Luca Ottolenghi
13 luglio 2009
EDITORIALE GIUGNO 2009
Luca Ottolenghi
10 luglio 2009
Kafka e Shakespeare sulla spiaggia - I consigli di lettura dei professori della statale
pallosi”. Qua e là è possibile ancora rintracciare le orme diffuse di una professionalità/passione accademica: la professoressa Sini – stilistica e semiotica del testo - consigliando Dona Flor e i sue due mariti cita il sempiterno Bachtin (“ogni senso festeggerà la sua resurrezione”), e Negri – storia dell’arte contemporanea – ci segnala l’autobiografia di Gabriele Mucchi, poliedrico artista internazionale che ha visto e vissuto per tutto il Novecento e oltre. Forse anche noi ci stiamo abituando a leggere e scegliere le nostre letture assecondando le forme dei nostri studi. Pensate alla diversità di linguaggi e moduli dei libri che abbiamo in mano tutto l’anno, dalla complessa architettura di un libro di diritto, alla babele polimorfa di un manuale di linguistica, all’alfabeto cifrato di un testo di matematica. Ma immutato può rimanere il nostro piacere nell’addentrarci con lo sguardo in una nuova storia, nel seguirne i personaggi, non importa in fondo se reali o fittizi, e nel diventare per un po’ anche noi parte di quella storia.Questi i titoli dei libri scelti per voi dai professori e le spiegazioni dettagliate che ci hanno fornito per ciascun testo.
- Corrado STAJANO, La città degli untori, Garzanti
Un racconto su Milano tra passato e presente, dalla peste del 600 alla stage di piazza Fontana all' uccisione di Guido Galli (magistrato milanese, altro eroe civile, accanto a Giorgio Ambrosoli). Per i più vecchi, per non dimenticare; per i giovani, per sapere e riflettere su quel che è accaduto a quella che veniva detta la capitale morale (e non solo a lei).
- Fabio ISMAN, I predatori dell' arte perduta, Skira
Il racconto appassionante e spaventoso della più grande ruberia mai subìta dal nostro paese: il furto e il traffico delle opere d'arte. Un furto di cui i grandi responsabili sono altri da noi: i tombaroli, i ricettatori, gli antiquari, i musei e le case d'aste. Ma di cui ci rendiamo complici quando cediamo alla tentazione di acquistare il "concetto" che, decontestualizzato e inutilmente conservato nelle nostre case, contribuisce a sottrarci la cosa più importante che abbiamo, il nostro passato.
MAURO CARBONE, Estetica contemporanea
- Slavoj ZIZEK, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, Bollati Boringhieri
E’ appena uscito in italiano un libro del vulcanico filosofo e psicoanalista di Ljubljana Slavoj Žižek. Abita a pochi chilometri dall’Italia, ma da noi non è ancora molto conosciuto. Eppure insegna anche a Londra, e negli Stati Uniti è una star. Ogni suo libro è un'inesauribile miniera di idee, intuizioni, suggestioni con cui si può magari anche non essere d’accordo, ma che senz’altro producono sempre lo stesso benefico effetto: danno da pensare. Qualcuno obietterà che d'estate pensare no grazie? Attenzione: Žižek è tutt'altro che un autore concettoso, parola che sembra inevitabilmente richiamare la rima con noioso! Il libro appena uscito s'intitola Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo (Bollati Boringhieri, Torino 2009), ma non occorre essere interessati al pensiero di Lacan per trovarlo molto stimolante. A capirlo bastano i titoli di alcuni suoi capitoli, come “Lacan spettatore di Alien” o “Lacan spettatore di Casablanca”. Perché Žižek ha la straordinaria capacità di leggere la nostra epoca così confusa attraverso film, libri o canzoni. Addirittura attraverso barzellette, slogan, spot pubblicitari! Perciò, anche se non siete interessati a leggere Lacan, leggete Leggere Lacan. Ne uscirete con qualche idea in più per leggere voi stessi e la vita di noi tutti oggi.
MARIA TERESA CARINCI, Diritto del lavoro
- Joseph SMITH, Il lupo, Bompiani
Il lupo di Joseph Smith racconta in prima persona la sua storia, i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue emozioni. Ci fa partecipi delle paure e delle gioie, delle vittorie e delle sconfitte che sperimenta chi affronta da solo l’immensità del mondo (il gelo dell’inverno, la fame, il silenzio, la scoperta della preda, l’incontro con l’uomo…) e vive con coraggio e intensità l’ignoto. Una storia molto coinvolgente, metafora delle sfide che attendono ognuno di noi.
Ci sono dei limiti all’amicizia? No! Anche un gatto di strada e un rocchetto di filo possono essere amici… Anzi, nel viaggio che li condurrà insieme dall’Italia all’Inghilterra ciascuno imparerà molto grazie alla diversità dell’altro. E’ il racconto surreale su un’amicizia impossibile, ricco di colpi di scena, di episodi deliziosi, di tratti psicologici assolutamente realistici. Per chi ama sorridere di fronte alla ricchezza della vita.
CLAUDIO LUZZATI, Filosofia del diritto
- Murakami HARUKI, Kafka sulla spiaggia, Einaudi
È un romanzo costruito sul modello del realismo magico, pieno di fantasia e di colpi di scena, scritto benissimo da uno dei maggiori scrittori giapponesi contemporanei, che permette (senza troppe prediche) di meditare sulle conseguenze delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Il protagonista è un ragazzo d’oggi che fugge di casa per ritrovare se stesso e incontrerà vari personaggi strani, tra cui uno strano vecchio in grado di parlare con i gatti.
È un vecchio libro di uno dei più interessanti e coerenti scrittori laici italiani. Racconta i rapporti tra la chiesa e il fascismo, in tempi in cui Pio IX chiamava Mussolini l’uomo della provvidenza. Molto istruttivo e storicamente documentato, anche se si tiene lontano dal politically correct, utile per un giovane odierno per rendersi conto del nostro passato, spesso frettolosamente rimosso.
ANTONELLO NEGRI, Storia dell’arte contemporanea
- Paul LAFARGUE, Diritto alla pigrizia, Porfido
Considerato che si è tutti un po’ stanchi, a questo punto dell’anno, si potrebbe trovare conforto in un classico pamphlet del secondo Ottocento, Il diritto all’ozio di Paul Lafargue - Diritto alla pigrizia nella più recente traduzione italiana – che un po’ paradossalmente, ma non troppo, in fondo, capovolge l’idea del diritto al lavoro. Credo che Lafargue ci credesse davvero; poi la storia ha dimostrato come la questione della disoccupazione non fosse così facile da risolvere, però… D’altra parte, uno studente di lettere può leggere Il diritto all’ozio pensando al mito dell’età dell’oro, alle Georgiche di Virgilio (pure molto consigliabili, ma non al mare).
- Gabriele MUCCHI, Le occasioni perdute: memorie 1899-1993, Mazzotta
Quanto a letture più vicine al mio mestiere, suggerirei l’autobiografia di Gabriele Mucchi, un artista vissuto in tre secoli (1899-2003) e che ha fatto il pittore, l’architetto e il designer. Dai suoi ricordi – sull’asse Italia-Germania-Francia – emerge un racconto vivace e vitale delle vicende artistiche del Novecento: di uomini, fatti e opere vien fuori un’immagine molto diversa, e ben più ‘in diretta’, di quella che si è abituati a conoscere attraverso saggi e manuali troppo accademici.
- Luciano BIANCIARDI, La vita agra, Bompiani
A controbilanciare l’utopia del Diritto all’ozio, potrebbe non essere male leggere (o rileggere, per quelli della mia generazione) La vita agra di Luciano Bianciardi, storia di amori e di ideali forti ma moribondi nella Milano bellissim-bruttissima, protorampante, degli anni Sessanta. Nonostante il Mereghetti le dia un modestissimo asterisco e mezzo – cioè mezzo punto in più di Abbronzatissimi con Jerry Calà – a me pare consigliabile (almeno ai fanatici, se la trovano) la versione filmica del romanzo (regia di Lizzani, 1963), con il vero primo Jannacci che canta e suona live in osteria.
STEFANO SIMONETTA, Storia della filosofia medievale
- Heinrich BÖLL, Diario d'Irlanda, Mondadori
Un piccolo gioiello, per accompagnare il viaggio di tutti coloro che quest'estate avranno la fortuna di vedere anche solo un frammento dei cieli d'Irlanda e per portare un pezzo di quella terra a casa di chi trascorrerà i prossimi mesi altrove
- William SHAKESPEARE, Riccardo II, Garzanti
Perché il corso monografico che ho tenuto quest'anno mi ha fatto scoprire che molti dei nostri studenti non conoscevano questo dramma storico, il cui protagonista, una volta incontrato, non si dimentica più.
- Jorge AMADO, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti
L'ho letto più di quindici anni fa e me lo ricordo ancora come se l'avessi letto da qualche mese. Mi ha sempre stupito la fedeltà della mia memoria ai colori e ai sapori di questo romanzo del grande autore brasiliano. Uno dei casi meglio riusciti di presenza non banale di ricette di cucina nel tessuto della narrazione. Scorrevole e affabile la scrittura, ben costruito l'impianto, grondanti di vitalità i personaggi. E soprattutto: ho riso tantissimo! Come direbbe Michail Bachtin, "ogni senso festeggerà la sua resurrezione".
- Bohumil HRABAL, Ho servito il re d'Inghilterra, E/o
Anche questa è una lettura di molti anni fa, e anche in questo caso la mia memoria trattiene ostinatamente il gran piacere di un gran ridere. Un'ilarità che percorre da cima a fondo la trama ben congegnata delle avventure di un apprendista cameriere in un mondo di soprusi e ipocrisia, dove la grande storia fa capolino con il suo ghigno assurdo. Attraverso il racconto in prima persona, il picaro novecentesco dell'Europa orientale presenta i suoi incontri con uno spostamento del senso comune implacabile e lieve, un'arguzia tragicomica disarmante che fa riflettere come ogni autentico straniamento.
A Storm is Goin’ To Come
Chi vi scrive ha atteso il nuovo album di Piers Faccini, un girovago apolide sconosciuto al grande circuito della musica contemporanea che conta, per mesi. Tanti mesi, anzi. Adesso che ci pensa, chi vi scrive ha atteso questo nuovo album per più di un anno. Il disco si chiama Two Grains Of Sand ed è bellissimo. Valutazione partigiana questa, e poco precisa e poco pertinente per chi critica musica o arte. Comunque sia, la scintilla tra lo scrivente e Piers Faccini era nata, ad arte, in occasione dell’ultimo bellissimo (termini imprecisi ritornano) concerto milanese di Ben Harper, nel 2007. Ormai, una vita fa. Piers aveva aperto il concerto con un set molto minimal. Quasi timido. In contrapposizione alla consumata vivacità sprezzante che Super Ben avrebbe poco dopo vomitato su più di dieci mila rock fan in delirio.Il giorno dopo chi vi scrive aveva un’intervista col Faccini, quel tizio, sconosciuto al pubblico e massacrato da Ben solo poche ore prima. L’hotel, distinto e pulito in zona centrale profumava di brioche e di quotidiani non ancora aperti. “Il signor Harper non si è ancora fatto vedere”, aveva detto il cameriere con una divisa malinconica. “C’è qui però un signore della band”. Quel “signore della band”, faccia riposata e barba di due giorni, era Piers. Sorridente e affabile stava discutendo fitto con qualcuno. Uno zaino da viaggiatore tra le gambe e una tazza di cappuccio nella destra. Piers, in quella circostanza, convinse chi vi scrive di alcune cose: 1)lui, Piers, è uno dei più grandi cantautori contemporanei 2) “la world music non esiste” 3) si può inventare solo l’etichetta da mettere su un prodotto, ma il prodotto si inventa da solo.
Quel giorno Piers parlò di tantissime cose. Mi disse di quando sceglie di dipingere, invece di suonare, e della necessità della solitudine e del raccoglimento in funzione della creazione. Mi raccontò di come aveva conosciuto la musica tradizionale africana, della sua passione per Skip James, della scoperta di Ali Farka Tourè. Mi confidò di non sentire come “sua” nessuna casa. Lui, padre italiano, madre francese, cresciuto tra Parigi e Londra, con avi in mezza Europa.
Poco dopo aver rilasciato quest’intervista Piers è partito per seguire il tour mondiale di Ben Harper. Ha suonato e suonato, da NYC a Melbourne sino alla Francia e (grazie alla Natura) anche in Italia.
Qualche settimana fa Piers è tornato nel nostro paese. Senza Ben, ma con un discreto tesoro di nuove canzoni nel suo zaino, ha rilasciato nuove interviste e presentato I Due Grani di Sabbia, id est, il nuovo album. Sono canzoni molto poetiche, e sanno tutte d’Africa e d’Europa e di viaggio. Sono bellissime. Valutazioni ancora una volta precise e pertinenti.
Mi permetto di consigliare a tutti gli interessati, infine, la bella intervista a Piers che l’amica Silvia Pelizzon ha realizzato per la rivista Jam in uscita a Maggio. Chi vi scrive si rammarica di non esser riuscito a farlo in maniera oggettiva. Questo scritto è forse considerabile alla stregua di qualche “appunto partigiano”.
Davide Zucchi
8 luglio 2009
Una schietta analisi su facebook

L'osservatore è un assetato di gossip vecchio stampo: in lui vive un ansioso bisogno di pettegolezzi di quartiere. Insoddisfatto dall'ultima bollente news sulle frequentazione della valletta bionda e dai clamori attorno al calciatore modello, si rifugia in un gossip dalla dimensione più intima, più vera, privata: naviga i profili dei propri amici e degli amici degli amici – soprattutto - , legge con interesse i wall-to-wall, sfoglia album di fotografie, costruisce uno schema mentale dei vari gradi di connessione sociale nella propria cerchia di conoscenze (del tipo, chi stava con chi e ora sta con chi o cosa e insomma fatti di questa risma).
Si tratta il più delle volte di un osservatore passivo che limita la quantità dei suoi interventi – giusto un paio al giorno, per giustificare la propria presenza sul social network agli occhi degli altri. Si accontenta dunque di una conoscenza muta, mono-direzionale. Con una similitudine non troppo ardita lo possiamo accostare a quelle signore anziane che passano la vita affacciate alla finestra sul cortile.
Infine spendo due righe su colui che si costruisce una seconda identità, un profilo mendace. Non si tratta di un ingannatore, beninteso, ma solo di qualcuno affetto da sindrome pessoiana di moltiplicazione totemica della personalità. Su facebook si trasforma da anatroccolo in cigno, coltivando le proprie ambizioni: si finge poeta, o musicista, uomo di mondo, ragazzo/a immagine etc etc... Questo tipo di soggetto dedica alla propria pagina personale una cura sicuramente eccessiva: posta foto ritoccate con Photoshop nelle quali sembra uscire da una copertina di Rolling Stone, cura la forma e il lessico dei propri interventi, accetta come amici solo persone che hanno un profilo degno del suo e naturalmente tagga e accetta di venire taggato solo quando ritratto in circostanze favorevoli. Insomma usa facebook per il culto parossistico e incrollabile del proprio Io.
Per chiudere vi segnalo che faccio parte di quest'ultima categoria di facebook users: cercate Norberto Giffuri su google e mi raggiungerete nel tempio dorato che ho costruito per adorarmi via browser.
7 luglio 2009
IL FAVOLOSO MONDO DI LELLA COSTA
Attrice, autrice, doppiatrice, musicista, scrittrice, conduttrice televisiva e radiofonica, “Una, nessuna e centomila”: è Gabriella “Lella” Costa.Dopo il debutto nel 1980 e il diploma all’Accademia dei Filodrammatici con tanto di Medaglia d’oro, la milanese laureata in lettere in Statale ha sicuramente imparato l’arte, senza per ora volerla ancora mettere da parte. Lo testimonia non solo l’ultimo spettacolo con cui è in tournée, “Ragazze – nelle lande scoperchiate del di fuori”, ma soprattutto la vulcanica (in perfetta armonia con la nostra testata!) e solare energia che ci trasmette in occasione dell’incontro “Lezioni d’artista”, avvenuto il mese scorso in quel di Via Festa del Perdono.
In una carriera che l’ha vista debuttante come autrice nel 1987 con “Adlib”, si alternano una copiosa produzione teatrale (“Coincidenze”, “Due”, unico caso in cui non si ritrova sola sulla scena, “Magoni”, “Stanca di guerra”, “Precise parole”, fino ai più recenti “Traviata”, “Alice, una meraviglia di Paese”, “Amleto”), alla partecipazione a programmi televisivi come “Ottantanonpiùottanta”, “Maurizio Costanzo Show”, “Comici” condotto da S. Dandini e “Amici” nella prima edizione del 1992. E’ poi collaboratrice con una sua rubrica sulla rivista “Anna”, attrice cinematografica in “Ladri di saponette”, “Visioni private”, “Quando c’era Silvio”(2005), e infine doppiatrice nonché scrittrice per Feltrinelli, con la quale ha pubblicato prevalentemente raccolte dei suoi testi teatrali, ultimo “Amleto, Alice e la Traviata”, nel 2008.
Socialmente attiva con Emergency, e culturalmente con la partecipazione annuale al Festivaletteratura di Mantova, dopo ben due ore di intervista sul palco, la incontriamo per Vulcano, ancora vivace e disponibile.
Tra le influenze che hanno inizialmente segnato la sua carriera, oltre a Massimo Rossi, c’è lo scrittore polacco Mrozek, il quale sostiene che: “Qualsiasi cosa si svolge sulla scena ha un inizio e una fine, e soprattutto non ha alcuna conseguenza: l’esatto opposto di quanto accade nella realtà, dove ogni azione ha effetti che più si allontanano, meno sono prevedibili, tanto da risultare imponderabili”. Quanto la condivide?Che effetto vorrebbe i suoi monologhi suscitassero?
Ho lavorato su Mrozek in effetti solo all’inizio, in occasione de “Il macellaio” (lì facevo la flautista, e avevo una relazione impegnativa con un bel giovane. Insieme discutevamo sull’Arte, sull’Amore, e su tante cose belle impegnative. Questo è Mrozek, l’irruzione della realtà nel fantastico, e viceversa). La citazione è vera, ma lo è anche il contrario: la finzione la manipoli. Puoi suscitare effetti non drammatici, non epocali, ma c’è in tutto credo l’idea di innestare un meccanismo.

Perché solo monologhi?
Vocazione, predisposizione. Nei tempi in cui ho iniziato a farli, è stato un modo di produrre spettacoli senza oneri. Dopodiché è diventata una forma. Delirio sul palco a parte, posso scegliere quali contenuti mettere nella forma teatrale . Il bello è proprio metterci dentro ciò che si vuole!
Lei dice che “lo spirito è quello di recuperare grandi testi, raccontare storie critiche, che fan parte di memorie collettive, usandoli come pretesti legittimi per fare delle incursioni nel contemporaneo”. Otello, Traviata, Alice, Amleto. Se dovesse raffigurarsi in un altro personaggio, esclusi questi?
Considerando che una delle cose più pericolose di questa professione è l’immortalità, direi che l’ultimo ruolo, l’ultimo personaggio che vorrei interpretare è Prospero de “La tempesta”, di Shakespeare.
E gli altri personaggi cosa rappresentano?Frammenti, parti di se stessa?
Non è per identificazione il punto di vista, direi piuttosto per fascinazione, contrasto, opposto. Paradossalmente mi sento più empatica verso Otello che non Desdemona, ad esempio. Questa è la libertà di poter “giocare” con i grandi ruoli, laddove in tante lingue, russo compreso, “giocare e recitare” si esprimono con lo stesso verbo… Un motivo ci sarà!
Quali sono stati i suoi modelli di riferimento nella recitazione, se ce ne sono stati?
“E’lecito rubare, proibito copiare”. Ho rubato tantissimo, soprattutto dall’umorismo inglese, meno d’effetto e più costruito nel linguaggio. Franca Valeri, Walter Chiari sono esempi di persone che riuscivano a fondere senso dell’umorismo e ottima conoscenza della lingua italiana. Woody Allen è un altro punto di riferimento, per quella sua capacità di passare dal comico al malinconico. Non credo esista una grossa differenza tra comicità e malinconia.
Chi vorrebbe veder interpretare un suo spettacolo?
Nessuno, perché è talmente legato a me che non sprigionerebbe lo stesso senso!
Ritiene ci sia una “strategia”di tempo comico?
O ce l’hai o non ce l’hai. Io, se c’è, non la conosco. Non so tradurre in schemi riproducibili quello che so fare sul palcoscenico. L’attenzione ai tempi è però importante, onde evitare vuoti di scena…
Le piace vedersi?
No! Assolutamente no! Rivedo tutti i difetti!
In un’intervista a “Le invasioni barbariche” ha definito i maschi degli “analfabeti sentimentali”, visione che ribadisce ne “La Traviata”, storia d’amore “appassionante, disperata, ma anche lievemente irritante con tutti quei non detti e soprattutto quel dissennato fidarsi dell’intuito maschile”. Veniamo davvero da due pianeti diversi?
Al di là di ogni polemica, il discorso ovviamente non riguarda le singole persone. Tuttavia credo esistano per una configurazione di ruoli delle situazioni che per gli uomini non sono previste. Ciò che appassiona, ne “La Traviata”, è la figura di questa giovane donna che si assume sulle spalle il carico delle responsabilità e delle scelte altrui.
L’amore è…?
L’amore è… Vediamo… E’… impegnativo, serio. Non significa pesante, ma non si può pensare di cavarsela così. Ecco tutto.
Cosa ne pensa della situazione del teatro di prosa oggi in Italia?
Non si può non constatare un cambiamento di clima. E’difficile dare una risposta non banale… La televisione ha svilito, omologato il livello di curiosità del Paese. In più i fondi statali non hanno privilegiato la qualità, con la conseguente crisi del teatro d’avanguardia e di ricerca. E’ miracoloso che ci sia ancora un pubblico che si reca a teatro, considerando che i fondi pubblici che l’Italia investe rappresentano un terzo rispetto a quelli degli altri Paesi. Il teatro da solo non può farcela, e nemmeno i teatri che fanno il tutto esaurito, perché i costi sono altissimi! Non si fanno che tagli sulla cultura in generale.
“Ragazze – nelle lande scoperchiate del di fuori”è il titolo del suo ultimo spettacolo. Perché?
Il titolo deriva da una frase di I. Calvino. Alice finiva con Amleto (“se c’è un tempo per dormire e uno per morire - forse ce n’è anche uno infinito per sognare”), ma Amleto iniziava con la parafrasi dello stesso verso (“Esplodere o implodere - questo è il problema”). Calvino, appunto. Dopo i classici, era necessario tornare su una riflessione al femminile. Ancora da Calvino, attraverso la citazione appassionata che me ne ha regalato un’amica pittrice, ha cominciato a prender forma questo nuovo spettacolo, che ha come filo conduttore il mito di Orfeo ed Euridice…
Se potesse riscrivere qualche opera, cosa cambierebbe?
Cambierei i finali!”Giulietta e Romeo”, ad esempio… Tutti in positivo,ovviamente! Perché se lo meritano, lei e lui. Poi farei fuori altrove Iago, Giorgio Germont, il padre di Alfredo, tutti fatti fuori..!
E’ormai buio pesto. Il custode è al secondo richiamo, ci stanno per chiudere dentro, sono le 20… L’ultima domanda, un po’ marzulliana per la verità…
Se dovesse intervistarsi, che domanda si farebbe?
Mmm… Che domanda mi farei… E’ difficile… (Ride). Vediamo… Mi piacerebbe che s’indagasse sul lavoro che c’è dietro il palcoscenico, dietro la fluidità apparente che c’è sul palcoscenico. Sul fingere, s’indagasse di più cioè sull’importanza legata alla forma della finzione, ecco!
E comunque, Marzullo non l’avrebbe mai fatta questa domanda, perché non avrebbe capito la risposta!
Valeria Pallotta
5 luglio 2009
Lontano dall'occidente - GRAN TORINO
.jpg)
La stessa società occidentale, che ha ritenuto per decenni Eastwood un proprio prodotto, non si è accorta d'essere l'oggetto della critica del suo cinema.
L'apertura di Eastwood sta nell'essere repubblicano e citare il pericolo della paura paventato del democratico Franklyn Delano Roosevelt. La diversità di spessore tra Walt Kowalski, pronto a mettere in discussione le proprie convinzioni fino a un gesto estremo, e il figlio yuppie di questo, che gli telefona solo per avere biglietti per il football può essere paragonata al contrasto tra un cinema improntato sulla conoscenza dell’altro e una realtà in cui troppo spesso il diverso è aggredito a priori.
Gran Torino è un'appendice, un miglioramento di “Million Dollar Baby”: è meno commosso (grazie anche a uno humour più acceso) e ancora più scarno (e “Million Dollar Baby” lo era molto). Ci sono ancora il contrasto nettissimo tra personaggi magnifici e orrendi, la scoperta d'una famiglia al di fuori di quella di sangue, la risolutezza ad assumersi le proprie responsabilità, il pessimismo. Se però ne “Gli spietati”, “Mystic River” e “Million Dollar Baby” la redenzione non esiste, in Gran Torino è possibile - pur con sacrifici immani. Il cinema di Eastwood affronta il mondo senza rimpianti né utopie: un mondo migliore non è possibile, ciò che va fatto è meritare ciò che si ha o si vuole avere. Nella società che non vuole soffrire, dominata dai media che esorcizzano le tragedie mostrandole accanitamente per farne mero spettacolo, il cinema di Eastwood prende atto del Male e lo affronta.
La grandezza dei contenuti si accompagna a un valore artistico enorme: Eastwood è maestro nella regia e nella recitazione, per la quale si serve al meglio del proprio volto scarnificato e della propria imponenza fisica, spaziando senza problemi dal delirio - i pugni alla credenza - alla calma imperturbabile - il dialogo col prete subito dopo. Orchestra bene la storia, tra momenti di controllato umorismo a drammi gravissimi, andando molto al di là del compito ben fatto: per sua stessa ammissione, il suo film più piccolo, ma per mezzi, non per ambizioni. Un film trascurato dagli Oscar... ma nel 1982 lo fu “Blade Runner” .
Un'opera sorprendente, conclusa dalla bellissima canzone in cui la voce di Jamie Cullum è introdotta da quella di Clint stesso, quasi a rappacificarsi con la storia appena narrata e vissuta: un film cui non si sopravvive.
26 giugno 2009
CHE NE SARA' DI NOI - Seconda Parte
1. La mitopoiesi ufologica – Stefania Genovese (FIL 1988-89)2. Stati di coscienza alterata indotti da droghe psichedeliche (1978-79)
3. Contributo a uno studio di stregoneria mediante l’uso di metodologie informatiche (1987-88)
4. L’ambivalente rapporto cittadino-Polizia di Stato (1987-88)
5. Risonanze dell’esperienza scout in età adulta: un’esperienza autobiografica – Carlo Iato (1988-89)
6. La Vespa: storia e contenuti simbolici di una comunicazione agli adolescenti- Manuela Bisio (FIL 1988-89)
7. La lingua delle pagine gialle di Firenze e Milano – Teresa Antonietta Palmieri – (LETT 1988-89)
8. Prima e dopo la patente: vissuti e rappresentazioni dell’auto negli adolescenti a Milano – Andrea Sansovini – (FIL 1988-89)
9. Una ricerca geografica sulla musica di consumo a Milano - Filippo salteri (LETT 1988-89)
10. Il sé e gli atteggiamenti nella psicologia del consumatore visti attraverso l’esempio dell’auto monovolume – Silvia Balbi (FIL 1998-99)
Questa classifica non vuole naturalmente dare un giudizio sul valore scientifico delle tesi in sé, ma ci sembrava simpatico proporvi questi titoli, e invitarvi magari, se non avete ancora pensato al tema della vostra, di tesi, a provare con qualcosa di originale, sondare un po’ i tempi e non farvi fossilizzare da manuali e antologie.
E a quanto pare la necessità di tenere dietro al tempo ha poi prodotto, alla Sapienza di Roma, un curioso risultato: la liberalizzazione del formato della tesi. Alla Facoltà di Scienze della Comunicazione, su iniziativa del Professor Morcellini, ora Preside di Facoltà, le tesi di laurea hanno infatti dismesso la veste canonica della dimensione A4 con copertina
rigida e colori istituzionali per realizzare le pulsioni creative dei propri autori.Il prodotto accademico diventa sempre più simile a un prodotto editoriale vero e proprio, e si serve senza troppe remore di una grafica accattivante, che integra a un paratesto originale immagini e foto, si serve di materiale cartaceo diverso e di tutti i formati a disposizione.
Forma e contenuto, ormai di accertata indissociabilità nelle differenti realizzazioni della comunicazione, trovano così consonanza e corrispondenza nel lavoro di studenti che proprio di questo si occupano, di comunicazione. Sarebbe forse un po’più azzardato aspettarci che la tesi di un matematico abbia la sagoma di un pi greco o di un infinito. E credo sempre per la medesima ragione, per cui una forma asciutta in questo caso può aiutare alla chiarezza della comprensione del contenuto. Lo scopo rimane sempre lo stesso, quello della divulgazione, e la trovata di Morcellini può forse favorire l’uscita delle tesi dall’ovile accademico, coerentemente alle direzioni di innovazione e creatività proprie del suo campo di studi. Le ritrosie non sono certo mancate: la paura è soprattutto quella che la pubblicazione universitaria diventi a pieno titolo un’operazione di marketing. A supporto di questa reticenza c’è tra l’altro l’idea, apparentemente assai pubblicitaria, di accompagnare la tesi effettiva con una brochure, destinata a famiglia e amici del laureato, che ne presenti e riassuma il contenuto. Potremmo, chissà, trovarci di fronte a un nuovo oggetto di collezionismo, accanto ai sottobicchieri dei pubs e ai portacenere dei ristoranti, ma non escluderei dietro al pieghevole una visione realistica del momento della laurea per il pubblico che vi assiste, che è più che altro un momento di supporto all’amico o al parente, e ha ben poco della condivisione di contenuti.
Detto ciò rimane sempre valido l’invito a tirar fuori dal cappello qualche bella tesi che faccia almeno a gara per entrare nella nostra Classifica.
Giuditta Grechi
25 giugno 2009
CHE NE SARA' DI NOI – Prima Parte
Il percorso (accidentato) delle tesi universitarie
Campeggiano in bella mostra sullo scaffale più in vista della sala, stanno nascoste in un cassetto in fondo all’armadio, o piano piano, migrano dalla sala al cassetto. O, ancora, prendono un po’ di polvere nell’ufficio del nostro relatore e qualche volta riescono perfino a farsi stampare da una vera casa editrice e a spiccare il volo verso altri scaffali. Ma che fine fa fare l’Università alle nostre tesi di laurea?
Per quanto riguarda le tesi quadriennali (vecchio ordinamento) e magistrali, queste vengono conservate in appositi magazzini a cura dell’Archivio tesi della Divisione Coordinamento Biblioteche dell’Università, e sono consultabili presso gli uffici dell’archivio, in via Festa del Perdono (vedi box). Nei magazzini gli elaborati sono custoditi in formato cartaceo, per le pubblicazioni prodotte fino al 1989, e in microfiche, per quelle prodotte fino ad oggi. Per disposizione degli organi accademici non vengono invece conservate le tesi triennali, la cui presenza è attestata esclusivamente dai verbali delle discussioni di laurea. La decisione degli organi accademici non sorprende se si pensa alla quantità di pubblicazioni che ha portato la Riforma Universitaria del ’99, entrata in vigore nel 2001/2002: i soli laureati della Facoltà di Lettere e Filosofia, che nel 2002 erano poco più di 1300, sono passati ad essere, nel 2007, quasi 2680. Un incremento di più del doppio che, come abbiamo direttamente constatato, ha creato non poche difficoltà: dalla carenza di aule adeguate a contenere con dignità tutti gli studenti, agli appelli sovraffollati che arrivano a far durare gli esami anche due settimane, senza dimenticare le diverse biblioteche e aule studio, impraticabili negli orari di punta.
Tralasciando la complessa riqualificazione degli esami in termini quantitativi –per cui la sensazione diffusa è che laurearsi ora equivalga più o meno a raccogliere i bollini del supermercato- e rimanendo nell’ambito degli elaborati finali, è indubbia la loro svalutazione, sia da parte degli studenti che dei docenti. In 50-60 pagine, comprensive di un paratesto spesso non indifferente, il valore scientifico della tesi di primo livello, per quanto meritevole possa essere, scade nettamente rispetto al passato, finendo per diventare quasi una perdita di tempo. Un intoppo per chi ha intenzione di proseguire con una laurea specialistica e un testo in più da correggere per i professori.
Emblematico in questo senso il caso di Napoli, dove alcune tesi della Facoltà di Economia Aziendale dell’Università degli Studi Parthenope, destinate allo smaltimento, sono finite lo scorso febbraio in un cassonetto, ironia della sorte, proprio davanti la sede di discussione delle lauree stesse. Che la colpa del misfatto sia dell’inefficienza della ditta appaltatrice, come ha sostenuto l’Università, non ci impedisce di pensare all’abbandono delle tesi nel mare magnum dei rifiuti napoletani come ad un inconscio segnale dell’ “ottima” considerazione di cui godono i frutti del lavoro universitario.
Uffici Archivio Tesi della Divisione Coordinamento delle Biblioteche Via Festa del Perdono 7, entrata dal lato sinistro del Cortile d’onore Orari: lun-ven 9.00-12.00, 14.00-16.00 Tesi di laurea: Sola consultazione Autorizzazioni: - autorizzazione scritta dell’autore della tesi (a cura dell’Archivio Tesi); - autorizzazione scritta del Preside della Facoltà presso la quale la tesi è stata discussa (a cura del richiedente e su modulo da ritirare presso l’Archivio Tesi); - autorizzazione scritta del relatore qualora il richiedente stia compilando la propria tesi (a cura del richiedente). Tesi di dottorato: Sola consultazione Ulteriori informazioni: http://www.unimi.it/ateneo/19622.htm |
Di contro, elidendo generalizzazioni eccessivamente negative, alcune università (ad esempio a Padova) da qualche anno hanno sviluppato progetti indirizzati verso la valorizzazione dell’impegno intellettuale degli studenti, come ad esempio la messa on line delle tesi stesse. A livello nazionale, il CNR e l’Inforav (Istituto per lo sviluppo e la gestione avanzata dell’informazione), in collaborazione con il MIUR, hanno sviluppato, dal 2005, un sistema documentale per la pubblicazione via web delle migliori tesi di laurea e dottorato delle Università che partecipano all’iniziativa (Politecnici di Torino e Bari, La Sapienza, LUISS e LUSMA di Roma, la Scuola di Dottorato del Politecnico di Milano, le Università degli Studi di Tuscia, Cagliari e Torino). Stando alla dichiarazione di intenti, il progetto PubbliTesi -consultabile sull’omonimo sito- si propone di “contribuire ad evidenziare il patrimonio di idee, creatività e ricerca, contenuto nelle migliori Tesi, ed a collegarlo con il tessuto sociale e produttivo del Paese, anche in relazione agli attuali scenari di competitività globale”.
Aspirazione meritevole, quantomeno per la concezione dell’università come luogo aperto alla società e non come compartimento stagno. Per quanto concerne il nostro Ateneo, il progetto di digitalizzazione delle tesi è ancora in studio di fattibilità: l’onere economico non è indifferente.
Nel frattempo, incuriositi dalla possibilità che esista un dopo oltre l’Università, abbiamo sbirciato nell’elenco dell’archivio delle tesi alla ricerca di qualche titolo originale. Il risultato, dai risvolti anche molto divertenti, verrà pubblicato sul prossimo numero di Vulcano.
Giuditta Grechi e Roberto Moscardi
23 giugno 2009
"LA RABBIA" di Pasolini e Guareschi
Ma lei non sa cos’è un uomo medio? E’ un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Questo faceva dire Pasolini a Orson Welles in "La ricotta", per molti la sua opera più riuscita. Ciò nonostante l’anno seguente, il 1963, il regista accettò di girare un film con quell’umorista che dell’uomo medio e dei suoi pensieri più mediocri era incarnazione e simbolo: Giovannino Guareschi. Il film si intitolava "La Rabbia", e prevedeva all’inizio il solo intervento di Pasolini. Subito dopo però, forse per par condicio o forse per calcolo commerciale,il produttore Gastone Ferretti decise di affiancare al poeta di Casarsa il creatore di Peppone e Don Camillo.
Il film divenne quindi un distico, costringendo Pasolini a tagliare una ventina di minuti già predisposti. Per questo motivo Giuseppe Bertolucci, fratello del regista Bernardo, ha realizzato ben quarantacinque anni dopo quel frammento mancante, seguendo con zelo la sceneggiatura. Eliminata poi la parte di Guareschi ha ricostruito in modo filologicamente ineccepibile l’originale mai girato.
L’opera ricostruita, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, ha suscitato non poche recriminazioni: l’esclusione della parte di Guareschi è parsa ad alcuni, infatti, il solito atto di snobismo di certi intellettuali di sinistra.
Senza addentrarsi in tediose polemiche, bisogna precisare che all’epoca la pellicola fu un flop: ritirata dalla distribuzione dopo pochi giorni, fu considerata subito eccessivamente straniante per lo spettatore, sballottato dall’idealismo progressista e sognatore di Pasolini al reazionario qualunquismo di Guareschi, con eccessi faziosi per entrambi. Tutti e due gli autori infatti, compongono la loro parte con frammenti di cinegiornali dell’epoca, commentando immagini simili in modo antitetico.
Pasolini affida a Renato Guttuso le sue parole, commentate dallo struggente Adagio di Albinoni e dalla lettura da parte di Bassani di alcune sue poesie. Si parla, in brevi sequenze, dei problemi di allora e di sempre: il razzismo, la libertà, la dittatura, il consumismo.
Gente di colore, è nella speranza che la gente non ha colore,(…) gente di colore, è nella vittoria che l’unico colore è il colore dell’uomo. Siamo in tempo di decolonizzazione, e Pasolini si schiera come sempre dalla parte degli ultimi, m
entre le immagini descrivono la fresca indipendenza dell’Algeria.Il regista dà un taglio ancora più polemico quando mostra le ridicole fanfare dell’incoronazione della regina Elisabetta, con il consueto corollario di piccole ipocrisie borghesi. L’oscurità della coscienza non richiede dio bensì le sue statue, e mentre vediamo la folla radunata al funerale di Pio XII, la voce fuori campo si chiede se mai avremo un papa figlio del terzo mondo.
Il culmine dell’opera è la poesia dedicata alla bellezza, ultimo resto del passato e prima anticipazione del futuro. Bellezza sublimata in Marilyn Monroe: tu sorellina più piccola, quella bellezza l’avevi addosso umilmente, e la tua anima di figlia di piccola gente, non ha mai saputo di averla, perché altrimenti non sarebbe stata bellezza. E’ solo nella bellezza pura, semplice, la possibile risposta alla rabbia: è possibile che Marilyn, la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?.
Qui finisce, in un’atmosfera onirica e affascinante, l’opera restaurata, mentre per lo spettatore del ’63 era invece il turno di essere catapultato nell’ opposto mondo ideologico di Guareschi, da Pasolini definito addirittura prelogico. Amore di chiarezza o faziosità politica? Claudio Lolli descriveva la borghesia come sempre lì fissa a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto. Si può essere d’accordo o no, ma sicuramente lo sguardo di Guareschi non va molto più lontano.
Nel suo caso la rabbia per la contemporaneità non pare rivolta verso un futuro migliore, ma piuttosto verso la più gretta restaurazione. Il processo di Norimberga è considerato una vendetta illegittima, viene disprezzato Kennedy, si rimpiangono gli imperi coloniali, e allo schifo per gli omosessuali si alterna quello per le donne che vanno in giro scollacciate. La regina Elisabetta che balla con un principe africano viene commentata con disgusto dicendo "Una regina d’Inghilterra, una duchessa di Kent, ballare con un negro!"; mentre una ragazza bianca che dona un fiore a un nero suscita l’illuminato commento: "Guardate ragazze bianche che implorano dai negri un sorriso!".
Viene da chiedersi se chi ha deprecato l’esclusione a Venezia di questo delirio da vecchio commerciante abbia realmente guardato l’opera originale.
Eppure è proprio oggi che l’opera va vista e fatta vedere nella sua interezza.
All’epoca, prima che il tempo potesse ergersi a giudice, le tesi potevano apparire il semplice frutto di punti di vista contrapposti. Da un lato il comunista, forse un po’ troppo sognatore; dall’altro il conservatore, a volte un tantino esagerato.
Ma è oggi che qualsiasi spettatore, anche il più narcotizzato dalle televisioni, non può non cogliere il sapore di controriforma che trasuda dall’opera di Guareschi, specialmente se contrapposto alla scottante attualità della parte di Pasolini.
Ma è davvero colpa dell’umorista romagnolo se la sua parte ha subito così tanto l’usura del tempo? Non credo. Le sue argomentazioni sono le stesse che il pensiero reazionario di allora (oggi lo si chiamerebbe teocon) proponeva su larga scala. E’ proprio quel modo di inte
ndere il mondo, proiettato anacronisticamente verso il passato, che porta ad un pensiero che nasce già vecchio. Chi difende una tesi con il solo argomento della tradizione, della consuetudine, si trova inevitabilmente ad essere presto un relitto, a volte grottesco.Piace pensare che fra cinquant’anni, le registrazioni di certi dibattiti dei giorni nostri su omosessualità e immigrazione, faranno versare qualche lacrima di rabbia impotente allo spettatore. Le stesse che versa oggi chi guarda lo spezzone di Guareschi.
Filippo Bernasconi
NON SONO UNA SIGNORA/4 ART.19
Ci sono questioni che stanno al buon cuore ed al buonsenso della gente, prima ancora che ai diritti costituzionali. Italiani brava gente, parole che riecheggiano con feroce ironia nell’inseguire le notizie che quotidianamente ci mostrano che buon cuore e buonsenso li abbiamo persi, in quanto popolo, da tempo.In momenti come questi può tornare utile ricercare nel diritto quei principi di convivenza sociale che affermammo con convinzione, un tempo, e considerarli una guida che ci possa sostenere, oggi. L’Italia ha ancora una carta scritta che raccoglie questi principi. E questa bella e giovane Costituzione ne afferma uno di cui appare necessario ricordare il contenuto:
Secondo la legge tutti possono pregare in pubblico ed in privato le loro divinità. Tutti possono fondare scuole religiose paritarie. Tutti possono costruirsi luoghi di culto e di preghiera. Spiacerà a molti analfabeti del diritto, ma non esistono presunti principi di reciprocità o emergenze sicurezza che tengano, in questo campo.
Costituzione insegna, aiutarlo a costruirsi una moschea dove pregare, in tranquillità.
21 giugno 2009
REPORTAGE: IL SOGNO (INFRANTO) DEI BALCANI
Paolo Rumiz
Poi, di colpo, eccola. Così, dal nulla, in fondo ad una curva che porta sul fondo della valle formata dal fiume Miljacka, appare la città. Il cartello su cui è scritto in nero Сарајево ci sfugge, ma siamo sicuri di essere nel posto giusto. Un enorme palazzone giallo, semi distrutto, ci dà il benvenuto nella "città del riposo". Una quindicina di anni fa, le foto di questo edificio moresco invadevano le pagine dei giornali. Ora ne rimangono porte chiuse con assi di legno e due lapidi: la Biblioteca nazionale e Universitaria di Sarajevo è stata uno dei luoghi simbolici che l’esercito serbo ("i terroristi" per citare la lapide sul portone principale) ha messo a ferro e fuoco durante l’assedio della città, iniziato nel 1992.
E’ giovedì sera, e la città che abbiamo davanti non è certo quella che ti aspetti. Abituati a riceverne immagini fatiscenti, di edifici in fiamme e di morte, ci stupiamo -forse ingenuamente- vedendo la grande quantità di giovani, ragazzi esattamente come noi, che bevono e ballano in locali non molto diversi da quelli nostrani. Sembra, ad un primo sguardo, che tutti qui cerchino di lasciarsi il passato alle spalle, come se si fossero appena risvegliati da quel sogno di convivenza interetnica che sembrava promettere Sarajevo e che si è trasformato in incubo all’inizio degli anni ’90. Così, sotto lo spesso velo del buio notturno, Sarajevo nasconde le sue cicatrici. Già durante il lungo assedio (1992-1995, il più lungo della storia bellica moderna) alcuni reporter sottolineavano come la città provasse a rimanere viva. Nonostante si trovassero senza elettricità, gas e acqua potabile, gli abitanti di Sarajevo continuavano a frequentare i propri luoghi di lavoro, a pubblicare giornali, e trovarono le forze per scavare un tunnel di 800 metri, che univa la città all’aereoporto (zona neutrale sotto il controllo dell’ Onu) da cui arrivavano gli aiuti umanitari.
Questo tunnel, che proprio come nel film Underground di Emir Kusturica parte dal soggiorno di una casa privata, fu molto probabilmente la vera salvezza della città.

Il giorno seguente, ci accoglie un cielo azzurro a chiazze di nuvole bianche. Si respira un’ottima aria, e il verde delle colline che circondano la vallata al cui centro si trova la capitale Bosniaca rendono il tutto quasi surreale, mostrandoci abitazioni sventrate appoggiate su un paesaggio naturale che ricorda la Svizzera. Lo osserviamo dallo "Sniper Alley", il vialone principale di Sarajevo, che unisce la parte industriale con la parte vecchia della città. Il triste soprannome gli fu appioppato nel 1992: circondata da alti palazzi e principale arteria di passaggio, fu durante l’ assedio un formicaio di cecchini. Si racconta che capitasse spesso di sentire l’urlo "Pazi – Snajper!"(Attenzione – cecchino!) a chi, nascondendosi dietro blocchi di cemento o correndo all’ impazzata, cercava di raggiungere l’ altra parte della città. Su questa strada, la cui storia è spesso diventata il livello da superare di un qualche videogioco di guerra, sono state colpite (secondo dati ufficiali del 1995) 1030 persone, e 225 sono rimaste uccise. Se lo Snjper Alley era infarcito di cecchini serbi (si annidavano tra i tetti delle case, delle chiese e delle moschee, ma anche tra le baracche), buona parte della zona est della città era cosparsa da anti-cecchini bosniaci. Spesso ragazzi senza divisa o caratteri distintivi particolari, assoldati per stanare i tiratori serbi facendo il loro stesso mestiere. Da questa posizione, nella parte est dello Snajper Alley, si vedono in lontananza gli alti palazzoni di Grbavica, quartiere che, per la maggioranza serba della sua composizione etnica, fu bersaglio durante la guerra. Dal ‘95 fu assegnato all’ etnia croato-musulana, con conseguente depopolazione serba, e nei piani alti degli edifici si vedono ancora gli squarci dei bazooka. Oggi, da quella zona, c’è una splendida vista a nord, verso la collina di Kosevo, su cui troneggia l’antenna radio-televisiva della città. Ai suoi piedi una distesa di migliaia di puntini bianchi: il più grande cimitero musulmano della città.
Immergendosi verso la parte vecchia della città, passando davanti alla cattedrale di San Vincenzo, si giunge in un tempio ebraico. Girato l’angolo ed entrati nella piazza principale, la grande Moschea di Gazi Husrev Bey (restaurata dopo la guerra grazie a fondi donati dal governo Saudita) completa la lista degli edifici sacri delle quattro principali religioni monoteiste presenti nell’arco di tre isolati.
Di fronte alla mosche si estende la Barscarsija, la città Ottomana, in cui spiccano i minareti tra i tetti bassi delle case. Un brulichio di locali e di turisti si avventurano tra le sue strette viuzze, che si aprono sulla pizza principale. In questa zona che profuma d’oriente si mescolano alla perfezione le due anime della città. Una è quella storica e locale, dimostrazione empirica di possibile convivenza tra culture e religioni diverse, quella dipinta da Kusturica in cui un pope ortodosso si ubriaca insieme agli altri invitati ad un banchetto di nozze musulmano. L’altra, è quella di una città nata dopo la guerra, con la presenza della Comunità Internazionale che si concretizza nelle centinaia di turisti che affollano la Ferhadija, la via dello shopping.
Centro del quartiere è la piazza con la famosa fontana Sebilj, simbolo della città. Questa, come pare tutte le fontane che si trovino davanti alle moschee, fa parte di in una rete idrica parallela a quella cittadina, che garantì la continua erogazione di acqua anche durante il periodo di guerra. Da qui, alzando la testa, si vedono tutte le montagne che circondano Sarajevo, su alcune delle quali ci sono ancora gli impianti di risalita costruiti nel 1984, in occasione delle Olimpiadi invernali. Dopo solo qualche metro ci ritroviamo sperduti nel bazar,con il passo scandito dal rumore dei martelletti dei vari artigiani che, mostrandoli con fierezza, battono il ferro degli dzezva e delle tazzine per servire il caffè turco.
Per raggiungere la parte a sud della città passiamo sul ponte dove nell’aprile 1995 le truppe serbe spararono sulla folla che manifestava contro la guerra, uccidendo Suada Dilbrovic, studentessa croata che viene considerata, da parte bosniaca, la prima vittima della guerra. La parte della città al di là del M
iljacka porta molto più del centro i segni della guerra. Certo, qui si vedono meno lapidi sui muri e spuntano dal cemento meno "rose di Sarajevo" in memoria dei caduti, ma risultano altrettanto eloquenti i fori che ricoprono i muri delle case, tagliando in due le facciate, e i palazzi, quasi come monumenti lasciati ancora in macerie. Sul muro di una casa che dà sul fiume la scritta in rosso "Ne zaboravit ei Srebrenica"("Non dimenticate Srebrenica") cattura la nostra attenzione.Riattraversato il fiume, luccicante ai raggi del sole che si avvia verso il tramonto, torniamo verso il centro della città, passando sul Ponte Latino, che fu teatro dell’ assassinio di Francesco Ferdinando per mano di Gavrilo Princip, il 28 giungo 1914. Passiamo sul ponte in cui la storia del ‘900 ebbe inizio, all’interno di una città in cui nel secolo scorso "sembrava che l’orologio della storia non potesse fare a meno di andare a scandirvi i suoi colpi". Nel 1995, almeno all’atto pratico e dopo migliaia di morti, il cerchio si è chiuso, il serpente si morde la coda e tutto torna al principio. Forse la Storia doveva far espiare a Sarajevo la colpa di essere stata il simbolo di quell’omicidio, rendendola martire dell’ incapacità di noi europei di imparare dai nostri errori.
Daniele Grasso
La Guerra Balcanica in Bosnia:
18.11.1990: prime elezioni libere in Bosnia-Erzegovina.
29.2.1992: referendum per l’indipendenza della Bosnia, contestato dalla componente serba della popolazione che non vi partecipa.
2.3.1992: risultati favorevoli alla separazione dalla Jugoslavia provocano i primi scontri a Sarajevo tra musulmani e serbi. La presenza etnica composita (serbi, croati e musulmani) e la mescolanza sul territorio delle diverse componenti provoca cruenti scontri militari in diverse aree, tra cui quella di Bihac e di Sarajevo.
In Bosnia sono così presenti tre entità statuali:
-repubblica di Bosnia, con presidente Aiija lzetbegovic (riconosciuta in sede Ue e Onu)
-una repubblica serba di Bosnia, con presidente Radovan Karadzic(le cui forze armate sono al comando del generale Ratko Mladic)
-una repubblica croata dell’Herzeg-Bosna, con presidente Mate Boban, espressione dei separatismo della componente croata
Gennaio ‘93: inizia l’assedio e il bombardamento di Sarajevo da parte dei serbi bosniaci.
18 Marzo1994: l’Onu ottiene un accordo tra serbi e musulmani di Bosnia che porterà alla fine dell’assedio di Saraievo (lo stesso Milošević il 13.4.1994 rilancia le trattative, su sollecitazione della Russia)
4.9.1995: scade l’ultimatum della Nato ai serbo-bosniaci per il ritiro delle armi pesanti dalle collina attorno a Sarajevo (dal 11.10.1995 la tregua sarà effettiva).
21.11.1995: Dayton (Ohio) i presidenti di Bosnia, Croazia e Serbia si accordano per la pace (il trattato di pace sarà firmato a Parigi il 14.12.1995).
20 giugno 2009
DE SINISTRA
Sono ufficialmente tornati di moda i libri sulla crisi della Sinistra: dopo "Sinistrati" di Edmondo Berselli e "Eutanasia della Sinistra" di Riccardo Barenghi, le case editrici italiane hanno reso noto che, nell’arco di soli due mesi, sono giunti ben centododici pamphlet sullo spinoso argomento in questione. "Vulcano" ha deciso di presentare ai propri lettori tre volumi di recentissima pubblicazione.
1)"Gli inciuci, i pizzini e lo stallo dei riformisti", scritto a quattro mani da Massimo D’Alema e da Nicola Latorre ed edito da Mondadori, si preannuncia come il caso letterario dell’anno. Il saggio dei due noti politici del P.D. contiene alcune perle da non perdere: si parte con una prefazione di Silvio Berlusconi, intitolata "Finalmente ho trovato una Sinistra socialdemocratica, moderna, europea e, soprattutto, che non è più di Sinistra!", per giungere all’ultimo capitolo, nel quale vengono pubblicate le trascrizioni delle telefonate bollenti tra Fini e D’Alema e tra Latorre e Bocchino. Il libro è stato elogiato da Angelo Panebianco sul "Corriere della sera", è stato oggetto di una puntata speciale di "Porta a Porta" ed è entrato immediatamente nella sterminata biblioteca di un noto bibliofilo: Marcello Dell’Utri.
Il freedrink artecò: il Salone del Mobile

I marciapiedi si affollato di studenti, professionisti e quant’altro, tutti a caccia di nuove emozioni, nuovi stimoli e anche, perché no, di un party con buona musica e magari un buffet di inaugurazione. È un sabato sera lungo 8 giorni, tra mostre, divertimento, cultura del contemporaneo e freedrinks. È la settimana del Design, un momento unico per la città di Milano che si anima con mille eventi, mostre e installazioni. Invade l’intera città dialogando con essa e con chi la vive, abitante o turista, e parla non solo la lingua del design ma anche dell’arte e della cultura in modo trasversale.
Nasce attorno al Salone Internazionale del Mobile di Milano (http://www.cosmit.it/), probabilmente l’evento principale del settore dell’arredamento e del design a livello internazionale.
Con le varie edizioni susseguitesi ogni anno, la Fiera di Milano, sede ufficiale del “Salone”, ad un certo punto non bastata più a contenere questo evento in poche migliaia di metri quadri, e si è spalmato su tutta la città, tanto da trasformarsi in un evento nell’evento.
Il “Salone”, quest’anno giunto alla sua 48° edizione, richiama a sé tutte le più importanti aziende di arredamento dal mobile classico a quello di design. “Il Salone” è, oltre ad un evento commerciale, un luogo di sperimentazione e avanguardia dove tutte le grandi firme mostrano la loro ricerca.
Da alcuni anni una propria attrattiva se l’è aggiudicata il SaloneSatellite, vale a dire la parte della fiera dedicato ai giovani progettisti, che, a differenza di tutti gli altri padiglioni, è ad ingresso gratuito e dove la ricerca di nuovi linguaggi, forme, materiali e tecnologie giunge al suo culmine diventando una vetrina per tutti i giovani espositori e, soprattutto, mostra ciò che potrebbe essere l’“oggetto” del domani. Se invece si vuole “gustare di nuovo” il passato, l’appuntamento è al Palazzo Reale di Milano (22 Aprile – 21 Giugno) con uno dei più importanti eventi collaterali al “Salone”, che, in collaborazione con il Comune di Milano, ha organizzato la mostra intitolata ''Magnificenza e Progetto – cinquecento anni di grandi mobili italiani a confronto”, ove si può scorgere un interessante confronto tra passato e presente per capire meglio la contemporaneità.
Un altro importante connubio tra arte e pratica quotidiana al di fuori del canonico “Salone” è nel luogo in cui si instaura il vero dialogo con la città, il cosiddetto FuoriSalone (http://www.fuorisalone.it/) , sempre più sparso e variegato nelle fibre della “milanobynight”. Nelle varie zone della città, piccoli e grandi studi di design, aziende del settore e non, riviste specializzate, gallerie d’arte, istituzioni e perfino locali notturni si impadroniscono della città e del suo tessuto urbano, raccontando, ognuno a modo suo e con i propri mezzi, il design nelle sue mille sfaccettature. La Triennale di Milano, punto fermo durante tutto l’anno per qualsiasi appassionato di design, durante questa particolare settimana fa un po’da padrona di casa. Il 22 Aprile inaugura la Settimana del Design con oltre 15 tra mostre e istallazioni presso la sua sede principale e 9 nella sede della Triennale Bovisa, sede distaccata normalmente dedicata all’Arte Contemporanea.
Se vogliamo vivere e visitare un designer più libero, una realtà più spontanea e meno istituzionalizzata, bisogna dirigersi verso Zona Tortona, ex area industriale dietro alla stazione di Porta Genova ora diventata uno dei poli creativi più innovativi della città, che è senza dubbio la zona più ricca di eventi. Infatti vi possiamo trovare dai piccoli showroom, spesso temporanei, di giovani studi di progettazione, fino ai più famosi spazi espositivi come Superstudio Più, che quest’anno per la prima volta si mette al servizio dei giovani talenti e dei paesi emergenti ("Discovering: other worlds other ideas", 22/27 Aprile 2009), Superstudio 13, sede di diversi studi fotografici in affitto giornaliero, che in occasione della settimana del design cambia destinazione d’uso e non ultimo l’Hotel Nhow, progettato del Interior Designer Matteo Thum e già di per se un opera da ammirare, che ospita diverse installazione tra l’arte e il design.
Inoltre, grazie alla collaborazione tra la rivista “Interni Magazine” e l’Università degli Studi di Milano, i cortili dello storico ateneo milanese saranno per una settimana una delle location più suggestive del FuoriSalone, un luogo di dialogo fra passato e presente. Passeggiando per via Festa del Perdono, infatti, si nota che le esposizioni contemporanee si fondono con l’architettura del passato producendo un’atmosfera unica.
La grande festa di inaugurazione del 22 Aprile (ore 22:00) dà il via all’evento “Interni Design Energies” che ha come tema l’uso dell’energia e la ricerca di soluzioni alternative per un suo nuovo e più consapevole utilizzo.
Questa è solo una parte delle iniziative promosse in questa settimana, ma sia che vi facciate trasportare dalla folla o dal caso, sia che, Guida del Fuori Salone alla mano, sceglierete con cura cosa andare a visitare, scoprirete che la Settimana del Design, oltre che un evento commerciale e di sperimentazione tecnica, si presenta come una grande occasione per incontrarsi e confrontarsi su nuove realtà. Che succeda ad un grande opening party, in un piccolo showroom temporaneo o in uno dei loggiati dell’Università Statale, vivrete la quotidianità contemporanea dell’arte funzionale in maniera più o meno consapevole.
Elena Galbiati Designer
Denis Trivellato
19 giugno 2009
Scienze umanistiche della (dis)comunicazione: quando il sito non collabora
| “E per qualsiasi ulteriore informazione, andate pure sul sito di facoltà” ha annunciato al microfono la professoressa Ilaria Bonomi, coordinatrice di Scienze Umanistica della Comunicazione, il giorno della presentazione del corso. |
| “E per ogni aggiornamento, cercate su internet” hanno ripetuto diversi professori durante le loro lezioni, scrivendo alla lavagna l’indirizzo http://ariel.ctu.unimi.it/corsi/ cdlSuc/home come punto di riferimento. |
| Peccato che quel tanto decantato sito sia un labirinto di inutilità. |
| Trovare le informazioni è un’impresa: sono raggruppate all’interno della categoria “Info” (una serie di documenti da scaricare a proposito degli argomenti più vari, elencati secondo un ordine più casuale che cronologico) oppure non sono nemmeno presenti. Per qualsiasi novità a proposito di appelli e iscrizioni ci si limita a rimandare genericamente al sito del dipartimento di lettere e filosofia tramite un link. Sulla bacheca campeggiano gli incipit delle diverse notizie, ma non c’è alcuna possibilità di proseguire nella lettura. Effettuare il log in serve soltanto a veder comparire il proprio nome in un riquadro sulla sinistra dell’home page e tra le diverse opzioni offerte c’è una pagina Ariel la cui utilità è universalmente sconosciuta. E poi, come commenta Giulia, studentessa dal raffinato gusto estetico: “quel verdino chiaro è davvero bruttissimo!”. |
| Questi sono solo alcuni dei problemi che rendono il sito di scienze umanistiche uno dei peggio organizzati dell’università. L’ultimo esempio in ordine di tempo riguarda le info per il test di posizionamento della lingua inglese. Le notizie su data e luogo dovevano essere date sul sito ai primi di gennaio. Sono comparse a nemmeno dieci giorni dal test, dopo che i vari studenti erano già venuti a conoscenza di ogni dettaglio grazie al passaparola. |
| In una società in cui è fondamentale stare al passo coi tempi e in una facoltà dedicata alla comunicazione, l’attenzione all’informazione e la tempestività del servizio dovrebbero essere una garanzia, non un optional. Ma sembra che questo i curatori del sito continuino a ignorarlo. |
| A meno che tutta questa disorganizzazione sia una scelta mirata per spingere gli studenti a mettere in pratica le proprie conoscenze acquisite e ricercare metodologie comunicative alternative per informarsi senza l’aiuto della pagina web apposita. In tal caso tutti gli SMS, i post su Facebook e le conversazioni istantanee via msn acquisirebbero una diversa importanza: sarebbero i benefici effetti di un disegno superiore abilmente costruito e lievemente sadico. Ma questa è soltanto un’interpretazione, e come tale richiede il beneficio del dubbio. Però può essere presa come stimolo: fino a quando la situazione resterà la seguente, nulla potrà impedire di sperimentare scelte indubbiamente più rapide e sicure del sito internet. Come ad esempio, i segnali di fumo. |
Elisa Costa



