7 gennaio 2010

SGUARDO A SUD-EST

LA MOSTRA DI STEVE MC CURRY AL PALAZZO DELLA RAGIONE

“If your pictures aren’t good enought, you’re not close enought.”
Robert Capa

La vicinanza dell’obbiettivo fotografico all’oggetto che si vuole ritrarre è uno dei cardini della professione fotogiornalistica. Ed è proprio questo aspetto del mestiere, lo stimolo che ha portato maestri come Frank Capa e Henry Cartier-Bresson a spingersi sempre più vicini al fulcro dell’azione, che oggi sta contribuendo alla crisi di questa professione. Le nuove teconologie, il cityzen journalism ci fanno capire che il primato sulla notizia non è più degli addetti al mestiere. Chiunque può passare dal luogo di un avvenimento e documentarlo con foto o filmati. Il contributo dei cittadini ha rivelato tutta la sua importanza offrendo testimonianze fondamentali in occasioni recenti come lo Tsunami o l’uragano Katrina.
Ma è sufficiente essere al posto giusto nel momento giusto? O forse la vicinanza di cui stiamo parlando non è soltanto fisica ma anche di approccio? Può la bellezza estetica di un’ immagine realizzata da un grande maestro, contribuire a portarci più vicino a un volto, un luogo, un avvenimento?

La mostra dedicata a Steve Mc Curry, uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea, ospitata questo inverno a Palazzo della ragione, può aiutare a rispondere a queste domande.
L’allestimento della mostra rompe il tradizionale rapporto frontale con lo spettatore. I duecentoquaranta scatti proposti, che ripercorrono i trent’anni più intensi della carriera del fotografo,sono presentati sotto forma di istallazioni, appese per tutta la sala come a rami invisibili di alberi che si snodano nella generale penombra dell’ambiente. Un percorso, un viaggio simbolico che evoca i viaggi reali compiuti dal fotoreporter nel sud e nell’est del mondo, dall’Afganistan all’India al Tibet.
“Volevo aggiungere quella terza dimensione, quella che non è possibile avere quando si sfoglia un libro” spiega la curatrice della mostra, Tanja Solci.
Il percorso espositivo è articolato in cinque sezioni, che non si rifanno ad aree geografiche, ma a percorsi tematici. La prima è intitolata L’ Altro ed è una sorta di galleria di ritratti, forse il genere fotografico più caratteristico di Mc Curry, in cui si affollano i volti più disparati: molti bambini ma anche molti anziani, quasi tutti colti in un momento di staticità in cui il loro “sguardo in camera” è più eloquente di qualsiasi immagine fermata nel bel mezzo dell’azione. «Nei ritratti ricerco il momento di vulnerabilità in cui l'anima, pura, si svela e le esperienze di vita appaiono incise nel volto», dice il fotografo.«Per me i ritratti trasmettono il desiderio di rapporti umani, un desiderio talmente forte che le persone, consapevoli del fatto che non mi vedranno più, si aprono all'obiettivo nella speranza che qualcuno, dall'altra parte, li veda; qualcuno che riderà o soffrirà con loro».

La seconda sezione tematica ha per oggetto Il Silenzio del viaggio e dei villaggi che il fotografo attraversa. Persone in preghiera, spazi chiusi dominati da spettacolari giochi di luce, campi lunghi, immagini maestose di navi: la sensazione è di avere di fronte scatti di cose e persone congelate in un istante assoluto.

Il passaggio alla sezione successiva è brusco. Il tema non poteva mancare, è il soggetto per eccellenza del lavoro dei fotoreporter, La Guerra. Dalla distruzione delle Twin Towers, documentata da Mc Curry che vi assiste in prima persona, a spettacolari campi lunghi su un Kuwait - terra del fuoco. Il tema della guerra è però reso anche attraverso immagini poetiche e allusive, come quella di un bambino su un letto di ospedale, il cui impatto emotivo è amplificato dai ricami di luce sulle pareti.

Dopo la guerra viene La Gioia. Le immagini successive mostrano il riemergere di una quotidianità festosa, dominata dai colori più accesi. Non sono immagini edificanti che inneggiano alla pace, è pura quotidianità, un quieto vivere che la guerra non ha intaccato. “Quando la sorpresa di essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”, per citare lo stesso Mc Curry.
Segue una sezione importante dedicata all’ Infanzia, di sicuro impatto per i visitatori perché riporta in primo piano la situazione dei bambini-soldato. Come nella prima sezione, sono di nuovo protagonisti gli sguardi, nella contraddittorietà di un’espressione innocente e adulta allo stesso tempo.
L’ultima sezione si integra perfettamente con la precedente e ha come titolo La Bellezza. Presenta i ritratti di tre bambine bellissime, immagini di dolcezza e di profonda dignità. Tra questi, il celebre viso della “ragazza afgana”, tra le più note copertine di National Geographic.
Il percorso quindi si apre e si chiude sui volti.
La mostra però prevede una sezione speciale, dedicata non più alla foto singola ma al fotoracconto, immagini più piccole che compongono narrazioni sui temi Aids, Monsoon e Portraits.

“Con questa prima grande personale di Steve McCurry abbiamo voluto offrire uno schermo per una storia, una scena per un racconto per accogliere gli sguardi e i volti di una trentennale carriera d’artista votata alla bellezza e all’impegno” spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory.
L’impegno dunque di “andare vicino” alle cose per offrire una testimonianza senza retorica, ma ricca di bellezza.
Laura Carli


STEVE McCURRY
SUD-EST

Milano, Palazzo della Ragione
(piazza Mercanti 1)
11 novembre 2009 - 31 gennaio 2010
Ideata e curata da Tanja Solci

Orari
Da martedì a domenica h 9.30 - 19.30
Giovedì h 9.30 - 22.30
Lunedì h 14.30 - 19.30
La biglietteria chiude un’ora prima

3 commenti: