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18 febbraio 2011

Intervista a Enrico De Alessandri

Enrico De Alessandri è stato Direttore del Centro Regionale Emoderivati e attualmente lavora presso l'Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, alla quale ha fatto causa poichè sospeso dal servizio per aver scritto il libro Comunione e Liberazione: assalto al potere in Lombardia. La sentenza del 28 gennaio ha dato ragione a De Alessandri e Roberto Formigoni ha dovuto annullare il mese di sospensione, pagare lo stipendio arretrato e tutte le spese legali. La notizia che il Presidente della Regione Lombardia abbia perso una causa contro un dipendente, che denuncia in un libro lo strapotere di CL, di cui Formigoni fa parte, non ha avuto una risonanza mediatica rilevante. Insomma, a Rai 3 tutto tace e per questo motivo De Alessandri ha protestato, in catene, davanti alla sede RAI di Milano il pomeriggio del 1 febbraio, il giorno dopo che la notizia della sua vittoria era stata resa ufficiale. De Alessandri non è nuovo a questo tipo di proteste stravaganti: si era già incatenato il 16 novembre davanti al palazzo della Regione, una settimana dopo aver tenuto in università una conferenza su "Il potere de CL in Lombardia".

Cosa l'ha spinta a scrivere questo libro di denuncia?

Volevo dimostrare l'assoluta fondatezza della tesi di Eugenio Scalfari secondo la quale "Un sistema di potere come quello di Formigoni, CL, e Compagnia delle Opere non esiste in alcun punto del Paese, nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere". Comunione e Liberazione ha costituito una situazione di potere monopolistico nell'ambito di una importante istituzione pubblica attraverso un'occupazione militare dei suoi esponenti in tutti i centri di potere, dai Direttori Generali ai dirigenti delle Unità organizzative nei più importanti Assessorati, alle nomine di primari, di amministratori delegati e di presidenti di società operanti in ambiti strategici come le infrastrutture, la formazione e l'ambiente. Ha costituito, di fatto, una pericolosa situazione di potere "dominante".

Tale capacità di influenza può determinare non solo sudditanza psicologica ma soprattutto inaccettabili situazioni discriminatorie sia per le singole persone (si pensi alle difficoltà di carriera nella sanità pubblica per i medici che non appartengono a CL) sia per le imprese, visto che la istribuzione dei fondi pubblici privilegia in modo schiacciante le imprese della Compagnia delle Opere, braccio economico di CL.

Può spiegare brevemente l'iter del libro, dalla creazione alla protesta?

Sono stato accusato di aver denigrato la Regione Lombardia, mio datore di lavoro. Il provvedimento di sospensione è firmato dal dirigente del Personale della Regione, Michele Camisasca, nipote del famoso Massimo Camisasca, sacerdote e figura chiave di Comunione e Liberazione. Camisasca è uno dei 32 dirigenti la cui assunzione è avvenuta tramite un bando di concorso annullato dal T.A.R. Per la Lombardia, sentenza poi confermata dal Consiglio di Stato. Per tale motivo, il provvedimento di Camisasca nei miei confronti deve ritenersi nullo: se sarà il caso di portare la questione davanti alla Corte costituzionale lo farò.

Il fatto che il Presidente Formigoni abbia avallato il provvedimento di sospensione nei miei confronti, a seguito dell'interrogazione di Giuseppe Civati e di Carlo Monguzzi, coinvolge direttamente gli stessi vertici politici in merito alle gravi responsabilità di un provvedimento volto ad impedire ad un cittadino-lavoratore di esprimere liberamente il proprio pensiero. Per questa ragione il 16 novembre mi sono incatenato davanti al Pirellone, sostenuto dal Consigliere regionale Civati, da Carlo Monguzzi e dai rappresentanti di Sinistra Universitaria della Statale.

Nella premessa a pagina 8 chiede un "Intervento volto a impedire che movimenti settari fondamentalisti possano costituire pericolose situazioni di potere monopolistico nell'ambito delle pubbliche istituzioni". È questo il suo scopo? Come intende perseguirlo?

In Francia si istituiscono commissioni parlamentari per contrastare i tentativi delle sette di infiltrarsi nel cuore delle pubbliche istituzioni; in Lombardia, al contario, si permette a un movimento settario come CL di monopolizzare il potere di una regione con un bilancio pari a quello di un piccolo Stato. Noi lombardi viviamo in un mondo opposto a quello francese: la nostra classe politica si inginocchia di fronte a quei mostri che loro non riescono neppure ad immaginare di avere.

Gemma Ghiglia

8 febbraio 2011

Intervista a Ferruccio Pinotti

Nell’ufficio più importante del nuovo e altissimo grattacielo della Regione siede un memor domini, un religioso laico di Comunione e Liberazione che ha scelto di vivere in povertà, obbedienza e castità, come suggerisce lo statuto del movimento fondato da don Luigi Giussani. E’ Roberto Formigoni, ultradecennale presidente della Lombardia e leader di Cl, il gruppo religioso che coniuga afflato evangelico e fiuto per gli affari. Così, mentre l’associazione imprenditoriale Compagnia delle Opere coordina oltre 34.000 imprese sotto l’abbraccio religioso di Cl, il potere politico gestisce appalti, indirizza fondi pubblici e fabbrica convenzioni sanitarie. In maniera non sempre ineccepibile, come denuncia l’ultimo libro di Ferruccio Pinotti – giornalista classe ’59, già autore di alcuni saggi sui poteri forti – “La lobby di Dio”, inchiesta che mette ai raggi X il movimento religioso più potente nell’Italia di oggi.

Leggendo la Lobby di Dio sembra che il potere in Lombardia non possa esistere indipendentemente da Comunione e Liberazione. E’ davvero così?

Per certi versi è proprio così. La Lombardia è stata la regione-laboratorio di Cl, il suo centro politico ed umano. E’ qui che il movimento è nato nel 1954 ed ha raggiunto l’estensione massima, anche se ormai coltiva interessi nazionali ed internazionali. In Lombardia Comunione e Liberazione gestisce un potere enorme, dalla politica, alla sanità, fino agli appalti pubblici. La spinta di Cl e del suo modello organizzativo riguarda anche la scuola – con una costante crescita dell’istruzione privata – l’energia, i trasporti, i progetti per l’Expo del 2015. Una serie di aree molto vaste che danno il segno del potere di Cl e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere.

Proprio la nascita della Compagnia delle Opere negli anni ’80 può essere considerato come il momento di svolta per Comunione e Liberazione?

Certamente si: dal 1986/87 si registra un netto cambio di passo. La precedente esperienza politica coordinata da Formigoni, quella del Movimento Popolare, non era riuscita ad incidere fortemente nella società e a prendere corpo. La Compagnia delle Opere – che per certi versi potremmo definire una Confindustria confessionale – propone invece un modello vincente di lobbying e netw

orking molto coesi, una sorta di cavallo di troia per la conquista del potere. Successivamente, nel 1995, con l’avvento di Formigoni a capo della regione segue un altro momento importante. Il neo-presidente aggrega i suoi uomini e li piazza in tutte le poltrone-chiave della Regione, facendo crescere ulteriormente il movimento.

Dopo il successo politico di Roberto Formigoni quanto e come è cambiata Comunione e Liberazione?

Secondo me è cambiata molto. Nei progetti di don Giussani era qualcosa di diverso da ciò che è diventata. Certamente Cl ha dato spazio fin dall’inizio alla dimensione economica, sociale e civile, ma non era un polo di lobbying così forte e capillare. Questa mutazione è dovuta a Formigoni, che ha costituito attorno alla Regione un nucleo di persone e di potere capace di annullare progressivamente l’originaria carica valoriale del movimento. Oggi Cl è il network lobbistico che riconosciamo nei reportage dal meeting di Rimini, un incontro più simile al forum economico di C

ernobbio che a quello di un’associazione di stampo religioso.

Il potere di Cl ha un riferimento politico preciso oppure si muove seguendo le diverse congiunture politiche?

L’approccio di Cl è sempre stato trasversale, in movimento insieme alla realtà sociale. Segue chiunque rappresenti il potere. Negli anni ’70 ed ’80 il riferimento naturale era la Democrazia Cristiana. In seguito, è toccato ai socialisti e infatti il rapporto di dialogo fra Formigoni e Martelli non è mani stato segreto. Oggi è Silvio Berlusconi il punto di riferimento ufficiale. Il rapporto fra Cl e il Premier dura da molto tempo; Berlusconi ha finanziato Cl e Cl lo ha sostenuto elettoralmente. In passato sono state registrate delle schermaglie fra la Lega Nord e Cl ma recentemente le differenti posizioni si sono avvicinate se non sovrapposte. Il progetto è quello comune della destrutturazione dello Stato italiano, sebbene attraverso formule diverse: la Lega punta ad un federalismo spinto, di tipo politico, mentre Cl vuole raggiunger

e un livello di sussidiarietà capace di allontanare il più possibile i controlli dello Stato dalla società civile.

Ma non possiamo trascurare gli ottimi rapporti di Cl anche con settori molto importanti della sinistra. Pierluigi Bersani è un riferimento storico del movimento. Il segretario del Pd, da sempre ospite al meeting di Rimini, rappresenta il potere delle cooperative rosse, centro economico di sinistra in piena sintonia affaristica con la Compagnia delle Opere. Un’affinità confermata perfino dal Presidente di Coop Italia, Vincenzo Tassinari.

Cl e la Compagnia delle Opere sembrano essere particolarmente legate al tessuto produttivo della Lombardia. E’ davvero possibile esportare il loro approccio affaristico nel resto d’Italia?

Il sistema Cl è esportabilissimo, come hanno già dimostrato le carte giudiziarie. In Calabria, ad esempio, l’inchiesta “Why Not” ha rivelato che il potere della Compagnia delle Opere si ramifica in tutta Italia, senza distinzioni. L’appropriazione sistematica di fondi pubblici nazionali ed europei, il lobbying organico, i legami politici e di amicizia, sono prassi molto diffuse. In questi mesi, per esempio, il teatro di fenomeni simili è Bologna, ex roccaforte rossa, dove la Compagnia delle Opere si è inserita nel business degli studentati e Cl si sta diffondendo molto rapidamente.

Un capitolo del libro è dedicato alla dimensione psicologica di chi aderisce a Comunione e Liberazione.

Per trattare questo tema ho fatto ricorso soprattutto alle testimonianze dirette. Ho intervistato alcuni Memores Domini molto soddisfatti della loro esperienza, mentre altre persone, come Bruno Vergani, hanno motivato la loro scelta di abbandonare il gruppo dei religiosi laici di Cl. Le testimonianze di chi ha lasciato la vita dei Memores Domini dipingono una realtà piuttosto complessa, fatta di soggetti che intendono aderire ad un ideale totale, ma che poi si ritrovano a subire manipolazioni e pressioni psicologiche. In ogni caso, esiste certamente uno scarto molto forte fra la base, motivata dal punto di vista valoriale, e il vertice del movimento, che esprime oramai un atteggiamento piuttosto cinico.

Dal punto di vista metodologico come hai impostato il tuo lavoro d’inchiesta?

E’ stato un lavoro molto faticoso che ho cercato di svolgere secondo criteri anglosassoni. Niente gossip, nessuna fonte debole, utilizzo oculato del web. Ho operato molto sul campo, cercando di sviluppare anche una ricerca sociologica, dunque realizzando tantissime interviste. In questa fase un team di vari giornalisti mi ha aiutato a fare il punto del fenomeno Cl con corrispondenze da tutte le parti d’Italia. Un altro fronte delle indagini, a cui ho dedicato un capitolo molto delicato, ha riguardato l’analisi delle carte processuali che coinvolgono la Compagnia delle Opere e gli uomini di Cl. Infine, ho consultato la scarsa letterature già esistente. Unendo tutti gli elementi a mia disposizione ho costruito un quadro che tuttavia rimane parziale; il tema è vasto e si presta ad ulteriori inchieste giornalistiche.

Quale è stato l’atteggiamento degli uomini di Cl mentre indagavi, e quali sono state le loro reazioni?

Mi sarei aspettato maggiore disponibilità al dialogo, invece mi sono trovato spesso davanti a un muro di gomma. Ho inviato delle domande al presidente Formigoni, ho chiesto ripetutamente la sua disponibilità per un’intervista, gli ho anticipato le pagine del libro che lo riguardano, ma non ho ricevuto nessuna risposta. Per quanto riguarda le reazioni, sono state di vario tipo: da alcuni esponenti di Cl mi sono arrivati perfino dei complimenti per aver trattato temi delicati con senso di responsabilità, mentre altre persone si sono irritate per le critiche. Però non c’è stata nessuna querela, anche perché nel libro non ho mai usato, a differenza di quanto fanno altri giornalisti, un tono aggressivo, offensivo o di dileggio.

Tu hai lavorato per diversi anni negli Stati Uniti, alla Cnn e all’International Herald Tribune. Come ha influito nel tuo lavoro in Italia il periodo trascorso all’estero?

La mia esperienza trascorsa mi ha influenzato molto e positivamente. Ho sempre letto le inchieste dei giornalisti anglosassoni, riconoscendo la loro capacità di organizzare il lavoro in maniera più strutturata, senza volontà protagonistiche o di coinvolgimento politico. La scuola anglosassone mette il lavoro di inchiesta al servizio del lettore, al quale vengono forniti dati ed elementi conoscitivi per formulare un punto di vista. Il mio libro può essere considerato sotto molti aspetti un testo critico nei confronti di Cl, ma di certo non è un’inchiesta costruita a priori. Insomma, ho voluto offrire ai lettori cifre, fatti ed eventi molto precisi, tutto l’occorrente per capire qualcosa in più di Comunione e Liberazione.

Gregorio Romeo

Luigi Serenelli

18 gennaio 2011

Intervista a Massimo Bernardini, giornalista e conduttore del programma di RAI3 Tv talk

Cominciamo da una domanda semplice: come nasce la televisione italiana?
La televisione italiana nasce nel '54, affidata alla Democrazia Cristiana.Fino alla fine degli anni ‘70 è stata una televisione fortemente pedagogica, ma anche capace di aprire al meglio del Paese, ai grandi intellettuali come Eco, Vattimo, Guglielmi, Furio Colombo. In seguito si capisce che la gestione illuminata della DC non può essere l'unica garanzia di pluralismo, allora - e siamo alla metà degli anni ‘70 - nasce la cosiddetta Riforma, che coincide con la fine della direzione Bernabei. La RAI viene tripartita: alla DC va il primo canale, al mondo laico-socialista il secondo e ai comunisti la tv regionale.
Poi, negli anni '80, arriva questo strano signore dall'edilizia che si chiama Silvio Berlusconi. E lui è l'unico che intuisce una cosa fondamentale: per fare la fortuna della tv commerciale non devi più decidere quali spazi dare e come impiegarli, ma dare l’opportunità a forze piccole, imprenditoriali di partecipare al banchetto televisivo.

Comunemente si crede che l'arrivo di questa nuova televisione, culturalmente peggiore della precedente, abbia anche influito negativamente sulle persone, rimbecillendole…
C’è un modo molto banalizzante di affrontare il problema, ma se lo affrontiamo in termini antropologici è molto serio. In una società come la nostra, dove le cosiddette agenzie educative - la Chiesa, la scuola, la famiglia, i partiti, il mondo operaio - stanno perdendo la loro forza formativa, la televisione ha assunto un peso evidente in termini di modelli antropologici. Questo è un problema vero, perché gran parte della popolazione italiana fruisce in maniera pesante proprio della televisione, a discapito degli altri media.
La televisione commerciale, per sua natura, non si è mai assunta problemi di tipo pedagogico o educativo, ma solo il compito di massimizzare gli utili. In questo Mediaset è stata uno dei più clamorosi esempi europei. Però, laddove c'è un canone pagato dal cittadino, la RAI avrebbe dovuto mantenere il proprio lavoro di servizio pubblico, ma con la corsa alla massimizzazione degli ascolti si sta dimenticando cosa voglia dire fare servizio pubblico.

Quale può essere la soluzione?
Sto diventando sempre più scettico a riguardo. Se lei mi avesse fatto questa domanda cinque anni fa, le avrei risposto: sì, bisogna fare, costruire... Dentro la RAI c'è ancora una bella fetta di persone che è cresciuta dentro un grande progetto culturale, e ne ha memoria, ce l'ha nel suo dna, ma non è questa la RAI che ha figliato. E man mano chi ha costruito l’identità forte della prima RAI se ne andrà. Ormai c'è una classe dirigente che in gran parte non sa come si fa il servizio pubblico, questa è la verità e questo la sta facendo morire.

A proposito di pluralismo, anche la RAI oggi ha diversi canali, oltre a quelli istituzionali. Chi fa televisione in questo momento, chi ne è il vero artefice, chi sono quelli che regolano i palinsesti, scrivono i programmi, eccetera?
Ormai la nostra è una televisione che va per forti personalità. Un esempio: Maria De Filippi. E' il 50% di Canale 5, e lo è in quanto De Filippi, grazie alla sua capacità di fare ascolti, di fare corpo con il Paese, di interpretare un certo tipo di classe giovane. Parallelamente a una De Filippi, può corrispondere Carlo Conti. Paradossalmente Conti, che sembrerebbe apparentemente "una cosa priva di personalità", in realtà dà un cifra forte alla RAI in questo momento, che è ahimè una cifra di revival, di memoria, di ricordo.

Non c'è quindi un'idea programmatica.
No. Cominciò a sperimentarlo Berlusconi: direttori di rete, quindi non gestori di una linea editoriale, ma uomini di marketing, che riuscivano a soddisfare il target di pubblico. Questo modello si è trasferito anche dentro la RAI. Vi faccio un esempio molto significativo. Dentro la RAI si sta diffondendo sempre più l'idea di affidare le reti ai giornalisti, che è un non senso: il giornalista non sa di palinsesto, il giornalista ha un altro tipo di formazione. Eppure pensiamo a Del Noce, Mazza, Ruffini, Di Bella. Le due reti principali -RAI 1 e RAI 3- sono dirette ormai da almeno quindici anni da giornalisti. Prima il cursus per diventare direttore di rete era diverso.

Passiamo a Tv Talk. Lei ha una redazione giovane, sono tutti universitari, giusto? Cosa vede in questi ragazzi, nati con la televisione, rispetto per esempio ai docenti presenti in trasmissione? Nota una differenza anche nell'interpretazione delle cose?
Eh sì, perché tutta la storia di cui vi ho parlato prima, i ragazzi di oggi non la conoscono. Io sono nato teledipendente fin da bambino, ma teledipendente RAI, mentre i ragazzi sono cresciuti dentro le reti Mediaset. Ma c’è anche un altro problema. Oggi noi stiamo idolatrando, in termini di afflusso, le Facoltà di Scienze della Comunicazione, che sono il vero boom degli ultimi quindici anni. Stiamo sfornando, e lo stesso vale per chi studia giornalismo, tonnellate di laureati che non sapremo come impiegare.

Secondo lei la televisione è ancora un mezzo rivoluzionario, ha ancora la capacità di cambiare le cose che aveva quando è nata? Oppure lo è sempre meno, rispetto a internet, per esempio.
Io ho l'impressione che sia destinata ad appannarsi un po'. Quello che mi colpisce è che si sta affermando un modello di rito televisivo che non ha più al centro l'appuntamento televisivo. Tutto si può seguire in differita sul sito RAI, al di là del giorno di messa in onda. E questo rivoluzionerà i palinsesti. Secondo me l’impero della tv generalista finirà fra una decina d’anni, forse meno. La pubblicità andrà da altre parti, come già sta succedendo: sta scendendo vistosamente dai giornali, poi scenderà dalla televisione generalista, e quest’ultima si ridurrà di peso ed entrerà in un mezzo come internet, spezzettata e sparsa. Però c'è ancora una cosa da risolvere: il modello di business. Finora dentro la tv generalista era chiaro come si poteva sviluppare il rapporto fra pubblicità e canone, come si poteva rientrare nei costi. Con internet il modello è ancora acerbo. Tutti stanno correndo verso la tv a pagamento, hanno capito che il vero business su cui lavorare, adesso che la pubblicità è in crisi, è un prodotto su misura per lo spettatore che è disposto a pagare. E sarà sempre più così.
Come sarà la televisione del futuro?
Come sarà francamente non lo so. Io vedo che il futuro è un gran casino, sopratutto se non si risolvono i modelli di business, cioè la redditività vera, il lavoro. Per adesso tutto quello che noi vediamo è prodotto da un modello di business precedente -o pubblicità o canone-. Ci si basa ancora sui prodotti generalisti, anche se magari vengono guardati su YouTube e non solo attraverso la canonica messa in onda. Vediamo Un medico in famiglia, Checco Zalone, Susan Boyle, quei pezzi di televisione generalista che sono pagati ancora da un vecchio modello di business. Ma se questo viene meno? Qualcuno Zalone lo deve pagare, qualcuno deve pagare i cameraman, lo scenario, il teatro. Stessa cosa sta per succede con la musica: chi li paga i dischi alla fine? Scarichiamo tutti gratuitamente – meraviglioso - ma alla fine, quando si devono tirar fuori quelle migliaia di euro per andare in sala di incisione, chi li caccia questi soldi?


L'idea che bisogna pagare per avere queste cose oggi è quasi un insulto, ma non può durare all'infinito, perché altrimenti finiranno i musicisti. Il musicista deve mangiare. Qui si tratta di capire chi inventerà nuovi modelli. Insomma sarà un nuovo mondo, vedremo che mondo sarà.


Giuseppe Argentieri e Giuditta Grechi

9 ottobre 2010

8 ottobre 2010: testimonianze dalla manifestazione contro la Riforma Gelmini

Sembra siano stati più di diecimila gli studenti che ieri, 8 ottobre 2010, hanno partecipato a Milano al corteo contro i tagli alla scuola promossi dal governo. Manifestazioni analoghe si sono svolte contemporaneamente in più di 80 città italiane e hanno coinvolto studenti delle scuole superiori, ricercatori universitari e alunni delle scuole medie.
Il corteo è partito alle 9.30 da piazza Cairoli e ha interessato diverse vie del centro città fino a dividersi intorno alle 11.00. Un gruppo ha continuato la protesta fino al Provveditorato di via Ripamonti mentre altri manifestanti hanno affollato la Statale in via Festa del Perdono.
Tra le richieste dei manifestanti: un aumento dei fondi destinati all’istruzione e maggiori sicurezze per tutti gli studenti e i ricercatori a rischio precariato.
Moltissimi i cartelloni, le provocazioni e gli striscioni in difesa dei diritti della scuola pubblica e contro il ministro Gelmini. Non mancavano anche fumogeni, caschetti gialli e carta igienica a simboleggiare la precarietà e la scuola a rotoli.


















H 9.00 I gruppi di studenti si ritrovano in Piazza Cairoli













La manifestazione ha avuto carattere pacifico, ad eccezione di alcuni scontri con la polizia in zona Missori e disordini nella sede di Festa del Perdono.

Assieme ai giovani anche molti insegnanti hanno partecipato al corteo.
“Una scuola che non rispetta gli studenti, che fa classi di quaranta alunni non è la scuola che vogliamo. Siamo contro la Gelmini perché abbiamo un’altra idea di scuola, perché crediamo nella centralità della scuola, della cultura e dell’università”.
Davide Rossi, insegnante e segretario generale del Sisa (Sindacato Indipendente Scuola Ambiente), il primo sindacato che mette insieme studenti e docenti.

Tra gli universitari erano presenti studenti del San Raffaele (“Le idee corrono anche lì ma la situazione è diversa: è un’università privata, i corsi iniziano comunque!”) e membri dei Giovani Democratici dall’università di Pavia (“speriamo che questa manifestazione porti dei risultati a livello regionale. Con questa riforma viene a mancare il diritto allo studio, noi vogliamo proporre una scuola migliore”).

H 11.00 Mentre un gruppo di manifestanti va a protestare di fronte al provveditorato, altri entrano nel chiostro della Statale


















“Il problema è che mancano i fondi. Non abbiamo i soldi per acquistare il materiale didattico, per la sussistenza. In una facoltà come scienze in cui c’è bisogno di molta pratica oltre alla teoria, mancano i fondi per pagare qualcuno che assista gli studenti con i loro esperimenti”.
Genetista dell’Università di Pavia

“I tagli incidono soprattutto sul turnover, sulle nuove assunzioni, ma anche sulla qualità delle ricerche e dei laboratori. Questa riforma non solo non ci dà fondi ma ce li ha tagliati del 20% rispetto agli anni scorsi”.
“Un percorso-tipo per lo studente prevede il dottorato di ricerca, 3 anni o anche di più, cui segue un contratto a tempo determinato. Sono circa 12 anni di insicurezze al termine dei quali se ci sono soldi e ci si è comportati bene si può sperare in un posto fisso, se non ci sono soldi anche se bravi e volenterosi l’unica alternativa è cercare lavoro da un’altra parte!
Noi siamo qui con il motto COSTRUIAMO L’UNIVERSITA’ – COSTRUTTORI DI SAPERE: la ricerca serve per costruire il futuro dei giovani e della nazione. Ma se non ci sono mattoni e muratori non si può costruire un futuro”.
Ricercatori dell’Università di Pavia

“Farmacia è una delle facoltà più in mobilità contro i tagli. Il grosso problema è che in questa riforma ci sono troppi punti che non vanno bene per il sistema universitario. Non è pensabile una riforma a costo zero.
Tutto è da ricondurre alla legge 133 che ha tagliato progressivamente i fondi di finanziamento universitario. Non è così lontano il giorno in cui non avremo più soldi per fare dei laboratori adeguati, con una didattica sempre più scarsa dal punto di vista della qualità.
Non si può pensare non investire: fare una riforma dovrebbe essere come ristrutturare una casa, ci si mette del denaro in previsione dei benefici che se ne trarranno in futuro. Il problema è che questa riforma non vuole mettere soldi e così diventa una distruzione della scuola pubblica.
L’università oggi ha bisogno di una riforma, ma non di questa!”
Ricercatore della Facoltà di Farmacia alla Statale di Milano



Elisa Costa e Gemma Ghiglia
Foto: Francesca Di Vaio

12 luglio 2010

Intervista a Paolo Saporiti

PAOLO SAPORITI è un cantautore milanese proveniente dal mondo sempre più prolifico della “indie alternative”. La musica che propone è di grande qualità, emozionante, suggestiva, intimista ma soprattutto originale! Un intreccio musicale in cui la ricerca e l’attenzione per i dettagli si uniscono alla profondità dei testi. Arpeggi di chitarre creano uno sfondo su cui la splendida voce di Paolo crea melodie sottili, ma allo stesso tempo profonde e graffianti.
“ALONE”, il suo nuovo lavoro E’ PRODOTTO E ARRANGIATO DA TEHO TEARDO acclamato compositore di colonne sonore (Il Divo, La ragazza del lago) e recente vincitore del David di Donatello 2009 per “Il Divo”. Teho ha saputo arricchire con i suoi arrangiamenti il tessuto sonoro di Paolo senza snaturarne l’anima. Nel disco Teardo ha suonato diversi strumenti tra cui piano rhodes, chitarre, glockenspiel, basso ed elettronica e diretto l’orchestrazione di una quartetto d’archi.

Lo abbiamo incontrato qui a Milano. Questo è un ampio estratto della lunga e interessantissima chiacchierata che ci ha concesso.

Stavo pensando a un film-documentario su Neil Young (Year of the Horse, NdA) mi ha colpito moltissimo una cosa, Neil guardando in telecamera dice: per questo album sono puro, non sono mai stato così puro da trent’anni a questa parte. Mi sei venuto in mente tu. Quanto questa frase ti può riguardare, diventare puro in quello che fai, farsi nudo?

Direi che il 90% di quello che faccio è quello. Anche il modo di porsi sul palco…io credo che a un uomo ‘Universal’ interessi il fatto che io sorrida e che mi ponga in un certo modo, tale da non creare contrasto; io credo invece fermamente nell’esatto contrario. Sei in difficoltà con i tuoi problemi, sei in una situazione ‘umana’, ti manifesti per l’uomo che sei, non ti manifesti per l’uomo che si suppone dovresti essere sul palcoscenico.

Cerco di rispettare al massimo questa cosa, anche diventando controproducente, provi tensione, fai vedere la tensione, non fai vedere che sei perfetto e che gigioneggi con il pubblico; la guerra che voglio fare io è quella lì. Dire: va bene, ce la sta facendo uno che evita di assumere posture, evita di sfruttare quei cliché che alla fine rovinano la musica, nel senso che non arrivi mai a qualche cosa…e ciò crea difficoltà, perché la gente è talmente abituata a uno che fa il sorrisino, è talmente abituata a uno che invita all’applauso, è talmente abituata a uno che è perfetto nelle sue cagate, che questo non viene riconosciuto e viene anche preso quasi come un problema…ah sei timido…ah non ti interessa il pubblico, sei presuntuoso..ma che cazzo c’entra? Sto pensando ai miei problemi e a risolvere il mio ascolto. Quello che non capiscono è che tu stai vivendo in quel momento lì. Questo il teatro lo insegna. E il successo di una recitazione buona vuol dire convivere con quelle cose lì, quindi viverti il momento per quello che è.

In un’intervista ho letto ‘La musica a volte mi ha aiutato più delle persone’. Mi sono molto riconosciuto e mi ha anche un po’ spaventato.

Bè, se ti dico Jeff Buckley… è una persona che nella mia vita mi ha aiutato. Come mi hanno aiutato tantissimi. Comunque c’è un aspetto della solitudine che fa parte credo del percorso dell’uomo e, nello specifico, di uno che vuole fare arte. E credo sia molto meglio confrontarti con la solitudine che affrontar la vita ‘normalmente’, cioè proponendoti verso l’esterno sempre senza trovar dei punti di riflessione. La musica, secondo me, in questo contribuisce, perché se tu appena appena la ami sai che condividerla è un mondo tuo, soprattutto questo genere ha bisogno di un te riflessivo. Ti costruisci il tuo mondo e la musica ti aiuta a sostenerlo. In più poi, storicamente, in alcuni momenti, la musica mi ha dato una grandissima mano. L’idea di famiglia che non ho perché i miei sono divorziati, automaticamente me la sono creata con gli amici musicisti, gli amici scrittori…

Un ambiente nuovo ti sei scelto….

Sì, ti crei una nicchia. Infatti mia madre mi prende in giro perché da quando sono piccolo, i miei movimenti nello spazio, andare al mare, andare in montagna, andare di qua, andare di là, significano portarmi dietro i miei dieci libri e i miei venti dischi; e ovunque arrivo piazzo quella roba e la mia giornata è fatta. Credo sia la caratteristica di uno che ha dentro questo tipo di cose. Hai bisogno comunque di quello che ti sostiene e ti permette di essere te stesso.

Che musica ascoltavi da ragazzino?

Sono venuto su con Crosby, Stills e Nash, Neil Young, James Taylor, Cockburn da matti. Cockburn è un ascolto di mio zio, gli altri sono tantissimo ascolti di mio padre che praticamente fin da piccolo mi ha indirizzato. E poi lui aveva quello che poi faccio io, ascoltava la musica in cuffia; e anche quello è uno “schema di gioco” abbastanza importante, perché comunque quello mi permette di perdere oltremodo i riferimenti del quotidiano. Poi Joni Mitchell, Tom Waits anche quello prima maniera chitarra e voce, e poi pian piano da lì…uno spostamento leggero.

Infatti, oggi cosa stai ascoltando? Che cosa ti colpisce di più?

Ho cercato di aprirmi, sono cambiato, nel senso che prima ero proprio: Nick Drake, Cockburn…ma dopo un po’ hai consumato quel tipo di mondo. Oggi lo ricerco nei pochi che lo ripropongono, ho ascoltato parecchio jazz, mi hanno colpito i trombettisti, probabilmente avevo bisogno di una seconda voce, di qualche cosa molto simile al cantato, quindi Miles Davis. Mi piace moltissimo anche questo Clifford Brown che ho scoperto lavora tantissimo con Max Roach, batterista pazzesco. Ho trovato quelle piccole cose che il mondo indie ti sa dare, cioè la ricerca del suono, la ricerca dell’essenza della musica, mica tante note ma tutta roba corposa, ben presente. Ho ascoltato un po’ di classica, Wagner, che devo dire non conoscevo, e mi sono sembrati entusiasmanti i Die Prelude.

Ora vorrei entrare un po’ più nello specifico dell’album (‘Alone’ 2010, Universal Classics & Jazz). Conta tanto la presenza o l’ assenza di Dio nelle canzoni del tuo nuovo lavoro? Mi sembra che una specie di dialogo in questo senso ci sia. Qualcosa che riguarda il superiore, l’Alto. Che pervade qualsiasi cosa o si fa sentire la sua presenza-assenza, e le conseguenze di entrambe le cose…

Io non so definirmi rispetto a questo, è da poco che sto cercando di trovare le parole in italiano, dette da altri o non. Sto leggendo Kierkegaard e Nietzsche, cioè sto cercando di fare quello che non ho fatto da giovane e automaticamente riscontri il fatto che tutte quelle cose che attraverso le canzoni vengono fuori normalmente sono state messe molto bene in parole e pensieri da altre persone. Non so dare un nome a quello che provo, nel senso che non so dirti se sono credente, ateo, ho una sensazione molto forte che però è legata alla fede, al credere, non è legata a un’entità. Io credo che sia quello la cosa di cui l’uomo ha bisogno o di cui è fatto, non è tanto la cosa in cui credi, ma è il fatto di credere. Punto. Lo vuoi chiamare sogno, lo vuoi chiamare ideale, lo vuoi chiamare passione, l’importante è che un uomo si confronti con una cosa più grossa di lui, e poi a quel punto gli puoi dare il nome di Dio o quello che vuoi, ma è quella cosa lì che secondo me si sente nelle mie canzoni. Io credo talmente tanto nell’esserci, nell’esser presente, e quel presente lì secondo me deriva da qualcosa di superiore.

C’è una specie di filo rosso nella tua tematica, nella tua produzione? Stavo pensando al tema della trasformazione, la volontà di lasciarsi andare ma con una specie di nostalgia per qualcosa che si è lasciato, cioè la volontà di lasciarsi trasformare dagli eventi e guardare però indietro in maniera un po’ spaventata quello che si è lasciato, cioè una specie di ‘in bilico’…

È la mia essenza direi. La mia storia biografica soprattutto.

Mi sono segnato dei passi dall’album nuovo: “quando son tornato con tutto quello in cui mi sono trasformato” (da “Look into my eyes”), “Tenetemi così, pulito./ Conservatemi nel vuoto./ Tenetemi a lungo/ dove io stesso non ho saputo stare” (da “I could die alone”) e poi “Ricorda me e tutto quello che ho perso”. Quindi io ho pensato che da una parte c’è una volontà di fare parte delle cose, lasciarsi andare, lasciarsi scorrere da qualche parte, ma anche un trattenersi…

Io credo che faccia parte del godere la vita nelle sue difficoltà, uno dei punti nodali è quando i miei hanno divorziato. Sono figlio di divorziati, e quello, per chiunque ne abbia questa esperienza, sa che è una cosa grossa, come la perdita di un di un genitore, che poi ho provato. Sono tutti punti enormi della tua esistenza, però proprio perché sono punto enormi sono punto di crescita, di svolta, di trasformazione. Il successo come uomo, secondo me, è riuscire a vivere a pieno tutti queste fasi. Sei stato costretto ad abbandonare un qualche cosa, ma la tua capacità è di riuscire ad essere talmente elastico e talmente creativo nel tuo modo di stare al mondo, che quella è una perdita, e nell’istante dopo c’è la costruzione di qualcosa. Quindi io vivo di queste cose; ho cercato di impostare così la mia vita, attraverso gli studi di psicologia e tutte le forme di terapia che ho sperimentato, sempre in maniera autodidatta, nel senso che sono passato attraverso tantissime cose, senza mai perdermi in una completamente, cercando di mantenere un percorso che io mi ero più o meno prestabilito, in modo tale da cogliere da alcuni gli aspetti nodali e poi gli altri lasciarli pure agli altri.

Cambiando argomento: sì cambiando forse davvero argomento rispetto a quello che stavamo dicendo, tu hai scritto una canzone che si chiama ”We are the fuel”, perché? mi piace, mi sono immaginato una specie di ambiente e una specie di orgoglio, una specie di ‘cazzo, però noi stiamo qui, ci siamo…e ne siamo orgogliosi’, me la sono immaginata così questa cosa.

Ed è proprio così: ”We are the fuel”, nel senso siamo la benzina per il mondo, la mia idea in quel momento era quella, poi dico anche, quando verrà il ‘lightning’, il momento dell’illuminazione, sperando in qualche modo di poter contribuire alla causa. Stava funzionando molto bene il live come sensazione interiore con Francesca al violoncello (NdA, Francesca Ruffilli, violoncellista che ha contribuito alla realizzazione di “Just Let It happen” e nell’attività live del 2008 e parte del 2009), avevo comprato il banjo da una settimana, e mi sono uscite due canzoni che reputo molto belle e molto ricche di quello che era quel momento lì, quindi ”We are the fuel” è quello: siamo al concerto, stiamo suonando, bene, noi siamo la benzina, ma il pubblico è la stessa cosa per noi, c'è veramente la speranza che possa essere la fiammella per qualche cosa.

Nella tua produzione è qualcosa che arricchisce un po’ il panorama…

Fino a quel momento rimango molto introspettivo, senza osare una cosa così.

Questa è una delle prime canzoni sociali, ho detto, che ho scritto. E io non sono sociale; sono sociale nel momento in cui credi sia importante per l’individuo per arricchire la società. Io ho sempre creduto in questo.

Sì, forse in questa canzone il referente è un ‘noi’…

Sì, perché c’è l’idea di gruppo che si stava risviluppando, con Francesca c’era un rapporto per cui era l’assemblaggio che stava funzionando particolarmente, ed era un po’ di tempo che la cosa andava così, due anni, quindi iniziava ad avere il peso di un gruppo. Con tutti i musicisti cerco un po’ di avere quell’atteggiamento, nei limiti del ‘Paolo Saporiti cantautore’ cerco di sviluppare una parità: anche sul palco lo vedi, non sono io davanti e il musicista dietro, cerco di stare sullo stesso fronte, tanto che il musicista prende pieno spazio nei momenti di solo, poi ho anche la fortuna di beccare questi musicisti che riescono ad essere solisti mentre stanno accompagnando me, non è gente che sta facendo il servizietto, la cosa bellissima è questa.

Mi ha colpito quando ti ho visto a Osnago, quanto rispetto avevi riguardo a chi stavi ascoltando, per il lavoro di un altro e una complessità che ci sta dietro. Altre volte hai detto “per me è un piacere aprire un concerto di…”, purtroppo non mi sembra una cosa scontata, non si fa caso a questa cura…

Ma guarda che questo è proprio il mondo di questa cosa (ride), è fatto da persone non abituate a rispettare né sé stesse né gli altri, fa parte del discorso di prima del concerto. È rispetto dire che sei su un palcoscenico e non fingi, è rispetto per te stesso e per gli altri. Io l’altro giorno ho suonato a Napoli e ho visto gente che fa quell’errore lì: siccome è scomodo fare il cantautore triste ed intimista, allora deve arrivare quello che "aléé…adesso si balla". Perché? La gente non è abituata ad abitarsi, il teatro questo lo insegna tanto. Renzo Casali, che è il mio insegnante di teatro della Comuna Baires, la prima cosa che insegna, a livello teatrale, ma secondo me a livello umano, è proprio attraverso l’improvvisazione, entrare in uno spazio con una richiesta che tu hai rispetto a quello spazio e alla persona che abita quello spazio, e avere comunque rispetto alla tua esigenza di piccolo uomo, di essere ascoltato, di chiedere qualche cosa, di non chiederlo, comunque avere l’attenzione a 360° su quello che incontri li dentro, su quello che è lo spazio e su quello che è la persona, quello che prova lui; quindi tu nonostante abbia una carica altissima per chiedere qualche cosa, che sia attenzione o altro, prima affronti dov’è quella persona, poi fai la tua domanda. Questa cosa qua è una roba che se facessero teatro in quei termini alle elementari, alle medie, al liceo, secondo me cambieresti l’umanità, perché a quel punto c’è una forma di rispetto in ogni cosa

Cantautore milanese, la maggior parte dei concerti in Italia tranne la parentesi in Irlanda,come mai l’inglese?

È un riflesso fondamentalmente. Ascolto musica americana da quando ho due anni, se non prima, forse dalla pancia, e non ho dentro di me i suoni italiani. “Gelo” (NdA la dodicesima e ultima traccia di ‘ALONE’ e l’unica in italiano incisa finora da Paolo) è un pezzo in italiano, però è come se fosse un inglese o un americano che canta in italiano, non hai una sensazione di italianità vera e propria, ma non è fastidio verso l’Italia. Il mio corpo nasce da quella musica là. Se io adesso mi metto a improvvisare faccio dei suoni che sono americani. Poi invece capita la situazione in cui esce l’italiano strettamente perché ho una cosa molto quadrata, molto diretta da dire, e allora c’è quell’esigenza lì che prevede la comprensione istantanea da parte di chi può ascoltare, e allora c’è l’italiano. Ma di base non voglio che uno capisca mentre io sto cantando. Mentre io sto cantando al concerto non voglio che la gente capisca le parole che sto dicendo in quel momento, preferisco che, come è successo l’altro giorno, Dario Ballantini che ha detto ‘non ho bisogno di capire quello che dice lui, sono già dentro a quelle emozioni’. Per me questo è un successo, cioè non è un problema che uno mi dica che non capisce l’inglese o perché lo pronuncio male altrimenti, e fa parte del discorso di prima, vuol dire non avere ancora capito che la vita è fatta di emozioni e di aver voglia di condividere quelle emozioni o no. La parola è importantissima, però può essere un secondo momento di riflessione rispetto a quella che può essere una performance live di un musicista.

Ti sei ricreduto sulla tecnologia ‘moderna’, anni fa mi ricordo che mi avevi accennato quanto eri restio nei suoi confronti
Ho scoperto il valore di internet e della facilitazione che ti crea per un progetto: essere lui a Roma, io a Milano, gli mando il brano, lui lo riceve la mattina, lo ascolta, registra, me lo rimanda la sera e io glielo rimando il giorno dopo, e fare un disco così è una roba pazzesca. Però siamo comunque legati a certe cose, e il disco è registrato su bobina.
Dove si può trovare il tuo disco a Milano?
Adesso Feltrinelli, Fnac, Buscemi, insomma tutti i negozi, almeno quelli di musica.
Giovedì 4 febbraio 2010, Milano

www.paolosaporiti.com/

www.myspace.com/paolosaporiti

Alessandro Manca

22 maggio 2010

IL SILENZIO RUMOROSO DELLA MAFIA ITALIANA – Intervista al procuratore Alberto Nobili

Alberto Nobili, Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, ha lavorato a lungo, fin dalla sua costituzione nel 1992, presso la Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A). Vulcano lo ha incontrato per approfondire insieme a lui il problema del difficile contrasto alla mafia e alla criminalità organizzata.

Qual è il campo d'azione specifico della D.D.A.?

La materia di cui si occupa la D.D.A Il magistrato Alberto Nobili a Trezzano sul Naviglioè prevista dal Codice di Procedura Penale, che stabilisce per quali reati c’è la competenza esclusiva della DDA. Associazione mafiosa, sequestri di persona, traffico nazionale e internazionale di stupefacenti -purché sia configurabile l’associazione per delinquere-, e tutta un’altra serie di reati. Di recente sono tornati in auge, sia col fenomeno dell’immigrazione clandestina sia soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, anche la riduzione in schiavitù, la tratta degli schiavi e delle bianche.

Ci sono differenze di modalità di indagine fra Nord e Sud?

Il contrasto alla mafia è un fenomeno nazionale, cambia forse la tipologia. Qui al Nord la mafia è più industriale, imprenditoriale. Traffica in droga, come tutte le mafie, ma in più ricicla gran parte dei proventi nell'industria, che al nord è più sviluppata. Quindi è richiesta una maggiore penetrazione nel circuito economico per andare a scoprire i gangli del riciclaggio. Ma non dimentichiamo che anche qui abbiamo le cosche presenti sul territorio, quindi una tipologia di indagine, in questo senso, assolutamente identica a quella che si svolge al Sud.

La D.D.A riesce a stare al passo con i mezzi sempre più sofisticati della mafia?

I mezzi che noi abbiamo per contrastarla vengono un po’ alla volta ridotti. Avevamo prima un forte fenomeno della collaborazione con la giustizia – i pentiti. Fenomeno che adesso è molto diminuito, anche per una serie di interventi normativi non sempre condivisibili...vogliono anche restringere il terreno delle intercettazioni telefoniche. E, con questi blocchi agli ambiti investigativi, si rischia di far scappare ancora più avanti la mafia e renderne più duro il contrasto. Poi non c’è quella coesione politica fra tutte le forze istituzionali che ci lascia sperare in una condivisione completa di strategie contro la mafia. Purtroppo oggi la giustizia è un terreno di scontro tra le forze politiche, e questo è un regalo che si fa alla mafia, regalo involontario, ma è un regalo.

Approfondendo l’aspetto delle intercettazioni, quanto c’è di vero nel problema della perdita di privacy da parte di cittadini, e quanto sono invece necessarie?

Tutto starebbe a rispettare le regole. Solo le telefonate che hanno rilevanza penale dovrebbero essere utilizzate e poi conosciute o rese note. Il problema è che è stata esagerata la turbativa alla privacy per far sì che venisse modificata la legge, che in realtà non va modificata. Caso mai vanno inasprite le pene o vanno sanzionate le fughe di notizie, o le pubblicazioni illegali, che denigrano solo delle persone, ma non hanno rilevanza penale. Ma per l’intercettazione come mezzo di ricerca della prova, quindi come strumento investigativo, a mio avviso sarebbe un delitto modificare e ridurre il campo di applicazione. Speriamo che nel dibattito politico che è ancora in corso riaffiorino le vere esigenze della macchina della giustizia.

Le intercettazioni aprono l’argomento del rapporto con i giornalisti. Quando un procuratore può rendere pubbliche alcune notizie e quali può dare al giornalista?

Dunque, per buon senso, ad indagine completata è quasi dovuto questo atto di informazione al cittadino. E' giusto che si sappia che abbiamo dei mafiosi in casa, che c’è chi li contrasta, e che certi contrasti vanno in un certo modo piuttosto che in un altro. Deleterie sono le fughe di notizia durante l’investigazione, durante l’indagine. E se c'è qualcuno che viene a sapere o a captare qualche indiscrezione, io credo sia solo un danno terribile per chi indaga.

Com’è possibile che alcune persone vengano a sapere delle indagini in corso?

È possibile perché abbiamo dei giornalisti che fanno il loro mestiere, e spesso è anche difficile fargli capire l’importanza di non andare a turbare l’ambito investigativo. C’è purtroppo questo mito dello scoop, c’è il terrore di bucare la notizia, che fa sì che il giornalista, appena ha una notizia che ha un minimo di rilevanza, immediatamente la spara, fregandosene di quelle che sono le nostre esigenze.

Ma c’è un momento un cui il giornalista è utile all’indagine in corso?

Il Il Tribunale di Milanogiornalista se è un bravo professionista può anche essere utile nel momento in cui non turba la riservatezza che è propria di una certa indagine. Tante indagini sono partite da servizi di Striscia la notizia, delle Iene. Quello è buon giornalismo investigativo, purché poi non diventi eccessivamente invadente. Alcune situazioni sono state anche scoperte proprio da Report, da trasmissioni, così, più di attualità. Però poi, se l’indagine passa alla polizia e alla magistratura, direi che è il momento in cui uno deve un attimo fermarsi, salvo poi avere notizie sull'indagine completata.

E pericolo di infiltrazioni, magari del giornalista che vuole avere lo scoop o del mafioso che vuole sapere delle indagini?

C’è di tutto. Abbiamo avuto e abbiamo infiltrati anche qui al Palazzo di Giustizia che carpivano informazioni per darle ai giornalisti, o peggio alla mafia. Questo però è un male generalizzato. Noi abbiamo interesse a fare pulizia al nostro interno perché avere dei collaboratori infedeli e sleali è un danno enorme. Però il rischio è concreto. Nel periodo di Mani Pulite è nata questa familiarizzazione forte con la stampa, che fa sì che i giornalisti siano molto presenti nei nostri corridoi.

I due mali maggiori italiani sono la mafia e la corruzione. Purtroppo noi non vediamo un’adeguata attenzione a questi fenomeni. La mafia ha scelto da anni, dopo il periodo delle stragi, quando ha preso i colpi più duri -perché lo Stato non poteva non reagire dopo le stragi del ’91-’93- la via del silenzio. Per chi fa il mio lavoro è un silenzio rumorosissimo. Noi ci accorgiamo della presenza della mafia praticamente a ogni indagine degna di un certo spessore. Questa mancanza di morti, di stragi, di bombe, di tritolo ha un po’ distratto l’attenzione delle istituzioni, quasi se il fenomeno della mafia fosse un fenomeno contenuto. Ed è una cosa molto pericolosa, perché se un fenomeno pare contenuto sembra che lo si possa tenere sotto controllo. In realtà io non credo che abbiamo questa posizione di supremazia sulla mafia. La mafia avrà vita dura e la contrasteremo in tutti i modi, ma io temo che stia facendo dei passi avanti importanti, perché al silenzio scelto come strategia dalla mafia purtroppo sta corrispondendo anche un silenzio istituzionale, una disattenzione, e questo è un grave rischio.

….si fa quel che si può, ma vendiamo cara la pelle!

Massimo Brugnone e Giuditta Grechi

26 aprile 2010

IL GIOCO DELLA GUERRA E L'EDUCAZIONE AL PENSIERO LIBERO - Intervista al partigiano Luigi Pestalozza

Luigi Pestalozza ha partecipato giovanissimo alla Resistenza, militando a 16 anni nelle Brigate Giustizia e Libertà. Ha aderito al PCI nel 1956, dopo la destalinizzazione, per poi lavorare presso la Sezione culturale della Direzione del Partito. Esperto di Costituzione e appassionato di musica, ha insegnato storia della musica presso l'Accademia di Belle Arti di Brera ed è stato critico musicale per il settimanale Rinascita. All'attività di storico della musica, alterna quella di giornalista e pubblicista. Come inviato di Rinascita e dell'Unità ha viaggiato lungo l'Africa, seguendo da vicino la Rivoluzione somala. Tra i suoi libri pubblicati: Il processi Muti; Il cittadino; Lezioni di educazione civica; Somalia, cronaca di una rivoluzione. E’ attualmente Vicepresidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I).

Nella lunga chiacchierata che ci ha concesso, spazia dall'analisi economica e politica dell'Italia attuale a citazioni legate alla sua vastissima cultura musicale. Ma i racconti che lo vedono più coinvolto sono i ricordi della sua esperienza di partigiano. Ricorda con nostalgia la Compagna Bianchina, “ragazza coraggiosissima”, che trasportava le armi sulla sua bicicletta e della quale, dopo il suo arresto, non si è saputo più niente. E ricorda con simpatia la maitresse del casino, che nascondeva le armi per i partigiani, che per recuperarle dovevano fingersi clienti.

Partiamo dalla tua esperienza di partigiano. Cosa ti ha spinto a entrare nella Resistenza a 16 anni?
Su questo ho scritto addirittura un libro, si chiama Il gioco della guerra. Mi ha spinto la mia vita in famiglia. Appartenevo a una famiglia miliardaria ma di un antifascismo assoluto. Nel ’38 mio padre è stato processato, condannato e siamo stati anche ridotti in povertà. E così all’8 settembre mi sono subito dato da fare per entrare nella Resistenza. Sono entrato esattamente il 20 febbraio 1944, qui a Milano, nel giorno in cui compivo 16 anni. Non vi colpisca la cosa perché eravamo tantissimi così giovani. Occorre pensare che chi aveva 16 anni nel ‘44 aveva dietro di sé quattro anni di guerra, di case bombardate -compresa la nostra-, di morti -il fidanzato di mia sorella maggiore era morto in Albania.
Avendo 16 anni non mi hanno mandato in montagna, ma mi hanno tenuto a Milano. La cosa più straordinaria in proposito è che a Milano eravamo 720 partigiani a fronte di 11000 tra tedeschi e fascisti. Però chi dominava la città eravamo noi, e loro non riuscivano mai a sapere dove noi facessimo un disarmo, o un comizio davanti a una fabbrica all’ora del pasto. Sperimentavamo la solidarietà del popolo milanese, culminata a marzo, con lo sciopero generale di tre giorni. Scioperavano anche i mezzi di trasporto e noi pattugliavamo la città. Per quanto riguarda la mia brigata, Giustizia e Libertà, ci era stata affidata la vigilanza di corso XXII Marzo. Alla mattina i tram non andavano, e tenete conto che scioperare per i tramvieri non era poco perché dovevano starsene a casa, quindi ciascuno si fidava, sapeva che anche il compagno sarebbe stato a casa. Però verso le undici della mattina i tram cominciavano ad andare guidati dai fascisti, e noi gioivamo perché sui tram non saliva nessuno. Gridavano: “Salite, salite, tutto funziona!” e la gente continuava a camminare tranquilla, ignorandoli.

Come vicepresidente dell'A.N.P.I, cosa pensi si debba fare per evitare che l'antifascismo sia percepito unicamente in un' accezione commemorativa?
È una delle cose che io cerco di fare inutilmente. Qui devo fare una critica in generale all’A.N.P.I, e non sono il solo. Ci battiamo perché l’A.N.P.I diventi trainante nel porre la questione dell’applicazione della Costituzione repubblicana ma nell’associazione prevale un’impostazione celebrativa. All’ultimo congresso abbiamo modificato lo statuto aprendo i ruoli dirigenti anche agli iscritti più giovani senza bisogno che per accedervi si abbia partecipato alla Resistenza. Ma non c’è niente da fare, l’A.N.P.I rimane l’organizzazione della memoria, e non del progetto.

Ora vorremmo sfruttare anche la tua esperienza di musicologo...
La mia esperienza di musicologo parte dal fatto che io non sia un musicologo, ma uno storico della musica. Il termine musicologo si porta dentro il positivismo ottocentesco, e cioè una concezione puramente oggettuale della musica, e non della musica come parte della storia. Musicologo è un termine selettivo, inserito in una concezione specialistica dei rapporti, per cui io so tutto della musica ma mi occupo solo della musica. Questa visione culmina nell’attenzione privilegiata alla cosiddetta “Grande Musica” e nella proposizione della categoria odiosa e che io ripudio del Genio, che è sempre di copertura al potere. Alla base di queste concezioni c’è sempre l’idea come di un’infusione divina che scinde l’unità tra ciò che si è e ciò che si fa e si dice.

Musica quindi come parte irrinunciabile della cultura e della storia, ma ti chiediamo allora, che fine ha fatto il dibattito intellettuale-culturale? Negli anni '60-'70 era molto fervido, dal Formalismo russo al Gruppo 63, alle infinite avanguardie critico-artistiche. Da un po' di tempo invece sembra spento. E' davvero così? O il dibattito esiste ma è sommerso o elitario?
In realtà è scomparso perché dalla fine degli anni ‘70, non soltanto in Italia, ma nel mondo, avviene l’affermazione del capitalismo finanziario su quello produttivo. Le contraddizioni mutano e in questo contesto irrompe un nuovo modello di cultura, che ha in Craxi il suo punto d’inizio nel nostro paese ed è oggi dominante. Io ho conosciuto Craxi anche personalmente e ho avuto a che fare con la politica culturale del PSI quando ero dirigente del settore musica del dipartimento cultura del PCI. Per esempio fui contattato da un dirigente craxiano che mi offrì qualsiasi cifra in cambio del mio impegno per garantire l’appoggio del nostro partito a un loro disegno di legge in materia musicale, per il quale eravamo e siamo rimasti contrari. In sostanza questo nuovo modo di concepire i rapporti in campo sociale, come in campo culturale, si caratterizza per la sua concezione di una funzionalità diretta all’interesse individuale o di gruppo privilegiato ricercata in modo spregiudicato, che finisce per vanificare la libertà del dibattito e negare la ricerca libera dagli interessi materiali dominanti. In questo clima avanza una cultura della neutralizzazione delle idee. Desidero citare un convegno della Confindustra del ‘95 sul tema cultura e scuola il cui documento conclusivo sostiene che, nell’ottica dell’interconnessione tra sistema economico, cultura e formazione, il sistema scolastico debba essere interamente riconcepito e indirizzato alla formazione di “menti d’opera emancipate dal sapere critico”. Questo è alla base di quanto sta avvenendo anche qui nell’università, dove sta prevalendo l’educazione al saper fare su quella al pensare. Questo mi ricorda la politica scolastica del fascismo, che ho sperimentato direttamente, avendo frequentato le scuole del regime fino al ginnasio. Ricordo ancora le rabbiose reazioni repressive suscitate dai miei dubbi di bambino, come quando chiesi perchè, con tutti i mari che esistono, i nostri temi vertevano solo sul Mare Nostrum (allora c’era la smania mussoliniana del Mediterraneo). L’insegnante chiamò addirittura i miei genitori a colloquio col direttore didattico per sapere chi mi avesse insegnato a dire certe cose…Effettivamente, appartenendo io a una famiglia di borghesia democratica, non liberale, ero abituato a pensare e comportarmi diversamente dai miei compagni. E io mi ricordo ancora il dito puntato verso di me della mia maestra che mi redarguiva davanti a tutti, dicendomi “tu sei qua per imparare non per pensare!”. Mezzo secolo dopo abbiamo la Confindustria che dice esattamente la stessa cosa. In questo clima si è disfatto tutto il fermento culturale culminato negli anni ‘60 e ’70.

Nella tua biografia, anche politica, spicca molto la volontà di mantenere una forte indipendenza di idee. Qual è, secondo te, il ruolo della cultura nel mantenere un’autonomia di pensiero?
Occorre a mio avviso riflettere a partire dall’autonomia della cultura, che significa anzitutto autonomia del sapere, venuta meno con il processo di privatizzazione iniziato all’epoca di Craxi e giunto oggi a maturazione. Perché si infierisce in maniera così diretta e implacabile sulla cultura, tagliando i fondi, riducendo l’intervento pubblico a intervento di supporto all’appropriazione privata delle attività culturali, nella totale assenza di un progetto? Perché la cultura, se autonoma, ti educa all’autonomia del pensare. Come ci ha insegnato Marx, ma prima di lui il vero Gesù Cristo, quello non falsato dal Concilio di Nicea, occorre mettere al centro l’Uomo, facendone il perno dell’azione e della trasformazione. È evidente come non si possa riuscire in questo in assenza di autonomia della cultura. Non a caso, le classi dominanti hanno sempre mirato a questo: negare autonomia alla cultura attraverso una politica dell’accesso al sapere come accesso alla formazione tecnica, non umanistica e quindi non in grado di cogliere e analizzare le contraddizioni che dividono gli uomini.

Al termine dell'incontro Luigi Pestalozza, riflettendo sulla fortuna-sfortuna generazionale e paragonando la ricchezza di stimoli e di idee della sua adolescenza al panorama sociale attuale, ci lascia con un’affermazione comprensiva e solidale: “Io ho avuto una vita difficile ma bellissima. Immagino che vita difficile dovete avere voi, circondata dal vuoto”.

Laura Carli e Giuditta Grechi
fotografie di Alessandro Massone

11 aprile 2010

SOTTILE COME I SIMPSON, CAUSTICO COME SOUTH PARK

Intervista a Neri Marcoré, che ci parla di satira, democrazia e del suo
prossimo film

Ciò che spiazza e colpisce tanto di Neri Marcorè è il suo aspetto low profile: ha un atteggiamento timido, è alto, dinoccolato. Fissa il mondo dal suo metro e 88 con due profondi occhi scuri e un mezzo sorriso divertito. Sembra un pacifico impiegato con una leggera espressione sardonica sul viso. Poi ti sorprende con la sua straordinaria vivacità intellettuale, che emerge non solo durante gli sketch comici, ma anche quando parla, serafico eppure coinvolto, dell'attualità.
Ed è decisamente bravo, uno di quegli artisti polivalenti che molti sognano di essere: recita, canta, imita e, all’occorrenza, fa pure l’accompagnamento con la chitarra. Come ha dimostrato nel suo spettacolo “Un certo signor G.”, omaggio a Giorgio Gaber che lo ha portato in tournèe negli ultimi tre anni e che si è concluso il 2 aprile allo Streheler.
“In un qualche modo abbiamo restituito Gaber alla sua Milano” ha commentato Marcorè lo scorso 26 marzo, ospite in Statale per la terza edizione di “Lezioni d’artista”.

Lo abbiamo incontrato nel backstage; dopo aver firmato autografi e scattato foto ci ha concesso questa intervista.

La prima domanda è: a chi non piace Neri Marcorè? Anche i soggetti stessi delle tue imitazioni si sono rivelati tuoi fan, un esempio su tutti Gasparri. Senti per questo in qualche modo sminuita la portata satirica del tuo lavoro?
A parte che non è vero che piaccio a tutti: Capezzone ha detto che ho dato il peggio di me nella sua imitazione! E di Gasparri che devo dire? Se uno per convenienza o per autenticità si diverte all’imitazione che uno gli fa, beh, buon per lui e per qualsiasi modo la si voglia vedere.

Ma quindi ti senti artefice di una sorta di irrisione bonaria? Pensando alla tua recente imitazione della Binetti tanto bonaria non sembrerebbe...
Forse io posso confondere un po’, perché non ho uno stile aggressivo. Ma un conto è essere aggressivi e un conto è essere banali. Penso che si possa non essere aggressivi ma allo stesso tempo risultare efficaci, edificanti. È giusto avere dei toni più civili e smorzati, ma questo non significa essere più banali o democristiani.

Quindi satira graffiante o più bonaria? Insomma, meglio i Simpson o South Park (visto che li hai doppiati entrambi)?
Sono due tempi diversi, non si può scegliere, si è al cospetto di due modi intelligenti di fare satira o comicità. Perché insomma non tutti e due?

Alla manifestazione per la libertà di stampa hai letto un brano molto bello della Democrazia in America di Alexis de Toquieville, che diceva tra le altre cose: “Moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa, cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi” e qui credo che il collegamento con il presente sia lapalissiano. E ancora: “Il padrone non ti dice più: "Pensa come me o morirai"; ma dice: "Sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resterà, ma da questo istante sei uno straniero fra noi". Puoi dirci qualcosa a proposito di questa citazione?Grassetto
Beh, innanzitutto descrive un ricatto vigliacco perché dice “tu non pagherai per questa cosa ma ne subirai le conseguenze” che è molto più strisciante e meno diretto. E seconda cosa: le degenerazioni legate alla democrazia – perché di quello parlava appunto, della dittatura della democrazia – valgono al di là di qualsiasi tempo e di qualsiasi personaggio abbia il potere in quel momento.

È ovvio che leggendole adesso pensiamo a Berlusconi, però è proprio perché Berlusconi non rappresenta soltanto lui, ma tutte le possibili anomalie. Insomma, questo è un testo che ha 300 anni e quindi… se già a quel tempo o nell’antica Grecia c’erano testi che mettevano in guardia rispetto a queste possibili degenerazioni, vuol dire che questa cosa può succedere, che ci sono degli strumenti, delle dinamiche che fanno sì che questo avvenga e quindi che la Storia deve ancora una volta insegnare, che i saggi e i filosofi ci aiutano a riconoscere meglio le situazioni e ci forniscono un appoggio per decodificare meglio il presente. E poi dice anche che il popolo a cui si mettano a disposizione beni materiali sarà lui stesso per primo a rinunciare alla propria libertà e indipendenza, perché riesce comunque a ottenere la cosa per lui più importante: il benessere. Rinuncia spontaneamente perché dice “c’è qualcuno che provvede a me”.

A proposito di ruolo della cultura. Si parla di chiusura per il tuo programma di Rai 3 di "Per un pugno di libri". Confermi? Ennesima sconfitta della cultura in televisione?
Il programma non chiuderà, almeno non quest’anno. Io non mi sono stufato: l’ho condotto per nove anni, pensavo di farlo per un altro anno ancora e poi passare il testimone per dedicarmi a qualcosa di nuovo. Ma la rete, per logiche che non sta a me spiegare, mi ha detto che il programma non andrà avanti a lungo. A ottobre ricominceremo ma quanto possa avere vita non lo so. Personalmente, e parlo anche come spettatore, mi auguro che in TV possano continuare programmi che parlino di letteratura. “Per un pugno di libri” è un modo non noioso per farlo, spero non lo si voglia cancellare per fare spazio a un nuovo reality perché non ne sentiamo la mancanza!

Parliamo di cinema. Come attore hai rappresentato ruoli molto diversi: dal Papa all’angelo, passando per l’autistico e il gran seduttore. Come scegli i tuoi ruoli e i personaggi?
Un po’ anche in base a quello che non ho fatto. Dopo “Il cuore altrove”, per esempio, (il film del 2003 di Pupi Avati che ha rivelato il suo talento drammatico, ndr) mi sono arrivate molte proposte di personaggi simili. Secondo me sarebbe stato un errore accettarli, anche se potevano essere ben scritti. A fossilizzarsi su un solo tipo di personaggio poi la paghi. Una delle cose a cui cerco di stare più attento è proprio quella di smarcarmi, di non mettere mai due cose dello stesso colore vicine. Poi ovviamente decido anche in base a quanto è scritta bene una cosa, guardando non soltanto il mio personaggio ma l’insieme. Un personaggio può avere successo all’interno di un film solo se anche il film è scritto bene e recitato da attori bravi.

Quanto ti senti libero di esprimere il tuo lato comico e il tuo lato drammatico?
Non c’è un limite, mi vanno bene entrambi perché come nelle cose della vita, il comico e il drammatico sono sempre mescolati insieme, non ha senso dividerli. Un film eccessivamente drammatico sarebbe una noia mortale e uno solo comico sarebbe di una superficialità mortale. È quello che ci insegnavano i grandi maestri della commedia italiana: loro parlavano di un Paese con dei problemi forti, ma vi sapevano accostare situazioni leggere e battute. Quella è la nostra tradizione, è il motivo per cui molti film anche adesso hanno successo, perché anche adesso c’è chi sa fare bene questo lavoro.

Hai da poco finito di girare “La scomparsa di Patò”, puoi darci qualche anticipazione?

La storia è ambientata nel fine ‘800 e io faccio Patò, che scompare all’inizio del film; lo si vede solo in flashback e in pochi minuti all’inizio, ambientato nel presente. Non si sa se sia morto o no, lo si scopre alla fine.

Mi è sembrato un progetto interessante, la sceneggiatura era scritta da Camilleri (autore del romanzo da cui è tratto il film, ndr) e anche col regista Rocco Mortellitti mi sono trovato. Poi ho lavorato con Nino Frassica, Maurizio Casagrande… è stato un bel modo di coniugare tante cose positive insieme.


Nel rispondere, tra le righe, probabilmente senza nemmeno accorgersene, Neri Marcorè si lascia scappare quale potrebbe essere la condizione del povero Patò. Ma è talmente bravo che lo perdoniamo!

Laura Carli e Elisa Costa
Fotografie di Francesca Di Vaio

10 marzo 2010

CARO CANDIDATO - Parte quinta: Savino Pezzotta

Indecisi sul voto? Vulcano ha intervistato per voi i candidati presidente per la Regione Lombardia, sui temi università, lavoro, giovani. Ecco le risposte di Savino Pezzotta, candidato per l'Unione di Centro.

Iniziamo parlando di ISTRUZIONE. La Regione Lombardia finanzia sia la scuola pubblica che la scuola privata. Secondo il rapporto “Dote Scuola 2008-2009” su un finanziamento statale di circa 75 milioni di euro, 25 milioni vengono erogati alle scuole pubbliche (circa un milione di studenti) e 50 milioni alle scuole private (circa cento mila studenti). L’impressione è che tale legge, nata per creare una libertà di scelta dell’istruzione, finisca per rendere le scuole private ancora più elitarie. Quale è la sua opinione in merito? I finanziamenti continueranno ad essere erogati nel modo corrente?
Anche se ci sono stati degli squilibri, la libertà di scelta va preservata. Io punterei all’accreditamento della scuola privata così come è avvenuto per la sanità pubblica, in modo che entri nel sistema pubblico.

In Lombardia ci sono circa 13 Università, 7 delle quali sono a Milano. Pensa di “usufruire” del sapere accademico, dei suoi brevetti e dei suoi cervelli per guidare la Lombardia nel futuro?
Certamente. La Lombardia è ricchissima di queste sinergie. Vanno sicuramente valorizzate perché costituiscono una dei principali ingredienti per uscire dalla crisi.

Viene spesso rimproverato all’università di essere un microcosmo chiuso, distante dal mondo del lavoro e slegata alla realtà cittadina. Quali strategie intende elaborare per favorire l’integrazione degli studenti nella vita della città?
Sì, per sostenere il lavoro e l’impresa, l’Unione di Centro crede fermamente sia essenziale legarli al mondo della formazione e più in generale della cultura. Bisogna chiudere con il pericoloso pregiudizio che la cultura e lo studio siano uno svago o una perdita di tempo rispetto al lavoro. Senza cultura un Paese non ha un’identità. Senza formazione un Paese non ha futuro. La cultura e la formazione nella nostra regione devono tornare a essere percepite come vera occasione per i nostri giovani di inserirsi in un mercato del lavoro che in Lombardia è realmente globalizzato. Per chi già lavora è un mezzo essenziale per mantenere standard qualitativi in costante crescita in ogni settore. In linea con l’anima lombarda più autentica, noi crediamo che la cultura, la formazione e l’università’ rappresentino gli essenziali presupposti per assicurare ai cittadini una adeguata qualità della vita e un decisivo supporto allo sviluppo socio-economico.
In Lombardia ci sono moltissime case vuote, sfitte o abbandonate da anni. A Milano, in una zona periferica come quella di Maciacchini una stanza singola costa in media 500 euro al mese, solitamente in nero. A Berlino, in Alexander Platz, una stanza singola costa circa 230 euro al mese con contratto. Cosa intende fare in merito a tale problema?
Credo che il tema fondamentale è la ripresa di una politica per la casa d’affitto. Per i giovai bisogna dare la possibilità di alloggi con affitto calmierato e più in generale bisogna ridare certezza agli investimenti in edilizia abitativa, sia dei piccoli risparmiatori che dei grandi investitori, per consentire a larghe fasce di utenza di accedere alla casa arginando così anche il fenomeno dello sfitto. Dobbiamo agire con incentivi fiscali di livello nazionale (cedolare secca) e locale (ICI), inserirsi creativamente nel Piano Casa Nazionale basato sui fondi immobiliari, mirando soprattutto alla riqualificazione e trasformazione dei quartieri popolari, coordinando le proprietà ALER e dei comuni con le risorse e i finanziamenti dei privati.

Stage, tirocini, contratti a progetto. Oggi un giovane, laureato o meno, si deve permettere di poter lavorare gratis per un tempo indeterminato prima di poter avere una busta paga. Cosa ne pensa di questa situazione? E’ inevitabile? Lei ha mai lavorato senza ricevere denaro?
La Regione Lombardia potrebbe decidere di non appaltare i propri servizi a quelle aziende che usano questi escamotage, cosa ne pensa?
Gratuitamente quasi mai, ma pagato poco sì. Ed è per questo che ho iniziato a fare il sindacalista.
Io non sono contro la flessibilità, ma contro la precarietà. Pertanto credo che serva statuto dei lavori che li tuteli. E la Regione può fare molto in questo senso, per questo credo che sia un buon punto di partenza questa proposta.

Molti degli studenti che frequentano le università lombarde sono pendolari. Il problema dello smog a Milano è oggi sulle prime pagine di tutti i giornali. Una soluzione auspicata è il potenziamento dei MEZZI PUBBLICI. Come intende agire per migliorare il trasporto lombardo?
Il tema dei trasporti pubblici locali, che obbliga i pendolari più sfortunati a passare tre o quattro ore al giorno in balia dei disservizi di alcuni settori del trasporto come le ferrovie o imbottigliati nel traffico veicolare, rappresenta certamente un grave deficit che una regione come la nostra non può più permettersi. E’ soprattutto il trasporto ferroviario a destare maggiori preoccupazioni. Ultimamente sono state annunciate 249 corse in più in Lombardia: 56 saranno a cura delle Nord, 193 a carico di Trenitalia. Va detto che durante la scorsa legislatura il rapporto tra Regione e Trenitalia è stato molto complicato.Noi pensiamo che per il futuro la Regione debba poter pretendere un servizio migliore da Trenitalia e fornire servizi migliorati attraverso Le Nord. Ci fa piacere sapere che i treni superveloci per Roma continuino a stabilire tempi da record, ma temiamo che questo sia troppo poco e una troppo magra consolazione per i pendolari lombardi afflitti costantemente da grandi disagi. Va introdotta, come in Francia, la moratoria sulla costruzione di nuove autostrade, per utilizzare i soldi pubblici sul trasporto pubblico locale e sul sistema ferroviario regionale (ambiente e lavoratori pendolari).

Molti studenti si trasferiscono in Lombardia da tutte le regioni d’Italia e molti sono i ragazzi stranieri nel nostro Paese per ragioni di studio. Come pensa di agire sulle POLITICHE GIOVANILI e di integrazione?
Per l’integrazione e la sicurezza abbiamo le idee molto chiare. Ritengo ad esempio che l’immigrazione sia diventata un fenomeno strutturale e per questo vada affrontato con nuovi strumenti. In questo orizzonte, che esclude ogni approccio xenofobo e razzista, è opportuna l’istituzione nel nuovo governo della Lombardia dell’Assessorato alla Cittadinanza e Immigrazione. Un nuovo e moderno strumento digovernance finora assente che si occupi, d’intesa con il Governo, esclusivamente e con più serietà del fenomeno migratorio nella nostra regione. È infatti necessario trovare soluzioni concrete che coniughino il rispetto delle regole con l’integrazione per evitare forme di ghettizzazione o l’insediamento di quartieri potenzialmente esplosivi, già fortemente presenti nelle aree metropolitane e in quelle a maggior densità di immigrati. Le dico chiaramente che la proposta dell’Unione di Centro, tra multiculturalismo e assimilazione, è quella dell’interculturalità che si basa sul rispetto di quattro impegni: il rispetto delle leggi, il rispetto dell’identità nazionale e della Costituzione, la conoscenza della lingua italiana e l’incontro rispettoso delle culture e delle persone. Per questo sono anche favorevole al voto per gli stranieri alla amministrative.

Chiude dopo 13 anni di attività sociale ANTIMAFIA l’Associazione SoS Racket. Qual è la sua proposta di contrasto in merito al pizzo, al racket, al comportamento mafioso nella regione Lombardia?
È un problema reale quello del pizzo come lo è quello della corruzione nella politica. Io credo serva uno scatto morale da parte delle istituzioni e dei cittadini. Bisogna rafforzare i controlli anche se il problema è anche di carattere culturale. In tal senso penso a progetti che coinvolgano le associazioni di categoria in modo più stringente per non lasciare solo chi subisce l’onta di questo reato odioso.

In Lombardia, la SANITA' costa meno in confronto alle altre regioni. Ma se alla spesa sociale aggiungiamo il ticket e il costo a volte proibitivo dei farmaci, la spesa diviene in linea con il resto dell’Italia. Solo che in Lombardia ci sono molte cliniche private che attingono al denaro pubblico. Quale è la sua politica sulla sanità? Cambierà qualcosa?
In tema di sanità per il mio programma elettorale ho scelto lo slogan “più territorio e meno partiti”. Credo che questa frase racchiuda in sintesi i mali di cui soffre oggi la sanità lombarda, che, va detto, ha molti aspetti di eccellenza, ma anche alcune falle importanti. Noi crediamo che proprio qui sia necessario introdurre il principio della limitazione dell’ingerenza eccessiva del potere centralizzatore della Giunta a danno dei territori e delle loro rappresentanze. L’Unione di Centro denuncia il progressivo e sistematico allontanamento delle politiche regionali dalla capacità e volontà di ascoltare i territori, i cittadini e in modo particolare la mancanza di volontà di saldare i bisogni dei territori con le strutture sociosanitarie in cui questi sorgono e insistono. L’affermarsi del centralismo regionale ha determinato un sistema che sempre più ha teso ad ottimizzare i costi a prescindere dai bisogni dei malati e dalle reali prestazioni di cui hanno bisogno. Prima l’economia e poi i malati. Questo è il quadro che sta emergendo e che deve essere corretto, anche attraverso un riequilibrio tra pubblico e privato. Se un cittadino ha la sfortuna di aver bisogno di esami non ritenuti essenziali o remunerativi dagli amministratori posti negli ospedali dalla Giunta, i malcapitati devono affrontare code lunghissime, tempi biblici…Ci stiamo allontanando dai bisogni reali dei nostri cittadini. Nella Regione Lombardia occorre superare le invadenze partitocratiche. Occorrono più sanità sul territorio, più servizi per gli anziani, più assistenza di base e a domicilio, meno ospedalizzazione, maggiore integrazione tra il sociale e il sanitario. Occorre riorientare il sistema ponendo al centro il malato, i suoi bisogni di cura ma anche di relazioni umane, di fiducia nel medico e nelle risorse professionali e tecnologiche di tutto il personale e della struttura.

Secondo i dati regionali, la Lombardia spende il 4,6 per cento dell’intero bilancio sanitario per la cura della salute mentale. In Europa, la stessa spesa si attesta in media intorno al 8-9 per cento. Nel caso fosse eletto, si adeguerebbe allo standard europeo o crede che la spesa attuale sia consona alle necessità degli utenti delle strutture sanitarie lombarde?
Credo che si possa spendere di più sui progetti di cura per la salute mentale. Io ho voluto anche inserire nel mio programma il problema delle carceri. Sono temi dimenticati che non occupano i dibattiti elettorali, ma non si può far finta di niente. Noi crediamo anche che attraverso la formazione e il sostegno alle associazioni del volontariato che operano in questo settore, sia possibile affrontare in modo indiretto ma efficace questi problemi.

Se fosse eletto Governatore della Lombardia quali saranno le sue prime tre azioni nei confronti dei Giovani, dell’Università e del Lavoro?
Per l’Università noi proponiamo che la Regione si interessi subito e direttamente della creazione di network internazionali tra le Università Lombarde e i principali enti di ricerca, del potenziamento dell’attrattività delle migliori risorse internazionali.
Per noi il lavoro - sia esso dipendente, autonomo, imprenditoriale o intellettuale - è il tratto essenziale che connota ogni uomo. Per questo è al primo punto nel nostro programma.
Noi crediamo che la Lombardia abbia la forza e le capacità di essere esempio per la Nazione.
E’ possibile una nuova stagione di sviluppo sostenibile, di innovazione di prodotto, di tecnologie avanzate e di arricchimento del capitale sociale, nell’esercizio di una reale territorialità politica.
Occorre cercare innanzitutto di promuovere e di ridare un lavoro gratificante a chi l’ha perso, di offrire un’opportunità al giovane in cerca della prima occupazione come pre-condizione per costruire una società più giusta e un’assicurazione per il suo futuro. La sfida del nuovo sviluppo sta quindi nel creare anche a livello regionale le condizione affinché ogni persona abbia la possibilità di agire secondo quanto essa ritenga un progresso per la propria libertà e le proprie possibilità. La complessità e la gravità dell’attuale situazione economica, se non governati, possono alimentare sconforto, tensioni sociali ma soprattutto la perdita di un elemento centrale del capitale sociale: la fiducia. E questo riguarda anche i giovani. Tocca alla politica aprire responsabilmente la strada alla speranza e puntare su un impegno adeguato per trasformare il periodo di "crisi" in una rinnovata progettualità e convivenza sociale. Io propongo un tavolo permanente di concertazione al quale siede Regione Lombardia, gli enti locali e i corpi intermedi per governare in modo strutturale la crisi, senza distribuire sporadici aiuti.

Ed ora, qualche domanda più personale…

Lei ha mai violato la legge?
Ho preso qualche multa legata al codice della strada.

Quanto Le costa l’abbonamento dei mezzi pubblici?
Solitamente i miei spostamenti più frequenti avvengono in aereo sulla tratta Milano – Roma.
E un pacchetto di profilattici?
Non saprei, vista l’età.
Cosa faceva prima di entrare in politica?
Ho fatto l’operaio per tanti anni e poi il sindacalista nella Cisl.

In quali scuole ha ricevuto la sua educazione?
Sono stato un lavoratore minorile, dopo le elementari a 12 anni già lavoravo in fabbrica e ho conseguito la licenza media presentandomi autonomamente e superando l’esame a 25 anni..

Quanto si spenderà a grandi linee per la sua campagna elettorale?
Entro i limiti stabiliti dalla legge.

a cura di Denis Trivellato