20 febbraio 2011

Architettura ed ecopensieri: intervista all'architetto Ester Dedè

Per il nostro percorso sui giovani artisti che tentano di affermarsi nel mondo del lavoro abbiamo intervistato Ester Dedè, una giovane architetto, mamma e con una grande passione per l’artigianato e il rispetto dell’ambiente.

Ester Dedè, nasce a Milano trent’anni fa, nel maggio del 1980. Fin da piccola adora creare piccoli oggetti con le sue mani: è molto portata ai lavori manuali. Dopo la maturità scientifica, consegue la laurea in architettura presso il Politecnico di Milano. Sposata e con un figlio, sua grande musa ispiratrice, accanto ai progetti di architettura, porta avanti una sua linea di piccoli oggetti artigianali, molti dei quali ricavati con materiale di scarto: gli Ecopensieri.

A tuo avviso quali sono le difficoltà per un architetto in Italia? Molti ormai vanno all’estero per seguire progetti o per aprire propri studi. Come mai? sono troppi gli architetti in Italia?

Le difficoltà non credo siano legate al fatto che ci siano troppi architetti, ma al non funzionamento della società italiana, che si ripercuote in diversi campi, compreso quello dell’architettura. A lavorare ad alti livelli sono veramente pochi e gli architetti italiani conosciuti, si possono contare sulle dita di una mano! Poi c’è la crisi che fa la sua parte: perché dell’architetto si può fare a meno! La pratichetta si può far fare dal geometra che costa meno, e a metter giù due arredi ci pensa il rivenditore, magari sottopagando qualche giovane neolaureato in architettura. Tutto questo se non hai qualche conoscenza giusta. A questo possiamo aggiungerei la novità degli ultimi anni: lo stage. In nome dello stage che permette di apprendere, di formarsi, di conoscere il mondo del lavoro, si fanno lavorare i giovani gratis. E allora c’è chi va all’estero sperando che, almeno a livello di curriculum, si riescano ad ottenere dei punti anche in vista di un eventuale rimpatrio.

Aprire uno studio è difficile, sia qui che all’estero, anche se per ragioni diverse: all’estero c’è il problema della lingua e delle conoscenze; in Italia il problema è che i lavori importanti vengono commissionati sempre alle stesse strutture e le piccole realtà devono accontentarsi di lavori che non danno grandi margini di guadagno. Poi non si capisce perché una delle prime cose ti chiedono è uno sconto, nella convinzione che “gli architetti sono ricchi”. Ma al medico specialista si chiede lo sconto? Al dentista si chiede lo sconto? E all’avvocato? Insomma, il nostro lavoro vale meno degli altri? Forse sì, in quest’errata convinzione per cui “dell’architetto posso fare a meno”.

Al momento lavori come architetto presso qualche studio? Segui qualche progetto?

Lavoro presso uno studio di architettura che riesce a mantenersi perché ha alle spalle l’impresa edile di famiglia e mi viene chiesto di progettare, purtroppo, con le logiche dell’impresa: per ridurre i costi si riduce la superficie dell’appartamento e, di conseguenza, la qualità di vita, a mio parere. Sono le logiche di mercato! E le logiche di mercato fanno schifo! Qualche concorso ogni tanto, fatto insieme a colleghi che hanno ancora voglia di fare veramente architettura, ci permette di respirare un po’ quelle emozioni che ci hanno spinto a laurearci qualche anno fa. Un paio di lavori a cui ho partecipato sono stati pubblicati su riv

iste di settore e su libri di testo universitari. La difficoltà maggiore è legata al non essere conosciuti, per cui sulle riviste patinate, quelle famose, quelle a tiratura nazionale, sarà ben difficile che possa mai comparire il mio nome; su altre, magari nazionali ma meno pregiate o legate al territorio c’è un po’ più di margine. Anche se, non dimentichiamocelo, in Italia se si vuole pubblicare qualsiasi cosa ad un certo livello, nella maggior parte dei casi è necessario pagare!

Una tua grande passione è l’artigianato. Cosa ti porta a confezionare biglietti, borse, giocattoli?

Sì, l’artigianato è una mia grande passione: dico spesso che se fossi nata maschio, probabilmente avrei fatto il falegname! Penso che il motivo per cui ho deciso di lasciare spazio anche all’attività creativa, dopo che per qualche anno ho fatto plastici per le immobiliari, sia dovuto al fatto che mi piace costruire io i regali per mio figlio e per i suoi amichetti. Ho progettato e costruito per lui una cucina in legno e la cura e l’amore che ho messo in questa cosa mi hanno fatto capire il valore aggiunto che può essere conferito ad un regalo confezionato di persona rispetto ad uno comprato.

La tua passione per il design ti ha portato a creare anche oggetti di arredamento, come nasce tutto questo?

Bisogna considerare che l’architettura non si limita alla progettazione dell’esterno. Penso semplicemente che il mio sguardo si rivolge all’abitare con tutto quello che questo comporta. Disegno elementi di arredo perché mi piace riuscire ad immaginare il modo più confortevole di strutturare un ambiente, perché una stanza ben organizzata aiuta a vivere meglio. Rogers (Ernesto Nathan Rogers, celebre architetto e accademico italiano, ndr), del resto, negli anni ’50 ha lanciato un motto: “Dal cucchiaio alla città” indicando, in maniera molto chiara, che il lavoro dell’architetto non finisce con la pratica da consegnare in comune. Magari senza arrivare all'estremismo di Adolf Loos che, all’inizio del secolo scorso, era arrivato ad imporre ad alcuni clienti l’utilizzo di determinate pantofole che si armonizzassero con la sua realizzazione.

Da dove nasce Ecopensieri?

La linea degli Ecopensieri nasce dall’attenzione per l’ambiente, dalla preoccupazione per gli sprechi e dalla consapevolezza che i nostri bambini crescono circondati dai rifiuti e immersi nella cultura dell’usa-e-getta. Gli Ecopensieri sono oggetti realizzati principalmente con materiali riciclati o naturali e per questo richiedono una buona dose di creatività e di fantasia, e la capacità di ritornare bambini per poter vedere una vena di magia in oggetti che sarebbero altrimenti da buttare. Credo sia questo l’aspetto che più mi piace.

La tua campagna per la raccolta dei floppy usati, in cosa consiste?

I floppy disk sono ormai oggetti in disuso ma, come molti altri componenti tecnologici, alla fine della loro vita finiscono in discarica o addirittura gettati nell’immondizia generica. Questi piccoli oggetti però possono essere utilizzati in diversi modi: ho realizzato un portamatite, un block-notes, una borsa. L’idea è permettere alla creatività di ridare loro nuova vita!

Per il momento ti affidi alla vendita on-line, hai progetti di espansione?

Non credo che una linea di stampo artigianale, come voglio che resti, possa avere una diffusione molto ampia. Le difficoltà di diffusione sono in primis la situazione economica, perché i negozianti tendono a rischiare sempre meno e ad investire poco su prodotti alternativi. Forse sarebbe diverso se aprissi un negozio, ma in questo modo diventerei una commerciante e non c’è nulla di più distante dalla mia personalità e dalle mie attitudini. Uno dei miei obiettivi sarà quello di trasmettere questo approccio, questo modo di relazionarsi con le cose, questa voglia di usare la creatività con gli oggetti di cui disponiamo. Terrò dei corsi di manualità per bambini e ho messo a punto un progetto di educazione ambientale che spero in un futuro non troppo lontano possa trovare spazio nelle scuole primarie e secondarie. Credo che sia importante proporre un modo alternativo di guardare le cose perché la creatività, la fantasia, la capacità di vedere al di là di ciò che abbiamo davanti vanno alimentate, e strutturare un percorso per i bambini può servire a loro per fare esperienza e a me come adulto per coltivare la mia parte infantile: gli Ecopensieri vivono di questo!

Tra tanti progetti sei anche una giovane mamma, come riesci ad affrontare tutto?

Non lo so! Avere un bambino ti abitua a dover essere attiva su tanti fronti: impari a fare le cose in meno tempo, impari ad essere più selettiva e a valutare meglio quali sono le cose veramente importanti o almeno provi a fare tutto questo! Ogni giorno è una nuova sfida, ogni giorno ti porta ad adeguarti a quello che succede, devi avere capacità d’improvvisazione, e questo sul lavoro è importantissimo. E quando mi sento stanca e sfiduciata ho un marito che mi sta vicino e un bambino meraviglioso che mi dà energia. Penso sia la famiglia che mi permette di affrontare tutto: senza di loro non avrebbe senso niente!

http://www.emarchiwork.it

Foto: Ecopensieri di Ester Dedè

Valentina Meschia

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