22 gennaio 2007

PERCHE' INCAMMINARSI


"Non è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltiplicati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti."
Cees Nooteboom, "Verso Santiago"

"Se non arrivi a piedi dove vuoi andare, non vedrai quello che vuoi trovare. Il viaggio è la destinazione."
Tiziano Terzani, "La fine è il mio inizio"

Il solo accostarsi all’idea di una partenza è già di per sé un passo. Il primo.
Il secondo è capire il perché. Perché percorrere un cammino che porta ad una tomba di chissà quale santo? E conoscere tutta la storia, sapere che il culto di Santiago iniziò nell’anno 813, quando un eremita vide una pioggia di stelle cadere sopra un colle, e, andando su quel colle, riscoprì l’ormai disperso sepolcro di San Giacomo, sapere che in seguito su quel colle sorse una città che venne chiamata Santiago de Compostela, e che da allora i cristiani di tutta Europa cominciarono a mettersi in cammino per raggiungerla, anche se si conoscesse tutta la storia e il numero di pellegrini che fino ad oggi ha ripercorso questo cammino e questa storia, basterebbe tutto questo a fare il primo passo? La risposta è no.
No, perché nel terzo millennio abbiamo bisogno di altre motivazioni, perché non ci basta la tomba di un santo a farci incamminare.
Nel medioevo si partiva per scontare una penitenza, oppure per devozione ai luoghi santi. La meta era la destinazione. Oggi, la meta è il viaggio.
I secoli passano, i piedi di milioni di pellegrini lasciano le loro orme sugli otto diversi sentieri che portano a Santiago, ma anche se il cammino e la meta sono le medesime, come tutte le esperienze individuali, anche questo pellegrinaggio non è stato né mai potrà essere un cammino uguale per tutti. Pur percorrendo la stessa strada, per ciascuno il cammino sarà diverso.
Diverso, perché, più che essere un percorso geografico, culturale ed artistico, è un viaggio personale, interiore, profondo e spirituale. Intrapreso in coppia, in gruppo o in solitudine, in ogni caso non perde la capacità di scavare passo passo un sentiero che conduca nella sfera profonda - e molto spesso ignorata - di ogni individuo.


Il mutamento delle motivazioni che dal medioevo ad oggi ha spinto gli uomini ad affrontare il cammino è ovvio: i ritmi sono cambiati.
Oggi il tempo è scandito regolarmente. Sempre. Le nostre giornate sono degli orologi, corriamo ogni giorno al fianco della lancetta dei secondi ed ogni istante è troppo veloce, e ogni minuto vorremmo riviverlo, per rubare tempo al tempo
E forse è anche per questo che, come traspare dalle statistiche, i pellegrini continuano ad aumentare. E continuano ad incamminarsi. Per riprendersi il tempo naturale. Il tempo di indossare delle scarpe da ginnastica, mettere in uno zaino l’indispensabile, togliere l’orologio e partire.
Ognuno di noi ha bisogno di trovarsi solo con sé stesso per più di un’ora, di poter riflettere, di allontanarsi dallo stress quotidiano, e di farlo semplicemente, senza guide turistiche o villaggi vacanze.
Per questo non dovrebbe sorprendere sapere che esistono ancora persone che compiono un atto che ha sapore d’antico, che comunemente si ritiene anacronistico o proprio solo di chi è pervaso da una fortissima tensione mistica e religiosa. È un pellegrinaggio oggi non ha perso significato. È semplicemente cambiato. Continua ad avere un senso, perché fa riscoprire il tempo, dona momenti di riflessione e sembra suggerire che l’essenziale non vada perduto, nonostante il continuo rincorrere le inafferrabili lancette di un inarrestabile orologio. È una sorta di gommone di salvataggio lanciato all’uomo del 2000 da quell’eremita dell’800. Una risposta alla silenziosa richiesta d’aiuto di una superficialità dilagante che non vuole più essere tale. Un invito a spegnere le televisioni, incamminarsi per scoprire il proprio io senza tecnologia e modernità. Senza treni o metropolitane. Per capire chi siamo veramente, senza aver tutti quei ritrovati tecnologici che sovrastano i gesti semplici e soffocano i momenti di silenzio.
Anche se ciascun pellegrino interpreta il cammino come crede, ciò di cui tutti si rendono conto è che l’importanza del cammino non è rappresentata dalla meta in sè, ma è insita nel fare il cammino stesso.

Durante il tragitto si può assaporare, oltre a tutti gli elementi che nel quotidiano cittadino si nascondono, anche l’inaspettata profondità di rapporti nati lungo la strada. Tutti i pellegrini partono con un bagaglio di conoscenze, talvolta anche superficiali, e sul cammino incontrano persone che, soltanto stando al loro fianco per un paio d’ore, arricchiscono bagagli e vite.
Ogni persona in cammino è migliore. Perché si misura con sé stessa, coglie l’opportunità di conoscersi davvero, sviluppando la tecnica dimenticata del "sapersi ascoltare".
L’augurio che si fa a tutti coloro che intraprendono il pellegrinaggio è "Ultreya", che significa "sempre più avanti". Il cammino richiede infatti, come requisito fondamentale, una volontà forte, e la volontà è mantenuta viva dalla ricerca, che deve essere lo spirito primario di ogni peregrinare.
Bisogna essere affascinati dalla necessità di cercare.

Chiara Cankech

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