5 aprile 2010

Uno sguardo attraverso le crepe

da San Giacomo a Collemaggio


Ci sono tanti modi per raccontare la città de L’Aquila dopo la tragedia del terremoto del 6 aprile scorso. Può essere efficace iniziare con uno sguardo ai manifesti. Lungo le strade aquilane sono ancora frequenti i programmi della festività pasquali e gli avvisi di chiusura dei negozi: “Chiuso il 6 aprile, si riapre il…?”. Alcuni esercizi commerciali aprono le proprie pubblicità con un incoraggiamento: “Insieme a voi, per ricominciare”. Un cartello affisso su una vetrina offre un comodo servizio extra: “Parrucchiere con doccia”. Simbolo ricorrente è un cuore rovesciato, identificativo dell’azienda Sebach, che ha rifornito le tendopoli di bagni chimici.

La costanza delle immagini lascia presto spazio alla varietà degli stati d’animo della popolazione che, come dice un responsabile Caritas, “il terremoto ce l’ha dentro”, come se fosse un orologio biologico.

Una delle zone meno colpite dal sisma è la frazione di San Giacomo: molte case non hanno subito danni ingenti e la Protezione Civile ha allestito due tendopoli, una delle quali attrezzata per la mensa, l’assistenza sanitaria e lo spazio giochi per i bambini. È rilevante la presenza di anziani, che ai volontari chiedono principalmente compagnia ed ascolto, accompagnati dai sempre ben accetti pacchi di pasta. La Protezione Civile è affiancata in questo ed altri compiti da volontari delle più diverse provenienze, dalla Caritas a Rifondazione Comunista a Scientology. L’opinione generale nei confronti dei volontari è positiva, anche quando gli sfollati sfogano su di loro la propria frustrazione, con bestemmie che vengono ascoltate come fossero preghiere non canoniche.

Spostandosi nella località di Collemaggio ci si trova immersi in ben altra atmosfera: si tratta della zona del centro storico, che ha subito danni rilevanti ed è in maggior parte transennata. Nonostante le delimitazioni si può arrivare fino a piazza Duomo, meta di turismo macabro e di individui a caccia di telecamere. La cosiddetta zona rossa, comprendente la prefettura e la casa dello studente, è invece inaccessibile senza l’autorizzazione dei militari.

Anche a Collemaggio c’è una tendopoli, in una situazione particolarmente infelice. E’ allestita sul ciglio della strada, in curva, con le macchine che rallentano per gettare sguardi curiosi. Vige l’esplicito divieto di fare fotografie e i cani che hanno perso i padroni sotto le macerie girano soli sotto l’occhio dei volontari. Non è possibile entrare senza autorizzazione e da fuori si percepisce desolazione, come di fronte ad un campo profughi.

Le differenti situazioni in cui versano le località di San Giacomo e Collemaggio evidenziano come non si possa raccontare l’Abruzzo proponendo un’unica visione dei problemi, ma è invece necessario adottare uno sguardo più sfaccettato, evitando la genericità che a volte contraddistingue l’informazione sul tema.

Prendiamo ad esempio la parola “case”, tanto ricorrente quanto banalizzata. Occorrerebbe fare sempre alcuni distinguo: le case possono essere in muratura (crollate, rimaste in piedi o da ricostruire), in legno, le M.A.P. (Moduli di Abitazione Temporanea), alcune delle quali consegnate ad Onna il 15 settembre, e le cosiddette C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), parte del progetto governativo che ne prevede la costruzione in diciannove aree della regione. Alcuni di questi complessi sono stati consegnati il 29 settembre ed il 15 ottobre e consistono in abitazioni-ponte tra le tende o M.A.P. e le case vere e proprie.

Sui M.A.P e i C.A.S.E fioccano le opinioni più disparate. Tre comitati cittadini hanno scritto una lettera al Presidente Napolitano nella quale spiegano che il progetto C.A.S.E costerà il triplo rispetto a ciò che sarebbe stato speso per costruire case di legno, che avrebbero invece evitato la dispersione delle comunità, una delle maggiori paure della popolazione. D’altro canto la rassegna stampa del sito della Protezione Civile evidenzia come molti abruzzesi abbiano accolto con favore il progetto, ed è evidente il sollievo di chi già vi abita. Ferma restando la difficoltà di trovare una soluzione che accontenti tutti, sarebbero auspicabili maggiori riflessioni sui motivi di questa discordanza di idee.

Le case rimaste in piedi sono classificate come “A”, agibile, “B”, che necessita di lavori, o “C”, che necessita di lavori maggiori. Vi sono poi le case “E”, inagibile, ed “F”, irraggiungibile.

Una ragazza di nome Isabella racconta che dopo il sisma ha comprato una roulotte dove dormire per un po’, nonostante viva in una casa di tipo “A”, per la paura di trovarsi nuovamente intrappolata tra le mura domestiche durante una scossa.

Una situazione paradossale è vissuta dai proprietari di case “B” e “C”, che ai primi di ottobre, sei mesi dopo il terremoto, non vedono ancora avviati i lavori di ristrutturazione delle loro abitazioni, le cui condizioni piuttosto sono in continuo peggioramento. Un volontario della Protezione Civile, Roberto, ci fa però sapere che le ristrutturazioni dovrebbero iniziare a giorni.

Ad aggravare ulteriormente la situazione è arrivato l’inverno, ma stando al Sottosegretario Bertolaso in primavera tutti dovrebbero avere un tetto sopra la testa. Fino ad allora, e per il tempo necessario a tornare alla normalità, per gli Abruzzesi la parola che avrà più senso e che meglio li rispecchia sarà il cosiddetto slogan della ricostruzione: “terremotosto”.

Alice Manti

(Articolo pubblicato sul numero di Vulcano di Settembre 2009)

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