5 marzo 2007

BOCCACCIO E IL "SUO" MARZIALE

Era il Febbraio dello scorso anno quando il giovane filologo Marco Petoletti, già ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, ha compiuto una delle più importanti scoperte degli ultimi anni. Nel corso dei suoi studi presso la biblioteca Ambrosiana si è infatti imbattuto in un codice particolare quanto prezioso: “gli ultimi studi sul codice (rivelatosi poi nientemeno che un autografo di Giovanni Boccaccio) risalivano al 1903, quando il Sabbatini interpretò quella scrittura così precisa, pulita e rilassata come un indizio inequivocabile di umanesimo e datò così il testo al XV secolo. Per quanto riguarda la mia ricerca, ho invece capito abbastanza in fretta che quella scrittura era del Boccaccio, perché avevo già studiato altri suoi autografi. Il codice si compone dell’intera opera del Marziale, provvista anche di quel “Liber Spectaculorum” che il Certaldese dovette provvedere a copiare da un antigrafo custodito, con ogni probabilità, nella biblioteca del monastero benedettino di Montecassino. Questa scoperta mi ha, a tratti, davvero emozionato, non solo per la personale venerazione con cui normalmente mi approccio ad un testo del Boccaccio, ma soprattutto per il fatto che nello scorrere il testo ho osservato il celebre autore del Decameron reagire al colloquio con un autore classico come Marziale. Boccaccio non è un postillatore folle come Petrarca, ma va ricordato che in alcuni luoghi del testo i suoi commenti sono ficcanti e dimostrano di essere frutto della penna di un grande uomo di lettere e scrittore. Sul testo di Marziale, Boccaccio si lascia andare a fortissime imprecazioni, che giungono a sfiorare il turpiloquio quando si imbatte nella lettura del celebre passo in cui il poeta latino loda smodatamente l’imperatore Domiziano. Qui appaiono le maniculae, sorta di eloquente “proto-gestaccio” che soltanto il Certaldese poteva permettersi. Tuttavia le glosse non si compongono solo di brevi notazioni, di mottetti, di giochi di parole e di irriverenti maniculae, ma anche di splendidi disegni. E’ certamente da sottolineare quest’attitudine alla raffigurazione figurale, perché i cinque schizzi che accompagnano il codice sono capolavori dentro al capolavoro”. La “scoperta” di Marco Petoletti ci regala quindi un Boccaccio per certi versi inedito e fa luce sullo stretto legame che unisce il “Padre della prosa volgare” ai classici latini. Il lungo lavoro filologico di attenta analisi testuale ha squarciato il velo di mistero che secoli di oblio avevano fatto sedimentare su questo codice. Per noi non addetti ai lavori è quasi commovente, vedere Boccaccio reagire al testo classico: da un lato Petoletti ha trovato riscontri di lodi per la raffinata poetica di Marziale, ma dall’altro ha trovato insulti veri e propri. E forse, proprio a questo rapporto così sanguigno, sincero e ancora ingenuamente medievale con i classici, dovremmo, almeno in parte, tendere oggi. Ispirarsi alla metodologia di lavoro testuale propria di un Boccaccio o di un Petrarca (si noti che una differenza tra i due, comunque, sussiste) vuol dire, senza troppi giri di parole, sapersi emozionare, arrabbiare e anche entusiasmare davanti ad un testo, classico o recente che sia. Se è vero, come dicevano i latini che “Historia se repetit” la filologia, come disciplina al limite tra lo scientifico e l’umanistico, con le radici ben piantate nell’humus dei classici, ha ancora molto da dire e da dare. Infine, sembra opportuno sottolineare il fatto che una scoperta tanto importante sia stata compiuta da un giovane ricercatore, che, per ovvi meriti personali ha avuto la possibilità di studiare anche il “Virgilio Ambrosiano” di Petrarca, uno dei libri più preziosi al mondo, conservato nella nostra Biblioteca Ambrosiana.


Davide Zucchi

2 marzo 2007

P.I.D.

Paul McCartney. L’ ex membro dei Beatles è da anni al centro delle chiacchiere e sempre alla ribalta. La leggenda della morte presunta del musicista è forse la più famosa “ teoria del complotto” della storia del rock. Che si voglia credervi o meno, nel corso degli anni questa diceria, che presenta non poche difficoltà e qualche evidente discrepanza, ma anche parecchi indizi intriganti, ha appassionato moltissimi ricercatori di queste chimere.

La tesi iniziò a circolare ormai un quarantennio fa. Era il 12 Ottobre 1969 ed una radio del Michigan annunciava in diretta, tramite la telefonata di un ascoltatore anonimo, la morte del cantante. La voce all’altro capo della cornetta rivela al mondo che Paul sarebbe morto nel 1966 in un incidente stradale e che il resto della Band e il loro manager, una volta appresa la funesta notizia ed avere organizzato un anonimo funerale, in fretta e furia l’avessero sostituito con un sosia, tale William Campbell, un ex poliziotto sosia di McCartney. Gola profonda vagheggiava anche alcune tesi riguardo ai repentini pentimenti degli altri Beatles, e che rosi dal senso di colpa avessero disseminato nelle copertine dei loro dischi, indizi e prove. Consigliò anche a Gibb, il conduttore radiofonico, di ascoltare i finali di alcune canzoni e di ascoltarle attentamente al contrario. La telefonata scatenò una caccia alla traccia senza precedenti. Questi ricercatori produssero tesi interessanti avvallate da numerosi indizi presenti nei dischi dei Beales dal 1965 fino al definitivo scioglimento del gruppo. I ragazzi di Liverpool da parte loro non smentirono ne confermarono la fantasiosa tesi e la cosa accrebbe i sospetti in molti ricercatori e fans. D’altraparte le prove erano sotto gli occhi di tutti. Le copertine dei loro album erano e sono piene di allusioni, riferimenti a simboli esoterici e personaggi dalla dubbia fama, come Alister Crowley, che appare sulla copertina del cd più famoso della band: “Sgt. Pepper’s Lonley Heart Club Band”. Come mai uno dei più sinistri personaggi del novecento, legato ad ambienti di esoterismo e satanismo appare sulla copertina del gruppo più famoso del momento ?. E sempre nello stesso disco, forse uno dei più importanti della storia del rock, una esplosione di suoni nuovi e diversi che mai nessuno aveva scritto e suonato, gli indizi non si sprecano. In una intervista Ringo Starr afferma che nella copertina sono ritratti numerosi personaggi che loro stimano e ammirano. Il gia citato Crowley, Edgar Allan Poe, Marlon Brando, e molti altri. Ma è innegabile che alcuni di questi presentino storie piuttosto inquietanti. Gli stessi Beatles sono raffigurati sulla copertina nella loro versione “origini” quasi a lutto , dove sembrano guardare sconsolati la composizione floreale in terra. Questi fiori sono però sospettosamente simili ad una corona funebre e i fiori in primo piano raffigurerebbero un basso, strumento di Paul, addirittura così preciso da raffigurare un basso mancino come era Mc Cartney. E ancora la testa di Paul “nuova versione” è sormontata da una mano che secondo alcuni è simbolo funebre nelle culture orientali, a cui i quattro si erano avvicinati. Ma c’è stato chi ha cercato di scavare più a fondo e guardando la copertina allo specchio, trovò nella cassa al centro la scritta 1ONE IX HE DIE" ossia 11 IX ,9 Novembre, data della presunta morte, con delle frecce che indicherebbero proprio in direzione di Mc Cartney. Ma nella copertina sono celati ancora molti inizi, come una statua di Sheeva, dea indù della morte e della distruzione, che nel retro del disco indica con un dito la canzone che dice nel testo “ Wednesday morning at 5 o’ clock”, il giorno e l’ora della morte ( La canzone è She leaving ).

La ricerca però continua in ogni copertina dei dischi e per citarne alcune:

- la copertina di “Yesterday and Today”, dove i quattro apparivano sporchi di sangue e con in mano pezzi di bambole, viene cambiata con una ancora più criptica copertina, dove Paul sta dentro ad un baule molto simile ad una cassa da morto.

- Nella copertina di Magical Mistery Tour , la parola stellata "Beatles", guardata allo specchio, sembra un numero di telefono (2317438). Leggenda voglia che negli anni ‘60 chiamando quel numero a Londra, rispondesse una voce registrata che diceva "ti stai avvicinando".

La ricerca potrebbe snodarsi ancora per ogni copertina e per parecchie canzoni, alla fine di “I’m so Tired” ( sull’album bianco) una voce al contrario, forse di Jhon Lennon sembra dire “ Paul is dead, miss him miss him”. Ma si potrebbe continuare ancora per pagine e pagine. Queste dicerie però presentano parecchie incongruenze, prima tra tutte il proseguo della carriera di Paul, autore di alcune delle più famose canzoni dei beatles, per tacere il fatto che continuasse a cantare, sia studio che live, anche dopo la sua presunta morte. Leggenda o verità? Gli stessi Beatles potrebbero avere volontariamente disseminato i loro album di indizi, creando una delle più grandi operazioni commerciali della storia. A Lennon era riconosciuto in particolare un certo humor nero: una foto degli esordi lo mostra come morto mentre gli altri lo vegliano. La leggenda del PID avrebbe quindi solamente sosituito il beatles morto. Nel 2000 è stato realizzato, in Germania, addirittura un film su questa leggenda intitolato Paul is Dead. E nel 2005 in Italia è stato realizzato persino un musical. Verità o leggenda? Che ci si voglia credere o meno è innegabile che le dicerie abbiano portato ulteriore successo ai “Fab Four”. Brillante ed irripetibile operazione commerciale?. Di certo c’è solamente che se ne parlerà ancora per anni e che a meno di qualche repentino e tardivo outing, probabilmente la verità non verrà mai a galla.

Pablo Bernocchi

27 febbraio 2007

GROTTESCHERIE: HIRST E LO SQUALO RIPUDIATO

Swimming with famous dead shark: così, con un po’ più di una punta d’ironia, The New York Times titola (1-11-2006) un articolo dedicato al “caso” dell’arte che darà filo da torcere a critici, estimatori dell’arte e del gossip: lo “squalo” di Damien Hirst sta marcendo, e allora lui, il pezzo da novanta dei British Young Artists, l’alfiere del contemporaneo, l’asso nella manica della Saatchi Gallery - distributrice planetaria di multimiliardaria paccottiglia contemporanea - che fa? Lo restaura, è chiaro; ovvero, con uno scivolamento concettuale su cui vale la pena soffermarsi, lo sostituisce con un altro squalo; le due bestiole, a dire il vero, sono piuttosto simili – i pesci, si sa, non brillano per espressività – ma questo non ha dissuaso critici bacchettoni e anacronistici nemici del nuovo-che-avanza dal turbare il sonno del povero Hirst con il loro brusio di dissenso. Ma procediamo con ordine: nel 1991 il gallerista C. Saatchi commissiona, per la modica cifra di 50.000£, uno squalo in formaldeide al giovane Hirst, peraltro già arcinoto grazie al suo buongusto anatomico per aver esposto capre, cavoli, mucche e altri animali della fattoria immersi – diremmo imbalsamati, se non fosse termine così passatista – in una soluzione a base di formaldeide. Il gallerista londinese è, si sa, uno che ha fiuto per gli affari, e infatti: alla fine del 2004 l’opera – altresì detta, nostalgicamente, The Physical impossibility of death in the mind of someone living - viene battuta all’asta alla Gagosian Gallery per la cifra record di 6,5 milioni. Il fortunato (!) è S. Cohen, US hedge found manager e munifico collezionista d’arte, che sistema l’opera in casa in attesa della costruzione di un museo dedicato. Ma cosa sarebbe la vita senza un pizzico di brivido: dopo poco lo squalo, in barba all’impossibilità fisica del titolo, irresponsabilmente inizia a mostrare segni di cedimento, si deforma dall’interno e inizia ad emanare un nauseabondo fetore, il tutto galleggiante in soluzione verde speranza. Hirst non era mai stato troppo contento del risultato, di cui, già a suo tempo, diceva “Non incuteva poi così tanto timore. Pareva finto. Sembrava quasi non avesse peso”, il miliardario, invece, non si crucciava troppo - “E’ vero? Non è vero? Sono stato attratto da tutto il fattore di rischio” - e anche la faccenda della putrefazione, tutto sommato... Ma questo per l’artista è davvero troppo: chiama in Australia alcuni fisherman di fiducia, fa pescare un altro squalo, possibilmente con l’aria un po’ più truce, lo carica su un aereo e si rinchiude, armato di maschere, impermeabili gialli, aghi, formalina e imbalsamatori, in un capannone sperduto nel Gloucestershire, per “restaurare” la sua opera a ritmo di rap. “Il lavoro è lungo e complesso - dichiara Mr. Crimmen, responsabile al Museo di Storia Naturale e coordinatore dell’operazione - a causa delle dimensioni del corpo; centinaia di aghi iniettano la formaldeide in profondità, sperando di raggiungere anche i punti più remoti, e la notte l’opera è lasciata a “marinare” in un bagno di formaldeide” – melius abundare quam deficere. Viene da chiedersi quale sia il ruolo di Hirst in tutto questo, ma la risposta vien da sé. L’artista, infatti, assicura che questa volta il successo è garantito: “Quando lo squalo era stato manipolato 15 anni fa avevamo usato una tecnica tutta diversa..”, e, intervistato da S. Morgan, risponde così ai critici: “Mi hanno intervistato a proposito della conservazione delle opere e mi hanno detto che la formaldeide non era la tecnica più indicata. Pensano che io l’abbia usata per tramandare un’opera d’arte alla posterità, mentre in realtà io la uso per comunicare un’idea”. Dunque è così, l’artista ha l’idea, la fa realizzare da altri, prende i soldi e garantisce che “show must go on”. Tra l’altro, alcuni maligni insinuano che l’artista abbia tratto “ispirazione” da un altro squalo, esposto assai prima da E. Saunders nella vetrina del suo negozio in East London, ma non è bene eccedere nella cattiva fede. Comunque, la linea di difesa, come si evince, è davvero molto “concettuale”, eppure non persuade i più, tra cui il conservatore S. Gillespie, che in Keep artists away from their own work sottolinea la capitale differenza tra conservazione, restaurazione e sostituzione, e si interroga sulla legalità dell’intervento di un artista su opere “finite”. In poche parole, la diatriba sembra riprendere da dove Benjamin l’aveva lasciata: digerita la vecchia riproducibilità tecnica – che pure continua a dare i suoi grattacapi al mercato dell’arte – ora approdiamo alla sostituibilità materiale. Autentici miracoli delle idee, occulto potere del concetto, far passare in secondo piano le oltre 20 tonnellate di un innocente pescione, privato della vita e ora anche della dignità di soprammobile per miliardari. La questione è davvero spinosa, a tratti grottesca, se si pensa che il “restauro” – le fonti sull’identità del finanziatore sono oscillanti – avrà un costo stimabile intorno ai 100.000$. Il mondo dell’arte se la ghigna, le parodie si sprecano, ma vale la pena di ricordare che l’effetto advertising per Hirst – in questo più scaltro di una vecchia soubrette – è assicurato. Miracoli del contemporaneo, non si può che amarne l’eleganza sublime.

Intanto, però, Hirst tradisce – scivolone di stile – la sua pura vocazione concettuale con una dichiarazione che fa riflettere: per il futuro dell’opera – la seconda, l’unico vero, nuovo originale – l’artista non pare preoccupato, ma dichiara “finchè io sarò vivo, sarò soddisfatto. E’ garantita 200 anni. Soddisfatti o rimborsati”. Il che equivale a dire che l’arte e gli squali saranno anche un concetto, ma il denaro no. E se poi, diciamo tra 100 anni, il danneggiato vorrà avvalersi della garanzia, gli occorrerà un bel po’ di fantasia per indirizzare la sua protesta, dato che Hirst, seppur a fatica, sta ormai entrando nell’età adulta. E già viene da chiedersi; e il primo squalo, quale sarà il suo destino di ripudiato dell’arte? Hirst lo allontanerà dal binomio occhio-cuore, oppure se lo terrà in cantina, prova inconfessabile di un errore di gioventù? Inutile commentare oltre, l’arte contemporanea è così bella, e bisogna, bisogna proprio crederci ciecamente. Anche perché, a pensarci troppo, si rischia di dubitare e di peccare di malizia, il che sarebbe molto demodé…

Viviana Birolli


20 febbraio 2007

CORREZIONE AUTOMATICA

Un racconto dell’orrore di Giorgio Sorbona

Alle due di notte di una sera di dicembre pensai che fosse una buona idea scrivere un racconto.

On.
Il computer sbuffa e scricchiola. Carica dati e memoria.
Carica Windows Xp.
Carica ancora.
Non carica più.
Ms Word 2003.
*click* click*.
Carica. Blank Page.

Titolo. Times new Roman. 16. Centrato
…
…
Non sapevo in realtà cosa scrivere, sapevo solo che volevo scrivere.
Il titolo lo decido dopo, pensai. Il titolo si decide sempre dopo.
Non so neanche come cominciare!
Giusto. Il ragionamento fila. Vai col racconto.
…
…
Prima però scrivo l’autore. Che poi sono io. Che ci sia scritto qualcosa aiuta sempre davanti alla pagina bianca, no?
Times new Roman. 12. Allineato a sinistra.
Scrivo “Davide”, e fin qui nessun problema.
Scrivo “Bonacina”, e qui m’incazzo. Al solito, un solco rosso appare sotto la parola appena digitata.
Cazzo di correttore automatico.
La graffetta animata, l’assistente di Word insomma, mi guarda attraverso i cristalli liquidi.
Per un attimo mi sembra che sogghigni.
“Lo saprò come cazzo mi chiamo” penso inconsciamente, e ignoro la traccia porpora che, sapevo, sarebbe magicamente scomparsa una volta stampata la mia opera. La cosa però mi irritava profondamente, forse perché il fatto di studiare Lettere mi faceva presumere di saperne di più di una stupida macchina, che non era capace di distinguere fra errori e cognomi, turpiloquio, neologismi, onomatopee.
Eppure, lo vedo, lei vuole lo stesso consigliarmi, dire che sbaglio, tracciare segni tanto simili a quelli che la mia maestra delle elementari tracciava sui temi. Odiavo il correttore, ma allo stesso tempo avevo paura di disabilitarlo.
Ogni volta che ero sul punto di, un pensiero, un incubo, mi faceva capolino nella mente, e mi faceva desistere.
“E il giorno che sbagli davvero?”
La grammatica è vasta. Basta un niente, una dimenticanza, una distrazione, una combinazione di tasti mal riuscita, ed ecco che il regno partorito dalla tua mente va in rovina, crolla. Le certezze di una vita cedono come cannule alla bonaccia.
No, il correttore automatico era il mio paracadute. La mia coperta di Linus. Il mio salvachiappe.
Tutto questo per farvi capire il mio stupore quando la graffetta di Word cominciò a parlarmi. “Perché continui ad ignorarlo? E’ anni che ti consiglia, e tu non gli dai mai retta” Mi disse la graffetta.“Ignoro chi?”dissi io.
“Come chi? Il correttore automatico, no?”
“Cosa? E cosa dovrei fare, correggere il mio cognome?”
“Perché no?” Mi rispose placidamente lei.
“Perché è così e basta! E poi......oddio, sto parlando con un software"
“In effetti è vero”
“Ok sono impazzito…vabbé prima o poi doveva succedere”
“Forse sì…beh, perlomeno ne sei consapevole…al giorno d’oggi la consapevolezza è lusso di pochi”
Continuò lei “Comunque, allucinazione o meno, dagli retta, fidati!”
“Ma su cosa?”
“Se ti dice che nel tuo cognome c’è un errore è perché c’è un motivo!”
“Certo! Che non ce l’ha in memoria semplicemente!”
“Quindi credi di saperne più di lui?”
“Non solo lo credo, lo so!” dissi, tronfio d’orgoglio.
“mmm…allora analizziamo i fatti…da una parte ci siamo noi, con una decina di versioni alle nostre spalle, in cui ogni volta un team di centinaia di persone ha eliminato ogni nostro errore e ci ha migliorato nelle nostre funzionalità"
“Ma…”
“Dall’altra ci sei tu, ventunenne studente in lettere. Certamente hai studiato, ma davvero hai la superbia di crederti più intelligente di noi, che abbiamo dietro decine e decine di upgrade e perfezionamenti?”
“Ma…”
“Accetta la realtà: tu sei una versione unica non perfettibile del software di te stesso.”
“Ehm, sì va bene, mi hai convinto, ma anche sapendolo che ci posso fare?”
“Te l’ho detto, cambiati il cognome!”
“Ma come, con che cosa?”
“Mmm…beh, Buona Cina è carino.”
“Ma non è vero, fa schifo!”
“Ma invece sì, abbi fiducia, ricorda, Mao, il comunismo. Fa molto scrittore di sinistra.”
“Dici?”
“Sì, sì, vedrai che con questo sfondi. Vedo già le pubblicità sui quotidiani “Buona Cina: lo scrittore più comunista del mondo!”.
“Sì, Sì…mi piace…mi…mi hai convinto lo faccio!”

Il giorno dopo andai all’anagrafe.

SERE NERE

E cosi sia: l'altra sera il buon Vespa ha parlato in seconda serata del ritrovamento dei diari di Mussolini. Con due ospiti d’eccezione: Alessandra Mussolini e Marcello dell’Utri. Ed ecco subito venire fuori i lati inediti del Duce: il Duce non voleva la guerra, il Duce cercava di frenare Hitler. Gli storici in studio - invitati più per scrupolo di par condicio che per etica giornalistica - ripetevano che si tratta ormai di cose assodate, che anche il dittatore degenere che ci ha guidato per oltre vent’anni si accorgeva che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era pronta a malapena a combattere la Prima di Guerra Mondiale. Ma nulla da fare: la costruzione del santino era incominciata. E così via, allora, con il flusso di coscienza della Mussolini che sciorinava i ricordi di famiglia del caro nonnino, il quale casualmente è stato anche uno dei peggiori tiranni del ‘900 nonchè l’uomo che ha portato alla rovina l’Italia.
A tenerle bordone Dell’Utri, a cui non pareva vero far dimenticare la sua condanna a 9 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, accreditando l’improbabile immagine di erudito filologo e storico. Dall’altro lato dello studio, peraltro, a completare il ritratto di “famiglia” in un interno, sedeva il senatore Andreotti il cui concorso esterno in associazione mafiosa non è mai stato smentito, ma solo prescritto.
Il tutto con buona pace di Don Puglisi, al quale era stata dedicata la prima serata, con la messa in onda del bel film di Roberto Faenza Alla Luce del Sole. Ma siccome bisogna imparare a convivere la mafia, ecco che par condicio è fatta: prima serata all’antimafia, seconda serata a Cosa Nostra.
E poi già che ci siamo, meglio imparare a convivere anche con i fascisti, nonni e nipoti(ne).


Niente male davvero per la programmazione serale della rete ammiraglia della Rai. Anche se a dire il vero, forse, è mancato un po’ di brio, un po’ di sano divertimento, qualche effetto in più per allietare gli spettatori del Bel Paese. Che so io, un’ entrata in studio degli ospiti dietro ai fasci littori o una conduzione di Vespa vestito da Balilla, od ancora, per cambiare versante, una mezza testa di cavallo mozza per Rita Borsellino, o un presidente della regione Sicilia con la coppola in testa (.....ooops mi sa che quest’ultima non è un idea molto originale…)

Francesco Zurlo

IL GRANDE CAPO - LA CAMERA-STYLE DI VON TRIER

Il grande capo, prima di essere un film (terribilmente geniale)e una commedia (terribilmente gustosa), è uno scritto di poetica. Tutti i cinema di Von Trier sono punti di concetto e di non ritorno, assoli che squarciano la nozione di immagine, e di senso: prima il decostruttivismo visionario (L’elemento del crimine, Europa), poi il dogma (Le onde del destino, Idioti), poi il simbolismo concreto alla Beckett (Dogville, Manderlay).
Ora l’autodenudazione del mestiere: il regista come manipolatore dissacrante del materiale umano e dello sguardo dello spettatore, ma non (più) del materiale filmico (Von Trier gira affidandosi all’ “Automavision”: un computer mette a punto una selezione casuale di shot).
L’intervento del regista non avviene più sullla pellicola, ma attraverso il sadico contemplare le debolezze altrui (degli attori, dello spettatore), spiandone le reazioni, costringendoli ad ammettere la propria inadeguatezza e il proprio vizio.
E sono prevedibili allora (anzi perfettamente consequenziali) gli strepiti sconcertati dell’establishment critico dei soliti noti, che non comprende, non coglie, non (si) riconosce.
Mentre Von Trier è già nel prossimo cinema, che si fa di nuovi confini da tracciare perché da abbattere, e di immagini che non sono state viste nello sguardo di nessuno.

GIUDIZIO
***
Mattia Mariotti

15 febbraio 2007

LE BARRIERE DEL TEMPIO


LKEREDAGADA (Orissa). 14 dicembre. Un piccolo gruppo di intoccabili entra nel tempio di Jagannath, sfidando la ferma opposizione delle caste superiori, che già lo scorso novembre hanno insultato e umiliato 4 ragazze intoccabili che avevano osato varcare le soglie dell’edificio sacro.
Questa volta il gesto temerario dell’avanguardia è imitato da altri dalit che cominciano ad affollare il tempio. La tensione sale e i sacerdoti abbandonano gli altari delle divinità, interrompendo i rituali che stavano officiando.
Il giorno successivo gli appartenenti alle caste superiori iniziano uno sciopero della fame, mentre un centinaio di giovani, sempre di alta casta, marcia gridando slogan di protesta contro l’amministrazione del tempio. Il tempio rimane chiuso. I negozi serrati. La polizia assedia il villaggio. C’è eccitazione tra i dalit. Urlano a gran voce la loro conquista.
Dalla costruzione del tempio, 300 anni fa, fino a ieri, sono stati costretti a guardare la divinità Jagannath da apposite fessure sul muro di cinta. L’entrata nel tempio è un gesto simbolico. E’ la rottura delle barriere sociali. Ma le alte caste si oppongono. Impuntandosi sui loro millenari privilegi. Noncuranti della recente ordinanza della Corte Suprema che stabilisce che ogni Hindu, senza distinzione di casta, ha libero accesso agli edifici di culto.

Chiara Checchini

11 febbraio 2007

EDITORIALE FEBBRAIO 2007


Se oggi uno studente sceglie l’insegnamento, non ottiene una cattedra prima dei 45 anni. È bravissimo e aggiornatissimo?
Non importa. Le graduatorie impongono a tutti una gavetta quasi ventennale. A parte anzianità e titolo di studio, gli altri meriti sono assolutamente inutili. Le nostre esperienze scolastiche sono ricchi di aneddoti su supplenti bravi e precari e su docenti inetti e garantiti. Soprattutto ricordiamo la frustrazione di professionisti intrappolati in un sistema che equipara impegno e nullafacenza. A chi giova? Non agli allievi. Non ai giovani insegnanti. Non alla società.
Forse solo ai titolari di un privilegio sempre più raro.
Luca Gualtieri

5 febbraio 2007

BOBBY

4 giugno 1968. Los Angeles. All’Hotel Ambassador lo staff del senatore Robert Kennedy aspetta con impazienza i risultati delle primarie, in cui si sfidano il fratello del presidente statunitense assassinato appena 5 anni prima a Dallas e Mc Cathy. In palio c’è la possibilità di correre alla Casa Bianca. Attorno, per i corridoi e le stanze dell’albergo, si muove una miriade di personaggi. Dal vecchio portiere cui è recentemente morta la moglie (Antony Hopkins) che sfida a scacchi un saggio collega (Harry Belafonte), al direttore dell’albergo (William H. Macy) che licenzia con orgoglio un dirigente razzista e carognesco (Christian Slater) e tradisce la moglie (un’inedita Sharon Stone, in versione parrucchiera dei divi) con una giovane centralinista (Heather Graham). Dalla cantante alcolizzata e sul viale del tramonto (Demi Moore), al pacifico broker (Martin Sheen) che combatte con la superficialità della moglie (Helen Hunt), collezionista di opere di Pop-Art. E poi i due giovani sostenitori dei democratici che prendono Lsd e dimenticano l’impegno politico, la ragazza che sposa un giovane amico solo per salvarlo dalla chiamata dello Zio Sam, ed il giovane attivista nero che vede nell’ascesa del candidato democratico una speranza per gli afroamericani. E ancora il cameriere messicano che rinuncia alla partita di baseball dei sogni per un caso di quotidiano sfruttamento, il cuoco di colore ormai disilluso dall’America che ha ucciso Martin Luther King e la giornalista cecoslovacca che nessuno prende in considerazione perché proveniente da un paese considerato “comunista”, malgrado la svolta democratica di Dubcek.


Nel raccontare le ultime ore di vita di Robert Kennedy, Emilio Esteves, figlio d’arte (suo padre è Martin Sheen) sceglie sapientemente di non mostrare mai il vero protagonista della vicenda, se non attraverso immagini di repertorio. Le parole dei discorsi di Bobby, che rimbalzano dagli schermi televisivi accessi nelle stanze dell’albergo, fanno da sottofondo a un affresco corale su un’America che insieme al giovane senatore democratico sta perdendo anche la propria innocenza. Un affresco alla Altman, che strizza l’occhio a “Nashville” (anche lì il film si chiudeva con colpi di pistola verso un candidato, seppur di segno radicalmente opposto). Ma tuttavia senza l’amarezza, il disincanto, la cruda ironia del maestro. Dal tono invece elegiaco, malinconico per ciò che avrebbe potuto essere, non è stato, e non sarà più.

Dallo schermo riaffiorano allora le angosce, le frustrazioni, le nevrosi (ma anche i lati positivi) di una società che sta sprofondando verso il baratro del Vietnam, del Watergate e di una delle più grandi crisi sociali e politiche che ha mai dovuto affrontare.

Non mancano ovviamente i riferimenti ai giorni nostri: dalla vicenda del messicano Jose che allude al muro della vergogna e alle leggi anti-immigrazione del governo Bush all’ovvio parallelo tra guerra del Vietnam e guerra in Iraq. L’America traballante di ieri, sembra dire il film, assomiglia terribilmente a quella di oggi, incamminatasi, come i soldati nel finale di “Full Metal Jacket”, verso un inferno terreno tutt’altro che metaforico.

Bobby appartiene quindi a un filone di film d’impegno civile, di simpatie squisitamente democratiche, che già in passato ha prodotto pellicole come “Tutti gli uomini del presidente” o “Philadelphia” e in tempi più recenti “Good night and good luck” o “Syriana”. Non rinuncia completamente all’idea del sogno americano (si veda la tirata del personaggio interpretato da Laurence Fishburne al giovane messicano Josè, che tira in ballo nientemeno che Rè Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda), ma sa anche dipingere i sogni spezzati di un epoca, in maniera nient’affatto trionfale. Il linguaggio è sonoramente hollywoodiano ma il finale è tutt’altro che retorico - o perlomeno ben lontano dalla retorica solenne a cui il cinema americano corrente ci ha abituato.

Forse molti cinefili storceranno il naso di fronte a questa pellicola così bien fait, dal cast stellare e dall’impaginazione abbastanza tradizionale – riferimenti ad Altman e al Thomas Paul Anderson di “Magnolia” a parte. Ma l’America di Bush ha quantomai bisogno di conoscere le proprie radici, le origini della crisi che l’hanno portato alla situazione attuale, anche attraverso un robusto ed edificante film popolare come “Bobby”. Per non ripetere gli errori del passato.

Francesco Zurlo

2 febbraio 2007

LA CATTIVA EDUCAZIONE

Ucciderne uno per educarne cento. E’ sempre stato il motto dei brigatisti rossi. Quelli del 2007 nei loro programmi pedagogici avevano previsto, tra le altre cose, l’eliminazione di quel cattivone di Pietro Ichino, professore nel nostro Ateneo. E a quanto pare i nostri messianici educatori avevano scelto proprio la nostra università per tirar su nuovi allievi con la pistola. Ma con scarso successo. Per fortuna i nostri cervelli ancora “poco educati” continuano a credere che il sogno di liberare il proletariato dal giogo dei giuslavoristi a colpi di pistola, per poi magari fare dell’Italia un’ oligarchia marxista-leninista satellite della Corea de Nord, dove ogni anno fabbricare un ordigno nucleare finto per costringere il resto del mondo a barattarne lo smantellamento con barili di petrolio nordamericani - sia solo il delirio di una ventina di casi gravi da ospedale psichiatrico.
Beniamino Musto

28 gennaio 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N.6

Immagino che per tutti noi il Natale sia un albero fatto da mille lucine che cantano Auguri Coca Cola, come fuochi fatui sul grande cimitero del buongusto delle pubblicità natalizie anni ottanta.

Gli spot di natale anni ’80 si concentravano sul valore più saldo della tradizione italiana: la famiglia. E’ del 1982 il panettone Papà Barzetti, marca scomparsa forse per merito anche del proprio marketing: una famiglia prepara l’albero in una casa buia e mentre fuori imperversa una tempesta di neve, la porta si spalanca e compare Babbo Natale; la famiglia esclama: “Papà Natale!”, ma il babbo li corregge con voce oltremondana: “No! Papà Barzetti!”, al che la voce fuoricampo, totalmente monocorde, proclama: “Barzetti, pasticceri di antica tradizione.” Ma non manca anche chi, sempre nel segno della famiglia, osa un po’, sempre con grande rispetto. Non era possibile correre il rischio di essere accusati dall’Osservatore Romano di voler scardinare il vero-grande valore della società italiana, almeno fino a questo Natale. Nell’86 Asti Cinzano interpreta la versione yuppie del Natale in famiglia: un montaggio serrato, ma mica troppo, mostra giovani in doppio petto e belle donne vestite in abito lungo che si ingioiellano, calici di Cinzano ghiacciato sopra vassoi d’argento, bambini bellissimi biondi, anche loro in giacca da sera, una coppia di anziani in piena forma che si abbracciano come due adolescenti. Si stanno preparando per cosa? Un giovane manager afferra un Asti Cinzano e stappa con elegante sicurezza derivata dai propri investimenti: tutti si ritrovano a casa per festeggiare anche quest’anno un ricchissimo Natale. La famiglia è sempre pronta ad indicare la via giusta alle nuove generazioni. E’ così nel 1988 con lo spot del Panettone Battistero: ad un cenone in famiglia partecipa la ragazza del figlio maggiore. Lei è il prototipo della poco di buono: capelli biondi corti e ritti sulla testa, trucco marcato sugli occhi. La tensione è palpabile, tutti, anche la nonna, la guardano male, finalmente arriva il panettone Battistero, ma l’agitazione non cala, anzi le viene chiesto ti compiere il Sacro Rito Del Taglio Del Panettone Battistero, compito che in famiglia da mille generazioni è affidato alla saldissima mano del figlio più piccolo. La poco di buono afferra il coltello, (i più pensano all’insano gesto) fende il panettone dall’alto verso il basso, ma urta il bicchiere dello spumante che, cadendo, macchia la tovaglia di famiglia: i visi si tendono, la situazione sembra essere definitivamente compromessa, ma la ragazza con gesto fermo si bagna le dita con lo spumante rovesciato e se lo passa sul collo: come da nota tradizione. La prova è superata, tutti ridono rilassati. La madre, o la nonna, o entrambe, la abbracciano: anche lei è della famiglia. Lo speaker rassicurante sigilla la redenzione della poco di buono: “Battistero. Un intenso sapore familiare.” E il presepio non lo fa più nessuno.

Fabrizio Aurilia

22 gennaio 2007

PERCHE' INCAMMINARSI


"Non è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltiplicati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti."
Cees Nooteboom, "Verso Santiago"

"Se non arrivi a piedi dove vuoi andare, non vedrai quello che vuoi trovare. Il viaggio è la destinazione."
Tiziano Terzani, "La fine è il mio inizio"

Il solo accostarsi all’idea di una partenza è già di per sé un passo. Il primo.
Il secondo è capire il perché. Perché percorrere un cammino che porta ad una tomba di chissà quale santo? E conoscere tutta la storia, sapere che il culto di Santiago iniziò nell’anno 813, quando un eremita vide una pioggia di stelle cadere sopra un colle, e, andando su quel colle, riscoprì l’ormai disperso sepolcro di San Giacomo, sapere che in seguito su quel colle sorse una città che venne chiamata Santiago de Compostela, e che da allora i cristiani di tutta Europa cominciarono a mettersi in cammino per raggiungerla, anche se si conoscesse tutta la storia e il numero di pellegrini che fino ad oggi ha ripercorso questo cammino e questa storia, basterebbe tutto questo a fare il primo passo? La risposta è no.
No, perché nel terzo millennio abbiamo bisogno di altre motivazioni, perché non ci basta la tomba di un santo a farci incamminare.
Nel medioevo si partiva per scontare una penitenza, oppure per devozione ai luoghi santi. La meta era la destinazione. Oggi, la meta è il viaggio.
I secoli passano, i piedi di milioni di pellegrini lasciano le loro orme sugli otto diversi sentieri che portano a Santiago, ma anche se il cammino e la meta sono le medesime, come tutte le esperienze individuali, anche questo pellegrinaggio non è stato né mai potrà essere un cammino uguale per tutti. Pur percorrendo la stessa strada, per ciascuno il cammino sarà diverso.
Diverso, perché, più che essere un percorso geografico, culturale ed artistico, è un viaggio personale, interiore, profondo e spirituale. Intrapreso in coppia, in gruppo o in solitudine, in ogni caso non perde la capacità di scavare passo passo un sentiero che conduca nella sfera profonda - e molto spesso ignorata - di ogni individuo.


Il mutamento delle motivazioni che dal medioevo ad oggi ha spinto gli uomini ad affrontare il cammino è ovvio: i ritmi sono cambiati.
Oggi il tempo è scandito regolarmente. Sempre. Le nostre giornate sono degli orologi, corriamo ogni giorno al fianco della lancetta dei secondi ed ogni istante è troppo veloce, e ogni minuto vorremmo riviverlo, per rubare tempo al tempo
E forse è anche per questo che, come traspare dalle statistiche, i pellegrini continuano ad aumentare. E continuano ad incamminarsi. Per riprendersi il tempo naturale. Il tempo di indossare delle scarpe da ginnastica, mettere in uno zaino l’indispensabile, togliere l’orologio e partire.
Ognuno di noi ha bisogno di trovarsi solo con sé stesso per più di un’ora, di poter riflettere, di allontanarsi dallo stress quotidiano, e di farlo semplicemente, senza guide turistiche o villaggi vacanze.
Per questo non dovrebbe sorprendere sapere che esistono ancora persone che compiono un atto che ha sapore d’antico, che comunemente si ritiene anacronistico o proprio solo di chi è pervaso da una fortissima tensione mistica e religiosa. È un pellegrinaggio oggi non ha perso significato. È semplicemente cambiato. Continua ad avere un senso, perché fa riscoprire il tempo, dona momenti di riflessione e sembra suggerire che l’essenziale non vada perduto, nonostante il continuo rincorrere le inafferrabili lancette di un inarrestabile orologio. È una sorta di gommone di salvataggio lanciato all’uomo del 2000 da quell’eremita dell’800. Una risposta alla silenziosa richiesta d’aiuto di una superficialità dilagante che non vuole più essere tale. Un invito a spegnere le televisioni, incamminarsi per scoprire il proprio io senza tecnologia e modernità. Senza treni o metropolitane. Per capire chi siamo veramente, senza aver tutti quei ritrovati tecnologici che sovrastano i gesti semplici e soffocano i momenti di silenzio.
Anche se ciascun pellegrino interpreta il cammino come crede, ciò di cui tutti si rendono conto è che l’importanza del cammino non è rappresentata dalla meta in sè, ma è insita nel fare il cammino stesso.

Durante il tragitto si può assaporare, oltre a tutti gli elementi che nel quotidiano cittadino si nascondono, anche l’inaspettata profondità di rapporti nati lungo la strada. Tutti i pellegrini partono con un bagaglio di conoscenze, talvolta anche superficiali, e sul cammino incontrano persone che, soltanto stando al loro fianco per un paio d’ore, arricchiscono bagagli e vite.
Ogni persona in cammino è migliore. Perché si misura con sé stessa, coglie l’opportunità di conoscersi davvero, sviluppando la tecnica dimenticata del "sapersi ascoltare".
L’augurio che si fa a tutti coloro che intraprendono il pellegrinaggio è "Ultreya", che significa "sempre più avanti". Il cammino richiede infatti, come requisito fondamentale, una volontà forte, e la volontà è mantenuta viva dalla ricerca, che deve essere lo spirito primario di ogni peregrinare.
Bisogna essere affascinati dalla necessità di cercare.

Chiara Cankech

FACCIAMO ORDINE IN BACHECA

Vi è mai capitato di dover consultare una bacheca in università?

Non quelle degli esami, belle, curate.. ma una di quelle incasinate dove gli annunci si susseguono, si tolgono spazio, si combattono”, magari fino a che un più vistoso e accattivante invito alla discoteca di grido la vince e si impone ai nostri occhi.

Ebbene a molti sarà capitato, e credo che sia l’ora di fare un po’ordine....

Per questo ho incontrato Lilli e Luca, due studenti attivi in Liste di Sinistra, che stanno lavorando a una piccola rivoluzione nella nuovissima Bicocca.

Li incontro per Vulcano nell’aula che accoglie le rappresentanze studentesche, e già noi della Statale rabbrividiamo pensando alle varie aulette A, C ..computer, telefono, scrivanie, macchinette sono a disposizione di tutti i rappresentanti eletti!

Quando è partito il progetto “Bacheche Alloggi”?

“L’iniziativa è stata presa luglio scorso nell’ambito del nostro impegno politico per il diritto allo studio. E diritto allo studio è anche mobilità e alloggio certo senza speculazione.

La bacheca è il mezzo più vicino agli studenti, ma è assolutamente inefficiente, non c’è alcun responsabile delle affissioni né alcun controllo sul contenuto: può addirittura mancare il prezzo! ”

Come avete messo in pratica il progetto?

“Innanzitutto abbiamo partecipato come Liste di Sinistra al bando associazioni dove il nostro progetto è stato promosso: così abbiamo ottenuto il finanziamento per l’apertura dello sportello.

Dopo abbiamo chiesto e ottenuto dalla Direzione Amministrativa la concessione di due bacheche vetrate per l’affissione e anche la “pulitura” regolare delle bacheche libere.

Il progetto è partito a Settembre e abbiamo già avuto 50 visite!”

Come funziona lo sportello in concreto? Come formate gli annunci?

“La maggior parte degli studenti si rivolge a noi per trovare un alloggio, così noi diamo immediatamente una consulenza e chiediamo di compilare un modulo prestampato dove inserire i punti principali della domanda. Cosi viene prodotto l’annuncio che verrà affisso.

Non solo: contattiamo gli offerenti che affiggono ancora sulle bacheche libere per informarle del nuovo servizio e avvertirle che presto le bacheche libere “saranno pulite” dai bidelli.

Cosi offriamo la compilazione di un simmetrico modulo per l’offerta alloggio.”

Quindi attraverso i moduli esercitate anche un controllo sull’annuncio?

“L’obiettivo è la trasparenza, per questo pretendiamo che vengano indicate informazioni come il prezzo o l’indirizzo esatto, scartando espressioni come “zona Bicocca”.

L’intento è di prendere questo esempio, così vicino, a modello.

Cercherò quindi di sollevare la questione nelle sedi opportune e Vulcano sarà la voce di questa iniziativa.

Dario Augello

21 gennaio 2007

IL DALAI LAMA TRA DI NOI


Il Dalai Lama in Italia, fra bagni di folla e visite in incognito


Attraversando il giardino del Palazzetto dello sport tra danze e suoni tradizionali tibetani, si è concesso un bagno di folla fra i curiosi e i fedeli che hanno invaso la città nel giorno dell’Immacolata. Al suo ingresso, la struttura gremita di telecamere e fotografi è esplosa in un lungo e caldo applauso.
Durante il discorso, tenuto di fronte ad un uditorio di credenti, personalità istituzionali, giornalisti e rappresentanti della maggiore comunità tibetana in Italia, ospitata proprio a Cologno Monzese, il Dalai Lama ha rivelato anche un lato ironico di sé, indossando una curiosa visiera da croupier per non farsi abbagliare dai riflettori.
Sua santità ha esordito parlando di globalizzazione e sottolineando come: "Nel XXI secolo il mondo ha raggiunto un elevato livello tecnologico, ma questo non ha portato ad un benessere generale, anzi ha condotto a molte disparità. Il mondo sta diventando sempre più piccolo ed interdipendente, ma c’è un forte gap tra la realtà del pianeta e la percezione che se ne ha: manca una visione globale, unitaria. Il mio unico impegno è quello di sensibilizzare ad un’attitudine di tolleranza, umanità, partecipazione. Perché solo nel momento in cui tali valori divengono globalmente condivisi si può parlare di armonia, di pace."


La storia del Dalai Lama è costellata di difficoltà legate alla tensione politica tra la Cina e la regione limitrofa del Tibet. Nel 1959 fu costretto a lasciare il paese a seguito dell’invasione dell’esercito Maoista. Da allora vive da esiliato a Dharamsala, nel nord dell’India, facendosi conoscere al mondo come grande maestro spirituale e instancabile depositario di un messaggio di libertà e tolleranza, tanto da ricevere nel 1989 il premio Nobel per la Pace.
Sono le grandi religioni e i sistemi filosofici che dovrebbero avere il compito di promuovere comprensione, perché condividono gli stessi valori umani, laici. Eppure ancora oggi rappresentano il maggior elemento di conflitto e divisione.
Le ragioni sono essenzialmente due: "Vi sono personaggi che si dichiarano musulmani, cristiani, buddisti e poi internamente non conservano nessuno dei significati e dei valori che queste religioni promuovono. Lo fanno per motivi di potere e denaro, che non hanno nulla a che fare con i sentimenti professati."

Il problema, però, è più spesso interamente politico: l’atteggiamento che le nostre stesse istituzioni hanno avuto nei confronti del Dalai Lama (ricordiamo che sia il Presidente del Consiglio Romano Prodi che il sindaco di Milano Letizia Moratti hanno volontariamente evitato un incontro pubblico, ricevendolo solo in forma privata), dimostra come la Cina faccia ancora paura. Paura di ritorsioni economiche e condizionamenti internazionali in un momento molto delicato per Milano, impegnata nella corsa all’Expo 2015. Rimane comunque grave che personalità di governo si rifiutino di aprire le porte ad un premio Nobel per la pace.
La seconda ragione per cui filosofie e religioni non riescono a condurre verso una generalizzata comprensione è: "La mancanza di comunicazione e conoscenza tra le diverse fedi, culture, sistemi filosofici. Atti di intolleranza e fondamentalismo provengono dall’ignoranza e dall’assenza di confronto inter-religioso."
Le differenze culturali ancora oggi sono causa di conflitto. Lo palesa la situazione del Tibet, di cui il Dalai Lama si fa portavoce. Non è solo una questione di politica, ha tenuto a precisare, ma un problema di intolleranza e prevaricazione. A rischio, secondo Tenzin Gyatso, è la cultura tibetana fondata sulla tradizione buddista. "Il pericolo odierno è che tale tradizione si estingua, che i giovani tibetani non siano più educati secondo questi valori e che vada persa la loro ricchezza. Il modo per risolvere tali problemi non può essere che il dialogo faccia a faccia per trovare una soluzione armonica e pacifica. La mia speranza è che il messaggio di pace benefici tutti, coinvolgendo anche il popolo cinese. Dal 1974 ad ora, il governo tibetano sta cercando la riconciliazione e la ricostituzione dell’autonomia del Tibet attraverso il dialogo."

Il progetto non implica l’aspettativa di un’indipendenza, ma il ripristino delle libertà culturali, religiose e civili. Tuttavia, i leader cinesi ancora oggi conducono una politica di dura repressione che sfocia nella violazione dei più fondamentali diritti umani. Anche Amnesty International ha preso posizione, promuovendo una dura campagna contro la censura mediatica, i campi di lavoro e la violazione dei diritti fondamentali. "Non siamo per il boicottaggio delle Olimpiadi" ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana, "ma vogliamo che la Cina si adegui agli standard internazionali in materia di libertà. Del resto nell’era della globalizzazione è necessario globalizzare anche i diritti umani."
Purtroppo il dialogo tanto auspicato da sua Santità non ha portato finora risultati concreti. Lo dimostrano gli episodi di violenza, i morti, le torture, le censure di cui l’esercito di Myanmar si è reso responsabile nei mesi scorsi, durante le dimostrazioni pacifiche dei monaci buddisti in Birmania. Ancora lontano sembra il giorno in cui si potrà parlare di democrazia.
Da quando il popolo tibetano è in gran parte esiliato in India è stato eletto un governo autonomo, il cui capo dal 2001 è il Ven. Prof. Samdhong Rinpoche, ancora giudicato illegittimo dalle autorità cinesi.

Da qui l’appello alla collaborazione rivolto dal Dalai Lama a popoli e nazioni: "Abbiamo bisogno del sostegno della comunità internazionale perché si muova verso concrete certezze di comprensione, libertà e, finalmente, di democrazia."


Silvia Valenti


"...Speaking words of wisdom..."


IL MESSAGGIO COMUNE DI SCIENZA E RELIGIONE


"Vivere secondo amore, gentilezza, compassione" raccomanda il Dalai Lama.
Ma in una società come quella odierna, spesso caratterizzata da un elevato tasso di aggressività e conflittualità, questo principio è concretamente attuabile?
Il leader dei buddisti tibetani è forse un sognatore eccessivamente ottimista?
Oppure il medesimo principio è sostenuto anche da altri ricercatori, di formazione occidentale e di mentalità più strettamente scientifica?

Per rispondere a queste domande può essere interessante confrontare il pensiero di studiosi di discipline diverse, provenienti da paesi differenti e vissuti in epoche anche assai lontane tra loro.
Il Dalai Lama dice oggi che il nostro più grande obiettivo è essere felici, invitando a scegliere pensieri ed azioni tali da favorire il raggiungimento di questo scopo.
Già lo scienziato-filosofo greco Aristotele, vissuto nel IV secolo a.C., sosteneva che il sommo bene a cui tende l’uomo è la felicità, e sottolineava che, per raggiungerla, occorre scegliere comportamenti lontani dagli eccessi e determinati dalla ragione e dalla saggezza.
Nel 2003 il fondatore della psicologia positiva, l’americano M. Seligman, ha messo in rilievo che "la quota individuale di felicità" corrisponde ad una somma i cui addendi sono la positività del carattere, i comportamenti volontari e le circostanze favorevoli della vita.
Potrebbe sembrare che solo i primi due elementi siano in buona misura gestibili dal soggetto. In realtà, numerosi studi hanno dimostrato che anche le circostanze benevole dipendono più da comportamenti volontari che da episodi fortuiti della vita. Un esempio può essere costituito dalla qualità dei rapporti affettivo-relazionali, che assai frequentemente deriva proprio dall’impegno positivo e protratto nel tempo di entrambi i partners.
Esperimenti scientifici hanno altresì rilevato che le persone più felici sono più inclini a dimostrarsi compassionevoli. E il Dalai Lama sostiene che il nesso di causalità funziona in entrambe le direzioni, ossia che le persone più compassionevoli diventano anche più felici.


Si può porre allora la seguente domanda: il comportamento compassionevole obbedisce ad un precetto esclusivamente morale, oppure se ne può ipotizzare una radice biologica, tesa a salvaguardare la sopravvivenza della specie?
Questa teoria è sostenuta dall’etologo austriaco K. Lorenz, autore di numerosi studi sul comportamento degli animali. Lorenz ha evidenziato che le specie che dispongono di mezzi atti a ferire seriamente l’avversario (denti, artigli, ecc.) hanno elaborato uno specifico rituale di resa: scoprire il proprio punto più vulnerabile, la gola. Ciò fa scattare un riflesso inibitorio nel vincitore, che dunque "perdona" l’avversario sconfitto consentendone la sopravvivenza.
Ma il meccanismo della compassione ha effetti positivi anche sul vincitore, in quanto gli consente di dismettere rapidamente i comportamenti distruttivi e le emozioni negative legate al conflitto, per dedicarsi ad attività costruttive per se stesso e per il proprio gruppo.

Il medesimo concetto è espresso dal Dalai Lama, che parla di ecologia della mente e del corpo. Se la mente soffre a causa delle emozioni negative deve imparare ad autodisciplinarsi, allontanando da sé la negatività. In tal modo è possibile raggiungere la tranquillità interiore, ottima premessa anche per la salute fisica.

La cura personale attraverso l’ecologia della mente e del corpo è poi la condizione fondamentale per la cura degli altri e dell’ambiente. Quest’ultimo non deve essere inteso come luogo di sfruttamento o di dominio -depauperare l’ambiente vuol dire agire contro la vita stessa- ma piuttosto come co-protagonista dell’uomo in un comune percorso di sviluppo.
In ogni caso, suggerisce il Dalai Lama ricordando un antico detto tibetano, anche le esperienze più negative possono essere interpretate evidenziandone gli aspetti positivi, utilizzandole come fonti di forza interiore e come occasioni per dimostrare (a se stessi, prima ancora che agli altri) la solidità dei valori personali.
Questo stesso concetto è stato messo in rilievo dal medico e psichiatra inglese M. Rutter, che definisce resilienza la capacità di affrontare le difficoltà riorganizzando positivamente la propria vita e mantenendo saldi i valori su cui si fonda la propria umanità.

Scienza e religione evidenziano dunque un profondo messaggio comune: vivere secondo i valori dell’amore, della gentilezza e della compassione favorisce il raggiungimento del benessere individuale e sociale, rappresentando l’unica "way of life" lungimirante e compiutamente umana.

Flavia Marisi

20 gennaio 2007

INCHIESTA MASTER - PARTE QUINTA

MASTER COME BENE DI CONSUMO: LA PUBBLICITA'


Che si tratti di un prosciutto crudo affumicato dell’Alto Adige o di un corso professionalizzante post-universitario, comunemente chiamato master (non il prosciutto, il corso), le strategie comunicative della pubblicità sarebbero identiche o molto simili. È forse questa la conclusione che si può tirare alla fine della ricerca, soprattutto per mezzo di internet, su come un master si presenti, si pubblicizzi e si renda appetibile per i futuri studenti-clienti. Sappiamo come la rete sia diventata via via una cassa di risonanza sempre più potente, e di conseguenza autorevole, di cui le aziende, i privati, gli enti pubblici, si servono per veicolare un prodotto o semplicemente farne pubblicità. Navigando ci siamo trovati di fronte a una miriade di siti che presentano molti corsi, utilizzando le più disparate tecniche promozionali: immagini, contenuti audio e video, presentazioni Flash. La scelta di un master dovrebbe prescindere dal richiamo seduttivo della pubblicità. Non è così. Donata Rossi, direttore dell’agenzia pubblicitaria Tabata Communication, ci dice che «la pubblicità non solo è importante ma a volte potrebbe essere quasi decisiva nelle sue varie forme». Ed è proprio il grado di credibilità di queste forme del linguaggio pubblicitario che spesso si sottovaluta. Ad esempio riguardo le immagini di giovani freschi e dinamici che campeggiano su questi siti, lei spiega di non sapere effettivamente quanto siano credibili ma che «è un immaginario ormai fissato e anche il master vuole comunicare un’idea di successo e vantaggi» e che soprattutto «riferendoci all’etica e ai valori di questa società, la rappresentazione del vincente è quella. Che questa idea possa essere messa in discussione, è un problema che non riguarda la pubblicità a meno che non si voglia spingere un master in No-profit al quale si riferiscono altri valori». A volte, però, il contrasto tra il contenuto, ovvero la cultura teoricamente, e la forma, pare troppo stridente: in un audio su un sito, una voce descrive le modalità di accesso al master, i regolamenti, gli estremi, mentre risuona I can’t get you out of my head di Kylie Minogue. Ma la missione del marketing, come sostiene Rossi, è anche quella di «stemperare la seriosità del prodotto per avvicinarlo al target di riferimento che sono i giovani» anche se «sì contrasti troppo arditi potrebbero allontanare gli interessati». Si potrebbe dire allora che certi tipi di master, siano l’esatta congiunzione tra un prodotto “vendibile” e uno “sceglibile”: perché stessi linguaggi comunicativi possono allontanare o avvicinare qualcosa che però si è già scelto; dice sempre Rossi che «in questo ambito la pubblicità serve per chiarire le idee di chi già comunque è indirizzato».

Abbiamo notato che per sponsorizzare master, soprattutto sul turismo (?), sono utilizzate immagini che andrebbero benissimo per la campagna pubblicitaria del Club Med o di qualsiasi altro operatore turistico: i surfisti sul mare cobalto si sprecano, i panorami caraibici con ‘sto freddo ti stordiscono. Sembra che più che insegnarti una gestione manageriale delle località turistiche (credo sia questo quello che fanno) ti vogliano insegnare a godertela questa vacanza. Infatti ci viene confermato che «a volte il cortocircuito comunicativo delle immagini, la sintesi che vorrebbero ottenere, va a discapito della chiarezza e in questi casi è necessario prestare attenzione nel rapporto con il target». Ma non è sempre così: «altre volte invece la cosa è studiata per dare un senso di leggerezza e di allontanamento (proprio come in una vacanza, n.d.r.); anche l’iconografia della farfalla viene usata per questi scopi».

Il lavoro della pubblicità sembra quindi ricalcare schemi e metodologie simili: che si tratti di un prodotto “culturale”, o che l’oggetto da proporre sia di consumo. Certo è difficile stabilire, considerando solo la pubblicità, quanta cultura ci sia in master piuttosto che in altro. Ma l’equazione più pubblicità uguale meno qualità trova parzialmente in disaccordo la Tabata Communication: «No, non direi che si possa affermare questo tanto facilmente; è certo che il livello della pubblicità è scaduto, e poi consideriamo che, anche un master, è una cosa che non si vende da sola». E poi, per fare un po’ di pubblicità, se scegliete il Master in Economia e Managment del Turismo di Montagna potrete comprarvi ‘sto benedetto Prosciutto Crudo Affumicato dell’Alto Adige.

a cura di Fabrizio Aurilia