19 aprile 2010

IL TEMPO DI SCHIELE

“La guerra è finita, e io devo andare. I miei quadri saranno esposti nei musei di tutto il mondo.”

Queste le ultime parole pronunciate da uno dei padri dell’espressionismo austriaco, prima di morire di febbre spagnola nel 1918, neanche trentenne.
E infatti dal 24 febbraio al 6 giugno 2010 Palazzo Reale propone a Milano una mostra che, in collaborazione con il Leopold Museum di Vienna, raccoglie quaranta opere del pittore Egon Schiele e altre di suoi contemporanei quali Klimt, Moser, Gerstl e Kokoschka, del quale è possibile ammirare il celebre “Autoritratto con mano sul viso”.

Le ultime parole del pittore, tuttavia, oltre che profetiche sono sintomo di un’importante consapevolezza: egli era cosciente della sua raggiunta maturità artistica e del suo essere divenuto, dopo l’affrancamento dall’esempio di Klimt e della Secessione viennese, capo di una nuova scuola artistica proiettata verso il futuro. Era il 1918, l’Austria usciva sconfitta dalla guerra, le speranze dell’“epoca delle certezze” della Vienna “felix” di fine secolo si sgretolavano, e si poteva ormai scorgere l’inquietudine e il disagio di una nuova epoca a cui Schiele non aveva mai avuto timore di guardare senza rimpianti per il passato. All’arte pur innovativa ma ancora legata alla tradizione della Secessione si era sostituita la nuova arte dell’espressionismo.

L’esposizione si pone come obiettivo il far comprendere allo spettatore quale sia il clima in cui si collocano la nascita dell’arte moderna in Austria e in particolare l’elaborazione delle opere di un artista che sapeva dare ai suoi personaggi un “respiro ardente e appassionato”, citando le parole di Rudolf Leopold, curatore della mostra e direttore artistico del Leopold Museum. Il curatissimo allestimento, infatti, proietta il visitatore in una sorta di passeggiata nel tempo e gli permette di rivivere un frammento di storia: quello della Vienna tra ‘800 e ‘900. Come in un libro dispiegato, una narrazione di un’altra dimensione spazio-temporale, si affacciano alla percezione dello spettatore fotografie d’epoca, pannelli di contestualizzazione storica, valzer come sottofondo musicale e le opere degli artisti. Il tutto realizzato con motivi grafici e tipografici del nuovo gusto decorativo del primo Novecento viennese, segnato dalla nascita del graphic design e dalle scelte estetiche della Wiener Werkstatte, ditta legata al design, la quale fondeva vari stili, dal Liberty allo Jugendstil alla Secessione, in un nuovo classicismo.

In tale contesto di sperimentazione artistica, letteraria e musicale, permeato di ottimismo e certezze, inizia la sua carriera Egon Schiele. Il pittore, dopo aver abbandonato l’Accademia di Belle Arti, esordisce con uno stile prezioso, di cui è esempio La danzatrice di Moa con il suo cromatismo dorato, fortemente influenzato dal maestro Gustav Klimt. Subito però l’irrequieto spirito indagatore dell’artista lo spinge a trovare nuovi registri formali, che indaghino le inquietudini e gli impulsi segreti della natura umana. Proprio negli stessi anni Freud iniziava la sua ricerca sull’inconscio e definiva le pulsioni fisiche e sessuali forze determinanti per la psiche, e un romanziere come Arthur Schnitzler dava voce a desideri irrazionali abitualmente respinti dalla società, Schiele comincia a porre sulla tela una sorta di diario intimo. Abbiamo numerosi autoritratti, tra cui citiamo “Autoritratto con alchechengi”, eseguiti con uno stile scarno, asciutto, composto da pochi tratti drammatici che realizzano il corpo come un organismo sofferente e inquieto, dal volto teso e dai gesti nervosi, attraverso i quali il pittore fa trasparire l’interiorità del soggetto. Il suo sguardo lucido e impietoso si serve spesso dello specchio come strumento d’osservazione, un oggetto ricorrente anche nelle fotografie che ritraggono l’artista. Infine Schiele approda a una fase di erotismo maturo, che ha al centro non la nudità astratta e pacificata dell’arte classica, ma quella legata direttamente alla sessualità, all’eros inteso come realtà quotidiana spesso cruda, affrontando tabù come l’autoerotismo e l’omosessualità femminile. La carica provocatoria di queste rappresentazioni suscitò uno scandalo che si accompagnò al successo nel momento culminante della carriera del pittore, scandalo che non sembrerebbe in grado di raggiungere lo spettatore di oggi, assuefatto dalla continua vista di immagini legate alla nudità e al sesso. Eppure queste opere hanno un effetto perturbante e portatore di sotterranei timori: ciò che provoca sgomento è la sensazione che l’eros di Schiele tratteggi scenari di follia visionaria, rappresentando non una banale esperienza edonistica consumabile in tranquillità ma pulsioni incontrollabili che pure muovono la nostra psiche. La bellezza terribile e grottesca di questi corpi turba il nostro intontimento di ordinati e sedati uomini della società civile.

Irene Nava

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