10 novembre 2007

CARTOLINA DAL MAROCCO


All’ aeroporto di Marrakech è frequente imbattersi in guide improvvisate che cercano di spillare qualche decina di euro ai visitatori in cambio di un giro turistico in città.
Non si possono riconoscere perchè non hanno segni distin­tivi e il loro approccio sembra solo di cortesia, come semplici viandanti.
Così è stato anche per noi, giunti in aereo a Marrakech l’ulti­ma settimana di settembre. Non appena ci avviamo con l’auto noleggiata la guida si affianca in motorino per indicare la stra­da verso la città. Poi, si propone di salire in macchina e così, in poche ore, visitiamo insieme i mercati, le botteghe, assaggia­mo i sapori della tavola e accettiamo di vedere i dromedari in un arido palmeto subito fuori il centro urbano.
Durante il Ramadan, la città, interamente musulmana, è più lenta. Le botteghe chiudono prima e così anche Place Djemaa el Fnaa, nel cuore della Medina (città vecchia) è meno affolla­ta del solito. Ma nell’area coperta dei Souq, verso nord, i mille e più negozi di tappeti e ceramiche sono sempre aperti, in vie strette e quasi buie per la folla di persone e cose esposte.
Qui le compere, e non solo per i turisti, seguono un rituale unico, perchè le cose non hanno mai un valore. La contratta­zione è estenuante: il negoziante fa il primo prezzo, sempre altissimo. Il compratore ribatte per la metà. Il negoziante non accetta, però sembra pensarci su. Allora arriva la contropro­posta, ma non va bene, troppo alta... Finché uno dei due cede, e generalmente i bottegai possono andare avanti ore.

Il caos che regna nella piazza, soprattutto al tramonto, quan­do vengono allestiti tavoli per cenare all’aperto e l’intera area si popola di cantastorie, musicanti, giocolieri, elemosinanti, non deve evidentemente intaccare la spiritualità della mo­schea Koutubia, a sud della piazza, che purtroppo rimane an­cora inaccessibile ai visitatori europei. Dall’omonimo minare­to alto 69 metri, gemello della Giralda di Siviglia per età e stile ( risalgono entrambe al XII secolo ), il Muezzin richiama alla preghiera i fedeli cinque volte nelle ventiquattro ore. Le sue sono parole tonanti, che svegliano nella notte entrando per­fino nel nostro Riad, a qualche centinaia di metri di distanza. I Riad, (in arabo “giardino”) un tempo erano ricche dimore di si­gnori locali. Oggi sono hotel anche lussuosissimi, che offrono ai visitatori riparo dalla rumorosa vita cittadina. L’abitazione si sviluppa attorno ad un cortile centrale aperto, senza vista sui vicoli attorno, isolata dal mondo esterno.
All’interno lo scenario è in molti casi splendido. Pareti coperte da mosaici in maiolica, pavimenti rivestiti di tappeti, mentre nel cortile un rivolo d’acqua scorre in una fontana di terra­cotta.
Per contrapporla a Casablanca, città industriale sull’Oceano Atlantico, gli abitanti la chiamano “Città rosa”. Il colore degli edifici, soprattutto nella Medina, è quello delle terre che cir­condano la città, un rosa tiepido che accompagna la memoria di ogni istante vissuto a Marrakech.
Per secoli è stata definita “Porta del Sud”, luogo di incontro delle carovane di dromedari provenienti dal Nord, con stoffe e tappeti, e di quelle provenienti dal meridione, con oro, avo­rio e schiavi neri.
Oggi Marrakech è il punto di partenza per chi vuole avventu­rarsi nel “Grande Sud”, oltre le montagne dell’Atlante, fino alle prime dune di sabbia, a pochi chilometri dal confine saharia­no con l’Algeria.

In questa regione vivono le popolazioni marocchine di etnia berbera, ancorate a stili di vita antichissimi. Sono le popola­zioni originarie del NordAfrica, spinte nelle aree più interne del Continente dalle invasioni arabe, che si sono succedute nel primo Medioevo diffondendo l’Islam e la lingua araba. Ma i berberi hanno mantenuto e tramandato la loro cultura, prevalentemente orale, e la loro lingua, basata su un proprio alfabeto che conta ben tremila anni.
Così, attraversando le campagne montuose dell’Atlante, nella direzione di Ouarzazate, il Marocco diventa più inafferrabile, i paesaggi si fanno sensazionali, i villaggi sono rari e nascosti. Dalla strada si possono intravedere delle costruzioni in argilla incastonate nelle montagne.
Poi, se un villaggio sterrato non dista troppo dalla strada asfaltata e il terreno è agibile, si può tentare di raggiungere le case di pietra che si raccolgono attorno al solito Minareto, per scoprirne gli abitanti. Almeno una persona nel villaggio parla francese, gli altri il tamazight (per noi “berbero”).
E mentre conosciamo gli uomini adulti che lavorano alla co­struzione di una piccola moschea in pietra, i bambini escono alla spicciolata dalle case. Dapprima, con sospetto, restano fermi davanti agli usci, poi ci approcciano con una palla per giocare insieme. Ci chiedono anche delle penne per scrivere (dicono “bic”). Così, ci facciamo indicare la scuola, che scopria­mo incredibilmente in ottime condizioni in contrasto con la povertà del villaggio.

Intanto delle donne ci chiamano verso le loro case. Vogliono offrirci del tè verde zuccherato al sapore di menta, autentico segno dell’ospitalità delle popolazioni berbere. Un rito che si ripete sulla strada rettilinea verso Zagora, ultima città da attraversare prima di immergersi in un paesaggio rarefatto, dove all’orizzonte le ultime montagne nere bruciate dal sole sembrano crateri, finché la natura si spegne e lascia il posto al deserto.

Dario Augello

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