19 novembre 2006

INDIA. RACCONTO DI UNA PICCOLA VICENDA IGNOBILE NEL PAESE DELLE CASTE

Vi voglio raccontare una storia.

Bant Singh viveva nel piccolo villaggio di Mansa nel Punjab. Nato dalit, intoccabile, è costretto a portare il peso della sua disgraziata condizione sulle spalle. A sopportare l’ostracismo, a convivere con una totale assenza di diritti, a sopportare il disprezzo di tutti i gradini superiori della piramide della società. L’anno passato, la figlia minore di Singh venne violentata da un gruppo di uomini di casta superiore. Molte donne dalit vengono violentate. Gli uomini di casta superiore non esitano a violarle sessualmente. La loro superiorità sociale rende quest’atto di sopruso quasi una riconferma del loro potere. Dei loro privilegi ormai assodati. Ma Singh portò il caso in tribunale. Osò farlo. Osò mettere in discussione un assetto sociale secolare. Osò, dal basso della sua infima condizione, alzare la testa. Osò ribellarsi contro il destino che l’aveva fatto nascere intoccabile. E la corte condannò tre dei violentatori all’ergastolo. L’upper class del villaggio decise di punire tanta insolenza. Singh fu dunque picchiato a sangue. Preso a colpi di spranga. Spietatamente. L’ospedale del suo villaggio gli negò le cure. Quando finalmente venne portato nell’ospedale della città più vicina era troppo tardi. La cancrena era già in fase avanzata. I medici furono costretti ad amputargli entrambe le braccia e una gamba.

I dalit costituiscono il 30% della popolazione dello stato del Punjab, considerato il granaio dell’India, e la metà di essi vive al di sotto della soglia della povertà. Sono sottoposti a continui soprusi e atrocità- si nega loro persino la possibilità di attingere l’acqua ai pozzi dei villaggi. Ma la quasi totalità di queste violenze non viene denunciata. Per paura delle repressioni. E delle rappresaglie.

Soltanto la presa di consapevolezza e la conseguente rivendicazione dei propri diritti potrebbe far mutare la disperata condizione delle donne e dei dalit. Soltanto il loro rifiuto a sottostare ancora a quella centenaria indegnità attribuita loro dalle alte caste. E forse non è un caso che Singh fosse proprio un membro del Mazdoor Mukti Morcha, movimento che si batteva per i diritti dei lavoratori agricoli.


Chiara Checchini

LONDON CALLING. UN DISCO ANCORA ATTUALE.

Ci sono pochi dischi che riescono ad essere più attuali a distanza di vent’anni di quanto non lo fossero all’epoca della loro uscita. O perlomeno tanto attuali quanto lo erano allora.

London Calling dei Clash è probabilmente uno di essi.

Siamo nel 1979: sono passati poco più di tre anni da quando i Sex-Pistols scandalizzarono all’ora di cena la middle-class britannica con insulti e parolacce in tv. E’ dicembre e Margareth Tatcher è appena andata al governo. Sono profetici i Clash quando nella title-track del disco di cui stiamo parlando cantano: “See we ain’t got no swing except for the ring of that truncheon thing [Guarda, non c’è più niente di swinging a parte il roteare di quel manganello]”. Sta arrivando un’era di repressione che colpirà tutti: i minatori in sciopero, gli irlandesi, gli abitanti delle Falkland. E’ il clampdown, il giro di vite, il pugno di ferro.

Ma la rabbia che infiammava le strade tra il West End e Notting Hill Gate qualche anno prima nella furia del ‘77 non si è sopita. E’ una rabbia che discende da generazioni di sfruttati e di esclusi da sempre ai margini dell’Impero. E’ la furia del rudeboy che ha accompagnato i Clash nel ononimo film sulle loro tournè, e più indietro quella degli angry young men e di tutti i ribelli della storia inglese. Una rabbia anti-sistema che può farsi scorticante violenza (auto)distruttiva come nei molti gruppi punk di fine decennio o esuberante gioia vitale, ricerca di mescolanza, festa, condivisione. In fondo anche il Jimmy Porter di Ricorda con Rabbia di John Osborne, capostipite di tutti gli arrabbiati inglese, trovava pace tra un maltrattamento della povera moglie Alison e l’altro, suonando selvaggiamente la sua tromba e sognando il jazz dei neri americani.

Anche i Clash dopo due dischi di abrasive canzoncine punkettare -“Got no money, can’t get no power and so you are punk [Non hai soldi, non puoi aver potere e quindi sei punk]” - lasciano trapelare una cultura musicale per ora a stento trattenuta e un gusto per la contaminazione a 360° gradi. Le sonorità rozze e urticanti di appena un anno prima lasciano il posto a una girandola di suoni e stili provenienti da ogni dove.

C’e il reggae di Revolution Rock o di Guns of Brixton – canzone che rieccheggia gli scontri violenti tra polizia e immigrati giamaicani nell’omonimo quartiere londinese.

C’è il post-punk antithatcheriano di Clampdown e la new-wave sgargiante di I’m not down. E poi il roots-rock di Rudie can’t fail, il blues di Jimmy Jazz, lo shuffling ska di Wrong ’em boyo, le sonorità alla Blues Brothers di The Right Profile.

Ma anche il rock latin-sentimental-resistenziale di Spanish Bombs (canzone dedicata alla guerra civile spagnola) o il raffinatissimo pop “alienato” di Lost in the Supermarket (piccolo gioiellino sulla perdita d’identità dell’uomo contemporaneo nel mercato globale).

C’è di tutto in questo disco, da cui discende gran parte della musica che ascoltiamo ancora oggi, ma sopratutto c’è l’invito a scavalcare barriere e confini, geografie, e ghetti musicali, mentali e razziali, a lasciar interagire ad ogni costo musica e idee.

Al giro di boa col nuovo decennio i Clash regalano la perla della loro carriera. Pochi comprenderanno la loro lezione nel bailame consumistico dei primi anni ‘80. Solo poco per volta inariditisi i fiumi di elettropop decadente e new-wave plastificata che invadono l’Europa all’inizio del decennio rispunteranno qua e là i frutti del loro insegnamento.

Saranno a Parigi nelle notti “patchancose”, bagnate di birra e di suoni dalla Manonegra, tra il 15° arrondissement e Place Pigalle. O nell’Irland punk-folkettara dei Pogues. E poi più giù fino ai giorni nostri nella barricadera Tolosa degli Zebda, o nella Galizia variopinta degli Amparanoia o ancora nel cavanserraglio del Radio Bemba Sound System (alias Manu Chao). E poi, anche oltreoceano, a Città del Messico nello ska-rock latino dei Maldita Vecindad o a Buenos Aires, nella mezcla de estilos dei Fabulosos Cadillacs.

Ma la lezione di London Calling va oltre. Rispunta dovunque culture e musiche diverse si fondono insieme, nei corpi e nelle idee che si muovono senza sosta di paese in paese, nelle navi della speranza che superano dogane e trattati con il loro carico di esperienze umane da condividere.

Francesco Zurlo

IDILLIRIO ALPESTRE - PARTE PRIMA

La montagna è bruna, ancora più bruna nella luce del mezzodì. Mentre il sole si appresta alla discendente parabola verso le stazioni del tramonto, della sera-vespertina e della notte brumosa, resto così, immobile e animato da predisposizione contemplativa, ad osservare l’orizzonte curvo della pianura. Il silenzio è rotto dal ronzare di una miriade di piccoli insetti (coleotteri d’ogni marca e modello, formiche alate e micidiali mosconi minacciosi(micidiali per il dolore che, con caritatevole magnanimità di stampo che definirei “quasi ambrosiano”, dispensano ad ogni puntura)). A tratti, nel concerto d’ali vibranti, c’è gloria anche per qualche sparuto pesce che con un ‘plop’ e una bolla rompe la superficie dello stagno fagocitando un insetto impegnato in un assolo.

La brezza gioca ad essere vento poi desiste, riprende, e ancora si placa. La maglietta fredda a contatto con la pelle è una piccola persecuzione. L’inazione vince il fastidio è scelgo di lasciare le cose come stanno. Nel coperchio del cielo conto quattro nuvole bianche pascolanti al limitare dell’azzurra prateria. Avvertiranno anche loro la solitudine, in cotanta immensità?

Mi risulta naturale il confronto critico con il mio appartamento, una cella di condominio-alveare. Una manciata di metri quadri pittati dello stesso colore cereo della città di fuori. Finestre condannate a fissare eternamente la facciata del palazzo dirimpetto. E fuori l’abbaiare dei clacson e lo sferragliare del 16.

Le nuvole sono un poco più distanti, ora. Mi sento un inutile granello di polvere. Un inutile granello di polvere posato sul trasfigurarsi delle cose. Anche ieri notte mi sentivo così. Per questo sono scappato fin quassù. Cinque minuti fa credevo ingenuamente che la mia fosse una romantica e improbabile fuga da un mondo agonizzante. Ma questo mondo agonizzante me lo porto dentro. Tale dolorosa constatazione mi lascia un retrogusto amaro nel pensiero.
Non c’è riparo che valga, quando sei braccato da te stesso.

Guglie feriscono il cielo. Rocce dipingono fantasiosi arabeschi. Chiazze di neve s’accucciano all’ombra di monolitiche pareti. Limitar di boschi sfumano in ghiaioni inaccessibili. Con freddezza da notomista dimezzo un filone di pane. Rapido zigzagare di coltellino. Poi ingozzo il cadavere mollicoso di prosciutto crudo e mi preparo al fiero pasto.

Nel minuscolo stagno i girini disegnano sinusoidi con l’esile coda. Cotti da un implacabile sole allo zenit vanno a morire dov’è più fango che acqua. E nemmeno sanno d’essere esistiti.
Noi uomini abbiamo l’arroganza di dire “Io Sono”, “Noi Siamo”. Ma se il buon Dio (o chi per esso) ci avesse provvisto di coda, penso che l’agiteremmo in modo altrettanto stupido.

racconto di Enrico Gaffuri

17 novembre 2006

25 MARZO

E’ capitato tutto così. Un soffio di vite che in comune non avevano un bel niente. Di colpo legate, unite, una cosa sola.

-Avevo bucato. Con le gomme è sempre così. Le avevo bistrattate e forse dimenticate. Questa doveva proprio essere una loro vendetta.

-Nel fumo stantio del bar di paese, con ai muri la formazione dell’Inter 87’88 cercai solo di capire se ci fosse qualcuno e se quel qualcuno sarebbe stato in grado di aiutarmi o, meglio, tranquillizzarmi.

-Ero già entrato da parecchi secondi, almeno venti, quando sentii una voce. E forse solo allora mi scossi.

-Fu come svegliarsi. La luce filtrava con poca convinzione dalle finestre alle mie spalle, e la poca che arrivava al bancone illuminava pallide olive e salatini tristerelli.

-La voce mi fece sgranare gli occhi. E allora smisi di perdermi tra gli odori di bestemmie, bianchini e paginoni di Gazzetta. Davvero sembrava che nessuna legge antifumo fosse ancora giunta in quei luoghi.

-Sul bancone spuntavano posacenere colmi di cicche. Avevo gli occhi pieni di quel luogo. Forse li spalancai, credendo che altrimenti la voce non sarebbe mai potuta entrarci.

-Non risposi, né diedi cenno di intesa. Alla mia destra tra il fumo che si faceva più denso, indovinai la presenza di un’altra stanza.

-La cercai con strana convinzione. Notai che i miei passi non facevano alcun rumore. La cosa mi parve strana, perché il pavimento sembrava di legno.

-Eccola. Da subito trovai che la stanza avesse degli stucchi un po’ ridicoli. Almeno in alto, sul soffitto. Si intravedevano nonostante la nebbiolina. Le pareti, invece erano affrescate come oggi non si usa più. Quello che legava gli affreschi era il motivo del grappolo d’uva. Delle linee rosse, come fossero i nastrini che le bambine usano mettersi tra i capelli, collegavano i grappoli. Gli affreschi correvano su tutte le pareti della stanza e sembravano confluire in un punto che stava di fronte a me.

-Il camino attirava le linee, i grappoli e parte del mio sguardo. Io ero distratto dalle figure che si affollavano attorno ad un tavolino solitario. A lungo mi sembrò quasi che fossero disegnate.

-Quando mi avvicinai, capii quello che c’era da capire. Sul tavolo c’erano: un posacenere (al centro), una bottiglia di Fernet, una di Strega ed un’altra, senza etichetta.

-Sorrisi alle figure attorno al tavolo, e loro mi pregarono di accomodarmi accanto a loro. Continuavo a sorridere, senza curarmi dei miei occhi, di colpo lucidi.

- Il primo, alla mia destra, era robusto e rossissimo. Si vedevano le venine violacee tra gli occhi e le guance. I pochi capelli, bianchi, gli sparavano senza direzione sopra le orecchie. Il bicchierino che stringeva tra le dita tozze era sporco di Fernet sul fondo e scompariva nel suo pugno.

-Guardandomi, abbassò gli occhi, annegandoli in un sorriso amaro. Iniziò a parlarmi in dialetto. Io ero contento, perché lo capivo. Ma nel parlare sembrava che nemmeno avesse bisogno di muovere le labbra.

-Era preoccupato per il futuro, per la sconfitta definitiva dei suoi ideali. Aveva combattuto per una vita intera, e ora si ritrovava a dover ammettere di essere uno sconfitto.

-Il solo sentire certe cose, mi dava fastidio. Di discorsi pessimisti ne avevo sentiti fin troppi. Tuttavia capivo quanto questo vecchietto potesse soffrire. Sentii un’insanabile bisogno di trattenermi nell’accarezzare la sua pelle ruvida ma tolettata. Poi non le feci, ma forse cercai la sua mano. Volevo fargli coraggio. Partecipai col suo racconto al dolore per la sua casa data alle fiamme. Poi sentii di volergli solo un gran bene quando mi disse che anche lui aveva partecipato alla liberazione. Rimasi a guardare le sue mani gesticolare, senza riuscire a dire nulla, quando mi raccontò del suo amico Jonah, portato via e mai più ritornato.

-Fui invaso da dolcezza e leggerezza. Dalle macerie di una casa aveva salvato una ragazza. E su quelle macerie, nottetempo era tornato, e si era unito per sempre a lei.

-“Ho avuto anche io venti anni”

-Non seppi mostrargli quanto gli fossi grato.

-Di persone curiose ne ho viste davvero parecchie. Tuttavia, nelle occasioni in cui mi reputo una persona felice, so ancora stupirmi.

-La figura che si nascondeva dietro alla bottiglia di Strega iniziò a parlare presentandosi. “Mi chiamo Alda”, disse, “sono una persona molto anziana, perché ho più di 85 anni e fumare mi piace da morire”.

-Vestiva una camicetta a fiori, di quelle che io avevo visto sulla pelle di mia nonna e su qualche signora in estate. I capelli su quella testa canuta non avevano alcun senso, ma aveva degli occhi pieni di livore.

-Le sue parole erano dense e piene di ansia. Capii che aveva voglia di essere ascoltata. Mi ci misi di impegno. Mi accorsi in fretta che le sue parole danzavano, come farfalle coloratissime. Uscivano svolazzanti e senza direzione tra il fumo delle sigarette che si accendeva una dopo l’altra.

-Non saprei ripetere una singola cosa che mi disse. Ma la sua bocca sgranata e la sua voce ruvida mi facevano soffrire e avere rispetto insieme.

-La bottiglia senza etichetta si trovava a pochi centimetri dalla mano incerta dell’unica persona che non mi aveva ancora rivolto parola.

-Aveva due occhi enormi. Bagnati, umidi, inespressivi, impauriti. La mano era semichiusa.

-Subito pensai alla straordinaria bellezza che questa donna aveva dovuto possedere da giovane. La vedevo nella sua figura incerta ma elegante sbattere le palpebre e sorridere nutrendo le sue rughe.

-Mi guardava spaesata. Vedevo che le parole volevano uscire da quella bocca tesa ma proprio non ci riuscivano. Dannatamente a disagio, dissi, un po’ guardando lei e un po’ le altre due figure: “Sapete, ho bucato una gomma, ma mi riesce difficile tirar fuori anche solo un ragno da quel buco”.

-Nemmeno un sorriso. Nemmeno un gesto di comprensione.

-La splendida nonnina muta, senza dire nulla, riversò nelle mille rughe del suo viso tutte le lacrime di cui era capace.

-Il vecchietto col bicchierino sporco di Fernet mi mise una mano sulla spalla, (sentii che era una mano davvero stanca), e mi indicò un giradischi dalla parte opposta della stanza.

-Mi alzai deciso. Strinsi più mani possibile. Tutti cercavano di baciarmi, come fossi loro nipote.

-Non avevo mai visto un giradischi simile. Forse il nonnino aveva parlato di grammofono. Incerto, girai il disco e lessi sull’etichetta al centro del vinile: Glenn Miller Orchestra “Glenn’s Jive”.

-Posizionai il diamante dove l’incisione avevano inizio. Il disco, friggendo, mi diede coraggio.

-Prima fu buio. Poi il camino si mise a crepitare squarciando la tenebra. I grappoli d’uva, che non sembravano nemmeno più solo dipinti, presero un colore nuovo. E di colpo la stanza fu piena di gente.

-Ragazze giovani ed eleganti mi sfioravano. Ballavano. E con loro cavalieri in gessato. I miei jeans erano la cosa più stridente potessi indossare.

-Intravidi il tavolo. Sedeva solo la donna con la sigaretta. Era come un corpo altro. La musica non la interessava affatto. D’un tratto scriveva convulsamente su un tovagliolo.

-Poi, tra i frack e le scarpe di lucido vidi lui. Era il più scatenato. Ballava con una donna. Sembravano danzare a memoria, come se nulla dovesse essere aggiunto. Lei sorrideva, e lui, con i capelli pieni di brillantina faceva lo stesso. Ebbi il flash della sua mano sulla mia spalla, pochi istanti prima e fui confuso.

-Le mie All Star azzurre e arancione si accendevano come torce con il luccichio del camino.

-Ero buffo e ridicolo come un clown. Avevo i piedi grandissimi rispetto agli altri. Chi ballava me li pestava senza cura. Avrei preferito essere scalzo.

-Trovai una sedia. Levai le scarpe. Quando la vidi.

-Era proprio bella come l’avevo immaginata. Giovane. Gli occhi uguali. Pieni di tristezza e spessi di lacrime.

-Così, scalzo, andai sicuro da lei. Le toccai la mano. Abbassò gli occhi e si toccò la veste, che –ricordo- era bianchissima.

-Poi si lasciò cadere. La presi tra le braccia sfiorandole i seni. Cercai i suoi occhi.

-Candidi e dolci.

-Presi il suo viso tra le braccia. Provai il sentimento più naturale e privo di malizia. Desiderai la sua pelle giovane. Avvicinai le labbra al suo collo e lo sentii freddo.

-Non so raccontare con queste parole cosa si provi nel sentire una persona morire tra le proprie braccia. Di certo non posso dire sia una cosa bella. Nemmeno una cosa brutta. E’ una cosa che magari ti fa piangere.

-Quando piangi, e le lacrime seguono le linee del tuo viso, fino a sfiorarti le labbra. Allora capisci almeno di che gusto sia il pianto.

-La sofferenza, il dolore, il pianto possono nascere così. Da una ruota bucata, o da un richiamo non ascoltato. Per chi scrive, per chi fotografa, per chi suona il dramma è proprio questo: pensare ad altro.

-E per pensare ad altro non servono venti anni. Non ne servono ottanta. Servono orecchie e un paio di mani più o meno ben fatte.

racconto di Davide Zucchi

11 novembre 2006

EDITORIALE NOVEMBRE 2006


I rettori chiedono più soldi. E lo fanno descrivendo la fatiscenza di tetti sfondati e laboratori da terzo mondo. Niente di nuovo. Ma uno studio di Roberto Perotti dell’Università Bocconi fa pensare. Cito: “La spesa per studente nelle Università italiane e in quelle inglesi è approssimativamente identica. La spesa complessiva per il personale accademico è molto più elevata in Italia che in Gran Bretagna”.
Il dubbio che per cinquant’anni i Magnifici ci abbiano raccontato frottole è legittimo. Lo stato italiano investe molto di più di quello inglese. E allora perché tetti sfondati e laboratori da terzo mondo? Forse perché si preferiscono finanziamenti a pioggia a interventi che premino il merito e la competitività. Forse perché l’Università di tutti e per tutti finisce per essere una baraccopoli poco salubre. Forse perché della qualità, sotto sotto, non gliene fotte a nessuno.
Luca Gualtieri

10 novembre 2006

BABEL - L'INCOMUNICABILITA' NELL'EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE E MOLTO ALTRO

A tre anni di distanza da 21 Grammi torna Alejandro Gonzales Iñarritu, con una pellicola, Babel che ha ottenuto nientemeno che il premio per la regia all’ultimo film di Cannes. Una pellicola a un tempo più semplice e complessa delle precedenti.
Più semplice perché meno giocata sulle strutture ad incastri spazio-temporali e sulle rotture della continuità narrativa di Amores Perros e 21Grammi. Ma più complessa per il più ampio sforzo produttivo, dovuto all’articolazione del film in tre storie che si svolgono addirittura in tre continenti diversi: una sulla frontiera rovente tra Messico e Usa, una in Marocco e l’ultima addirittura in Giappone. Tre plot legati da una serie di nessi diegetici che emergono lentamente nel corso del film. Assistiamo allora al tentato omicidio di una donna americana giunta in vacanza in Marroco con il marito, e contemporaneamente, alla sorte poco invidiabile della badante messicana cui ha affidato i pargoli ed ancora al cupo dolore di una ragazzina giapponese sordomuta che ha di recente perso la madre.
L’obbiettivo di Iñarritu (e del suo fedele sceneggiatore Guillermo Arringa) era probabilmente quello di raccontare l’incomunicabilità nell’epoca della globalizzazione – di qui il titolo Babel. Incomunicabilità tra stati e culture: l’America claustrofiliaca che erige muri per tenere lontani i milioni di migranti messicani in cerca di lavoro, le difficoltà di comunicazione tra il mondo occidentale e quello arabo; ma anche tra esseri umani: tra marito e moglie (incapaci di parlarsi dopo la morte di uno dei figli) o tra padre e figlia come nella vicenda giapponese, dove la sordità della giovane protagonista si fa simbolo evidente di un’assenza di comunicazione più generalizzata. Tuttavia questo, che costituisce il nucleo tematico più appariscente del film, rimane solo a un livello di superfice. A un livello più profondo ritroviamo il solito tema della coppia Inarritu-Arriaga: quel senso di colpa legato ad un trauma rimosso che riemerge piano piano, incalzato dagli eventi drammatici (e imperscrutabilmente fatali) verso la necessaria catarsi finale. E così il dialogo di chiarimento finale tra Brad Pitt e la moglie, malgrado la cornice “globalizzante”, assomiglia moltissimo alla riconciliazione finale tra il personaggio interpretato da Benicio del Toro e la consorte in 21 Grammi, o al “messaggio in segreteria” dell’ ex-guerriglero nell’episodio finale di Amores Perros .

Il film, che parrebbe una riflessione sulla globalizzazione è invece, esattamente come 21 Grammi, una riflessione sui traumi inespressi, sui i sensi di colpi rimossi, sull’incapacità degli uomini di relazionarsi e di portare alla luce le proprie angosce profonde, a qualunque latitudine. Insomma poca politica e tanto dolore esistenziale.
Ma fino ad un certo punto. Perchè la descrizione della “civilissima barbarie” che si consuma ogni giorno lungo i confini tra Stati Uniti e Messico, nei deserti dell’Arizona, della California e del Texas, sulla frontiera più calda del pianeta – per inciso la parte più sincera e convincente del film – rappresenta l’atto d’accusa di un messicano deluso dal ricco paese vicino che l’ha accolto tra le sue braccia, ma respinge invece i suoi connazionali meno fortunati.

Per il resto il film conferma i meriti e limiti di Inarritu. Da una parte la grande maestria nell’impaginare i film, nell’incastrare le storie – anche se qui la destrutturazione, più “geografica” che narrativa, suona a volte un po’ artificiosa; l’abilità nel dirigere gli attori – quanto mai assortiti tra semiprofessionisti e stelle da blockbuster (non solo Pitt e la Blanchett, ma anche il divo latino Garcia Bernal); e il virtuosismo di alcune sequenze – meravigliosa quella che racconta la serata in discoteca della protagonista giapponese, con le continue soggettive silenziose che ne sottolineano l’estraniamento. Dall’altra parte riemergono lo stesso strisciante manierismo e gli stessi eccessi melodrammatici già riscontrati in 21 Grammi. Insomma, malgrado le buone intenzioni, Iñarritu non sembra più essere stato in grado di tornare al felice equilibrio dell’opera prima, nella quale il suo indiscutibile talento visivo, la sapiente costruzione drammaturgica dello script di Arriaga e la descrizione sempre asciutta e mai compiaciuta della violenza e delle ingiustizie sociale della capitale messicana avevano trovato una sintesi straordinariamente felice.

Un’ultima (pessima) nota sul doppiaggio della versione italiana. Doppiaggio che vede tutti i personaggi ispanici del film esprimersi con un improbabile accento a metà strada tra un veneto da recita parrocchiale e la parlata del gabibbo. Ma quand’è che anche in Italia qualche distributore “oserà” ciò che è prassi comune in tutti i paesi del mondo (tranne che nella post-autarchica Italia) e cioè mandare nelle sale i film in lingua originale con i sottotitoli?

Francesco Zurlo

8 novembre 2006

LA ROSA NEL SOGNO

C’era una volta un partito chiamato Rosa nel pugno. Sì lo so, molti non se ne sono accorti. Ora esiste solo un gruppo parlamentare alla Camera, assolutamente inerte, con lo stesso nome: ma un gruppo parlamentare non fa un partito come sanno bene gli elettori dell’Ulivo (ahimè). I Radicali, primi promotori della formazione, hanno appena cambiato segretario: da Capezzone, o Capezzuàn all’inglese, alla Bernardini, storica militante e tesoriera. Il cambio di guida è stato voluto dall’antropofago Pannella che, in continua ricerca di visibilità per il partito, non era soddisfatto che il suo segretario fosse presente in ogni tv nazionale, e seduto a qualsiasi tavolo di volenterosi, e facesse a pacche sulle spalle con un altro famoso digiunatore, l’angelo del focolare Sandro Bondi. L’obiettivo del rinato Partito Radicale è, si legge, “rilanciare il progetto della Rosa nel Pugno.” Sarebbe preferibile dire: lanciare un progetto, almeno uno. Come è possibile che un leader di partito, ogni sera a Markette, non riesca a fare la voce grossa in una coalizione in cui basta un mal di pancia di un sottosegretario a far slittare la finanziaria (che io difendo) di milioni di euro? Ma ora con la Bernardini tutto cambia. Ospite al TG di La7 spiega: “noi non siamo alleati di Di Pietro, ma di Prodi.” Concetto affascinante quanto oscuro. Del resto, se ricordiamo bene, da un partito che vantava come spin doctor Antonella Elia, non ci si poteva aspettare molto. Sempre meglio che avere segretari come il-molto-poco-decisivo-Cesa e Giordano: il secondo fra l’altro mi risulta alleni con buona fortuna il Messina. Forza Palermo.

Fabrizio Aurilia

VECCHIE GLORIE SENZA COMMEDIA E SENZA SCOOP

È un peccato. Però è anche estremamente cinico. È cinico approfittare dell’età per mercanteggiare approvazione e mestiere. È cinico ingolosirsi e sguazzare nelle maiuscole del proprio nome, scolpite in un anima di granito diventata troppo grande, troppo carica, troppo immobile.
E così Woody Allen (Scoop), e così Claude Chabrol (La commedia del potere). Due opere squassate, che lo stelo fragile del volersi sempre se stessi non può reggere, e si piega subito, e tocca facilmente terra. Mentre scelte registiche impalpabili o tragicomiche (nel senso di tragiche benchè comiche, e viceversa) inchiodano e sprofondano: la “ricostruzione” dello scandalo Elf di Chabrol è puerile quanto didascalica (e senza scoop), l’intrigo “noir” di Allen sconcertante quanto passito (e senza commedia). E poi l’insopportabile tenerezza di fronte a chi vorrebbe il sorriso dell’approvazione, ma si umilia solo, come un qualsiasi clown che non fa ridere (Allen), e di fronte a chi vorrebbe pungolare l’intelletto, ma respira affannoso nel qualunquismo (Chabrol).

E tenerezza ancora di fronte a chi (Kezich, Porro, Mereghetti, Nepoti,..) finge di non vedere, e sopporta tutte queste immagini menomate nel senso e nello stile, e adora frustrarsi nel cantilenare una gloria ormai consunta e consumata da un cinema che non c’è più.

GIUDIZIO *

Mattia Mariotti

31 ottobre 2006

VENEZIA A MILANO

I film dell’ultima mostra cinematografica visti per voi da Vulcano

La sessantatreesima edizione del Festival di Venezia si è rivelata tra le più interessanti degli ultimi anni, soprattutto perché in grado di restituire un’immagine fedele di ciò che è oggi il cinema, o meglio i cinemi. Abbiamo tentato di farcene un’idea seguendo la Panoramica dei film del festival a Milano, che al solito si è tenuta nei giorni immediatamente successivi alla mostra in vari cinema della nostra città.

Parliamo innanzitutto del cinema italiano, presente con numerosi e per lo più notevoli titoli, come i film di Crialese, Spada, De Seta. Unica, peraltro tragica, eccezione il film di Tavarelli (Non prendere impegni stasera), che si spera riduca la sua visibilità a qualche passaggio notturno su Canale Cinque, subito dopo “Distretto di Polizia”.

Poi la conferma dell’ormai imprescindibile declino in cui (av)versa il cinema francese. Sept ans di Hattu ne è stato ammorbante esempio: solitissimo triangolo pseudosessuale questa volta in salsa carceraria (mah!), solitissime trascuratezze formal-concettuali, solitissimo risvolto scolasticamente sociale.

Il cinema argentino, invece, continua a raccontarsi con film avvolgenti, sinceri, significanti. Il titolo migliore è stato El Amarillio, opera prima di Sergio Mazza, in cui si finisce come per perdersi, tra ricerca poetica d’immagine e musiche d’oltremare, e d’oltreanima. Peccato sia anch’esso (come tutto il resto del contemporaneo cinema argentino) destinato al silenzio e all’invisibilità nostrana.

Clamorosamente assente è stato il cinema iraniano, che non è andato oltre un film(accio) senza arte né parte (Have you another apple?). Forse anche questo è il segno (triste) di quella crisi prima di tutto politica che sta logorando uno dei paesi cinematograficamente più significativi degli ultimi dieci anni.

Inaspettata e fulminante, come sempre, la presenza del cinema nordico. Questa volta con un film (?) del celebre attore Christoffer Boe, che in Offscreen tenta un esperimento al limite dell’(auto)lesionismo: filmarsi 24 ore su 24, nel disperato tentativo di spingersi nell’oltrecinema. Restano così in video (con dolore vero) quei frammenti impossibili che sempre, che ogni momento si sprecano nel vento degli istanti.

Come al solito, anche se in modo minore rispetto agli anni passati, il cinema orientale l’ha fatta da padrone, fra cui ha spiccato l’incommensurabile Johnnie To col suo nuovo film Exiled, che resterà al solito confinato nei festival, data la cecità della distribuzione nostrana.

Infine, passando al cinema angloamericano, non ci sono state particolari sorprese, causa la delusione del De Palma di Black Dahlia e lo Stone di World Trade Center che non ha particolarmente colpito. Si salva l’inglese The Queen, bella pellicola di stampo classico che comunque non stravolge canoni o temi particolari.

Vi chiederete perché non abbiamo parlato di molti film importanti: non abbiamo parlato dell’Inland Empire di Lynch, né del Leone d’oro Still life, neppure di Children of Men di Cuaròn, o dei cartoni animati d’autore orientali. Beh, semplicemente perché non sono stati inclusi nelle proiezioni milanesi, gravi mancanze che pregiudicano il giudizio complessivo sui film di quest’anno. Inoltre gli orari di proiezioni impossibili da far coincidere e la lontananza fra un cinema e l’altro rendono difficile il seguire di questa manifestazione, che rimane ben organizzata, ma con margini di miglioramento che la potrebbero rendere un evento impedibile.


RECENSIONI

FANGZHU (EXILED) – Johnnie To - ****

1998, isola di Macao. La colonia portoghese è in procinto di tornare sotto il controllo cinese e la confusione regna sovrana anche negli ambienti criminali. Quattro gangster, amici per la pelle, si ritrovano a causa della ricomparsa del loro compagno Wo, fuggito dal mondo del crimine per farsi una famiglia, e che ora deve essere ucciso causa ordine irrevocabile del loro boss. Quando però anch’essi si accorgeranno di essere stati traditi dal loro stesso capo, inizia la caccia all’uomo…Strepitoso film del maestro di genere Johnnie To, una favola epica di amicizia virile, disperazione e sangue, il tutto però condito dall’ ironia che ultimamente solo il cinema orientale ci sa regalare ( basti pensare alla scena iniziale del film). Magistrale

JAK-PAE (City of Violence) - Ryoo Seung-wan -***1/2

Tae – Su, poliziotto di Seul, torna nel suo paese natale per indagare sull’uccisione di un suo amico di infanzia: incontrerà una città ben diversa da come l’aveva lasciata, in mano alla delinquenza giovanile e ad un altro suo amico, Pil-Ho, coinvolto in affari ben poco puliti. Bel film coreano, che mescola tutti i generi per cui sono famosi gli orientali (gangster, arti marziali ecc.) per creare un mix di eccezionale fattura e stile, che muove e commuove (inevitabili le citazioni, da Kill Bill a Mystic River, da Woo a Leone). Non sarà un film particolarmente originale, ma caspita, questo sì che è rendere novum il notum! C’era una volta in Corea

THE QUEEN – Stephen Frears - ***1/2

>Coppa Volpi Migliore Attrice a Helen Mirren

La storia dei giorni immediatamente successivi alla morte di Lady Diana attraverso gli occhi dei tre effettivi protagonisti di quei tragici giorni: la Regina Elisabetta II, Tony Blair ed infine il popolo britannico. La pellicola, a differenza di quanto detto più monarchica che mai, parte dal fatto di cronaca per tracciare un ritratto lucido di quella che è la difficoltà del potere antico e consolidato (appunto, la monarchia) di confrontarsi col potere nuovo e riformatore (il Blair di quel periodo, e soprattutto la nuova importanza rivestita dal popolo). Finale al vetriolo per una Helen Mirren tanto brava da identificarsi fisicamente con la regina senza assomigliarle. Regale

BLACK DAHLIA – Brian de Palma - **1/2

Mescolando un reale fatto di cronaca, l’orribile morte dell’aspirante attrice Elizabeth Short negli anni ’30, col libro omonimo di James Ellroy, il film narra delle indagini dei due poliziotti ex pugili Josh Hartnett e Aaron Eckart, che nel frattempo trovano anche il tempo di contendersi la moglie di quest’ultimo Scarlet Johannson. La mano è sempre quella di de Palma, e si vede nelle bellissime scelte di taglio registico, ma sul piano narrativo il film si sfilaccia in un attimo fra scene di sesso etero e omosessuale, autocitazioni, e più in generale attraverso una storia che sa di vecchio. Bello come può essere bello un mobile antico. Stantio


WORLD TRADE CENTER Oliver Stone - **1/2

Innanzitutto, va’ detto che il film parla solo indirettamente dell’11 settembre: esso è infatti la storia (vera) di un salvataggio, il salvataggio di due poliziotti portuali rimasti intrappolati sotto le macerie delle torri gemelle. Nel frattempo, vediamo la disperazione dei loro familiari e i soccorritori che cercano di barcamenarsi in una situazione che non poteva essere prevista da nessun manuale.

La pellicola è stata tacciata da più parti di americanismo, in realtà è semplicemente la ricostruzione delle emozioni provate dagli statunitensi, e in modo minore anche da noi, in quei tragici giorni, senza prendere una posizione politica, evitandone la questione. Dignitoso

NUOVOMONDO di Emanuele Crialese - ****

>Leone d'Argento Rivelazione

Crialese scompone la Storia (l’emigrazione sicula verso l’America nei primi del novecento) in immagini che vogliono essere (prima di tutto e per una volta) cinema: e allora il nuovo mondo è innanzitutto verdura gigante trascinata da bambini su zolle di terra, e poi monete che si fanno foglie e con suoni d’argento ci ricoprono gli occhi, e poi fiume di latte in cui dimenticare il proprio sogno. Mentre l’America vera resta solo nebbia, da spiare, ma solo per un attimo, attraverso finestrelle poste troppo in alto. Migrante

LA STELLA CHE NON C’E’ di Gianni Amelio - ***

Viaggio attento e malinconico attraverso i contraddittori segni della Cina: ma ad Amelio interessa soprattutto raccontare di due solitudini, di due passaggi [l’operaio italiano specializzato (un magnifico Castellitto) senza più lavoro, la ragazza cinese senza più/senza mai dimensione]. Poteva essere un capolavoro, ma Amelio stecca il finale, consegnando tutto ad una sequenza posticcia quanto inutilizzabile. Bastava fermarsi sul volto di Castellitto che sommessamente piange, mentre la chiatta su acqua dal colore di terra lo nasconde agli occhi, dietro la prossima ansa di fiume. Intermittente

LETTERE DAL SAHARA di Vittorio De Seta - ****

De Seta torna al docu-cinema che lo ha consacrato come il poeta-cantore del lavoro degli umili (Banditi a Orgosolo su tutti). Ma questa volta gli ultimi di cui si innamora il suo sguardo interminabile sono i clandestini, gli immigra(n)ti che non hanno mai/ancora voce, nè tempo, travolti dalla nostra indifferenza corrosiva e volgare. La speranza diventa parola strana, mentre De Seta ci ricorda tutto questo dalle calde terre di un paese troppo lontano. Epicizzato

LA RIEDUCAZIONE di Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino - ****

Questo esordio costato 500 euro (e ufficialmente firmato da una fantomatica Amanda Flor) è la vera rivelazione del Festival: immagini in bianco e nero fotografano l’universo scorticante dello sfruttamento nei cantieri dei palazzinari romani. Ma tutto con quella vena misticamente irridente e teneramente malinconica propria dei gloriosi tempi della commedia all’italiana anni sessanta. Argenteo

COME L’OMBRA di Marina Spada - ****½

Altra rivelazione folgorante: la Spada, con purezze visive del miglior Garrone, volge sguardo e disincanto su Milano e i suoi vuoti insensibili. Con una macchina da presa costantemente alla ricerca di spazi in cui vibrare il volo, in cui donare abbracci. Ma invano: griglie di ferro, cementi geometrici, luci compatte, strappi di lamiera, inquinano la nostra voglia di sguardo, e poi l’anima. Che vorrebbe solo strapparsi via, come l’ombra dal corpo. (Dis)incantante

L’UDIENZA E’ APERTA di Vincenzo Marra ***½

Documentario scolpito con il consueto rigore visivo e concettuale: questa volta Marra osa spingersi nel controverso mondo della giustizia made in Italy, raccontandoci le chiaroscurate personalità di un avvocato e due giudici durante un processo di camorra. E ciò che le sue sommesse ma feroci immagini restituiscono è una sorpresa, ma anche un sentirsi precipitare. Senza ritorno e con un senso intollerabile di impotenza. Sradicato

Legenda: *= brutto **= così così *** = bello **** = molto bello *****= capolavoro

A cura di Mattia Mariotti e Davide Bonacina

MARGHERITA FRA LE STELLE

Vulcano intervista la Hack, la donna di scienza più conosciuta in Italia

Abbiamo pensato che il modo migliore per inaugurare le nascenti pagine dedicate alla scienza fosse quello di pubblicare un’intervista alla celebre astrofisica Margherita Hack. In fondo chi meglio di lei può parlarci di scienza?

Signora Hack, terminato il liceo si iscrisse alla facoltà di lettere ma, dopo aver seguito la prima ora di lezione, cambiò indirizzo e andò a fisica, incontrando la sua vera vocazione e passione. Possiamo dire che questo cambio è stata la fortuna e la storia dell’astrofisica nazionale e internazionale?
Semmai fortuna mia che lettere non mi piacque.

Perchè studiare fisica e nello specifico astrofisica?
La fisica, in fondo, è ciò che governa tutto il mondo. Tutte le leggi fisiche sono fondamentali per capire il mondo, la natura e il funzionamento di tutte le cose. Dalla pentola di acqua che bolle alle fiamme del gas che diventano gialle se ci si butta del sale sopra. Sono tutti fenomeni fisici.

Cos’è l’universo per un’astrofisica del suo livello?
L’universo è tutto ciò che esiste, l’importante è riuscire a capire come è fatto, cosa sono le stelle, cosa sono i pianeti, le forze che li muovono, ovvero la forza gravitazionale; che le stelle brillano grazie alle reazioni nucleari che avvengono al loro interno; che l’universo si evolve continuamente e tutti i corpi che lo costituiscono si formano, invecchiano e alla fine muoiono. Possiamo dire che è una geografia in grande scala che ci permette di capire a fondo l’ambiente in cui viviamo.

Rispetto agli studenti e ai giovani della sua generazione come vede l'interesse e l'approccio a questa particolare materia nel nuovo millennio?
Oggi c’è molta più possibilità dal punto di vista della ricerca, ci sono strumenti che ai miei tempi sembravano fantascienza. Si conosce molto di più dell’universo, ma allo stesso tempo ci sono ancora molte cose da scoprire, come la materia oscura o l’energia oscura. Tutto sommato ora è più appassionante lo studio dell’universo, anche perché è una completa palestra di fisica. In passato, soprattutto nel XIX secolo, l’astronomia consisteva più che altro nel misurare i moti delle stelle, invece oggi è fisica. Noi applichiamo tutte le branche della fisica per capire la struttura dei corpi celesti ed è molto più interessante di una volta.

“Un pianeta è un corpo celeste che è in orbita intorno al Sole, ha sufficiente massa perché la sua stessa gravità gli faccia assumere una forma sferica e abbia puliti i dintorni della sua orbita.” Con questa definizione i delegati all’Assemblea generale dell’Unione astronomica internazionale hanno declassato Plutone da pianeta a “pianeta nano”. Cosa significa? Adesso cambierà qualcosa nel mondo dell’astrofisica internazionale?
Si tratta di una nuova categoria di pianeti. Recentemente è stato scoperto “Xena”, un pianeta poco più grande di “Plutone” che si trova ad una distanza doppia dal “Sole” e probabilmente se ne scopriranno tanti altri ancora più lontani. Hanno delle caratteristiche un po’ diverse dagli altri pianeti, sono molto più piccoli, hanno orbite più allungate ed è stato deciso di chiamarli “nano-pianeti” e sono stati messi tutti in serie “B” come la “Juventus”….

Molte di queste ricerche le dobbiamo al telescopio Hubble?
Non solo, ma anche a tutti gli altri satelliti che ci sono che speculano nei settori dei raggi gamma, di quelli “X”, dell’infrarosso, e ai grandi telescopi a terra: sono tutti complementari. Il telescopio spaziale Hubble ha soprattutto permesso di vedere gli oggetti più lontani.

Trova che i mass media ci propongano un mondo un po’ troppo fantascientifico rispetto alle effettive conoscenze e al lavoro di ricerca degli scienziati?
Spesso la fantasia galoppa, lo si vede anche dai titoli dei giornali. Ho letto recentemente che fra 20 anni sapremo se esistono gli extraterrestri oppure no, quando più di una volta è stato detto che molto probabilmente scopriremo, anche prima di 20 anni, grazie ai grandi telescopi in progetto, altri pianeti simili alla Terra dove la vita è possibile. Questo non vuol dire che troveremo gli extraterrestri.

Nel 1997, lei è andata in pensione e da allora non ha più avuto un momento libero. Scrive libri di divulgazione scientifica, tiene conferenze in tutta Italia e addirittura è stata candidata da un partito di centro sinistra alle regionali in Lombardia. Niente più ricerca?
Ho un gruppo di lavoro internazionale che si occupa delle stelle chimicamente peculiari le quali hanno delle anomalie di composizione chimica. Ma comunque faccio soprattutto divulgazione.

Se dovesse spiegare la sua materia ad una persona completamente a digiuno di scienza?
Farei degli esempi presi dalla vita di tutti i giorni, che in fondo è regolata dalla scienza anche se i più non se ne rendono conto. Tutto quello che noi conosciamo è arrivato nel corso dei secoli dall’esperienza della vita comune e pian piano ci siamo resi conto delle ragioni per cui tutto questo accade.

A cura di Marianna Piacenza e Magali Prunai

5 ottobre 2006

DINO BUZZATI: IN OCCASIONE DEL CENTENARIO

Li vedo: durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi, ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio. Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio. Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria, e in genere male anche questa, perché' restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità' si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché' del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente.
(La Solitudine, da "In quel preciso momento", 1950)

Il 16 ottobre 1906, a San Pellegrino, nasceva Dino Buzzati. A cent'anni dalla nascita, e a poco più di trenta dalla morte, molti sentono il bisogno di ricordarlo, ricostruendo attraverso la fatica dei nomi e delle etichette i ritratti innumerevoli di una personalità poliedrica, le figure fluide dell'espressione creativa. Giornalista, scrittore, pittore, illustratore dilettante, poeta, artista della penna, della parola e della linea, ma soprattutto alchimista della fantasia, quella onirica e colorata del 'Colombre' e dei racconti, come quella lucida e spietata de 'Il deserto dei Tartari'. Tra le molte parole spese per ricordarlo, tra conferenze e concerti d'alta quota, letture poetiche e colte chiacchierate, questo 'personaggio fondamentale della grande cultura italiana' - così lo si ricorda tra le pagine del 'Corriere della Sera', che nel 1928 lo accolse, ancora studente in Legge, per non lasciarlo più – ama sfuggire alla facoltà fotografica del ricordo e della commemorazione, con l'attualità sorridente delle sue pagine, che toccano i punti sensibili, quelli dolenti, del contemporaneo, attraverso figure delicate che sono gli archetipi senza tempo di ogni immaginazione; l'immagine è quella di un filo di poesia teso ad arte tra due mondi, laddove la penna non perde mai il contatto con la sorgente del reale, e con le ragioni della sua logica, mentre in controluce coltiva le trame del fantastico, del fanciullesco, del sogno, in una dimensione dipinta di antitesi e ombreggiature, tra mostri colorati ed infinite angosce, luoghi incantati e uomini impotenti abbandonati ad attese senza fine. La facoltà lucidissima di osservazione del reale e dei suoi meccanismi psicologici sottili, maturata all'interno dell'imperitura tradizione del romanzo borghese del secondo dopoguerra, quello delle Ginzburg e dei Tomasi di Lampedusa, si diffonde in Buzzati in una narrazione distesa, ironica e pacatamente surreale, e trova la sua più alta espressione nella forma prediletta del racconto, laddove la vicenda del quotidiano arriva a svelare in pochi tratti pittorici i propri risvolti di follia, per farsi parabola senza tempo di una società borghese accartocciata e decadente, eppure sempre viva e attuale, oppure teatro di fiaba, colorato, onirico, saggio; allo stesso modo, quasi le pagine si facessero specchio di un'intera vita, Buzzati è figura molteplice, uomo d'azione e giornalista, oltre che letterato e poeta, corrispondente di guerra, imbarcato sull'incrociatore Fiume nel 1940, cronista politico, negli articoli sulle 'ore memorabili' della Liberazione, il 25 aprile 1945, e di attualità, negli articoli del 1969 a commento del primo viaggio dell'uomo sulla Luna, fonte di ispirazione sempre viva per il cinema ed il teatro.

“Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione"; con queste parole prende inizio 'Il deserto dei Tartari', quello che Buzzati considerò il capolavoro di una vita e per cui prese spunto“…dalla monotona routine redazionale notturna, che facevo in quei tempi. Molto spesso avevo l’impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E’ un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all’estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell’attesa” (Il Giorno, 26 Maggio 1959).

Lo stesso pessimismo lieve, la stessa angoscia sorridente, ritroviamo nei Diari e nelle Poesie illustrate, nei racconti per bambini e adolescenti, nel sergente Drogo e nella sua attesa senza nome, come nell'incontro di Stefano Roi con il suo personalissimo mostro, il Colombre, laddove l'attesa di una vita si fa errore e inevitabilità, la prima destinazione si rivela essere l'unica, e l'esistenza della scelta è domanda, la soglia tra fatalità e responsabilità dramma di ogni uomo; lungo le pagine dei racconti, delle poesie, dei diari illustrati, l'ironia e la voce magico-fantastica colorano i temi della solitudine, dell'abbandono, rendendoli fiaba, canzone, filastrocca, filosofia poetica, ricollegandosi così alla tradizione senza tempo delle grandi favole che, in ogni età della vita, servono a formulare, e a dare risposta, ad una diversa domanda. In modo analogo, nella sua attività di illustratore e pittore, un universo di immagini di fanciullo si fa scena surreale ed iperreale, e l'illustrazione fantastica sfiora atmosfere di enigma che ricordano De Chirico e le sue piazze, piazze mute e ossessionanti, qui invase di colori e di primavera.

In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. è impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c'è nell'atmosfera. Molti uomini, la maggioranza anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l'avvertono subito. Non c'è niente da insegnare in proposito. è questione di sensibilità; alcuni la posseggono di natura; altri non l'avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le foreste tenebrose, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede. (Da 'Il segreto del bosco vecchio', 1935)

Viviana Birolli

GIORNALISTA SI NASCE O SI DIVENTA?

Intervista a Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Un dibattito che si prolunga ormai da troppo tempo è quello sulla formazione del giornalista. All’inaugurazione del master di giornalismo alla Statale di Milano, il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, ha ripreso l’ argomento dichiarando che giornalista si diventa con la formazione culturale, storica e politica. E’ comunque necessaria una certa vocazione e una certa capacità naturale di parlare con la gente, di andare sulla notizia. Insomma, un po’ di fiuto non guasta.


Dottor Abruzzo, lo scorso agosto lei è stato uno dei protagonisti di un dibattito fra Capezzone, parlamentare rosapugnista, e alcuni esponenti dell’Ordine dei giornalisti. Il parlamentare ha ritirato fuori un vecchio tema caro ai radicali: l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti.
L’Ordine è il riconoscimento giuridico di una professione. E’ un ente pubblico che organizza le professioni. All’interno dell’ordine c’è il consiglio che è il giudice disciplinare e delle iscrizioni, cioè un giudice amministrativo. I radicali vogliono indebolire i giornalisti e adottare il sistema francese. Con tutto il rispetto per la Francia, noi siamo in Italia e la nostra Costituzione ha una norma che i francesi non hanno: l’articolo 33 comma 5, che stabilisce che per svolgere una professione si deve sostenere un esame di stato. Ci vuole comunque qualcuno che lo faccia fare, che si chiami Ordine professionale o in un altro modo. Lo Stato ha però tutto il diritto di riprendersi le deleghe che ha dato agli ordini e di chiuderli, a patto che vengano rimpiazzati da una legge di due o tre articoli in cui si affida l’esame di stato alle università, si stabilisce che l’albo deve essere affisso nel sito internet del ministero della giustizia e che il giudice disciplinare delle professioni intellettuali è la prima sezione civile dei tribunali dei capoluoghi di regione. In alternativa è necessaria una legge dell’ordine che stabilisca le regole deontologiche che il professionista deve seguire. Senza un ordine di appartenenza il professionista diventa un impiegato di redazione e non ha più il segreto professionale da rispettare. Così, quale informatore si fiderà a rivelare le informazioni al giornalista? L’articolo 21 della nostra Costituzione stabilisce la libertà di cronaca, ma questo non vuol dire che essere giornalista ci da il diritto di poter dire tutto quello che vogliamo. La libertà si afferma su due pilastri: dignità della persona e verità sostanziale dei fatti. Si può anche diffamare una persona però il fatto deve essere vero, di interesse pubblico, scritto civilmente e nella sua essenzialità. I nostri padri costituenti hanno disegnato una stampa libera, senza limiti e confini e l’Ordine dei giornalisti realizza questo loro disegno garantendo la deontologia come valore.

Comunque, la maggioranza al governo ha, già detto che nel programma dell’Unione è previsto l’aggiornamento degli Ordini, non la loro abolizione.


Più di una volta lei ha affermato l’importanza di affidare la formazione del giornalista alle università. Allora lei vede di buon occhio le facoltà di giornalismo e scienze della comunicazione?
Il Parlamento ha affidato al ministero dell’università il compito di preparare tutti i professionisti, compresi i giornalisti. Questo principio esiste, va solo attuato.


Ciò nonostante per accedere alla professione è quasi diventato indispensabile frequentare un master o la scuola di giornalismo. La “Carlo De Martino” di via Fabio Filzi è, possiamo dire, il cavallo di battaglia dell’Ordine della Lombardia.
La “De Martino” è la prima scuola di giornalismo italiana realizzata con una delibera del ’74 da questo consiglio dell’Ordine, e che ha cominciato a muovere i primi passi nel ’77. Siamo ora al quindicesimo biennio. Nasce da una collaborazione fra l’Ordine dei giornalisti della Lombardia e la Regione. In 30 anni la Lombardia ha speso per noi 15 miliardi.


Spesso ci si rende conto che gli articoli dei giovani giornalisti mancano di quel “quid” dovuto all’esperienza. La gavetta non è una migliore maestra rispetto alla scuola o ai master?
Questo è un dibattito che va avanti da quasi 80 anni e se ne è occupato anche Gramsci. Nel ‘27 il segretario del sindacato fascista dei giornalisti, Ermanno Amicucci (fu anche direttore del Corriere della Sera) andò, con Bottai (ministro della cultura popolare, il famigerato Minculpop), negli Stati Uniti dove visitò la scuola Pulitzer e se ne innamorò. Con un decreto di un solo articolo, nel ’30 a Roma, partì la scuola professionale di giornalismo e che fu attiva per quattro anni. Bottai, che insegnava a scienze politiche a Perugia, fondò l’indirizzo giornalistico. Chi sceglieva questo indirizzo doveva frequentare la scuola di Roma per sei mesi e poi era dottore in scienze politiche ad indirizzo giornalistico con il diritto di iscriversi nell’albo dei professionisti, allora non esisteva l’esame di stato. In una lettera dal carcere Gramsci dice che è giusto che i giornalisti si formino in una scuola perché devono studiare. Bottai e Amicucci, facevano parte della fronda del partito fascista e furono presto in rotta di collisione con Starace, gerarca ultraortodosso che, spalleggiato dal direttore del “Mattino” di Napoli, fece prevalere il principio secondo il quale i giornalisti non si formano studiando ma nascono “imparati”. A fare le spese della diatriba fra frondisti e ortodossi fu la scuola di Roma che chiuse i battenti dopo appena tre anni.

a cura di Magali Prunai

IL NEMICO PIU' INFIDO

L’autolesionismo, quando è meglio punire il proprio corpo che affrontare la realtà

Quando qualcuno ci vuol far male, lo individuiamo come nemico e ci affrettiamo a mettere le distanze: tanto per cominciare, quelle che coprono lo spazio di un braccio allungato e la mano, fino all’estremità dell’indice che gli puntiamo contro. A volte l’indice lo dobbiamo puntare verso noi: quando siamo “tagliatori” o “self-injured”. Quando siamo autolesionisti.

Le mani a grattare la cute, il rasoio a scarnificare, la sigaretta spenta sul braccio, litri di alcol pompati in corpo, droghe come mentine, 4 etti di carbonara ingurgitati, seguiti da un budino per dessert: questi sono solo alcuni dei comportamenti catalogati come autolesionisti. Il comune denominatore è la deliberata produzione di una minorazione su se stessi. «L’espressione di una rabbia interna» - spiega la dottoressa Eugenia Pelanda, presidente dell’Associazione Area G scuola di psicoterapia attiva nell’ambito dell’intervento del disagio psichico giovanile - «farsi del male e vivere attraverso il dolore fisico per sentirsi vivi e per allontanare il dolore psichico: un’angoscia incontenibile». Questo disagio riguarda soprattutto il mondo dei giovani; la manifestazione più estrema, quella suicida, è la terza causa di morte per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. Un gran numero di autolesionisti trova sfogo nei forum; ecco gli stralci di un post lasciato da una ragazza: «Parte un dolore dentro…è un altro di quei momenti in cui stai perdendo il controllo, in cui la sofferenza non può essere ascoltata…La sfera del reale inizia a sbiadire: non sei più Sara, non sei più bella, non sei più intelligente, non sei più nulla. Il vuoto che senti intorno è insopportabilmente pieno di rabbia…Come sopportare una simile impotenza? Una lametta. Improvvisamente prendi in mano la situazione…Una volta finito, il tuo segreto è coperto dai vestiti…torni a rimetterti quella maschera che piace a tutti». Che differenza c’è, dunque, tra chi mostra i segni dell’autolesione e chi, come Sara, li nasconde? «È un diverso modo di comunicare» - spiega la dottoressa Pelanda - «chi mostra apertamente è più aggressivo nei confronti dell’esterno; in chi nasconde c’è chiusura verso l’esterno. Nel primo caso c’è lo scopo di spaventare, preoccupare, aggredire». Del mostrare il sangue pubblicamente ne sa qualcosa Genesis P-Orridge, leader della industrial rock band Throbbing Gristle, che nel concerto di Londra del 1976 si trafisse con aghi ipodermici, ingurgitò sangue e birra, vomitò e leccò il suo vomito; salvo poi lasciare il palco pallido come un cencio. «Nelle star del rock si insegue un ideale di onnipotenza» - secondo la dottoressa Pelanda - «è una modalità negativa per rafforzare l’autostima e il narcisismo, solo per andare poi ad autodistruggersi». Anche l’arte utilizza la teatralizzazione dell’atto fisico: una sorta di purificazione mediata dal dolore, con cui riscoprire l’essenza stessa della vita. A suffragare l’idea che ci sia un nesso, tra il farsi del male e la catarsi, c’è l’origine etimologica della parola castigare che in latino significava infatti “rendere puro”. Non dimentichiamo che le ferite si infettano e c’è ben poco di puro in una lesione che si incancrenisce o in una corsa al pronto soccorso e il rischio di non vedere mai più un’alba. Di automutilazioni fa uso l’artista Vito Acconci, morsi autoinflitti in tutto il corpo sono il soggetto della sua performance Trademarks, documentata attraverso l’uso di telecamere e macchine fotografiche, mentre Hermann Nitsch nella sua Azione n°45 si sottopone di fronte al pubblico a una sorta di autoflagellazione. Bisogna dire, tuttavia, che per larga parte del pubblico, il massimo digeribile del nefasto si ferma ancora alla natura morta.

E voi siete autolesionisti? Dipende. Se avete trovato il mio articolo noioso e malgrado ciò l’avete letto, siete autolesionisti. Oppure semplicemente mi volete un sacco di bene.

Diana Garrisi

Quando l’autolesionismo è…

…mitologico. Le Amazzoni, donne guerriere della mitologia greca, per meglio usare l’arco, si tagliavano il seno destro, a-mazos significa infatti “senza seno”.

…salvifico. Aron Ralston, un rocciatore americano di 27 anni, nel 2003 rimase intrappolato da un masso di 360 chili e, perdute le speranze dell’arrivo dei soccorsi, il quinto giorno decise di tagliarsi il braccio per liberarsi.

…illegale. Rischia fino a tre anni di reclusione il salariato che si ferisce o mutila per procurarsi denaro attraverso la riscossione di premi assicurativi, indennizzi, pensioni. L’autolesione è una pratica ricorrente tra i soldati che si automutilano per evitare l’arruolamento o per essere rimpatriati.

…tarocca. Chi non ha mai comprato gli scherzi carnevaleschi tipo il dito bendato insanguinato che nasconde una molla, oppure le finte lesioni in lattice con tanto di osso in vista. I negozianti dicono: «Si vendono bene tutto l’anno».

…canino. E’ il caso di alcune razze di cani da lavoro affetti da stereotipia, una patologia di natura ansiosa che ha tra i suoi sintomi la rotazione dell’animale su se stesso con il tentativo di mordersi. Sembra che tra le storie comuni ai cani affetti da questa patologia ci sia un periodo di addestramento per un determinato compito (attacco, guardia, obbedienza), oppure di una restrizione dell’esercizio fisico (cani legati alla catena dopo un periodo di libertà).

2 ottobre 2006

UNA COMPILATION DI ILLECITI

Licata, provincia di Agrigento, pochi giorni fa c’è stata l’ennesima morte sul lavoro. O meglio sotto il lavoro. Un immigrato rumeno irregolare lavorava in nero al restauro di una palazzina fatiscente, per conto di un palazzinaro amico dei condoni. Fatalità volle che il palazzo crollasse in faccia all’operaio sotterrandolo e costringendolo ad una morte lunga due giorni, e privo dei piedi amputati durante i soccorsi. Una storia come le altre se non fosse per la macabra e grottesca asportazione. L’indignazione sale nei confronti di questo “imprenditore” che aveva pure dichiarato che al momento del crollo nella palazzina non c’era nessuno. Nessuno da segnalare ovviamente. Dopo però scopriamo altre cose: la palazzina era stata costruita abusivamente negli anni settanta e di recente era divenuta il rifugio di un latitante mafioso, poi sorprendentemente arrestato. Mancava solo un aereo di linea che ci finiva contro dirottato da separatisti sardi. La costruzione è crollata per la vergogna di essere stata co-protagonista di tutti questi reati. Quindi alla fine la colpa della morte dell’operaio di chi è? Dell’abusivismo edilizio? Del mafioso che avrebbe dovuto segnalare la caducità della sua dimora? Del negriero imprenditore siculo? Della Bossi-Fini che avrebbe dovuto rispedire indietro l’immigrato? Questo lo stabilirà un magistrato colluso con l’ausilio di intercettazioni illegali e grazie all’ambiguità di qualche legge.

Fabrizio Aurilia

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N. 4

Mi chiedo spesso se ci siano dei miei lettori là fuori. Fuori da questa pagina intendo. Mi ripeto continuamente: è possibile vedere dei dinosauri in questo parco dei dinosauri? Insomma se qualcuno ha letto l’ultima puntata di questa rubrica, avrà capito cosa voglio dire: amici, compagni ce l’abbiamo fatta. La rubrica si è trasformata in oggetto apotropaico. L’Italia ha vinto la coppa del mondo e noi lo sapevamo, l’avevamo scritto, il successo è di tutti. No un attimo. E’ mio. L’avevo profetizzato io.

In queste vacanze ho fatto un meraviglioso viaggio tra Germania, Svezia e Danimarca, e tre giorni a fine agosto a Viserba, paesino della riviera romagnola nel quale trascorsi le infantili estati, con una prozia ultraottantenne che soleva palleggiarsi la dentiera durante i pasti. Sono tornato perché dovevo ritrovare quella sala giochi accanto alla spiaggia, nella quale andavo a spendere le 1500 lire della diaria che i miei mi concedevano. I giochi sono sempre gli stessi: quegli degli anni ‘80. Forse puntano ad un target giovanile ma non giovane. Un po’ giovanilista. Il re dei videogiochi era lo spigoloso Super Mario, che a testate distruggeva qualunque cosa: ora la Nintendo pubblicherà un remake dal titolo “Super Mario Zidane”, storia di un idraulico (non polacco) algerino emigrato in Germania. Le code di bambini scalzi, abbronzantissimi e con un cucciolone colante in mano, erano visibili davanti al gioco delle olimpiadi: l’atleta bianco (tu che giocavi) e l’atleta nero, si sfidavano in varie discipline atletiche. Per vincere, ad esempio i 100 metri, era necessario muovere il joystick talmente velocemente, che alla fine della vacanza i frequentatori della sala giochi vantavano un avambraccio sei volte più muscoloso dell’altro: cosa che sarebbe tornata utile qualche anno dopo, durante la pubertà, in quei lunghi stazionamenti in bagno, a leggere di politica economica.

Sovente tuttavia la superiorità dell’uomo bianco non si concretizzava sullo schermo, e l’atleta di colore vinceva. La lezione che molti bambini traevano era ingiuriare il campione nero. Qualche reminiscenza infantile deve essere rimasta soprattutto nel lombardo-veneto.

Un anno arrivò una novità. Una Ferrari con a bordo un ragazzo e una ragazza correva lungo strade circondate da alberi frondosi e dal mare, cercando di evitare i veicoli che giungevano in controsenso. Gioco caduco quanto noioso era sempre frequentatissimo, probabilmente per quel desiderio di identificarsi con una situazione che si sperava futuribile. In fondo l’idea era alla base della cultura anni ‘80: mettere una bella figliuola in compagnia di qualsiasi cosa. Ecco perché abbiamo intervistato Margherita Hack.

Fabrizio Aurilia