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15 luglio 2007

LA CORTE DEI MIRACOLI DI DELHI



Quando le automobili si fermano e si accalcano in file caotiche davanti ai perentori occhi rossi. Quello è il momento. Lesti, si alzano dai marciapiedi e si spargono tra gli spazi lasciati dai veicoli. E cominciano a picchiettare sui vetri. Cartelli lungo la carreggiata come sentinelle dicono: "non incoraggiare i mendicanti". Eppure sono tanti quelli che abbassano il vetro della loro auto condizionata e tendono una moneta a quest’umanità derelitta. Bambini luridi, vestiti di stracci e polvere, ex lebbrosi che hanno perso dita, mani, piedi e storpi che si trascinano sui bastoni o su assi di legno con rotelle. I casi più disperati affollano le vie dei mercati o le zone più turistiche. Qui l’orrore prende il sopravvento sulla compassione. Volti dalle labbra tagliate, corpi senza arti superiori, corpi senza arti inferiori che si fanno largo, issandosi sulle braccia, o corpi ridotti al solo tronco, senza più né braccia né gambe, che si servono della bocca per raccogliere le elemosine.
Quanti sono i mendicanti di Nuova Delhi? Una recente inchiesta parla di 60.000, per la maggior parte emigrati dalle zone più povere degli stati vicini, l’Uttar Pradesh e il Bihar. Bambini, adulti, vecchi. Pare che abbiamo optato per l’accattonaggio data l’impossibilità di trovare lavoro. E il mestiere del mendicante sembra rendere, in certi casi, quanto quello di un salariato giornaliero, tra le 50 e le 100 rupie (1-2 euro) al giorno. Fare l’elemosina incentiva senz’altro la pratica del mendicare e sicuramente fomenta uno scomodo parassitismo, ma viene da chiedersi, se davvero c’è un surplus di manodopera e trovare un impiego risulta impossibile, che alternativa resta a questa gente che si è lasciata alle spalle una vita di stenti nelle campagne. E ancora, che alternativa resta agli storpi e agli sfigurati? Quante possibilità concrete hanno di trovare lavoro?
Questi derelitti accorrono nella città simbolo del boom, in vertiginosa espansione, e pretendono anche loro qualche briciola del benessere dilagante.
Una tragedia umana, che non sembra però porsi come questione sociale. E che solo ora diventa problema concreto. Da risolvere il più presto possibile. Prima del grande evento dei Giochi del Commonwealth che la capitale del subcontinente ospiterà nel 2010. Le vie della città andranno rastrellate e i mendicanti chiusi in appositi ostelli-prigione. Questa la soluzione proposta dal governo. Nascondere la polvere sotto il tappeto.


Chiara Checchini

14 maggio 2007

INDIA: LA "VITA AGRA" DELLE CAMPAGNE



BIDAR. 1° maggio. Malamma Balreddy, una contadina trentenne incinta si toglie la vita insieme al suo figlio di sette anni. Le fabbriche avevano rifiutato di comprare il suo raccolto di canna da zucchero. Salgono così a 25 le vittime della crisi agricola che ha investito il distretto, a partire dal mese di gennaio. I suicidi erano tutti coltivatori di canna da zucchero. Bidar è per estensione il terzo distretto dello stato del Kerala adibito alla coltivazione della canna da zucchero. 25 mila tonnellate di canne su una superficie di 76 mila acri. Quest’anno la natura è stata clemente. I coltivatori hanno avuto un prodigioso raccolto. Solitamente è la natura capricciosa a mandare in rovina gli sforzi degli agricoltori. Siccità, piogge troppo abbondanti che fanno marcire i raccolti, invasioni di insetti. E il lavoro di mesi vanificato. Quest’anno le fabbriche non sono state in grado di assorbire l’eccedenza. Nessun compratore per le fulgide canne ad aspettare nei campi. Il numero dei suicidi è andato aumentando man mano che l’estate si avvicinava e le operazioni di spremitura delle canne da parte delle fabbriche giungevano al termine. La canna da zucchero deve essere raccolta ogni 10/12 mesi altrimenti perde la sua caratteristica umidità, non può più essere spremuta e diventa quindi inutilizzabile. Se un piccolo coltivatore non riesce a vendere il proprio raccolto e a recuperare il denaro che ha investito nella coltivazione non può comprare le sementi per la stagione successiva. E l’unica soluzione che gli si profila, oltre a quella di rivolgersi agli strozzini-arma a doppio taglio- è togliersi la vita. Il triste fenomeno del suicidio dei contadini è una realtà diffusa in tutta l’India. Pesticidi o veleno per topi sono i mezzi più utilizzati.

Chiara Checchini



11 maggio 2007

INDIA E HIV

Dei 39.5 milioni di persone infettate dal virus dell’HIV nel mondo, 5.7 milioni vivono nel subcontinente indiano. Ciò che emerge con chiarezza da recenti studi è che il contagio non avverrebbe tanto per via sessuale quanto per via ematica. Il principale veicolo di trasmissione del virus non sarebbero quindi le prostitute, facile capro espiatorio, contro le quali qui in India si punta il dito con tanto fervore, bensì le scarse norme igieniche delle strutture ospedaliere (dove le siringhe sono spesso semplicemente lavate e poi riutilizzate), degli studi dentistici e dei centri estetici (dove è raro che gli strumenti vengano sterilizzati).

Per chi ha contratto il virus la vita si trasforma in una lotta contro la discriminazione, ben radicata, nelle campagne come nei centri urbani con alto tasso di scolarizzazione, e fondata su saldi preconcetti ed errate convinzioni. La stampa riporta copiose testimonianze di ostracismo. Bambini sieropositivi buttati fuori da scuola per la pressione dei genitori dei loro compagni. Medici che negano il ricovero nelle strutture ospedaliere a pazienti sieropositivi. Addirittura grandi attori che si rifiutano di interpretare il ruolo di malati di HIV, perché ne andrebbe della loro reputazione. Fino ad arrivare al paradosso. Gli abitanti della zona che si oppongono alla cremazione del corpo del malato di AIDS nel crematorio locale.

Grazie alle decennali pressioni degli attivisti in quasi tutti gli stati indiani oggi il governo fornisce gratuitamente la prima linea di medicinali anti- retrovirali che rallentano la progressione dell’infezione. Ma non tutti coloro che avrebbero bisogno di questi trattamenti vi hanno accesso. Chi vive nelle aree rurali è costretto a sacrificare un giorno di lavoro per intraprendere il viaggio mensile (a suo carico) al più vicino ospedale per ritirare la sua quota di medicinali. Inoltre i frequenti ricoveri ospedalieri del malato con un sistema immunitario molto debilitato sono a carico del paziente. E se spesso le strutture sanitarie governative nelle aree rurali si rivelano insufficienti, le cliniche private sono assolutamente off limits per i loro costi proibitivi. Il malato deve poi provvedere ad una corretta alimentazione, con alta percentuale di proteine e ferro, il che si rivela difficile per famiglie di livello medio-basso. Per far fronte a queste spese spesso si ricorre alla vendita di tutte le proprietà o a prestiti. Inoltre la seconda linea di medicinali retrovirali non è gratuita, ma raggiunge la folle cifra di 8 /10 mila rupie al mese. (Un lavoratore salariato guadagna al giorno una media di 150 rupie). Sulla gratuità della seconda linea di retrovirali stanno ora insistendo gli attivisti, così come sulla necessità di campagne di sensibilizzazione ad ampio raggio, veicolate dai mass media, ben pianificate ed estese capillarmente fin nelle propaggini più periferiche del subcontinente.


Chiara Checchini

1 aprile 2007

SQUILIBRIO DEMOGRAFICO IN INDIA

Con una popolazione composta per il 48% da donne, una popolazione di un miliardo e duecento unità, l’India vive una situazione di preoccupante squilibrio demografico. Il rapporto numerico tra i sessi è in India uno dei più sfavorevoli al mondo e le ragioni di tale sproporzione non sono soltanto attribuibili a fattori di natura biologica, ma sociale ed economica. In una società patriarcale qual è quella indiana la figura femminile ha da sempre subito discriminazioni. Una figlia femmina è un peso per la famiglia. Non potrà aiutare nella gestione della casa né dei beni di famiglia perché destinata a trasferirsi nella casa del marito non appena sposata. E condizione essenziale per il matrimonio è il versamento da parte della famiglia della donna di una cospicua dote alla famiglia del marito. Per questo motivo l’infanticidio femminile è da sempre stato il metodo più comune per la pianificazione numerica del nucleo familiare. E lo è tuttora, anche se oggi la medicina moderna ha reso la pratica più indiretta e più indolore e le ha dato nuovi nomi, come aborto selettivo. L’ ecografia si rivela il mezzo ideale per la selezione prenatale. Se prima la bambina veniva soppressa attraverso soffocamento, inserendole nella gola foglie di tabacco o semi, o ancora mettendola in vasi di terracotta poi chiusi da pesanti coperchi, ora è sufficiente un breve indolore intervento in una delle tante cliniche specializzate o negli ambulatori mobili allestiti su autovetture, che riescono a raggiungere anche le zone più remote.

Paradossale si rivela poi il fatto che il triste fenomeno non è prerogativa delle zone rurali o di quelle più povere, ma raggiunge i picchi proprio nel più prospero e industrializzato nord. In testa la zona di Delhi dove la sex ratio ( rapporto numerico tra maschi e femmine), nell’età compresa tra gli zero e i sei anni di età, è di 821 bambine ogni 1000 bambini.

Nel 1994 in tutti gli stati dell’India sono stati vietati i test che rivelano il sesso del nascituro, onde evitare la selezione prenatale. Ma questa legge non ha dato i risultati sperati.

Il governo ha recentemente preso seri provvedimenti per contrastare la pratica dell’infanticidio femminile e dell’aborto selettivo, pianificando l’apertura in ogni distretto di un centro- asilo dove le madri possano abbandonare le loro figlie indesiderate. Il ministro per lo sviluppo delle donne e dell’infanzia, Renuka Chowdury, parla di allarme nazionale e afferma che è una vergogna che uno stato come l’India, con un tasso di natalità del 9%, continui ad uccidere le sue figlie. Gli attivisti hanno rimarcato la totale inutilità del provvedimento, facendo notare come la maggior parte delle bambine sia ormai uccisa prima della nascita e non dopo. E hanno portato ad esempio i disastrosi risultati di una iniziativa analoga a quella governativa, portata avanti nello stato meridionale del Tamil Nadu, dove un numero imprecisato di bambine è morto di stenti, all’interno di strutture ospedaliere governative disorganizzate e scarsamente sovvenzionate.

Chiara Checchini

15 febbraio 2007

LE BARRIERE DEL TEMPIO


LKEREDAGADA (Orissa). 14 dicembre. Un piccolo gruppo di intoccabili entra nel tempio di Jagannath, sfidando la ferma opposizione delle caste superiori, che già lo scorso novembre hanno insultato e umiliato 4 ragazze intoccabili che avevano osato varcare le soglie dell’edificio sacro.
Questa volta il gesto temerario dell’avanguardia è imitato da altri dalit che cominciano ad affollare il tempio. La tensione sale e i sacerdoti abbandonano gli altari delle divinità, interrompendo i rituali che stavano officiando.
Il giorno successivo gli appartenenti alle caste superiori iniziano uno sciopero della fame, mentre un centinaio di giovani, sempre di alta casta, marcia gridando slogan di protesta contro l’amministrazione del tempio. Il tempio rimane chiuso. I negozi serrati. La polizia assedia il villaggio. C’è eccitazione tra i dalit. Urlano a gran voce la loro conquista.
Dalla costruzione del tempio, 300 anni fa, fino a ieri, sono stati costretti a guardare la divinità Jagannath da apposite fessure sul muro di cinta. L’entrata nel tempio è un gesto simbolico. E’ la rottura delle barriere sociali. Ma le alte caste si oppongono. Impuntandosi sui loro millenari privilegi. Noncuranti della recente ordinanza della Corte Suprema che stabilisce che ogni Hindu, senza distinzione di casta, ha libero accesso agli edifici di culto.

Chiara Checchini

6 gennaio 2007

ONLY PHANTOM RICKSHAWS IN KOLKATA

Le strade di Calcutta non vedranno più il passaggio dei risciò trainati a mano. Così ha decretato il governo del West Bengal, giudicando questa forma di trasporto, introdotta in India intorno alla fine dell’800, una pratica disumana e una vergogna per la città intera. Calcutta, la città della gioia, restava una delle pochissime città dell’India dove ancora per una manciata di rupie instancabili corridori a piedi nudi arrancavano, zigzagando per le strade gremite di auto, trasportando i loro passeggeri. Oggi è più frequente imbattersi in un risciò trainato da una bicicletta o in un tecnologico risciò a motore, un’autorisciò. Per molti di questi lavoratori il risciò è l’unico possedimento, l’ unica fonte di sostentamento. Tirare il carretto con la forza delle braccia è tutta la loro vita. Molti non se ne separano nemmeno di notte. Dormono al suo interno. L’anno passato la legge per mettere al bando questa forma di trasporto secolare era stata bloccata dal muro di resistenza eretto dell’unione dei rickshaw- pullers. Lo scorso lunedì invece, grazie alle nuove garanzie offerte, la legge è stata approvata. I 6000 possessori di una licenza da guidatore di risciò saranno risarciti o saranno inseriti in un programma di riabilitazione, che metterà a loro disposizione posti di lavoro alternativi. Il governo ha rifiutato di rendere nota l’effettiva entità del risarcimento. Gli abusivi sono centinaia, forse migliaia. E creare nuovi posti di lavoro, migliaia di nuovi posti di lavoro, non è impresa facile.

Chiara Checchini


25 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE III

Si stima che i morti a Bhopal quella notte di Dicembre furono 1700- 3000. Ma stabilirlo con certezza non è possibile. Quel giorno e i successivi centinaia di roghi vennero allestiti per bruciare i corpi degli induisti, centinaia di fosse comuni vennero scavate per seppellire quelli dei musulmani. Secondo fonti attendibili, il numero delle vittime dal giorno della fuga di gas ad oggi ammonterebbe a una cifra compresa tra 15000 e 30000. 200000 invece le persone intossicate, costrette a convivere con i devastanti effetti dell’esposizione e dell’inalazione del gas, quali insufficienza respiratoria, disturbi alla vista, cataratta giovanile, depressione, anoressia, febbre ricorrente, stato di debolezza costante, cancro, tubercolosi.

La Union Carbide si è rifiutata di rivelare l’esatta composizione del MIC, impedendo così di prestare adeguate cure alla popolazione colpita.

La Carbide, il cui motto era "Safety first", trovò il suo capro espiatorio in un operaio e si fece sostenitrice della tesi del sabotaggio. Nel 1989, dopo quattro anni di estenuanti trattative la multinazionale pagò alla popolazione colpita un indennizzo di 470 milioni di dollari, una somma sei volte inferiore a quella inizialmente richiesta, che il governo indiano accettò ugualmente. Di questo indennizzo solo una parte irrisoria arrivò nelle tasche delle vittime o dei parenti delle vittime, per la maggior parte poveri e analfabeti abitanti degli slum.

L’allora presidente della Carbide, Warren Anderson, fu citato in giudizio nel 1991 dal tribunale penale di Bhopal con accusa di omicidio colposo. I tagli dei costi avrebbero infatti compromesso gli standard di sicurezza della fabbrica. Anderson ha fatto perdere sue tracce. E’ tuttora ricercato. Su di lui pende un mandato d’arresto internazionale dell’Interpol.

La Union Carbide non esiste più. Nel 1999 è stata rilevata dalla Dow Chemicals.

Di fronte all'uscita di scena della Carbide, protagonista e carnefice, e alla latitanza di Anderson, l'uomo che incarna il simbolo della tragedia, è il governo indiano a doversi prendere le responsabilità e a pagare le conseguenze.

Nel 2004 la Corte suprema indiana ha approvato lo stanziamento di un fondo di 350 milioni di dollari per le vittime del disastro. Ma molti pensano che non sia stato fatto abbastanza.

Anche quest’anno, il 2 e il 3 dicembre, in occasione del ventiduesimo anniversario della tragedia, gli abitanti di Bhopal sono scesi in strada per ricordare. E per dare voce, più o meno silenziosamente, alla loro sete di giustizia. Alla manifestazione pacifica organizzata dal Sanghatan, associazione che si batte per i diritti delle vittime, in cui i partecipanti portavano ritratti del Mahatma Gandhi, ha fatto da controparte un’altra manifestazione, culminata davanti al memoriale di Bhopal, di fronte alla fabbrica abbandonata. Bandiere della Carbide e immagini del suo presidente sono state bruciate. Dopo più di vent'anni, le richieste ancora urlate al governo dalle vittime di quello che è uno dei più gravi incidenti nella storia dell’industria chimica, sono acqua pura- le falde acquifere sono state contaminate dai resti tossici ancora presenti all’interno della fabbrica in disuso- e più efficienti cure mediche per le decine di migliaia di persone che ancora soffrono di disturbi psichici e fisici legati all'esposizione al gas.

Chiara Checchini

21 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE II

- 3 dicembre 1984 -

L’impianto che dominava la città di Bhopal, su cui sventolava fiera la bandiera della Union Carbide Corporation, all’epoca la terza società di prodotti chimici al mondo, era specializzato nella produzione di Sevin, un innovativo pesticida, la cui vendita deluse le aspettative. Al momento dell’incidente la fabbrica si trovava in condizioni di grave degrado. La multinazionale americana aveva infatti deciso di chiudere la sua sede indiana, costantemente in perdita. Nel tentativo di tamponare questa emorragia di milioni di dollari, erano stati operati pesanti tagli, sia al personale che ai sistemi di sicurezza. La produzione era ferma, quel giorno di dicembre, ma all’interno della fabbrica, in apposite vasche di stoccaggio, erano conservate allo stato liquido decine di tonnellate di Mic (Methyl Iso- Cyanate), isocianato di metile, una molecola che può provocare reazioni di inaudita violenza. Per evitare esplosioni il Mic va tenuto a una temperatura costante di zero gradi centigradi. La notte dell’incidente l’isocianato, durante un improvvisato e maldestro intervento di pulizia delle tubature, entrò in contatto con l’acqua, provocando una reazione esotermica. 42 tonnellate di Mic si disintegrano in un vortice di calore, passando rapidamente allo stato gassoso. I sistemi di sicurezza, come già accennato, erano stati disattivati. Il sistema di refrigerazione che avrebbe dovuto neutralizzare l’agente chimico, era fuori servizio. Il Mic era a temperatura ambiente. In caso di fuga di gas, la fabbrica era provvista di altri due sistemi di sicurezza, la torre di decontaminazione, in cui la soda caustica avrebbe assorbito e neutralizzato il gas, e ancora una torre di combustione, in cui eventuali gas sfuggiti alla soda sarebbero stati definitivamente bruciati. Ma nessuno dei due sistemi poté essere utilizzato. Entrambe le torri erano state smontate per interventi di manutenzione.

Così, la nube tossica fuoriuscì indisturbata dalla fabbrica e serpeggiò per la città. La reazione chimica aveva portato alla liberazione, tra gli altri gas, di acido cianidrico, che se inalato in forti dosi porta alla subitanea morte cerebrale, bloccando l’azione degli enzimi che portano l’ossigeno dal sangue al cervello.

Chiara Checchini

19 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE I

- 3 dicembre 1984 -

Era appena passata la mezzanotte, ma la Baghdad dell’India, vegliata dai minareti e dalle imponenti torri della fabbrica, non dormiva. Dicembre è periodo di matrimoni, e gli astrologi avevano decretato che quel 2 dicembre fosse un giorno propizio per le nozze. La città era tutto un susseguirsi di feste. E il giorno seguente avrebbe ospitato l’Ishtema, l’annuale celebrazione che richiamava migliaia di fedeli musulmani da tutto il paese. Arrivavano a getto continuo, su treni speciali. Quella fresca notte d’inverno il vento soffiava verso sud. Quella notte il vento portò con sé una nube verdastra che mise fine ai festeggiamenti. Poco dopo la mezzanotte, la nube di gas, fuoriuscita dal tecnologico impianto della Union Carbide, si posò come una coltre sulla città vecchia, sulle baraccopoli e sulla stazione, seminando morte. Prima caddero gli animali. Caddero i cani, i gatti, gli uccelli. Caddero le vacche sacre, caddero i tori dalle corna dipinte, caddero le capre, spesso unica fonte di sostentamento per un’intera famiglia. Caddero schiumando dalla bocca. Poi caddero gli invitati ai banchetti, agghindati dei loro gioielli e vestiti dei loro abiti più preziosi, caddero i miserabili abitanti delle baracche adiacenti la fabbrica americana che aveva dato lavoro a tanti, caddero i pellegrini accalcati alla stazione. I loro polmoni scoppiarono. Caddero a terra sputando sangue. Alcuni morirono di una morte immediata. Altri morirono dopo, negli ospedali presi d’assalto da una folla impazzita di terrore, nell’impotenza dei medici, incapaci di contrastare gli effetti dell’avvelenamento. Altri non morirono, ma subirono danni permanenti.

Chiara Checchini

19 novembre 2006

INDIA. RACCONTO DI UNA PICCOLA VICENDA IGNOBILE NEL PAESE DELLE CASTE

Vi voglio raccontare una storia.

Bant Singh viveva nel piccolo villaggio di Mansa nel Punjab. Nato dalit, intoccabile, è costretto a portare il peso della sua disgraziata condizione sulle spalle. A sopportare l’ostracismo, a convivere con una totale assenza di diritti, a sopportare il disprezzo di tutti i gradini superiori della piramide della società. L’anno passato, la figlia minore di Singh venne violentata da un gruppo di uomini di casta superiore. Molte donne dalit vengono violentate. Gli uomini di casta superiore non esitano a violarle sessualmente. La loro superiorità sociale rende quest’atto di sopruso quasi una riconferma del loro potere. Dei loro privilegi ormai assodati. Ma Singh portò il caso in tribunale. Osò farlo. Osò mettere in discussione un assetto sociale secolare. Osò, dal basso della sua infima condizione, alzare la testa. Osò ribellarsi contro il destino che l’aveva fatto nascere intoccabile. E la corte condannò tre dei violentatori all’ergastolo. L’upper class del villaggio decise di punire tanta insolenza. Singh fu dunque picchiato a sangue. Preso a colpi di spranga. Spietatamente. L’ospedale del suo villaggio gli negò le cure. Quando finalmente venne portato nell’ospedale della città più vicina era troppo tardi. La cancrena era già in fase avanzata. I medici furono costretti ad amputargli entrambe le braccia e una gamba.

I dalit costituiscono il 30% della popolazione dello stato del Punjab, considerato il granaio dell’India, e la metà di essi vive al di sotto della soglia della povertà. Sono sottoposti a continui soprusi e atrocità- si nega loro persino la possibilità di attingere l’acqua ai pozzi dei villaggi. Ma la quasi totalità di queste violenze non viene denunciata. Per paura delle repressioni. E delle rappresaglie.

Soltanto la presa di consapevolezza e la conseguente rivendicazione dei propri diritti potrebbe far mutare la disperata condizione delle donne e dei dalit. Soltanto il loro rifiuto a sottostare ancora a quella centenaria indegnità attribuita loro dalle alte caste. E forse non è un caso che Singh fosse proprio un membro del Mazdoor Mukti Morcha, movimento che si batteva per i diritti dei lavoratori agricoli.


Chiara Checchini