16 giugno 2009

EDITORIALE MAGGIO 2009

Meno tre. “Papi” è a meno tre. A maggio il premier perde tre punti nel consenso dei suoi. Ora anche i sondaggi fiutano l’aria sempre più acre. Il modello-immagine del capo del governo sta crollando. E non per merito dell’opposizione, che, come ogni opposizione, dovrebbe pensare a ricostruirsi, perché tanto sono sempre i governi che, da soli, si logorano. Ma perché “Papi” ha voluto trasformarsi da immagine a persona: e gli sta andando male. Ciò che dava forza al regime culturale creato dall’inquilino di palazzo Chigi, è stata la “giusta distanza divina”, nel senso hollywoodiano del termine, che “Papi” sapeva instaurare tra sé e il popolo: quella distanza per cui l’Italia era il palcoscenico e l’elettorato il suo pubblico. Solo negli ultimi mesi “Papi” è sceso in campo davvero: ha eliminato il mezzo, l’immagine, il filtro che lo rendeva lontano e vicinissimo, uno e molteplice, immortale e sfuggevole. E’ sceso tra la gente d’Abruzzo, tra i vicoli di Napoli, ha imposto scorrettezze istituzionali pre-risorgimentali, ha ballato con le minorenni, ha fatto del suo divorzio un reato di lesa maestà, implorando privacy. Marco Belpoliti in un illuminante libro intitolato “Il corpo del capo”, dedicato alla figura di “Papi”, ha scritto: “Noi siamo la superficie riflettente in cui Silvio Berlusconi si guarda: la sua vera immagine è il mondo”. Per la prima volta “Papi” ha visto se stesso in ciò che ha creato: e ha capito di non essere immortale.

Fabrizio Aurilia

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