23 giugno 2009

NON SONO UNA SIGNORA/4 ART.19

Ci sono questioni che stanno al buon cuore ed al buonsenso della gente, prima ancora che ai diritti costituzionali. Italiani brava gente, parole che riecheggiano con feroce ironia nell’inseguire le notizie che quotidianamente ci mostrano che buon cuore e buonsenso li abbiamo persi, in quanto popolo, da tempo.
In momenti come questi può tornare utile ricercare nel diritto quei principi di convivenza sociale che affermammo con convinzione, un tempo, e considerarli una guida che ci possa sostenere, oggi. L’Italia ha ancora una carta scritta che raccoglie questi principi. E questa bella e giovane Costituzione ne afferma uno di cui appare necessario ricordare il contenuto:

art. 19: Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

In questo articolo innanzitutto viene proclamato un diritto. Un diritto, dunque una cosa diversa rispetto ad una libertà. Se la seconda, infatti, concerne la nostra sfera privata – ed è compito dello Stato lasciare lo spazio di autonomia necessario alla sua esplicazione – il diritto investe in pieno l’ambito sociale e genera, in capo alle istituzioni, un corrispondente dovere di attivarsi perché l’esercizio dello stesso sia pienamente garantito.
L’intervento di uno Stato laico in materia di aiuti alle confessioni religiose é un tema spinoso e complesso, ma la religione come fatto personale e sociale esiste, e certamente non può essere causa di discriminazione. Occorre sottolineare che, nel nostro Paese, esiste un diaframma fra l’articolo 8 della Costituzione («tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge») ed il reale trattamento delle differenti confessioni.
Secondo la legge tutti possono pregare in pubblico ed in privato le loro divinità. Tutti possono fondare scuole religiose paritarie. Tutti possono costruirsi luoghi di culto e di preghiera. Spiacerà a molti analfabeti del diritto, ma non esistono presunti principi di reciprocità o emergenze sicurezza che tengano, in questo campo.
Insomma, non si sente proprio il bisogno di argomentazioni superficiali che discrimino lo straniero solo perché "non può dirsi cristiano". Piuttosto, è necessario, come le nostre radici religiose insegnano, cercare di amare "l’altro" come se stessi. O quantomeno, secondo quanto la
Costituzione insegna, aiutarlo a costruirsi una moschea dove pregare, in tranquillità.
Marco Bettoni

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