20 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - PARTE QUARTA

UNA BUSSOLA PER ORIENTARSI NELLA GIUNGLA MASTER


La facilità con cui è possibile avviare un master e la mancanza di una regolamentazione giuridica che ne limiti l’arbitrarietà richiamano l’attenzione sulla necessità di stabilire dei criteri per capire se un master è valido o è solo un modo per alleggerire le nostre finanze. Alcuni esperti ci aiutano a individuare delle spie: «Se un master attrae studenti da altre città italiane o anche da altre nazioni, che si spostano apposta per frequentarlo, vuol dire che lì dentro c’è qualcosa», è l’opinione del sociologo del lavoro Bruno Manghi. Le associazioni che si occupano di formazione e carriere suggeriscono di valutare principalmente i docenti, meglio se vengono direttamente dalle aziende, cioè che abbiano effettivamente sperimentato sul campo le cose che raccontano in aula. De Martino dell’Associazione Mercurius, consiglia di controllare l’importanza delle aziende collegate ai master. Anche a questo aspetto bisogna prestare attenzione: molti master utilizzano il nome dell’azienda per attirare studenti e in realtà non hanno alcuna convenzione. Succede ad esempio per un marchio come Procter & Gamble, ci conferma Patrizia Cangiatosi, responsabile dei Rapporti con le Università della suddetta nazionale: «Molte scuole di master ci chiedono di mettere il logo della nostra azienda come sponsor, ma noi non l’autorizziamo. Tuttavia lo fanno lo stesso». E sono molte le informazioni di cui deve venire a conoscenza lo studente, come spiega il Presidente di Almalaurea, Andrea Cammelli: «La riuscita in termini occupazionali. Devo accertarmi di poter completare la formazione in azienda, e devo essere sicuro che finito il master l’azienda è davvero determinata ad assumermi – e aggiunge - proporrei una sorta di bollino blu per i master che li distingua per qualità, in attesa che venga un ente qualificatore». Esistono degli enti di accreditamento volti a certificare la validità di un master. In Italia questo ente è l’Asfor, come si legge nella Guida Lavoro & Master recentemente uscita con La Repubblica. Si tratta di un’associazione italiana per la formazione manageriale che accredita i master solo se rispettano determinati requisiti. Un monte orario di 1200 ore compresi i progetti sul campo, una visibilità internazionale, sono solo alcuni degli obiettivi prefissati per avere questo accreditamento.

Diana Garrisi

16 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - TERZA PARTE

IL MASTER È UN TITOLO MA AL COLLOQUIO VINCE LA PERSONALITÀ

Per capire meglio cosa si dice dei master nel mondo del lavoro abbiamo intervistato Gianpaolo Vergani e Massimo Bonacina, due manager che si occupano anche di selezione del personale; e Patrizia Cangialosi, responsabile selezione per la multinazionale Procter & Gamble.

Qual è la sua opinione circa i master?

G.V.: Non tutti sono seri: una parte si basa solo sul nome. Chiamano master anche corsi che durano 15 giorni! Altri, invece, su base annuale e con una dura selezione, danno altri risultati.

M.B.: Non si discute della serietà e dell’utilità di quelli universitari, sono più scettico sulle proposte aziendali che secondo me nascondono unicamente la necessità da parte delle aziende di trovare nuove leve.

P.C.: Il master non ha senso, molti lo fanno perché non trovano occupazione e pur di non rimanere a casa preferiscono rimettersi a studiare. A noi come azienda il master non interessa assolutamente.

A che cosa dà più peso nella selezione del personale?

G.V.: La cosa più importante rimane il colloquio: il voto di laurea è una discrimnante certa sui curricula ma molto si basa su come si pone il candidato. Nel curriculum il master aiuta a capire le aree che il candidato ha approfondito.

M.B.: Esperienze di lavoro precedenti, una preparazione tecnica adeguata al ruolo che si richiede, le lingue straniere. Io do molta importanza al colloquio, da cui si cerca di capire le aspettative del candidato, che troppo spesso sono “tutto, presto e subito”. Si richiede una certa umiltà e pazienza.

.P.C.: Noi quando valutiamo il curriculum badiamo molto alla coerenza delle scelte. Ma alle selezioni del personale chi ha fatto il master ha un percorso identico a chi non l’ha fatto, badiamo al carattere e alle potenzialità individuali.

Cosa consiglierebbe a un neo-laureato in cerca di lavoro?

G.V.: La laurea stessa deve essere fatta con estrema diligenza, con un percorso di livello adeguato al lavoro che uno vorrà fare dopo, che dovrebbe essere già inquadrato tra il secondo o il terzo anno. Importanti sono la conoscenza di una seconda e terza lingua e fare un master di estremo livello, anche se non italiano, ad esempio a Londra ce ne sono ottimi.

M.B: Se ne ha la possibilità economica e soprattutto la voglia, un master universitario; poi cercare grandi aziende, le quali consentono una grande esperienza formativa, per poi lavorare anche in aziende più piccole, dove l’esperienza maturata può essere meglio applicata.

P.C.: Prima ci si butta nel mondo del lavoro e meglio è. Pur se non si trova subito un lavoro in linea con le aspettative, serve per fare esperienza e arricchire il curriculum. Anche quello stagionale. Dopo la laurea basta con la teoria, ci vuole l’esperienza concreta: più importante che prendere 3 o 4 master.

A cura di Davide Bonacina e Diana Garrisi

10 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - SECONDA PARTE

86 EURO IN PIU’ PER UN LAVORATORE CON MASTER


Ma alla fine questo master lo faccio o non lo faccio? E se lo faccio come lo scelgo? E se non scelgo come faccio? La domanda si deve porre prima che al mondo del lavoro o dell’istruzione, al nostro portafogli. Un master costa mediamente 2.700 euro se umanistico, circa 8000 se in management. Infatti, esaminando la frequenza dei master per classe sociale di provenienza sui laureati, l’indagine Almalaurea 2006, dice che gli studenti che provengono dalla classe sociale “borghesia” sono il 23% e costituiscono il 33% di coloro che hanno fatto un master di 1° livello, e il 39% di quelli che hanno fatto un master di 2° livello. Rispetto ai figli di ambiente di classe operaia che costituiscono rispettivamente il 9% e il 10%. «Il master ripropone una sorta di strisciante discriminazione sociale – spiega il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli – il ragazzo che proviene da una famiglia che può investire di più e per più tempo, può permettersi maggiormente di continuare a studiare e collocarsi meglio nel mercato del lavoro». Ma sulla spendibilità del master nel lavoro, i pareri sono diversi. Paolo De Martino dell'associazione Mercurius impegnata in Formazione e Carriere afferma: «Un master aiuta senza dubbio a distinguersi». La qual cosa non trova d’accordo Pecchenino: «Succede che tutti hanno il master e se tutti fanno la stessa cosa, alla fine non conta più niente». A dire che il master è indispensabile per lavorare, più che gli esperti e i datori di lavoro, ancora cauti nel giudicarne l’utilità, è il battage pubblicitario costruito intorno ad essi: successo, competività, cartelloni colorati e accattivanti, i master sono reclamizzati come prodotti industriali e se sia lecito per qualcosa di così delicato come istruzione e lavoro così ci risponde Pecchenino: «Fa parte del gioco. Oggi l’università italiana è un’azienda. L’azienda deve vendersi. Ogni giorno danno una laurea honoris causa, prima si dava a persone come Enzo Biagi, oggi si dà a Valentino Rossi. Ogni estate scoppiano le campagne pubblicitarie. Il master è un prodotto, né più, né meno che la maionese Kraft». Se guardiamo i dati occupazionali, l'indagine Almalaurea dice che a 5 anni dalla laurea ci sono 2,4 punti percentuali di occupati in più fra coloro che hanno un master, Cammelli commenta questi dati: «Non mi sembra un valore aggiunto molto consistente. Se articoliamo il discorso per tipo di master, lavorano di più quelli col master di 2° livello. La mia idea è che il master di 2° livello è un valore aggiunto in termini formativi, che in parte modesta realizza un di più in termini occupazionali». Per l’esattezza, 86 euro in più al mese.


Diana Garrisi

8 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER- PRIMA PARTE

DIFENDERSI DALL’INVASIONE MASTER

Quasi 2000 in base all’ultimo rapporto annuale del Censis, 2050 secondo il Corep, il consorzio per la Ricerca e l’Educazione permanente; ha smesso di contarli il ministero per l’Università e la Ricerca. L’unico dato certo è che i master in Italia continuano ad aumentare per un volume di affari che il Censis stima intorno ai 180 milioni di euro, con un ricavo medio su ogni iscritto di 5.800 euro. Il conteggio dei master presenti sul mercato è reso difficile dal fatto che lo stesso termine “master” è generico, non codificato e non tutelato dalla legge. Spesso i master sono organizzati dalle aziende per reclutare nuove leve da indirizzare in settori specifici di loro interesse, oppure sono dei semplici corsi di aggiornamento. E master, parola che porta con sé il fascino e il prestigio anglosassoni, è il nome ormai usato indiscriminatamente per battezzare qualsiasi genere di esperienza venga offerta al seguito della laurea. «Solo una piccolissima parte di master ha un senso scientifico e operativo, gli altri sono un prolungamento degli studi», afferma Bruno Manghi, sociologo del lavoro che nel master vede anche: «Un modo per impiegare giovani e docenti che fanno carriera all’interno dell’università». 18 mila docenti di ruolo e 16 docenti extra-accademici, sempre secondo il Censis. Utilizzato dalle università anche come mezzo di competizione per attirare nuovi iscritti, il master giustifica la sua esistenza andandosi a incastrare nel buco creato dalla riforma, quello tra laurea triennale e laurea specialistica. Chi dopo la triennale non ha voglia di rimanere altri due anni all’università, ma sente il suo titolo troppo debole, opta per il master di 1° livello. Oppure è uno sbocco per gli uscenti dalle lauree specialistiche che dopo 5 anni di studi sentono la loro formazione non pronta a una professione ma, come dice Guido Trombetti, presidente della Crui, la Conferenza dei rettori: «I tempi sono ancora prematuri per stabilire se i master facilitino la ricerca del lavoro. Certo è che possedere un titolo specialistico e così orientato a soddisfare le esigenze di specifici settori del mercato del lavoro può rappresentare un atout».

L’esperienza diretta in un’azienda, lo stage, generalmente assicurato al termine del corso, è l’elemento di maggiore attrattiva dei master, e molti lo considerano l’unico pregio. In realtà il master non è il solo modo per fare uno stage; l’università in genere ne assicura uno fin dalla laurea triennale, esistono degli sportelli appositi presso gli atenei. In alcuni casi, come nel corso di Mediazione linguistica della Statale di Milano, è inserito nel piano di studi e comporta l’acquisizione dei crediti necessari per laurearsi. Esistono i corsi gratuiti del Fondo Sociale Europeo che garantiscono quasi tutti un minimo di ore a contatto con l’azienda. E poi c’è la libera iniziativa degli studenti che, però, si scontra con una realtà: «Il sistema delle imprese non ha messo in piedi un’offerta di stage interessante. La libera iniziativa dello studente va aiutata. Ma ci sono stage e stage, ci sono quelli di sfruttamento e di abuso», dice Manghi. Aggiunge una considerazione Trombetti: « Le difficoltà insite nella ricerca di un impiego sono spesso demoralizzanti. Ciò spinge i giovani a puntare sulla formazione per arricchire i propri curricula. Sperando così di abbreviare i tempi di accesso a una professione». Positiva Patrizia Cangialosi della multinazionale Procter & Gamble: «Per uno stage nella nostra azienda non è necessario fare un master, è un titolo che non c’interessa». E ben pochi sono i master che si attivano per favorire stage all’estero, solo l’8%, secondo il Censis. Il master non ha, in genere, riconoscimento all’estero. «In Italia usiamo la parola “master” per indicare una tipologia formativa ben diversa da quella che in Europa corrisponde allo stesso termine. – Spiega Trombetti – Ad oggi, nell’ambito dello European Qualifications Framework, sono in via di definizione i rispettivi quadri nazionali che permetteranno di rendere confrontabili e immediatamente traducibili titoli con denominazioni diverse». A ciò si aggiunga che il master è studiato appositamente per la realtà economica italiana, a volte legato ad ambiti estremamente specifici, come quello in Sviluppo locale e valorizzazione del patrocinio culturale alpino, pensato in concomitanza delle Olimpiadi di Torino 2006. Master proposto per una sola edizione dal Corep, il cui presidente, Antonio Gugliotta, ci dice: «Prima di attivare un master svolgiamo sempre delle ricerche di mercato, principalmente focalizzate al territorio italiano». E Mauro Pecchenino, docente di Relazioni pubbliche allo Iulm e direttore dell’Osservatorio sulla famiglia e la persona, suggerisce, piuttosto che fare un master, di andare un anno all’estero a perfezionare la lingua, o se si è già in possesso di un inglese fluent, fare un master in Inghilterra o Irlanda.

Diana Garrisi

6 gennaio 2007

ONLY PHANTOM RICKSHAWS IN KOLKATA

Le strade di Calcutta non vedranno più il passaggio dei risciò trainati a mano. Così ha decretato il governo del West Bengal, giudicando questa forma di trasporto, introdotta in India intorno alla fine dell’800, una pratica disumana e una vergogna per la città intera. Calcutta, la città della gioia, restava una delle pochissime città dell’India dove ancora per una manciata di rupie instancabili corridori a piedi nudi arrancavano, zigzagando per le strade gremite di auto, trasportando i loro passeggeri. Oggi è più frequente imbattersi in un risciò trainato da una bicicletta o in un tecnologico risciò a motore, un’autorisciò. Per molti di questi lavoratori il risciò è l’unico possedimento, l’ unica fonte di sostentamento. Tirare il carretto con la forza delle braccia è tutta la loro vita. Molti non se ne separano nemmeno di notte. Dormono al suo interno. L’anno passato la legge per mettere al bando questa forma di trasporto secolare era stata bloccata dal muro di resistenza eretto dell’unione dei rickshaw- pullers. Lo scorso lunedì invece, grazie alle nuove garanzie offerte, la legge è stata approvata. I 6000 possessori di una licenza da guidatore di risciò saranno risarciti o saranno inseriti in un programma di riabilitazione, che metterà a loro disposizione posti di lavoro alternativi. Il governo ha rifiutato di rendere nota l’effettiva entità del risarcimento. Gli abusivi sono centinaia, forse migliaia. E creare nuovi posti di lavoro, migliaia di nuovi posti di lavoro, non è impresa facile.

Chiara Checchini


4 gennaio 2007

LUNA VENDESI

Una società americana vende online ettari di terreno del satellite terrestre

La luna è in vendita. E non è una truffa telematica ai danni di qualche romantico sognatore, o di qualche fanatico fan di Star Trek con manie di colonizzazione spaziale, come potrebbe sembrare. L’associazione Lunar Embassy, fondata nel 1980 da Dennis Hope, è riconosciuta a livello internazionale e legittimata da trattati ufficiali con le Nazioni Unite, gli Stati Uniti d’America e la Russia. Il suo scopo è semplice quanto incredibile: vendere terreni sulla luna. L’associazione ha ottenuto i diritti di alienabilità di tutta la faccia illuminata del satellite, con la sola eccezione della porzione sulla quale atterrò l’apollo 11 nel 1969, famoso terreno sul quale è stata piantata la tanto discussa bandierina americana. Ma non si sono arrestatati qui, riuscendo ad acquistare anche i diritti di Marte, Venere e Mercurio. Dennis Hope e la Lunar embassy detengono il monopolio di questo “mercato extraterrestre” e la sua bizzarra idea sembra aver avuto successo. L’associazione vanta infatti centinaia di servizi giornalistici in tutto il mondo e apparizioni su importanti canali televisivi come la Cnn, la Nbc. Il fondatore Dennis Hope è stato addirittura insignito della prestigiosa Republican Gold Medal, conferitagli dal Congresso degli Stati Uniti; insomma l’offerta della Lunar Embassy è da ritenersi seria. Ma chi può permettersi di comprare terreni lunari? Quanto paghereste per un pezzo di luna? Se state pensando che questa sia un’iniziativa esclusiva, accessibile solo a miliardari e a star del cinema, sappiate che siete in errore. Per essere legalmente proprietari di un acro di luna bastano solo 19.99 dollari, circa 16 euro, con tanto di contratto recapitato a domicilio con annesse le coordinate esatte della proprietà, così che sia possibile tener d’occhio i possedimenti dalla Terra. Almeno finché non si potrà visitarli di persona. Con un piccolo extra di 2,50 dollari si può richiedere un contratto con il nome del proprietario stampato sopra. Oggi i legali possessori extraterrestri sono più di tre milioni, provenienti da ogni luogo del mondo e da ogni ceto sociale; basta possedere una carta di credito. Per acquistare un pezzo di luna è sufficiente digitare l’indirizzo http://www.lunarembassy.com/, dove si possono trovare tutte le informazioni utili, e dove si può addirittura leggere una Dichiarazione d’Indipendenza Galattica, che sembra uscire da un film di George Lucas. L’uomo sta comprando lo spazio ancora prima d’averlo esplorato, e non per gioco. Questi investimenti, al di là di un originale e romantico dono per S.Valentino, potrebbero forse essere la base per una futura colonizzazione lunare? Walking on the moon cantavano i Police. Con o senza un contratto in tasca, a noi non resta che osservare la luna da qui, e continuare a sognare.

Giacomo Berdini

2 gennaio 2007

IDILLIRIO ALPESTRE - PARTE SECONDA

Vorrei fischiettare un motivetto giusto per ingannare il silenzio, qui, sul tetto d’Europa, tra ghiaioni e cielo, esposto come sono ad una solitudine immensa, –e fortunatamente due amici mi attendono al bivacco- io, inerme prodotto della società occidentale, incapace di camminare nottetempo in un qualsiasi bosco senza rievocare alla mente, seduta stante, tutto il repertorio di fiction horror fruito negli anni scialbi dell’adolescenza, ed eccomi ora in una splendida giornata autunnale, Calendottobre, pavido d’una quiete che volontariamente sono quassù venuto a cercare.

Ma non so fischiettare.

Da bambino invidiavo mio prozio, capace di modulare delicate arie da melodramma settecentesco con il semplice boccheggio delle labbra e un poco di gioco della lingua dietro l’arcata dentale superiore, mentre io, nel tentativo d’imitarlo, emettevo solo dei sibili cacofonici.

Probabilmente la conformazione del mio apparato fonatorio non permette al mio cervello di trasformare l’immagine mentale di una melodia nel corrispettivo fischiettato. La tal cosa, al momento, gioca a mio favore, giacché mi obbliga ad ascoltare il silenzio, subendone il discreto fascino, facendomi, grazie al cielo, abbandonare il proposito di cominciare invece a canticchiare.

…

Tramonto sulla scena. Di pece il profilo delle cime, rapido zigzagare sulle punte. Le montagne, denti che mordono il cielo. L’ombra avanza da oriente, già inghiotte i possenti piedi rocciosi della valle, dove il torrente a precipizio si getta nel bosco d’abeti, lì, dove ho lasciato la civiltà. Fra lei e me una decina di chilometri di sincera natura a far da spartiacque.

Mi è interdetta alla vista -la cosiddetta società civile- ma egualmente la percepisco, è la che aspetta, appiattita nella bruma, la sua mano rugosa sconquassa il fondovalle, quella mano peccatrice che tanto amo stringere, e delle volte, in deflagrazioni di misericordia, bacio con l’ardore di un devoto.

…

Abbozzo qualche haiku, acerbi tentativi poetici del tipo:

Cielo del vespro –
Nerissime svettano
Cime nel cielo

..oppure…

Tremila metri
Spira da gole scure
Zefiro soave

Aria di spiritualità. Strana associazione: Alpi Retiche, poesia orientale. Certamente scaturita dal mio amore per i folli Vagabondi del Dharma , cantati da Jack.

Jack Duluoz, ricordi ancora lo sguardo di ghiaccio del monte Hozomeen capovolto nella cornice della finestra della tua capanna di avvistatore d’incendi sul Desolation Peak? Quel Vuoto immobile, sopra e sotto, ed il transitare in ciò-che-è-tutto? Rammenti le maledizioni lanciate alla madre America dormiente in una lunga notte di stelle? Ricordi poi, l’entusiasmo con il quale tornasti al mondo, alla tua Frisco, alla tua Città del Messico, dopo settimane di solitudine, cibi in scatola e rimorsi per topi assassinati?

Jack, da te ho imparato che nella desolazione della montagna l’anima può essere interrogata alla ricerca di risposte infinitamente sincere, immensamente dolorose, dannatamente importanti.

Ma voglio chiederlo a te ora, Jack, dimmi: la Vita è un ponte teso tra il nulla ed il nulla? È forse una scintilla nella notte, presto inghiottita dal buio? È un grido disperato, nel silenzio spettrale di una cattedrale-deserto?

…

Ed il sasso è franato dalla montagna nello scarico di un ghiaione. È piombato giù, in compagnia d’un manipolo di suoi simili, rotolando e cozzando le teste(appuntite, levigate, bitorzolute) dei compagni rimasti a presidiare il suolo, chi più, chi men saldamente.

Ma prima d’allora era da millenni parte d’una croda, svettante contro il cielo, il vento sofferente, e la pioggia, fin dal giorno in cui le montagne erano sorte dal mare e la crosta terrestre aveva inarcato la sua titanica schiena.

E questo tempo fu solo un battito di ciglia, se paragonato agli eoni trascorsi dal momento in cui nello spazio, la materia espulsa nella deflagrazione di qualche supernova, cominciò a far comunella, sospinta da quel sentimento di solidarietà universale che è la forza di gravità, formando infine una palla incandescente, che via via intorpidendosi, divenne il grande sasso sul quale camminiamo capovolti.

E prima ancora la materia raminga ebbe viaggiato nel buio pesto del vuoto per una dozzina di migliaia di milioni d’anni, fuggendo intimorita in conseguenza dello spaventoso gran botto, nel quale e dal quale tutto ebbe principio, quando ancora l’universo rattrappito in sol punto infinitesimo stava.

Tutto, e dico tutto, per permettermi di raggiungere questo sasso contemplarlo, valutarlo una ragionevole seduta, e poggiarvi il mio affaticato fondoschiena, banalizzando così la sacralità d’una creazione durata tutt’altro che bruscolini di tempo.

Ora, nel mentre medito sulla configurazione assunta dal mio sedere pressato contro la nuda roccia, il sole va a gettarsi definitivamente dietro la gibbosità di una croda, tingendo la volta di un vivace arancione.

In me una dialettica di sensazioni. Da una parte il terrore indicibile per l’infinita indifferenza delle prime stelle della sera, osservatrici preferenziali della mia miseria. Dall’altra l’immensa fascinazione per il gigantesco edificio della natura, d’una bellezza tale da far tracimare di gioia il cuore.

Ancora una volta opto per l’inazione. Il piacere d’essere una foglia morta, caduta, posata ed obliata.


racconto di Enrico Gaffuri

1 gennaio 2007

LE MONTAGNE DELLA MEMORIA

Uno sguardo disincantato dalle vette piemontesi

Già dalle prime pagine del nuovo libro di Giorgio Bocca, “Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco”, appare subito chiara la ragione delle polemiche che si sono intrecciate intorno al romanzo prima ancora della sua uscita nelle librerie. Il riferimento all’attualità è immediatamente dichiarato, con amarezza, nella nota introduttiva, e la schiettezza senza mezzi termini che da sempre accompagna il suo lavoro come le sue dichiarazioni, non si fa attendere nemmeno in quest’ultima opera, in cui la condanna al fascismo, ed in particolare alla scellerata iniziativa della guerra, si rende palese già dalle prime pagine. Il romanzo ripercorre, attraverso capitoli brevi, con una struttura “a quadri” che si susseguono come cassetti della memoria, la sua avventura partigiana, incominciando il racconto quando, nel giugno 1940, l’esercito italiano attaccò la Francia sul confine alpino. L’aggressione viene subito presentata dallo scrittore in tutta la sua assurdità: attaccare un paese già sconfitto, abitato da confinanti incontrati ogni anno nei rifugi per le vacanze. Come se non bastasse (e come a tutti è bene noto) l’Italia non disponeva nemmeno lontanamente dei mezzi e dell’organizzazione sufficienti per fronteggiare una guerra e Bocca ce lo ricorda con le immagini efficaci e sarcastiche di un “regime di cartapesta” che “vuole conquistare il mondo avendo le toppe ai pantaloni”. Si susseguono nei capitoli, mano a mano che ci si avvicina ai racconti delle avventure partigiane vere e proprie, le evocazioni dei vecchi compagni di Giorgio, alcuni divenuti veri e propri eroi della Resistenza. Vengono ricordati con partecipazione, ma non in modo celebrativo, anche perché il libro è ben lontano dal risultare un’apologia della Resistenza. E’ una cronaca tratta da sprazzi di vita vissuta e lo sguardo non poteva essere che profondamente soggettivo, come prescrive la natura autobiografica del testo e come dichiara già in anteprima l’aggettivo possessivo del titolo. Lo sguardo è quello disincantato di chi ha un ricordo molto vivido del passato e una lucida panoramica sul presente, uno sguardo inevitabilmente e doverosamente di parte, d'altronde è insito nell’etimologia stessa della parola “partigiano” l’atto di schierarsi, di non rimanere nell’indeterminatezza. Questo mi porta a una riflessione sul concetto stesso di memoria storica e memoria personale. La Storia, ormai è assodato, è scritta dai vincitori, le singole storie invece, i casi particolari che sul grande sfondo del contesto storico si intrecciano, possono costituire testimonianze più sentite e, nel loro piccolo, più ricche di verità. Da questa storia in particolare, emergono fatti, nomi e termini dialettali che l’autore non si preoccupa di spiegare o contestualizzare, li cita dandoli per scontati, come in una chiacchierata tra amici, a riprova ancora una volta che l’intento non è didascalico né tanto meno di indottrinamento. Il suo modo di esprimersi schietto, senza peli sulla lingua, l’atteggiamento secco e perentorio con cui comunica le sue idee, il frequente uso del sarcasmo sono secondo me imputabili, più che a un preciso intento polemico, a una forte ansia di comunicare. La fretta di comunicare al mondo contemporaneo un sistema di valori che egli ormai sente prossimo al disfacimento. E non si può dire che i suoi timori siano infondati o la sua visione pessimistica se consideriamo con sguardo oggettivo la società italiana come la conosciamo. Di fronte a uno spettacolo deludente cosa può fare un uomo che ha costruito la sua carriera sulla carta stampata? Naturalmente scrivere un libro, in cui tentare di trasmettere i valori che per lui sono stati importanti, attraverso il racconto della sua esperienza. Il risultato è un tono animoso e partecipe che pervade tutto il libro e che trova le sue ragioni nel passato, nel profondo coinvolgimento con cui ha vissuto gli eventi della sua giovinezza e nel futuro, o meglio in una speranza per il futuro. Non dovete però pensare, dopo tutti questi discorsi sulla memoria storica, il legame con l’attualità, che il libro sia un concentrato di storia e politica. Emergono molti squarci di memoria pura e semplice, che non di rado sconfinano in veri e propri frammenti di assoluta poesia, che si integrano perfettamente nell’economia del romanzo. Si va dai ricordi di Cuneo, borgo natio, alle descrizioni del paesaggio montano e, soprattutto, dei suoi abitanti, “presenze quasi faunesche” , che interagiscono spesso con i partigiani, offrendo loro riparo e aiuto e verso i quali Bocca nutre molta simpatia e percepisce grande affinità. I lunghi momenti di pausa dall’azione guerresca non sono dunque momenti morti nella narrazione che si nutre di episodi, come le bevute in compagnia dei montanari con il vino ristoratore, e di squarci lirici, come quello, bellissimo, riportato in quarta di copertina. Ci si domanda come sia possibile che in un momento così delicato si possa trovare il tempo per godersi lo spettacolo della natura. “E’ l’unico momento in cui ho guardato la natura in vita mia” confessa Bocca a Fabio Fazio, ed è proprio questo il punto. Forse la nostalgia non riguarda solo l’impegno politico, l’orgoglio nazionale, ma anche il sapore che dava alla vita questa lotta risoluta in nome degli ideali. Perché, “se non sei un pastore che si è alzato all’alba” o un partigiano, lo spettacolo della fioritura dei ranuncoli ti può solo essere descritto, magari in un libro.

Laura Carli

30 dicembre 2006

EDITORIALE DICEMBRE 2007

Pare che l’Inghilterra non si accorgerà del Natale. Fabbriche, uffici, scuole hanno deciso di non esporre simboli che rimandino alla festività. Motivo: non contrariare cittadini di fede musulmana.
Stimo troppo l’islamico medio per sospettare che Santa Claus lo offenda. E rispetto troppo i padri della democrazia, per credere che questa censura salvaguardi la dignità della persona. Negare un’identità (e un abete, per kitsch che sia, segnala un’identità) è ipocrisia. Ogni dialogo è costruito su una differenza e la profondità dello scambio deriva dalla ricchezza e non dalla negazione di quella differenza.
Viceversa affogheremo nel politically correct e non dialogheremo mai.


Luca Gualtieri

28 dicembre 2006

SATIRA (STELLE E) STRISCE

Chi ancora fosse convinto –a torto- che i fumetti sono solo “roba per bambini” dovrebbe prima di tutto aver letto qualcosa che non sia stato prodotto dalla Disney e uno dei modi migliori per cominciare a farlo è dedicarsi alla lettura di due opere di tutto rispetto: Doonesbury e Boondocks. Queste due opere -entrambe comic strip- seppur nate in periodi diversi, rappresentano ad oggi il meglio della satira a fumetti che il panorama americano possa offrire. Recentemente queste due opere sono state raccolte anche in Italia in alcuni volumi, rendendole di più facile reperibilità anche se -come spesso è accaduto negli ultimi anni-, i primi ad accorgersi del potenziale di queste strisce è stata la preziosissima rivista Linus.

Doonesbury nasce nel 1970 dalla penna di Garry Trudeau e fin da subito si caratterizza per i commenti sagaci,pungenti e irriverenti all’attualità. Pur essendo “temuta” da alcuni potenti, la striscia ha riscontrato un tale successo di pubblico e critica da vincere addirittura il premio Pulitzer nel 1975. I personaggi di Doonesbury -a differenza della maggior parte delle comic-strip- sono molteplici ma tutti pressocchè normali: gente che dopo l’università è diventata mamma o papà, pubblicitario,consulente, giornalista o che è andata in guerra. Henry Kissinger (segretario di Stato sotto le presidenze di Nixon e di Ford e premio Nobel per la pace nel 1973) disse: <>.

Molto più recente invece Boondocks, creato da Aaron McGruder nel 1999. Protagonisti principali della striscia sono due bambini afroamericani: Huley e Riley che dalle strade di Chicago si trasferiscono alla tranquilla provincia periferica. Inizialmente la striscia -a differenza di Doonesbury che presentava commenti di taglio liberale riguardanti tutta l’attualità- era principalmente incentrata ad analizzare la quotidianità americana focalizzandosi sulle questioni razziali; dopo l’attento dell’11 Settembre si è invece potuto assistere ad una correzione di rotta, criticando quasi costantemente l’attuale amministrazione Bush. Ciò pur causando una stagnazione dei temi trattati, non riesce a rendere meno interessanti le strisce che anzi sprizzano energia vitale e tensione civile.


Antonino Marsala

27 dicembre 2006

IL FOTOGIORNALISMO IN MOSTRA

Immagini che raccontano l’Italia e hanno fatto storia

“Una civiltà democratica non si salverà se non farà del linguaggio delle immagini una provocazione alla riflessione e non un invito all’ipnosi”.

Sono queste le parole di Umberto Eco che cullano la mostra del fotogiornalismo italiano, attualmente in esposizione presso il Museo di Storia Contemporanea in via Sant’Andrea, a Milano. Paradossalmente un tragitto circolare quello della foto da stampa, nata e cresciuta dopo le censure e le coazioni del regime fascista e oggi, dopo 60 anni, nuovamente in agonia per via di un mercato delle immagini sempre più convulso, ibrido e legato senza trasparenza ai meccanismi pubblicitari e di mercato. Eppure la strada percorsa è molta. Una cammino denso di foto e flash che hanno caratterizzato la scia luminosa del percorso storico del bel paese, unendo ogni evento, ogni sguardo, ogni dettaglio ad un obiettivo e a un diaframma. Dopo il digiuno fascista sono i settimanali come l’Europa, il Tempo, il Politecnico di Vittorini, a riconoscere, per primi, il valore dello scatto finalmente libero. Le immagini di Federico Patellani e Giancolombo raccontano un paese che può per la prima volta, attraverso le foto, guardare allo specchio le proprie miserie (impresse nelle istantanee di una Italia post-bellica in ginocchio) e le proprie ricchezze (la voglia di riscatto negli occhi e nei gesti della gente che, nonostante tutto, sorride all’obiettivo). Una volta in piedi “la nazione danza”, e Tazio Secchiamoli è pronto a raccontarla su pellicola. L’italica necessità d’evasione si stempera nella corsa vivace di Sophia Loren e delle altre miss, nello sguardo di Claudia Cardinale, negli immaginifici set Felliniani. Eppure gli anni ’50 significano per il fotogiornalismo anche più esperienza e maggiori responsabilità.

Testate come Le Ore e Vie Nuove assumono lo spessore di veri rotocalchi, proponendo immagini efficaci nel raccontare storie d’approfondimento e denuncia. Nasce il fotografo free-lance che gira il mondo e vuole vedere oltre. Si viaggia dalla Spagna Franchista al Sud America autocratico, dagli USA della discriminazione e di Martin Luther King all’ “altra Italia” che il boom economico ha obliato e che in pochi narrano. Sono gli anni della Milano capitale intellettuale, che accoglie al cafè Jamaica gli sguardi e le esperienze di Alfa Castaldi, Carlo Bavagnoli, Giulia Nicolai, Mario Dondero. Ed è in questo humus che il fotogiornalismo italiano acquista la sua prima peculiarità, sviluppando, nelle immagini, una tendenza intellettuale in antitesi rispetto al pragmatismo delle foto “sulla notizia” proprie dei reporter d’oltralpe. La fase amatoriale termina definitivamente con la generazione degli anni ’60. Rotocalchi come Epoca (alter ego italiano dello statunitense Life) inquadrano la foto in un’ottica più lambiccata, per cui tutti i colori della cronaca si sovrappongono legandosi fra loro. Autori del calibro di Giorgio Lotti e Pepi Merisio palesano tale tendenza, mentre la bergamasca Carla Cerati regala a Milano alcuni dei suoi scatti più belli e profondi. Le sale della mostra, che si susseguono rincorrendo le tracce cronologiche della foto giornalistica, diventano più dense in simmetria agli anni della contestazione. Dopo il ’68 le nuove tensioni spingono gli obiettivi verso realtà off-limits e verso immagini più decisamente “engagè”. Mutano i modelli di riferimento: ora è Robert Frank (fotografo e regista amico della beat generation) a dettare gli schemi di un mondo che si vuole rendere vivo e parlante. La nuova controinformazione indaga le piaghe più oscure della società: le foto di Maurizio Bizzicari svelano la ferita del lavoro minorile, gli scatti di Luciano D’Alessandro immortalano gli “esclusi” degli istituti psichiatrici. Sarà la progressiva tecnicizzazione dell’immagine a fluidificare una fotografia che rischiava di arenarsi in orge di bandiere mosse dal vento e settarie ideologie. Una realtà sempre più veloce e in fieri costringe il fotogiornalismo, fra gli anni ’70 e ’80, a divenire più rapido e presente, garantendo alle immagini, quasi involontariamente, un impatto maggiormente deciso e secco. Così nasce l’icona di Aldo Moro privo di vita accovacciato nel baule di via Caetani, così si offre pathos alla foto di Franco Zecchin, il quale immortala il funerale di Peppino Impastato, giovane palermitano, militante comunista, ucciso dalla mafia. Gli anni ’90 segnano l’inizio della fine. Si chiude un epoca ed il capitolo che si apre appare tuttoggi nebuloso. I nuovi media, i dispositivi digitali, hanno spersonalizzato il fotogiornalismo, fino a renderlo mero specchio dello show, modaiolo e, come dice Eco, ipnotizzante. La realtà che l’immagine dovrebbe rappresentare viene scalzata dallo “spettacolo” della foto ma, soprattutto, dello spettacolo della vita stessa. E così l’ultima sezione della mostra si fissa su Milano città “invisibile”, (invisibile è divenuta la ricchezza che si produce, il lavoro che la genera) emblema grazie alle sue “situazioni flusso”, quasi impossibili da cristallizzare. La moda, gli uffici, le periferie, l’immigrazione sono solo schegge che si fotografano, senza che la narrazione riesca, come in passato, a riannodare i lacci di realtà e immagine, ormai distanti e perduti nel mare infinito della comunicazione.

Gregorio Romeo

25 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE III

Si stima che i morti a Bhopal quella notte di Dicembre furono 1700- 3000. Ma stabilirlo con certezza non è possibile. Quel giorno e i successivi centinaia di roghi vennero allestiti per bruciare i corpi degli induisti, centinaia di fosse comuni vennero scavate per seppellire quelli dei musulmani. Secondo fonti attendibili, il numero delle vittime dal giorno della fuga di gas ad oggi ammonterebbe a una cifra compresa tra 15000 e 30000. 200000 invece le persone intossicate, costrette a convivere con i devastanti effetti dell’esposizione e dell’inalazione del gas, quali insufficienza respiratoria, disturbi alla vista, cataratta giovanile, depressione, anoressia, febbre ricorrente, stato di debolezza costante, cancro, tubercolosi.

La Union Carbide si è rifiutata di rivelare l’esatta composizione del MIC, impedendo così di prestare adeguate cure alla popolazione colpita.

La Carbide, il cui motto era "Safety first", trovò il suo capro espiatorio in un operaio e si fece sostenitrice della tesi del sabotaggio. Nel 1989, dopo quattro anni di estenuanti trattative la multinazionale pagò alla popolazione colpita un indennizzo di 470 milioni di dollari, una somma sei volte inferiore a quella inizialmente richiesta, che il governo indiano accettò ugualmente. Di questo indennizzo solo una parte irrisoria arrivò nelle tasche delle vittime o dei parenti delle vittime, per la maggior parte poveri e analfabeti abitanti degli slum.

L’allora presidente della Carbide, Warren Anderson, fu citato in giudizio nel 1991 dal tribunale penale di Bhopal con accusa di omicidio colposo. I tagli dei costi avrebbero infatti compromesso gli standard di sicurezza della fabbrica. Anderson ha fatto perdere sue tracce. E’ tuttora ricercato. Su di lui pende un mandato d’arresto internazionale dell’Interpol.

La Union Carbide non esiste più. Nel 1999 è stata rilevata dalla Dow Chemicals.

Di fronte all'uscita di scena della Carbide, protagonista e carnefice, e alla latitanza di Anderson, l'uomo che incarna il simbolo della tragedia, è il governo indiano a doversi prendere le responsabilità e a pagare le conseguenze.

Nel 2004 la Corte suprema indiana ha approvato lo stanziamento di un fondo di 350 milioni di dollari per le vittime del disastro. Ma molti pensano che non sia stato fatto abbastanza.

Anche quest’anno, il 2 e il 3 dicembre, in occasione del ventiduesimo anniversario della tragedia, gli abitanti di Bhopal sono scesi in strada per ricordare. E per dare voce, più o meno silenziosamente, alla loro sete di giustizia. Alla manifestazione pacifica organizzata dal Sanghatan, associazione che si batte per i diritti delle vittime, in cui i partecipanti portavano ritratti del Mahatma Gandhi, ha fatto da controparte un’altra manifestazione, culminata davanti al memoriale di Bhopal, di fronte alla fabbrica abbandonata. Bandiere della Carbide e immagini del suo presidente sono state bruciate. Dopo più di vent'anni, le richieste ancora urlate al governo dalle vittime di quello che è uno dei più gravi incidenti nella storia dell’industria chimica, sono acqua pura- le falde acquifere sono state contaminate dai resti tossici ancora presenti all’interno della fabbrica in disuso- e più efficienti cure mediche per le decine di migliaia di persone che ancora soffrono di disturbi psichici e fisici legati all'esposizione al gas.

Chiara Checchini

21 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE II

- 3 dicembre 1984 -

L’impianto che dominava la città di Bhopal, su cui sventolava fiera la bandiera della Union Carbide Corporation, all’epoca la terza società di prodotti chimici al mondo, era specializzato nella produzione di Sevin, un innovativo pesticida, la cui vendita deluse le aspettative. Al momento dell’incidente la fabbrica si trovava in condizioni di grave degrado. La multinazionale americana aveva infatti deciso di chiudere la sua sede indiana, costantemente in perdita. Nel tentativo di tamponare questa emorragia di milioni di dollari, erano stati operati pesanti tagli, sia al personale che ai sistemi di sicurezza. La produzione era ferma, quel giorno di dicembre, ma all’interno della fabbrica, in apposite vasche di stoccaggio, erano conservate allo stato liquido decine di tonnellate di Mic (Methyl Iso- Cyanate), isocianato di metile, una molecola che può provocare reazioni di inaudita violenza. Per evitare esplosioni il Mic va tenuto a una temperatura costante di zero gradi centigradi. La notte dell’incidente l’isocianato, durante un improvvisato e maldestro intervento di pulizia delle tubature, entrò in contatto con l’acqua, provocando una reazione esotermica. 42 tonnellate di Mic si disintegrano in un vortice di calore, passando rapidamente allo stato gassoso. I sistemi di sicurezza, come già accennato, erano stati disattivati. Il sistema di refrigerazione che avrebbe dovuto neutralizzare l’agente chimico, era fuori servizio. Il Mic era a temperatura ambiente. In caso di fuga di gas, la fabbrica era provvista di altri due sistemi di sicurezza, la torre di decontaminazione, in cui la soda caustica avrebbe assorbito e neutralizzato il gas, e ancora una torre di combustione, in cui eventuali gas sfuggiti alla soda sarebbero stati definitivamente bruciati. Ma nessuno dei due sistemi poté essere utilizzato. Entrambe le torri erano state smontate per interventi di manutenzione.

Così, la nube tossica fuoriuscì indisturbata dalla fabbrica e serpeggiò per la città. La reazione chimica aveva portato alla liberazione, tra gli altri gas, di acido cianidrico, che se inalato in forti dosi porta alla subitanea morte cerebrale, bloccando l’azione degli enzimi che portano l’ossigeno dal sangue al cervello.

Chiara Checchini

19 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE I

- 3 dicembre 1984 -

Era appena passata la mezzanotte, ma la Baghdad dell’India, vegliata dai minareti e dalle imponenti torri della fabbrica, non dormiva. Dicembre è periodo di matrimoni, e gli astrologi avevano decretato che quel 2 dicembre fosse un giorno propizio per le nozze. La città era tutto un susseguirsi di feste. E il giorno seguente avrebbe ospitato l’Ishtema, l’annuale celebrazione che richiamava migliaia di fedeli musulmani da tutto il paese. Arrivavano a getto continuo, su treni speciali. Quella fresca notte d’inverno il vento soffiava verso sud. Quella notte il vento portò con sé una nube verdastra che mise fine ai festeggiamenti. Poco dopo la mezzanotte, la nube di gas, fuoriuscita dal tecnologico impianto della Union Carbide, si posò come una coltre sulla città vecchia, sulle baraccopoli e sulla stazione, seminando morte. Prima caddero gli animali. Caddero i cani, i gatti, gli uccelli. Caddero le vacche sacre, caddero i tori dalle corna dipinte, caddero le capre, spesso unica fonte di sostentamento per un’intera famiglia. Caddero schiumando dalla bocca. Poi caddero gli invitati ai banchetti, agghindati dei loro gioielli e vestiti dei loro abiti più preziosi, caddero i miserabili abitanti delle baracche adiacenti la fabbrica americana che aveva dato lavoro a tanti, caddero i pellegrini accalcati alla stazione. I loro polmoni scoppiarono. Caddero a terra sputando sangue. Alcuni morirono di una morte immediata. Altri morirono dopo, negli ospedali presi d’assalto da una folla impazzita di terrore, nell’impotenza dei medici, incapaci di contrastare gli effetti dell’avvelenamento. Altri non morirono, ma subirono danni permanenti.

Chiara Checchini

17 dicembre 2006

MAN ON THE MOON

Dietro queste poche parole che non sono nemmeno una frase c’è l’imbocco di una strada che procede su tre sentieri solo apparentemente diversi. Il primo è una canzone dei R.E.M., il secondo un film di Milos Forman e l’ultimo è Andy Kaufman, quell’uomo sulla luna cui il gruppo di Micheal Stipe dedica la faccia più elegiaca di quel diamante opaco che fu “Automatic for the People” del 1992. Andy Kaufman è stato un, se non il più, geniale interprete della comicità contemporanea; morto prematuramente nel 1984 a 35 anni è stato forse l’ultimo vero interprete di quell’avanguardia vicina a Dada e Fluxus che ancora provava a sorprendere e shockare prima di far ridere. Per questo Andy malvolentieri si definiva un comico.”Io non so far ridere” era una delle sue frasi ricorrenti; basava le sue performances sull’illusione e lo sberleffo, poteva stare ore su di un palcoscenico a dormire in un sacco a pelo o a leggere per intero “Il Grande Gatsby” e infine lanciarsi in una appassionata imitazione di Elvis Presley. Kaufman faceva regolarmente scandalo con le sue iniziative, tra le più eclatanti la creazione del”Primo torneo di Wrestling Intergenere”, in cui il comico ha sfidato e sconfitto sul ring oltre 400 donne, aizzate a combattere con insulti e provocazioni sessiste; e l’interpretazione di Tony Clifton (a lungo ritenuto una persona reale e distinta da Andy) e di numerose altre maschere e travestimenti. Non era facile intravedere in quell’uomo istrionico, isterico e assolutamente irrispettoso, la persona buona che fondamentalmente era: devoto alla meditazione trascendentale e convinto della natura illusoria del mondo, dove diventa reale tutto ciò che si riesce a far credere tale.
Di questo parla appunto “Man on the Moon” dei R.E.M., di tutte quelle immagini che sono solide realtà del comune patrimonio umano ma che hanno lo stesso potenziale illusorio di Andy che canta a Las Vegas con i baffoni e si fa chiamare Tony Clifton; e che possono essere una mela che cade sulla testa di Newton o Neil Armstrong che cammina sulla luna (If You believe They Put a Man on the Moon…). Da sempre Stipe e soci sono fans di Andy e si può dire che musicalmente ne abbiano onorato l’indole cangiante ed irrequieta cambiando stile e registro da un album all’altro mantenendo comunque la loro personalità; emblematica in questo senso “Shiny Happy People” di “Out of Time”: canzone pop spensierata in superficie ma intrisa di una malinconia profonda visibile negli occhi di Mike nel videoclip. Depressione mascherata da gaiezza.
Grazie quindi a Milos Forman e chi per lui ha creato la perfetta occasione d’incontro nel suo film, terzo sentiero e unione degli altri due: biografia di Andy Kaufman superbamente interpretato da Jim Carrey con colonna sonora dei R.E.M. D’altra parte cosa meglio del cinema può raccontare di un uomo la cui ragione di vita e di arte è sempre stata l’illusione e il trucco? Il film è una trasposizione piuttosto fedele della vita del comico, dagli esordi da bambino alla morte per una rara forma di tumore polmonare, tuttavia Forman è persona intelligente e consapevole di cosa il suo mezzo può regalare a Andy e che questi avrebbe sicuramente gradito; molti quindi i ritocchi alla vita “vera” dell’artista di New York. Tra le tante la scena del funerale, dove in una chiesa affollata Andy intrattiene ancora il suo pubblico da un maxi schermo posto proprio sopra il suo feretro chiedendo ai presenti di cantare prima di congedarsi con un “Grazie e arrivederci”. Oppure la sequenza conclusiva, dove in un locale, un anno dopo la morte di Kaufman, fa la sua apparizione un personaggio incappucciato che si rivelerà essere Tony Clifton, accompagnato dagli occhi commossi, durante la sua versione sgangherata di “I Will Survive“, di chi aveva amato Andy. Tra di loro c’è anche Bob Zmuda, suo amico e collaboaratore ma soprattutto interprete di Tony alternandosi a Kaufman, che compare per un istante in una carrellata sui volti del pubblico proprio mentre noi spettatori siamo convinti che ci sia lui su quel palco. Questo l’omaggio finale di Milos Forman al re dell’illusione, personale tributo offerto dal cinema, arte suprema del trucco e dell’inganno, che ci regala ancora qualche istante di Andy.

Nicola Spagnuolo