14 settembre 2008

COSA PENSANO DI NOI?

TRE GIORNALISTI STRANIERI INTERPELLATI SUI VIZI (TANTI) E LE VIRTU' DEL NOSTRO PAESE

“La politica italiana? Per noi tedeschi è poco più di un teatrino. Dell’Italia ci godiamo più che altro la gaffes degli esponenti politici, anche mortadella e spumante in parlamento non ci hanno stupito più di tanto. Ormai siamo abituati ad esibizioni del genere”.

Ci vuole dire che in Italia non trovate proprio nulla di serio? Anche, ad esempio, un fenomeno drammatico come la mafia è ridotto a puro folclore?

“No, assolutamente, la mafia, soprattutto dopo il regolamento di conti di Duisburg (dove il 15 Agosto 2007 sei persone sono state uccise a colpi di fucile in seguito a una faida tra cosche della 'ndrangheta. Ndr), è avvertita come un problema serio, forse anche più che qui nel nord d’Italia, dove mi sembra sia ancora vista come un fenomeno di costume. L’episodio di Duisburg ha suscitato nuovo interesse, e non è un caso che il libro di Roberto Saviano, Gomorra, abbia venduto molto anche in Germania.

Qual è il commento più diffuso in Germania riguardo al recente risultato elettorale?

"Spaventoso. Non solo in Germania ma a livello europeo non ci si spiega come abbia potuto vincere Berlusconi. Un mio amico esperto di relazioni internazionali tra Germania e Italia mi ha confidato qualche giorno fa che una vittoria della destra avrebbe probabilmente incrinato i rapporti politici tra Berlino e Roma. Berlusconi si è rivelato incapace di condurre un dialogo nel suo mandato precedente e nessuno si aspetta che le cose siano cambiate".

Vedete quindi in Berlusconi un pericolo per l’Italia e le sue relazioni internazionali?

“Nonostante tutto mi fa ridere chi parla dell’Italia governata dalla destra come di una dittatura: probabilmente Berlusconi è troppo stolto per fare il dittatore. In ogni caso ha un controllo totale dell’economia e di buona parte dei media, quindi il suo potere è fuori discussione.”

A proposito di economia, dati recenti hanno evidenziato una crescita dello 0.3% per l’Italia: è un problema avvertito anche in ambito europeo?

“È normale che un paese abbia un periodo di crisi, ma solitamente Italia e Germania vanno di pari passo per quanto riguarda gli aspetti economici. Questa volta la situazione è diversa, l’Italia rischia seriamente di perdere importanza a livello continentale.”
Prima ha parlato di media. Lei ha origini italiane: segue i programmi della televisione italiana?

“Assolutamente no, preferisco quella estera. Anche per quanto riguarda l’informazione, in Italia c’è la tradizione della ‘lenzuolata’, un’enorme costruzione mediatica che in realtà non dice nulla e non fa riferimenti seri alle fonti. I giornalisti validi si contano sulle dita di una mano. Io personalmente apprezzo molto Marco Travaglio."

Si riferisce anche al modo in cui vengono trattate le notizie di cronaca nera?

“Noi non abbiamo l’abitudine di trasformare i delitti in soap operas. Non riesco a credere che in Italia le indagini su un singolo caso possano protrarsi per anni. A volte sento di indizi o prove ritrovati sul luogo del delitto tre o quattro anni dopo l’avvenimento, tracce che sono sempre state lì, che si sarebbero potute trovare al primo sopralluogo. Com’è possibile?”

Su questa domanda rimasta in sospeso lo schietto corrispondente di origine italiana viene raggiunto da Katharina Kort, sua collega e connazionale, dal nome, questa volta, inequivocabilmente teutonico.

Anche lei ha una visione così disastrosa del nostro paese o riesce a cogliere aspetti più positivi?

“Sicuramente l’ennesima elezione di Berlusconi ha sorpreso tutti, anche se c’è da dire che da noi si insiste troppo sulle gaffes, mentre bisognerebbe valutarlo più per quello che fa... oppure non fa. C’è il forte rischio di non notare le proposte valide della politica italiana se l’unico interesse sono le figuracce dei ministri o dei capi di stato.”

Secondo Graham Allison, ex ministro della difesa in USA, per quanto riguarda democrazia, libertà e legalità, Berlusconi è equivalente a Putin. Cosa ne pensa?

“Mi sembra esagerato. Come ci ha detto qualche giorno fa Gherardo Colombo, più che antidemocratico, Berlusconi è amorale. In fondo è stato nominato attraverso elezioni democratiche, non si è imposto con la forza né con altri metodi dittatoriali. È stato eletto dagli italiani che, evidentemente, hanno fiducia in lui.”

Parlando di libertà d’informazione, come giudica l’influenza degli organi politici sui media?

“Mi sono accorta che in Italia, rispetto alla Germania, l’influenza è molto più forte. Non solo le ingerenze sono eccessive nel mondo della carta stampata, ma anche a livello televisivo: un “editto bulgaro” da noi sarebbe impensabile. In Germania è il giornalismo che influenza la politica e non il contrario: i politici vengono condizionati dal giudizio che i giornali danno di loro.”

Il livello di attenzione da parte dei giovani italiani nei riguardi della politica è piuttosto scarso. All’estero la situazione è simile?

“All’estero sicuramente i giovani danno più importanza alla politica perché la politica dà molta importanza a loro. In Italia l’età media in cui i politici emergono è troppo elevata, sembra quasi che il potere sia nelle mani dei ‘vecchi’. Per fare un esempio, anche da noi esiste il precariato ma è funzionale ad una carriera e non è ‘eterno’ come può esserlo in Italia. Le aziende sono sempre più avide di giovani.”

Nel dibattito interviene anche Emily Backus, giornalista americana che si occupa di design per il Financial Times. Cosa può dirci a proposito dei giovani poco interessati alla politica?

“Gli statunitensi, non solo i giovani, sono piuttosto provinciali, direi quasi egocentrici. Il loro interesse per la politica estera è pressoché nullo finché non vengono toccati in prima persona. Per questo ho preferito lavorare per un giornale inglese.”

Come è gestita l’informazione nel mondo anglosassone?

“In Inghilterra, per legge, bisogna essere bilanciati: si deve necessariamente, dopo aver accusato una parte, sentire l’opinione della difesa, sia per una questione etica sia per evitare problemi legali che possono stroncare una carriera.”

Questo non influisce sulla libertà di informazione?

“Forse in parte si. In ogni caso dà sicuramente maggiore equilibrio alla questione che viene riportata. Prima di occuparmi di design ho lavorato all’aspetto investigativo del caso Parmalat: ricevetti molta pressione dagli uffici stampa che cercavano di manipolare i giornalisti per i loro scopi. In Italia si presta molta meno attenzione alla qualità dell’informazione, e spesso ci si sbilancia senza pensarci troppo. Mi è sembrato di avvertire che nel vostro paese l’informazione fosse più controllata rispetto al resto d’Europa, anche a causa della presenza dell’ordine dei giornalisti e delle sovvenzioni pubbliche all’editoria.”

La conversazione, che alimenta un fastidioso sentimento a metà tra lo stupore e la vergogna per le risposte ricevute, termina qui. In conclusione una domanda sorge spontanea: se ogni italiano con diritto di voto avesse sostenuto un colloquio del genere prima di entrare nella cabina elettorale e tracciare la fatidica croce, il risultato sarebbe stato lo stesso?

a cura di Daniele Grasso, Riccardo Orlandi

1 settembre 2008

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 - REPRISE


Pasquale Finicelli è un autista che lotta ogni santissimo giorno nel traffico di Milano. Poi accade una cosa: quest’uomo contemporaneo si ricorda di essere stato qualcuno; che sì, per dio, quei quindici minuti di celebrità li ha avuti anche lui. Allora corre a casa, prende quel baule impolverato con la scritta “Negli anni ’80 per un attimo sono stato famoso anche io, e che cazzo!”, lo apre, ha le mani tremanti, rovista tra ritagli di giornali ingialliti, tra le tessere del Partito Socialista, tra le fotografie che lo immortalano con Claudio Martelli e Cicciolina nel transatlantico di Montecitorio, altre che lo vedono a Capalbio in mutandine verdi fluorescenti che gioca a racchettoni con Bobo e Stefania Craxi, mentre il buon Bettino, da sotto la tesa del berretto di feltro, vigila con quel suo tipico sguardo da velociraptor ciccione. Ed ecco, sotto le macerie culturali di un decennio impossibile, trova lei: la parrucca bionda col ciuffo rosso. Nello spazio di una fellatio al Presidente del Consiglio, ri-diventa Mirko, il mitico leader dei Beehive. L’immagino così la reunion della band che tra il 1985 e il 1988, ha incarnato i Beehive, animazioni della serie Kiss me Licia. Il Finicelli ha richiamato tutti: Manuel “Matt” De Peppe, Sebastian “Satomi” Harrison, Luciano “Paul” De Marini, e la new entry, il noto (negli ambienti di casa sua) Tony Amodio, del quale si ricorda anche l’album Deja vu, con la hit Forever, che a sua volta è la versione italiana di I can’t hold you (all the time), che però si chiama Forever, quindi è palesemente la versione italiana. La band simbolo degli anni 80, anni in cui c’era un simbolo al minuto, riparte in grande stile con un album e un tour estivo: la prima data è stata l’11 luglio a Lignano Sabbiadoro. Il tour prevede tappe in Italia, ma anche a Malta, in Slovenia e in Canada. Intanto, però, l’unico altro concerto ufficiale si terrà il 23 agosto all’interno del Festival “50 anni e dintorni” a Montecatini Terme, durante il quale, questi splendidi cinquantenni si esibiranno per altri splendidi settantenni, ospiti per le annuali cure termali e la rimozione dei fastidiosissimi duroni e calli alle dita dei piedi. Un’occasione per Finicelli e Satomi di testare l’impermeabilità al tempo, potendo vantare finalmente un pubblico maturo e consapevole; altro che i mocciosi gocciolanti, che li adoravano senza spirito critico. Noi reduci di quegli anni attendiamo con curiosità degna di un bradipo muto, cieco, sordo, paralizzato ed impotente, il ritorno sulle scene di questa band, che ha saputo scalzare dalle classifiche i Duran Duran, e gli Wham, senza saper suonare una nota che fosse una. Ci sentiamo di augurare ai Beehive che la polvere che ha coperto per vent’anni i loro successi, si tramuti, come d’incanto, in polvere di stelle. O in cocaina.

Fabrizio Aurilia

18 agosto 2008

VULCANO SU STUDENTISTATALE

Interviste, approfondimenti, vita universitaria: Vulcano è on line sul sito studentistatale.it. Buona lettura.

23 maggio 2008

NON SONO UNA SIGNORA/2 ART.13

Il tredicesimo articolo della Costituzione, il primo dopo i principi fondamentali, riguarda la libertà personale. Nella tradizione anglosassone assume il nome di Habeas Corpus. Una conquista del 1679 che consiste nell’impossibilità di arrestare qualcuno tanto per il gusto di farlo, ma richiede la vigilanza del potere giurisdizionale che garantisce una maggior tutela dei cittadini. Qual era il problema alla radice? I cittadini potevano essere arrestati senza capi d’accusa, in assenza di qualsiasi indizio, solamente sulla base del puro arbitrio.
In questo articolo un’affermazione in particolare merita di essere sottolineata.
ART. 13: (...) E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. (...)
Insomma, niente tortura, a prescindere che le finalità siano probatorie o di puro divertimento dei carcerieri. Non é nemmeno un’affermazione cosi incomprensibile all’interno di una Costituzione moderna. Da sottolineare che qui non si parla di "divieto" ma di "punizione" nel caso la tortura venga consumata. Provate a prendere la vostra copia della Costituzione. Scorrendo le sue parole vi accorgerete che non esistono altri articoli che prevedono espressamente una punizione. E’ giusto pensare che la tortura di una persona sotto arresto sia quanto di più vigliacco un essere umano possa concepire. Lo facevano i nazisti. Lo facevano i fascisti durante la guerra di liberazione. Lo fanno tuttora le dittature sparse per il mondo. Lo fanno gli americani nelle carceri costruite in vari paesi, più o meno democratici, sparsi per il mondo. Ma ormai noi sappiamo che la tortura é da vigliacchi. A tal punto che merita questo trattamento particolare nella Costituzione.


Sorge però un grande problema. Il nostro paese é l’unico in Europa che non ha mai approvato alcuna legge che condanni la tortura. Abbiamo ordinanze che puniscono con il carcere chi lava i vetri delle auto e non abbiamo alcuna legge che preveda il reato di tortura. A dispetto della nostra Costituzione, e degli obblighi internazionali che l’Italia ha sottoscritto, torturare è lecito. O almeno, non esiste come delitto. Si chiama "violenza privata".
Vi ricordate quel lontano 2001, quando duecento persone furono arrestate, poi tutte rilasciate perché, detto banalmente, non avevano fatto niente di niente ma erano solo state pescate nel mucchio durante le manifestazioni contro il G8 a Genova? Quelle duecento persone sono state sequestrate, picchiate, minacciate, percosse, insultate, durante il sequestro, durante il tragitto, durante la «detenzione». In quel famoso carcere preparato appositamente per contenere «la più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra ad oggi, nell’Europa occidentale». Non é forse tortura questa?
Ma talvolta la nostra dignità sembra eclissarsi. Sotto l’ombra della, così detta, "violenza privata".


Marco Bettoni

21 maggio 2008

EDITORIALE MAGGIO 2008

Chi dice che il nostro Paese è avaro di memoria avrà avuto modo di ricredersi. Dai saluti romani al nuovo Divo Capitolino Iannus Alemannus, agli scontri della Sapienza, gli italiani ricordano bene come si conduce il dibattito democratico. Guardiamo i fatti: alcuni neofascisti se la sarebbero presa, in definitiva, per l’annullamento della conferenza sulle foibe alla quale era stato invitato Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova. Questa la causa primaria, l’ "aition", come direbbe Pericle. Già, le foibe: tragedia rimossa per decenni dalla cronaca, dalla storia e dalla memoria. Ma siamo sicuri che il modo migliore per risarcire il popolo italiano di una memoria messa sotto il tappeto come sporcizia culturale, sia quello di invitare ad una conferenza un dichiarato neonazi-fascista? Non è il modo migliore, ma è il "nostro": in Italia non è possibile condividere niente, è ontologicamente necessario mettere cappello, così da lottizzare e parcellizzare la memoria. Le foibe, dimenticate consapevolmente dalla sinistra, sono patrimonio della destra, e giustamente, il preside della Facoltà di Lettere della Sapienza, che organizza una conferenza per parlarne, non può che chiamare l’esponente più "discutibile" della malandata destra italiana: un ragionamento assurdo ma geneticamente italiano. E quanto è tipicamente italiano scrivere di scontri tra studenti di sinistra e estremisti di destra? Benvenuti nel primo numero di Vulcano del 1977.
Fabrizio Aurilia

15 maggio 2008

UNA QUESTIONE DI PULIZIA


Siamo un popolo di incompresi. Chi ci definisce razzisti e xenofobi non ci capisce. Noi non siamo intolleranti e approfittatori, noi siamo generosi. Se uno straniero puzza, c’è un Borghezio che lo lava. È vero, usa il Vetril, ma sono dettagli da cronaca di costume. E se vivono in un campo sporco e pieno di topi, c’è un Galan che risolve la questione: "Questi non sono campi, sono immondezzai, non vedete quanta spazzatura? Bisogna spazzarli via". La domanda sorge spontanea. Di che si parla? Forse una risposta può arrivare da frasi illuminanti come "Hanno fatto pulizia", "Bisognava pur pulire", "Certo bisogna ancora pulire un po’". In tempi come questi, il pensiero corre a Napoli e alla Campania. Ingenuità. A parlare sono i commercianti della zona Stazione Centrale di Milano e si riferiscono ai bambini rom. Ed è quasi commovente la rude semplicità di De Corato, che con estremo pragmatismo invoca le ruspe. Questa sì che si chiama schiettezza, alla faccia di chi ci reputa intolleranti. Come si diceva? Italiani brava gente...
Chiara Caprio

5 marzo 2008

“Io, prigioniera della mia Teheran”


INTERVISTA A MARINA NEMAT
Marina Nemat, scrittrice iraniana detenuta ai tempi della rivoluzione komeinista, ha ricevuto il Premio “Human Dignity” dal Parlamento Europeo.

Iraniana cristiana ortodossa, fu arrestata dai guardiani della rivoluzione quando aveva solo 16 anni. Era il 1982. Erano i tempi della rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini. Marina non era un’attivista politica. L’unica sua colpa fu quella di aver alzato la mano durante una lezione di matematica per chiedere all’insegnante di non fare propaganda politica. Marina fu torturata, condannata a morte e rinchiusa nella prigione di Evin, a sud di Teheran, nota per il suo braccio della morte destinato ai prigionieri politici condannati alla pena capitale. Una delle guardie che la interrogarono, Ali, si invaghì di lei. La sua sentenza fu ridotta all'ergastolo ma, in cambio, la guardia la costrinse a sposarlo e a convertirsi all'Islam. Così, per due anni rimase in prigione come moglie del suo aguzzino. Quando Ali venne ucciso da altri rivoluzionari suoi rivali nel 1984, fu liberata. Non fece mai parola del matrimonio e di tutto ciò che era accaduto a Evin.Sposò il ragazzo di cui era innamorata prima di entrare in prigione e con lui si trasferì a Toronto, in Canada. Aveva 26 anni.

In tutto questo tempo Marina ha cercato di dimenticare l'Iran, ma oggi, a distanza di vent’anni, le cose non sono affatto cambiate nel suo paese. La morte della madre, nel 2000, e della giornalista iraniana-canadese, Zagara Kazemi, arrestata per aver scattato nel 2003 fotografie della prigione di Evin, hanno segnato una svolta. L’autrice ha trovato la forza di fissare su carta il ricordo, indelebile, dei suoi due anni, due mesi e dodici giorni trascorsi in quella prigione. Per se stessa e per tutti quelli che hanno vissuto lo stesso dramma. “Prigioniera di Teheran” pubblicato da Cairo editore, è la sua storia. Un racconto lucido, commovente e autobiografico di chi è riuscito a ritornare dalla morte alla vita.
L’abbiamo incontrata a Milano, presso il Palazzo Stelline, dove ha ricevuto il Premio “Human Dignity” conferitole dall’On. Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, per la sua testimonianza attiva e il suo impegno nella difesa dei diritti umani.


Un libro difficile. Una scelta difficile quella di raccontare. La sua amica Parisa che, come lei, ha vissuto gli orrori della detenzione, dopo alcune chiacchierate ha deciso che non voleva più ricordare. Perché, invece, lei ha scelto di scrivere?
Non è stata una decisione presa razionalmente ma l’esito naturale di un processo. È arrivato un momento in cui non riuscivo più ad andare avanti, a vivere con questo pesante segreto. Per anni tutti quelli che mi circondavano avevano deciso di ignorare il fatto che io avessi trascorso più di due anni nella prigione di Evin. Tutti avevano cercato di dimenticare, di proseguire con la propria vita ed io, per così dire, sono stata al gioco. Però ad un certo punto ho dovuto affrontare il mio passato, non riuscivo più a dormire, a sorridere. I ricordi si erano fatti insostenibili e soffocanti. Ho dovuto affrontare il fatto che io fossi sopravvissuta mentre molti altri erano morti.


Cosa significava essere cristiana a Teheran durante il regime?
Prima della rivoluzione, nel periodo dello Scià, non era importante la religione che si professava. A scuola eravamo tante ragazzine di credo diverso e convivevamo tranquillamente. Con la rivoluzione islamica le cose sono cambiate. Si è instaurato una legge islamica estrema e a quel punto la religione è diventata un problema. Come cristiana, comunque, sono sempre stata un po’ ai margini della società. Anche nel periodo dello Scià ero leggermente diversa dagli altri e questa differenza l’ho sempre avvertita. Ma non si andava in prigione per il fatto di professare la religione cristiana, purché si rispettasse la legge islamica. Purché non si diventasse, diciamo, politici nel proprio credo. Chiaramente una volta in prigione essere cristiana ha rappresentato un grande svantaggio.


Cosa è cambiato oggi rispetto a vent’anni fa?
Non ci sono molte differenze in realtà. Per un breve periodo, quello della presidenza di Katami, le cose sembravano migliorate, ma erano solo cambiamenti estetici. La donna, ad esempio, poteva indossare un po’ di rossetto, e anche se una ciocca di capelli fuoriusciva dal foulard non era importante. Però erano variazioni molto superficiali. Oggi con la presidenza di Ahmadinejad siamo ritornati a dove eravamo con Khomeini. Sempre più donne subiscono delle pressioni, devono indossare in modo adeguato l’hijab e incontrano grandi difficoltà nella loro vita di ogni giorno. La verità è che fino a quando rimarrà al potere un regime islamico non potranno esserci cambiamenti per gli iraniani. La democrazia è qualcosa di inconciliabile con il sistema della repubblica islamica. Occorre che il sistema cambi perché ci sia democrazia. Fino a quando ci sarà un leader supremo, che ha potere di veto su qualsiasi decisione del Parlamento, non ci potrà essere libertà: questa è la ricetta della dittatura e nient’altro.


In questa storia di odio, dolore, disperazione c’è anche amore, amicizia, resurrezione. Ma ad un certo punto bene e male sembrano confondersi e compenetrarsi. Come ha fatto alla fine di tutto a ritrovare l’equilibrio e scrivere una storia che è anche di speranza?
Penso di dovere questo mio equilibrio al modo in cui sono stata cresciuta. Mia nonna mi ha educata ai valori cristiani, dicendomi sempre di guardare al nemico con il rispetto dovuto ad un altro essere umano, di amare, comunque, il mio prossimo. Questi principi sono stati, per così dire, incisi nel mio animo. Quando sono stata imprigionata, a 16 anni, ero giovanissima e non avevo avuto abbastanza esperienza per poter provare odio. Vivevo alla giornata e, non avendo pregiudizi, se esisteva un minimo di bontà anche nell’essere più vile e più crudele io riuscivo a trovarla. Quello che più mi ha colpito, infatti, è stato scoprire che la famiglia di mio marito, che per me era stato un aguzzino, un torturatore, in realtà era una buona famiglia. È stato così che ho dovuto necessariamente riconciliare il concetto del bene con quello del male. E’ stato lì che ho appreso che il mondo non è o bianco o nero.


Per questo libro ha ricevuto il premio “Human Dignity” del Parlamento Europeo. È un passo avanti perché si cominci a aprire gli occhi sugli orrori della tirannia. Eppure ancora oggi giornalisti in Iran vengono condannati per reati d’opinione. Gli ultimi resoconti ci parlano della morte della fotoreporter iraniano-canadese Zahara Kazemi e della condanna, nel Kurdistan iraniano, alla pena capitale per due giornalisti curdi. Si tratta, quindi, ancora di censura?
Si, certo, si parla di censura politica ma anche di forte omertà. Quando io ero in prigione non c’era alcuna reazione. Praticamente erano migliaia i teenager di 16/17 anni imprigionati in Iran, ma nessuno ne parlava. Addirittura io mi chiedevo se ci fosse qualcuno che sapesse o si preoccupasse di questa situazione. Ma dopo 25 anni di silenzio oggi qualcuno finalmente sta ascoltando. Questo è positivo. Il Parlamento Europeo ha fatto un passo avanti, approvando una risoluzione in cui si riconosce che tutte le minoranze religiose stanno affrontando delle difficoltà: le persone vengono uccise, torturate in nome del proprio credo. Un’atroce tortura fisica, che lascia segni visibili, ma anche e soprattutto una tortura psicologica che logora dentro.

Cosa può fare la comunità internazionale?
Sicuramente non spedire eserciti in Iran o in altri Paesi del Medio Oriente. Sappiamo che la storia si muove lentamente e non si possono risolvere i problemi dell’Iran in un giorno. La cultura mediorientale è estremamente complessa e la Comunità Internazionale deve proseguire il dialogo, deve continuare a parlare della violazione dei diritti umani. Inoltre, i governi occidentali dovrebbero esercitare delle pressioni sul governo dell’Iran perché vengano rilasciati i prigionieri. Oggi c’è anche internet, uno strumento estremamente potente per partecipare a questo tipo di discussioni facendo sentire la propria voce. È un modo per mostrare sensibilità e avviare un dibattito internazionale con la possibilità di scambiare idee e opinioni con cittadini iraniani. E’ necessario ricordare che il 70% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni, quindi sussistono speranze effettive di cambiamento. Bisogna aspettare che i cittadini iraniani trovino la loro via verso la democrazia quando ne saranno pronti.
Vivendo in nord America, conoscendo la realtà di questo paese, trovo disturbante il fatto che la gente si concentri di più su quelli che sono i problemi di Britney Spears piuttosto che delle vite perdute nelle guerre in Asia o Africa, o si concentri di più sulle avventure di Paris Hilton, piuttosto che sulle vittime dell’AIDS nel terzo mondo. Dobbiamo renderci conto che la cultura popolare deve ridefinirsi, deve cambiare le proprie priorità perché, come diceva giustamente lei, le atrocità vengono tutt’ora commesse a livello mondiale. Bisogna chiedersi se è normale per un essere umano ignorare. Se le vere necessità del pianeta vengono riconosciute è necessario poi assumersene tutte le responsabilità. E questo, si sa, non è certo facile anzi è molto scomodo.

Silvia Valenti

18 febbraio 2008

ANDALUSIA

APPREZZA MEGLIO UN NETTARE LA PIU' CRUDELE ARSURA

Camminavo oramai tra tre ore. La strada tagliava la valle, una lunga lama bianca piantata tra le scapole della pianura del Duero. Il calore era insopportabile. Il cielo diafano s’era fatto sole tutto: impossibile dire da dove i raggi venissero a proferire la loro condanna. La luce opaca riverberava sulla pelle butterata dei colli lontani, tra le braccia tese delle spighe di grano tra i quali si insinuavano le teste rosse dei papaveri, lungo il corpo secco degli alberi scuri e contorti. Avanzavo nella morte apparente del mezzogiorno. Mi accompagnava soltanto il frinire delle cicale, un ronzio intenso, costante, infinito.
L’impressione era quella di trovarsi accanto sempre lo stesso ciuffo d’erba gialla, la stessa traccia di serpente disegnata nella polvere rossa della strada. Polvere rossa che si attaccava ai capelli, correva lungo la schiena, si posava tra le dita dei piedi esausti.
Vidi gocce d’acqua dondolare mollemente sulla punta degli steli d’erba, dopo un acquazzone primaverile. La campagna verde della mia terra dove i salici sfiorano con dita gracili il corpo sinuoso dei ruscelli. Vidi passeri sguazzare nelle pozze d’acqua bassa. Mani chiuse a ricevere il fresco dono cristallino di polle alpine. Nel mio delirio avanzavo e avanzavo, trascinando i piedi nella terra riarsa.


Scrisse Emily Dickinson:
Più dolce appare il successo
a chi mai lo conobbe
apprezza meglio un nettare
la più crudele arsura
[...]

Solo nella più completa disidratazione conobbi la sete.


Ma una speranza c’era. Si chiamava orizzonte. Lontano, sopra il dorso ocra di un colle, si attorcigliavano nubi a spire, si annunciava tempesta. Trascorsero minuti infiniti. L’ombra avanzava lungo la valle, veniva da sud, lesta, silenziosa, incontro a me. Accelerai pregustando l’abbraccio, la frescura del suo corpo dentro la mia pelle. E l’abbraccio arrivò. Il sole venne inghiottito da un budello di nembi. Il sollievo era immenso, inebriante. L’ombra mi cinse i fianchi, mi coccolò e mi carezzò il viso con il suo respiro umido.
Le prime gocce scesero come una benedizione. Lungo il solco teso della mia bocca, nella mia gola ardente. Folate di vento sostenevano il mio cammino, ora più sicuro. Infine un colle, una curva, le prime case, dei volti umani: contadini che rientravano dalla campagna sotto la minaccia dei primi lampi. Poi in fondo ad una stradina, stretta tra una chiesa e un muretto a secco, sotto un perticato incorniciato dall’edera, una taverna.

Senorita, un poquito de agua por favor!
Enrico Gaffuri

Liberamente ispirato da un articolo di Laurie Lee, Sotto il solleone Spagnolo, in Questa meravigliosa Europa, Selezione del Reader’s Digest, 1976, Milano


13 gennaio 2008

DIALOGO IN CORSO

a cura di Daniele Grasso, Giovanni Cinà e Chiara Caprio

OLTRE I MURI

I giovani musulmani in Italia tra fede e integrazione
Omar Abdel Aziz è un ragazzo che non ti aspetti. Vent’anni, l’aria seria e l’abbigliamento decisamente occidentale. Nulla di strano, se non che si tratta di un giovane musulmano, membro attivo dell’associazione "Giovani Musulmani". Ma i pregiudizi e le immagini a cui siamo abituati portano a credere che le differenze si notino già dall’apparenza.
"E’ normale" spiega Omar "la gente si aspetta che vedere un musulmano voglia dire vedere un vecchio uomo con la barba, che se non fai attenzione ti fa saltare in aria. E’ semplicemente lo stereotipo che i mass media fanno passare quotidianamente".
I "Giovani Musulmani" nascono nel 2001 dall’ esigenza di quattro ragazzi, provenienti da diversi paesi arabi, di creare un luogo di associazione, di scambio culturale e religioso tra musulmani. Oggi, dopo sei anni, hanno sedi a Milano, Roma, Reggio Emilia e Bologna, e presto sarà fondato anche un gruppo scout musulmano. I.G.M. di tutta Italia si riuniscono annualmente a livello nazionale per incontri, riguardanti la formazione religiosa e la comunicazione della propria esistenza sociale. "Questo per noi è un punto fondamentale: le immagini con cui siamo quotidianamente etichettati dai media creano nella società in cui cerchiamo di vivere da cittadini normali sono degli stereotipi che ci fanno male" spiega Omar "naturalmente per noi le risposte a questi attacchi mediatici sono nei versetti del Corano. Tra quelle righe non c’è traccia del binomio terroristico religione-omicidio. E tramite l’associazione abbiamo trovato un luogo in cui riscontrare questa verità".

Ovviamente tra i Giovani Musulmani ci sono anche alcune ragazze, attive e libere quanto i loro colleghi maschi. Non tutte portano il velo, e ciascuna può decidere se mantenere o meno questa tradizione. "Un’ abitudine sbagliata tipica degli occidentali è quella di confondere la religione con la tradizione" spiega Omar "nel Corano non ci sono passi in cui si dica che la donna debba indossare il Burqa: è esplicito l’ ammonimento a coprirne il corpo e le sue forme, ma non le mani e il volto. Quando vedo in televisione donne interamente coperte dal burqa mi chiedo perchè lo facciano. La risposta in realtà è nelle tradizioni del paese, e non nei dettami islamici".
La motivazione infatti sta nel nascondere della donna la sua parte più provocante, la stessa, per intenderci, che spopola sui giornali e nelle pubblicità occidentali. "Se in Arabia Saudita le donne non possono guidare e in Iran non possono uscire, a meno che non siano accompagnate da familiari stretti, è una questione di tradizione legata al Paese" chiarisce Omar "nel caso di questi due Paesi, tra l’altro, il primo non è considerabile come islamico, poichè è solo a maggioranza islamica, ed è retto da una monarchia assoluta". Una forma di governo che con i messaggi coranici non può coincidere: il profeta stesso, agli atti fondanti dell’Islam, prendeva decisioni per la comunità nella Sura, un’assemblea democratica. Ma alle orecchie occidentalizzate risulta addirittura strano accostare le parole "democrazia" e "Islam" all’ interno di una frase. "Non bisogna dimenticarsi che in molti casi le dittature nei paesi arabi sono state sostenute da governi occidentali con lo scopo di ricavarne immensi proventi economici. Gli islamici tagliagole spesso uccidono con lame occidentali" afferma Omar. Ma il fondamentalismo esiste, sarebbe inutile negarlo, tanto nei paesi islamici quanto in quelle persone che da quei paesi sono emigrate in occidente.
Come nel caso di Hina, la ragazza di Brescia uccisa dal padre perché rifiutava di mettere il velo. "E’ una realtà con cui si ha a che fare nella comunità islamica, anche se nel mondo giovanile della nostra generazione, fatta di ragazzi cresciuti qui, è difficile che rimangano retaggi così forti" spiega Omar "naturalmente questo è un argomento che trattiamo negli incontri dei Giovani Musulmani: è fondamentale per noi riuscire ad intervenire al meglio nella società italiana rimanendo però portatori dei valori della nostra fede".
Dunque, esistono differenti interpretazioni all’ interno delle stessa dottrina religiosa. "Infatti se i cattolici hanno il Papa e le comunità ebraiche un Rabbino capo, le comunità islamiche non hanno qualcuno che si faccia interprete del messaggio coranico a livello universale" prosegue Omar "ognuno dice la sua insomma. Questo da maggiore libertà di interpretazione, naturalmente con le conseguenze che ciò comporta, nel bene e nel male".

Se per uno come lui, che si dichiara cittadino italiano di religione islamica, questo aspetto rappresenta un continuo spunto riflessione, bisogna volgere lo sguardo un po’ più indietro e riflettere sulla condizione della generazione precendente. "Chi, come mio padre, arrivando in Italia più di 20 anni fa dall’ Egitto, si è ritrovato catapultato in una società in cui è normale trovare donne seminude sui cartelloni pubblicitari ad ogni angolo della strada...capisci che ci rimane!" spiega Omar "Di conseguenza spesso i padri vedono l’ imposizione, ad esempio, del velo alle figlie come un modo per proteggerle dal poter diventare carne da macello di quel mondo occidentale di cui ancora non si fidano. E’ una questione molto spinosa".
Alla quale però un’ associazione come i Giovani Musulmani cerca di dare una risposta indubbiamente positiva, ponendosi soprattutto come punto di partenza per il mantenimento e l’applicazione della fede islamica nella società in cui vivono, un’attività che ha portato anche a conversioni, come quelle dei circa venti ragazzi milanesi che sono passati dalla religione cristiana all’Islam.

Ma il pensiero corre anche alla situazione internazionale, e in particolare alla guerra nei territori palestinesi. "Naturalmente noi soffriamo ogni giorno per quello che accade in quei territori, ma bisogna fare attenzione a non cadere in facili equivoci sul conflitto" prosegue Omar "E’ pericoloso considerarlo una questione puramente religiosa, trattandosi in realtà di uno scontro tra il popolo Palestinese e quello Israeliano. Noi cerchiamo di dimostrare che non c’è odio tra le due religioni, come abbiamo fatto qualche anno fa, con un incontro con l’ U.G.E.I. (Unione Giovani Ebrei Italiani) al Castello Sforzesco. Senza morti né feriti".
Collaborazione con le associazioni ebraiche, ma non ancora con quelle cattoliche. Omar però assicura che l’unica ragione è la mancanza di occasioni. "In realtà io, frequentando l’Università Cattolica, sono quotidianamente in contatto con loro, ma in alcuni casi, come per una mia collaborazione con il giornalino universitario, mi sono sembrati troppo impostati e poco disposti ad allargare i propri orizzonti".
L’auspicio è che le prove di sintonizzazione non si esauriscano qui.

Daniele Grasso



DALL'UGEI A KIDMA

Ecco chi sono i giovani ebrei italiani
Nonostante la presenza discreta e poco visibile, esistono ben ventuno comunità ebraiche in Italia, ciascuna guidata da un rabbinato autonomo. I gruppi sono poi riuniti nell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), che ha il compito fondamentale di rappresentarli a livello nazionale, anche se, dal punto di vista religioso, non esiste un organo centrale che li indirizzi in modo unitario, ma l’interpretazione del rabbino capo è quella in cui si riconosce la comunità a lui sottoposta.
Le attività del mondo ebraico hanno anche una ramificazione giovanile, indipendente da quella degli adulti.
Gad Lazarov, vice presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia e responsabile dei rapporti con World Union Jewish Students e European Union Jewish Students, è uno di quei giovani ebrei italiani che si impegna a sviluppare e far conoscere la propria realtà, proprio attraverso la costituzione di alcuni nuclei di riferimento, come l’UGEI stessa. Dopo l’esperienza in Hashomer Hatzair e Benè Hakiva, due associazioni che s’ispirano allo scoutismo, una più laica ed una più religiosa, il passaggio ad un impegno più forte è venuto da sé. Prima con la partecipazione a Kidma (continuazione di Hashomer Hatzair per i più grandi), successivamente con l’adesione all’UGEI. "L’UGEI è un’emanazione diretta dell’Unione delle comunità, da cui riceve gran parte dei finanziamenti, ma nonostante questo gode di molta autonomia" spiega Gad "non siamo tenuti a seguire ogni direttiva, anzi, ci è capitato più volte di trovarci in contrasto, anche attraverso articoli, come quelli apparsi su Hatikva, il giornale dei Giovani Ebrei d’Italia". Naturalmente entrambe le associazioni hanno una linea ben definita.
"Sia per l’UGEI che per Kidma il richiamo allo stato di Israele è forte. Chiaramente entrambe sono per la pace, democratiche" prosegue Gad "se però l’UGEI è apolitica e apartitica, Kidma è più legata alla sinistra italiana. Questo non significa che l’UGEI non faccia politica, ma avendo una struttura elettiva cambiano i vertici e cambiano di conseguenza anche gli orientamenti. Questa rappresentatività chiaramente ti dà più autorità. UGEI è più rivolta alle istituzioni, Kidma lavora su un altro livello. Potremmo vedere l’UGEI come un governo e Kidma come un partito".

Per quanto riguarda gli scopi primari delle associazioni, entrambe perseguono una doppia finalità. Una interna, volta alla costruzione e al mantenimento di una comunità coi suoi interessi, ed una esterna che mira alla sensibilizzazione culturale. "L’attività di entrambe le associazioni è culturale-politica: organizzazione di incontri, conferenze stampa alla Camera, dibattiti, campagne di sensibilizzazione" spiega Gad "inoltre diamo la possibilità ad ogni ebreo, dal più laico al più osservante, di partecipare alle nostre iniziative, attraverso piccole attenzioni, come il non organizzare attività il sabato o distribuire cibo kosher". I temi affrontati rispecchiano la realtà che li circonda, e sono quelli più scottanti: dalla fecondazione artificiale alla crisi del Darfur, fino all’antisemitismo e all’islamofobia, passando per il rapporto tra religione e sessualità. Gli eventi che organizzano si rivolgono a tutti e vedono spesso la partecipazione di personaggi di rilievo, come i parlamentari Piero Fassino, Gianfranco Fini e Daniele Capezzone, oltre a tanti esponenti delle maggiori religioni. Ma un posto importante è occupato certamente dalla Giornata della Memoria, arricchita però da testimonianze diverse, come quelle di Rom sopravvissuti ai campi e di persone scampate ai genocidi in Ruanda, per non limitarsi alla commemorazione di una tragedia ebraica, ma cercare di proiettarsi nel futuro, in un’ottica propositiva. L’occasione porta anche a constatare che ogni volta si spera che non accada mai più, e invece le storie si ripetono."Come si è visto anche nel caso recente di quel rumeno a Roma, il rischio è sempre quello di discriminare tutta una comunità" afferma Gad.
Fondamentale è stato anche l’incontro con i Giovani Musulmani. "Questi incontri con i giovani musulmani sono molto importanti dal punto di vista del gesto, si imparano tante cose sulle usanze, si capiscono gli stili di vita. Abbiamo fatto anche un torneo di calcio interreligioso con loro" spiega Gad "Non credo però che servano ad istituire un dialogo su altri livelli. Il problema è che loro vogliono confrontarsi su un piano teologico, mentre a noi interessa il piano politico e culturale. Il fatto di essere ebreo non implica l’essere ortodossi o buoni conoscitori dei testi sacri". Tuttavia se per gli ebrei la trasmissione per nascita della fede ha contribuito a creare un’unità identitaria molto forte, lo stesso sembra non essere avvenuto nel mondo musulmano. "La comunità islamica è frammentata" aggiunge Gad "anche le moschee di Milano sono a volte in disaccordo tra loro. Per esempio chi frequenta la moschea di Segrate non riconosce chi va nella moschea di Via Padova, ed entrambi vogliono differenziarsi da chi frequenta quella di Viale Jenner. Se avessero un solo rappresentante eletto sarebbe più facile far sentire la loro voce. C’è anche da dire che la comunità ebraica vive in Italia dal 70 a.C., sono 2000 anni e più, mentre la comunità islamica ha una presenza considerevole in Italia solo da 15/20 anni".

La frammentazione del mondo islamico però, non è solo un problema milanese. Alla luce del recente accordo di Annapolis tra Olmert e Abu Mazen, per l’avvio di negoziati tra palestinesi e israeliani, la questione si fa importante. " Purtroppo anche a livello internazionale non c’è una posizione univoca nella parte islamica" afferma Gad "le diverse fazioni si scontrano tra loro, con il risultato che non si può ottenere la pace e i palestinesi sono discriminati dagli stessi arabi. In Libano i palestinesi non possono esercitare 71 mestieri". Per questo Gad auspica un cambiamento anche sul fronte musulmano. "L’unione delle comunità dovrebbe essere adottata anche dai musulmani" spiega "finchè non faranno un’opera di mediazione tra di loro e non parleranno con un’unica voce non potranno far valere le loro ragioni". Un altro fattore fondamentale è l’unione dell’esercito. Infatti con le milizie separate sarà impossibile ristabilire l’ordine e, di conseguenza, il controllo politico sul territorio. "in ogni caso Annapolis è solo un primo passo, anche se ci sono state delle aperture importanti" afferma Gad "bisognerebbe però che si riconoscesse a Israele almeno l’esistenza di fatto, se non di diritto. Se non riconoscono Israele come interlocutore, la trattativa non può andare avanti".
Con il presupposto che la conoscenza sta alla base della comprensione, l’impegno fondamentale che queste associazioni portano avanti è quello di diffondere la cultura ebraica. Non per volontà di proselitismo, ma per costruire un valido e positivo dibattito interculturale. Ma sembra vi siano alcuni ostacoli, a partire dall’insegnamento della religione nella scuola pubblica. "L’unilateralità nell’educazione religiosa è una mancanza della cultura italiana" spiega Gad "per esempio, la religione cattolica predilige il nuovo testamento al vecchio".
"Negli Stati Uniti, c’è una apertura molto maggiore, frutto anche di un’operazione culturale fatta da intellettuali, come scrittori o registi" prosegue Gad "In Italia, tolte le grandi città, l’educazione è ancora fortemente impregnata di cattolicesimo. Io sono molto favorevole all’insegnamento della religione cattolica, ma nelle scuole bisognerebbe insegnare storia delle religioni, non fare catechismo. La chiesa stessa dovrebbe fare dei gesti di riavvicinamento alle altre confessioni religiose".
Altro aspetto che confonde e dimostra una mediocre conoscenza del mondo ebraico da parte degli italiani è la difficoltà a scindere l’ebreo, colui che professa la religione ebraica, dall’israeliano, la persona che abita nello stato d’Israele. "Israeliano ed ebreo sono molto diversi per mentalità" spiega Gad "gli israeliani hanno molto di più il concetto di laicità". La costruzione delle istituzioni di Israele ha portato a riferimenti identitari diversi da quelli tradizionali, alla possibilità di creare un mondo ebraico nuovo, dove non ci si lascia opprimere, ma si combatte per se stessi, per difendere la propria fede e i propri valori. Da questo possono nascere anche esperienze impensabili, come i kibbutz. "La partecipazione è volontaria e non imposta. Ognuno si esprime sugli aspetti decisionali della vita del kibbutz" racconta Gad "si può scegliere se lavorare la terra, se lavorare in fabbrica, in cucina". Un ambiente diverso, unico nel suo genere e testimone di uno stile di vita, attraverso cui molti giovani, anche non ebrei, possono così provare questa forma di comunità e mettersi in contatto con uno degli aspetti importanti della cultura ebraica e israeliana.


Giovanni Cinà

11 gennaio 2008

BARI-MILANO SOLO ANDATA

E’di nuovo esodo verso il nord. Negli anni ’60, quelli del boom economico, i lavoratori del sud Italia si trapiantarono in massa nelle nebbiose città del nord in cerca di occupazione. Mentre in quegli anni però si trattava per lo più della fascia più povera e meno istruita della popolazione, oggi il fenomeno migratorio interessa i neo-laureati e gli studenti universitari.
I dati 2006 del Miur registrano in Italia quasi 350000 studenti fuorisede, di cui gran parte originari del meridione. In particolare, la regione con esodo maggiore è la Puglia (46353 fuorisede), seguita rispettivamente da Calabria, Campania e Sicilia. Specularmente, le ragioni con maggiore affluenza sono Emilia Romagna, Lazio e Lombardia.
Secondo le indagini condotte, alla base del “fenomeno migratorio” le ragioni più comuni non sono, come parrebbe ragionevole pensare, l’assenza della facoltà scelta nel territorio di provenienza o un presunto maggior prestigio degli atenei settentrionali. Il motivo maggiormente indicato dal campione di intervistati da Studenti.it , si è rivelato essere il desiderio di intraprendere un’esperienza per maturare, lontano dalla casa paterna; anche se ciò non spiega l’andamento verticale e unidirezionale dello spostamento da sud a nord.
L’incognita sul perché il centro-nord venga considerato una meta tanto ambita per gli studi universitari viene alimentata dal fatto che alcune tra le città maggiormente colpite dall’esodo, come Foggia, Catanzaro e Messina, vantano un ateneo molto ben qualificato, in molte classifiche meglio collocato delle più frequentate università del settentrione. Anche se, ad onor del vero, è importante sottolineare come tali classifiche siano basate su parametri che non tengono conto di questioni che, per quanto non meramente didattiche, risultano comunque essenziali per il lavoro degli studenti, come ad esempio i servizi bibliotecari che, soprattutto in Puglia e in Sicilia, risultano essere piuttosto inadeguati.
Occorre a questo punto riflettere sulle ripercussioni di tale fenomeno sull’economia del meridione.
Un’indagine della Federconsumatori ci indica che mediamente uno studente fuorisede assorbe circa il 29% del budget familiare. La spesa più ingente è senza dubbio l’affitto, non certo modico, come ad ogni universitario sarà capitato di notare con uno sguardo più o meno distratto a una bacheca di annunci. In generale il mercato dei fuorisede muove in Italia circa 3 miliardi e mezzo di euro all’anno. Di questi, quasi 2 miliardi provengono dalle regioni del sud. Ed è ancora una volta la Puglia a subire le perdite maggiori: quasi mezzo miliardo di euro all’anno che intraprendono un viaggio senza ritorno verso le regioni del nord.
Le perdite economiche però non riguardano il solo capitale monetario. Le regioni interessate sono affette anche da quella che, con un cliché spesso abusato, è definita la “fuga dei cervelli”. Il dato più preoccupante infatti è che l’assoluta maggioranza di coloro che si trasferiscono per compiere gli studi universitari, una volta conseguita la laurea non fanno ritorno alla loro terra di origine, causando a questa un’ingente perdita di risorse umane. Le ragioni del mancato ritorno al paese natio vengono individuate da Paolo Citterio, presidente di Gidp (Associazione Direttori Risorse Umane) nell’ assenza, nel sud, di un’autentica rete industriale che possa offrire, oltre al pubblico impiego, concrete opportunità lavorative anche in aziende private; è inoltre significativa la testimonianza portata dalla Rivista Economica del Mezzogiorno, secondo cui al sud un laureato su quattro trova un’occupazione unicamente tramite conoscenza.
Sembra dunque che la ben nota difficoltà di inserimento per i giovani nel mondo del lavoro nel mezzogiorno risulti amplificata.
Rispetto agli anni della Grande Migrazione dunque, l’odierna fuga verso nord non è più, nella maggior parte dei casi, un’ impellente necessità. Sembra rivelarsi piuttosto una precisa e ponderata scelta, scaturita da esigenze di indipendenza e dalla volontà di assicurarsi un avvenire lavorativo più stabile, scelta legittima, che però va a scapito del progresso economico della regione d’origine.
Forse è solo un’impressione, ma nonostante il legame molto forte che tanti studenti fuorisede mantengono con la terra di provenienza, l’atmosfera di dolente nostalgia che accompagnava le migrazioni del ‘900 sembra oggi sopita. Tutto il mondo è paese, le realtà locali costituiscono il punto di partenza, ma l’approdo è spesso dato dalle grandi città del centro-nord, dove i giovani vanno a studiare e dove spesso decidono di restare.

Laura Carli

2 gennaio 2008

CONVERSANDO COI MARTA SUI TUBI



La location non poteva essere diversa. Piccolo palco, tetto basso, dietro le quinte fumoso. I Marta Sui Tubi, band indipendente allergica ad ogni classificazione, sono una piccola pietra preziosa densa di fascino. La Casa 139 di Via Ripamonti ha ospitato per diverse notti le scorribande del trio siciliano, ma questa volta tocca solo al chitarrista Carmelo Pipitone accompagnare le melodie di un altro performer indipendente, il cantautore Moltheni. A metà fra il pubblico e il bancone del bar la voce dei Marta, Giovanni Gulino, ha ascoltato bevendo. E’ molto diverso il sound di Moltheni rispetto a quello dei Marta Sui Tubi. "Certamente – dice Carmelo – suonare con lui è decisamente meno impegnativo. Si tratta di stili completamente diversi."
E difatti l’energia degli MST emerge da ogni nota. L’ultimo album, "C’è gente che deve dormire", sprigiona intensità anche dai brani apparentemente meno lambiccati. Il virtuosismo di chitarra e lingua sembra essere il filo rosso della produzione della band, nata e cresciuta nell’entroterra siculo, in seguito forgiatasi fra Bologna e Milano.


La vena ironica e scapestrata dei testi non è artefatta, e l’intervista, che procede fra tante freddure e qualche nonsense, lo dimostra.




All’appello manca il batterista Ivan Paolini. Dove l’avete lasciato?
"Non sappiamo. Forse dorme oppure è morto. Di solito resuscita come Nosferatu, però ultimamente non era messo bene. Un po’ troppo pallido. Magari fra due o tre mesi saremo costretti a cambiare batterista."



Allora sbrigatevi a pubblicare un nuovo album!
"In effetti è nei programmi. Ci stiamo già lavorando".



Come nasce un vostro brano?
"Per organizzazione aziendale – spiega Giovanni – io ho l’appalto dei testi e Carmelo della musica. Tuttavia, periodicamente, qualcosa si può accavallare. Si, ogni tanto ci accavalliamo…metaforicamente parlando. Prima viene fuori un giro di chitarra, poi io scrivo le parole con molta fatica e sofferenza. A volte possono passare anni prima che un brano venga ultimato".


"E infatti – interviene Carmelo – il nostro primo album Muscoli e Dei è stato scritto nel ‘75".



È terminato un 2007 intenso per i MST, caratterizzato da esibizioni in giro per l’Italia. Le prossime tappe del trio marsalese saranno Festivalbar e San Remo?
"Abbiamo fatto tanti festival suonando pure sopra un bar. Vale lo stesso? Per quanto riguarda San Remo il problema è che non siamo cattolici. Però tentiamo quotidianamente di avvicinarci alla dottrina."



Nonostante molti vi definiscano ancora gruppo "emergente" voi suonate da un bel po’ insieme…
"Infatti "emergente" è un termine del cazzo! In Italia ti definiscono così solo perché non entri in classifica, ma ciò non significa che non suoni da tanto tempo. Del resto, si sa, questo è un Paese provinciale. Al massimo siamo emergenti perché stiamo ancora a galla!"



Cosa pensate quando notate che il main stream discografico è zeppo di musica molto discutibile?
"In realtà credo sia giusto che ognuno sfrutti i propri contatti. Del resto la qualità non è oggettiva e il giudizio finale spetta sempre al pubblico – intanto Carmelo si è allontanato accendendo quella che, in apparenza, sembra essere una lunga sigaretta – Oggi la scena italiana è piena di buona musica, basta saperla cercare. E’ sufficiente citare Cesare Basile, Paolo Benvegnù, Teatro Degli Orrori, Disco Drive. L’essere o meno indipendente ha, in fondo, poco significato. L’importante è fare della musica che piaccia. Noi ascoltiamo anche autori del main stream: apprezziamo brani dei Black Eyed Pease o di Fabri Fibra."



L’anno scorso vi siete esibiti in condizioni molto singolari: dentro un igloo, in montagna, a migliaia di metri d’altezza. Come è nata l’idea?
"L’idea è della nostra agenzia di promozione. Si trattava di una vera e propria gabbia di ghiaccio ed è stato molto difficile suonare. Tuttavia, ci siamo divertiti parecchio. Inoltre, il concerto sul ghiaccio sarà documentato nel nostro ultimo DVD, prossimo all’uscita nei negozi. Una parte verrà dedicata ai live del tour, un’altra ai video delle canzoni ed una proprio all’esibizione sulla neve. Ed in più sarà Tamburi Usati, la nuova casa discografica fondata direttamente da noi, a pubblicare il DVD".




L’originalità è un vostro marchio di fabbrica. I testi, molto particolari, delle canzoni spesso resistono anche oltre la musica. Giovanni, ti verrà mai in mente di pubblicare un libro?
"In effetti io ho sempre scritto. Molte cose che penso non diventano canzoni e restano chiuse nel cassetto. Tuttavia non le apprezzo molto, anche perché sono decisamente critico rispetto a quello che faccio. Chissà, magari un giorno... Del resto, per quanto scrivere abbia sempre fatto parte delle mie fantasie, ora mi sento decisamente più musicista che scrittore.



Ultima domanda di banalissimo taglio: cosa consigliereste ad un giovane che nella vita intende fare il musicista?
"Deve solo comporre belle canzoni. L’ultima parola spetta al pubblico. E’ necessario chiedersi sempre: la gente ha bisogno di quello che sto facendo? Sono sufficientemente originale? E’ troppo facile innamorarsi delle cose che si fanno, ma a quel punto si tratta di una sorta di masturbazione. Bisogna produrre delle idee che diventino di tutti. Questo è il senso dell’artista.



Gregorio Romeo

1 gennaio 2008

EDITORIALE GENNAIO 2008

E’ uno strano paradosso che le formazioni politiche nascenti, il Pd e la Cosa berlusconiana, partorite tra sfinimenti pirandelliani o adunate pop, ci sia ancora così poco spazio per i giovani. Perché, infondo, messe da parte le hostess da convegno e le veline engagée, non si vede uno straccio di politica giovanile. E sfido. Chi la perseguisse dovrebbe praticare scelte poco politically correct: sfidare sindacati che drenano quel poco che resta di stato sociale, combattere lobby ottimamente rappresentate a Montecitorio, abolire gli ordini professionali, introdurre criteri meritocratici nell’istruzione, selezionare il personale docente, superare una costituzione che paralizza i Governi, colpire chi truffa in ogni settore, ceto e latitudine. La vera, rivoluzionaria giustizia sociale oggi passa attraverso trasformazioni radicali e trasversalmente impopolari. Una rivoluzione che contrappone vecchi e giovani, come tutte quelle che la storia ci ha consegnato.
Luca Gualtieri

DA DC A DC

Mi stupisce molto sentir parlare del futuro della sinistra. E più ancora di riempire uno spazio vuoto a sinistra del Pd. Stare a sinistra del partito democratico vuol dire stare fuori dal governo. A vita. Già, perché qualsiasi legge elettorale che partorirà il mega-utero di Donna Veltroni, fecondato dalle semenze di Berluscone, non prevedrà mai più un’alternanza al potere, tanto meno, per la nuova "Sinistra Arcobaleno", che, spogliata della falce&martello, vuol darsi una parvenza di credibilità, posteggiando un Mussi in guardiola ed un Ferrero ad amministrare il baraccone. La sinistra è morta o non è mai nata. Intendo una sinistra europea, di governo, una sinistra di tradizione socialista, persino laburista, direi. All’Italia è sempre mancato il socialismo, o meglio la socialdemocrazia, cosa che i nostri colleghi (Europei Sapiens) hanno sempre avuto ben presente. In Italia un Partito Comunista irresponsabile, finto battagliero, che patteggiava con un centro cattolico gattopardiano, ha contribuito a fascistizzare consapevolmente il nostro paese. A deprimerlo. Lo ha privato di quella spinta al nuovo, al progresso, che invece è caratteristica principale della vera sinistra europea, con la quale i nostri fortunati vicini hanno vissuto le stagioni più floride. E ora ci aspettano altri trent’anni di immobili sballottamenti tra il Pd (la "Dc de sinistra") e il Pdl (la "Dc de destra").
Fabrizio Aurilia

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 n. 14


Quattordici è un bel numero per finire. La prima puntata di questa superficiale, maliziosa e pruriginosa rubrica (al film di natale questa pagina gli fa una pippa) esordiva citando gli Afterhours. Come nostri Numi, questi musicisti anni ’90 milanesi ci hanno tutelato per tutta la durata di questa penosa traversata nel deserto, fatta di inconcludenza, di ritardi clamorosi nella consegna dei pezzi, di mononucleosi, di sconforto e ribrezzo per la sorte dell’Italia. Ed è proprio questo sconforto che, dopo avermi prostrato e costretto a tre giorni di divano, in compagnia di ben due documentari sul Feldmaresciallo Rommel, mi ha fatto capire che è ora di finire di menare il can per l’aia, come direbbe un allevatore fino a poco prima in collera col proprio cane in un’aia. Voglio occuparmi di vero giornalismo, voglio scendere in strada, fare la cronaca, raccontare il mio tempo. Ecco perché giungo in questa sede a ripudiare ogni cosa che abbia riguardato gli anni ’80: i Prefab Sprout, Marco Predolìn, Marco Columbro, la profezia che feci sulla vittoria dei Mondiali, il povero Michael J. Fox e le sue dinamiche scalate al successo, i dischi di Tony Brando (specialmente "Collant, Collant"), il videogioco delle Olimpiadi nel quale vince sempre il bianco e il nero subisce l’onta della deportazione a Treviso, tutti i giocattoli di quel maledetto decennio (compresa la loggia P2), le pubblicità sul Natale a casa dei manager prima che venisse scoperta la cocaina, le meteore della canzone che proponevano testi pornografici (ricordo "Hop Hop Somarello" e "Ping pong"), e tutta la classe dei ragazzi della Terza C. Non vedo l’ora di occuparmi dei nuovi Olindo Romano, delle storielle sessuali di Alberto Stasi, dell’ennesima marachella di Anna Maria Franzoni e dei suoi 152 figli, di Berlusconi che fa parlare Chavez con Aida Yespica mentre Ferrara si pasce, ignaro, in una linda vasca da bagno. Se qualche lettore là fuori si dispiacerà della chiusura di questo spazio, allora vorrà dire che in quattordici puntate non sono riuscito a veicolare alcun messaggio, alcuna morale. Bene. Eccellente. E’ proprio quello che volevo. Ripercorrere il "decennio infame" in modo così frammentario e decostruito, è stato quanto di più superficiale vi potevate aspettare da questo giornale, definito in passato come "qualche migliaia di parole un po’ pallosette". Ma adesso basta: l’attualità ci attende. Un mio amico, vedendo un bambino che sedeva su di una rovina romana alle Terme di Caracolla, gli urlò: "scendi scemo!". Quello scese. Scendete anche voi dalle rovine di quegli anni. Gli Afterhours dicevano in una loro canzone che la fine è la cosa più importante.

Fabrizio Aurilia

28 dicembre 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N.13


Ma in fondo a noi, ma soprattutto a voi, matricole della Beneamata Università Statale, cosa ve ne frega degli anni ’80? Per voi che siete nati nell’88, quando il 47° governo Goria cadeva, (la Repubblica nasce nel 1946, questo è il 61° governo, o il 62° dipende quando uscirà il giornale: 61 maggioranze parlamentari in 51 anni. La Germania dal ’49 ha eletto 9 cancellieri. E non si può dire che il popolo tedesco non abbia avuto i suoi problemini), il decennio in questione non è stato altro che pappine-cacchine-ruttini, ruttini-cacchine-pappine. Sembra la vita di Rutelli, vero?
E allora, cari post-liceali, forse vorreste sentir parlare di banchi di scuola, di cose che conoscete.
Per venire incontro a voi, o classe dirigente del futuro, è pronto un dossier sulla "Terza C". Il 13 gennaio 1987 su Italia1 parte un progetto, "I ragazzi della Terza C", un telefilm che ambiva a raccontare una generazione di studenti ritratti nell’approssimarsi della maturità.
Il successo è colossale, non paragonabile ad altre serie americane degli anni Novanta o Duemila.
A parte l’utilizzo di personaggi estremamente stereotipati (cosa rimasta nella politica italiana, vedi Casini-Prodi-Luxuria: il bello, il comunista, il transgender) ed una recitazione imbarazzante (ancora: Bertinotti, Berlusconi, Gabriella Carlucci), è interessante la leggerezza narrativa e la costruzione degli intrecci, basate su dinamiche del periodo.
La parodia è quasi sempre il carattere della vicenda, sono riproposti i film o i personaggi dell’attualità: il pavido Bruno Sacchi (Fabrizio Bracconeri, oggi guardia giurata di Forum) interpreterà Rambo, oppure Chicco Lazzaretti, pluriripetente, praticamente trentenne, partecipa alla trasmissione Superstrike, condotta da Marco Columbro, vero reuccio della TV.
Ma c’è anche la cronaca che penetra nella fabula: durante una festa in casa di Sharon Zampetti, figlia di un industriale milanese, Camillo Zampetti (Guido Nicheli, da poco scomparso), irrompe la polizia tributaria. Il successo è talmente penetrante che le grandi marche trasformano intere scene in spot veri e propri. E’ il caso dell’Algida, che impone agli attori lo slogan "cuore di panna" mentre trangugiano un cornetto. Oppure la Opel che fa dire a Chicco, di fronte alla sua Corsa: "Che auto spaziosa, e che motore!".
La seconda serie è addirittura sponsorizzata dallo snack Raider. Un concorso si basava sulla presenza dello snack all’interno della puntata. La terza stagione vede i ragazzi all’università. Alcuni attori si stufano, se ne vanno o vengono cacciati: l’università fa questi scherzi. Il prodotto crolla nell’89.
Come il comunismo ha regalato sogni: il sogno di una televisione stupidissima, non volgare, coraggiosa, che lascia il posto a quella degli anni ’90: intelligentissima, volgare e pavida. E’ giusto che alcune cose non siano uscite vive dagli anni Ottanta.
Fabrizio Aurilia