29 gennaio 2009

L'OPERA DI LEE FRA PREGI E POLEMICHE


Miracolo a Sant'Anna (2008)
New York, anni ’80: un anziano afroamericano guarda poco convinto alla televisione uno stralcio de Il giorno più lungo con John Wayne. Il giorno dopo è al lavoro, come tranquillo impiegato delle poste. Pare riconoscere un anziano cliente a cui improvvisamente, e apparentemente senza motivo, spara a bruciapelo con una luger tedesca della seconda guerra mondiale. Durante le indagini, la polizia scopre che Negron, questo il nome dell’assassino, è un decorato di guerra facente parte del battaglione, composto interamente da persone di colore, Buffalo Soldier, e che conserva a casa sua una testa di marmo italiana dal valore inestimabile ritenuta perduta durante la guerra. Qual è la storia di questo misterioso uomo? Per saperlo bisogna tornare indietro nel tempo, ad una battaglia combattuta sul fiume Secchia, vicino Firenze, nel lontano 1944.
Questo, in sintesi, l’inizio dell’ultimo lavoro di Spike Lee "Miracolo a Sant’Anna" che, partendo da fatti di cronaca bellica reali ma poco conosciuti (in questo caso la strage compiuta dai nazisti a Sant’Anna di Stazzema) vi ricama intorno un racconto di pura finzione. Che si tratti di fiction lo evidenzia un disclaimer, posto all’inizio del film dopo le vivaci proteste da parte dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Polemica, nel parere di chi scrive, montata inutilmente, dato che la parte del partigiano traditore, completamente funzionale alla trama, non costituisce una denigrazione della categoria: a volte sarebbe più utile ribattere ai veri revisionisti di casa nostra, invece che polemizzare con registi d’oltre oceano che poco o niente conoscono dei tormentoni storici del belpaese.
In ogni caso, forse spinta dall’ondata di spregio che si è abbattuta sulla pellicola, molta critica ha silurato clamorosamente il film. Certamente non ci troviamo di fronte ad un opera perfetta: fra i difetti imputabili, i più grossolani sono senza dubbio una smodata tipizzazione dei personaggi e forse un eccessivo accavallarsi di argomenti non tutti completamente snocciolati. Ma numerose sono anche le qualità. Innanzitutto, l’intuizione di fare un film trilingue, scelta coraggiosa e controcorrente rispetto al sistema degli studios che appiattisce tutto sull’inglese (la produzione è per gran parte italiana). Inoltre, è utile sottolineare la bellezza di certe sequenze, come quella della battaglia iniziale. La sensazione è che se non si fosse trattato di un film di un autore affermato come Lee, la critica sarebbe stata più generosa.
Insomma, un film non encomiabile, ma senza dubbio sincero e coraggioso e che non annoia pur nella lunga durata (due ore e mezzo). Considerati i tempi, non è poco.
Da vedere, se possibile, in lingua originale, dato che il doppiaggio italiano ha eliminato le differenze linguistiche.


Voto ***


Davide Bonacina



Legenda
* brutto **così così ***interessante ****molto bello *****capolavoro

L'INQUINAMENTO DA TREGUA AL LAMBRO




a cura di Dario Augello




Dopo anni di costante monitoraggio delle acque del Lambro, per la prima volta nel 2007 si è registrato un significativo calo dell’inquinamento. In nessuna delle stazioni si raggiunge più il livello 5, il più grave, per cui fino a qualche anno fa il Lambro era considerato un fiume morto, per l’assenza di "ampie porzioni delle comunità biologiche normalmente associate al fiume in condizioni inalterate".
É quanto emerge dagli ultimi dati forniti da ARPA Lombardia, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che monitora l’inquinamento delle acque lombarde servendosi di parametri chimici e biologici. I risultati più critici (livello 4, scadente) si registrano nelle stazioni più urbanizzate, in primo luogo la provincia di Milano, dove però il funzionamento dei depuratori in città e i controlli sugli scarichi effettuati dalle autorità producono i primi benefici.
E anche alla foce la situazione è migliorata: per la prima volta l’ IBE (Indice Biotico Esteso, che misura la qualità biologica dell’acqua) raggiunge il livello 3, sufficiente, nell’ultima stazione a Orio Litta. Ma ancora oggi qui il corso del fiume è un serpentone molto scuro che si infila nelle acque più chiare e scorrevoli del Po, tanto che è visibile una riga nera di demarcazione, quasi che il Po tentasse di arginare il torbido proveniente dal Lambro. Alcuni pescatori raccontano di pesci macchiati, oppure ricoperti di funghi. Il letto del fiume è intriso di plastiche sfilacciate.
Dal 2005 intanto, quando sono entrati in funzione i depuratori di Milano (Nosedo, San Rocco e Peschiera Borromeo), tutte le acque della città vengono finalmente scaricate in fiume regolarmente, dopo che per trenta anni (nel 1976 la legge Merli stabilì che ogni città dovesse dotarsi di depuratore) nessun progetto elaborato dalle varie Giunte milanesi è stato mai realizzato, mentre i nostri scarichi casalinghi inquinavano le acque del Lambro fino a compromettere oggi l’integrità del fondo.

Arriva il censimento.
Entro pochi anni sarà realizzato, anche per il Lambro, il censimento di tutti gli scarichi in fiume. Lo conferma Mario Clerici, dirigente della Regione Lombardia e promotore del Contratto di Fiume Lambro, "uno strumento che permetterà ai Comuni che aderiranno di superare la frammentazione delle politiche ambientali attraverso la nozione di bacino del fiume, che comprende tutti i territori litorali". Il censimento favorirà il perseguimento dei comportamenti illeciti. Per legge infatti le Province rilasciano l’autorizzazione a scaricare in fiume solo entro certi limiti quantitativi, che sono più incisivi per le sostanze pericolose. Ma spesso i controlli sono molto difficili, ammette il Commissario di polizia provinciale Gennaro Caravella, che opera nel territorio di Monza: "in un caso, dopo un controllo risultato negativo, ci siamo resi conto solo successivamente che in realtà l’industria aveva differenziato gli scarichi, per cui sotto un condotto sano, a qualche metro di profondità, era installato un altro condotto che raccoglieva le sostanze più inquinanti oltre i limiti consentiti". Evidentemente costa di meno nascondere un condotto abusivo che smaltire lecitamente le sostanze inquinanti in eccesso. Mentre "in altri casi è bastato diluire gli scarichi. In questo modo i limiti venivano rispettati". Spesso la presenza di scarichi anomali è rivelata anche da indizi posteriori, come accade d’estate, quando le morie di pesci sono più frequenti: "capita d’estate che, quando il letto del fiume è quasi secco e arriva una piena improvvisa, si verificano vaste morie di pesci. Dalle analisi successive emerge allora che si tratta di ipossia dovuta all’eccessiva presenza di saponi e detergenti industriali".
Il Contratto di Fiume dovrà servire anche a prevenire i disastri naturali. Per limitare i danni provocati dalle piene "occorre coordinare gli interventi oltre i confini comunali perchè spesso un’ esondazione a valle può essere contrastata costruendo un’opera idraulica a monte. E bisognerà incidere sulle politiche di sviluppo perchè non si può riversare acqua nei fiumi dagli scarichi e intanto restringere gli argini". A distanza di sei anni dall’alluvione di Monza che causò l’esondazione del Lambro in città, i ricordi dei cumuli di fango e di rifiuti solidi riversati per le strade convinceranno i Comuni del Lambro ad aderire?





Cascina Gazzera: bonifica possibile?
Una superficie interessata di 50000 mq, 170000 tonnellate di rifiuti e altrettanti di terreni contaminati. Per Studio Tedesi, che sta curando la bonifica del sito,"il costo delle operazioni è stato valutato in 150 milioni di euro. Una cifra che rende la bonifica di Cerro la più importante in assoluto in tutto il panorama nazionale".
Quando nel lontano 1962 iniziò lo smaltimento illecito di melme acide, lo scenario del Lambro, in quel tratto di Cerro al Lambro, a sud di Milano, era diverso: le melme depositate sulla sponda destra nel tempo hanno deviato il corso del fiume, creando un’ansa maggiore a sinistra di circa 50 metri.




Ma ancora dieci anni fa i Comuni dell’area temporeggiavano invece di avviare i lavori, chiedendo in cambio di poter scavare una cava per recuperare i costi della bonifica. Poi i danni derivanti dallo sversamento illecito si sono rivelati molto più gravi, sono state rinvenute sostanze tossiche e i costi sono saliti alle stelle. Quando nel 1999 la Regione stanziò finalmente i fondi, Cerro era già censito fra i siti contaminati d’interesse nazionale (SIN). Ecco le previsioni riferite da Studio Telesi, oggi che i lavori sono fermi: "Ad oggi sono in corso gli interventi di messa in sicurezza, cioè la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti (melme acide e croste bituminose). I tempi per la conclusione sono previsti in circa 2 anni; quelli per la bonifica dei terreni non sono ipotizzabili a causa dell’enorme mole di terreni inquinati".
Dal lato opposto del fiume, nel territorio di San Zenone, sono visibili i cantieri che si spingono fin dentro le acque attraverso scavi artificiali. Gli abitanti della comunità che sorge proprio di fronte a Cascina Gazzera confermano che fino a qualche mese il traffico di ruspe era intenso e frequente, mentre ora sembra tutto fermo.


Dario Augello




INQUINAMENTO: COME SI MISURA?


La Carta Europea dell’Acqua, stilata nel 1968 dal Consiglio d’Europa, riporta al primo punto: "Non c’è vita senz’acqua. La disponibilità di acqua dolce non è inesauribile. E’ indispensabile preservarla, controllarla e, se possibile, accrescerla". La tutela delle risorse idriche e la prevenzione dell’inquinamento delle acque costituisce uno dei principi cardine su cui si fonda la politica ambientale dell’Unione Europea. L’attività di monitoraggio delle acque compete alle Regioni che operano mediante le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA).


In questo quadro, esistono norme precise per valutare la qualità dei fiumi e dei loro ecosistemi. Dopo aver prelevato un campione di acqua, si eseguono le analisi chimiche e biologiche che rivelano la presenza di sostanze inquinanti di origine industriale o urbana. I principali metodi si basano sull’analisi di specifici organismi nel corpo idrico. Infatti fra molti enti unicellulari esistono specie più sensibili che non sopportano l’inquinamento di origine organica (scarichi fognari, liquami zootecnici e fertilizzanti). Per questo motivo la loro presenza è sintomo della buona qualità delle acque. Molto utilizzato per studiare gli ecosistemi idrici sotto un il profilo biologico è l’Indice Biotico, che si basa sull’analisi dei macroinvertebrati, gli organismi di taglia millimetrica e visibili ad occhio nudo che vivono sul fondo dei fiumi.


Complessivamente, ogni corso d’acqua deve essere caratterizzato da tre sistemi di analisi. Il primo è il L.I.M., livello di inquinamento dei macrodescrittori, che valuta e classifica il livello di inquinamento chimico. Il secondo è l’I.B.E., l’Indice Biotico Esteso, che misura la qualità biologica dei corsi d’acqua, ed infine il S.E.C.A. cioè lo Stato Ecologico dei Corsi d’Acqua. Quest’ultimo, calcolato con l’integrazione degli indici IBE e LIM, classifica lo stato dei corsi d’acqua in cinque livelli di qualità: elevato, buono, sufficiente, scadente, pessimo.
Il Lambro si posiziona nel 2007 al quarto livello. Scadente.




Denis Trivellato










PARCO LAMBRO: STORIA E MEMORIA DA RIPULIRE

Ratti, sporco e cattivi odori: sono termini che ricorrono descrivendo il polmone verde della zona 3 a est di Milano. Quando si parla del Parco Lambro i commenti non sono mai dei più positivi. Il fiume viene ormai esplicitamente definito una "fogna a cielo aperto" e la colpa non è solo dei rifiuti scaricati nelle acque o degli insufficienti interventi dell’AMSA, ma anche dell’inciviltà di chi lo frequenta: durante i fine settimana si assiste all’occupazione di chi allestisce grigliate e bivacca lasciando una gran quantità di rifiuti. A partire dagli anni ’60 il Lambro ha subito una trasformazione continua. Le persone che vivono in questo quartiere, da Città Studi a Cimiano, da più di quarant’anni, ricordano bene le metamorfosi. Vulcano ha raccolto alcune testimonianze.

"Era un parco bello, vivibile, dove le famiglie portavano i figli a giocare e a fare picnic – ricorda Anna, pensionata di 68 anni – Il fiume non era ancora inquinato e molta gente pescava. Era un ottimo posto dove rilassarsi e trascorrere il fine settimana. C’erano anche due piccoli laghi artificiali alimentati dall’acqua del fiume." Ora, dei laghi artificiali, non c’è traccia: dagli anni ‘70 il fiume iniziò a presentare i primi segni dell’inquinamento dovuto al boom industriale del periodo precedente. "Già si poteva vedere la schiuma bianca che tuttora caratterizza il Lambro, e l’acqua stagnante che pareva immobile – spiega Giancarlo – Vennero anche installate delle piccole cascate per cercare di ridare corrente e dinamismo al fiume, ma servirono a poco. Con la prima moria dei pesci i laghetti vennero prosciugati così come i piccoli canali che attraversano tutto il parco: portavano fetore ovunque ed erano dannosi sia per la vegetazione che per l’uomo." In assenza di leggi adeguate che garantissero la salvaguardia dell’ambiente, gli scarichi industriali e urbani proliferarono.

A cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80 il parco fu progressivamente abbandonato, non solo per l’inquinamento dilagante, ma soprattutto per paura di aggressioni e furti: "C’erano sia forze di polizia che volontari, ma sembrava tutto inutile. La gente non si sentiva sicura e non voleva correre inutili rischi andando in un luogo chiaramente pericoloso. Così, il parco venne sempre più trascurato. Dal 1984 qualcosa cambiò: con l’arrivo di Don Mazzi e la sua comunità si iniziò ad offrire assistenza ai giovani tossicodipendenti che frequentavano la zona. Anche il Comune di Milano si mobilitò, mosso probabilmente da una maggiore consapevolezza del degrado che aveva raggiunto vette insostenibili. In pochi anni si ristabilirono decoro e pulizia e vennero inserite numerose strutture che resero di nuovo il parco apprezzabile: rampe per gli skater all’entrata, circolo di scacchi, "percorso della salute" per i più sportivi, campi da calcio, parco giochi, ecc.".
Ma in questo contesto il fiume non è cambiato. Avvicinandoci alle sponde ritroviamo l’inconfondibile odore di fogna, topi e sporcizia. Il Lambro resta uno dei fiumi più inquinati d’Italia. I cittadini del quartiere non ricordano, in decenni di trasformazioni "urbanistiche", un reale intervento per migliorare lo status del fiume. Gli argini e il letto sono colmi di sostanze inquinanti, depositatesi negli anni, che non permettono il naturale sviluppo biologico. Tuttavia, il Parco Lambro non è incurabile. Impegno e senso civico sono punti di partenza essenziali per il rilancio. Un recupero necessario, per restituire un pezzo di storia milanese alla memoria dei suoi cittadini.

Luisa Morra





18 dicembre 2008

NON CHIAMIAMOLA RIFORMA


Legge 133/2008. Questo il movente ufficiale delle ultime e pressanti mobilitazioni e prese di posizione che hanno visto protagonista il mondo accademico nostrano. Non si tratta propriamente di una riforma universitaria, ma della legge approvata nell’agosto 2008 relativa ai programmi per il triennio 2009-2011 in materia finanziaria, entro cui si inseriscono provvedimenti che toccano direttamente la natura delle istituzioni universitarie e del corpo docente. L’iter legislativo della 133 ha visto l’approvazione del preliminare Decreto Legge 112/2008, che ne anticipava sostanzialmente i contenuti. Su proposta del Ministro del Tesoro Tremonti, il Consiglio dei Ministri ratifica quindi il 25 giugno il decreto, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria.

Vediamo nello specifico di cosa si tratta.
ART 16: Facoltà di trasformazione delle università in fondazioni.
Cit:"le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione è adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta. [...] Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell’Università [...]. Le f.u. sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. […] Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle f.u. sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime". E ancora: "i trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle f.u. sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. [...] Le f.u. hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile. La gestione economico-finanziaria delle f.u. assicura l’equilibrio di bilancio".
Non è chiaro, però, fino a che punto questa autonomia vada a incidere sulla qualità e l’indirizzamento della ricerca e le ripercussioni che questa scelta possa avere sia sulla governance che sul sistema di finanziamento degli atenei.

ART 66: Turn over
Cit:"le amministrazioni provvedano, entro il 31 dicembre 2008 a rideterminare la programmazione triennale del fabbisogno di personale in relazione alle misure di razionalizzazione, di riduzione delle dotazioni organiche e di contenimento delle assunzioni".
Per il triennio 2010-2012 gli enti di ricerca possono procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato che non può in ogni caso eccedere le unità cessate nell’anno precedente, con una riduzione del turn over pari al 20% nei prossimi tre anni. Questo comporterà una notevole diminuzione del personale docente negli atenei, o quanto meno un’assenza di rinnovamento del corpo docente italiano - già gravato da una anzianità elevata – consentendo una sola nuova assunzione ogni 5 pensionamenti.


Solo recentemente, il Governo ha preso provvedimenti per alleggerire il peso del turn-over per alcuni casi specifici. Infine, elemento portante della legge 133 è, da qui al 2013, la riduzione dei fondi destinati ad università e ricerca per un taglio complessivo di 1441,5 milioni di euro.
Il provvedimento governativo è stato subito accolto da pareri contrastanti. Buona parte del mondo accademico ha dimostrato perplessità nei confronti dell’intervento. Di natura strettamente economico-finanziaria, la misura è stata espressamente apportata dal Governo allo scopo di risanare il deficit di bilancio determinato dall’abolizione dell’Ici anche per i ceti più abbienti. Giustificata, inoltre, con la volontà di riassestare l’inefficiente sistema universitario, si realizza nel concreto come una serie di tagli indiscriminati, in assenza di alcuna progettualità riformatrice.
Secondo la CRUI (Conferenza dei rettori italiani), conseguenza del nuovo panorama realizzato dal Governo sarebbe il peggioramento del livello di funzionalità delle Università e la crescente difficoltà nel reggere la concorrenza/ collaborazione in atto a livello internazionale. In una nota approvata all’unanimità, la Conferenza dei Rettori ha lanciato l’allarme sulla situazione drammatica in cui versano le università italiane, che ad oggi rischiano il rosso in bilancio. Nel documento, indirizzato al ministro Gelmini, i rettori hanno ricordato che i nostri atenei "sono strangolati e rischiano di non poter pagare neppure le retribuzioni del personale.[…] Non è più sopportabile l’azzeramento dei finanziamenti per l’edilizia universitaria che impedisce sia l’avvio di nuove realizzazioni, funzionali alla didattica e alla ricerca, sia la semplice manutenzione delle strutture esistenti".

Nel caso del nostro Ateneo, ad esempio, secondo quanto riferito dal Rettore e dal Direttore Amministrativo, a partire dal 2010 non si saprà come chiudere il bilancio. L’alternativa proposta dalla finanziaria stessa, la facoltà di trasformazione delle università in fondazioni di natura privata, non pare al momento fattibile, già solo per l’incapacità della struttura produttiva italiana di sostenerne i costi.
Alcuni docenti, tra i quali figurano illustri ordinari e rettori della Sapienza, delle Università di Torino, Napoli, Padova, Catania e Teramo, sono scesi in piazza lanciando un appello per contrastare i provvedimenti governativi che, sostengono, impoveriscono economicamente e culturalmente l’Università: "si tratta di misure che […] restringono lo spazio vitale dell’Università sancendone l’emarginazione irreversibile nella vita del Paese. Non viene soltanto auspicata la ritirata dello Stato dalle sue funzioni storiche nel garantire la formazione superiore e la riproduzione delle sue classi dirigenti [...] significa condannare tanto le Università pubbliche che private a un sicuro destino di irrilevanza."

Pare dunque lecito domandarsi: Ci sarà ancora spazio, nell’università della 133, per quel settore della ricerca che non produce risultati "economicamente rilevanti"? Come potrà essere garantito a tutti il diritto ad un’istruzione superiore e di qualità? E ancora: perché in un momento di recessione non investire proprio nell’Università come propulsore di uno sviluppo che permetta l’uscita dalla crisi?

Giuditta Grechi, Silvia Valenti, Laura Carli

12 dicembre 2008

STATALE OKKUPATA?


Il programma della mobilitazione previsto per la serata di oggi, 12 dicembre, è saltato. Nell’intenzione dei promotori, il corteo organizzato in concomitanza allo sciopero generale indetto da Cgil, al ritorno in Festa del Perdono sarebbe dovuto sfociare nell’occupazione dell’ ateneo, da realizzarsi con una serie di iniziative che spaziano da assemblee e rievocazioni della strage di Piazza Fontana (di cui oggi è l’ anniversario), a un concerto di band universitarie.
Il definitivo annullamento della serata prevista è stato l’epilogo di una giornata già iniziata questa mattina con la divisione degli studenti in due cortei: 40 dalla parte di Via Festa del Perdono, 70 dall'altra. Un corteo numericamente esiguo decide di frazionarsi ulteriormente. Durante il ritorno in Università si innesca uno scontro tra due delle fazioni più attive. Sembra che la controversia, inizialmente scoppiata come rissa tra singoli soggetti, abbia avuto origine dal tentativo di occupare l’Aula Magna. Mentre un'assemblea organizzata e autorizzata doveva svolgersi in un'aula, l'atrio è stato teatro di scontri e disordine, e nel frattempo la porta d’ingresso dell’Aula Magna veniva in parte scassinata. E' a questo punto che si consuma la frattura fra gli organizzatori delle iniziative: una parte abbandona subito la Statale, in segno di dissociazione, lasciando al loro destino tutte le iniziative in programma. Rimane solo una frangia a presidiare l'auletta precedentemente occupata, di fianco agli uffici al piano terra, incapace numericamente e strategicamente di portare a termine il programma di eventi previsto. Nelle ore successive si è parlato di sgombero, di sicuro al moment c'è solo la convocazione di un'assemblea prevista per lunedi prossimo alle 14 per discutere dei fatti accaduti. Forse si tratta di una sconfitta per la mobilitazione studentesca che, partita a Ottobre all'insegna di grande partecipazione, ha subito oggi l'incapacità da parte degli organizzatori, che pure hanno avuto tanto credito dalle istituzioni universitarie, di realizzare in Università un evento aperto alla città, e in particolare di gestire la presenza delle diverse fazioni in campo.

5 dicembre 2008

Rokia Traorè: la sirena del Mali



Delle sirene, quegli splendidi e pericolosi animali mitologici che la tradizione ha tramandato sino ai giorni nostri, la cantante e musicista maliana Rokia Traorè ha pressoché tutto. In primis, una bellezza fisica stordente, che par celare un segreto inafferrabile, nella sua completezza. Delle sirene, Rokia ha anche una voce divina che, -c’è da scommetterci- sarebbe capace di far naufragare anche i moderni marinai. Scherzi a parte, Rokia è davvero un’artista con una marcia in più, perché non si limita a proporre al pubblico occidentale la musica cara alla propria tradizione. A differenza di quanto faceva, ad esempio, Ali Farka Tourè, il più grande e rimpianto chitarrista blues africano (che peraltro ha anche il merito di aver scoperto la Traorè), Rokia non mostra interesse verso operazioni di recupero, propriamente filologiche. Alla nostra non è sufficiente mettere insieme un paio di tamburi tindè e accordare la propria voce agli strumenti a corda tipici del Mali. La nostra sirena fa molto di più. La nostra sirena inventa linguaggi, incrocia generi, fa sintesi. Per dirla meglio: Rokia ha vissuto e continua a vivere il fenomeno della globalizzazione (non solo in ambito musicale), in maniera tutt’altro che passiva.

Per lei, ascoltare Machine Gun di Hendrix o Jammin’ di Bob Marley non significa subire un vero e proprio e choc, come era accaduto, per esempio, in un paese come il nostro tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Per la giovane e sensibile artista maliana, invece, ascoltare Hendrix o Marley, (ovviamente i due nomi hanno qui una funzione puramente metonimica) non è un’assoluta scoperta. Tale evento, piuttosto, fa subito scattare in lei un meccanismo memorativo di riconoscimento. Si materializza così un filo rosso che sprofonda le radici nell’infinito e ancestrale tempo dell’Africa. Un’Africa che qui non può che finire col coincidere con quella “Grande Madre” da cui tutto ha avuto inizio. Si è andati lontani, forse troppo. Torniamo alla nostra umile presentazione di Rokia Traorè. Si diceva giustamente del rapporto eterodosso che lega Rokia alla tradizione musicale del Mali, perché è innegabile che la ricerca che propone parta inequivocabilmente dai suoni di quella storia. Rokia non rinnega nemmeno per un attimo quei quattro quarti che anzi elegge a veri e propri pilastri della sua musica. Semplicemente, la Traorè si è accorta dello straordinario viaggio che il blues e le sue successive modificazioni genetiche hanno compiuto in giro per il mondo. La nostra ha studiato con commovente umiltà e sincera passione per la conoscenza la storia della musica afro-americana ed ora non dimostra di conoscere a menadito i frutti della pianta del blues. Nei suoi dischi sembra spesso voler ripercorrere l’itinerario che la cosiddetta “musica del diavolo” ha effettuato, cullato dalle limacciose del Mississipi: dalle gigantesche piantagioni dell’Alabama o della Georgia, alle metropoli di Memphis e Chicago.

E’ solo tenendo a mente tutto questo che si comprende la profonda passione, o meglio, la quasi venerazione che Rokia nutre per Jimi Hendrix. E’ solo a questo punto che si intuisce la profonda importanza ideologica che si cela dietro alla scelte di cantare servendosi degli idiomi più diversi. Del resto né l’inglese, né il francese, né l’africano, né altre lingue, sono la Lingua del Mondo. È piuttosto dal loro incontro che può nascere un frutto artistico universalmente godibile. Un frutto che ogni paio di orecchie declinerà in maniera diversa e che forse finanche capirà in maniera diversa. Ma tutte queste diversità non sono poi così importanti, sembra sussurrarci implicitamente Rokia, che ormai vive da anni in Francia, dove produce e incide i propri dischi. Piuttosto, tali diversità possono divenire non solo importanti, ma anche funzionali nella prospettiva di un arduo ma fascinoso superamento delle stesse.

La musica di Rokia, è una musica delle minoranze, una musica di riflusso. Una musica che il miope orgoglio autoriale non riesce a scalfire. Questa musica restituisce alla collettività del popolo africano, (in questo senso più che mai ampliato) tutto quello che in secoli di vite, gioie e patimenti è stato partorito. Nel canto della splendida Rokia c’è dunque il sublimato sostrato culturale di un continente intero. Il suo lato tragico, il suo lato comico e la loro sintesi etica ed estetica Questa sintesi altro non è che la consapevolezza dell’esistenza di una “ricchezza collettiva”. Insomma, le diversità sono, secondo Rokia, motivo di imperdibile ricchezza. Nella sua musica, che ci piace presentare come alternativa al montaliano “male di vivere”, così, non possono non essere intraviste queste splendide parole dello studioso Albert Jachard: “l’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile”. Rokia è dunque una sirena moderna, la cui funzione è diametralmente opposta a quella che la mitologia tradizionale affidava a questi esseri. Più che far perdere il senno e la via, la Traorè sembra volerci aiutare ad orientarci. Dapprima oscura e poi luminosa, come una stella vespertina.

Davide Zucchi

2 dicembre 2008

1 dicembre 2008

QUESTO MATRIMONIO NON S'HA DA FARE?

I primi di giugno a Viterbo si è consumata una storia di ordinaria intolleranza. Forse non così ordinaria, dato che il gesto di discriminazione proviene da chi predica la tolleranza come valore.
Il caso del ragazzo rimasto paralizzato a due mesi dal matrimonio e che decide di procedere ugualmente, senza nemmeno rimandare le nozze, è già commovente. La trama però si colora di tristi tinte dickensiane quando la giovane coppia si trova davanti un ostacolo imprevisto: “Questo matrimonio non s’ha da fare”, dice il vescovo di Viterbo. La motivazione? Il ragazzo non è più in grado di farsi onore perpetrando la specie. La sensibilità collettiva rimane turbata, mentre la Curia si difende sostenendo che si è trattato di una decisione obbligata, conforme ai dettami del magistero cattolico. Questo arroccamento dottrinale, oltre a danneggiare la coppia, rischia di riportare in auge il crudele concetto di malattia e deformità percepite come colpa e, soprattutto, non corrisponde al sentire dei fedeli, sempre più inclini ad un cattolicesimo “liberal”, se non critico. Lo strapotere della Chiesa è indubbio, forte anche del gran numero di fedeli su cui dice di contare. Ammettiamo pure che la mentalità italiana sia inevitabilmente intrisa di cattolicesimo, ammettiamo che il novanta percento della popolazione italiana sia, talvolta suo malgrado, battezzata; mi chiedo però quanti si sentano realmente rappresentati da un’istituzione religiosa così arroccata nella difesa del diritto divino da negare un estremo atto di pietà (penso al caso di Welby), o un significativo gesto di vicinanza a dei giovani che hanno già sofferto molto? Ai cattolici l’ardua sentenza.

Laura Carli

SE POTESSI MANGIARE UN’IDEA


9 dicembre 2008 - ore 17.00 Università degli studi di Milano - Aula Magna Festa del Perdono


SE POTESSI MANGIARE UN’IDEA. GIOELE DIX RACCONTA GABER

con Gioele Dix, produzione Fondazione Giorgio Gaber.

È tra i principali obiettivi di ‘Milano per Gaber’ la divulgazione della figura e dell’opera dell’artista soprattutto tra il pubblico giovanile e studentesco. In questa direzione si inserisce la proposta ‘Se potessi mangiare un’idea – Gioele Dix racconta Giorgio Gaber’ programmata martedì 9 dicembre 2008 alle ore 17.00 presso l’Aula Magna dell’Università Statale. L’evento, anche in considerazione del contesto accademico nel quale è presentato, si caratterizza come una vera e propria ‘Lezione – Spettacolo’, nel corso della quale Gioele Dix ripercorre le tappe più significative dell’opera del Signor G, attraverso l’esecuzione di vari brani musicali, accompagnati da un’articolata e approfondita elaborazione teorica sull’importanza e l’attualità della figura di Gaber. Gioele Dix, ideatore dell’iniziativa, è uno dei più importanti interpreti e autori del teatro italiano. I suoi spettacoli, spesso premiati con il ‘biglietto d’oro’ dell’Agis, si inseriscono a pieno titolo tra le opere più significative della drammaturgia contemporanea , capaci di avvicinare il pubblico più giovane alla nobile e insostituibile arte del teatro.


INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI

30 novembre 2008

L' INFORMAZIONE AI TEMPI DELLA RETE


Supermedia onnivoro, la rete ingurgita, digerisce, trasforma i media tradizionali, preoccupati ormai più di sopravvivere che di evolvere. Ed è l’informazione a passare per prima tra le sue grinfie: sta mutando in senso più partecipativo, quasi artigianale. Qualcuno lo pensa seriamente: presto i giornali non esisteranno più. Addirittura l’Economist ne previde la fine per il 2043. Congetture azzardate, certo, ma qualcosa di nuovo sta accadendo e fa leva sui blog e sul giornalismo autogestito.


Quei diari online, in cui l’autore pubblica pensieri, opinioni, esperienze in maniera assolutamente semplice e immediata, lasciando ai lettori la possibilità di commentare e replicare, appaiono per la prima volta nel 1997. La loro diffusione è cresciuta in maniera esponenziale. Si stima che la blogosfera, cioè l’insieme di tutti i blog, raddoppi le sue unità ogni cinque mesi, anche se soltanto il tredici per cento di esse viene aggiornato almeno una volta a settimana. Una selezione naturale fortissima vige, perciò, all’interno di questo mondo: se nasce circa un blog ogni secondo soltanto alcuni sopravvivono e possono ambire a un discreto successo. La loro importanza tende, comunque, a dilatarsi e, secondo le previsioni, in pochi anni domineranno le classifiche dell’autorevolezza tra le pagine web dedicate all’informazione. Le testate giornalistiche corrono ai ripari: se hanno iniziato creando una versione online dei fogli stampati, aggiungendovi poi nuovi servizi per renderne più interattiva la consultazione, adesso equipaggiano di blog i loro più importanti cronisti e opinionisti. Una parte importante dei diari attivi, infatti, è dedicata alla politica e alla società, guarda cioè ai tradizionali lettori dei quotidiani, i quali trovano soddisfazione anche nella lettura dei blog.


Diversi fattori favoriscono l’espansione dei diari telematici: i bassissimi costi di produzione, pubblicazione e aggiornamento; la mancanza di qualsiasi mediazione editoriale e di filtri sui contenuti; la grande interagibilità con i lettori. Il binomio editore-pubblicista è, insomma, completamente scisso. E molti, anche in Italia, hanno smesso di snobbarli. Alcuni, come Beppe Grillo e Marco Travaglio, ne hanno fatto la base operativa per degli imponenti movimenti d’opinione o politici.


Quale futuro, quindi, per l’informazione? Prevedere se i quotidiani scompariranno non è certo facile. Si è vero, cresce sempre di più l’informazione collaborativa – il cosiddetto citizen journalism; molti blogger si pongono come opinion leader di fama internazionale e l’informazione e l’editoria cercano sempre più di ristrutturarsi e di adattarsi, ancora con grandi e crescenti difficoltà, ai nuovi mezzi. Ma bisogna riconoscerlo: i nuovi canali forniscono per lo più un’informazione parziale e incompleta. E allora, anche se prevale tuttora una certa contrapposizione, ci si può avviare verso una fase di complementarietà: i blog possono essere utili solo in quanto integrano e controllano l’informazione tradizionale, sembra alquanto difficile che possano sostituirla. Il nostro Paese offre un terreno molto fertile per uno sviluppo in tal senso: la maglia nera sulla libertà di stampa in Italia sembra trovare una costruttiva opposizione nel giornalismo autogestito, anche se i quotidiani si ostinano a non riconoscerlo e ad ignorare il fenomeno.

Danilo Aprigliano

23 novembre 2008

BATTESIMO ADDIO!


In aumento il numero di “sbattezzati”: da internet scaricati oltre 30.000 moduli per non far più parte della chiesa cattolicaForse anche per questo nel 1986 è nata l’Uaar, Unione Atei e Agnostici Razionalisti, associazione che oltre a tutelare la libertà di religione, è fra le poche a battersi anche per la libertà dalla religione.Una delle iniziative di maggiore successo è stata l’introduzione del, così detto, “sbattezzo”. Ne abbiamo parlato con Massimo Redaelli, dottorando di ingegneria e membro del circolo milanese dell’Uaar.


Innanzitutto cos’è lo sbattezzo, quali sono i suoi effetti e come fare ad ottenerlo?

Dal 1999 il garante della privacy ha concesso, ai battezzati che lo desiderano, la possibilità di far annotare nei registri della parrocchia la volontà di non far più parte della Chiesa Cattolica. Gli effetti sono la scomunica latae sententiae, ossia senza che debba essere pronunciata, e quindi l’impossibilità di essere testimone di nozze o di battesimo (sarebbe in effetti abbastanza ridicolo), e di ricevere l’estrema unzione. Lo sbattezzo si ottiene inviando una raccomandata alla propria parrocchia.Gli effetti spirituali, sostanzialmente la cancellazione del peccato originale, sono invece ineliminabili. Per chi non crede di essere colpevole per una mela o altro frutto proditoriamente mangiato da Adamo, questo non dovrebbe essere un grosso problema.


E’ proprio questo il punto: chi, comprensibilmente, non crede nella dottrina della Chiesa, che bisogno ha di sbattezzarsi? Non potrebbe semplicemente continuare a non credere?

In Italia il Vaticano esercita, di fatto, un potere temporale. Questo avviene perché la Chiesa può vantare un altissimo numero di presunti cattolici, calcolati in base soprattutto al numero dei battezzati (che supera il 90%). Quanti di questi sono realmente credenti? Molto meno. Quanti poi si sentono vincolati all’insegnamento di Santa Madre Chiesa? Quasi nessuno, specialmente tra i politici che difendono i “veri valori”.Immagini se tutti quei battezzati che hanno abbandonato la Fede o sono contrari al potere temporale della Chiesa, si sbattezzassero: i cardinali che vogliono dettare l’agenda politica avrebbero vita molto più difficile. Per questo l’Uaar parla di “bonifica statistica”.


Non sarà magari vero, come cantava ironicamente Giorgio Gaber, che “la Chiesa si rinnova per salvar l’umanità”, ma va riconosciuto che ha fatto notevoli passi in avanti per restare al passo coi tempi. Da dove deriva tutta questa ostilità nei confronti della Chiesa d’oggi?

Sicuramente la situazione negli ultimi decenni è molto cambiata. Pensi che nel ’58 il vescovo di Prato insultò dal pulpito due coniugi che avevano scelto di sposarsi col rito civile, definendoli “peccatori e pubblici concubini”, negando poi i sacramenti a loro e ai loro genitori. Oggi i due si sarebbero fatti una bella risata, ai tempi invece persero gran parte della loro clientela (erano commercianti), vennero insultati e addirittura il marito fu malmenato. Denunciarono l’alto prelato, ma ottennero solo un risarcimento simbolico, che fece però parlare il Vaticano di “deriva laicista”, fino all’assoluzione in appello.Tutto ciò oggi non sarebbe più possibile. Ciò non toglie che in Italia governi di sinistra non riescano ad approvare leggi morbidissime sulle unione civili, mentre in paesi cattolici come la Spagna addirittura la destra, vincendo, si sarebbe limitata a cambiare nome al matrimonio gay.Non parliamo poi dei fondi statali che vanno ad ingrassare un’istituzione già ricchissima: in tempo di dichiarazione dei redditi vale la pena spendere due parole sull’8 per mille. Forse non tutti sanno, infatti, che quella quota di imposta di chi non esprime una preferenza (la netta maggioranza) viene comunque riscossa. Queste poi sono ripartite in base alle preferenze espresse dagli altri contribuenti. Ovviamente la Chiesa batte Valdesi, Testimoni di Geova e pochi altri, accaparrandosi circa mezzo miliardo di euro “senza preferenza”. Come se non bastasse, lo Stato utilizza buona parte dei fondi ad esso destinati per il restauro di edifici di culto. A livello personale mi aveva poi spinto ad aderire all’Uaar la vicenda di Piergiorgio Welby (malato terminale di sclerosi deceduto poco più di un anno fa, al quale non vennero concessi i funerali religiosi, richiesti dalla moglie cattolica, per aver scelto di morire mediante eutanasia. ndr): non capisco come una credo personale, irrazionale e soggettivo, possa condizionare la vita di altri.


Va bene, ma parliamoci chiaro: non sarà certo un gesto, lo sbattezzo, che a molti pare una goliardata, a cambiare questo stato di cose.

Certo non spero che quel 70% di italiani non praticanti decida di sbattezzarsi. Ciò non toglie che il fenomeno ha ormai una certa rilevanza: dal nostro sito, www.uaar.it, sono stati scaricati oltre 30.000 moduli appositi. A livello nazionale poi, si sta organizzando una grande manifestazione di sbattezzo collettivo in ogni città. Si trovano informazioni all’indirizzo www.uaar.it/milano.


Un’ultima domanda: molti parlano degli atei come di sacerdoti della non fede, come integralisti della laicità, in tutto simili a preti e imam. Cosa risponde?

Non credere, come è evidente, è ben diverso dal credere. Chi crede, a torto o a ragione, ritiene di non aver bisogno di prove oggettive per dirsi certo della sua Fede. Non sorprende questo porti agli integralismi: trovo molto difficile un dialogo tra chi esprime due certezze contrapposte basate su fumose esperienze personali, senza appigli oggettivi.L’atteggiamento di chi non crede è ben diverso: egli non è affatto certo che Dio non esista, ma semplicemente constata come non ci sia alcun buon motivo per credere nella sua presenza reale. Coerentemente rispetta le convinzioni intime e personali delle altre persone, ma pretende che queste non influiscano sulle leggi che devono valere per tutti.


Filippo Bernasconi


21 novembre 2008

QUANDO CHIUDE UN CORSO

a cura di Davide Bonacina, Virginia Fiume, Denis Tivellato

E’notizia di qualche mese fa: il corso di Teorie e tecniche multimediali dell’immagine e della comunicazione, insegnamento della triennale di Scienze della Comunicazione tenuto dal Prof. Capano e dalla Dott. Naldi, è stato cancellato. Negli ultimi anni, qui in Statale, non è la prima volta che accade che un corso venga chiuso: gli universitari di vecchia data ricorderanno un corso di Storia della Fotografia, molto apprezzato da tanti studenti, ma tuttavia annullato. Quali sono, quindi, le modalità di chiusura dei corsi? Chi decide? Quali sono gli organi universitari consultati?
Partendo dagli ultimi accadimenti, cerchiamo di spiegarlo in questa inchiesta.


IL CASO CAPANO

Giuseppe Alonzo, Rappresentante degli studenti al Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia, ci spiega che già da tempo era cominciata a circolare una voce circa la sospensione del corso in questione. Le motivazioni addotte sono state le più diverse. La prima, ripetuta anche dalla Prof. Bonomi (direttrice del corso di laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione) a Fanny Papa, rappresentante in consiglio di facoltà (C.D.F.) di Scienze della Comunicazione, venuta a chiedere spiegazioni circa la cancellazione del corso, è stata l’istituzionale “mancanza di fondi per tenere in vita l’insegnamento”. Plausibile e chiara. Ma come mai si è giunti alla sospensione proprio di quel corso? E qui veniamo alla seconda causa. L’insegnamento faceva parte del settore SPS/08, Sociologia dei processi culturali e comunicativi. Del settore si è parlato in C.d.F, nel quale il Prof. Bosisio ha accennato ad un cambiamento di nome del C.d.L in Scienze dello spettacolo e della comunicazione multimediale, che dovrebbe diventare semplicemente “Scienze dello Spettacolo”. Questo cambiamento è riconducibile ad una volontà d’abbandono progressivo della multimedialità, che il nostro Ateneo sta considerando perché “non competitivo” in quel campo con le altre Università. All’interno di questo settore, già sovraccarico, il prof. Capano era uno dei professori di più basso grado, dato che era a contratto e non di ruolo (la sua cattedra è allo IULM). E pure il Prof. Franzini, preside della Facoltà, ha sempre dichiarato che ogni nuova attivazione può essere fatta solo se a costo zero. Tutto questo può avere concorso alla cancellazione (speriamo comunque non definitiva) del corso.

Abbiamo tentato di tracciare il percorso tipico di un corso che viene cancellato. Tuttavia, la questione è molto fumosa e il giro molto ampio e complesso, dunque le seguenti sono indicazioni di massima. Consiglio di Amministrazione (C.d.A). E’ il luogo dove si valuta come e dove distribuire il budget a disposizione dell’Università. Presidenza di Facoltà. Dove vengono fatti i conti, si decide il budget destinabile a ciascun C.d.L, si valuta soprattutto se c’è un ammanco di soldi ed eventualmente come porvi rimedio. Consiglio di Facoltà (C.d.F) e Consiglio di Coordinamento didattico (C.C.D). E’ il cuore decisionale. Qui la presidenza di Facoltà e i membri dei consigli stessi propongono le loro soluzioni, come la sospensione di un corso. Senato Accademico. La fase finale, dove viene sancita (o negata) definitivamente la sospensione del corso.

Davide Bonacina



VOX POPULI: LE VOCI FRA GLI STUDENTI

“Durante le lezioni abbiamo affrontato, sotto la guida dei professori, le esperienze artistiche di maggiore contemporaneità e sperimentazione, tenendo come punto di riferimento la Biennale di Venezia degli ultimi anni”. Un insegnamento molto apprezzato, aule piene ed esubero di tesisti. Chiude i battenti il “corso a contratto” di “Teorie e Tecniche Multimediali dell’Immagine e della Comunicazione Visiva”.

Lo scorso 4 ottobre, l’aula 23 di via Mercalli presentava un seguito capiente di studenti pronti a sostenere l’esame. Si parla con qualche studentessa e si percepisce la grande passione e il grande entusiasmo che ha suscitato in loro il corso. Mi riferiscono di averlo seguito con interesse e del loro dispiacere nell’aver appreso che, per il nuovo anno accademico, il corso non verrà riproposto. Alcune avrebbero voluto laurearsi con il prof. Capano ma, dato l’esubero di tesisti e la chiusura definitiva dell’insegnamento, hanno dovuto rivolgersi a qualche altra cattedra trattante anch’essa l’arte contemporanea. Una ragazza mi comunica che a febbraio si svolgerà l’ultimo appello disponibile per sostenere quest’esame.

“Ho frequentato il corso di Capano. E’ stato uno dei corsi che ho seguito con più interesse ed è stato davvero un piacere prepararlo. Un programma variegato, super contemporaneo che ha riscosso grande successo. Le aule sempre piene, tanta gente agli esami e tante richieste di tesi. Talmente tante che la mia è stata rifiutata per eccedenza. Poco male, mi sono detta, anche se non posso prepararla con Capano potrò analizzare gli argomenti del corso con qualche altro professore. E così ho fatto: ora sto preparando una tesi sulla performance artistica”.
Ma come mai si decide di chiudere un corso così seguito?
Una ragazza, con il sostegno di molte sue colleghe studentesse,propone una tesi non poi così ardita: “durante il corso si sono viste delle immagini molto impressionanti e alcune persone che all’inizio del corso seguivano le lezioni se ne sono andate disgustate senza più fare ritorno”. Quindi? “Non sono l’unica a pensare che la chiusura di questo corso sia dovuta a qualche pressione dell’alto di qualche associazione forse un po’ bigotta”. E, in effetti, in molti artisti contemporanei (si possono citare: Orlan, Stelarc...) presentati al corso troviamo sviluppati temi come la nudità, il sangue, il corpo portato ai limiti della sopportazione del dolore, le macchine come strumenti destinati a ibridarsi con la carne umana.

La domanda si pone da sola: in base a quale criterio hanno cancellato l’unico corso che in università affronta, finalmente, la complessità delle esperienze artistiche contemporanee?

Sul blog dell’insegnamento http://cosachesente.splinder.com (spazio virtuale dove è possibile comunicare con i docenti e rintracciare materiale utile per lo studio) l’assistente del professore, la dottoressa Naldi, incentiva gli studenti ad approfondire personalmente gli argomenti trattati durante le lezioni, proponendo visioni di artisti contemporanei. Non solo. La prof. invita a protestare alfine di riprendere al più presto le fila dell’insegnamento interrotto. L’adesione a questo nuovo modo telematico di comunicare tra prof. e allievi è certamente una nota positiva del corso che presto verrà chiuso. Uno strumento in grado di incentivare maggiore partecipazione all’esperienza didattica. Un motivo in più per scegliere, la prossima volta, con maggiore attenzione quali corsi sospendere, tutelando gli insegnamenti che offrono opportunità innovative di conoscenza e studio.

Denis Trivellato


INTERVISTA A MONICA NALDI

Per approfondire il caso e per sentire l’opinione delle persone coinvolte nella vicenda, abbiamo contattato la Dott.ssa Monica Naldi, assistente del Prof. Capano (ha tenuto diverse lezioni durante il corso) e curatrice del blog cosachesente.splinder.com, molto apprezzato dagli studenti. Lei ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Dott.ssa Naldi, qual è la sua ricostruzione della vicenda?

Circa un anno fa l’Ateneo ha contattato il Prof. Capano per informarlo della necessità di far cessare alcuni corsi, tra cui il suo: gli è stato detto che il suo caso si inseriva in una politica di tagli alle spese che l’Università stava conducendo. Capano non si è opposto, avendo ricevuto nel frattempo una cattedra dallo IULM. Dopo qualche mese però, abbiamo scoperto che solo pochissimi corsi erano stati soppressi, e a quanto pare per “motivi tecnici” (pensionamento del docente o simili).

E quindi?

E quindi ci siamo chiesti, perché proprio noi? In realtà, però, non voglio tanto capire le ragioni, quanto sapere se si tratta di una decisione temporanea e in qualche modo revocabile, visto che il corso era ben frequentato e apprezzato da molti studenti con cui tengo i contatti sul blog, tuttora attivo.

Ci è giunta voce, però, anche di lamentele da parte di alcuni studenti…

Beh, effettivamente nel corso degli anni ci sono stati episodi di protesta. Ad esempio, quando ho fatto vedere in aula il film Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di P.Greenaway, alcune
studentesse si sono dette “scioccate”, ma ne abbiamo parlato e mi pareva che fosse tutto a posto. Certo, abbiamo fatto vedere anche immagini di Body art che a volte sono piuttosto intense.
Il mio ciclo di lezioni dell’anno scorso, in particolare, riguardava la rappresentazione della violenza, ma sono stata attenta a contestualizzare e ad evitare alcune immagini che potessero essere ritenute troppo offensive o angoscianti. Anche il comportamento di Capano è stato effettivamente oggetto di polemiche: è un tipo estroso, gli piace fare battute che talvolta possono essere fraintese. Ma credo che qualche sua eccentricità possa essere ampiamente compensata dalla sua capacità di insegnamento. È giusto protestare se qualcosa dà fastidio, ma bisogna anche evitare di prendersi troppo sul serio, in modo anche un po’ vittimistico, e ricordare che una reazione eccessiva può avere conseguenze pesanti.

Quali sono le prospettive future, soprattutto per quel che riguarda un eventuale riapertura del corso?

Per ora, essendo una semplice assistente, ne so poco o nulla. Sicuramente, a mio parere, il corso ha sofferto anche di una collocazione errata: è troppo difficile per una Laurea Triennale, dove
ci sono anche studenti del primo anno, ancora privi di un background di studi sufficiente, ed è molto più adatto ad una Laurea specialistica. Inoltre, ho notato che gli studenti di Beni Culturali si sono dimostrati mediamente più preparati e interessati. Anche il Prof. Capano si era detto interessato a una riapertura del corso alla Specialistica. Staremo a vedere.

a cura di Davide Bonacina



INTERVISTA ALLA PROFESSORESSA ILARIA BONOMI

Per capire le motivazioni dell’annullamento dell’insegnamento di “Teorie e Tecniche Multimediali dell’immagine e della comunicazione visiva” abbiamo incontrato la professoressa Ilaria Bonomi,
direttrice del corso di laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, corso cui l’insegnamento del professor Capano faceva riferimento.

Professoressa, perché è stato annullato l’insegnamento del professor Capano?

Intanto devo fare una premessa fondamentale. Ci rendiamo tutti conto che la condizione ideale per il nostro Ateneo sarebbe quella in cui fossero attive tutte le materie inserite nei piani di studio che gli studenti consultano quando scelgono un determinato corso di laurea. Ma a volte ci si trova di fronte alla necessità di fare dei tagli economici. I tempi adesso sono più difficili da un punto di vista strettamente finanziario.

Perché?

Nei primi tre anni di vita il corso di laurea ha avuto un grosso finanziamento ministeriale: il Campus 1, fondi devoluti dal ministero per i corsi più “innovativi”. Scienze Umanistiche della Comunicazione era l’unico corso di laurea della Facoltà a poter usufruire di questo finanziamento. Finiti i soldi del sussidio abbiamo scelto, per forza di cose, di tagliare alcuni di quegli insegnamenti che facevano riferimento a professori “a contratto”, che l’Ateneo deve pagare oltre agli stipendi dei docenti di ruolo. E poi c’è anche la questione delle doppie cattedre. I vincoli rispetto a chi insegna in più università stanno diventando più stretti.

Qualcuno sostiene che tra le motivazioni per la sospensione del corso del professor Capano ci fosse anche una risposta a lamentele sul contenuto stesso dei libri: immagini troppo forti per qualcuno…

Questo mi sento di escluderlo completamente. Nella scelta tendiamo a non dare ascolto a posizioni “ideologiche”. E a me personalmente queste voci non sono giunte.

Ma chi decide dove effettuare i tagli?

Gli organi alti: Consiglio di amministrazione, Senato Accademico e Consiglio di Facoltà.
Comunque non è detto che il corso sia annullato per sempre. Potrebbe tornare, magari inserito nei piani di studi di qualche corso magistrale.

Non è molto giusto, però, che le scelte dei corsi vengano effettuate sulla base di motivazioni economiche.

Certo che non è giusto. Ma è necessario. Ci sono tante esigenze. Bisogna barcamenarsi e bilanciare, spesso col rischio di proteste. Anche alcuni laboratori molto interessanti sono stati sospesi, come per esempio quello di inglese specialistico. Come si fa a coprire i corsi e i laboratori più “professionalizzanti” senza fare ricorso a contratti esterni? Per i laboratori si cerca di usare altre forze interne: dottorandi, assegnisti…mi rendo conto che non è l’ideale, ma cerchiamo di
fare del nostro meglio. Ed è stato istituito un Nucleo di Valutazione della Didattica, per affrontare alcuni nodi del sistema didattico.

a cura di Virginia Fiume


PER TIRARE LE SOMME

Siamo partiti da un corso annullato, siamo passati dalle sensazioni degli studenti e dalle risposte istituzionali ma adesso è arrivato il momento di parlare di questo anno accademico appena
cominciato. La professoressa Bonomi smentisce motivazioni di natura “ideologica” per la sospensione del corso di Teorie e Tecniche multimediali dell’immagine e della comunicazione visiva e parla di questioni economiche. Che, sebbene a malincuore, non possono essere ignorate.

Resta però una domanda aperta rispetto a quanto ci siamo domandati all’inizio di queste pagine: come si fa a determinare se un corso funziona o non funziona. Se è utile agli studenti o se si tratta solo di un “riempilibretto”. Per decidere se un corso deve restare attivo conta solo la tipologia di contratto del docente o ci sono anche altri criteri di valutazione?

La Facoltà di Lettere e Filosofia inizia quest’anno accademico con il tentativo di dare risposta a queste domande, istituendo il Nucleo di Valutazione della Didattica, una commissione composta
da 13 docenti, uno per ogni area disciplinare, e 3 rappresentanti degli studenti.
Abbiamo incontrato il professor Conca, docente di Filologia Bizantina e Civiltà greca, responsabile della Commissione. Ci ha detto che l’obiettivo del Nucleo di Valutazione della Didattica è arrivare all’elaborazione di un nuovo modulo di valutazione. “Quello che viene sottoposto agli studenti è troppo poco approfondito e uguale per tutte le facoltà. Noi vogliamo arrivare a sentire la voce degli studenti, fare in modo che ci diano risposte più articolate rispetto a quelle di un semplice questionario”. Il nuovo modulo dovrebbe quindi cogliere, nell’idea del gruppo di lavoro che lo sta elaborando, quali sono i corsi più frequentati e quelli meno, capire le perplessità degli studenti su qualità e continuatività dell’insegnamento del docente. E poi, cosa più importante, capire quale congruenza c’è tra il numero dei CFU e il programma dell’esame. Per evitare squilibri. “Senza dimenticare una valutazione su puntualità e frequenza degli orari di ricevimento e sull’utilizzo della posta elettronica” ci tiene a precisare Conca, “sembra incredibile, ma molti colleghi la
utilizzano saltuariamente”. Il lavoro del Nucleo è appena cominciato. Il nuovo questionario
dovrebbe essere pronto in tempo per valutare i corsi del secondo semestre. Chissà che l’anno prossimo non possano essere utilizzati i nuovi indicatori per decidere quali corsi meritano di restare patrimonio della cultura degli studenti della Statale. Senza il rischio di illazioni e magari prescindendo dalla spada di Damocle che pende sulla testa dei professori a contratto.

Virginia Fiume

AMNESTY INTERNATIONAL- ANCONA CALCIO 0-2

Pare che il consiglio Episcopale Permanente abbia spalleggiato la Santa Sede nella sua iniziativa di ritirare i finanziamenti ad Amnesty International per “la clamorosa inclusione, tra i diritti umani riconosciuti, della scelta di aborto”. Ora, la scelta della Santa Sede di eliminare i finanziamenti può risultare discutibile (come la recente decisione, da parte di un associazione cattolica, di acquistare l’Ancona, team calcistico di serie C), ma diventa addirittura paradossale se si precisa il fatto che Amnesty non ha mai ricevuto né sollecitato finanziamenti da parte dell’organo ecclesiale, nonostante la sospensione di questi sia stata largamente pubblicizzata. La linea d’azione seguita dal Consiglio Episcopale si colloca sotto l’insegna di un monito periodicamente riproposto: la profonda crisi morale che investe il Paese.
Con un volo pindarico mi viene in mente un’affermazione di Beppe Grillo, uomo del mese. Tra accuse di neo-qualunquismo o volgarità gratuita, tutti concordano almeno sul fatto che il velato invito sia segno di un’esasperazione diffusa. Al V-Day di Bologna il comico-vate individua la genesi di tale insofferenza in un quesito molto semplice: come educare i propri figli in un paese in cui è la disonestà ad essere premiata col successo? Ammetto che parlare del deficit culturale e legale dell’Italia è originale quanto mettere in dubbio l’obiettività di Emilio Fede. C’è da chiedersi però, dopo le invettive, cosa viene fatto contro il degrado morale.
La CEI, per cominciare, accusa Amnesty e compra una squadra di calcio…

Laura Carli

14 settembre 2008

COSA PENSANO DI NOI?

TRE GIORNALISTI STRANIERI INTERPELLATI SUI VIZI (TANTI) E LE VIRTU' DEL NOSTRO PAESE

“La politica italiana? Per noi tedeschi è poco più di un teatrino. Dell’Italia ci godiamo più che altro la gaffes degli esponenti politici, anche mortadella e spumante in parlamento non ci hanno stupito più di tanto. Ormai siamo abituati ad esibizioni del genere”.

Ci vuole dire che in Italia non trovate proprio nulla di serio? Anche, ad esempio, un fenomeno drammatico come la mafia è ridotto a puro folclore?

“No, assolutamente, la mafia, soprattutto dopo il regolamento di conti di Duisburg (dove il 15 Agosto 2007 sei persone sono state uccise a colpi di fucile in seguito a una faida tra cosche della 'ndrangheta. Ndr), è avvertita come un problema serio, forse anche più che qui nel nord d’Italia, dove mi sembra sia ancora vista come un fenomeno di costume. L’episodio di Duisburg ha suscitato nuovo interesse, e non è un caso che il libro di Roberto Saviano, Gomorra, abbia venduto molto anche in Germania.

Qual è il commento più diffuso in Germania riguardo al recente risultato elettorale?

"Spaventoso. Non solo in Germania ma a livello europeo non ci si spiega come abbia potuto vincere Berlusconi. Un mio amico esperto di relazioni internazionali tra Germania e Italia mi ha confidato qualche giorno fa che una vittoria della destra avrebbe probabilmente incrinato i rapporti politici tra Berlino e Roma. Berlusconi si è rivelato incapace di condurre un dialogo nel suo mandato precedente e nessuno si aspetta che le cose siano cambiate".

Vedete quindi in Berlusconi un pericolo per l’Italia e le sue relazioni internazionali?

“Nonostante tutto mi fa ridere chi parla dell’Italia governata dalla destra come di una dittatura: probabilmente Berlusconi è troppo stolto per fare il dittatore. In ogni caso ha un controllo totale dell’economia e di buona parte dei media, quindi il suo potere è fuori discussione.”

A proposito di economia, dati recenti hanno evidenziato una crescita dello 0.3% per l’Italia: è un problema avvertito anche in ambito europeo?

“È normale che un paese abbia un periodo di crisi, ma solitamente Italia e Germania vanno di pari passo per quanto riguarda gli aspetti economici. Questa volta la situazione è diversa, l’Italia rischia seriamente di perdere importanza a livello continentale.”
Prima ha parlato di media. Lei ha origini italiane: segue i programmi della televisione italiana?

“Assolutamente no, preferisco quella estera. Anche per quanto riguarda l’informazione, in Italia c’è la tradizione della ‘lenzuolata’, un’enorme costruzione mediatica che in realtà non dice nulla e non fa riferimenti seri alle fonti. I giornalisti validi si contano sulle dita di una mano. Io personalmente apprezzo molto Marco Travaglio."

Si riferisce anche al modo in cui vengono trattate le notizie di cronaca nera?

“Noi non abbiamo l’abitudine di trasformare i delitti in soap operas. Non riesco a credere che in Italia le indagini su un singolo caso possano protrarsi per anni. A volte sento di indizi o prove ritrovati sul luogo del delitto tre o quattro anni dopo l’avvenimento, tracce che sono sempre state lì, che si sarebbero potute trovare al primo sopralluogo. Com’è possibile?”

Su questa domanda rimasta in sospeso lo schietto corrispondente di origine italiana viene raggiunto da Katharina Kort, sua collega e connazionale, dal nome, questa volta, inequivocabilmente teutonico.

Anche lei ha una visione così disastrosa del nostro paese o riesce a cogliere aspetti più positivi?

“Sicuramente l’ennesima elezione di Berlusconi ha sorpreso tutti, anche se c’è da dire che da noi si insiste troppo sulle gaffes, mentre bisognerebbe valutarlo più per quello che fa... oppure non fa. C’è il forte rischio di non notare le proposte valide della politica italiana se l’unico interesse sono le figuracce dei ministri o dei capi di stato.”

Secondo Graham Allison, ex ministro della difesa in USA, per quanto riguarda democrazia, libertà e legalità, Berlusconi è equivalente a Putin. Cosa ne pensa?

“Mi sembra esagerato. Come ci ha detto qualche giorno fa Gherardo Colombo, più che antidemocratico, Berlusconi è amorale. In fondo è stato nominato attraverso elezioni democratiche, non si è imposto con la forza né con altri metodi dittatoriali. È stato eletto dagli italiani che, evidentemente, hanno fiducia in lui.”

Parlando di libertà d’informazione, come giudica l’influenza degli organi politici sui media?

“Mi sono accorta che in Italia, rispetto alla Germania, l’influenza è molto più forte. Non solo le ingerenze sono eccessive nel mondo della carta stampata, ma anche a livello televisivo: un “editto bulgaro” da noi sarebbe impensabile. In Germania è il giornalismo che influenza la politica e non il contrario: i politici vengono condizionati dal giudizio che i giornali danno di loro.”

Il livello di attenzione da parte dei giovani italiani nei riguardi della politica è piuttosto scarso. All’estero la situazione è simile?

“All’estero sicuramente i giovani danno più importanza alla politica perché la politica dà molta importanza a loro. In Italia l’età media in cui i politici emergono è troppo elevata, sembra quasi che il potere sia nelle mani dei ‘vecchi’. Per fare un esempio, anche da noi esiste il precariato ma è funzionale ad una carriera e non è ‘eterno’ come può esserlo in Italia. Le aziende sono sempre più avide di giovani.”

Nel dibattito interviene anche Emily Backus, giornalista americana che si occupa di design per il Financial Times. Cosa può dirci a proposito dei giovani poco interessati alla politica?

“Gli statunitensi, non solo i giovani, sono piuttosto provinciali, direi quasi egocentrici. Il loro interesse per la politica estera è pressoché nullo finché non vengono toccati in prima persona. Per questo ho preferito lavorare per un giornale inglese.”

Come è gestita l’informazione nel mondo anglosassone?

“In Inghilterra, per legge, bisogna essere bilanciati: si deve necessariamente, dopo aver accusato una parte, sentire l’opinione della difesa, sia per una questione etica sia per evitare problemi legali che possono stroncare una carriera.”

Questo non influisce sulla libertà di informazione?

“Forse in parte si. In ogni caso dà sicuramente maggiore equilibrio alla questione che viene riportata. Prima di occuparmi di design ho lavorato all’aspetto investigativo del caso Parmalat: ricevetti molta pressione dagli uffici stampa che cercavano di manipolare i giornalisti per i loro scopi. In Italia si presta molta meno attenzione alla qualità dell’informazione, e spesso ci si sbilancia senza pensarci troppo. Mi è sembrato di avvertire che nel vostro paese l’informazione fosse più controllata rispetto al resto d’Europa, anche a causa della presenza dell’ordine dei giornalisti e delle sovvenzioni pubbliche all’editoria.”

La conversazione, che alimenta un fastidioso sentimento a metà tra lo stupore e la vergogna per le risposte ricevute, termina qui. In conclusione una domanda sorge spontanea: se ogni italiano con diritto di voto avesse sostenuto un colloquio del genere prima di entrare nella cabina elettorale e tracciare la fatidica croce, il risultato sarebbe stato lo stesso?

a cura di Daniele Grasso, Riccardo Orlandi

1 settembre 2008

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 - REPRISE


Pasquale Finicelli è un autista che lotta ogni santissimo giorno nel traffico di Milano. Poi accade una cosa: quest’uomo contemporaneo si ricorda di essere stato qualcuno; che sì, per dio, quei quindici minuti di celebrità li ha avuti anche lui. Allora corre a casa, prende quel baule impolverato con la scritta “Negli anni ’80 per un attimo sono stato famoso anche io, e che cazzo!”, lo apre, ha le mani tremanti, rovista tra ritagli di giornali ingialliti, tra le tessere del Partito Socialista, tra le fotografie che lo immortalano con Claudio Martelli e Cicciolina nel transatlantico di Montecitorio, altre che lo vedono a Capalbio in mutandine verdi fluorescenti che gioca a racchettoni con Bobo e Stefania Craxi, mentre il buon Bettino, da sotto la tesa del berretto di feltro, vigila con quel suo tipico sguardo da velociraptor ciccione. Ed ecco, sotto le macerie culturali di un decennio impossibile, trova lei: la parrucca bionda col ciuffo rosso. Nello spazio di una fellatio al Presidente del Consiglio, ri-diventa Mirko, il mitico leader dei Beehive. L’immagino così la reunion della band che tra il 1985 e il 1988, ha incarnato i Beehive, animazioni della serie Kiss me Licia. Il Finicelli ha richiamato tutti: Manuel “Matt” De Peppe, Sebastian “Satomi” Harrison, Luciano “Paul” De Marini, e la new entry, il noto (negli ambienti di casa sua) Tony Amodio, del quale si ricorda anche l’album Deja vu, con la hit Forever, che a sua volta è la versione italiana di I can’t hold you (all the time), che però si chiama Forever, quindi è palesemente la versione italiana. La band simbolo degli anni 80, anni in cui c’era un simbolo al minuto, riparte in grande stile con un album e un tour estivo: la prima data è stata l’11 luglio a Lignano Sabbiadoro. Il tour prevede tappe in Italia, ma anche a Malta, in Slovenia e in Canada. Intanto, però, l’unico altro concerto ufficiale si terrà il 23 agosto all’interno del Festival “50 anni e dintorni” a Montecatini Terme, durante il quale, questi splendidi cinquantenni si esibiranno per altri splendidi settantenni, ospiti per le annuali cure termali e la rimozione dei fastidiosissimi duroni e calli alle dita dei piedi. Un’occasione per Finicelli e Satomi di testare l’impermeabilità al tempo, potendo vantare finalmente un pubblico maturo e consapevole; altro che i mocciosi gocciolanti, che li adoravano senza spirito critico. Noi reduci di quegli anni attendiamo con curiosità degna di un bradipo muto, cieco, sordo, paralizzato ed impotente, il ritorno sulle scene di questa band, che ha saputo scalzare dalle classifiche i Duran Duran, e gli Wham, senza saper suonare una nota che fosse una. Ci sentiamo di augurare ai Beehive che la polvere che ha coperto per vent’anni i loro successi, si tramuti, come d’incanto, in polvere di stelle. O in cocaina.

Fabrizio Aurilia

18 agosto 2008

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