21 dicembre 2007

MATTATOIO DARFUR

Nel nostro Paese giungono solo flebili echi dal Sudan. Espressioni come “sterminio etnico” e “genocidio” accostati a questo stato africano, compaiono sporadicamente nei nostri telegiornali e sui quotidiani, quasi sempre con scarsa contestualizzazione. Il 26 febbraio ricorreva l’anniversario dello scoppio del conflitto in Darfur. E’ passato pressoché inosservato, un giorno come tanti, inglobato da news e gossip sulla notte degli Oscar.

LA TERRA DEI FUR
Il Darfur (in arabo “Paese dei Fur”) è una regione che si estende ad Ovest del Sudan, occupata per lo più da un vasto altopiano, tra sabbia, montagne e savana. Il cuore di questa regione rappresenta ancora l’Africa profonda, millenaria, di sole, sabbia e villaggi, non ancora raggiunta dalla frenesia del progresso.
In questa zona i conflitti hanno origini remote e, contrariamente a quanto molti pensano, in alcun modo collegate a motivi religiosi. In realtà l’intera popolazione è di credo musulmano e le ostilità sorgono da ragioni prettamente razziali. In Africa infatti gli scontri tra etnie, legati brutalmente al colore della pelle, non sono affatto rari e tra le genti di stirpe araba e la popolazione nera spesso non corre buon sangue. In Darfur questa ostilità è particolarmente accesa: i rapporti tra la popolazione nera dei Fur, stanziale ed agricola, e la minoranza araba, nomade e dedita alla pastorizia, non sono mai stati di ottimo vicinato e il governo locale ha finito per sfruttare questa rivalità già profonda e radicata, alimentata da due stili di vita e due culture completamente agli antipodi.

26 FEBBRAIO 2003
E’ la data che convenzionalmente sancisce l’inizio del conflitto. Il gruppo autoproclamato fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendica pubblicamente un attacco compiuto mesi prima contro il quartier generale di Golo nel distretto di Jebel Marra. In realtà già da qualche anno si andava costituendo una schiera di ribelli, che avevano dato luogo ad una serie di attacchi a stazioni di polizia, avamposti e convogli militari. Il fronte ribelle si era costituito intorno al 21 luglio 2001, quando i gruppi Zaghawa e Fur si incontrarono nel villaggio di Abu Gamra e stipularono sul Corano un vero e proprio giuramento di collaborazione reciproca per difendersi dagli attacchi che già allora venivano perpetrati contro i loro villaggi. Dopo il 26 febbraio la risposta dell’esercito del governo di Khartoum non si è fatta attendere e col tempo la strategia si è articolata sull’azione di tre gruppi distinti: l’Intelligence militare, l’aeronautica e le milizie Janjaweed, reclutate tra i pastori nomadi di etnia Baggara, di cui il governo si era già servito in precedenza. Queste ultime furono poste al centro della nuova tattica governativa per reprimere le rivolte.
Le milizie Janjaweed volsero subito la situazione a proprio favore, agevolati dal fatto che i loro attacchi erano (e sono) sostanzialmente rivolti contro villaggi inermi, contro una popolazione, i Fur, che, ad esclusione del FLD, è composta quasi esclusivamente da agricoltori.
Gli attacchi si svolgono sempre alle prime luci dell’alba. Durante il giorno i nomadi di etnia Baggara svolgono la loro attività di pastori, necessaria al proprio sostentamento, di notte diventano i Janajaweed, i demoni a cavallo. Attaccano un villaggio appena prima dello spuntare del giorno, massacrando gli abitanti, talvolta portando via con loro ragazzi e bambini.
Malgrado il sostegno del governo (totalmente di etnia araba, nonostante sia la minoranza del Paese), i gruppi nomadi combattenti non sono ben equipaggiati come si potrebbe pensare. Spesso il loro armamento si riduce a un cavallo e un kalashnikov. E’ una guerra tra poveri. Si tratta di piccoli attacchi, per quanto efferati, e questo ci porta al reale dramma del Darfur: la questione dei profughi.



L’ABBANDONO DEI VILLAGGI
Contrariamente ad un altro luogo comune molto diffuso, quando si parla di stermino, o addirittura di genocidio per la popolazione Fur, non si pensa principalmente alle vittime dirette degli attacchi.
Il vero dramma che il Paese sta affrontando è la questione dei profughi, ancora oggi ben lontana da una soluzione.
Gli abitanti dei villaggi, come reazione ai continui attacchi, privi di mezzi per difendersi, iniziarono a migrare verso le città, dove si sentivano più protetti. Il loro numero raggiunse subito dimensioni impressionanti. Furono organizzati centri di accoglienza, totalmente inadeguati a fronteggiare la situazione, per mancanza di mezzi e per le condizioni ambientali e climatiche sfavorevoli. Condizioni sanitarie inesistenti (in un campo profughi non si può certo avere un sistema fognario), 50 gradi di temperatura, niente acqua e un’enorme concentrazione umana non potevano che portare ad una diffusione capillare di un gran numero di malattie come il colera, causa principale di mortalità per i bambini darfuriani. Nonostante l’emergenza sanitaria e le scarsissime possibilità di sopravvivenza i profughi, terrorizzati, si rifiutano categoricamente di fare ritorno ai propri villaggi, creando il problema del loro mantenimento. Costretti ad abbandonare la microeconomia rurale dei loro villaggi, nei campi di accoglienza essi dipendono interamente dalle forme di aiuto provenienti da organizzazioni come l’ONU, una soluzione che non può che essere temporanea.
In realtà il loro ritorno è ostacolato in parte anche dall’azione governativa che ha varato delle leggi sulla rioccupazione dei villaggi abbandonati, impedendo di fatto il ritorno degli abitanti originari.
Col pretesto di difendersi dai gruppi ribelli, il governo di Khartoum (una repubblica presidenziale retta però da una giunta militare) ha sostanzialmente appoggiato un sistematico genocidio, parzialmente già in corso, attuato da parte di un’etnia numericamente inferiore ma rappresentata al governo, nei confronti della maggioranza della popolazione. La minoranza araba d’altra parte, sente di agire in virtù di una superiorità razziale apertamente conclamata e proclamata ufficialmente già nel 1987. Una superiorità che campeggia addirittura sui teleschermi, veicolanti pubblicità di creme schiarenti per la pelle, specularmente a ciò che avviene sui nostri nella bella stagione con le creme abbronzanti.
Una nota particolarmente amara merita il fatto che, nell’intolleranza culturale, viene invece largamente tollerata una delle pratiche più agghiaccianti ancora diffuse in alcuni stati africani.
Il 90% delle donne del Darfur subisce ancora l’infibulazione, nonostante la leggi la vieti espressamente e preveda severe penali per chi la pratica. La mutilazione dei genitali femminili è diffusa in tutto il Paese, indipendentemente dal ceto sociale e nulla di concreto viene fatto dalla popolazione araba per estirpare questa pratica.

L’INTERVENTO INTERNAZIONALE
L’intervento dei contingenti di pace internazionali si è reso complicato fin dall’inizio, in particolare per la scarsa collaborazione del governo sudanese. Il 31 Agosto 2006 si è attuata parzialmente una svolta: nonostante l’opposizione del governo sudanese, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato l’invio di un contingente di ‘caschi blu per sostituire le truppe dell’Unione africana, fino a quel momento preposte a vigilanza del conflitto. In realtà l’apporto delle Nazioni Unite si è configurato in maniera più limitata rispetto ai piani originari. All’espressione “genocidio” si è preferito “crimini contro l’umanità” e il decisivo voto della Cina per l’invio del contingente è venuto a mancare a causa degli interessi petroliferi nutriti dalla nazione nella zona sudanese affacciata sul Mar Rosso. Questi fattori hanno notevolmente ridimensionato il ruolo dei Caschi Blu che devono tuttora sottostare parzialmente all’autorità del governo di Khartoum.

Secondo l' Organizzazione Mondiale della Sanità la guerra civile ha causato, da marzo 2003, la morte di circa settantamila persone e ha ridotto più di un milione e ottocentomila individui allo stato di profughi, rifugiati nei campi di accoglienza gestiti dalle organizzazioni umanitarie.
Pekka Haavisto, inviato dell'UE in Sudan, ha affermato che l'esercito sudanese sta “bombardando la popolazione civile”.
Tutto ciò basterebbe per fare del Darfur una delle grandi priorità mondiali, e difatti già nel 2003 doveva essere il grande obbiettivo internazionale. Poi è arrivato l’Iraq.

Laura Carli

Uno speciale ringraziamento al dott. Rodolfo Rossi per le foto e le preziose informazioni fornite.

11 dicembre 2007

CONVERSANDO CON ELIO FIORUCCI

Di grigio, sul tavolo d’ufficio dello stilista Elio Fiorucci, c’è solo una calcolatrice. Il resto è tutto colorato. C’è una serie di pupazzetti che lo guardano in faccia mentre lavora. C’è uno gnomo con una mano in tasca, c’è Margot senza Lupin, c’è una pecora nera di peluche. Poggiate sulle carte e vari post-it ci sono un paio di scarpe in vernice rosa col tacco azzurro e un fiocchettino.
Sotto alcune buste da lettera fa capolino l’abbonamento dell’Atm. Guardo tutti questi oggetti mentre Fiorucci è al telefono. Sta parlando degli anni 70 per una mostra sul tema, aperta fino al 30 marzo alla Triennale. Lo sento raccontare dei suoi incontri con Madonna, Keith Haring, Jean Michel Basquiat “…Quando erano ancora ragazzini”. Rievoca l’ondata rivoluzionaria che quegli anni si portarono dietro, lo dice all’interlocutore al telefono, forse un giornalista: “Chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dopo sarebbe caduto il muro di Berlino, che le ragazze russe avrebbero indossato jeans attillati Fiorucci, e che in Europa ci sarebbe stata la moneta unica. Non è occorsa una terza guerra mondiale”. S’interrompe e riprende: “Non mi chieda di politica. Non mi piacciono le cose politiche. Mi piacciono i ragazzi, le ragazze, le minigonne…”. Le sue parole al telefono viaggiano verso New York, salgono sulla Torre di Pisa a rievocare quella volta che conobbe il fotografo Oliviero Toscani, tornano a Milano all’inaugurazione del suo primo negozio, nel 1967. La telefonata si chiude. È il turno di Vulcano. Tocca a me. M’interessa l’anno 2007 e la moda degli studenti universitari.

Come ci si veste per andare a discutere una tesi di laurea?
Se vuole le parlo degli anni 70.
No grazie. Parliamo dei giorni di oggi.
Gli anni 70 hanno portato una libertà fra gli uomini fino ad allora sconosciuta. E dunque la liberazione da valori imposti dalla società.
Come suggerisce di andare vestiti, il giorno della laurea?
Non suggerisco nulla. Io sono uno spirito anarchico, la mia filosofia è quella della libertà. Ognuno si veste come gli pare. A me piacciono gli occhiali con la montatura rossa [Ne indossa un paio proprio in quel momento ndr] ma non per questo mi verrebbe da imporli agli altri. Questo è lo spirito degli anni 70.
Ma io non voglio parlare degli anni 70. Voglio parlare del 2007.
È incredibile come lo spirito degli anni 70 sia vivo ancora oggi.
Proviamo a entrare nella macchina del tempo. Cosa ci ricorderemo nel 2060 del 2007?
Degli anni 70.

Scoppio in lacrime. Fiorucci mi porge prontamente un pacchetto di fazzoletti. Il principe del marchio con gli angioletti, stupito dalla mia reazione mi dice: “Non sono cattivo”. Continuo a singhiozzare. Mosso a compassione mi fa: “E va bene, se vuole le dico come andare vestiti alla laurea”.

Me lo dica.
Io andrei vestito con un pullover. E scarpe comode. Ma come è vestita lei va bene lo stesso [jeans e camicetta bianca ndr]. Perché si può essere eleganti nella semplicità.
Il capo di maggior successo di sempre?
I jeans. Un tessuto magico. Quando smise di essere trattato come abito di lavoro.
Quando andò nel New Mexico scoprì le perline di vetro che diventarono i bijoux più gettonati dell’estate. Dalla Cina importò le ballerine: ne vendette diecimila solo in un anno. Come ha fatto a riconoscere il potenziale successo?
Io non ho mai pensato che sarebbero stati un successo. Li ho scelti perché mi piacevano.
E il marketing?
Io non mi occupo di marketing. Faccio le cose perché mi piacciono e perché mi fanno star bene.
Ma le scelte del marchio Fiorucci, le campagne pubblicitarie, non sono frutto di uno studio?
È l’amore per le cose che le fa uscire bene. La mia filosofia non prevede norme. Lei ha avuto un’educazione rigida.
Nella vita ha conosciuto tante personalità, tra cui Andy Warhol. Chi si nasconde dietro un talento?
Una persona rilassata. Serena. Mossa da passione. [Mi guarda negli occhi umidi] Non da rabbia e sofferenza.
Perché il suo tavolo è pieno di oggetti decorativi e alle pareti non c’è niente?
Ma non lo so! [Vede che sto per rimettermi a piangere]. Preferisco appoggiare piuttosto che appendere.
Lei una volta ha detto: “Gli oggetti devono essere belli e sinceri”. Che voleva dire?
Belli perché ti piacciono. Sinceri perché sono schietti.
Continuo a non capire.
Perché cerca un ragionamento dietro tutte le cose?

Chiuso il block notes, Fiorucci chiama la segretaria dicendo di prendere una borsetta: “Diamo un po’ di regalini alla ragazza”. Ma non l’aspetta. La precede e va verso un armadio dal quale comincia ad estrarre pacchettini colorati. Mettendomi in mano un portachiavi a forma di gnomo mi dice. “E lei adesso mi chiederà perché ho scelto lo gnomo? Non lo so. Faccio le cose che mi piacciono.”
Mentre scendo le scale dell’edificio che ospita gli uffici Fiorucci penso che anche io d’ora in poi farò solo cose che mi piacciono. Al primo semaforo ho lasciato l’Università per andare in Madagascar, al secondo vado in Cina a fare la ballerina, al terzo mi compro una parrucca perché mi sono sempre piaciuti i capelli blu. Sulla soglia di casa già il mio pensiero torna allo studio. L’esame di Glottologia. Devo prendere 30. Perché la media, il voto di laurea, i concorsi…Ci vuole coraggio per fare le cose che ci piacciono.

Diana Garrisi

22 novembre 2007

COS'E' LA DESTRA, COS'E' LA SINISTRA?

Momenti di ordinaria lottizzazione politica in Statale. Come ogni anno, le diverse associazioni, schierate e non, si riuniscono per decidere in quali aule svolgere le varie riunioni.
Viene applicato, nella suddivisione degli spazi disponibili, un criterio laico e pragmatico? Naturalmente no, e così vediamo sorgere aule marchiate a fuoco, ideologizzate, destinate a priori a gruppi di centro-destra o di sinistra.
Vulcano, per continuare a costruire il suo giornale presso la tradizionale auletta A che oramai lo ospita da 5 anni, è stato sommariamente inserito nell’elenco "pro gauche". Intendiamoci, si tratta di dettagli. E del resto la linea editoriale del periodico, nata sempre dal dibattito redazionale, è nitida e non teme equivoci. Come la sua indipendenza. Piccolezze tuttavia interessanti per comprendere l’andazzo di una università bloccata, ferma a logiche anacronistiche e conflittuali. Quando sono i vecchi baroni che masticano il passato e seminano misoneismo ce ne facciamo una ragione. Se però sono i ventenni ad applicare criteri antichi ed antifunzionali lo stupore cresce. Insieme alla disillusione più malinconica.
Gregorio Romeo

20 novembre 2007

INTERVISTA A GIAN ANTONIO STELLA

“così i politici italiani sono diventati intoccabili”


Probabilmente il suo libro è stato il veicolo di socializzazione più efficace degli ultimi mesi.
Nelle spiagge, come presso le fermate dei mezzi pubblici, crocchi di manzoniana memoria si affannavano a esporre il proprio sdegno contro la politica dei privilegi, delle tasse, dei tempi moderni nefasti che fanno rimpiangere l’odiata prima repubblica.
Qualunquismo? Forse. Tuttavia corroborato da solidissime e imbarazzanti cifre.
Come quelle che indicano i finanziamenti destinati alle comunità montane: 170.175.114,72 euro per organismi di governo locale a volte posti, magicamente, in piena pianura.
Viatici per garantire poltrone o semplici sgabelli a politici, peones e consulenti di ambigua derivazione.
Un esercito che tocca, dai consiglieri circoscrizionali ai senatori a vita, la quota di 179.485 anime.
Nessun paese, sbirciando in giro per il mondo, gode di una classe dirigente così maggiorata.
Un’ ipertrofia di genti e di cose, se si pensa alle 40.000 auto blu che sfrecciano per le strade italiane.
Ancora una volta, un primato mondiale.
Neppure le vetuste monarchie europee cedono, al contrario dei politici nostrani, al richiamo del fasto. Buckingam Palace, dove vive la regina benedetta dal Signore, spende quattro volte meno del Quirinale, base del “compagno” Napolitano.
224.000.000 euro tondi tondi sono i soldi spesi dallo Stato per finanziare la presidenza della repubblica.
Solo per motivi di spazio (e pietà), da tale elenco vengono omesse le cifre, spropositate, delle indennità pubbliche garantite ai politici, gocce di euro rispetto agli sprechi che contano, ma sintomatiche per intuire la forma mentis di chi ci governa.
Ed in questo fiume di danaro, che la politica spende e guadagna per nutrire se stessa, il paese annega.


Gian Antonio Stella, noto giornalista del “Corriere della sera” e autore del libro “La Casta”, è stato intervistato da Vulcano. Un’occasione per discutere delle anomalie proprie del sistema politico italiano e dell’insofferenza che emerge nel paese.

I pesanti strali di Beppe Grillo, le inchieste che evidenziano i lussi dei politici fra voli di stato e case acquistate a due lire, gli elettori colti da una profonda sfiducia nei confronti della classe dirigente. Gian Antonio Stella come valuta il clima di antipolitica che sembra dilagare nel paese?
“Mi trovo assolutamente d’accordo con l’opinione pubblica che si scaglia contro una certa gestione della politica. Non credo si tratti di un clima di puro qualunquismo. Il sentimento che attraversa oggi l’Italia non è di antipolitica, ma di consapevolezza, sia a destra che a sinistra, riguardo la cattiva gestione del potere. I metodi con cui operano oggi i politici non sono più sopportabili, né economicamente né moralmente.”

Lei non crede che l’inefficienza e la corruzione riscontrabili nel sistema politico siano rintracciabili anche negli altri segmenti di società? Spesso il mondo imprenditoriale o la pubblica amministrazione operano con le stesse logiche e la stessa superficialità delle classe politica…
“Certo, è così. Molti atteggiamenti deteriori sono presenti nella società italiana. Ma non bisogna dimenticare che la classe dirigente deve essere migliore della società, altrimenti perde la sua ragion d’essere. Non parlo di una politica elitaria, però il compito dei politici deve essere quello di guidare la società.”

Quando si parla di costi, i politici spesso affermano che è piuttosto necessario incrementare l’efficienza. Non crede si debba certamente aumentare l’efficienza dell’amministrazione, abbattendo, in ogni caso, i costi?
“Assolutamente si. I politici discutono di efficienza per spostare il tema e non occuparsi dei privilegi e dei costi astronomici.
Del resto, l’efficienza dipende sempre e comunque dalla classe che ci governa. Le leggi vengono varate in parlamento.”

Condivide le proposte di Beppe Grillo riguardo la riforma dei meccanismi di elezione della classe dirigente?
“Non del tutto. Il tetto delle due legislature per i deputati è forse eccessivo. Magari è giusto imporre solo una percentuale di seggi che vadano rinnovati dopo ogni legislatura. In questo modo, dentro il parlamento, verrebbe garantito il ricambio generazionale e ideale ma anche l’esperienza. Riguardo l’impossibilità di accedere alle cariche pubbliche se condannati, dipende dal tipo di reato commesso. Anche io sono stato condannato per aver scritto che Totò Cuffaro (presidente della regione Sicilia. n.d.r) applicava una politica di tipo clientelare. Poi mi hanno assolto in appello, con le scuse dello stesso Cuffaro.”

Oggi la diffidenza nei confronti della classe dirigente è alta. Secondo lei maggiore o minore rispetto ai tempi di tangentopoli?
“Secondo me l’insofferenza è superiore. Quando scoppiò tangentopoli almeno l’elettorato di sinistra continuava a nutrire una certa fiducia nei confronti dei propri rappresentanti. Adesso, credo che nessun italiano sia convinto che esistano politici al di sopra di ogni sospetto. Intendiamoci, non parlo di corruzione. Mi riferisco alla sensibilità su alcuni temi.
Oggi i sondaggi dicono che siano più i partiti di sinistra ad essere penalizzati da questo clima. Questo perché l’elettorato di sinistra è più sensibile riguardo determinate questioni. A destra l’indulgenza degli elettori nei confronti dei propri eletti è maggiore. Un personaggio come Lunardi, che da ministro ha affidato i lavori della tangenziale di Mestre a suo nipote, se fosse stato di sinistra sarebbe stato “crocifisso” dal suo stesso popolo.”

Quali sono, secondo lei, i tre interventi principali che andrebbero operati per rendere più trasparente e meno cara la politica?
“In primo luogo è necessario costringere tutti, al di là delle chiacchiere sull’autonomia, a compilare lo stesso tipo di bilancio. Questo garantirebbe effettiva trasparenza. Tutti i cittadini hanno il diritto di capire con semplicità come vengono spesi i soldi dalle istituzioni.
Poi, organismi inutili come le province vanno definitivamente aboliti. Il loro ruolo può essere ugualmente svolto da un sistema istituzionale più snello.
Infine, è fondamentale interrompere l’adeguamento automatico, in relazione all’inflazione, delle indennità dei parlamentari. Per adesso, alla Camera e al Senato, hanno semplicemente sospeso questo privilegio. Deve, piuttosto, essere cambiata definitivamente la legge.”

Come valuta la sensibilità dei giornalisti riguardo questi temi? Lei, ad esempio, dopo aver scritto “La Casta”, che rapporti ha con il potere politico?
“Ci vorrebbe certamente più coraggio. I giornalisti non si occupano a sufficienza di questi temi. Dopo la pubblicazione del libro per me non è cambiato proprio niente: io ho sempre avuto rapporti buonissimi con la persone per bene e pessimi con quelle che non sono per bene. Senza distinzioni fra destra e sinistra.”

Personaggi corrotti dalla finanza, pronti a disegnare leggi su misura per interessi privati o per la ricchezza della “casta”. Organismi istituzionali, di controllo e di servizio pubblico, monopolizzati dai partiti che nominano chi vogliono senza lasciare spazio alla meritocrazia. Politici in prima linea intenti a difendere con protervia e nessun pudore privilegi trasformati in diritti. A destra come a sinistra. Nel suo libro, scritto insieme al giornalista Marco Rizzo, viene esposto un quadro simile. Ma lei, alle prossime elezioni, andrà a votare?
“Io sono assolutamente contrario all’astensione dal voto come metodo di dissenso. Esiste sempre una soluzione meno peggiore di altre. Purtroppo, data la legge elettorale a liste bloccate attualmente in vigore, non è facile scegliere.
Però il mio voto vale quanto quello di persone che disprezzo profondamente. E per questo non lo butterò mai via.”


Gregorio Romeo

11 novembre 2007

EDITORIALE NOVEMBRE 2007


Oggi in Italia i neolaureati guadagnano in media 23 mila euro l’anno, cioè come un operaio. Lo riporta una ricerca di Od&M Consulting. Qualche settimana fa alcune migliaia di ragazzi sono scesi in piazza per protestare contro il numero chiuso che veniva definito "un sopruso antidemocratico e discriminatorio". Erano consapevoli di difendere un sistema che li consegnerà, statisticamente, a titoli-cartastraccia e a stipendi da fame? La svalutazione della laurea non è una fatalità o una congiura dell’orco capitalista. Avremmo potuto evitarla. Come? Con test d’ingresso selettivi, tempistiche contingentate (leggi: se vai fuoricorso ti raddoppio le tasse), commissioni severe. Insomma estirpando l’idea che l’università sia un diritto e non una conquista riservata ai migliori. Misure a costo zero, anche se impopolari in un paese buonista, conservatore e visceralmente antimeritocratico. Molto meglio il dormitorio di stato su cui troneggia l’insegna ideale: "laureatevi e farete gli operai".
Luca Gualtieri

10 novembre 2007

CARTOLINA DAL MAROCCO


All’ aeroporto di Marrakech è frequente imbattersi in guide improvvisate che cercano di spillare qualche decina di euro ai visitatori in cambio di un giro turistico in città.
Non si possono riconoscere perchè non hanno segni distin­tivi e il loro approccio sembra solo di cortesia, come semplici viandanti.
Così è stato anche per noi, giunti in aereo a Marrakech l’ulti­ma settimana di settembre. Non appena ci avviamo con l’auto noleggiata la guida si affianca in motorino per indicare la stra­da verso la città. Poi, si propone di salire in macchina e così, in poche ore, visitiamo insieme i mercati, le botteghe, assaggia­mo i sapori della tavola e accettiamo di vedere i dromedari in un arido palmeto subito fuori il centro urbano.
Durante il Ramadan, la città, interamente musulmana, è più lenta. Le botteghe chiudono prima e così anche Place Djemaa el Fnaa, nel cuore della Medina (città vecchia) è meno affolla­ta del solito. Ma nell’area coperta dei Souq, verso nord, i mille e più negozi di tappeti e ceramiche sono sempre aperti, in vie strette e quasi buie per la folla di persone e cose esposte.
Qui le compere, e non solo per i turisti, seguono un rituale unico, perchè le cose non hanno mai un valore. La contratta­zione è estenuante: il negoziante fa il primo prezzo, sempre altissimo. Il compratore ribatte per la metà. Il negoziante non accetta, però sembra pensarci su. Allora arriva la contropro­posta, ma non va bene, troppo alta... Finché uno dei due cede, e generalmente i bottegai possono andare avanti ore.

Il caos che regna nella piazza, soprattutto al tramonto, quan­do vengono allestiti tavoli per cenare all’aperto e l’intera area si popola di cantastorie, musicanti, giocolieri, elemosinanti, non deve evidentemente intaccare la spiritualità della mo­schea Koutubia, a sud della piazza, che purtroppo rimane an­cora inaccessibile ai visitatori europei. Dall’omonimo minare­to alto 69 metri, gemello della Giralda di Siviglia per età e stile ( risalgono entrambe al XII secolo ), il Muezzin richiama alla preghiera i fedeli cinque volte nelle ventiquattro ore. Le sue sono parole tonanti, che svegliano nella notte entrando per­fino nel nostro Riad, a qualche centinaia di metri di distanza. I Riad, (in arabo “giardino”) un tempo erano ricche dimore di si­gnori locali. Oggi sono hotel anche lussuosissimi, che offrono ai visitatori riparo dalla rumorosa vita cittadina. L’abitazione si sviluppa attorno ad un cortile centrale aperto, senza vista sui vicoli attorno, isolata dal mondo esterno.
All’interno lo scenario è in molti casi splendido. Pareti coperte da mosaici in maiolica, pavimenti rivestiti di tappeti, mentre nel cortile un rivolo d’acqua scorre in una fontana di terra­cotta.
Per contrapporla a Casablanca, città industriale sull’Oceano Atlantico, gli abitanti la chiamano “Città rosa”. Il colore degli edifici, soprattutto nella Medina, è quello delle terre che cir­condano la città, un rosa tiepido che accompagna la memoria di ogni istante vissuto a Marrakech.
Per secoli è stata definita “Porta del Sud”, luogo di incontro delle carovane di dromedari provenienti dal Nord, con stoffe e tappeti, e di quelle provenienti dal meridione, con oro, avo­rio e schiavi neri.
Oggi Marrakech è il punto di partenza per chi vuole avventu­rarsi nel “Grande Sud”, oltre le montagne dell’Atlante, fino alle prime dune di sabbia, a pochi chilometri dal confine saharia­no con l’Algeria.

In questa regione vivono le popolazioni marocchine di etnia berbera, ancorate a stili di vita antichissimi. Sono le popola­zioni originarie del NordAfrica, spinte nelle aree più interne del Continente dalle invasioni arabe, che si sono succedute nel primo Medioevo diffondendo l’Islam e la lingua araba. Ma i berberi hanno mantenuto e tramandato la loro cultura, prevalentemente orale, e la loro lingua, basata su un proprio alfabeto che conta ben tremila anni.
Così, attraversando le campagne montuose dell’Atlante, nella direzione di Ouarzazate, il Marocco diventa più inafferrabile, i paesaggi si fanno sensazionali, i villaggi sono rari e nascosti. Dalla strada si possono intravedere delle costruzioni in argilla incastonate nelle montagne.
Poi, se un villaggio sterrato non dista troppo dalla strada asfaltata e il terreno è agibile, si può tentare di raggiungere le case di pietra che si raccolgono attorno al solito Minareto, per scoprirne gli abitanti. Almeno una persona nel villaggio parla francese, gli altri il tamazight (per noi “berbero”).
E mentre conosciamo gli uomini adulti che lavorano alla co­struzione di una piccola moschea in pietra, i bambini escono alla spicciolata dalle case. Dapprima, con sospetto, restano fermi davanti agli usci, poi ci approcciano con una palla per giocare insieme. Ci chiedono anche delle penne per scrivere (dicono “bic”). Così, ci facciamo indicare la scuola, che scopria­mo incredibilmente in ottime condizioni in contrasto con la povertà del villaggio.

Intanto delle donne ci chiamano verso le loro case. Vogliono offrirci del tè verde zuccherato al sapore di menta, autentico segno dell’ospitalità delle popolazioni berbere. Un rito che si ripete sulla strada rettilinea verso Zagora, ultima città da attraversare prima di immergersi in un paesaggio rarefatto, dove all’orizzonte le ultime montagne nere bruciate dal sole sembrano crateri, finché la natura si spegne e lascia il posto al deserto.

Dario Augello

1 novembre 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N.12



Siamo arrivati alla dodicesima puntata di questa rubrica, undici scritte da me, una da Nicola Spagnuolo, redattore di Vulcano di provenienza oscura, quanto quella degli Etruschi, e sparito pochi mesi fa, senza farci sapere più nulla di sé, proprio come non si sa niente degli Etruschi.
Fatto sta che una puntata la scrisse lui, precipitando in questo modo al penultimo gradino della scala etica, che vede agli ultimi tre posti: il futuro segretario della "cosa rossa", l’autore della rubrica anni 80 e, all’ultimo posto, il lucumone, appellativo del re degli Etruschi, che godeva di scarsissimo potere.
Per Nicola fu un’infatuazione a cui non seppe resistere, come accadde nel 1981 al popolo musicale italiano, quando permise al bel cantante belga Plastic Bertrand di scalare le classifiche con ben due raffinati successi: Hula Hoop, una sorta di pop-new-wave-punk-trash, e Ping Pong.
Ping Pong partecipa a Sanremo nel 1982 raggiungendo la finalissima. La lirica rappresenta la summa poetica di Plastic, spiccando per profondità di introspezione e acutezza nell’analisi di un rapporto di coppia oramai frusto: la relazione tra i due amanti non è altro che una dolorosa e faticosa partita a ping pong. Sì proprio così, un botta e risposta snervante, senza soluzione di continuità, e alla fine chi vince, chi dei due amanti ha la meglio, resta con in mano una piccola racchetta di legno e una pallina leggera e bianca, quasi trasparente.
La morale? Senza una persona con cui giocare a ping pong cosa sarebbe la vita, cosa l’amore? Puoi giocare a ping pong contro il muro, certo si può, ma non è, in fondo, più ripetitivo della masturbazione?
Quanto era importante quello scambio serrato di colpi tra te e qualcuno che si muoveva: e non un muro. Sarebbe bello un muro che si muove… ma non esiste. E’ del tutto inutile continuare a sperare che un muro si muova, che prenda una racchetta in mano; i muri non hanno le mani. I muri sono senza mani, maledizione!
Ecco, questo è pressappoco ciò che il belga Plastic Bertrand voleva dirci quando è calato in Italia tra l’81 e l’82, conquistando con la sua filosofia comportamentale migliaia di ragazzine.
Cinque anni dopo il ragazzone parteciperà all’Eurofestival quale rappresentante del Lussemburgo (paese celebre per la sensibilità nei confronti dello struggimento amoroso), con il pezzo Amour amour, che letteralmente significa un muro un muro. Ma l’incanto era rotto: si piazza penultimo.
Mi piacerebbe concludere con il solito "e di lui non si seppe più nulla come per gli Etruschi" ma non posso perché nel 2002 conduce Star Academy, una specie di Amici di Maria de Filippi belga, ma che non riscuote alcun successo. Lettore, se arrivi fin qui, pensaci: potevi occupare meglio gli ultimi 90 secondi? Il tempo è importante.


Fabrizio Aurilia

20 ottobre 2007

CAMBOGIA: ASIA IN TRANSIZIONE

Impegnato in un lungo viaggio per l’Asia, il nostro collaboratore Marco Bettoni ci racconta la Cambogia, la sua storia, le sue dolenti contraddizioni.


Stretta tra la Tailandia e il Vietnam, due paesi in corsa per recuperare terreno nel sistema economico globale, la Cambogia cammina in ginocchio. Fatta eccezione per le sproporzionate speculazioni, edilizie in particolar modo, legate al turismo e l’esportazione illegale di legno pregiato, lo sviluppo del paese è fermo.
Durante gli anni sessanta le premesse per una rapida crescita c’erano tutte: scuole funzionanti, sistema sanitario tra i migliori del sudest asiatico, economia in movimento. Ma la guerra del Vietnam infuriava ai confini e gli sforzi di Re Sihanouk – figura emblematica che attraversa tutta la storia contemporanea del paese – per mantenere la Cambogia non allineata, non furono sufficienti per evitare il catastrofico coinvolgimento. Il nuovo governo, instaurato con un colpo di stato, schierandosi a fianco degli Stati Uniti dichiarò guerra al Vietnam, venendo così invaso dalle milizie nemiche.

Scivolando verso l’abisso.
La “guerra segreta” di Nixon e Kissinger - il bombardamento a tappeto dei villaggi di Laos e Cambogia all’oscuro degli americani stessi e del mondo intero- diede forza e credibilità al movimento armato degli Khmer rouge, che riuscirono a conquistare il potere con un colpo di stato nel 1975, l’Anno Zero. Il regime comunista di Pol Pot perpetrò un sistematico “autogenocidio” per quattro anni, fino ad una nuova invasione da parte del Vietnam e la successiva occupazione militare, durante la quale le Nazioni Unite hanno ben pensato di foraggiare le sopravvissute milizie di Pol Pot in funzione antivietnamita.
Se edifici ed infrastrutture sono stati distrutti dalle bombe, i valori, speranza nel futuro in primis, sono stati annichiliti da uno fra i più folle regimi che la storia contemporanea abbia mai conosciuto. L’abolizione del sistema educativo, sanitario ed informativo del paese e l’eliminazione fisica di insegnanti, dottori ed intellettuali erano parte centrale dell’attuazione della rivoluzione in Cambogia. Queste scelte condannarono la nazione a rimanere in ginocchio ben oltre la caduta del regime. Se l’amministrazione del paese, secondo una politica di stampo maoista, non ha risparmiato nessun cambogiano (eccezion fatta, ovviamente, per gli alti dirigenti del regime) le persone specializzate venivano considerate come primi obiettivi da eliminare. Dei più di novecento dottori di cui il paese disponeva prima dell’Anno Zero, solo cinquanta sopravvissero ai quattro anni di regime.

Nazioni Unite in arrivo.
Dopo dodici anni di occupazione venne disposta la più imponente e fallimentare missione internazionale sotto l’egida dell’Onu, che si concluse con le elezioni del 1993. Gli obiettivi che la comunità internazionale si era posta erano ambiziosi e gli strumenti di cui si era dotata i più forti mai affidati ad una missione internazionale: mantenere legge ed ordine, disarmare le milizie, salvaguardare i diritti umani, favorire la riconciliazione nazionale, organizzare e svolgere libere elezioni. Il tutto, attraverso il diretto governo del paese, affidato nei suoi aspetti fondamentali all’UNTAC, acronimo di United Nation Transitional Authority in Cambodia. L’unico obiettivo davvero raggiunto, le libere elezioni, si e’ dissolto in pochi anni, non essendo sostenuto da nessun altra condizione di sopravvivenza per una democrazia.
Le milizie degli Khmer rouge continuavano a dominare parte del paese; il Partito del Popolo Cambogiano, di diretta derivazione vietnamita, perse le elezioni ma trovò comunque il modo di continuare a governare, grazie al controllo delle forze armate. Fino al colpo di stato del 1998, che fissò definitivamente il potere nelle mani del PPC, sotto le mentite spoglie di una democrazia costituzionale.
In parallelo, l’esercito di tanto inutili quanto lautamente pagati “consulenti” marchiati UN ha contribuito all’incrostazione definitiva di uno dei più corrotti sistemi politici ed economici del mondo. Il diffuso rifiuto da parte dei membri della missione UNTAC di utilizzare la moneta locale ha portato il dollaro ad essere seconda moneta del paese e, di fatto, alla perdita del controllo sui movimenti interni di denaro. Dal primo ufficiale di frontiera, dal più insignificante dipartimento di polizia, ai vari ministri, fino allo stesso Re, la corruzione e’ il sistema. Non si entra in ospedale senza passare “under the desk”, non si sporge una denuncia senza pagare l’agente che hai di fronte, non si apre un’attività economica qualsiasi (ne’ la si conduce) senza “stabilire buone relazioni con le autorità”.
D’altronde, poliziotti, militari, dottori, funzionari turistici, impiegati di ogni genere del settore pubblico (facendo sempre eccezione per la leadership) sopravvivono con uno stipendio di 20 dollari americani al mese, spesso con una famiglia numerosa alle spalle.


Cambogia oggi.
Se la Cambogia turistica sopravvive nonostante queste condizioni, il resto del paese arranca. Mentre le catene alberghiere internazionali e compagnie aeree locali influenzano direttamente le scelte degli amministrazione del paese (fino a impedire la costruzione di strade quando sia ritenuto nocivo al loro interesse), la fame e la mancanza di servizi sanitari fondamentali affliggono
la maggior parte della popolazione.
Con il 65% di cambogiani affetti da tubercolosi -altra eredità raccolta dal delirio suicida del regime degli Khmer rouge attraverso la citata abolizione del sistema sanitario e la deportazione dell’intera popolazione nella campagna in condizioni inumaneil 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà e la corruzione come unico mezzo per ricevere l’assistenza necessaria, ciò che non termina la fame lo conclude la malattia.
Proprio ora, mentre l’attenzione sanitaria mondiale e’ rivolta al raffreddore dei polli, la Cambogia affronta la più devastante epidemia di dengue che abbia mai colpito il paese. Il clima umido della stagione delle piogge rende questa malattia, letale specialmente per i bambini, di facilissima diffusione.
L’assoluta inconsistenza degli interventi del governo e la politica sanitaria dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (“paese povero, medicine povere” che, tradotto nel dizionario cambogiano, significa l’autorizzazione a vendere medicine per la tubercolosi vietate nei paesi più sviluppati in quanto inefficaci e dannose per la salute) lasciano le uniche speranze nelle mani delle ONG che operano nel paese.


Volontari all'opera.
Nell’inferno della vita comune in Cambogia, solo l’intervento imponente di numerose organizzazioni non governative, di estrazione locale o di carattere internazionale, ha portato il paese a compiere piccoli passi avanti dalla fine dell’occupazione ad oggi.
Gli unici ospedali funzionanti, l’alfabetizzazione diffusa nell’entroterra, il reinserimento dei disabili il cui numero cresce quotidianamente (minare i campi di riso è stata la strategia preferita dell’ultimo decennio di guerra civile), sono alcune tra le tante attività svolte dalle associazioni che, gratuitamente, sostituiscono governo e istituzioni internazionali.
Dieci anni fa si scriveva che per la Cambogia: “la speranza risiede nelle persone non ancora nate”. Oggi la speranza per la Cambogia sta negli eroi sconosciuti che si assumono la responsabilità delle scelte di altri. In quelle persone che lottano quotidianamente contro la fame e le malattie in un paese dove il senso della comunità -un tempo carattere distintivo della nazione e’stato sotterrato da troppo tempo. Persone che ritengono che “Aspettando Godot” non si arrivi da nessuna parte.





Il complesso dei templi di Angkor Wat, meraviglia del mondo di eccezionale impatto, il turismo sessuale e la diffusione della droga sono i tre punti focali attorno i quali si muove il turismo internazionale e che hanno indotto un crescente interesse verso il paese.
Il governo guadagna moltissimo da questo turismo, sia in via ufficiale -attraverso i costosissimi biglietti di ingresso per i templi, di cui il 75% del ricavato finisce direttamente nelle mani del ministro delle finanze- sia in via non ufficiale, attraverso le varie procedure sottobanco. Catene alberghiere internazionali, in particolare provenienti dalla vicina Tailandia, pagano a caro prezzo la possibilità di agire su un terreno che offre spazio per le più grandi speculazioni. La comunità guadagna un po’ meno, spaccata tra strade colorate, luminose e tranquille, e il resto delle città, abbandonate al più totale degrado.
L’ingresso di questi grandi capitali ha contribuito alla formazione di una diffusa microcriminalità che fa dei turisti il proprio punto di riferimento, come vittime o come clienti.

Marco Bettoni

10 ottobre 2007

EDITORIALE OTTOBTRE 2007

Va bene. Il Quirinale, con il suo folcloristico codazzo di corazzieri e ciambellani, costa 235 milioni l’anno e un volo di stato preso di straforo manda in fumo 20 mila euro. L’indignazione dell’onesto contribuente ci sta e bene fanno i tribuni di turno a darle visceralmente sfogo. Però. Però se ci entusiasmano le cifre, ne possiamo spulciare di migliori. I cosiddetti statali "fannulloni", quelli che contribuiscono con qualche sbadiglio al progresso economico-culturale del paese, costano 14 miliardi l’anno, l’equivalente di 60 Quirinali, di 700 voli di stato e di una discreta manovra finanziaria (dati Eurisko). Non ho ancora visto cortei contro di loro. Gli evasori fiscali, che viaggiano in Porsche e dichiarano un reddito da garzoni, costano 200 miliardi ogni 12 mesi, cioè 870 Quirinali e 10 mila voli di stato. E la piazza sembra snobbarli. Ma oltre ai fardelli attuali, ci sono anche quelli futuribili. Uno studio dell’Agici segnala che l’immobilismo infrastrutturale (leggi: No-Tav e No-Mose), nei prossimi 15 anni costerà ai cittadini altri 200 miliardi. E tanto per restare tra le quattro mura. Per uno studente fuoricorso lo Stato sborsa 20 mila euro l’anno. Voi quanti fuoricorso conoscete?
Luca Gualtieri

13 agosto 2007

CRITICA ROSA SHOKKING

“Voglio un mondo rosa shokking” sembra essere il libro dell’estate, o almeno di questo inizio di stagione. A giudicare dal presenzialismo del volume nelle vetrine di tutte le più grandi librerie e mediastore della città, e considerato anche la velocità con cui scompare dagli scaffali ci potrebbe far pensare che il romanzo (di ciò stiamo parlando) di Virginia Fiume e Rossella Canevari ( in rigoroso ordine alfabetico inverso) possa essere accostato a quegli instant book su commissione, di cui le case editrici si servono per rientrare dalle spese: un po’ come succedeva negli anni ’90, e forse ancora oggi, quando una casa discografica prendeva cinque giovanotti, li strapazzava un po’, dava loro dei ruoli che il pubblico riconosceva, e via; avevi fatto i Five. Eppure il libro non è questo. Il progetto nasce da un’esigenza che dalla lettura emerge chiaramente. Le due autrici vogliono scrivere un libro; probabilmente non importa come. Basta sfondare nel mercato libraio. La spinta al racconto non nasce dal desiderio di svolgere proprio quella storia. Il discorso del testo è paradossalmente in secondo piano: nel momento in cui consideriamo come obiettivo di un autore la scrittura, diviene non necessario giudicare la trama, o per dirla meglio, la fabula. “Voglio un mondo rosa shokking” sembra essere il racconto di come sia possibile costruire un prodotto editoriale con grande impegno, talento, astuzia, veicolando un messaggio, (non importa quale) con sempre bene in mente il pubblico, o meglio, il lettore ideale. Il racconto di un breve ma intensissimo lasso di vita di due giovani donne milanesi, più o meno in carriera, che lottano, in modo diverso, ogni santissimo giorno, contro una società gerarchicamente governata dall’uomo, dove però alla fine è la donna che sceglie sempre e comunque, è il mezzo (e il fine insieme) a cui hanno teso, con successo e grande merito le due autrici. Sì perché la storia è bella, è veloce e soprattutto parla di cose: se durante la lettura vi aspettate che le due protagoniste vadano al supermercato, bè ci andranno, e andranno in quello che avete immaginato voi; sì esatto: L’Esselunga. Il libro è pieno di spie adatte all’immedesimazione più completa: non è possibile immaginare una Milano diversa da quella descritta soprattutto nei capitoli di Camilla, la studentessa laureanda. Il punto di vista è sempre interno al testo sia nelle sezioni di Camilla, sia in quelle di Sofia, la sorella maggiore trentenne. Per diciassette fitti capitoli le due narratrici-personaggio si palleggiano l’esposizione, tentando a volte di sfruttare le qualità del narratore postmoderno: la reticenza, le focalizzazioni su altri personaggi, e la continua manomissione del tempo del discorso. Nei capitoli di Camilla sappiamo cose già successe, ma che poi ci spiegherà meglio Sofia quando verrà il suo turno. Dal piccolo si giunge al grande, dal particolare al totale. Sembra che la costruzione dell’intreccio dipenda esclusivamente dal punto di vista delle narratrici, ma alla fine scopriamo che non è così: il capitolo chiamato Epilogo si chiude con un post-scriptum che strania la vicenda, togliendola dalle mani delle protagoniste. In questo brano non si sa chi parli, (un terzo narratore? Sofia? Camilla?) ma, benché il testo sia stato totalmente aderente ad un contesto reale, questo punto di vista nuovo si rivolge al lettore, ricordandogli che è tutto finto: è tutta fiction, invenzione. Un finale quasi borgesiano, addirittura crudo, se il lettore ideale ha seguito le indicazioni delle narratrici: ma se non le ha seguite, allora avrà già capito che nulla è reale nel mondo rosa shokking.

Fabrizio Aurilia

1 agosto 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N.11


Cari lettori e care lettrici, abbiamo di fronte a noi un altro interminabile agosto di studio, tremendo, innaturale e coatto studio. Gli esami di settembre sono vicini, più vicini di quanto non crediate. Ma non preoccupatevi, il Vostro Affezionatissimo ha preparato per voi una succulenta, quanto superficiale puntata di questa rubrica, che, appare chiaro oramai, si trascina da undici puntate lungo il cammino di una lentissima agonia: come la carriera del Barone Franco Causio, che dopo aver fatto le fortune alla Juve, nell’86 va a svernare a Lecce, cercando di ritrovare lo scatto dei tempi d’oro, ma racimolando solo risatine di scherno, e qualche commento del tipo: eh, si vede che non è più quello di una volta. Lo so benissimo che anche voi, là fuori, la pensate così riguardo questa rubrica. Ma io me ne frego e vi parlerò di un gadget che ha cambiato, in parte, il modo di giocare di noi piccoli bimbi anni ottanta, persi come eravamo tra le superfetazioni berlusconiane, di una televisione oramai dai costumi corrotti, e il terrore dei parchi. Quel subdolo brivido che si faceva subito sgomento, quando qualcuno, più avvezzo di noi al mondo, ci diceva che nei parchi c’erano quelle cose che si chiamavano "I Drogati". Erano quelli che posizionavano le siringhe infette proprio accanto allo scivolo, oppure lì nel recinto con la sabbia. La parola "siringa", negli anni ottanta, era orrendamente legata al parco. Forse è per questo che in Italia non esiste uno straccio di pensiero ecologista che prescinda da Pecoraio Scanio: siamo stati istigati ad odiare i parchi. Ma una siringa l’avevamo e l’amavamo. Più che una siringa era una cannuccia, la mia era azzurra: era la cannuccia del Crystal Ball (ora il lettore affezionato dirà: ah! il Crystal Ball, che bello!). Il gioco era quello di prendere della "pasta" e stenderla accuratamente, poi imboccare la cannuccia e soffiare: a quel punto la "pasta" si trasformava in un palloncino colorato trasparente, e più soffiavi, più diveniva grande, poi lo si staccava e si ripeteva l’operazione, fino a che non ci si ritrovava in un mondo di colori, fatto di rotondità leggere, che si libravano nell’aria, assecondando i nostri movimenti. Noi intellettualoidi di Vulcano molte volte ci ritroviamo a maneggiare della "pasta", per poi avere a che fare con dei piccoli tubicini, soffiando nei quali, dopo un po’, il mondo torna ad essere pieno di colori, a riempirsi di leggerezza, di spensieratezza anni ottanta. Eppure, in anni di riunioni di redazione, il Crystal Ball non l’ho mai visto.

Dedicata ad una lettrice che, circa un anno fa, mi chiese di parlare del Crystal Ball.
Fabrizio Aurilia

30 luglio 2007

"NIENTE DANTE AD AGOSTO" Parola dei Prof.


L’Alighieri è il grande escluso dai docenti della Statale. Dal piano di studio estivo. Il piano di studio estivo non si trova nei dipartimenti universitari, ma si tratta di una speciale raccolta di titoli che i professori hanno stilato, dietro richiesta di Vulcano, per gli studenti che desiderano leggere un libro compatibile con i contesti vacanzieri. In particolare, un testo da leggersi sotto l’ombrellone, con la concentrazione messa a repentaglio dai vari "Cocco bello…cocco bello", e poi da bambini che piangono per mangiare un pezzo di focaccia e poi piangono perché non possono fare il bagno dopo aver mangiato la focaccia, e ancora piangono quando è ora di uscire dall’acqua.
Paolo Bosisio è stato il primo a rispondere. Giovanni Iamartino ha preliminarmente consigliato di non smettere di pensare, durante le vacanze, e ha ricordato che il pensiero è uno dei passatempi più disponibili sul mercato. Elena Dagrada ha indicato un racconto di Salinger, che, a detta sua, è migliore del Giovane Holden. Amedeo Vigorelli, dopo aver premesso che in spiaggia occorre fare silenzio ‘interiore’, ha chiesto a noi cosa gli consigliavamo per le vacanze. Stefano Allovio ha dichiarato che, con una bambina piccola, di tempo sotto l’ombrellone ne ha poco perché: «Lo passo a fare buche nella sabbia, formine, secchiellate e rastrellate di varia natura». Maria Teresa Cattaneo, invece, ha segnalato un libro di Fruttero che: «Farà guardare con occhio diverso i propri vicini di ombrellone».


STEFANO ALLOVIO. Antropologia culturale
M. Aime, L. Tokou, Gli stranieri portano fortuna, Epoché
F. Remotti, Contro l’identità, Laterza


PAOLO BOSISIO. Storia del teatro e dello spettacolo
H. Khaled, Il cacciatore di aquiloni, Piemme
S. A. Hornby, Boccamurata, Feltrinelli


MARIA TERESA CATTANEO. Letteratura spagnola
E. V. Matas, Il viaggio verticale, Voland
F. Fruttero, Donne informate sui fatti, Mondadori


ELENA DAGRADA. Teoria e analisi del linguaggio cinematografico
G. Parise, Sillabari, Adelphi
J. D. Salinger, Nove racconti, Einaudi


FRANCA CAVAGNOLI. Teoria e Tecnica della traduzione inglese
P. Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, Adelphi
R. Matteucci, Cuore di mamma, Adelphi


GIOVANNI IAMARTINO. Storia della lingua inglese
J. Swift, I viaggi di Gulliver, Feltrinelli
D. Lodge, Scambi, Bompiani.


MARIA GIULIA LONGHI. Letteratura francese
G. de Maupassant, Racconti di vita di provincia, Einaudi
J. C. Izzo, Vivere stanca, E/O


AMEDEO VIGORELLI. Filosofia morale
O. Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
L. Fest, Io no. Memorie d’infanzia e di gioventù, Garzanti


Diana Garrisi

22 luglio 2007

DIRITTI DISTRATTI

Dietro il fronte, amaramente trasversale, che in Italia intende negare diritti alle coppie di fatto ed omosessuali, non vive solo una depressa e atavica ignoranza. La crisi è più profonda e si inserisce a pieno titolo nel fenomeno che vede decrescere il potere politico, in virtù di una sempre più accentuata anarchia di interessi corporativistici e finanziari. In questo modo, le autorità governative tradizionali, incapaci di rispondere alle sfide cruciali che la contemporaneità presenta, riflettono sulle libertà individuali i propri interventi normativi. Il bigottismo, l’instabilità e la piacioneria tutta italiana spiegano gli imbarazzanti ritardi, in termini di diritti civili, del nostro Paese rispetto al resto d’Europa. Così, mentre si dovrebbe discutere di riforme istituzionali, welfare-state, integrazione e clima, da noi, a giorni alterni, si dibatte della tanto ostentata quanto insignificante castità prematrimoniale del ministro Mastella, dei lifting dell’onorevole Luxuria, dell’harem del presidente Berlusconi. Insomma, come scriveva Piero Gobetti: "senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico".
Gregorio Romeo

20 luglio 2007

EDITORIALE LUGLIO 2007

Su un noto blog letterario di cui vi consiglio la lettura (ilgiudicesulmulo.blogspot.com), c’è un amaro ma reale aforisma: "La legalità è per gli italiani come la pastasciutta per gli svedesi: un contorno". Me ne sono accorto una volta di più leggendo le isteriche reazioni di alcuni studenti alla nostra inchiesta – pubblicata sul numero di Vulcano di giugno e leggibile sul nostro blog – riguardo all’esame di letteratura tedesca. Si va da chi ci definisce dei "rastoni che farebbero meglio a pensare a studiare invece che a scrivere" a chi ci insulta accusandoci di aver messo a rischio la facilità di uno degli ultimi baluardi degli esami fuffa dentro la Statale. Il fatto che su questa inchiesta noi ci abbiamo lavorato per ben 3 mesi e che ogni riga da noi scritta è documentata dalle prove che abbiamo raccolto, ovviamente passa in secondo piano. Visto che a quanto pare siamo noi a doverci sentire nel torto per aver denunciato una situazione di manifesta illegalità.

Gli insulti a Vulcano da un certo punto di vista non mi meravigliano nemmeno troppo. Rientrano in un atteggiamento più generale, e tipicamente italiano, nei confronti della legalità. Quello ad esempio del cittadino indignato che stabilisce lui se e quante tasse pagare, credendosi pure nel giusto perché lo Stato è arrogante e poi i politici sono tutti ladri. Quello delle donne che tirano i sassi alla polizia mentre arresta i camorristi, perseguitati eroi che lottano per combattere la disoccupazione nei quartieri degradati di Napoli; quello di Gustavo Selva il cui deretano resta saldamente incollato allo scranno del Senato perché sono i cittadini – dice lui - a chiedergli di restare; quello infine di tutta una classe politica tangentopolitana (e post-tangentopoli) che si è autoassolta dapprima "perché tanto rubavano tutti e allora perché solo io dovrei pagare, i problemi sono altri" e poi con il motto "la magistratura vuole fare un colpo di stato". L’illegalità quando fa comodo a tutti, nel nostro Paese viene spesso placidamente accettata, condivisa e difesa come un diritto sacrosanto. D’altronde è fastidioso avere un mondo dove esistono le leggi. E dove per passare agli esami non basta solo comprarsi dei libri, ma bisogna anche studiarli. E’ triste constatare che gli ancestrali vizi italici si insinuano di già nella mente di molti studenti. Ragazzi che si apprestano a divenire parte attiva della società di domani. Persone che continuando a difendere con orgoglio il diritto all’illegalità andranno ad aumentare la solita vetusta zavorra che appesantisce l’Italia da tempo immemorabile.
Beniamino Musto

15 luglio 2007

DUE E TRE QUARTI


Adolescenti isterici inebriavano l’aria di motti natalizi. Un bambino biondissimo getta un guanto per terra per poter tirare meglio il cappotto della madre. Fidanzati facchini. Una famiglia di indiani accompagna la figlia a cercare un regalo di fidanzamento, forse. Un bigle lascia la sua traccia vicino ad una rossa cabina telefonica e l’anziana padrona arrossisce e sa che dovrà provvedere alla vergogna.

Il primo sorso.
Poliziotti agli angoli delle strade che non battono ciglio. Skaters. Un ragazzo vestito elegantemente con i capelli lunghi e biondi raccolti in una coda con una custodia di un sax.
Una ragazza pallida con i capelli neri lucidissimi raccolti dietro. Un giovane che fuma una pipa in strada! Bambini incollati alle vetrine del Disney Shop.
Un altro sorso.
Una madre che pulisce con un tovagliolino gli angoli della bocca della figlia.
Finito.

"Non è certo il buon caffè che posso bere in Italia, ma non si rinuncia mai ad una sana dose di caffeina allo Starbucks". Pensava, mentre appallottola con entrambe le mani -facendo attenzione a non far cadere il "The Times" da sotto il braccio - la tazza cartacea e la getta nel primo cestino che trova.

Non odiava la folla, era abituato ad averne a che fare in preparazione dei concerti, ma voleva dedicarsi alla lettura nel parco. Si riversa nell’Hyde Park. Indeciso se sedere su una sedia bianca di fronte alla tensostruttura con il palco o dividere una panchina con qualche senza tetto, si dirige altrove. Apre il giornale e lo adagia sull’erba, vicino ad un laghetto.
Si passa una mano fra i capelli e apre la cartelletta di pelle.
"Troppe scartoffie!" Ride compiaciuto della confusione che si porta appresso: è il miglior allenamento per mantenere l’equilibrio in tutto quello che fa.

L’aveva sfogliato un paio di volte. La prima il pomeriggio stesso in cui l’aveva trovato, abbandonato o dimenticato nell’erba posticcia su quel grattacielo di Milano. Si era però limitato ad ammirarne incantato la calligrafia e non sapeva se fosse giusto o no leggerne il contenuto. La seconda quand’era in aeroporto, ma l’aveva richiuso subito perché intendeva celebrare il rito della lettura da solo e in silenzio.
Lo teneva sul palmo della mano. Era di forma rettangolare e piuttosto allungato in verticale. Aveva una copertina marrone rigida.
Lo apre.
Sulla prima pagina due sigle in inchiostro dorato, scritte a mano con una calligrafia ottocentesca " I. D. ". Poco più sotto un sottotitolo: " l’abaco della cifra mnemonica delle mie esperienze mute ".

Eva Dolce

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