26 marzo 2010

Archeologi di sè stessi. I disagi di una facoltà

Vi siete mai chiesti come mai non conoscete nemmeno uno studente che frequenta il corso di laurea in Archeologia? No, non siete degli asociali, semplicemente nell'anno accademico 2008/2009 sono solo venti gli studenti che hanno deciso di iscriversi a questo corso. Per fortuna quest'anno il numero è salito sopra i trenta: se questa soglia non fosse stato superata per due anni consecutivi, secondo una delibera della facoltà di Lettere e Filosofia, il corso di laurea sarebbe stato soppresso.

Ma come mai gli studenti decidono di andare altrove e  di non frequentare il corso a Milano, il più grande bacino di risorse umane del nord-ovest?

Per rispondere dobbiamo tornare indietro nel tempo: precisamente all’avvento della riforma universitaria del “3+2”. Prima, per divenire archeologo, si conseguiva la laurea in Lettere e Filosofia con una tesi in archeologia. Il nuovo sistema diede la possibilità di specializzare gli studi creando nuovi corsi di laurea. Ma mentre il resto d'Italia sceglieva di dotarsi di una facoltà “Scienze dei beni archeologici”, Milano decise di inserire questa disciplina tra le lauree specialistiche del dipartimento di “Scienze dei beni culturali”. La conseguenza fu l’obbligo per un aspirante archeologo di sostenere esami completamente estranei al proprio ambito di studi.

Più fortuna non si trova, successivamente, iscrivendosi alla “specialistica” in Archeologia. Dei molti esami tecnico-scientifici oggi essenziali per la formazione di un archeologo, lo studente può sceglierne solo uno da 6 CFU, trovandosi decisamente penalizzato nel proprio percorso formativo.

Qualora, nonostante tutto, uno studente decidesse di iscriversi  alla “Statale”, non sarebbe agevolato nemmeno dalla struttura dell’università. Infatti i fondi della facoltà vengono assegnati ai vari dipartimenti col metodo degli “afferenti”, una quota pro capite ripartita in base al numero delle persone impiegate. Il corso di Archeologia rientra nel dipartimento di Scienze dell'Antichità e purtroppo il personale non arriva alla decina di elementi. Ad Archeologia quindi sono preferiti altri corsi con più personale, creando una netta sproporzione fra i bisogni economici ed i fondi a disposizione. Ad esempio, se la biblioteca di Archeologia volesse acquisire una nuova pubblicazione, dovrebbe sostenere un costo vicino ai 400 € a volume, una cifra che inciderebbe molto sul bilancio del corso. Per questo motivo non la si può dotare di testi editi recentemente.

Un altro problema per lo studente sono gli scavi, fondamentali per l’esperienza “sul campo”. Se la nostra università può vantare qui un’eccellenza è per l'impegno dei singoli docenti e non per le strutture di cui si è dotata nel tempo. Ad ogni modo la Statale riserva agli scavi un fondo speciale istituito dal Magnifico rettore, ed è quindi da smentire la voce secondo cui gli studenti dovrebbero pagarseli da soli: “E’ una voce che si rincorre da anni, da quando io ero uno studente.” - afferma il professor De Marinis, professore ordinario di Preistoria e Protostoria - . “Se sono scavi finanziati dall’università gli studenti non pagano nulla. Gli eventuali costi dipendono dagli spostamenti per raggiungere il luogo dello scavo e la possibilità, per il comune vicino, di mettere a disposizione alloggi per gli studenti.”

Per avere una visione completa sulla mancanza di attrattiva di Milano da parte degli studenti, si deve considerare che in città non sono presenti musei archeologici o laboratori di restauro importanti a livello nazionale. Inevitabilmente gli studenti si indirizzeranno verso le offerte formative di Bologna, Padova o Roma, ben dotate da questo punto di vista.

Archeologia dovrebbe avere un proprio dipartimento come Padova o Bologna e, quindi, ricevere un quantitativo di fondi decisamente maggiore che, se impiegati bene, favorirebbe l’acquisto di nuovi testi, un ampliamento delle strutture e dei corsi di studio. Si potrebbero così azionare gli insegnamenti che fanno dell'archeologo un vero e proprio coordinatore dello scavo archeologico, vale a dire le discipline di carattere tecnico-scientifico che, oggi, l'Università degli Studi di Milano nega ai propri studenti.

Quando e se l'Ateneo deciderà di impiegare le proprie risorse per un reale e totale cambiamento di approccio al “caso archeologia” ed ai bisogni degli studenti, allora potrà iniziare a competere con le altre università. Ma in un periodo di crisi economica per il nostro ateneo, i docenti potranno avere ciò che chiedono?

Massimo Brugnone e Davide Contu

3 commenti:

  1. Questo articolo è completamente errato, vi consiglio di informarvi meglio.

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  3. Ciao! Io le notizie che ho scritto le ho avute dal prof intervistato. Se mi puoi dare delle info migliori te ne sarei grato =)

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