31 ottobre 2006

VENEZIA A MILANO

I film dell’ultima mostra cinematografica visti per voi da Vulcano

La sessantatreesima edizione del Festival di Venezia si è rivelata tra le più interessanti degli ultimi anni, soprattutto perché in grado di restituire un’immagine fedele di ciò che è oggi il cinema, o meglio i cinemi. Abbiamo tentato di farcene un’idea seguendo la Panoramica dei film del festival a Milano, che al solito si è tenuta nei giorni immediatamente successivi alla mostra in vari cinema della nostra città.

Parliamo innanzitutto del cinema italiano, presente con numerosi e per lo più notevoli titoli, come i film di Crialese, Spada, De Seta. Unica, peraltro tragica, eccezione il film di Tavarelli (Non prendere impegni stasera), che si spera riduca la sua visibilità a qualche passaggio notturno su Canale Cinque, subito dopo “Distretto di Polizia”.

Poi la conferma dell’ormai imprescindibile declino in cui (av)versa il cinema francese. Sept ans di Hattu ne è stato ammorbante esempio: solitissimo triangolo pseudosessuale questa volta in salsa carceraria (mah!), solitissime trascuratezze formal-concettuali, solitissimo risvolto scolasticamente sociale.

Il cinema argentino, invece, continua a raccontarsi con film avvolgenti, sinceri, significanti. Il titolo migliore è stato El Amarillio, opera prima di Sergio Mazza, in cui si finisce come per perdersi, tra ricerca poetica d’immagine e musiche d’oltremare, e d’oltreanima. Peccato sia anch’esso (come tutto il resto del contemporaneo cinema argentino) destinato al silenzio e all’invisibilità nostrana.

Clamorosamente assente è stato il cinema iraniano, che non è andato oltre un film(accio) senza arte né parte (Have you another apple?). Forse anche questo è il segno (triste) di quella crisi prima di tutto politica che sta logorando uno dei paesi cinematograficamente più significativi degli ultimi dieci anni.

Inaspettata e fulminante, come sempre, la presenza del cinema nordico. Questa volta con un film (?) del celebre attore Christoffer Boe, che in Offscreen tenta un esperimento al limite dell’(auto)lesionismo: filmarsi 24 ore su 24, nel disperato tentativo di spingersi nell’oltrecinema. Restano così in video (con dolore vero) quei frammenti impossibili che sempre, che ogni momento si sprecano nel vento degli istanti.

Come al solito, anche se in modo minore rispetto agli anni passati, il cinema orientale l’ha fatta da padrone, fra cui ha spiccato l’incommensurabile Johnnie To col suo nuovo film Exiled, che resterà al solito confinato nei festival, data la cecità della distribuzione nostrana.

Infine, passando al cinema angloamericano, non ci sono state particolari sorprese, causa la delusione del De Palma di Black Dahlia e lo Stone di World Trade Center che non ha particolarmente colpito. Si salva l’inglese The Queen, bella pellicola di stampo classico che comunque non stravolge canoni o temi particolari.

Vi chiederete perché non abbiamo parlato di molti film importanti: non abbiamo parlato dell’Inland Empire di Lynch, né del Leone d’oro Still life, neppure di Children of Men di Cuaròn, o dei cartoni animati d’autore orientali. Beh, semplicemente perché non sono stati inclusi nelle proiezioni milanesi, gravi mancanze che pregiudicano il giudizio complessivo sui film di quest’anno. Inoltre gli orari di proiezioni impossibili da far coincidere e la lontananza fra un cinema e l’altro rendono difficile il seguire di questa manifestazione, che rimane ben organizzata, ma con margini di miglioramento che la potrebbero rendere un evento impedibile.


RECENSIONI

FANGZHU (EXILED) – Johnnie To - ****

1998, isola di Macao. La colonia portoghese è in procinto di tornare sotto il controllo cinese e la confusione regna sovrana anche negli ambienti criminali. Quattro gangster, amici per la pelle, si ritrovano a causa della ricomparsa del loro compagno Wo, fuggito dal mondo del crimine per farsi una famiglia, e che ora deve essere ucciso causa ordine irrevocabile del loro boss. Quando però anch’essi si accorgeranno di essere stati traditi dal loro stesso capo, inizia la caccia all’uomo…Strepitoso film del maestro di genere Johnnie To, una favola epica di amicizia virile, disperazione e sangue, il tutto però condito dall’ ironia che ultimamente solo il cinema orientale ci sa regalare ( basti pensare alla scena iniziale del film). Magistrale

JAK-PAE (City of Violence) - Ryoo Seung-wan -***1/2

Tae – Su, poliziotto di Seul, torna nel suo paese natale per indagare sull’uccisione di un suo amico di infanzia: incontrerà una città ben diversa da come l’aveva lasciata, in mano alla delinquenza giovanile e ad un altro suo amico, Pil-Ho, coinvolto in affari ben poco puliti. Bel film coreano, che mescola tutti i generi per cui sono famosi gli orientali (gangster, arti marziali ecc.) per creare un mix di eccezionale fattura e stile, che muove e commuove (inevitabili le citazioni, da Kill Bill a Mystic River, da Woo a Leone). Non sarà un film particolarmente originale, ma caspita, questo sì che è rendere novum il notum! C’era una volta in Corea

THE QUEEN – Stephen Frears - ***1/2

>Coppa Volpi Migliore Attrice a Helen Mirren

La storia dei giorni immediatamente successivi alla morte di Lady Diana attraverso gli occhi dei tre effettivi protagonisti di quei tragici giorni: la Regina Elisabetta II, Tony Blair ed infine il popolo britannico. La pellicola, a differenza di quanto detto più monarchica che mai, parte dal fatto di cronaca per tracciare un ritratto lucido di quella che è la difficoltà del potere antico e consolidato (appunto, la monarchia) di confrontarsi col potere nuovo e riformatore (il Blair di quel periodo, e soprattutto la nuova importanza rivestita dal popolo). Finale al vetriolo per una Helen Mirren tanto brava da identificarsi fisicamente con la regina senza assomigliarle. Regale

BLACK DAHLIA – Brian de Palma - **1/2

Mescolando un reale fatto di cronaca, l’orribile morte dell’aspirante attrice Elizabeth Short negli anni ’30, col libro omonimo di James Ellroy, il film narra delle indagini dei due poliziotti ex pugili Josh Hartnett e Aaron Eckart, che nel frattempo trovano anche il tempo di contendersi la moglie di quest’ultimo Scarlet Johannson. La mano è sempre quella di de Palma, e si vede nelle bellissime scelte di taglio registico, ma sul piano narrativo il film si sfilaccia in un attimo fra scene di sesso etero e omosessuale, autocitazioni, e più in generale attraverso una storia che sa di vecchio. Bello come può essere bello un mobile antico. Stantio


WORLD TRADE CENTER Oliver Stone - **1/2

Innanzitutto, va’ detto che il film parla solo indirettamente dell’11 settembre: esso è infatti la storia (vera) di un salvataggio, il salvataggio di due poliziotti portuali rimasti intrappolati sotto le macerie delle torri gemelle. Nel frattempo, vediamo la disperazione dei loro familiari e i soccorritori che cercano di barcamenarsi in una situazione che non poteva essere prevista da nessun manuale.

La pellicola è stata tacciata da più parti di americanismo, in realtà è semplicemente la ricostruzione delle emozioni provate dagli statunitensi, e in modo minore anche da noi, in quei tragici giorni, senza prendere una posizione politica, evitandone la questione. Dignitoso

NUOVOMONDO di Emanuele Crialese - ****

>Leone d'Argento Rivelazione

Crialese scompone la Storia (l’emigrazione sicula verso l’America nei primi del novecento) in immagini che vogliono essere (prima di tutto e per una volta) cinema: e allora il nuovo mondo è innanzitutto verdura gigante trascinata da bambini su zolle di terra, e poi monete che si fanno foglie e con suoni d’argento ci ricoprono gli occhi, e poi fiume di latte in cui dimenticare il proprio sogno. Mentre l’America vera resta solo nebbia, da spiare, ma solo per un attimo, attraverso finestrelle poste troppo in alto. Migrante

LA STELLA CHE NON C’E’ di Gianni Amelio - ***

Viaggio attento e malinconico attraverso i contraddittori segni della Cina: ma ad Amelio interessa soprattutto raccontare di due solitudini, di due passaggi [l’operaio italiano specializzato (un magnifico Castellitto) senza più lavoro, la ragazza cinese senza più/senza mai dimensione]. Poteva essere un capolavoro, ma Amelio stecca il finale, consegnando tutto ad una sequenza posticcia quanto inutilizzabile. Bastava fermarsi sul volto di Castellitto che sommessamente piange, mentre la chiatta su acqua dal colore di terra lo nasconde agli occhi, dietro la prossima ansa di fiume. Intermittente

LETTERE DAL SAHARA di Vittorio De Seta - ****

De Seta torna al docu-cinema che lo ha consacrato come il poeta-cantore del lavoro degli umili (Banditi a Orgosolo su tutti). Ma questa volta gli ultimi di cui si innamora il suo sguardo interminabile sono i clandestini, gli immigra(n)ti che non hanno mai/ancora voce, nè tempo, travolti dalla nostra indifferenza corrosiva e volgare. La speranza diventa parola strana, mentre De Seta ci ricorda tutto questo dalle calde terre di un paese troppo lontano. Epicizzato

LA RIEDUCAZIONE di Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino - ****

Questo esordio costato 500 euro (e ufficialmente firmato da una fantomatica Amanda Flor) è la vera rivelazione del Festival: immagini in bianco e nero fotografano l’universo scorticante dello sfruttamento nei cantieri dei palazzinari romani. Ma tutto con quella vena misticamente irridente e teneramente malinconica propria dei gloriosi tempi della commedia all’italiana anni sessanta. Argenteo

COME L’OMBRA di Marina Spada - ****½

Altra rivelazione folgorante: la Spada, con purezze visive del miglior Garrone, volge sguardo e disincanto su Milano e i suoi vuoti insensibili. Con una macchina da presa costantemente alla ricerca di spazi in cui vibrare il volo, in cui donare abbracci. Ma invano: griglie di ferro, cementi geometrici, luci compatte, strappi di lamiera, inquinano la nostra voglia di sguardo, e poi l’anima. Che vorrebbe solo strapparsi via, come l’ombra dal corpo. (Dis)incantante

L’UDIENZA E’ APERTA di Vincenzo Marra ***½

Documentario scolpito con il consueto rigore visivo e concettuale: questa volta Marra osa spingersi nel controverso mondo della giustizia made in Italy, raccontandoci le chiaroscurate personalità di un avvocato e due giudici durante un processo di camorra. E ciò che le sue sommesse ma feroci immagini restituiscono è una sorpresa, ma anche un sentirsi precipitare. Senza ritorno e con un senso intollerabile di impotenza. Sradicato

Legenda: *= brutto **= così così *** = bello **** = molto bello *****= capolavoro

A cura di Mattia Mariotti e Davide Bonacina

MARGHERITA FRA LE STELLE

Vulcano intervista la Hack, la donna di scienza più conosciuta in Italia

Abbiamo pensato che il modo migliore per inaugurare le nascenti pagine dedicate alla scienza fosse quello di pubblicare un’intervista alla celebre astrofisica Margherita Hack. In fondo chi meglio di lei può parlarci di scienza?

Signora Hack, terminato il liceo si iscrisse alla facoltà di lettere ma, dopo aver seguito la prima ora di lezione, cambiò indirizzo e andò a fisica, incontrando la sua vera vocazione e passione. Possiamo dire che questo cambio è stata la fortuna e la storia dell’astrofisica nazionale e internazionale?
Semmai fortuna mia che lettere non mi piacque.

Perchè studiare fisica e nello specifico astrofisica?
La fisica, in fondo, è ciò che governa tutto il mondo. Tutte le leggi fisiche sono fondamentali per capire il mondo, la natura e il funzionamento di tutte le cose. Dalla pentola di acqua che bolle alle fiamme del gas che diventano gialle se ci si butta del sale sopra. Sono tutti fenomeni fisici.

Cos’è l’universo per un’astrofisica del suo livello?
L’universo è tutto ciò che esiste, l’importante è riuscire a capire come è fatto, cosa sono le stelle, cosa sono i pianeti, le forze che li muovono, ovvero la forza gravitazionale; che le stelle brillano grazie alle reazioni nucleari che avvengono al loro interno; che l’universo si evolve continuamente e tutti i corpi che lo costituiscono si formano, invecchiano e alla fine muoiono. Possiamo dire che è una geografia in grande scala che ci permette di capire a fondo l’ambiente in cui viviamo.

Rispetto agli studenti e ai giovani della sua generazione come vede l'interesse e l'approccio a questa particolare materia nel nuovo millennio?
Oggi c’è molta più possibilità dal punto di vista della ricerca, ci sono strumenti che ai miei tempi sembravano fantascienza. Si conosce molto di più dell’universo, ma allo stesso tempo ci sono ancora molte cose da scoprire, come la materia oscura o l’energia oscura. Tutto sommato ora è più appassionante lo studio dell’universo, anche perché è una completa palestra di fisica. In passato, soprattutto nel XIX secolo, l’astronomia consisteva più che altro nel misurare i moti delle stelle, invece oggi è fisica. Noi applichiamo tutte le branche della fisica per capire la struttura dei corpi celesti ed è molto più interessante di una volta.

“Un pianeta è un corpo celeste che è in orbita intorno al Sole, ha sufficiente massa perché la sua stessa gravità gli faccia assumere una forma sferica e abbia puliti i dintorni della sua orbita.” Con questa definizione i delegati all’Assemblea generale dell’Unione astronomica internazionale hanno declassato Plutone da pianeta a “pianeta nano”. Cosa significa? Adesso cambierà qualcosa nel mondo dell’astrofisica internazionale?
Si tratta di una nuova categoria di pianeti. Recentemente è stato scoperto “Xena”, un pianeta poco più grande di “Plutone” che si trova ad una distanza doppia dal “Sole” e probabilmente se ne scopriranno tanti altri ancora più lontani. Hanno delle caratteristiche un po’ diverse dagli altri pianeti, sono molto più piccoli, hanno orbite più allungate ed è stato deciso di chiamarli “nano-pianeti” e sono stati messi tutti in serie “B” come la “Juventus”….

Molte di queste ricerche le dobbiamo al telescopio Hubble?
Non solo, ma anche a tutti gli altri satelliti che ci sono che speculano nei settori dei raggi gamma, di quelli “X”, dell’infrarosso, e ai grandi telescopi a terra: sono tutti complementari. Il telescopio spaziale Hubble ha soprattutto permesso di vedere gli oggetti più lontani.

Trova che i mass media ci propongano un mondo un po’ troppo fantascientifico rispetto alle effettive conoscenze e al lavoro di ricerca degli scienziati?
Spesso la fantasia galoppa, lo si vede anche dai titoli dei giornali. Ho letto recentemente che fra 20 anni sapremo se esistono gli extraterrestri oppure no, quando più di una volta è stato detto che molto probabilmente scopriremo, anche prima di 20 anni, grazie ai grandi telescopi in progetto, altri pianeti simili alla Terra dove la vita è possibile. Questo non vuol dire che troveremo gli extraterrestri.

Nel 1997, lei è andata in pensione e da allora non ha più avuto un momento libero. Scrive libri di divulgazione scientifica, tiene conferenze in tutta Italia e addirittura è stata candidata da un partito di centro sinistra alle regionali in Lombardia. Niente più ricerca?
Ho un gruppo di lavoro internazionale che si occupa delle stelle chimicamente peculiari le quali hanno delle anomalie di composizione chimica. Ma comunque faccio soprattutto divulgazione.

Se dovesse spiegare la sua materia ad una persona completamente a digiuno di scienza?
Farei degli esempi presi dalla vita di tutti i giorni, che in fondo è regolata dalla scienza anche se i più non se ne rendono conto. Tutto quello che noi conosciamo è arrivato nel corso dei secoli dall’esperienza della vita comune e pian piano ci siamo resi conto delle ragioni per cui tutto questo accade.

A cura di Marianna Piacenza e Magali Prunai

5 ottobre 2006

DINO BUZZATI: IN OCCASIONE DEL CENTENARIO

Li vedo: durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi, ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio. Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio. Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria, e in genere male anche questa, perché' restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità' si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché' del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente.
(La Solitudine, da "In quel preciso momento", 1950)

Il 16 ottobre 1906, a San Pellegrino, nasceva Dino Buzzati. A cent'anni dalla nascita, e a poco più di trenta dalla morte, molti sentono il bisogno di ricordarlo, ricostruendo attraverso la fatica dei nomi e delle etichette i ritratti innumerevoli di una personalità poliedrica, le figure fluide dell'espressione creativa. Giornalista, scrittore, pittore, illustratore dilettante, poeta, artista della penna, della parola e della linea, ma soprattutto alchimista della fantasia, quella onirica e colorata del 'Colombre' e dei racconti, come quella lucida e spietata de 'Il deserto dei Tartari'. Tra le molte parole spese per ricordarlo, tra conferenze e concerti d'alta quota, letture poetiche e colte chiacchierate, questo 'personaggio fondamentale della grande cultura italiana' - così lo si ricorda tra le pagine del 'Corriere della Sera', che nel 1928 lo accolse, ancora studente in Legge, per non lasciarlo più – ama sfuggire alla facoltà fotografica del ricordo e della commemorazione, con l'attualità sorridente delle sue pagine, che toccano i punti sensibili, quelli dolenti, del contemporaneo, attraverso figure delicate che sono gli archetipi senza tempo di ogni immaginazione; l'immagine è quella di un filo di poesia teso ad arte tra due mondi, laddove la penna non perde mai il contatto con la sorgente del reale, e con le ragioni della sua logica, mentre in controluce coltiva le trame del fantastico, del fanciullesco, del sogno, in una dimensione dipinta di antitesi e ombreggiature, tra mostri colorati ed infinite angosce, luoghi incantati e uomini impotenti abbandonati ad attese senza fine. La facoltà lucidissima di osservazione del reale e dei suoi meccanismi psicologici sottili, maturata all'interno dell'imperitura tradizione del romanzo borghese del secondo dopoguerra, quello delle Ginzburg e dei Tomasi di Lampedusa, si diffonde in Buzzati in una narrazione distesa, ironica e pacatamente surreale, e trova la sua più alta espressione nella forma prediletta del racconto, laddove la vicenda del quotidiano arriva a svelare in pochi tratti pittorici i propri risvolti di follia, per farsi parabola senza tempo di una società borghese accartocciata e decadente, eppure sempre viva e attuale, oppure teatro di fiaba, colorato, onirico, saggio; allo stesso modo, quasi le pagine si facessero specchio di un'intera vita, Buzzati è figura molteplice, uomo d'azione e giornalista, oltre che letterato e poeta, corrispondente di guerra, imbarcato sull'incrociatore Fiume nel 1940, cronista politico, negli articoli sulle 'ore memorabili' della Liberazione, il 25 aprile 1945, e di attualità, negli articoli del 1969 a commento del primo viaggio dell'uomo sulla Luna, fonte di ispirazione sempre viva per il cinema ed il teatro.

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione"; con queste parole prende inizio 'Il deserto dei Tartari', quello che Buzzati considerò il capolavoro di una vita e per cui prese spunto“…dalla monotona routine redazionale notturna, che facevo in quei tempi. Molto spesso avevo l’impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E’ un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all’estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell’attesa” (Il Giorno, 26 Maggio 1959).

Lo stesso pessimismo lieve, la stessa angoscia sorridente, ritroviamo nei Diari e nelle Poesie illustrate, nei racconti per bambini e adolescenti, nel sergente Drogo e nella sua attesa senza nome, come nell'incontro di Stefano Roi con il suo personalissimo mostro, il Colombre, laddove l'attesa di una vita si fa errore e inevitabilità, la prima destinazione si rivela essere l'unica, e l'esistenza della scelta è domanda, la soglia tra fatalità e responsabilità dramma di ogni uomo; lungo le pagine dei racconti, delle poesie, dei diari illustrati, l'ironia e la voce magico-fantastica colorano i temi della solitudine, dell'abbandono, rendendoli fiaba, canzone, filastrocca, filosofia poetica, ricollegandosi così alla tradizione senza tempo delle grandi favole che, in ogni età della vita, servono a formulare, e a dare risposta, ad una diversa domanda. In modo analogo, nella sua attività di illustratore e pittore, un universo di immagini di fanciullo si fa scena surreale ed iperreale, e l'illustrazione fantastica sfiora atmosfere di enigma che ricordano De Chirico e le sue piazze, piazze mute e ossessionanti, qui invase di colori e di primavera.

In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. è impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c'è nell'atmosfera. Molti uomini, la maggioranza anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l'avvertono subito. Non c'è niente da insegnare in proposito. è questione di sensibilità; alcuni la posseggono di natura; altri non l'avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le foreste tenebrose, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede. (Da 'Il segreto del bosco vecchio', 1935)

Viviana Birolli

GIORNALISTA SI NASCE O SI DIVENTA?

Intervista a Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Un dibattito che si prolunga ormai da troppo tempo è quello sulla formazione del giornalista. All’inaugurazione del master di giornalismo alla Statale di Milano, il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, ha ripreso l’ argomento dichiarando che giornalista si diventa con la formazione culturale, storica e politica. E’ comunque necessaria una certa vocazione e una certa capacità naturale di parlare con la gente, di andare sulla notizia. Insomma, un po’ di fiuto non guasta.


Dottor Abruzzo, lo scorso agosto lei è stato uno dei protagonisti di un dibattito fra Capezzone, parlamentare rosapugnista, e alcuni esponenti dell’Ordine dei giornalisti. Il parlamentare ha ritirato fuori un vecchio tema caro ai radicali: l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti.
L’Ordine è il riconoscimento giuridico di una professione. E’ un ente pubblico che organizza le professioni. All’interno dell’ordine c’è il consiglio che è il giudice disciplinare e delle iscrizioni, cioè un giudice amministrativo. I radicali vogliono indebolire i giornalisti e adottare il sistema francese. Con tutto il rispetto per la Francia, noi siamo in Italia e la nostra Costituzione ha una norma che i francesi non hanno: l’articolo 33 comma 5, che stabilisce che per svolgere una professione si deve sostenere un esame di stato. Ci vuole comunque qualcuno che lo faccia fare, che si chiami Ordine professionale o in un altro modo. Lo Stato ha però tutto il diritto di riprendersi le deleghe che ha dato agli ordini e di chiuderli, a patto che vengano rimpiazzati da una legge di due o tre articoli in cui si affida l’esame di stato alle università, si stabilisce che l’albo deve essere affisso nel sito internet del ministero della giustizia e che il giudice disciplinare delle professioni intellettuali è la prima sezione civile dei tribunali dei capoluoghi di regione. In alternativa è necessaria una legge dell’ordine che stabilisca le regole deontologiche che il professionista deve seguire. Senza un ordine di appartenenza il professionista diventa un impiegato di redazione e non ha più il segreto professionale da rispettare. Così, quale informatore si fiderà a rivelare le informazioni al giornalista? L’articolo 21 della nostra Costituzione stabilisce la libertà di cronaca, ma questo non vuol dire che essere giornalista ci da il diritto di poter dire tutto quello che vogliamo. La libertà si afferma su due pilastri: dignità della persona e verità sostanziale dei fatti. Si può anche diffamare una persona però il fatto deve essere vero, di interesse pubblico, scritto civilmente e nella sua essenzialità. I nostri padri costituenti hanno disegnato una stampa libera, senza limiti e confini e l’Ordine dei giornalisti realizza questo loro disegno garantendo la deontologia come valore.

Comunque, la maggioranza al governo ha, già detto che nel programma dell’Unione è previsto l’aggiornamento degli Ordini, non la loro abolizione.


Più di una volta lei ha affermato l’importanza di affidare la formazione del giornalista alle università. Allora lei vede di buon occhio le facoltà di giornalismo e scienze della comunicazione?
Il Parlamento ha affidato al ministero dell’università il compito di preparare tutti i professionisti, compresi i giornalisti. Questo principio esiste, va solo attuato.


Ciò nonostante per accedere alla professione è quasi diventato indispensabile frequentare un master o la scuola di giornalismo. La “Carlo De Martino” di via Fabio Filzi è, possiamo dire, il cavallo di battaglia dell’Ordine della Lombardia.
La “De Martino” è la prima scuola di giornalismo italiana realizzata con una delibera del ’74 da questo consiglio dell’Ordine, e che ha cominciato a muovere i primi passi nel ’77. Siamo ora al quindicesimo biennio. Nasce da una collaborazione fra l’Ordine dei giornalisti della Lombardia e la Regione. In 30 anni la Lombardia ha speso per noi 15 miliardi.


Spesso ci si rende conto che gli articoli dei giovani giornalisti mancano di quel “quid” dovuto all’esperienza. La gavetta non è una migliore maestra rispetto alla scuola o ai master?
Questo è un dibattito che va avanti da quasi 80 anni e se ne è occupato anche Gramsci. Nel ‘27 il segretario del sindacato fascista dei giornalisti, Ermanno Amicucci (fu anche direttore del Corriere della Sera) andò, con Bottai (ministro della cultura popolare, il famigerato Minculpop), negli Stati Uniti dove visitò la scuola Pulitzer e se ne innamorò. Con un decreto di un solo articolo, nel ’30 a Roma, partì la scuola professionale di giornalismo e che fu attiva per quattro anni. Bottai, che insegnava a scienze politiche a Perugia, fondò l’indirizzo giornalistico. Chi sceglieva questo indirizzo doveva frequentare la scuola di Roma per sei mesi e poi era dottore in scienze politiche ad indirizzo giornalistico con il diritto di iscriversi nell’albo dei professionisti, allora non esisteva l’esame di stato. In una lettera dal carcere Gramsci dice che è giusto che i giornalisti si formino in una scuola perché devono studiare. Bottai e Amicucci, facevano parte della fronda del partito fascista e furono presto in rotta di collisione con Starace, gerarca ultraortodosso che, spalleggiato dal direttore del “Mattino” di Napoli, fece prevalere il principio secondo il quale i giornalisti non si formano studiando ma nascono “imparati”. A fare le spese della diatriba fra frondisti e ortodossi fu la scuola di Roma che chiuse i battenti dopo appena tre anni.

a cura di Magali Prunai

IL NEMICO PIU' INFIDO

L’autolesionismo, quando è meglio punire il proprio corpo che affrontare la realtà

Quando qualcuno ci vuol far male, lo individuiamo come nemico e ci affrettiamo a mettere le distanze: tanto per cominciare, quelle che coprono lo spazio di un braccio allungato e la mano, fino all’estremità dell’indice che gli puntiamo contro. A volte l’indice lo dobbiamo puntare verso noi: quando siamo “tagliatori” o “self-injured”. Quando siamo autolesionisti.

Le mani a grattare la cute, il rasoio a scarnificare, la sigaretta spenta sul braccio, litri di alcol pompati in corpo, droghe come mentine, 4 etti di carbonara ingurgitati, seguiti da un budino per dessert: questi sono solo alcuni dei comportamenti catalogati come autolesionisti. Il comune denominatore è la deliberata produzione di una minorazione su se stessi. «L’espressione di una rabbia interna» - spiega la dottoressa Eugenia Pelanda, presidente dell’Associazione Area G scuola di psicoterapia attiva nell’ambito dell’intervento del disagio psichico giovanile - «farsi del male e vivere attraverso il dolore fisico per sentirsi vivi e per allontanare il dolore psichico: un’angoscia incontenibile». Questo disagio riguarda soprattutto il mondo dei giovani; la manifestazione più estrema, quella suicida, è la terza causa di morte per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. Un gran numero di autolesionisti trova sfogo nei forum; ecco gli stralci di un post lasciato da una ragazza: «Parte un dolore dentro…è un altro di quei momenti in cui stai perdendo il controllo, in cui la sofferenza non può essere ascoltata…La sfera del reale inizia a sbiadire: non sei più Sara, non sei più bella, non sei più intelligente, non sei più nulla. Il vuoto che senti intorno è insopportabilmente pieno di rabbia…Come sopportare una simile impotenza? Una lametta. Improvvisamente prendi in mano la situazione…Una volta finito, il tuo segreto è coperto dai vestiti…torni a rimetterti quella maschera che piace a tutti». Che differenza c’è, dunque, tra chi mostra i segni dell’autolesione e chi, come Sara, li nasconde? «È un diverso modo di comunicare» - spiega la dottoressa Pelanda - «chi mostra apertamente è più aggressivo nei confronti dell’esterno; in chi nasconde c’è chiusura verso l’esterno. Nel primo caso c’è lo scopo di spaventare, preoccupare, aggredire». Del mostrare il sangue pubblicamente ne sa qualcosa Genesis P-Orridge, leader della industrial rock band Throbbing Gristle, che nel concerto di Londra del 1976 si trafisse con aghi ipodermici, ingurgitò sangue e birra, vomitò e leccò il suo vomito; salvo poi lasciare il palco pallido come un cencio. «Nelle star del rock si insegue un ideale di onnipotenza» - secondo la dottoressa Pelanda - «è una modalità negativa per rafforzare l’autostima e il narcisismo, solo per andare poi ad autodistruggersi». Anche l’arte utilizza la teatralizzazione dell’atto fisico: una sorta di purificazione mediata dal dolore, con cui riscoprire l’essenza stessa della vita. A suffragare l’idea che ci sia un nesso, tra il farsi del male e la catarsi, c’è l’origine etimologica della parola castigare che in latino significava infatti “rendere puro”. Non dimentichiamo che le ferite si infettano e c’è ben poco di puro in una lesione che si incancrenisce o in una corsa al pronto soccorso e il rischio di non vedere mai più un’alba. Di automutilazioni fa uso l’artista Vito Acconci, morsi autoinflitti in tutto il corpo sono il soggetto della sua performance Trademarks, documentata attraverso l’uso di telecamere e macchine fotografiche, mentre Hermann Nitsch nella sua Azione n°45 si sottopone di fronte al pubblico a una sorta di autoflagellazione. Bisogna dire, tuttavia, che per larga parte del pubblico, il massimo digeribile del nefasto si ferma ancora alla natura morta.

E voi siete autolesionisti? Dipende. Se avete trovato il mio articolo noioso e malgrado ciò l’avete letto, siete autolesionisti. Oppure semplicemente mi volete un sacco di bene.

Diana Garrisi

Quando l’autolesionismo è…

mitologico. Le Amazzoni, donne guerriere della mitologia greca, per meglio usare l’arco, si tagliavano il seno destro, a-mazos significa infatti “senza seno”.

salvifico. Aron Ralston, un rocciatore americano di 27 anni, nel 2003 rimase intrappolato da un masso di 360 chili e, perdute le speranze dell’arrivo dei soccorsi, il quinto giorno decise di tagliarsi il braccio per liberarsi.

illegale. Rischia fino a tre anni di reclusione il salariato che si ferisce o mutila per procurarsi denaro attraverso la riscossione di premi assicurativi, indennizzi, pensioni. L’autolesione è una pratica ricorrente tra i soldati che si automutilano per evitare l’arruolamento o per essere rimpatriati.

tarocca. Chi non ha mai comprato gli scherzi carnevaleschi tipo il dito bendato insanguinato che nasconde una molla, oppure le finte lesioni in lattice con tanto di osso in vista. I negozianti dicono: «Si vendono bene tutto l’anno».

canino. E’ il caso di alcune razze di cani da lavoro affetti da stereotipia, una patologia di natura ansiosa che ha tra i suoi sintomi la rotazione dell’animale su se stesso con il tentativo di mordersi. Sembra che tra le storie comuni ai cani affetti da questa patologia ci sia un periodo di addestramento per un determinato compito (attacco, guardia, obbedienza), oppure di una restrizione dell’esercizio fisico (cani legati alla catena dopo un periodo di libertà).

2 ottobre 2006

UNA COMPILATION DI ILLECITI

Licata, provincia di Agrigento, pochi giorni fa c’è stata l’ennesima morte sul lavoro. O meglio sotto il lavoro. Un immigrato rumeno irregolare lavorava in nero al restauro di una palazzina fatiscente, per conto di un palazzinaro amico dei condoni. Fatalità volle che il palazzo crollasse in faccia all’operaio sotterrandolo e costringendolo ad una morte lunga due giorni, e privo dei piedi amputati durante i soccorsi. Una storia come le altre se non fosse per la macabra e grottesca asportazione. L’indignazione sale nei confronti di questo “imprenditore” che aveva pure dichiarato che al momento del crollo nella palazzina non c’era nessuno. Nessuno da segnalare ovviamente. Dopo però scopriamo altre cose: la palazzina era stata costruita abusivamente negli anni settanta e di recente era divenuta il rifugio di un latitante mafioso, poi sorprendentemente arrestato. Mancava solo un aereo di linea che ci finiva contro dirottato da separatisti sardi. La costruzione è crollata per la vergogna di essere stata co-protagonista di tutti questi reati. Quindi alla fine la colpa della morte dell’operaio di chi è? Dell’abusivismo edilizio? Del mafioso che avrebbe dovuto segnalare la caducità della sua dimora? Del negriero imprenditore siculo? Della Bossi-Fini che avrebbe dovuto rispedire indietro l’immigrato? Questo lo stabilirà un magistrato colluso con l’ausilio di intercettazioni illegali e grazie all’ambiguità di qualche legge.

Fabrizio Aurilia

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N. 4

Mi chiedo spesso se ci siano dei miei lettori là fuori. Fuori da questa pagina intendo. Mi ripeto continuamente: è possibile vedere dei dinosauri in questo parco dei dinosauri? Insomma se qualcuno ha letto l’ultima puntata di questa rubrica, avrà capito cosa voglio dire: amici, compagni ce l’abbiamo fatta. La rubrica si è trasformata in oggetto apotropaico. L’Italia ha vinto la coppa del mondo e noi lo sapevamo, l’avevamo scritto, il successo è di tutti. No un attimo. E’ mio. L’avevo profetizzato io.

In queste vacanze ho fatto un meraviglioso viaggio tra Germania, Svezia e Danimarca, e tre giorni a fine agosto a Viserba, paesino della riviera romagnola nel quale trascorsi le infantili estati, con una prozia ultraottantenne che soleva palleggiarsi la dentiera durante i pasti. Sono tornato perché dovevo ritrovare quella sala giochi accanto alla spiaggia, nella quale andavo a spendere le 1500 lire della diaria che i miei mi concedevano. I giochi sono sempre gli stessi: quegli degli anni ‘80. Forse puntano ad un target giovanile ma non giovane. Un po’ giovanilista. Il re dei videogiochi era lo spigoloso Super Mario, che a testate distruggeva qualunque cosa: ora la Nintendo pubblicherà un remake dal titolo “Super Mario Zidane”, storia di un idraulico (non polacco) algerino emigrato in Germania. Le code di bambini scalzi, abbronzantissimi e con un cucciolone colante in mano, erano visibili davanti al gioco delle olimpiadi: l’atleta bianco (tu che giocavi) e l’atleta nero, si sfidavano in varie discipline atletiche. Per vincere, ad esempio i 100 metri, era necessario muovere il joystick talmente velocemente, che alla fine della vacanza i frequentatori della sala giochi vantavano un avambraccio sei volte più muscoloso dell’altro: cosa che sarebbe tornata utile qualche anno dopo, durante la pubertà, in quei lunghi stazionamenti in bagno, a leggere di politica economica.

Sovente tuttavia la superiorità dell’uomo bianco non si concretizzava sullo schermo, e l’atleta di colore vinceva. La lezione che molti bambini traevano era ingiuriare il campione nero. Qualche reminiscenza infantile deve essere rimasta soprattutto nel lombardo-veneto.

Un anno arrivò una novità. Una Ferrari con a bordo un ragazzo e una ragazza correva lungo strade circondate da alberi frondosi e dal mare, cercando di evitare i veicoli che giungevano in controsenso. Gioco caduco quanto noioso era sempre frequentatissimo, probabilmente per quel desiderio di identificarsi con una situazione che si sperava futuribile. In fondo l’idea era alla base della cultura anni ‘80: mettere una bella figliuola in compagnia di qualsiasi cosa. Ecco perché abbiamo intervistato Margherita Hack.

Fabrizio Aurilia

30 settembre 2006

MESSICO: LA GRANDE FRODE

E’ finita. Dopo più di due mesi d’incertezza il Messico ha un nuovo presidente. Ma non è assolutamente detto che si tratti del candidato più votato dal popolo messicano. Anzi…

Ma andiamo con ordine. Il 2 luglio scorso si svolgono nel paese centroamericano le elezioni presidenziali. A contendersi la massima carica istituzionale ci sono i candidati dei tre partiti che da circa vent’anni tirano le fila della politica messicana: il PRI (Partido Revoluciònario Istitucional) il PAN (Partido de Acciòn Nacional) e il PRD (Partido de la Revoluciòn Democratica). Il PRI, sorta di democrazia cristiana messicana, ha governato ininterrottamente il paese per tutto il Novecento. Nato dalla rivoluzione di Villa&Zapata, di ispirazione socialista, si è lentamente trasformato nel monolitico strumento di dominio delle oligarchie conservatrici del paese (pur lasciando traccia del proprio passato progressista nell’ossimoro del nome attuale – in precedenza si chiamava Partido Revoluciònario Naciònal).
Il PAN, partito nazionalista di destra ha quindi interrotto per la prima volta un dominio che durava dal 1910, nel 2000, vincendo le elezioni presidenziali. Ma la svolta è stata più apparente che reale dal momento che il PAN si è appoggiato alle medesime forze sociali del predecessore (i potentati economici del paese e l’alta borghesia legata a doppio filo con il vicino colosso statunitense) e ne ha proseguito la politica conservatrice e neo-liberista – il presidente uscente Vicente Fox è nientemeno che l’ex boss della filiale messicana della Coca-Cola, multinazionale che in Messico controlla circa l’80% delle bevande imbottigliate – il conflitto d’interessi non è, a quanto pare, solo una specialità nostrana…

Ma alle elezioni di luglio si profila una svolta. Il PRD, il terzo contendente – partito di centro-sinistra nato nel 1989 da una costola del PRI per dissenso rispetto alla politica autoritaria e neo-liberista di quest’ultimo – ha serie possibilità di imporsi. Può schierare, a fronte degli incolori Roberto Madrazo e Felipe Calderon di PRI e PAN, un pezzo da novanta, Andres Manuel Lopez Obrador, il sindaco uscente di Città del Messico. Amlo (come lo chiamano i suoi sostenitori) ha governato per cinque anni con straordinaria efficienza el monstruo, la capitale più popolosa e caotica della terra, riuscendo in quella che si può definire un’impresa: ripulire (seppur parzialmente) la corrottissima polizia della città. Sin dall’inizio i sondaggi lo danno in testa.Una sua vittoria sarebbe una vittoria epocale: spazzerebbe via l’asse conservatore da oltre mezzo secolo al potere in Messico e spingerebbe nuovamente il paese a sinistra, settant’anni dopo la presidenza illuminata di quel Lazaro Cardenas che rese la patria delle tortillas la nazione più avanzata dell’intera America Latina. Anche il Messico potrebbe accodarsi a quella ventata di cambiamento che viene dall’America Meridionale e che ha portato all’ascesa di governi progressisti in Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Cile ed Uruguay. Il rischio per PRI e PAN è grande. Nei due anni precedenti alla tornata elettorale parte allora una campagna diffamatoria in grande stile (orchestrata nell’ombra dall’ex-presidente del PRI Salinas de Gortari). Una campagna che facendo perno sulle dichiarazioni di un imprenditore argentino, Carlos Ahumada, mira a gettare addosso a Lopez Obrador infamanti accuse di corruzione. Il complotto viene però abbastanza in fretta allo luce, per diretta ammissione dello stesso Ahumada. Si arriva così alla fatidica giornata del 2 luglio. Tutti si aspettano una vittoria di Obrador…e invece, lo scrutinio assegna la vittoria, per l’esiguo scarto dello 0, 56 %, a Calderon, il candidato del PAN. Ma…sorpresa! Tra il numero dei votanti e i voti assegnati c’è uno scarto di 900 000 voti! Dove sono finiti? Nei giorni successivi si moltiplicano da tutti i distretti elettorali del paese le denunce più inquietanti: furti di urne, schede sottratte e fatte sparire, voti annullati senza ragione, intimidazioni, conti che non tornano, cifre falsificate… Lopez Obrador si appella immediatamente all’IFE (Instituto Federal Electoral), perché disponga un riconteggio totale dei voti. Tutto il Messico trema ripensando all’orribile precedente del 1988. Anche allora un candidato di sinistra (Chautemòc Cardenas, figlio del già citato Lazaro Cardenas) era dato per strafavorito. Invece alla fine di una lunga giornata d’estate risultò vincitore Salinas de Gortari, il candidato del PRI. Solo anni dopo venne fuori l’orrenda verità dei brogli che avevano condizionato quel voto.

Nei giorni successivi al 2 luglio allora – ricordando questo tremendo precedente – i sostenitori di Por el Bien de Todos (la coalizione che spalleggia Obrador) si riversano in massa per le vie di Città del Messico per protestare contro el fraude. Il 30 luglio, nello Zocalo, la piazza principale, si contano più di due milioni di persone.Nella capitale si moltiplicano los planteamentos por la democracia: occupazioni di piazze, strade, viali, dove si improvvisano dibattiti, si allestiscono spettacoli e concerti, si sperimentano nuove forme di lotta…E’ la più grande mobilitazione pacifica della storia messicana.Una rivolta che viene dal profondo della società civile, stufa di decenni di oppressione e corruzione del paese...
Purtroppo la doccia fredda è in agguato. L’IFE, probabilmente manovrato dall’oligarchia panista, concede solo un riconteggio del 9% delle schede e lascia cadere nel vuoto le denunce di Lopez Obrador. Il riconteggio parziale non intacca la vittoria di Calderon e conferma i risultati. La traballante democrazia messicana incassa una nuova sconfitta. Ma cosa avrebbe potuto fare la sinistra al potere da giustificare un tale ricorso all’illegalità?

Forse avrebbe rinegoziato quel trattato di libero commercio-capestro con Usa e Canada – fortemente voluto dal PRI – che ha causato la chiusura di migliaia di aziende messicane (battute dalla concorrenza dei prodotti a Stelle Strisce) e spinto così all’emigrazione milioni di messicani… Forse avrebbe chiesto agli stessi Stati Uniti una politica dell’immigrazione più rispettosa dei migranti messicani… Forse avrebbe anche combattuto i cartelli del narcotraffico, da sempre collusi con il potere di Città del Messico… Molto probabilmente avrebbe ridimensionato lo sfruttamento delle principali risorse del paese da parte delle multinazionali straniere e il controllo delle più importanti catene di mezzi d’informazione da parte delle oligarchie legate a PRI e PAN. In qualche modo avrebbe allentato la dipendenza secolare dall’ingombrante vicino yankee - “Povero Messico, tanto lontano da Dio e tanto vicino agli Usa” diceva Porfirio Diaz… Magari avrebbe anche spinto verso il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene e migliorato le condizione di vita dei milioni di cittadini messicani che vivono sotto la soglia di povertà. In ogni caso sarebbe stato un passo importante verso una democrazia reale.

Francesco Zurlo

25 settembre 2006

SALVADOR DA BAHIA

Salvador - chiamata a volte semplicemente “Bahia” – è stata la primissima capitale del Brasile quando ancora era una colonia portoghese. Ha tutto quello che un viaggiatore può desiderare: preziosi palazzi barocchi trasudanti di storia, affascinanti stradine dietro le quali brulica la vita del sottobosco urbano, spiagge di una bellezza mitologica, e un clima paradisiaco tutto l’anno: la differenza tra estate e inverno la percepiscono solo i bahiani, uno dei popoli più vivaci, goderecci ed estroversi del pianeta. Costruita sulla sommità di un’altura e cresciuta su due livelli tra cidade alta e cidade baixa Salvador è adagiata all’interno della Baia de Todos os Santos, chiamata così da Amerigo Vespucci che la scoprì nel giorno di Ognissanti del 1501. Deve la sua iniziale ricchezza soprattutto al commercio dello zucchero, dell’oro, dei diamanti e degli schiavi che giungevano dall’Africa. Il numero di questi ultimi divenne negli anni così alto che le tradizioni culturali africane iniziarono a influenzare profondamente la cultura della città (basti pensare ai ritmi musicali, ai riti del camdomblè e alla capoeira, nata proprio qui). L’80% della popolazione della città è di origine africana, anche se nella maggioranza dei casi si è fusa con il resto delle razze. A testimoniare il potente passato di Salvador è il quartiere del Pelourinho, il centro storico, ricco di bellissime chiese barocche e di palazzi di epoca coloniale. Fino a una decina d’anni fa era un quartiere malfamato; da quando è stato completamente restaurato è diventato uno dei luoghi più sicuri della città e una mecca turistica. Peccato che per tirarlo a lucido gli abitanti originari siano stati sfrattati per far posto ad alberghi e negozi di ogni genere. Ciononostante il Pelourinho continua ad essere molto frequentato dai soterapolitanos (questo il nome esatto degli abitanti di Salvador) soprattutto il martedì sera, quando si riempie di musica per la cosiddetta “terça do Pelourinho” (martedì del Pelourinho): in ogni piazza, via, locale, c’è un’invasione di palchi con concerti gratuiti di ogni sorta di genere musicale. Se volete venire a Salvador il Pelourinho è sicuramente il posto più sicuro in cui si può alloggiare (c’è in media un poliziotto ogni 50 metri) e con gli alberghi più a buon mercato, ma ha un’elevatissima concentrazione turistica e di conseguenza è impacchettato e servito per gli stranieri. Per cui è salutare saltare su un autobus e esplorare la città, magari mettendo da parte per un attimo la guida per percorrere le strade dove il bahiano Jorge Amado (il più celebre scrittore brasiliano) ha ambientato alcuni dei suoi più celebri romanzi. Sempre per non barricarsi nel Pelourinho (ma spendendo qualche soldino in più), si può alloggiare presso la Casa Encantada nel quartiere di Itapuã, gestita da una coppia di italiani, interessante esperimento di turismo solidale. Itapuã ha anche una delle più belle e affollate spiagge della città, frequentata soprattutto la domenica. Non ci si può togliere poi il piacere di passare una giornata sulle spiagge di Ribeira, Barra, Ondina o della più lontana praia do Flamengo (più fighetta e turistica, ma con un paesaggio semplicemente paradisiaco); spiagge che non hanno i nomi esotici di quelle carioca di Copacabana, Ipanema e Urca, ma che a queste non hanno davvero proprio nulla da invidiare. La sera si può fare il giro dei locali notturni di Rio Vermelho, il quartiere di più grande effervescenza culturale della città, anch’esso con delle belle spiagge, e magari il giorno successivo far visita al santuario di Nosso Senhor do Bomfim, nell’omonimo quartiere, dove potrete farvi legare con 3 nodi (a cui corrisponde un desiderio da esprimere) una fita do Bomfim, il braccialetto di stoffa che i bahiani annodano per chiedere una grazia.

Sebbene Salvador non goda la fama di città sicura, girare per le sue strade non è assolutamente così rischioso come si racconta. Basta avere il buon senso di non ostentare con orgoglio borse di Prada, bracciali d’oro e preziosi cronografi; oltre ad avere (sempre) questi accorgimenti, se poi ci si vuole avventurare in quartieri periferici molto poveri (ce ne sono putroppo in abbondanza), è consigliabile vestirsi il più possibile come un brasiliano (indossando pantaloni corti, canotta e infradito) e non mostrare assolutamente macchine fotografiche digitali, visto che comunque, a meno che non siate molto scuri di pelle, non passerete mai inosservati. Per fare shopping e tenersi lontano dal turismo di massa stile “cotto e magnato”, bisogna evitare come la peste il Mercado Modelo, a pochi metri dall’Elevador Lacerda (l’ascensore che collega città alta e città bassa): è concepito apposta per gli stranieri. Andate piuttosto alla Feira de São Joaquim (ma non dopo che ha appena piovuto, a meno che non vi piaccia sciare nel fango). Per mangiare ce n’è per tutti i gusti, la cucina bahiana gode di un’ottima fama in tutto il Brasile. Quindi non c’è motivo alcuno per cui prendervi una pizza, che qui è popolarissima, ma fa a dir poco schifo. Se siete in strada buttatevi piuttosto sugli spiedini o sul buonissimo acarajè, una specie di polpetta di farina di fagioli e cipolle fritta nell’olio di palma di dendê e servita con minuscoli gamberetti e salse varie.

Quando si parla di radici africane vengono subito in mente la capoeira e il candomblè. Per assistere a capoeira non solo a uso e consumo dei turisti, basta andare al centro per la conservazione della capoeira de Angola, nel Pelourinho, dove è possibile trovare maestri ultrasettantenni ancora in attività, come Mestre Bendão, che assieme a lui tengono viva la tradizione della capoeira più antica (l’altra variante è la cosiddetta regional, più spettacolare e acrobatica). Per assistere invece a una cerimonia del candomblè – la religione portata dagli schiavi che col tempo si è sincretizzata col cattolicesimo - è necessario essere accompagnati da qualche bahiano in una casa branca, il luogo dove avvengono le cerimonie. Se non conoscete nessuno che possa accompagnarvi vi basterà sborsare qualche reais e affidarvi alle guide che sicuramente l’albergo dove alloggerete vi proporrà. Non fa molta differenza: anche loro vi porteranno negli stessi posti della periferia (se non delle favelas) dove vi porterebbe un conoscente locale. Una delle casas brancas più famose è quella di Mata Escura, quartiere alla periferia nord della città. Il rito in sé è affascinante e suggestivo, e sebbene la presenza di decine di turisti accanto a voi non ve lo farà pensare, è assolutamente autentico.

Chi ha intenzione di andare a Salvador per il carnaval, potrà essere felice di apprezzare quello che è il carnevale di strada più grande al mondo e che dalla maggior parte dei brasiliani viene considerato il più bello del Brasile. Sei giorni di delirio in cui 25 chilometri di strade vengono chiuse al traffico per il passaggio di una fiumana di più di 2 milioni di persone, che ballano, bevono e amoreggiano dietro ai trios eléctricos, carri che sono dei veri e propri palchi ambulanti sopra ai quali si esibiscono le band musicali dei generi tradizionali di Bahia, soprattutto axè, pagode e samba reggae. L’alternativa è quella di seguire un bloco, un gruppo di percussioni, o qualcuno dei famosi afoxè, i gruppi del carnevale, come gli Olodum e i Filhos de Gandhi. Bahia è la patria di quasi tutti i cantanti brasiliani più famosi (Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Carlinhos Brown, João Gilberto, Maria Bethania…) che spesso sono sopra i carri per cantare dal vivo, se avrete fortuna potrete trovarvi nella bolgia assieme a loro.

Beniamino Musto

31 luglio 2006

INTERVISTA A FABIO TREVES

Vulcano ha incontrato, presso gli studi milanesi di RockFM, Fabio Treves, storico armonicista e bluesman. Il “Puma di Lambrate” ha inoltre collaborato e suonato con molte rockstar, come Frank Zappa, Eric Clapton, Mike Bloomfield e Stevie Ray Vaughan. Tra dischi curiosi, cimeli e memorabilia, capiamo subito che l’occasione per fare quattro chiacchiere e carpire qualche segreto è davvero troppo ghiotta.


Fabio, potrà sembrarti una domanda ingenua, ma perché hai scelto di fare blues? È pur vero che il contesto musicale dove sei cresciuto ne vedeva la massiccia presenza, ma da cosa ti scaturisce una passione così forte e sincera?
A dirti la verità non so se sia stata una scelta. Penso che per suonare il blues, bisogna sentirlo. Se ascoltando un pezzo di Muddy Waters senti un brivido percorrerti la schiena, o una lacrimuccia solcarti la guancia allora lo senti. È un qualcosa che difficilmente si può imparare, penso sia molto legato ad una sfera istintuale. Per quanto riguarda me, sono cresciuto in una casa dove si è sempre ascoltata dell’ottima musica. Mio padre suonava spessissimo dischi di jazz e qualcosa di blues. Crescendo sono stato folgorato dal rock, come molti ragazzi della mia generazione, ma non ho mai perso la mia passione più grande: quella per la musica del Delta del Mississipi. Gruppi come “The Cream” o “Canned Heat” devono aver fatto da collante facendomi apprezzare anche molti altri generi musicali.


Come hai vissuto gli anni ’70 e il concentrato di eventi musical-culturali di quegli anni?
Li ho vissuti come li può vivere un ragazzo di vent’anni. Al massimo! Ricordo ad esempio di quando andai ad Amsterdam per vedere un concerto dei Pink Floyd, col mio mitico Garelli. Ci misi quattro giorni, ma, una volta arrivato, la soddisfazione fu enorme. In linea di massima, comunque, sono stati anni che mi hanno visto spettatore appassionato e interprete davvero inesperto. Suonavo già in una band di compagni di liceo (il Carducci), e perdevo regolarmente in tutti i concorsi musicali cui mi iscrivevo, perché nemmeno allora il blues era di moda. Nella mia esperienza ha giocato un ruolo davvero importante il festival Pop che si è tenuto nel 1970 presso l’isola di White. Ricordo di essere partito da Milano con una 2Cavalli e che ogni 150 chilometri io e il mio amico Eugenio Finardi, dovevamo fermarci e cambiare l’acqua. Poi, una volta giunti, fu davvero bellissimo. Sentii, tra le altre cose, l’ultimo concerto di Jimi Hendrix, vidi The Who, Santana, Joni Mitchell. Il mio ricordo è quello di un tempo dilatato, un po’ dai tanti anni trascorsi, un po’ dal fatto che l’uso di droghe era piuttosto diffuso. Addirittura, una mattina fummo svegliati da uno strano rumore. Piacevole, dolce. Sembrava il suono di un flauto. Ed era così! Erano gli Jethro Tulls che facevano sound check. Erano così fusi che provavano alle sette del mattino!


Per tornare a te, quand’è che hai capito che potevi fare della musica una professione?
Direi nel 1975. Finito il liceo e accantonata l’università e gli anni dell’impegno politico, capii che suonare era l’unica cosa che mi faceva stare bene per davvero e iniziai ad entrare nel giro. Prima del ’75 (data di fondazione della Treves Blues Band che si esibisce tutt’oggi) avevo provato ad incidere qualcosa, ma il livello era pionieristico.


C’è qualche aneddoto dietro la scelta dell’armonica come tuo strumento preferito?
L’aneddoto più sincero è sicuramente quello della mia propensione ad evitare lo studio di strumenti troppo complessi. Iniziai a suonare il sax, ma facevo molta fatica. Poi vidi l’armonica e capii che era fatta per me. Non aveva bisogno di accordature come la chitarra, né di tecniche particolarmente raffinate, come per il sax. Poi, con la pratica ne misi a fuoco i tanti pregi come, per esempio, il sound, mai scontato.


Senti Fabio, ma a più di 30 anni da quando hai iniziato, che senso dai al fatto che suoni blues?
Come ho già detto, parlando di me, trovo nel blues un valido aiuto contro lo stress, la frustrazione e i ritmi di tutti i giorni. Poi il senso lo da anche il pubblico, giovane e meno, che continua a dimostrarci tantissimo affetto, e a cui va il mio più sentito ringraziamento.

a cura di Davide Zucchi

INTERVISTA A GIOVANNI ALLEVI

Il compositore e pianista Giovanni Allevi nasce il 9 Aprile 1969 ad Ascoli Piceno. Frequenta il Conservatorio G. Verdi a Milano dove si diploma con il massimo dei voti ed in seguito si iscrive alla Facolta di Filosofia dove si laurea cum laude. Il suo primo disco “13 fingers“ viene pubblicato nel 1997. Il secondo album, intitolato “Compositions“ (2003), nasce durante la collaborazione con il Collettivo Soleluna(del quale fanno parte Jovanotti e il bassista Saturnino). Il meritato successo arriva nel 2005 con il soldout al prestigioso “Blue Note“ di New York e la successiva pubblicazione di “No Concept“, disco accolto con recensioni positive dalla stampa musicale.
Nello stesso anno Allevi viene insignito del premio Bosendorfer e del premio Recanati. Il brano “Come sei veramente“, estratto da “No Concept“ viene utilizzato dal regista Spike Lee come colonna sonora dello spot girato per la BMW.
Nel 2006 Allevi torna ad esibirsi al “Blue Note “ di New York.


Perché suoni?
Non lo so, è una cosa fisica, viene dalla pancia. E’ un impulso irresistibile.

Quando muovevi i primi passi nel mondo della musica hai mai pensato al successo’?
No, e non ci penso nemmeno adesso. A me interessa solo la musica, il suo linguaggio e le misteriose relazioni tra i suoi elementi. Comunque ho anche riflettuto sul successo: non ha niente a che fare con la popolarità, ma è riuscire ad emozionare profondamente anche una sola persona.

Quanto è importante il maestro per l’artista? Chi sono i tuoi maestri?
Non credo nell’insegnamento. Credo che il maestro sia solo un mezzo che l’artista utilizza per iniziare ad esprimersi. Nella mia esperienza personale, spesso i maestri hanno cercato di proiettare su di me tutte le loro insicurezze e frustrazioni.
La più grande maestra per un artista è la vita di tutti i giorni, quella fatta dalle persone comuni, con i loro problemi concreti. Il più utile libro di composizione è il mondo che ci circonda!

Odi mai il pianoforte?
Mai. E’ un amore folle!!

Cosa guardi quando cammini per Ascoli Piceno?
Cerco di non guardare quelle persone che, protette dalla vita in provincia, mi comunicano un grande senso di sicurezza di se e di benessere, ricordandomi invece la precarietà esistenziale che ho scelto io. A Milano invece siamo tutti un po’ così, giovani in padella!

Se incontrassi un uomo che non ha mai ascoltato musica in vita sua, cosa gli suoneresti?
Niente, lo farei suonare! Lo farei improvvisare sui tasti neri del pianoforte, gli farei ascoltare la sua musica.

Hai affermato che “L’opera d’arte si completa nel fruitore, nel pubblico”. Da dove nasce questa tua concezione di arte?
Dal ricordo di quando ero piccino. All’età di sei anni ascoltavo la Turandot di Puccini per intero tutti i giorni, a gambe incrociate sul divano. Nella mente costruivo enormi mondi fantastici, storie delle quali ero eroe protagonista…insomma, molto più di quanto Puccini potesse immaginare.

“No Concept” è stato composto a Harlem. Quanto il luogo, l’ambiente, la dimensione sociale influenzano la composizione dei tuoi brani?
I luoghi influenzano la mia voglia di esprimermi, ma la musica è chiusa nella mia testa e non si fa contaminare dall’esterno. No Concept è un disco europeo, gli echi di Jazz e di Gospel sono appena sfiorati.

La tua attenzione per la melodia, il tuo distacco dall’avanguardia del secolo scorso sono (anche o soprattutto) il risultato di una scelta comunicativa?
Davanti alla Musica non ho scelta: un frammento inizia a suonarmi in testa e mi chiede di essere sviluppato “come vuole lui”. Ne può scaturire un brano fortemente comunicativo o qualcosa di incomprensibile. Credo fortemente nel Realismo in Musica, per cui il linguaggio musicale è un’entità a se stante, con un proprio statuto ontologico, che va rispettato nella sua logica interna. Come compositore, di fronte alla Musica, non posso scegliere di essere più o meno melodico o comunicativo, ma posso e devo lavorare duramente perché essa si esprima secondo le sue esigenze.

A cura di Enrico Gaffuri e Diana Garrisi

4 luglio 2006

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N°3

La prova che la prestigiosa testata per la quale ho l’onore di scrivere non vuole cavalcare l’onda del revival anni 80 che permea questi ultimi mesi se non ultimi anni, è che l’impostazione complessiva del giornale è studiata per scavare la realtà, spiegarla e far discutere, proporre problemi; non bypassarli superficialmente, come invece è chiaro dalle righe di questa rubrica. Il tentativo di questo spazio è non lasciare traccia come Paolo Barabani che nell’81 spopola con "Hop hop somarello". Ma d’altronde l’odierna attualità ci invia messaggi che “riceviamo e volentieri pubblichiamo”: analogie col decennio in questione che nel mondo del calcio sono palesi.

Nell’80 scoppia il più grande scandalo nel calcio (fino ad oggi): Milan e Lazio finiscono in B per il Totonero e viene squalificato Paolo Rossi il più rappresentativo calciatore italiano. Oggi Milan e Lazio rischiano fortemente la B, se non ci andranno (soprattutto il povero Milan) sarà solo per merito di Borrelli il Cattivone. Buffòn ha dichiarato che a Torino si annoiava molto, indi per cui ha scommesso milioni di euro su internet, per noia, e potrebbe fare una brutta fine. Passerà sere-nere, altro che Sere-dova.

La Juventus nell’81 ruba uno scudetto alla Romantica Roma anni ‘80; nel 2006 i derubati sono tutti ma tant’é. Forse vista la mole del bottino quest’anno pagherà. E’curioso che nell’83 lo scudetto lo conquisti proprio quella Roma: come succederà nel 2007 poiché la serie A sarà composta da 2 squadre,Inter e Roma, le sole pulite: e l’Inter arriverà seconda (perché terza non può).

C’è da sperare che il Milan retroceda ancora come gli accadde nell’83, senza pagare stavolta, ma sul campo per manifesta inferiorità.

Certo poco prima dei Mondiali dell’82 l’Italia pareggiava 1 a 1 con la Svizzera e poi vinceva i Campionati. Anche quest’anno abbiamo fatto 1 a 1 con gli imprevedibili elvetici… e qui mi fermo. Vorrei che questo pezzo fosse ricordato come oggetto apotropaico.

Fabrizio Aurilia

15 giugno 2006

LA TRASFORMAZIONE DEL FUMETTO IN TRIENNALE


Alla Triennale di Milano l’arte del fumetto si presenta al pubblico raccontandogli cosa le sta accadendo da più o meno 10 anni a questa parte. Una mostra che prova a fare il punto sui mutamenti e le tendenze stilistiche che attraversano questo medium, secondo un percorso guidato costruito attraverso pannelli, installazioni e, ovviamente, tantissime tavole originali. L’esposizione è divisa in due sezioni: Grafic Novel Art e Asian Wave. Nella prima si presentano le evoluzioni e i cambiamenti narrativi del “romanzo grafico”: si tratta di un genere narrativo in cui la storia non è costruita per un eroe seriale o per uscire a puntate su qualche rivista, ma ha lo stesso respiro di un romanzo. Tanto per capire di cosa si tratta, possiamo citare la grafic novel di maggior successo internazionale degli ultimi anni: Persepolis, autobiografia e opera prima dell’iraniana Marjane Satrapi. Fu Will Eisner il primo rivoluzionario interprete di questo genere fumettistico; oggi i suoi figli sono sparsi in tutto il mondo, e hanno nomi altrettanto altisonanti, basti pensare agli americani Frank Miller e Charles Burns, ai francesi Joan Sfar e David B, o agli italiani Davide Toffolo, Paolo Bacilieri e Gipi.


Altra linea guida della mostra è la cosiddetta “Asian Wave”, l’onda asiatica che ha invaso la cultura fumettistica occidentale (e non solo). “Uno scorcio sulle conseguenze espressive e editoriali di quello che è il fenomeno geopolitico più dirompente nella storia del fumetto e dei media”, secondo Fausto Colombo e Matteo Stefanelli, ideatori e curatori della mostra. Ovviamente si parte ripercorrendo la storia del manga, a cominciare dal suo patriarca, Osamu Tetzuka. Ma più in generale vengono posti in evidenza gli aspetti più originali di interscambio culturale Est - Ovest: autori occidentali impegnati nella grafic novel che mostrano debiti stilistici e culturali verso la tradizione asiatica (come l’italiano Igort e il francese Baru), e asiatici che si aprono al confronto con il fumetto occidentale (è il caso del nipponico Jiro Taniguchi).
Al termine del percorso, viene proposta un’ipotesi di “fumettoteca ideale”. Perché anche un neofita possa iniziare a orientarsi nella lettura, una volta tornato a casa da questa
mostra essenziale e affascinante che sarebbe davvero un peccato lasciarsi scappare.

FUMETTO INTERNATIONAL
Trasformazioni del fumetto contemporaneo
Triennale di Milano, viale Alemagna 6, tel. 02724341
Dal 18 maggio al 3 settembre -
Orario 10,30 – 20,30

Beniamino Musto


13 giugno 2006

EDITORIALE GIUGNO 2006

E se cancellassimo davvero il valore legale della laurea?


Diciamola tutta: in dieci anni l’Università italiana è stata riformata, trasformata, strapazzata da Soloni di ogni colore.
Ma nessuno ha ancora fatto strike.
Forse perchè nella concezione nostrana eccellenza e concorrenza fanno a botte anzichè sposarsi.

O forse perchè certo pseudo-sessantottismo ci ha inculcato il dogma che l’istruzione deve essere tutta per tutti. E i risultati li vediamo. Aule straboccanti, fuoricorso endemici, servizi precari e disoccupazione garantita (per molti, per troppi).

Introdurre criteri di mercato nell’istruzione non è laida baratteria. Potrebbe essere il modo per amputare i rami secchi, defenestrare le baronie, grattar via la muffa. Forse così avremo atenei d’eccellenza per docenti eccellenti, ricercatori eccellenti e allievi eccellenti (con borse di studio garantite, chiaro).

- E gli altri? - osserveranno i buonisti. Beh, non è la scuola dell’obbligo.
Luca Gualtieri

5 giugno 2006

E PROMETTO DI VOTARTI SEMPRE…

Si vota con la testa o col cuore?

Cosa ci attrae, cosa ci convince che un certo partito, un certo candidato “è quello giusto” per noi?

E quanto dura la “fedeltà” elettorale?

La fiducia e l’adesione alle istituzioni del matrimonio e delle elezioni, tradizionalmente alta in Italia, sembra essere diminuita. Si può dire allora, per quanto riguarda le elezioni, che anche gli italiani si allineano sulle posizioni di tedeschi, inglesi e americani, il 20-30% dei quali sceglie l’astensione o l’ “infedeltà elettorale”?

Astensione e instabilità di un segmento consistente del corpo elettorale segnalano indubbiamente un cambiamento valoriale piuttosto netto, ma acquistano un peso ancora maggiore quando l’esito delle competizioni elettorali è deciso da differenze minime tra i blocchi o tra i candidati.

Chiediamoci allora: quali fattori conducono l’elettore in primo luogo alla scelta tra votare e non-votare, e poi, eventualmente, a dare la propria preferenza ad un determinato partito e/o ad uno specifico candidato?

Per molto tempo si è ritenuto che le scelte politiche fossero legate al “qui e ora” di ciascun elettore, ossia a fattori quali l’età, il sesso, il livello di istruzione e il reddito percepito.

Già negli anni ’50, però, un gruppo di studiosi dell’Università del Michigan ha evidenziato come le radici della scelta politica vadano ricercate molto più lontano: dare la propria preferenza ad un partito è la fase terminale di un processo che inizia e si consolida in famiglia nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, e che riflette i modelli di comportamento, di giudizio, di valore proposti ai più giovani da parte degli adulti.

Al modello implicito si aggiungono i comportamenti espliciti di approvazione/disapprovazione attuati dalle persone che l’elettore considera importanti: l’approvazione data all’elettore che si adegua alla tradizione del suo gruppo (familiare, amicale, ecc.) è un importante rinforzo positivo, ma forse ancora più incisivo è il rinforzo negativo della disapprovazione verso chi si discosta dai comportamenti elettorali del suo gruppo di riferimento.

Un altro elemento capace di avere un peso determinante sulla scelta di votare/non votare, ed eventualmente sul chi/che cosa votare, è legato al cosiddetto “effetto recency”, per il quale si tende in genere a dare maggior rilievo agli avvenimenti recenti rispetto a quelli lontani nel tempo. Può accadere così che razionalmente si riconosca che l’approvazione ad un lungo periodo di buon governo non dovrebbe essere messa in discussione a causa di un breve episodio negativo verificatosi alla fine del mandato, ma che poi emotivamente si sia già avviati al più totale disinvestimento.

Già questi primi elementi contribuiscono a rendere il quadro mobile e fortemente sfaccettato.

Da una ricerca effettuata nel 2003 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Roma, si evidenzia poi che coloro che si astengono dal voto o votano scheda bianca, pur appartenendo a tutte le fasce di età, sono in prevalenza maschi, mediamente scolarizzati e non garantiti.

L’astensione di questa fascia di elettori può probabilmente essere messa in relazione con l’enorme numero di informazioni trasmesse quotidianamente dai mass media, informazioni spesso parziali e/o contraddittorie, che non chiariscono i dubbi dell’elettore ma anzi ne aumentano la confusione. Da questa confusione nasce talvolta una sensazione di sfiducia, una scarsa propensione a credere alle promesse elettorali, in definitiva una rinuncia a quell’impegno etico-politico che può portare al cambiamento sociale.

Tra coloro che vanno a votare ed esprimono una preferenza valida si possono distinguere due grandi categorie: gli stabili, il cui legame con un partito è così duraturo da rappresentare in pratica una “caratteristica d’identità”, e gli instabili.

Gli instabili vanno progressivamente aumentando, anche perché sono in atto numerosi cambiamenti, che mutano il quadro di riferimento, richiedendo all’elettore continue ridefinizioni della sua posizione. Tra essi ricordiamo:

- l’evoluzione dei vecchi partiti e la nascita di nuovi

- la costruzione/distruzione delle alleanze

- il cambiamento del mercato del lavoro, con i suoi riflessi su occupazione e proprietà

- la modificazione del panorama locale, nazionale ed internazionale, con i suoi riflessi sulla politica e sull’economia

- la sensibilità “in divenire” verso temi di grande portata come la famiglia, l’ambiente, le pari opportunità, ecc.

Come ogni scelta, però, anche la scelta politica risulta strettamente legata ai bisogni profondi degli elettori, che sono portati a prediligere il partito (o addirittura il candidato) la cui immagine pubblica si avvicina di più all’immagine ideale che essi hanno di sé. La scelta tende allora a cadere sul candidato che mostra di avere le doti caratteriali che l’elettore ha o vorrebbe possedere: ad esempio coscienziosità, intraprendenza, capacità di imporre le proprie idee, tenacia, perseveranza, ecc.

Tuttavia, poiché le occasioni in cui i candidati possono essere visti all’opera non sono molte, spesso gli elettori si basano soltanto sulle impressioni che possono trarre dall’assistere a programmi elettorali o duelli televisivi. Qui i candidati fanno il possibile per accattivarsi le simpatie degli spettatori, puntando a metter in luce tratti caratteriali e valori che ritengono siano largamente condivisi dagli ascoltatori.

Così percentuali consistenti di elettori sono indirizzati a concentrare la loro attenzione, piuttosto che sul programma politico dei candidati, su alcuni tratti superficiali della loro personalità, come ad esempio l’energia, l’amicalità, l’entusiasmo, la sincerità.

Perciò, quando accade (evento ormai frequente) che l’ ”effetto recency” si combini con la focalizzazione sui tratti della personalità dei candidati, il numero degli elettori instabili aumenta.

Certo, non è detto che l’infedeltà elettorale sia negativa, perché può rispecchiare scelte dinamiche e sensibilità ai mutamenti: ma è comunque un dato da considerare con la massima attenzione.

Flavia Marisi