14 luglio 2009

DIALOGO NEL BUIO

L’essenziale è invisibile a gli occhi. Così affermava nel “Piccolo principe” Antoine de Saint-Exupéry. Non occorrono, infatti, per percepire quelle linee invisibili chiamate emozioni e sentimenti.
Ma se la vista è un senso fondamentale, probabilmente quello su cui oggi l’uomo fa più affidamento, in via Vivaio le cose vanno un po’ diversamente: nel 2005 l’Istituto dei Ciechi di Milano ha allestito una mostra-itinerario per conoscere e capire i metodi e gli espedienti utilizzati da un non vedente nella vita di tutti i giorni. Come? Portando il visitatore nella totale assenza di luce.
C’è chi la paura del buio l’ha superata da tempo, chi si muove bene nell’oscurità degli ambienti conosciuti. Ma non tutti i giorni si rimane nell’oscurità totale. Qui si impara a conoscerla.

La visita dura poco più di un’ora e cerca di ricreare esempi comuni di vita quotidiana: una passeggiata nel parco, il traffico cittadino, gli spostamenti in casa, una gita al lago. Non sono richieste particolari abilità, solo il desiderio di mettersi in gioco, con l’ausilio di una guida non vedente, un bastone per avere il senso della misura e i restanti quattro sensi.
All’inizio una guida specializzata, dopo aver presentato brevemente la mostra, cerca di aiutare il visitatore a prendere dimestichezza con il luogo. Il passaggio al buio totale infatti non è immediato: luci sempre più soffuse accompagnano il visitatore fino al vero inizio della mostra.
Il tutto parte come un gioco, una sorta di mosca cieca ordinaria e abusata durante l’infanzia, ma presto si trasforma in una nuova prova da sperimentare: tatto e udito, odorato e gusto, sembrano risvegliarsi dopo un lungo letargo, e con essi anche la consapevolezza si desta e fa capire quanto poco sappiamo percepire ad occhi chiusi. Dopo un lungo vagare in ambienti sconosciuti ogni passo compiuto ha quasi il sapore di un trionfo.

Il non sapere cosa si troverà, con chi ci si scontrerà, provoca un senso di smarrimento e successivamente di immedesimazione con chi questa realtà la vive nel quotidiano, così diversa, e spesso più complicata, rispetto a quella cui siamo abituati.
Lo si nota in particolare alla fine della visita, consumando un piccolo aperitivo al bar. Parlando si commenta l’esperienza appena vissuta insieme alla propria guida, il tutto rigorosamente al buio. Qui si imparano piccoli stratagemmi per riconoscere il denaro o per non rovesciare la bevanda su nessuno. Ma soprattutto si parla. Il protagonista in tutto questo, infatti, non è il buio che avvolge e a tratti può spaventare: è il dialogo. Senza di esso i visitatori - tendenzialmente i gruppi sono formati da non più di otto persone per volta - non riuscirebbero a proseguire una volta iniziato il viaggio. L’importanza della parola aumenta notevolmente, trasformandosi in un mezzo potente, capace di eliminare gli impedimenti fisici e caratteriali che a poco a poco si incontrano: mentre si prosegue, infatti, non solo influenza ogni nostro singolo movimento ma allo stesso tempo combatte le difficoltà dovute alla timidezza e l’esitazione. Si impara così a diffondere solo l’essenziale: la comunicazione diventa percettività, la condivisione con il gruppo necessaria.

La mostra non ha limiti di età, aperta a grandi e piccoli, alle scuole e ai privati. L’Istituto dei Ciechi inoltre offre molte altre iniziative anche al di fuori della mostra: il Cafénoir - aperitivi e cene al buio- spettacoli teatrali e visite al museo tattile, sempre nella sede di via Vivaio. Maggiori informazioni si possono trovare sul portale http://www.dialogonelbuio.org/ .
Senza dubbio un metodo innovativo e efficace che dà l’opportunità di comprendere le difficoltà e gli ostacoli di un non vedente. Un’esperienza unica nel suo genere, che ci ricorda che “non occorre guardare per vedere lontano”.

Luisa Morra

L’alfabeto Braille venne inventato nel 1821 dal francese Louis Braille, divenuto cieco in gioventù, per permettere ai non vedenti di leggere. Successivamente, attraverso macchinari più complessi, venne utilizzato anche per scrivere.
Il sistema, molto semplice, si fonda su una serie di simboli composti da al massimo sei puntini in rilievo. Ai 64 caratteri possibili, corrispondono significati diversi. Vista la loro limitatezza, ad ognuno possono corrispondere più valori, ad esempio una lettera, un numero e una nota musicale.
Benchè esistano software per convertire un testo dai caratteri latini, il lettore non vedente ha esigenze particolari, leggendo con la mano e non con gli occhi.
Denuncia però Cecilia Trinci, responsabile di uno dei due centri specializzati in Italia, sempre meno sono gli esperti in grado di farlo. Nel suo centro fiorentino (l’altro è a Monza), vengono prodotte 200 mila pagine all’anno, che bastano però appena a coprire le richieste di testi scolastici.
Se non si interverrà incentivando la formazione di esperti, il rischio è che i molti non vedenti italiani si trovino ancora più al buio.

6 commenti:

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