5 aprile 2007

CALCIO: DA HOOLIGANS A "FRIENDLY FANS"

Se questo è ciò che chiamate calcio, cos’è per voi una battaglia?” si chiedeva sconcertato nel 1829 un francese che assisteva ad una partita di calcio inglese. La testimonianza ci prova che la violenza associata al calcio non è una "degenerazione" dei nostri giorni; comunque i recenti, drammatici avvenimenti accaduti in occasione della partita di calcio tra Catania e Palermo costituiscono un’occasione ineludibile per una riflessione storica sul tema della tifoseria violenta, spesso nota col termine inglese hooliganism. Gli hooligan infatti sono nati in Inghilterra insieme col gioco del calcio, e per secoli sono stati un fenomeno tipicamente britannico. In realtà lo stesso gioco del calcio è nato come pratica sociale, più che sportiva, piuttosto violenta: l’iniziale forma di gioco, nota già nel 13° secolo, coinvolgeva in battaglie pressoché prive di regole gran parte dei giovani maschi di villaggi vicini. Le partite erano vissute, più che come occasioni per compiere prodezze con la palla, come opportunità di estrinsecare antichi rancori, pareggiare conti in sospeso e partecipare attivamente alla pratica "virile" dell’aggressione tribale. Precedute da forti bevute, le primitive partite si concludevano spesso con danni anche gravi a persone e cose. Anticamente l’opinione pubblica era piuttosto tollerante verso queste "intemperanze", ma già all’inizio del 14° secolo i commercianti chiesero di proteggere i mercati (e dunque i loro affari) dalle violenze che si originavano in occasione di incontri di pallone: così questo gioco fu ripetutamente messo al bando da editti reali fin dal 1314. Evidentemente però il calcio come forma violenta di competizione rimase in uso, e le partite, che impegnavano anche un migliaio di giocatori, continuavano ad essere associate a vandalismi di varia gravità a danno di magazzini, canali e mulini. Nel 19° sec. l’industrializzazione e l’urbanizzazione circoscrissero gli spazi deputati al gioco in arene man mano più piccole, all’interno delle quali furono prescritte severe regole di gara: i comportamenti violenti precedentemente praticati sul terreno di gioco furono ritualizzati, la pratica sportiva venne raccomandata come sana alternativa al bere alcolici, e il fair play lodato come caratteristica del buon cittadino. Una volta limitata l’aggressività fisica dei giocatori, si ridusse anche la violenza degli spettatori, e in questa forma il gioco del calcio, divenuto "rispettabile", venne esportato nel resto dell’Europa e del mondo. Tuttavia, pur se le regole sportive più severe hanno contenuto il fenomeno dello hooliganism, la diffusione del calcio su scala mondiale ha purtroppo portato con sé anche la diffusione di pratiche di tifoseria violenta. Le "rituali" invasioni delle curve dell’opposta tifoseria, generalmente più spettacolari che violente, alcune volte sono state la miccia che ha innescato battaglie cruente: negli anni ’50, in Iugoslavia diversi incidenti hanno coinvolto tifosi armati di martelli e spranghe di ferro, e in Turchia uno scontro tra tifoserie rivali armate di pistole e coltelli, protrattosi per giorni dopo la fine della partita, si è concluso con un bilancio di 42 morti e circa 600 feriti. Quali sono le ragioni profonde che originano simili comportamenti? Alcune teorie attribuiscono la responsabilità all’identificazione tra aggressività e virilità, a carenze educative familiari e scolastiche, ad insoddisfazione e noia derivanti dallo svolgere lavori ripetitivi, poco gratificanti e non idonei ad assicurare prospettive di miglioramento sociale, a radicate tradizioni di rivalità tra squadre, tifoserie, città e anche fazioni politiche. Alcuni sociologi ipotizzano poi che alcuni episodi, quali ad esempio le azioni di contenimento e repressione attuate dalla polizia, i servizi giornalistici e televisivi incentrati sui club delle opposte tifoserie e gli errori arbitrali, possano avere un ruolo scatenante su animi e comportamenti. Nonostante rischi e difficoltà, però, tenere alla squadra del cuore può dar luogo, in adolescenti e giovani, a benefici effetti relativi al processo di costruzione dell’identità e alla capacità di instaurare legami con un gruppo di riferimento. La comune passione sportiva, la celebrazione dei "riti calcistici" dell’assistere alle partite e del discuterne, la preparazione delle forme di incitamento alla propria squadra (hola, slogan, canti), i viaggi connessi con le trasferte possono costituire la base per il sorgere di vere e durature amicizie. E’ dunque compito congiunto di squadre di calcio, associazioni di tifosi, autorità ed educatori far sì che si diffonda un nuovo modello di tifoseria, che affondi le sue radici in una mentalità veramente sportiva. E in effetti se proprio un’associazione di tifosi britannici, la “Tartan Army” che raccoglie 5000 aderenti, ha vinto nel 1992 il premio “Fair Play” dell’UEFA, ci sono buoni motivi per credere che la trasformazione di supporters da hooligans in “friendly fans” sia possibile e concretamente realizzabile.


Flavia Marisi


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