianca dalle imposte dipinte di blu scurissimo. Una selva di carruggi, passaggi, scalinate per cui s’arrampicano donnine rugose, avvolte nelle loro tipiche lunghe vesti nere, portando pesantissimi sacchi della spesa.
Anafi è questo e quasi nient’altro. Un villaggio di pescatori sperduto nel mare, un’oasi di grecia autentica in mezzo (o meglio ai margini) di un arcipelago che (fatta eccezione per poche isole, forse le sole Folegandros e piccole Cicladi) viene sempre più fagocitato dal turismo di massa. Una piccola comunità di pescatori che cerca tanto disperatamente quanto tranquillamente, con sorniona indifferenza, di rimanere attaccata al suo “verghiano” scoglio. La faccia di un Europa lontana, diversa, recalcitrante alla massificazione, all’ avvilente appiattimento culturale della società occidentale globalizzata.Un’isola ancora incomtaminata, ai margini di tutto, fuori da ogni rotta, sospesa nel suo incanto senza tempo.

Francesco Zurlo