5 marzo 2008

“Io, prigioniera della mia Teheran”


INTERVISTA A MARINA NEMAT
Marina Nemat, scrittrice iraniana detenuta ai tempi della rivoluzione komeinista, ha ricevuto il Premio “Human Dignity” dal Parlamento Europeo.

Iraniana cristiana ortodossa, fu arrestata dai guardiani della rivoluzione quando aveva solo 16 anni. Era il 1982. Erano i tempi della rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini. Marina non era un’attivista politica. L’unica sua colpa fu quella di aver alzato la mano durante una lezione di matematica per chiedere all’insegnante di non fare propaganda politica. Marina fu torturata, condannata a morte e rinchiusa nella prigione di Evin, a sud di Teheran, nota per il suo braccio della morte destinato ai prigionieri politici condannati alla pena capitale. Una delle guardie che la interrogarono, Ali, si invaghì di lei. La sua sentenza fu ridotta all'ergastolo ma, in cambio, la guardia la costrinse a sposarlo e a convertirsi all'Islam. Così, per due anni rimase in prigione come moglie del suo aguzzino. Quando Ali venne ucciso da altri rivoluzionari suoi rivali nel 1984, fu liberata. Non fece mai parola del matrimonio e di tutto ciò che era accaduto a Evin.Sposò il ragazzo di cui era innamorata prima di entrare in prigione e con lui si trasferì a Toronto, in Canada. Aveva 26 anni.

In tutto questo tempo Marina ha cercato di dimenticare l'Iran, ma oggi, a distanza di vent’anni, le cose non sono affatto cambiate nel suo paese. La morte della madre, nel 2000, e della giornalista iraniana-canadese, Zagara Kazemi, arrestata per aver scattato nel 2003 fotografie della prigione di Evin, hanno segnato una svolta. L’autrice ha trovato la forza di fissare su carta il ricordo, indelebile, dei suoi due anni, due mesi e dodici giorni trascorsi in quella prigione. Per se stessa e per tutti quelli che hanno vissuto lo stesso dramma. “Prigioniera di Teheran” pubblicato da Cairo editore, è la sua storia. Un racconto lucido, commovente e autobiografico di chi è riuscito a ritornare dalla morte alla vita.
L’abbiamo incontrata a Milano, presso il Palazzo Stelline, dove ha ricevuto il Premio “Human Dignity” conferitole dall’On. Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, per la sua testimonianza attiva e il suo impegno nella difesa dei diritti umani.


Un libro difficile. Una scelta difficile quella di raccontare. La sua amica Parisa che, come lei, ha vissuto gli orrori della detenzione, dopo alcune chiacchierate ha deciso che non voleva più ricordare. Perché, invece, lei ha scelto di scrivere?
Non è stata una decisione presa razionalmente ma l’esito naturale di un processo. È arrivato un momento in cui non riuscivo più ad andare avanti, a vivere con questo pesante segreto. Per anni tutti quelli che mi circondavano avevano deciso di ignorare il fatto che io avessi trascorso più di due anni nella prigione di Evin. Tutti avevano cercato di dimenticare, di proseguire con la propria vita ed io, per così dire, sono stata al gioco. Però ad un certo punto ho dovuto affrontare il mio passato, non riuscivo più a dormire, a sorridere. I ricordi si erano fatti insostenibili e soffocanti. Ho dovuto affrontare il fatto che io fossi sopravvissuta mentre molti altri erano morti.


Cosa significava essere cristiana a Teheran durante il regime?
Prima della rivoluzione, nel periodo dello Scià, non era importante la religione che si professava. A scuola eravamo tante ragazzine di credo diverso e convivevamo tranquillamente. Con la rivoluzione islamica le cose sono cambiate. Si è instaurato una legge islamica estrema e a quel punto la religione è diventata un problema. Come cristiana, comunque, sono sempre stata un po’ ai margini della società. Anche nel periodo dello Scià ero leggermente diversa dagli altri e questa differenza l’ho sempre avvertita. Ma non si andava in prigione per il fatto di professare la religione cristiana, purché si rispettasse la legge islamica. Purché non si diventasse, diciamo, politici nel proprio credo. Chiaramente una volta in prigione essere cristiana ha rappresentato un grande svantaggio.


Cosa è cambiato oggi rispetto a vent’anni fa?
Non ci sono molte differenze in realtà. Per un breve periodo, quello della presidenza di Katami, le cose sembravano migliorate, ma erano solo cambiamenti estetici. La donna, ad esempio, poteva indossare un po’ di rossetto, e anche se una ciocca di capelli fuoriusciva dal foulard non era importante. Però erano variazioni molto superficiali. Oggi con la presidenza di Ahmadinejad siamo ritornati a dove eravamo con Khomeini. Sempre più donne subiscono delle pressioni, devono indossare in modo adeguato l’hijab e incontrano grandi difficoltà nella loro vita di ogni giorno. La verità è che fino a quando rimarrà al potere un regime islamico non potranno esserci cambiamenti per gli iraniani. La democrazia è qualcosa di inconciliabile con il sistema della repubblica islamica. Occorre che il sistema cambi perché ci sia democrazia. Fino a quando ci sarà un leader supremo, che ha potere di veto su qualsiasi decisione del Parlamento, non ci potrà essere libertà: questa è la ricetta della dittatura e nient’altro.


In questa storia di odio, dolore, disperazione c’è anche amore, amicizia, resurrezione. Ma ad un certo punto bene e male sembrano confondersi e compenetrarsi. Come ha fatto alla fine di tutto a ritrovare l’equilibrio e scrivere una storia che è anche di speranza?
Penso di dovere questo mio equilibrio al modo in cui sono stata cresciuta. Mia nonna mi ha educata ai valori cristiani, dicendomi sempre di guardare al nemico con il rispetto dovuto ad un altro essere umano, di amare, comunque, il mio prossimo. Questi principi sono stati, per così dire, incisi nel mio animo. Quando sono stata imprigionata, a 16 anni, ero giovanissima e non avevo avuto abbastanza esperienza per poter provare odio. Vivevo alla giornata e, non avendo pregiudizi, se esisteva un minimo di bontà anche nell’essere più vile e più crudele io riuscivo a trovarla. Quello che più mi ha colpito, infatti, è stato scoprire che la famiglia di mio marito, che per me era stato un aguzzino, un torturatore, in realtà era una buona famiglia. È stato così che ho dovuto necessariamente riconciliare il concetto del bene con quello del male. E’ stato lì che ho appreso che il mondo non è o bianco o nero.


Per questo libro ha ricevuto il premio “Human Dignity” del Parlamento Europeo. È un passo avanti perché si cominci a aprire gli occhi sugli orrori della tirannia. Eppure ancora oggi giornalisti in Iran vengono condannati per reati d’opinione. Gli ultimi resoconti ci parlano della morte della fotoreporter iraniano-canadese Zahara Kazemi e della condanna, nel Kurdistan iraniano, alla pena capitale per due giornalisti curdi. Si tratta, quindi, ancora di censura?
Si, certo, si parla di censura politica ma anche di forte omertà. Quando io ero in prigione non c’era alcuna reazione. Praticamente erano migliaia i teenager di 16/17 anni imprigionati in Iran, ma nessuno ne parlava. Addirittura io mi chiedevo se ci fosse qualcuno che sapesse o si preoccupasse di questa situazione. Ma dopo 25 anni di silenzio oggi qualcuno finalmente sta ascoltando. Questo è positivo. Il Parlamento Europeo ha fatto un passo avanti, approvando una risoluzione in cui si riconosce che tutte le minoranze religiose stanno affrontando delle difficoltà: le persone vengono uccise, torturate in nome del proprio credo. Un’atroce tortura fisica, che lascia segni visibili, ma anche e soprattutto una tortura psicologica che logora dentro.

Cosa può fare la comunità internazionale?
Sicuramente non spedire eserciti in Iran o in altri Paesi del Medio Oriente. Sappiamo che la storia si muove lentamente e non si possono risolvere i problemi dell’Iran in un giorno. La cultura mediorientale è estremamente complessa e la Comunità Internazionale deve proseguire il dialogo, deve continuare a parlare della violazione dei diritti umani. Inoltre, i governi occidentali dovrebbero esercitare delle pressioni sul governo dell’Iran perché vengano rilasciati i prigionieri. Oggi c’è anche internet, uno strumento estremamente potente per partecipare a questo tipo di discussioni facendo sentire la propria voce. È un modo per mostrare sensibilità e avviare un dibattito internazionale con la possibilità di scambiare idee e opinioni con cittadini iraniani. E’ necessario ricordare che il 70% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni, quindi sussistono speranze effettive di cambiamento. Bisogna aspettare che i cittadini iraniani trovino la loro via verso la democrazia quando ne saranno pronti.
Vivendo in nord America, conoscendo la realtà di questo paese, trovo disturbante il fatto che la gente si concentri di più su quelli che sono i problemi di Britney Spears piuttosto che delle vite perdute nelle guerre in Asia o Africa, o si concentri di più sulle avventure di Paris Hilton, piuttosto che sulle vittime dell’AIDS nel terzo mondo. Dobbiamo renderci conto che la cultura popolare deve ridefinirsi, deve cambiare le proprie priorità perché, come diceva giustamente lei, le atrocità vengono tutt’ora commesse a livello mondiale. Bisogna chiedersi se è normale per un essere umano ignorare. Se le vere necessità del pianeta vengono riconosciute è necessario poi assumersene tutte le responsabilità. E questo, si sa, non è certo facile anzi è molto scomodo.

Silvia Valenti

18 febbraio 2008

ANDALUSIA

APPREZZA MEGLIO UN NETTARE LA PIU' CRUDELE ARSURA

Camminavo oramai tra tre ore. La strada tagliava la valle, una lunga lama bianca piantata tra le scapole della pianura del Duero. Il calore era insopportabile. Il cielo diafano s’era fatto sole tutto: impossibile dire da dove i raggi venissero a proferire la loro condanna. La luce opaca riverberava sulla pelle butterata dei colli lontani, tra le braccia tese delle spighe di grano tra i quali si insinuavano le teste rosse dei papaveri, lungo il corpo secco degli alberi scuri e contorti. Avanzavo nella morte apparente del mezzogiorno. Mi accompagnava soltanto il frinire delle cicale, un ronzio intenso, costante, infinito.
L’impressione era quella di trovarsi accanto sempre lo stesso ciuffo d’erba gialla, la stessa traccia di serpente disegnata nella polvere rossa della strada. Polvere rossa che si attaccava ai capelli, correva lungo la schiena, si posava tra le dita dei piedi esausti.
Vidi gocce d’acqua dondolare mollemente sulla punta degli steli d’erba, dopo un acquazzone primaverile. La campagna verde della mia terra dove i salici sfiorano con dita gracili il corpo sinuoso dei ruscelli. Vidi passeri sguazzare nelle pozze d’acqua bassa. Mani chiuse a ricevere il fresco dono cristallino di polle alpine. Nel mio delirio avanzavo e avanzavo, trascinando i piedi nella terra riarsa.


Scrisse Emily Dickinson:
Più dolce appare il successo
a chi mai lo conobbe
apprezza meglio un nettare
la più crudele arsura
[...]

Solo nella più completa disidratazione conobbi la sete.


Ma una speranza c’era. Si chiamava orizzonte. Lontano, sopra il dorso ocra di un colle, si attorcigliavano nubi a spire, si annunciava tempesta. Trascorsero minuti infiniti. L’ombra avanzava lungo la valle, veniva da sud, lesta, silenziosa, incontro a me. Accelerai pregustando l’abbraccio, la frescura del suo corpo dentro la mia pelle. E l’abbraccio arrivò. Il sole venne inghiottito da un budello di nembi. Il sollievo era immenso, inebriante. L’ombra mi cinse i fianchi, mi coccolò e mi carezzò il viso con il suo respiro umido.
Le prime gocce scesero come una benedizione. Lungo il solco teso della mia bocca, nella mia gola ardente. Folate di vento sostenevano il mio cammino, ora più sicuro. Infine un colle, una curva, le prime case, dei volti umani: contadini che rientravano dalla campagna sotto la minaccia dei primi lampi. Poi in fondo ad una stradina, stretta tra una chiesa e un muretto a secco, sotto un perticato incorniciato dall’edera, una taverna.

Senorita, un poquito de agua por favor!
Enrico Gaffuri

Liberamente ispirato da un articolo di Laurie Lee, Sotto il solleone Spagnolo, in Questa meravigliosa Europa, Selezione del Reader’s Digest, 1976, Milano


13 gennaio 2008

DIALOGO IN CORSO

a cura di Daniele Grasso, Giovanni Cinà e Chiara Caprio

OLTRE I MURI

I giovani musulmani in Italia tra fede e integrazione
Omar Abdel Aziz è un ragazzo che non ti aspetti. Vent’anni, l’aria seria e l’abbigliamento decisamente occidentale. Nulla di strano, se non che si tratta di un giovane musulmano, membro attivo dell’associazione "Giovani Musulmani". Ma i pregiudizi e le immagini a cui siamo abituati portano a credere che le differenze si notino già dall’apparenza.
"E’ normale" spiega Omar "la gente si aspetta che vedere un musulmano voglia dire vedere un vecchio uomo con la barba, che se non fai attenzione ti fa saltare in aria. E’ semplicemente lo stereotipo che i mass media fanno passare quotidianamente".
I "Giovani Musulmani" nascono nel 2001 dall’ esigenza di quattro ragazzi, provenienti da diversi paesi arabi, di creare un luogo di associazione, di scambio culturale e religioso tra musulmani. Oggi, dopo sei anni, hanno sedi a Milano, Roma, Reggio Emilia e Bologna, e presto sarà fondato anche un gruppo scout musulmano. I.G.M. di tutta Italia si riuniscono annualmente a livello nazionale per incontri, riguardanti la formazione religiosa e la comunicazione della propria esistenza sociale. "Questo per noi è un punto fondamentale: le immagini con cui siamo quotidianamente etichettati dai media creano nella società in cui cerchiamo di vivere da cittadini normali sono degli stereotipi che ci fanno male" spiega Omar "naturalmente per noi le risposte a questi attacchi mediatici sono nei versetti del Corano. Tra quelle righe non c’è traccia del binomio terroristico religione-omicidio. E tramite l’associazione abbiamo trovato un luogo in cui riscontrare questa verità".

Ovviamente tra i Giovani Musulmani ci sono anche alcune ragazze, attive e libere quanto i loro colleghi maschi. Non tutte portano il velo, e ciascuna può decidere se mantenere o meno questa tradizione. "Un’ abitudine sbagliata tipica degli occidentali è quella di confondere la religione con la tradizione" spiega Omar "nel Corano non ci sono passi in cui si dica che la donna debba indossare il Burqa: è esplicito l’ ammonimento a coprirne il corpo e le sue forme, ma non le mani e il volto. Quando vedo in televisione donne interamente coperte dal burqa mi chiedo perchè lo facciano. La risposta in realtà è nelle tradizioni del paese, e non nei dettami islamici".
La motivazione infatti sta nel nascondere della donna la sua parte più provocante, la stessa, per intenderci, che spopola sui giornali e nelle pubblicità occidentali. "Se in Arabia Saudita le donne non possono guidare e in Iran non possono uscire, a meno che non siano accompagnate da familiari stretti, è una questione di tradizione legata al Paese" chiarisce Omar "nel caso di questi due Paesi, tra l’altro, il primo non è considerabile come islamico, poichè è solo a maggioranza islamica, ed è retto da una monarchia assoluta". Una forma di governo che con i messaggi coranici non può coincidere: il profeta stesso, agli atti fondanti dell’Islam, prendeva decisioni per la comunità nella Sura, un’assemblea democratica. Ma alle orecchie occidentalizzate risulta addirittura strano accostare le parole "democrazia" e "Islam" all’ interno di una frase. "Non bisogna dimenticarsi che in molti casi le dittature nei paesi arabi sono state sostenute da governi occidentali con lo scopo di ricavarne immensi proventi economici. Gli islamici tagliagole spesso uccidono con lame occidentali" afferma Omar. Ma il fondamentalismo esiste, sarebbe inutile negarlo, tanto nei paesi islamici quanto in quelle persone che da quei paesi sono emigrate in occidente.
Come nel caso di Hina, la ragazza di Brescia uccisa dal padre perché rifiutava di mettere il velo. "E’ una realtà con cui si ha a che fare nella comunità islamica, anche se nel mondo giovanile della nostra generazione, fatta di ragazzi cresciuti qui, è difficile che rimangano retaggi così forti" spiega Omar "naturalmente questo è un argomento che trattiamo negli incontri dei Giovani Musulmani: è fondamentale per noi riuscire ad intervenire al meglio nella società italiana rimanendo però portatori dei valori della nostra fede".
Dunque, esistono differenti interpretazioni all’ interno delle stessa dottrina religiosa. "Infatti se i cattolici hanno il Papa e le comunità ebraiche un Rabbino capo, le comunità islamiche non hanno qualcuno che si faccia interprete del messaggio coranico a livello universale" prosegue Omar "ognuno dice la sua insomma. Questo da maggiore libertà di interpretazione, naturalmente con le conseguenze che ciò comporta, nel bene e nel male".

Se per uno come lui, che si dichiara cittadino italiano di religione islamica, questo aspetto rappresenta un continuo spunto riflessione, bisogna volgere lo sguardo un po’ più indietro e riflettere sulla condizione della generazione precendente. "Chi, come mio padre, arrivando in Italia più di 20 anni fa dall’ Egitto, si è ritrovato catapultato in una società in cui è normale trovare donne seminude sui cartelloni pubblicitari ad ogni angolo della strada...capisci che ci rimane!" spiega Omar "Di conseguenza spesso i padri vedono l’ imposizione, ad esempio, del velo alle figlie come un modo per proteggerle dal poter diventare carne da macello di quel mondo occidentale di cui ancora non si fidano. E’ una questione molto spinosa".
Alla quale però un’ associazione come i Giovani Musulmani cerca di dare una risposta indubbiamente positiva, ponendosi soprattutto come punto di partenza per il mantenimento e l’applicazione della fede islamica nella società in cui vivono, un’attività che ha portato anche a conversioni, come quelle dei circa venti ragazzi milanesi che sono passati dalla religione cristiana all’Islam.

Ma il pensiero corre anche alla situazione internazionale, e in particolare alla guerra nei territori palestinesi. "Naturalmente noi soffriamo ogni giorno per quello che accade in quei territori, ma bisogna fare attenzione a non cadere in facili equivoci sul conflitto" prosegue Omar "E’ pericoloso considerarlo una questione puramente religiosa, trattandosi in realtà di uno scontro tra il popolo Palestinese e quello Israeliano. Noi cerchiamo di dimostrare che non c’è odio tra le due religioni, come abbiamo fatto qualche anno fa, con un incontro con l’ U.G.E.I. (Unione Giovani Ebrei Italiani) al Castello Sforzesco. Senza morti né feriti".
Collaborazione con le associazioni ebraiche, ma non ancora con quelle cattoliche. Omar però assicura che l’unica ragione è la mancanza di occasioni. "In realtà io, frequentando l’Università Cattolica, sono quotidianamente in contatto con loro, ma in alcuni casi, come per una mia collaborazione con il giornalino universitario, mi sono sembrati troppo impostati e poco disposti ad allargare i propri orizzonti".
L’auspicio è che le prove di sintonizzazione non si esauriscano qui.

Daniele Grasso



DALL'UGEI A KIDMA

Ecco chi sono i giovani ebrei italiani
Nonostante la presenza discreta e poco visibile, esistono ben ventuno comunità ebraiche in Italia, ciascuna guidata da un rabbinato autonomo. I gruppi sono poi riuniti nell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), che ha il compito fondamentale di rappresentarli a livello nazionale, anche se, dal punto di vista religioso, non esiste un organo centrale che li indirizzi in modo unitario, ma l’interpretazione del rabbino capo è quella in cui si riconosce la comunità a lui sottoposta.
Le attività del mondo ebraico hanno anche una ramificazione giovanile, indipendente da quella degli adulti.
Gad Lazarov, vice presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia e responsabile dei rapporti con World Union Jewish Students e European Union Jewish Students, è uno di quei giovani ebrei italiani che si impegna a sviluppare e far conoscere la propria realtà, proprio attraverso la costituzione di alcuni nuclei di riferimento, come l’UGEI stessa. Dopo l’esperienza in Hashomer Hatzair e Benè Hakiva, due associazioni che s’ispirano allo scoutismo, una più laica ed una più religiosa, il passaggio ad un impegno più forte è venuto da sé. Prima con la partecipazione a Kidma (continuazione di Hashomer Hatzair per i più grandi), successivamente con l’adesione all’UGEI. "L’UGEI è un’emanazione diretta dell’Unione delle comunità, da cui riceve gran parte dei finanziamenti, ma nonostante questo gode di molta autonomia" spiega Gad "non siamo tenuti a seguire ogni direttiva, anzi, ci è capitato più volte di trovarci in contrasto, anche attraverso articoli, come quelli apparsi su Hatikva, il giornale dei Giovani Ebrei d’Italia". Naturalmente entrambe le associazioni hanno una linea ben definita.
"Sia per l’UGEI che per Kidma il richiamo allo stato di Israele è forte. Chiaramente entrambe sono per la pace, democratiche" prosegue Gad "se però l’UGEI è apolitica e apartitica, Kidma è più legata alla sinistra italiana. Questo non significa che l’UGEI non faccia politica, ma avendo una struttura elettiva cambiano i vertici e cambiano di conseguenza anche gli orientamenti. Questa rappresentatività chiaramente ti dà più autorità. UGEI è più rivolta alle istituzioni, Kidma lavora su un altro livello. Potremmo vedere l’UGEI come un governo e Kidma come un partito".

Per quanto riguarda gli scopi primari delle associazioni, entrambe perseguono una doppia finalità. Una interna, volta alla costruzione e al mantenimento di una comunità coi suoi interessi, ed una esterna che mira alla sensibilizzazione culturale. "L’attività di entrambe le associazioni è culturale-politica: organizzazione di incontri, conferenze stampa alla Camera, dibattiti, campagne di sensibilizzazione" spiega Gad "inoltre diamo la possibilità ad ogni ebreo, dal più laico al più osservante, di partecipare alle nostre iniziative, attraverso piccole attenzioni, come il non organizzare attività il sabato o distribuire cibo kosher". I temi affrontati rispecchiano la realtà che li circonda, e sono quelli più scottanti: dalla fecondazione artificiale alla crisi del Darfur, fino all’antisemitismo e all’islamofobia, passando per il rapporto tra religione e sessualità. Gli eventi che organizzano si rivolgono a tutti e vedono spesso la partecipazione di personaggi di rilievo, come i parlamentari Piero Fassino, Gianfranco Fini e Daniele Capezzone, oltre a tanti esponenti delle maggiori religioni. Ma un posto importante è occupato certamente dalla Giornata della Memoria, arricchita però da testimonianze diverse, come quelle di Rom sopravvissuti ai campi e di persone scampate ai genocidi in Ruanda, per non limitarsi alla commemorazione di una tragedia ebraica, ma cercare di proiettarsi nel futuro, in un’ottica propositiva. L’occasione porta anche a constatare che ogni volta si spera che non accada mai più, e invece le storie si ripetono."Come si è visto anche nel caso recente di quel rumeno a Roma, il rischio è sempre quello di discriminare tutta una comunità" afferma Gad.
Fondamentale è stato anche l’incontro con i Giovani Musulmani. "Questi incontri con i giovani musulmani sono molto importanti dal punto di vista del gesto, si imparano tante cose sulle usanze, si capiscono gli stili di vita. Abbiamo fatto anche un torneo di calcio interreligioso con loro" spiega Gad "Non credo però che servano ad istituire un dialogo su altri livelli. Il problema è che loro vogliono confrontarsi su un piano teologico, mentre a noi interessa il piano politico e culturale. Il fatto di essere ebreo non implica l’essere ortodossi o buoni conoscitori dei testi sacri". Tuttavia se per gli ebrei la trasmissione per nascita della fede ha contribuito a creare un’unità identitaria molto forte, lo stesso sembra non essere avvenuto nel mondo musulmano. "La comunità islamica è frammentata" aggiunge Gad "anche le moschee di Milano sono a volte in disaccordo tra loro. Per esempio chi frequenta la moschea di Segrate non riconosce chi va nella moschea di Via Padova, ed entrambi vogliono differenziarsi da chi frequenta quella di Viale Jenner. Se avessero un solo rappresentante eletto sarebbe più facile far sentire la loro voce. C’è anche da dire che la comunità ebraica vive in Italia dal 70 a.C., sono 2000 anni e più, mentre la comunità islamica ha una presenza considerevole in Italia solo da 15/20 anni".

La frammentazione del mondo islamico però, non è solo un problema milanese. Alla luce del recente accordo di Annapolis tra Olmert e Abu Mazen, per l’avvio di negoziati tra palestinesi e israeliani, la questione si fa importante. " Purtroppo anche a livello internazionale non c’è una posizione univoca nella parte islamica" afferma Gad "le diverse fazioni si scontrano tra loro, con il risultato che non si può ottenere la pace e i palestinesi sono discriminati dagli stessi arabi. In Libano i palestinesi non possono esercitare 71 mestieri". Per questo Gad auspica un cambiamento anche sul fronte musulmano. "L’unione delle comunità dovrebbe essere adottata anche dai musulmani" spiega "finchè non faranno un’opera di mediazione tra di loro e non parleranno con un’unica voce non potranno far valere le loro ragioni". Un altro fattore fondamentale è l’unione dell’esercito. Infatti con le milizie separate sarà impossibile ristabilire l’ordine e, di conseguenza, il controllo politico sul territorio. "in ogni caso Annapolis è solo un primo passo, anche se ci sono state delle aperture importanti" afferma Gad "bisognerebbe però che si riconoscesse a Israele almeno l’esistenza di fatto, se non di diritto. Se non riconoscono Israele come interlocutore, la trattativa non può andare avanti".
Con il presupposto che la conoscenza sta alla base della comprensione, l’impegno fondamentale che queste associazioni portano avanti è quello di diffondere la cultura ebraica. Non per volontà di proselitismo, ma per costruire un valido e positivo dibattito interculturale. Ma sembra vi siano alcuni ostacoli, a partire dall’insegnamento della religione nella scuola pubblica. "L’unilateralità nell’educazione religiosa è una mancanza della cultura italiana" spiega Gad "per esempio, la religione cattolica predilige il nuovo testamento al vecchio".
"Negli Stati Uniti, c’è una apertura molto maggiore, frutto anche di un’operazione culturale fatta da intellettuali, come scrittori o registi" prosegue Gad "In Italia, tolte le grandi città, l’educazione è ancora fortemente impregnata di cattolicesimo. Io sono molto favorevole all’insegnamento della religione cattolica, ma nelle scuole bisognerebbe insegnare storia delle religioni, non fare catechismo. La chiesa stessa dovrebbe fare dei gesti di riavvicinamento alle altre confessioni religiose".
Altro aspetto che confonde e dimostra una mediocre conoscenza del mondo ebraico da parte degli italiani è la difficoltà a scindere l’ebreo, colui che professa la religione ebraica, dall’israeliano, la persona che abita nello stato d’Israele. "Israeliano ed ebreo sono molto diversi per mentalità" spiega Gad "gli israeliani hanno molto di più il concetto di laicità". La costruzione delle istituzioni di Israele ha portato a riferimenti identitari diversi da quelli tradizionali, alla possibilità di creare un mondo ebraico nuovo, dove non ci si lascia opprimere, ma si combatte per se stessi, per difendere la propria fede e i propri valori. Da questo possono nascere anche esperienze impensabili, come i kibbutz. "La partecipazione è volontaria e non imposta. Ognuno si esprime sugli aspetti decisionali della vita del kibbutz" racconta Gad "si può scegliere se lavorare la terra, se lavorare in fabbrica, in cucina". Un ambiente diverso, unico nel suo genere e testimone di uno stile di vita, attraverso cui molti giovani, anche non ebrei, possono così provare questa forma di comunità e mettersi in contatto con uno degli aspetti importanti della cultura ebraica e israeliana.


Giovanni Cinà

11 gennaio 2008

BARI-MILANO SOLO ANDATA

E’di nuovo esodo verso il nord. Negli anni ’60, quelli del boom economico, i lavoratori del sud Italia si trapiantarono in massa nelle nebbiose città del nord in cerca di occupazione. Mentre in quegli anni però si trattava per lo più della fascia più povera e meno istruita della popolazione, oggi il fenomeno migratorio interessa i neo-laureati e gli studenti universitari.
I dati 2006 del Miur registrano in Italia quasi 350000 studenti fuorisede, di cui gran parte originari del meridione. In particolare, la regione con esodo maggiore è la Puglia (46353 fuorisede), seguita rispettivamente da Calabria, Campania e Sicilia. Specularmente, le ragioni con maggiore affluenza sono Emilia Romagna, Lazio e Lombardia.
Secondo le indagini condotte, alla base del “fenomeno migratorio” le ragioni più comuni non sono, come parrebbe ragionevole pensare, l’assenza della facoltà scelta nel territorio di provenienza o un presunto maggior prestigio degli atenei settentrionali. Il motivo maggiormente indicato dal campione di intervistati da Studenti.it , si è rivelato essere il desiderio di intraprendere un’esperienza per maturare, lontano dalla casa paterna; anche se ciò non spiega l’andamento verticale e unidirezionale dello spostamento da sud a nord.
L’incognita sul perché il centro-nord venga considerato una meta tanto ambita per gli studi universitari viene alimentata dal fatto che alcune tra le città maggiormente colpite dall’esodo, come Foggia, Catanzaro e Messina, vantano un ateneo molto ben qualificato, in molte classifiche meglio collocato delle più frequentate università del settentrione. Anche se, ad onor del vero, è importante sottolineare come tali classifiche siano basate su parametri che non tengono conto di questioni che, per quanto non meramente didattiche, risultano comunque essenziali per il lavoro degli studenti, come ad esempio i servizi bibliotecari che, soprattutto in Puglia e in Sicilia, risultano essere piuttosto inadeguati.
Occorre a questo punto riflettere sulle ripercussioni di tale fenomeno sull’economia del meridione.
Un’indagine della Federconsumatori ci indica che mediamente uno studente fuorisede assorbe circa il 29% del budget familiare. La spesa più ingente è senza dubbio l’affitto, non certo modico, come ad ogni universitario sarà capitato di notare con uno sguardo più o meno distratto a una bacheca di annunci. In generale il mercato dei fuorisede muove in Italia circa 3 miliardi e mezzo di euro all’anno. Di questi, quasi 2 miliardi provengono dalle regioni del sud. Ed è ancora una volta la Puglia a subire le perdite maggiori: quasi mezzo miliardo di euro all’anno che intraprendono un viaggio senza ritorno verso le regioni del nord.
Le perdite economiche però non riguardano il solo capitale monetario. Le regioni interessate sono affette anche da quella che, con un cliché spesso abusato, è definita la “fuga dei cervelli”. Il dato più preoccupante infatti è che l’assoluta maggioranza di coloro che si trasferiscono per compiere gli studi universitari, una volta conseguita la laurea non fanno ritorno alla loro terra di origine, causando a questa un’ingente perdita di risorse umane. Le ragioni del mancato ritorno al paese natio vengono individuate da Paolo Citterio, presidente di Gidp (Associazione Direttori Risorse Umane) nell’ assenza, nel sud, di un’autentica rete industriale che possa offrire, oltre al pubblico impiego, concrete opportunità lavorative anche in aziende private; è inoltre significativa la testimonianza portata dalla Rivista Economica del Mezzogiorno, secondo cui al sud un laureato su quattro trova un’occupazione unicamente tramite conoscenza.
Sembra dunque che la ben nota difficoltà di inserimento per i giovani nel mondo del lavoro nel mezzogiorno risulti amplificata.
Rispetto agli anni della Grande Migrazione dunque, l’odierna fuga verso nord non è più, nella maggior parte dei casi, un’ impellente necessità. Sembra rivelarsi piuttosto una precisa e ponderata scelta, scaturita da esigenze di indipendenza e dalla volontà di assicurarsi un avvenire lavorativo più stabile, scelta legittima, che però va a scapito del progresso economico della regione d’origine.
Forse è solo un’impressione, ma nonostante il legame molto forte che tanti studenti fuorisede mantengono con la terra di provenienza, l’atmosfera di dolente nostalgia che accompagnava le migrazioni del ‘900 sembra oggi sopita. Tutto il mondo è paese, le realtà locali costituiscono il punto di partenza, ma l’approdo è spesso dato dalle grandi città del centro-nord, dove i giovani vanno a studiare e dove spesso decidono di restare.

Laura Carli

2 gennaio 2008

CONVERSANDO COI MARTA SUI TUBI



La location non poteva essere diversa. Piccolo palco, tetto basso, dietro le quinte fumoso. I Marta Sui Tubi, band indipendente allergica ad ogni classificazione, sono una piccola pietra preziosa densa di fascino. La Casa 139 di Via Ripamonti ha ospitato per diverse notti le scorribande del trio siciliano, ma questa volta tocca solo al chitarrista Carmelo Pipitone accompagnare le melodie di un altro performer indipendente, il cantautore Moltheni. A metà fra il pubblico e il bancone del bar la voce dei Marta, Giovanni Gulino, ha ascoltato bevendo. E’ molto diverso il sound di Moltheni rispetto a quello dei Marta Sui Tubi. "Certamente – dice Carmelo – suonare con lui è decisamente meno impegnativo. Si tratta di stili completamente diversi."
E difatti l’energia degli MST emerge da ogni nota. L’ultimo album, "C’è gente che deve dormire", sprigiona intensità anche dai brani apparentemente meno lambiccati. Il virtuosismo di chitarra e lingua sembra essere il filo rosso della produzione della band, nata e cresciuta nell’entroterra siculo, in seguito forgiatasi fra Bologna e Milano.


La vena ironica e scapestrata dei testi non è artefatta, e l’intervista, che procede fra tante freddure e qualche nonsense, lo dimostra.




All’appello manca il batterista Ivan Paolini. Dove l’avete lasciato?
"Non sappiamo. Forse dorme oppure è morto. Di solito resuscita come Nosferatu, però ultimamente non era messo bene. Un po’ troppo pallido. Magari fra due o tre mesi saremo costretti a cambiare batterista."



Allora sbrigatevi a pubblicare un nuovo album!
"In effetti è nei programmi. Ci stiamo già lavorando".



Come nasce un vostro brano?
"Per organizzazione aziendale – spiega Giovanni – io ho l’appalto dei testi e Carmelo della musica. Tuttavia, periodicamente, qualcosa si può accavallare. Si, ogni tanto ci accavalliamo…metaforicamente parlando. Prima viene fuori un giro di chitarra, poi io scrivo le parole con molta fatica e sofferenza. A volte possono passare anni prima che un brano venga ultimato".


"E infatti – interviene Carmelo – il nostro primo album Muscoli e Dei è stato scritto nel ‘75".



È terminato un 2007 intenso per i MST, caratterizzato da esibizioni in giro per l’Italia. Le prossime tappe del trio marsalese saranno Festivalbar e San Remo?
"Abbiamo fatto tanti festival suonando pure sopra un bar. Vale lo stesso? Per quanto riguarda San Remo il problema è che non siamo cattolici. Però tentiamo quotidianamente di avvicinarci alla dottrina."



Nonostante molti vi definiscano ancora gruppo "emergente" voi suonate da un bel po’ insieme…
"Infatti "emergente" è un termine del cazzo! In Italia ti definiscono così solo perché non entri in classifica, ma ciò non significa che non suoni da tanto tempo. Del resto, si sa, questo è un Paese provinciale. Al massimo siamo emergenti perché stiamo ancora a galla!"



Cosa pensate quando notate che il main stream discografico è zeppo di musica molto discutibile?
"In realtà credo sia giusto che ognuno sfrutti i propri contatti. Del resto la qualità non è oggettiva e il giudizio finale spetta sempre al pubblico – intanto Carmelo si è allontanato accendendo quella che, in apparenza, sembra essere una lunga sigaretta – Oggi la scena italiana è piena di buona musica, basta saperla cercare. E’ sufficiente citare Cesare Basile, Paolo Benvegnù, Teatro Degli Orrori, Disco Drive. L’essere o meno indipendente ha, in fondo, poco significato. L’importante è fare della musica che piaccia. Noi ascoltiamo anche autori del main stream: apprezziamo brani dei Black Eyed Pease o di Fabri Fibra."



L’anno scorso vi siete esibiti in condizioni molto singolari: dentro un igloo, in montagna, a migliaia di metri d’altezza. Come è nata l’idea?
"L’idea è della nostra agenzia di promozione. Si trattava di una vera e propria gabbia di ghiaccio ed è stato molto difficile suonare. Tuttavia, ci siamo divertiti parecchio. Inoltre, il concerto sul ghiaccio sarà documentato nel nostro ultimo DVD, prossimo all’uscita nei negozi. Una parte verrà dedicata ai live del tour, un’altra ai video delle canzoni ed una proprio all’esibizione sulla neve. Ed in più sarà Tamburi Usati, la nuova casa discografica fondata direttamente da noi, a pubblicare il DVD".




L’originalità è un vostro marchio di fabbrica. I testi, molto particolari, delle canzoni spesso resistono anche oltre la musica. Giovanni, ti verrà mai in mente di pubblicare un libro?
"In effetti io ho sempre scritto. Molte cose che penso non diventano canzoni e restano chiuse nel cassetto. Tuttavia non le apprezzo molto, anche perché sono decisamente critico rispetto a quello che faccio. Chissà, magari un giorno... Del resto, per quanto scrivere abbia sempre fatto parte delle mie fantasie, ora mi sento decisamente più musicista che scrittore.



Ultima domanda di banalissimo taglio: cosa consigliereste ad un giovane che nella vita intende fare il musicista?
"Deve solo comporre belle canzoni. L’ultima parola spetta al pubblico. E’ necessario chiedersi sempre: la gente ha bisogno di quello che sto facendo? Sono sufficientemente originale? E’ troppo facile innamorarsi delle cose che si fanno, ma a quel punto si tratta di una sorta di masturbazione. Bisogna produrre delle idee che diventino di tutti. Questo è il senso dell’artista.



Gregorio Romeo

1 gennaio 2008

EDITORIALE GENNAIO 2008

E’ uno strano paradosso che le formazioni politiche nascenti, il Pd e la Cosa berlusconiana, partorite tra sfinimenti pirandelliani o adunate pop, ci sia ancora così poco spazio per i giovani. Perché, infondo, messe da parte le hostess da convegno e le veline engagée, non si vede uno straccio di politica giovanile. E sfido. Chi la perseguisse dovrebbe praticare scelte poco politically correct: sfidare sindacati che drenano quel poco che resta di stato sociale, combattere lobby ottimamente rappresentate a Montecitorio, abolire gli ordini professionali, introdurre criteri meritocratici nell’istruzione, selezionare il personale docente, superare una costituzione che paralizza i Governi, colpire chi truffa in ogni settore, ceto e latitudine. La vera, rivoluzionaria giustizia sociale oggi passa attraverso trasformazioni radicali e trasversalmente impopolari. Una rivoluzione che contrappone vecchi e giovani, come tutte quelle che la storia ci ha consegnato.
Luca Gualtieri

DA DC A DC

Mi stupisce molto sentir parlare del futuro della sinistra. E più ancora di riempire uno spazio vuoto a sinistra del Pd. Stare a sinistra del partito democratico vuol dire stare fuori dal governo. A vita. Già, perché qualsiasi legge elettorale che partorirà il mega-utero di Donna Veltroni, fecondato dalle semenze di Berluscone, non prevedrà mai più un’alternanza al potere, tanto meno, per la nuova "Sinistra Arcobaleno", che, spogliata della falce&martello, vuol darsi una parvenza di credibilità, posteggiando un Mussi in guardiola ed un Ferrero ad amministrare il baraccone. La sinistra è morta o non è mai nata. Intendo una sinistra europea, di governo, una sinistra di tradizione socialista, persino laburista, direi. All’Italia è sempre mancato il socialismo, o meglio la socialdemocrazia, cosa che i nostri colleghi (Europei Sapiens) hanno sempre avuto ben presente. In Italia un Partito Comunista irresponsabile, finto battagliero, che patteggiava con un centro cattolico gattopardiano, ha contribuito a fascistizzare consapevolmente il nostro paese. A deprimerlo. Lo ha privato di quella spinta al nuovo, al progresso, che invece è caratteristica principale della vera sinistra europea, con la quale i nostri fortunati vicini hanno vissuto le stagioni più floride. E ora ci aspettano altri trent’anni di immobili sballottamenti tra il Pd (la "Dc de sinistra") e il Pdl (la "Dc de destra").
Fabrizio Aurilia

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 n. 14


Quattordici è un bel numero per finire. La prima puntata di questa superficiale, maliziosa e pruriginosa rubrica (al film di natale questa pagina gli fa una pippa) esordiva citando gli Afterhours. Come nostri Numi, questi musicisti anni ’90 milanesi ci hanno tutelato per tutta la durata di questa penosa traversata nel deserto, fatta di inconcludenza, di ritardi clamorosi nella consegna dei pezzi, di mononucleosi, di sconforto e ribrezzo per la sorte dell’Italia. Ed è proprio questo sconforto che, dopo avermi prostrato e costretto a tre giorni di divano, in compagnia di ben due documentari sul Feldmaresciallo Rommel, mi ha fatto capire che è ora di finire di menare il can per l’aia, come direbbe un allevatore fino a poco prima in collera col proprio cane in un’aia. Voglio occuparmi di vero giornalismo, voglio scendere in strada, fare la cronaca, raccontare il mio tempo. Ecco perché giungo in questa sede a ripudiare ogni cosa che abbia riguardato gli anni ’80: i Prefab Sprout, Marco Predolìn, Marco Columbro, la profezia che feci sulla vittoria dei Mondiali, il povero Michael J. Fox e le sue dinamiche scalate al successo, i dischi di Tony Brando (specialmente "Collant, Collant"), il videogioco delle Olimpiadi nel quale vince sempre il bianco e il nero subisce l’onta della deportazione a Treviso, tutti i giocattoli di quel maledetto decennio (compresa la loggia P2), le pubblicità sul Natale a casa dei manager prima che venisse scoperta la cocaina, le meteore della canzone che proponevano testi pornografici (ricordo "Hop Hop Somarello" e "Ping pong"), e tutta la classe dei ragazzi della Terza C. Non vedo l’ora di occuparmi dei nuovi Olindo Romano, delle storielle sessuali di Alberto Stasi, dell’ennesima marachella di Anna Maria Franzoni e dei suoi 152 figli, di Berlusconi che fa parlare Chavez con Aida Yespica mentre Ferrara si pasce, ignaro, in una linda vasca da bagno. Se qualche lettore là fuori si dispiacerà della chiusura di questo spazio, allora vorrà dire che in quattordici puntate non sono riuscito a veicolare alcun messaggio, alcuna morale. Bene. Eccellente. E’ proprio quello che volevo. Ripercorrere il "decennio infame" in modo così frammentario e decostruito, è stato quanto di più superficiale vi potevate aspettare da questo giornale, definito in passato come "qualche migliaia di parole un po’ pallosette". Ma adesso basta: l’attualità ci attende. Un mio amico, vedendo un bambino che sedeva su di una rovina romana alle Terme di Caracolla, gli urlò: "scendi scemo!". Quello scese. Scendete anche voi dalle rovine di quegli anni. Gli Afterhours dicevano in una loro canzone che la fine è la cosa più importante.

Fabrizio Aurilia

28 dicembre 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N.13


Ma in fondo a noi, ma soprattutto a voi, matricole della Beneamata Università Statale, cosa ve ne frega degli anni ’80? Per voi che siete nati nell’88, quando il 47° governo Goria cadeva, (la Repubblica nasce nel 1946, questo è il 61° governo, o il 62° dipende quando uscirà il giornale: 61 maggioranze parlamentari in 51 anni. La Germania dal ’49 ha eletto 9 cancellieri. E non si può dire che il popolo tedesco non abbia avuto i suoi problemini), il decennio in questione non è stato altro che pappine-cacchine-ruttini, ruttini-cacchine-pappine. Sembra la vita di Rutelli, vero?
E allora, cari post-liceali, forse vorreste sentir parlare di banchi di scuola, di cose che conoscete.
Per venire incontro a voi, o classe dirigente del futuro, è pronto un dossier sulla "Terza C". Il 13 gennaio 1987 su Italia1 parte un progetto, "I ragazzi della Terza C", un telefilm che ambiva a raccontare una generazione di studenti ritratti nell’approssimarsi della maturità.
Il successo è colossale, non paragonabile ad altre serie americane degli anni Novanta o Duemila.
A parte l’utilizzo di personaggi estremamente stereotipati (cosa rimasta nella politica italiana, vedi Casini-Prodi-Luxuria: il bello, il comunista, il transgender) ed una recitazione imbarazzante (ancora: Bertinotti, Berlusconi, Gabriella Carlucci), è interessante la leggerezza narrativa e la costruzione degli intrecci, basate su dinamiche del periodo.
La parodia è quasi sempre il carattere della vicenda, sono riproposti i film o i personaggi dell’attualità: il pavido Bruno Sacchi (Fabrizio Bracconeri, oggi guardia giurata di Forum) interpreterà Rambo, oppure Chicco Lazzaretti, pluriripetente, praticamente trentenne, partecipa alla trasmissione Superstrike, condotta da Marco Columbro, vero reuccio della TV.
Ma c’è anche la cronaca che penetra nella fabula: durante una festa in casa di Sharon Zampetti, figlia di un industriale milanese, Camillo Zampetti (Guido Nicheli, da poco scomparso), irrompe la polizia tributaria. Il successo è talmente penetrante che le grandi marche trasformano intere scene in spot veri e propri. E’ il caso dell’Algida, che impone agli attori lo slogan "cuore di panna" mentre trangugiano un cornetto. Oppure la Opel che fa dire a Chicco, di fronte alla sua Corsa: "Che auto spaziosa, e che motore!".
La seconda serie è addirittura sponsorizzata dallo snack Raider. Un concorso si basava sulla presenza dello snack all’interno della puntata. La terza stagione vede i ragazzi all’università. Alcuni attori si stufano, se ne vanno o vengono cacciati: l’università fa questi scherzi. Il prodotto crolla nell’89.
Come il comunismo ha regalato sogni: il sogno di una televisione stupidissima, non volgare, coraggiosa, che lascia il posto a quella degli anni ’90: intelligentissima, volgare e pavida. E’ giusto che alcune cose non siano uscite vive dagli anni Ottanta.
Fabrizio Aurilia

22 dicembre 2007

MUSICA DAL MONDO: IL CASO TINARIWEN

Sono stati ribelli Tuareg, ma oggi hanno sostituito il Kalashnikov con la chitarra. Vengono dal Mali e sono amati alla follia da Robert Plant.

Assistere ad un loro concerto è un’esperienza folgorante. Il bassista suona tutto avvolto in un turbante che lascia scoperti solo gli occhi. La corista si muove ritmicamente, cantando e gridando con voce lamentosa e cristallina. Il cantante Ibrahim Ag Alhabib indossa un velo ampio e colorato e imbraccia una Gibson Les Paul. Se hai la fortuna di vederli, i Tinariwen, non te li dimentichi facilmente.
La loro musica, è un atto (l’ultimo solo in ordine cronologico) di rivolta: nel 1963, infatti, i Tuareg del Mali si ribellarono al potere del Nuovo Governo Indipendente che si era sostituito all’autorità Francese. La rivolta, repressa nel sangue, fu seguita da una terribile siccità che causò la fuga di migliaia di profughi, dal Mali e dal Niger verso l’Algeria e la Libia. Fu allora che le chitarre dei Tinariwen iniziarono a suonare, raccontandoci così del dolore per l’esilio. Il loro suono si eresse presto a documento di affermazione dell’esistenza Tuareg e della sua necessità di evolversi. Un’evoluzione, quella dei Tinariwen, prima di tutto musicale, (ai classici strumenti tradizionali come tamburi tindè o violino imzad vengono affiancati strumenti di derivazione occidentale, come chitarre e basso elettrico) ma anche culturale in senso più dilatato. La band, attiva dal 1979 ha infatti migliorato il tasso tecnico delle proprie esibizioni e la qualità lirica delle canzoni.

La svolta, per i nostri Tinariwen avviene circa quattro anni fa, quando decidono di partecipare al Festival au Dèsert di Essakane, vicino Timbuktu. Il loro nome ha varcato le porte del deserto, riuscendo a diffondersi anche fuori dai confini africani. Ascoltando le loro canzoni si è colpiti dalla somiglianza che queste hanno col blues, anche se non si tratta proprio delle consuete dodici battute. A parte gli ovvi richiami al blues di un altro grandissimo musicista originario del Mali come Ali Farka Tourè, i Tinariwen sembrano rievocare la musica del diavolo soprattutto nel mood, molto bluesy, appunto, e nella vocazione a costruire dei testi tesi all’espressione sociale di condivisione. Il loro motto: "Siamo ancora nomadi…ma in senso musicale" mi sembra il miglior invito all’ascolto di questi ribelli armati di chitarra. Magari in occasione di uno dei concerti che i Tinariwen terranno nel nostro paese, nel corso del mese di Luglio.

"…fratelli Tuareg abbiamo una vita sepolta ed è tutto ciò che ci unisce. Ciò che è accaduto non può essere accettato da colui che ama la sua gente. Questa verità è stata occultata e l’ignoranza ha preso il sopravvento…"

Davide Zucchi

21 dicembre 2007

MATTATOIO DARFUR

Nel nostro Paese giungono solo flebili echi dal Sudan. Espressioni come “sterminio etnico” e “genocidio” accostati a questo stato africano, compaiono sporadicamente nei nostri telegiornali e sui quotidiani, quasi sempre con scarsa contestualizzazione. Il 26 febbraio ricorreva l’anniversario dello scoppio del conflitto in Darfur. E’ passato pressoché inosservato, un giorno come tanti, inglobato da news e gossip sulla notte degli Oscar.

LA TERRA DEI FUR
Il Darfur (in arabo “Paese dei Fur”) è una regione che si estende ad Ovest del Sudan, occupata per lo più da un vasto altopiano, tra sabbia, montagne e savana. Il cuore di questa regione rappresenta ancora l’Africa profonda, millenaria, di sole, sabbia e villaggi, non ancora raggiunta dalla frenesia del progresso.
In questa zona i conflitti hanno origini remote e, contrariamente a quanto molti pensano, in alcun modo collegate a motivi religiosi. In realtà l’intera popolazione è di credo musulmano e le ostilità sorgono da ragioni prettamente razziali. In Africa infatti gli scontri tra etnie, legati brutalmente al colore della pelle, non sono affatto rari e tra le genti di stirpe araba e la popolazione nera spesso non corre buon sangue. In Darfur questa ostilità è particolarmente accesa: i rapporti tra la popolazione nera dei Fur, stanziale ed agricola, e la minoranza araba, nomade e dedita alla pastorizia, non sono mai stati di ottimo vicinato e il governo locale ha finito per sfruttare questa rivalità già profonda e radicata, alimentata da due stili di vita e due culture completamente agli antipodi.

26 FEBBRAIO 2003
E’ la data che convenzionalmente sancisce l’inizio del conflitto. Il gruppo autoproclamato fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendica pubblicamente un attacco compiuto mesi prima contro il quartier generale di Golo nel distretto di Jebel Marra. In realtà già da qualche anno si andava costituendo una schiera di ribelli, che avevano dato luogo ad una serie di attacchi a stazioni di polizia, avamposti e convogli militari. Il fronte ribelle si era costituito intorno al 21 luglio 2001, quando i gruppi Zaghawa e Fur si incontrarono nel villaggio di Abu Gamra e stipularono sul Corano un vero e proprio giuramento di collaborazione reciproca per difendersi dagli attacchi che già allora venivano perpetrati contro i loro villaggi. Dopo il 26 febbraio la risposta dell’esercito del governo di Khartoum non si è fatta attendere e col tempo la strategia si è articolata sull’azione di tre gruppi distinti: l’Intelligence militare, l’aeronautica e le milizie Janjaweed, reclutate tra i pastori nomadi di etnia Baggara, di cui il governo si era già servito in precedenza. Queste ultime furono poste al centro della nuova tattica governativa per reprimere le rivolte.
Le milizie Janjaweed volsero subito la situazione a proprio favore, agevolati dal fatto che i loro attacchi erano (e sono) sostanzialmente rivolti contro villaggi inermi, contro una popolazione, i Fur, che, ad esclusione del FLD, è composta quasi esclusivamente da agricoltori.
Gli attacchi si svolgono sempre alle prime luci dell’alba. Durante il giorno i nomadi di etnia Baggara svolgono la loro attività di pastori, necessaria al proprio sostentamento, di notte diventano i Janajaweed, i demoni a cavallo. Attaccano un villaggio appena prima dello spuntare del giorno, massacrando gli abitanti, talvolta portando via con loro ragazzi e bambini.
Malgrado il sostegno del governo (totalmente di etnia araba, nonostante sia la minoranza del Paese), i gruppi nomadi combattenti non sono ben equipaggiati come si potrebbe pensare. Spesso il loro armamento si riduce a un cavallo e un kalashnikov. E’ una guerra tra poveri. Si tratta di piccoli attacchi, per quanto efferati, e questo ci porta al reale dramma del Darfur: la questione dei profughi.



L’ABBANDONO DEI VILLAGGI
Contrariamente ad un altro luogo comune molto diffuso, quando si parla di stermino, o addirittura di genocidio per la popolazione Fur, non si pensa principalmente alle vittime dirette degli attacchi.
Il vero dramma che il Paese sta affrontando è la questione dei profughi, ancora oggi ben lontana da una soluzione.
Gli abitanti dei villaggi, come reazione ai continui attacchi, privi di mezzi per difendersi, iniziarono a migrare verso le città, dove si sentivano più protetti. Il loro numero raggiunse subito dimensioni impressionanti. Furono organizzati centri di accoglienza, totalmente inadeguati a fronteggiare la situazione, per mancanza di mezzi e per le condizioni ambientali e climatiche sfavorevoli. Condizioni sanitarie inesistenti (in un campo profughi non si può certo avere un sistema fognario), 50 gradi di temperatura, niente acqua e un’enorme concentrazione umana non potevano che portare ad una diffusione capillare di un gran numero di malattie come il colera, causa principale di mortalità per i bambini darfuriani. Nonostante l’emergenza sanitaria e le scarsissime possibilità di sopravvivenza i profughi, terrorizzati, si rifiutano categoricamente di fare ritorno ai propri villaggi, creando il problema del loro mantenimento. Costretti ad abbandonare la microeconomia rurale dei loro villaggi, nei campi di accoglienza essi dipendono interamente dalle forme di aiuto provenienti da organizzazioni come l’ONU, una soluzione che non può che essere temporanea.
In realtà il loro ritorno è ostacolato in parte anche dall’azione governativa che ha varato delle leggi sulla rioccupazione dei villaggi abbandonati, impedendo di fatto il ritorno degli abitanti originari.
Col pretesto di difendersi dai gruppi ribelli, il governo di Khartoum (una repubblica presidenziale retta però da una giunta militare) ha sostanzialmente appoggiato un sistematico genocidio, parzialmente già in corso, attuato da parte di un’etnia numericamente inferiore ma rappresentata al governo, nei confronti della maggioranza della popolazione. La minoranza araba d’altra parte, sente di agire in virtù di una superiorità razziale apertamente conclamata e proclamata ufficialmente già nel 1987. Una superiorità che campeggia addirittura sui teleschermi, veicolanti pubblicità di creme schiarenti per la pelle, specularmente a ciò che avviene sui nostri nella bella stagione con le creme abbronzanti.
Una nota particolarmente amara merita il fatto che, nell’intolleranza culturale, viene invece largamente tollerata una delle pratiche più agghiaccianti ancora diffuse in alcuni stati africani.
Il 90% delle donne del Darfur subisce ancora l’infibulazione, nonostante la leggi la vieti espressamente e preveda severe penali per chi la pratica. La mutilazione dei genitali femminili è diffusa in tutto il Paese, indipendentemente dal ceto sociale e nulla di concreto viene fatto dalla popolazione araba per estirpare questa pratica.

L’INTERVENTO INTERNAZIONALE
L’intervento dei contingenti di pace internazionali si è reso complicato fin dall’inizio, in particolare per la scarsa collaborazione del governo sudanese. Il 31 Agosto 2006 si è attuata parzialmente una svolta: nonostante l’opposizione del governo sudanese, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato l’invio di un contingente di ‘caschi blu per sostituire le truppe dell’Unione africana, fino a quel momento preposte a vigilanza del conflitto. In realtà l’apporto delle Nazioni Unite si è configurato in maniera più limitata rispetto ai piani originari. All’espressione “genocidio” si è preferito “crimini contro l’umanità” e il decisivo voto della Cina per l’invio del contingente è venuto a mancare a causa degli interessi petroliferi nutriti dalla nazione nella zona sudanese affacciata sul Mar Rosso. Questi fattori hanno notevolmente ridimensionato il ruolo dei Caschi Blu che devono tuttora sottostare parzialmente all’autorità del governo di Khartoum.

Secondo l' Organizzazione Mondiale della Sanità la guerra civile ha causato, da marzo 2003, la morte di circa settantamila persone e ha ridotto più di un milione e ottocentomila individui allo stato di profughi, rifugiati nei campi di accoglienza gestiti dalle organizzazioni umanitarie.
Pekka Haavisto, inviato dell'UE in Sudan, ha affermato che l'esercito sudanese sta “bombardando la popolazione civile”.
Tutto ciò basterebbe per fare del Darfur una delle grandi priorità mondiali, e difatti già nel 2003 doveva essere il grande obbiettivo internazionale. Poi è arrivato l’Iraq.

Laura Carli

Uno speciale ringraziamento al dott. Rodolfo Rossi per le foto e le preziose informazioni fornite.

11 dicembre 2007

CONVERSANDO CON ELIO FIORUCCI

Di grigio, sul tavolo d’ufficio dello stilista Elio Fiorucci, c’è solo una calcolatrice. Il resto è tutto colorato. C’è una serie di pupazzetti che lo guardano in faccia mentre lavora. C’è uno gnomo con una mano in tasca, c’è Margot senza Lupin, c’è una pecora nera di peluche. Poggiate sulle carte e vari post-it ci sono un paio di scarpe in vernice rosa col tacco azzurro e un fiocchettino.
Sotto alcune buste da lettera fa capolino l’abbonamento dell’Atm. Guardo tutti questi oggetti mentre Fiorucci è al telefono. Sta parlando degli anni 70 per una mostra sul tema, aperta fino al 30 marzo alla Triennale. Lo sento raccontare dei suoi incontri con Madonna, Keith Haring, Jean Michel Basquiat “…Quando erano ancora ragazzini”. Rievoca l’ondata rivoluzionaria che quegli anni si portarono dietro, lo dice all’interlocutore al telefono, forse un giornalista: “Chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dopo sarebbe caduto il muro di Berlino, che le ragazze russe avrebbero indossato jeans attillati Fiorucci, e che in Europa ci sarebbe stata la moneta unica. Non è occorsa una terza guerra mondiale”. S’interrompe e riprende: “Non mi chieda di politica. Non mi piacciono le cose politiche. Mi piacciono i ragazzi, le ragazze, le minigonne…”. Le sue parole al telefono viaggiano verso New York, salgono sulla Torre di Pisa a rievocare quella volta che conobbe il fotografo Oliviero Toscani, tornano a Milano all’inaugurazione del suo primo negozio, nel 1967. La telefonata si chiude. È il turno di Vulcano. Tocca a me. M’interessa l’anno 2007 e la moda degli studenti universitari.

Come ci si veste per andare a discutere una tesi di laurea?
Se vuole le parlo degli anni 70.
No grazie. Parliamo dei giorni di oggi.
Gli anni 70 hanno portato una libertà fra gli uomini fino ad allora sconosciuta. E dunque la liberazione da valori imposti dalla società.
Come suggerisce di andare vestiti, il giorno della laurea?
Non suggerisco nulla. Io sono uno spirito anarchico, la mia filosofia è quella della libertà. Ognuno si veste come gli pare. A me piacciono gli occhiali con la montatura rossa [Ne indossa un paio proprio in quel momento ndr] ma non per questo mi verrebbe da imporli agli altri. Questo è lo spirito degli anni 70.
Ma io non voglio parlare degli anni 70. Voglio parlare del 2007.
È incredibile come lo spirito degli anni 70 sia vivo ancora oggi.
Proviamo a entrare nella macchina del tempo. Cosa ci ricorderemo nel 2060 del 2007?
Degli anni 70.

Scoppio in lacrime. Fiorucci mi porge prontamente un pacchetto di fazzoletti. Il principe del marchio con gli angioletti, stupito dalla mia reazione mi dice: “Non sono cattivo”. Continuo a singhiozzare. Mosso a compassione mi fa: “E va bene, se vuole le dico come andare vestiti alla laurea”.

Me lo dica.
Io andrei vestito con un pullover. E scarpe comode. Ma come è vestita lei va bene lo stesso [jeans e camicetta bianca ndr]. Perché si può essere eleganti nella semplicità.
Il capo di maggior successo di sempre?
I jeans. Un tessuto magico. Quando smise di essere trattato come abito di lavoro.
Quando andò nel New Mexico scoprì le perline di vetro che diventarono i bijoux più gettonati dell’estate. Dalla Cina importò le ballerine: ne vendette diecimila solo in un anno. Come ha fatto a riconoscere il potenziale successo?
Io non ho mai pensato che sarebbero stati un successo. Li ho scelti perché mi piacevano.
E il marketing?
Io non mi occupo di marketing. Faccio le cose perché mi piacciono e perché mi fanno star bene.
Ma le scelte del marchio Fiorucci, le campagne pubblicitarie, non sono frutto di uno studio?
È l’amore per le cose che le fa uscire bene. La mia filosofia non prevede norme. Lei ha avuto un’educazione rigida.
Nella vita ha conosciuto tante personalità, tra cui Andy Warhol. Chi si nasconde dietro un talento?
Una persona rilassata. Serena. Mossa da passione. [Mi guarda negli occhi umidi] Non da rabbia e sofferenza.
Perché il suo tavolo è pieno di oggetti decorativi e alle pareti non c’è niente?
Ma non lo so! [Vede che sto per rimettermi a piangere]. Preferisco appoggiare piuttosto che appendere.
Lei una volta ha detto: “Gli oggetti devono essere belli e sinceri”. Che voleva dire?
Belli perché ti piacciono. Sinceri perché sono schietti.
Continuo a non capire.
Perché cerca un ragionamento dietro tutte le cose?

Chiuso il block notes, Fiorucci chiama la segretaria dicendo di prendere una borsetta: “Diamo un po’ di regalini alla ragazza”. Ma non l’aspetta. La precede e va verso un armadio dal quale comincia ad estrarre pacchettini colorati. Mettendomi in mano un portachiavi a forma di gnomo mi dice. “E lei adesso mi chiederà perché ho scelto lo gnomo? Non lo so. Faccio le cose che mi piacciono.”
Mentre scendo le scale dell’edificio che ospita gli uffici Fiorucci penso che anche io d’ora in poi farò solo cose che mi piacciono. Al primo semaforo ho lasciato l’Università per andare in Madagascar, al secondo vado in Cina a fare la ballerina, al terzo mi compro una parrucca perché mi sono sempre piaciuti i capelli blu. Sulla soglia di casa già il mio pensiero torna allo studio. L’esame di Glottologia. Devo prendere 30. Perché la media, il voto di laurea, i concorsi…Ci vuole coraggio per fare le cose che ci piacciono.

Diana Garrisi

22 novembre 2007

COS'E' LA DESTRA, COS'E' LA SINISTRA?

Momenti di ordinaria lottizzazione politica in Statale. Come ogni anno, le diverse associazioni, schierate e non, si riuniscono per decidere in quali aule svolgere le varie riunioni.
Viene applicato, nella suddivisione degli spazi disponibili, un criterio laico e pragmatico? Naturalmente no, e così vediamo sorgere aule marchiate a fuoco, ideologizzate, destinate a priori a gruppi di centro-destra o di sinistra.
Vulcano, per continuare a costruire il suo giornale presso la tradizionale auletta A che oramai lo ospita da 5 anni, è stato sommariamente inserito nell’elenco "pro gauche". Intendiamoci, si tratta di dettagli. E del resto la linea editoriale del periodico, nata sempre dal dibattito redazionale, è nitida e non teme equivoci. Come la sua indipendenza. Piccolezze tuttavia interessanti per comprendere l’andazzo di una università bloccata, ferma a logiche anacronistiche e conflittuali. Quando sono i vecchi baroni che masticano il passato e seminano misoneismo ce ne facciamo una ragione. Se però sono i ventenni ad applicare criteri antichi ed antifunzionali lo stupore cresce. Insieme alla disillusione più malinconica.
Gregorio Romeo

20 novembre 2007

INTERVISTA A GIAN ANTONIO STELLA

“così i politici italiani sono diventati intoccabili”


Probabilmente il suo libro è stato il veicolo di socializzazione più efficace degli ultimi mesi.
Nelle spiagge, come presso le fermate dei mezzi pubblici, crocchi di manzoniana memoria si affannavano a esporre il proprio sdegno contro la politica dei privilegi, delle tasse, dei tempi moderni nefasti che fanno rimpiangere l’odiata prima repubblica.
Qualunquismo? Forse. Tuttavia corroborato da solidissime e imbarazzanti cifre.
Come quelle che indicano i finanziamenti destinati alle comunità montane: 170.175.114,72 euro per organismi di governo locale a volte posti, magicamente, in piena pianura.
Viatici per garantire poltrone o semplici sgabelli a politici, peones e consulenti di ambigua derivazione.
Un esercito che tocca, dai consiglieri circoscrizionali ai senatori a vita, la quota di 179.485 anime.
Nessun paese, sbirciando in giro per il mondo, gode di una classe dirigente così maggiorata.
Un’ ipertrofia di genti e di cose, se si pensa alle 40.000 auto blu che sfrecciano per le strade italiane.
Ancora una volta, un primato mondiale.
Neppure le vetuste monarchie europee cedono, al contrario dei politici nostrani, al richiamo del fasto. Buckingam Palace, dove vive la regina benedetta dal Signore, spende quattro volte meno del Quirinale, base del “compagno” Napolitano.
224.000.000 euro tondi tondi sono i soldi spesi dallo Stato per finanziare la presidenza della repubblica.
Solo per motivi di spazio (e pietà), da tale elenco vengono omesse le cifre, spropositate, delle indennità pubbliche garantite ai politici, gocce di euro rispetto agli sprechi che contano, ma sintomatiche per intuire la forma mentis di chi ci governa.
Ed in questo fiume di danaro, che la politica spende e guadagna per nutrire se stessa, il paese annega.


Gian Antonio Stella, noto giornalista del “Corriere della sera” e autore del libro “La Casta”, è stato intervistato da Vulcano. Un’occasione per discutere delle anomalie proprie del sistema politico italiano e dell’insofferenza che emerge nel paese.

I pesanti strali di Beppe Grillo, le inchieste che evidenziano i lussi dei politici fra voli di stato e case acquistate a due lire, gli elettori colti da una profonda sfiducia nei confronti della classe dirigente. Gian Antonio Stella come valuta il clima di antipolitica che sembra dilagare nel paese?
“Mi trovo assolutamente d’accordo con l’opinione pubblica che si scaglia contro una certa gestione della politica. Non credo si tratti di un clima di puro qualunquismo. Il sentimento che attraversa oggi l’Italia non è di antipolitica, ma di consapevolezza, sia a destra che a sinistra, riguardo la cattiva gestione del potere. I metodi con cui operano oggi i politici non sono più sopportabili, né economicamente né moralmente.”

Lei non crede che l’inefficienza e la corruzione riscontrabili nel sistema politico siano rintracciabili anche negli altri segmenti di società? Spesso il mondo imprenditoriale o la pubblica amministrazione operano con le stesse logiche e la stessa superficialità delle classe politica…
“Certo, è così. Molti atteggiamenti deteriori sono presenti nella società italiana. Ma non bisogna dimenticare che la classe dirigente deve essere migliore della società, altrimenti perde la sua ragion d’essere. Non parlo di una politica elitaria, però il compito dei politici deve essere quello di guidare la società.”

Quando si parla di costi, i politici spesso affermano che è piuttosto necessario incrementare l’efficienza. Non crede si debba certamente aumentare l’efficienza dell’amministrazione, abbattendo, in ogni caso, i costi?
“Assolutamente si. I politici discutono di efficienza per spostare il tema e non occuparsi dei privilegi e dei costi astronomici.
Del resto, l’efficienza dipende sempre e comunque dalla classe che ci governa. Le leggi vengono varate in parlamento.”

Condivide le proposte di Beppe Grillo riguardo la riforma dei meccanismi di elezione della classe dirigente?
“Non del tutto. Il tetto delle due legislature per i deputati è forse eccessivo. Magari è giusto imporre solo una percentuale di seggi che vadano rinnovati dopo ogni legislatura. In questo modo, dentro il parlamento, verrebbe garantito il ricambio generazionale e ideale ma anche l’esperienza. Riguardo l’impossibilità di accedere alle cariche pubbliche se condannati, dipende dal tipo di reato commesso. Anche io sono stato condannato per aver scritto che Totò Cuffaro (presidente della regione Sicilia. n.d.r) applicava una politica di tipo clientelare. Poi mi hanno assolto in appello, con le scuse dello stesso Cuffaro.”

Oggi la diffidenza nei confronti della classe dirigente è alta. Secondo lei maggiore o minore rispetto ai tempi di tangentopoli?
“Secondo me l’insofferenza è superiore. Quando scoppiò tangentopoli almeno l’elettorato di sinistra continuava a nutrire una certa fiducia nei confronti dei propri rappresentanti. Adesso, credo che nessun italiano sia convinto che esistano politici al di sopra di ogni sospetto. Intendiamoci, non parlo di corruzione. Mi riferisco alla sensibilità su alcuni temi.
Oggi i sondaggi dicono che siano più i partiti di sinistra ad essere penalizzati da questo clima. Questo perché l’elettorato di sinistra è più sensibile riguardo determinate questioni. A destra l’indulgenza degli elettori nei confronti dei propri eletti è maggiore. Un personaggio come Lunardi, che da ministro ha affidato i lavori della tangenziale di Mestre a suo nipote, se fosse stato di sinistra sarebbe stato “crocifisso” dal suo stesso popolo.”

Quali sono, secondo lei, i tre interventi principali che andrebbero operati per rendere più trasparente e meno cara la politica?
“In primo luogo è necessario costringere tutti, al di là delle chiacchiere sull’autonomia, a compilare lo stesso tipo di bilancio. Questo garantirebbe effettiva trasparenza. Tutti i cittadini hanno il diritto di capire con semplicità come vengono spesi i soldi dalle istituzioni.
Poi, organismi inutili come le province vanno definitivamente aboliti. Il loro ruolo può essere ugualmente svolto da un sistema istituzionale più snello.
Infine, è fondamentale interrompere l’adeguamento automatico, in relazione all’inflazione, delle indennità dei parlamentari. Per adesso, alla Camera e al Senato, hanno semplicemente sospeso questo privilegio. Deve, piuttosto, essere cambiata definitivamente la legge.”

Come valuta la sensibilità dei giornalisti riguardo questi temi? Lei, ad esempio, dopo aver scritto “La Casta”, che rapporti ha con il potere politico?
“Ci vorrebbe certamente più coraggio. I giornalisti non si occupano a sufficienza di questi temi. Dopo la pubblicazione del libro per me non è cambiato proprio niente: io ho sempre avuto rapporti buonissimi con la persone per bene e pessimi con quelle che non sono per bene. Senza distinzioni fra destra e sinistra.”

Personaggi corrotti dalla finanza, pronti a disegnare leggi su misura per interessi privati o per la ricchezza della “casta”. Organismi istituzionali, di controllo e di servizio pubblico, monopolizzati dai partiti che nominano chi vogliono senza lasciare spazio alla meritocrazia. Politici in prima linea intenti a difendere con protervia e nessun pudore privilegi trasformati in diritti. A destra come a sinistra. Nel suo libro, scritto insieme al giornalista Marco Rizzo, viene esposto un quadro simile. Ma lei, alle prossime elezioni, andrà a votare?
“Io sono assolutamente contrario all’astensione dal voto come metodo di dissenso. Esiste sempre una soluzione meno peggiore di altre. Purtroppo, data la legge elettorale a liste bloccate attualmente in vigore, non è facile scegliere.
Però il mio voto vale quanto quello di persone che disprezzo profondamente. E per questo non lo butterò mai via.”


Gregorio Romeo

11 novembre 2007

EDITORIALE NOVEMBRE 2007


Oggi in Italia i neolaureati guadagnano in media 23 mila euro l’anno, cioè come un operaio. Lo riporta una ricerca di Od&M Consulting. Qualche settimana fa alcune migliaia di ragazzi sono scesi in piazza per protestare contro il numero chiuso che veniva definito "un sopruso antidemocratico e discriminatorio". Erano consapevoli di difendere un sistema che li consegnerà, statisticamente, a titoli-cartastraccia e a stipendi da fame? La svalutazione della laurea non è una fatalità o una congiura dell’orco capitalista. Avremmo potuto evitarla. Come? Con test d’ingresso selettivi, tempistiche contingentate (leggi: se vai fuoricorso ti raddoppio le tasse), commissioni severe. Insomma estirpando l’idea che l’università sia un diritto e non una conquista riservata ai migliori. Misure a costo zero, anche se impopolari in un paese buonista, conservatore e visceralmente antimeritocratico. Molto meglio il dormitorio di stato su cui troneggia l’insegna ideale: "laureatevi e farete gli operai".
Luca Gualtieri