La Redazione
24 aprile 2011
25 Aprile - la Statale in Manifestazione
22 aprile 2011
Opera lenta
Nel secondo Dopoguerra, il Teatro Lirico assume un ruolo centrale nella vita culturale meneghina e nel 1960 inizia la fruttuosa collaborazione con il Piccolo Teatro. Sono gli anni di Giorgio Strehler, che impiega sovente la "sala grande" per i suoi spettacoli della fase brechtiana. Gli anni Settanta e Ottanta rappresentano gli ultimi fasti per il Teatro Lirico, che sul proprio palco vede avvicendarsi balletti, concerti di musica leggera (tra i quali spiccano quelli di Giorgio Gaber) e manifestazioni politiche. Una crisi finanziaria ne provoca la chiusura negli anni Novanta, ma nonostante il suo progressivo abbandono, nel 2003, è stato dedicato dalle Istituzioni cittadine a Giorgio Gaber. È il primo passo di un ambizioso progetto di rilancio concretizzato con l’avvio dei lavori di ristrutturazione nel 2007.
Attualmente non si conosce né lo stato dei lavori né la data di completamento prevista. Esiste però un elegante sito web (http://www.teatroliricomilano.it/) che, come si può leggere nelle informazioni nella pagina, è stato aperto nel 2007, presumibilmente dal Comune. In questo spazio informatico viene illustrato il progetto di rilancio: l’obiettivo è restituire alla città di Milano uno dei suoi “simboli architettonici più suggestivi”, ovvero la volta vetrata costruita per il Teatro Lirico nel 1894 in occasione della prima grande ristrutturazione: una volta vetrata che dovrebbe costituire il “guscio attivo” di un organismo polifunzionale. La “polifunzionalità” sembra essere appunto l’elemento chiave per rilanciare l’attività di questa grande sala, destinata, secondo quanto indicato nel sito web, a ospitare nello stesso anno artistico “scelte eterogenee”, che vadano dalla prosa alla danza, dal musical al jazz, dalla lirica alla musica leggera e concertistica, dal teatro musicale al balletto, il tutto selezionato “tra le migliori produzioni nazionali e internazionali, secondo criteri artistici uniformati all’idea di novità e di successo di pubblico”.
17 aprile 2011
"Restiamo Umani - Vik da Gaza City"

Vittorio Arrigoni, alias Vik sul suo blog http://guerrillaradio.
Era un ragazzo coraggioso, anche se la paura traspariva spesso dai suoi messaggi. Viveva sotto il pericolo delle bombe, degli spari, e sulla sua testa pendeva una taglia pubblica posta da alcuni gruppi israeliani per la sua lotta per il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese nella propria terra. Quando, ormai più di un anno fa, a Gaza ci fu un conflitto a fuoco con il primo gruppo locale legato ad Al Qaeda, denunciò l'orrore di un palese circolo vizioso nel quale la continua oppressione del popolo palestinese, e la continua delegittimazione dei vari leader che via via si facevano avanti (prima Arafat segregato alla Muqata, poi l'ANP di Abu Mazen corrotta in ogni suo organo e tessuto, poi l'eroe nazionale Barghouti rinchiuso da anni nelle prigioni israeliane, infine Hamas e dal 2006 la chiusura via terra, aria e mare della Striscia), facevano sprofondare la comunità palestinese, favorendo la nascita di gruppi integralisti sempre più radicali.
In questo orrore contro cui lottava quotidianamente, Vik è morto. Non ci ha mostrato "come muore un italiano", ma soltanto come muore un uomo. Ogni suo post, ogni suo articolo, si concludeva con un richiamo a non lasciarci travolgere dall'ignavia e dall'indifferenza. Parole che non dovremmo dimenticare mai.
"Restiamo umani,
Vik da Gaza City"
Marco Bettoni
15 aprile 2011
Ucciso a Gaza Vittorio Arrigoni
E' morto ieri a Gaza Vittorio Arrigoni, pacifista italiano e attivista dell'Iternational Solidarity Movement. Il suo corpo è stato ritrovato in seguito a un blitz delle truppe di Hamas, che stavano tentando di liberare il giovane italiano, rapito ieri mattina dai miliziani antioccidentali del movimento islamico salafita. Le prime ipotesi parlano di morte per soffocamento, ma si attendono i risultati dell'autopsia per avere maggiori certezze.6 aprile 2011
L'Aquila, estate 2010 - primavera 2011
Frammenti di vita e tentativi di normalità
Il 28 luglio scorso Paganica, ormai nota località de L’Aquila, si è riempita di bambini, accorsi per la Giornata dello Sport. Le varie attività si svolgono in un parco e in una piccola piazza circondata da recinzioni e macerie. La collocazione lascia quantomeno perplessi, e forse non sono la sola a pensarlo, tant’è che nel pomeriggio un campo da pallavolo viene spostato più lontano. I servizi per i bambini sono molteplici: a Coppito, per esempio, c’è a disposizione il Parco Murata Gigotti, dove i bambini possono giocare con l’assistenza e la guida di alcuni volontari. In un angolo del parco qualcuno ha dimenticato
legni secchi e lana di vetro in balle. Qualcun altro invece contribuisce a badare alle “piccole aquile”, come Fabiola, quindici anni, di Coppito, che ci racconta di volontari che “nell’emergenza hanno dato la vita, messo tutti loro stessi”, e mostra un po’ di insofferenza verso alcuni aquilani che invece “al tempo del terremoto si lamentavano pur avendo quattro primi, tre secondi, dolce e frutta…non è normale, perché io dico: ti stanno dando l’anima, e tu ti lamenti. Nessuno ha la bacchetta magica”. Diverso atteggiamento è riscontrabile in molte delle persone che raccontano la loro vita dopo il terremoto. Peter Civisca, barista di Paganica, lavora in un container di quindici metri quadrati, di fianco ad un edificio classe E che un tempo era il suo bar-ristorante. Come ha fatto a ripartire con l’attività? “Io ho ricevuto, per ora, 800? al mese ad aprile, maggio e giugno 2009. Ho fatto domanda per avere risarcimenti di merci e per il fatturato degli anni passati, ma finora non ne ho avuti.”E la ricostruzione? Un giro per Pettino, zona L’Aquila Ovest, consente di notare diversi container, che ospitano banche, uffici postali e molte scuole. L’ospedale è stato in parte ristrutturato, ed hanno riaperto alcuni negozi di un centro commerciale. Alla sede Caritas la mamma di due bambini, venuta ad informarsi per un posto di lavoro, racconta di esser rientrata nella sua casa più di un anno dopo il terremoto, perché i lavori di ristrutturazione non procedevano. Nel frattempo, è stata con la famiglia in un albergo. È spontaneo chiedersi nuovamente, come un anno fa, se gli aquilani terranno tosto. Certamente: non si può -o meglio, non si deve- fare altrimenti.
(Il 7 novembre 2010 Peter ci ha aggiornato sulla sua situazione: “Per me non e' cambiato nulla, e sono sempre in attesa di quelle domande che ho fatto al comune, le quali, se andranno a buon fine, rimborseranno solo in percentuale il fatturato dell'anno precedente il sisma.”, ndr)
Alice Manti
Oggi, 6 aprile, ricorre il secondo anniversario del terremoto. Di seguito una testimonianza diretta della situazione attuale da parte di un ragazzo aquilano.
"A oggi, la situazione qui a L’Aquila e dintorni è in continuo divenire. L’intervento della Protezione Civile ha dato l’opportunità di trovare una sistemazione dignitosa per tutti nel momento dell’emergenza. Abbiamo però ancora oltre 2000 persone alloggiate in hotel, di cui circa la metà sulle nostre coste. Di per sé il dato dice che il problema abitativo è risolto, ciò che i numeri non esprimono è l’aspetto umano di questa situazione.
Coloro che ancora alloggiano in hotel sono, per lo più, persone anziane e sole, strappate allo stile di vita semplice e di socialità alla quale erano legati. Molti di loro infatti non si erano mai allontanati dalle nostre montagne, e trovarsi da un giorno all’altro costretti a stare lontano dalla propria casa -frutto dei sacrifici di una vita-, dal proprio paese, dalla propria città e dai propri vicini è un’enorme sofferenza.
Per fortuna ci sono anche molte cose che funzionano. Gran parte degli edifici classificati B o C (ovvero edifici parzialmente inagibili con danni non strutturali), per esempio, sono stati riparati e, quasi come a voler esorcizzare l’accaduto, gli intonaci sono diventati tutti colorati: le nostre zone residenziali sono accese da case verdi, rosse, gialle, blu, come fossero un simbolo di rinascita.
Ma i nostri centri storici sono ancora ben lontani dall’essere ricostruiti. Avevamo una città e dei borghi circostanti davvero bellissimi e ora abbiamo perduto tutto. Senza i nostri vicoli, i nostri palazzi storici, le nostre fontane, sembriamo davvero un popolo senza identità, ci sentiamo disorientati. Provate a immaginare Roma senza i Fori Imperiali, Milano senza Duomo, Torino senza Mole Antonelliana, e potrei proseguire perché la caratteristica di noi Italiani è proprio quella di sentirci guidati e direi quasi rassicurati dai riferimenti che rendono la propria città unica e parte di se stessi".
Daniele, 28 anni, cittadino aquilano
5 aprile 2011
Terremoti S.P.A.
In Italia la speculazione edilizia sembra quasi un marchio di fabbrica, tant’è che la possiamo ammirare in moltissime sfaccettature diverse. Dal 1931 ad oggi il Vesuvio ha brontolato 42 volte (in media ogni 8 anni), eppure si è continuato a costruire migliaia di case nelle zone considerate pericolose, sul fianco del cratere. Ma non si tratta di un caso isolato: dopo il terremoto del 1980 venne varato un “piano Napoli” che consentì la realizzazione di 20 mila alloggi nella zona rossa, come ricorda Marco Di Lello, ex assessore regionale. Per quanto riguarda il recente terremoto aquilano invece, sono previsti, secondo il Giudice dell'Udienza Preliminare Giuseppe Grieco, ben 18 anni per giungere ad una sentenza definitiva per aver costruito senza rispettare le norme di sicurezza. Lo stesso lasso di tempo è previsto anche per l'erogazione dei 22 milioni di euro di risarcimento da parte della protezione Civile, accusata di non aver preso misure adeguate per evitare la tragedia. Ma i fattori concorsi nel determinare la morte di ben 308 abruzzesi non si fermano qui. Dal 1996 al 2008 sono state varate quattro ben norme sull’edilizia antisismica. Perché non sono servite a limitare i danni? Il problema risiede anche nel controllo della qualità delle costruzioni. Sono crollati infatti anche edifici nuovi, vecchi al massimo di 40 anni, come l’ospedale o la casa dello studente, costruita negli anni sessanta, oppure la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, anch’essa edificio moderno, non certo centenario. La maxi-inchiesta sui crolli, avviata dalla Procura della Repubblica dell'Aquila, ha messo in luce 22 mila edifici irregolari ,costruiti con una percentuale di ferro inferiore alla norma. Di conseguenza l’indagine non si è concentrata solo sui progetti e materiali, ma anche sugli amministratori pubblici e locali che hanno concesso la costruzione.Questo problema però non riguarda il solo Abruzzo: secondo le ultime stime, in Italia ci sarebbero ben 75-80 mila edifici pubblici da consolidare.
Nel nostro Bel Paese insomma, calamità naturale fa rima con business. Dopo l'iniziale entusiasmo per la solidarietà portata da vigili del fuoco e volontari emerge quella che è solo la punta dell'iceberg del giro d’affari che i grandi terremoti italiani mettono in moto. Secondo una stima approssimativa, dal sisma del Belice nel 1968 ad oggi, il giro di denaro ammonterebbe a circa 140 miliardi di euro. Ciò senza considerare il terremoto dell’Aquila, che il direttore del commissariato per la ricostruzione Gaetano Fontana stima attorno a 10 miliardi di euro per il solo capoluogo di provincia. La domanda sorge spontanea: perché si continuano a versare soldi per tamponare i danni delle catastrofi quando invece, non solo si dovrebbe, ma sarebbe possibile intervenire preventivamente? E dove finisce il denaro investito per la ricostruzione e il rilancio economico delle zone colpite?
Nel sisma dell’Irpina (1980) i miliardi di lire destinati e gestiti dall’entourage di Ciriaco De Mita hanno dato solo 380 posti di lavoro anziché i 3.500 promessi.
Un esempio recente invece è costituito dalle dichiarazioni del governo Berlusconi che esplicitano la volontà di costruire una nuova città dell’Aquila, una new town.Sembrerebbe quasi sensato, se non fosse che il problema principale ritorna sempre al pettine: le norme antisismiche italiane non hanno riscontro pratico, nonostante anche il Guardian abbia dichiarato, dopo il sisma aquilano, che il nostro Paese è l’area geologicamente più instabile d’Europa.
Secondo Franco Barberi, presidente della commissione grandi rischi, oggi indagato per mancato allarme, un sisma come quello abruzzese, in Usa, non avrebbe fatto nemmeno un morto. In Giappone, dove ogni anno avvengono 400 terremoti ed è previsto nei prossimi 30 anni un Grande Terremoto si verificano periodiche esercitazioni antisismiche e sono attive segreterie telefoniche per far comunicare le famiglie ipoteticamente divise dal sisma. Inoltre, come già specificato, non mancano solo adeguate norme, ma anche e soprattutto i controlli.
Solo l’esemplarità dei soccorsi e delle ricostruzioni dopo il sisma del Friuli (1976) ci indica come debba realmente essere gestita una calamità. L’allora presidente del Friuli-Venezia Giulia, Antonio Comelli, decise che per ricostruire in fretta bisognava affidare la gestione degli aiuti europei e statali agli enti locali, accompagnati da severi controlli. L'altra faccia della medaglia è costituita invece dal sisma del Belice, modello di appalti truccati, imprese fantasma, ritardi, sprechi e promesse non mantenute. Un esempio su tutti: i numerosi cantieri fantasma aperti da alcuni residenti per intascare i fondi e costruirsi villette al mare. Finì che l’inchiesta sul “sacco di Belice”, avviata nel 1978 dal procuratore di Trapani Giangiacomo Ciaccio Montalto (ammazzato dalla mafia il 25 Gennaio 1983), si concluse solo nel 1990 con l’assoluzione di tutti gli imputati.
E il terremoto che colpì Messina nel 1908? Troppo indietro? Tutt’altro. Secondo il censimento di Legambiente, nel 2009 le baracche risultavano ancora 3.336 con 3.100 famiglie abitanti, nonostante le autorità ne dichiarassero non più di mille. Mentre nell’Agosto 2010 l’assessore del Risanamento Giuseppe Rao ha inviato una lettera al Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, per sollecitare i finanziamenti, a più di cent’anni dalla catastrofe generazioni di persone hanno vissuto in baracche, con tutto ciò che ne consegue.
Cronologia dei grandi sismi italiani:
18 febbraio 2011
Intervista a Enrico De Alessandri
Cosa l'ha spinta a scrivere questo libro di denuncia?
Tale capacità di influenza può determinare non solo sudditanza psicologica ma soprattutto inaccettabili situazioni discriminatorie sia per le singole persone (si pensi alle difficoltà di carriera nella sanità pubblica per i medici che non appartengono a CL) sia per le imprese, visto che la istribuzione dei fondi pubblici privilegia in modo schiacciante le imprese della Compagnia delle Opere, braccio economico di CL.
Può spiegare b
Sono stato accusato di aver denigrato la Regione Lombardia, mio datore di lavoro. Il provvedimento di sospensione è firmato dal dirigente del Personale della Regione, Michele Camisasca, nipote del famoso Massimo Camisasca, sacerdote e figura chiave di Comunione e Liberazione. Camisasca è uno dei 32 dirigenti la cui assunzione è avvenuta tramite un bando di concorso annullato dal T.A.R. Per la Lombardia, sentenza poi confermata dal Consiglio di Stato. Per tale motivo, il provvedimento di Camisasca nei miei confronti deve ritenersi nullo: se sarà il caso di portare la questione davanti alla Corte costituzionale lo farò.
Il fatto che il Presidente Formigoni abbia avallato il provvedimento di sospensione nei miei confronti, a seguito dell'interrogazione di Giuseppe Civati e di Carlo Monguzzi, coinvolge direttamente gli stessi vertici politici in merito alle gravi responsabilità di un provvedimento volto ad impedire ad un cittadino-lavoratore di esprimere liberamente il proprio pensiero. Per questa ragione il 16 novembre mi sono incatenato davanti al Pirellone, sostenuto dal Consigliere regionale Civati, da Carlo Monguzzi e dai rappresentanti di Sinistra Universitaria della Statale.
Nella premessa a pagina 8 chiede un "Intervento volto a impedire che movimenti settari fondamentalisti possano costituire pericolose situazioni di potere monopolistico nell'ambito delle pubbliche istituzioni". È questo il suo scopo? Come intende perseguirlo?
In Francia si istituiscono commissioni parlamentari per contrastare i tentativi delle sette di infiltrarsi nel cuore delle pubbliche istituzioni; in Lombardia, al contario, si permette a un movimento settario come CL di monopolizzare il potere di una regione con un bilancio pari a quello di un piccolo Stato. Noi lombardi viviamo in un mondo opposto a quello francese: la nostra classe politica si inginocchia di fronte a quei mostri che loro non riescono neppure ad immaginare di avere.
Gemma Ghiglia
30 novembre 2010
Fotoracconto dalla manifestazione di oggi, 30 novembre, a Milano contro il DDL Gelmini



La rabbia esplode davanti a una delle succursali della Cattolica: diversi studenti lanciano uova e fuomgeni oltre i cancelli. Oltrepassano le Colonne di San Lorenzo il corteo di dirige verso piazza del Duomo, dove il corteo si scioglierà, intorno alle 12.30.
Fotografie: Alessandro Tedeschi Toschi, Chiara de Giuli
25 novembre 2010
Si va in scena (...forse). Parte II
Il 16 novembre il Teatro Libero ha organizzato una conferenza stampa per ripercorrere le incredibili e mirabolanti vicende che hanno portato alla chiusura della sala diretta da Corrado d’Elia. Gli aggiornamenti e le notizie non sono buone. L’ultima speranza del mese scorso era quella di portare il Teatro Libero in un’altra sala, in modo tale da risolvere definitivamente i problemi di sicurezza e i rapporti conflittuali con i proprietari dello stabile di Via Savona. Il Comune però sembra essere interessato a ben altre faccende, dal momento che alla conferenza stampa mancano sia Massimiliano Finazzer Flory (Assessore alla cultura per il Comune di Milano) che Antonio Calvi (Direttore del Settore Spettacolo del Comune di Milano). Corrado d’Elia però non è una persona che si arrende, e durante la conferenza riassume la vicenda, ricca di situazioni farsesche che rendono questa battaglia una vera lotta contro i mulini a vento.Il Teatro Libero non resta a guardare né ad aspettare che i soldi piovano dal cielo. Una delle possibili soluzioni temporanee è la richiesta di un prestito alla proprietà, la quale prende tempo e risponde di voler vedere i bilanci del teatro. Una nota importante: il teatro Libero non ha mai chiuso i suoi bilanci in negativo, prima che, ovviamente, la sala fosse chiusa. Siamo al 26 Ottobre. Il Libero si vede costretto a chiudere altri contratti, oltre a quelli delle compagnie. Viene proposta una divisione al 50% per coprire le spese tra il teatro e la proprietà: quest’ultima si difende deviando il discorso sugli affitti arretrati e proponendo un anticipo di 10.000 euro. I soli lavori strutturali costano circa 40.000 euro. Il 4 Novembre si cerca un incontro con i rappresentanti del comune, ma Finazzer non è disponibile – nessuna motivazione aggiunta -, mentre Calvi è in ferie.
Il comune si fa sentire a metà novembre, con una lettera di Calvi che propone alcune sale teatrali per cambiare sede. Inizia la commedia: l’elenco delle sale risulta essere un agglomerato di teatri con una stagione già avviata e un programma definito, di sale parrocchiali, di biblioteche smesse, di stanze senza collegamenti tra camerini e palcoscenico, di sale che pretendono un affitto esorbitante. Un’ulteriore sconfitta e un duro colpo al morale, perché “quando lotti con tutte le tue forze per una realtà a cui credi e a cui hai dedicato la vita, risposte fasulle e nulle come queste fanno cadere le braccia”, osserva d'Elia durante l'assemblea.
Alla conferenza era presente anche il professore della Statale Paolo Bosisio, che rilancia una proposta: presentare un referto al Comune in cui vengono indicate i gestori delle sale milanesi e, soprattutto, quante e quali sale posseggono. In aggiunta inserire i dati dell’indice del pubblico e chiedere una nuova sala per il teatro Libero, che se la meriterebbe davvero.
2 novembre 2010
Si va in scena (...forse).
d'Elia.In molti si sono mossi per aiutare il teatro inviando lettere e e-mail di solidarietà o di protesta contro il comune. È iniziata anche una petizione on-line per dare una nuova sala al teatro: la notizia è girata velocemente tra le pagine di Facebook e si è cominciato a veder
e qualche risultato. Dopo quasi un mese senza aver dato segni di particolare attenzione alla cosa, il comune è venuto incontro al teatro, organizzando una riunione con oggetto la riapertura della sala e, in futuro, l’assegnazione di una sala più grande. Finazzer si è personalmente votato alla causa del Libero anche se per adesso non ci sono notizie concrete a riguardo, ma solo grandi speranze. Certamente la situazione appare meno disperata rispetto a settembre, quando si pensava addirittura a una chiusura definitiva.
La raccolta firme continua, con l’augurio di dare un segnale forte e di dimostrare l’importanza di un teatro che non deve soffrire l’incapacità del comune di mettere a disposizione una sala migliore e certificata per fare spettacolo. Anche perché una piccola realtà come il Libero, in grado di offrire qualcosa di nuovo, va conservata e protetta dal possibile anonimato in cui potrebbe cadere con la chiusura a oltranza della sua sede storica.
C’è da chiedersi come sarebbero andate le cose se i lavori di ristrutturazione fossero stati destinati alle sale più prestigiose e con un nome più conosciuto.
26 ottobre 2010
SEDIA A ROTELLE: UNA VITA SPEZZATA?
Abbiamo voluto incontrare alcuni di loro e raccontarvi le loro storie.
Benvenuti nel mondo della sedia a rotelle: un universo parallelo che in fondo è uguale al nostro, solo visto da una diversa prospettiva.
La sua moto travolta da un camion. Poi la corsa in ospedale, e le settimane in terapia intensiva sospeso tra la vita e la morte.
Questa parte della sua vita Antonio la chiama “il brutto incidente”, quella che per lui ha significato un limbo doloroso, fino alla definitiva, durissima diagnosi: la conferma che la sua vita si era spezzata. Tra la quarta e la quinta vertebra, per esattezza. Paralizzato dalle spalle in giù, questa la nuova realtà che ha dovuto accettare con se stesso e con la sua famiglia.
“É dal momento in cui ti siedi che iniziano i drammi. Io ho dovuto imparare a stare sulla carrozzina, conoscere la carrozzina, le mie forze e le mie barriere. A distanz
a di sette anni è ancora un continuo avanzare come i bambini piccoli. Qualche anno fa ho avuto la febbre altissima. Il dottore pensava avessi la colecistite, ho fatto l’intervento e sono stato meglio. Ma per la diagnosi è andato tutto a tentativi: non potevo dire “mi fa male qui, sarà questo”. Io non ho dolore. Chissà cos’è questo!”.Antonio oggi lavora in un ufficio, guida la macchina e cerca di conciliare il più possibile il suo handicap con la volontà di una vita “normale”, anche se non è sempre facile. “Vorrei fare più attività fisica, ogni tanto vado a nuotare. Ma non sono molte le piscine attrezzate per chi è come me, mentre di palestre per fare sport non ce ne sono del tutto!”.
Alla fine dell’intervista, prima di andare Antonio ci racconta anche di quanti ragazzi ha conosciuto in questo ambiente, rimasti paralizzati da giovanissimi a causa di un incidente il sabato sera o di una bravata finita male. “Io ho una certa età, ma a sedici, diciassette anni sembra che uno non abbia vissuto davvero. E sono molti più di quanti si possa immaginare”.
A.B., 70 anni, poliomielitico dalla nascita, sulla sedia a rotelle da dieci anni.
Com’è muoversi a Milano in carrozzina?
Beh, la metropolitana non l’ho mai presa perché può succedere che l’ascensore funziona dove sali ma non dove arrivi. Anche con gli autobus non ho esperienze. Andare in giro per strada è pericolosissimo, il giorno che c’è il lavaggio delle strade parcheggiano le macchine sul marciapiede, con la carrozzina bisogna andare in strada ed è pericolosissimo.
Cos’è cambiato, relativamente alle cure, nel corso della sua vita?
L’attenzione è cambiata. Io ho camminato fino a 39 anni senza ausilio, sbattevo le gambe ovviamente, e se c’era vento forte perdevo l’equilibrio; una volta sono caduto. Quando sono andato in pensione, nel 2000, sono finito sulla carrozzina a causa dei dolori. Ciononostante non mi sono “seduto”, faccio molte cose: data la mia esperienza in banca, curo gli interessi della mia famiglia e di altre persone. E poi faccio volontariato per il centro “Il Gabbiano”. Da qualche mese inoltre ho una nipotina da curare! Ogni tanto vado in parrocchia, e ultimamente faccio anche teatro.
Per quanto riguarda la vita domestica, è la casa ad adattarsi a lei o è lei ad adattarsi alla casa?
Sono io ad essermi adattato, e non ho chiesto alla casa niente in più di quello che ho. C’è un seggiolino tra water e lavandino, e un altro a cui mi appoggio, ma sono seggiolini dell’ Ikea per intenderci! Nella doccia abbiamo tolto un vetro, così riesco ad entrare, e c’è un seggiolino. Solo queste cose.
Tiriamo le somme: cosa le toglie e cosa le dà la sua condizione?
Mi toglie tanto. Pensa che non ho un ricordo di vita sana. Cosa mi ha dato… ecco, guardiamola dal lato positivo, mi ha dato una famiglia, un diritto al lavoro in quanto categoria protetta, per essere alla pari con gli altri. Nella vita c’è il buono e c’è il cattivo, il cattivo
X ha un nome, un cognome e due bellissimi occhi azzurri, ma per ragioni di privacy possiamo parlare solo di questi ultimi. Sono il primo e più immediato mezzo che lui ha per comunicare. L’altro è una macchinetta rossa dalle lettere usurate, che impiega per scrivere brevi messaggi. Ma per rilasciare questa intervista ha voluto a tutti i costi battere le sue risposte sulla tastiera del proprio computer.
Come hai attrezzato casa alle tue esigenze?
Cerco di adattarmi io.
Cosa ti piace fare, di solito?
Uscire. Di solito al bar.
Come ti trovi a girare per Milano con la carrozzella?
Male. Molto male. (Dietro di lui Giacomo Marinini, presidente dell’associazione “Il Gabbiano”, ricorda di quando sono andati al museo di Storia Naturale e non hanno incontrato problemi né con l’ATM né con la struttura. X ci pensa un attimo, poi prende a battere) Sì, ma è stato un caso. In genere gli autobus hanno la pedana, ma è rotta!
Che rapporto hai con le altre persone?
Buono. Anche perché io sono molto socievole quando sono fuori.
Com’è muoversi a Milano con la carrozzina?
D: È complicato, non in tutti i marciapiedi ci sono gli scivoli. Clamorosamente ce ne sono più in periferia che in centro. Tram ed autobus sono accessibili, a parte quelli vecchi che non sono più molto frequenti. Noi abbiamo a disposizione un pulmino, gratis per me e per un accompagnatore, basta fare una tessera per disabili.
M: Io aggiungo solo una chicca: solo la linea gialla della metro ha gli ascensori, non in tutte le stazioni, e in piazza Duomo ce n’è uno solo. In Centrale non esiste nemmeno, c’è un montascale che una volta su 2 non funziona. E la scala mobile per un disabile in carrozzina è impraticabile, vuol dire rompersi l’osso del collo.
E in università?
D: È tutto a posto, diciamo che nella sede di Scienze Politiche non ci sono posti dove non si può accedere.
M: In Festa del Perdono è un po’ diverso, non si può raggiungere Crociera Alta perché l’ascensore è troppo stretto. L’ultima volta mi hanno aiutato in quattro sulle scale.
D: Uno dei due ascensori vicini all’Aula Magna è largo abbastanza per noi, ma non arriva a tutti i piani.
E proprio nell’atrio dell’Aula Magna hanno appena rifatto la rampa, allungandola e facendula girare ad angolo, che ne pensate?
D: È una cosa buona, ma fare quella rampa è faticoso, pur essendo a norma, perché l’inclinazione c’è. Io mi sono dovuto far spingere: non vuol dire che da solo non ce la fai, però arrivi stanchissimo. Ad ogni modo non potevano fare di meglio con lo spazio che avevano.
M: Per farla da soli occorrono una forza ed un fiato enormi, perché è pendente e lunga pur essendo appunto a norma, ma con una mano si fa.
Come vi organizzate per uscire la sera?
D: Nella maggior parte dei locali non si riesce ad entrare se si ha la carrozzina elettrica, perché spesso c’è un gradino alto.
M: Infatti, quattro persone possono sollevare una carrozzina “semplice”, mentre non ce la fanno con una elettrica con motore e tutto.
D: La cosa assurda poi è che in molti locali pubblici non c’è il bagno per disabili.
M: Però qualcuno lo trovi, dai. Se ti sbatti un po’ li trovi.
E voglia di sbattersi, di darsi da fare, tutte queste persone ne hanno da vendere. Conciliare la forzata dipendenza dalla sedia a rotelle con il naturale desiderio di autonomia è una sfida non da poco, ma perseguita con grande coraggio, e spesso con poca risonanza nella vita delle persone “normali”. Noi, portando all’attenzione di voi lettori le loro storie, speriamo quantomeno di avervi stimolato a guardarvi intorno da un’altra prospettiva, e magari a pensarci su prima di parcheggiare senza problemi sul marciapiede.
Associazione “Il Gabbiano - noi come gli altri”Tra le persone che abbiamo intervistato due ci sono state indicate dall’associazione ONLUS “Il Gabbiano”, che ha sede operativa in via Ceriani 3 (zona Baggio). È dotata di una comunità alloggi e si propone di creare occasioni di svago, di dare supporto psicologico alle persone disabili e alle loro famiglie mediante un Centro d’Ascolto. Fornisce inoltre servizi di orientamento e consulenza legale.
L’Associazione è in cerca di volontari: chi fosse interessato può contattare i responsabili allo 0248911230, o mandare una mail all’indirizzo associazionegabbiano@tiscali.it
21 ottobre 2010
IL CLIMA STA CAMBIANDO: Cosa fa l'UE? Cosa possiamo fare noi?

Quali passi sono stati fatti a livello internazionale per affrontare la situazione?
Con il protocollo di Montreal (entrato in vigore 1 gennaio 1989) sono stati banditi i cloro fluoro carburi (CFC) gas serra creati dal' uomo, non presenti in natura. Altro traguardo importante è stato raggiunto con il protocollo di Kyoto -entrato in vigore nel 2005- che impone l'obbligo ai paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di ben altri cinque gas serra (ovvero metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) oltre all'anidride carbonica, in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 — considerato come anno base — nel periodo 2008-2012. Grandi speranze si riponevano nel vertice di Copenaghen che però si è concluso il 19 dicembre dell'anno scorso con un deludente accordo non vincolante.
ali sono le misure adottate dall' UE?La misura di gran lunga più importante, sviluppata nell'ambito del programma europeo per il cambiamento climatico (ECCP), è il sistema di scambio delle quote di emissione (ETS), varato all'inizio del 2005.
Gli stati dell'UE concedono a ciascun impianto o centrale elettrica il diritto di emettere ogni anno un determinato quantitativo di anidride carbonica, le cosiddette quote di emissione. Sono fissate penali molto elevate per le imprese che sforano, mentre gli impianti che emettono meno anidride carbonica possono vendere le quote di emissione inutilizzate ad altri impianti. Un importante incentivo finanziario per le imprese, incoraggiate a ridurre le proprie emissioni adottando nuove tecnologie, con risvolti positivi non solo per l'immagine dell'azienda, ma anche dal punto di vista economico. Il tetto delle emissioni consentite viene ridotto di anno in anno dagli Stati. In realtà l'attuale sistema prevede ben ventisette tetti diversi, ma a partire del 2013 dovrebbe essere stabilito un limite unico per tutti i Paesi appartenenti all'UE.
Il sistema si applica attualmente a 11.000 centrali elettriche e impianti ad alto consumo, che nel loro complesso sono responsabili di quasi la metà delle emissioni di anidride carbonica nell'Unione.
Nel 2012 l' ETS sarà esteso anche alle emissioni derivanti dal trasporto aereo.
Per il periodo 2007-2013 l'Unione Europea ha aumentato il proprio budget per la ricerca nel campo dell'ambiente e dell'energia fino a 8,4 miliardi di euro. Un altro passo avanti è stato l'incentivo dato allo sviluppo delle tecnologie CCS (cattura e stoccaggio di biossido di carbonio), che consentono di catturare l'anidride carbonica emessa dai processi industriali e di stoccarla sottoterra, dove non può contribuire al riscaldamento globale.
L' Uninone Europea ha inoltre attuato varie strategie per mettere in condizione anche i Paesi in via di sviluppo di sostenere un industria compatibile con la nuova emergenza climatica e si è anche impegnata a stanziare a 2,4 miliardi di euro nell'ambito dell'assistenza finanziaria annua a questi Paesi nel periodo 2010-2012.
Cosa possiamo fare noi per diminuire le emissioni dei gas a effetto serra?
Ci sono i soliti piccoli accorgimenti più o meno conosciuti che vanno dal non lasciare il carica batterie del cellulare attaccato alla presa, al prendere lampadine a basso consumo, dal non lasciare elettrodomestici (come il computer o la tv) inutilmente accesi al non usare l'auto se non è strettamente necessario (le automobili private producono il 12% delle emissioni di anidride carbonica).
Soluzioni indubbiamente efficaci ma meno alla portata di tutti consistono nel passare a un fornitore di elettricità verde (quindi che proviene da fonti di energia rinnovabile), prendere auto a basso consumo, acquistare quando possibile prodotti con il marchio ecologico europeo (che indica che i prodotti soddisfano rigide norme ambientali), scegliere hotel e destinazioni per le vacanze che perseguono obbiettivi ambientali.
Quindi due sono le cose principali che ognuno di noi può fare: consumare responsabilmente (orientando così anche la produzione verso la sostenibilità ambientale come già avviene nei paesi del nord Europa) e fare pressione come cittadini verso chi ci rappresentata, dicendo forte e chiaro che vogliamo un mondo pulito per noi e per le generazioni future.
* fonti: "L'azione dell'UE contro il cambiamento climatico" e "i cambiamenti climatici: che cosa sono?" pubblicati dalla commissione europea.
20 ottobre 2010
IL CLIMA STA CAMBIANDO: IL RISCALDAMENTO GLOBALE
Il clima sta cambiando per il forte aumento delle emissioni dei gas a effetto serra. Questi gas (anidride carbonica, metano e vapore acqueo) sono in realtà essenziali per la vita sul nostro pianeta, infatti lasciano filtrare la luce solare e trattengono parte dei raggi infrarossi che, riflessi dalla superficie, riscaldando il pianeta. Senza l'effetto serra la temperatura al suolo sarebbe di -18 gradi. I gas serra quindi vengono prodotti in natura, ma dall'inizio della rivoluzione industriale anche la società umana li immette nell'atmosfera. Questo avviene soprattutto con l'anidride carbonica, che viene liberata bruciando i combustibili fossili come carbone, petrolio e metano.In 150 anni, in particolare negli ultimi trenta, abbiamo bruciato gran parte di questi combustibili e rilasciato i loro gas nell'atmosfera in un brevissimo lasso di tempo, se paragonato alla vita del nostro pianeta. Ma dov'è il problema? Alzi la mano chi non ha sentito ripetere all'infinito a scuola la storia della fotosintesi clorofilliana: gli alberi assorbono l'anidride carbonica e immettono nell'atmosfera ossigeno. Un po' meno risaputo è che il mare assorbe quantità industriali di questo gas. La terra quindi ha dei meccanismi efficienti per mantenere l'equilibrio dei gas nell'atmosfera... peccato che non bastino più! Complice la deforestazione, meno della metà dell'anidride carbonica attualmente prodotta viene riassorbita!
I rapporti dell’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) dicono che se la temperatura cresce più di due gradi rispetto ai livelli preindustriali il cambiamento climatico sarebbe pericolosissimo e irreversibile. Ci sarebbe uno scenario quasi apocalittico: ondate di caldo, ondate di freddo, siccità, tifoni, uragani, alluvioni e aumento delle malattie (soprattutto quelle trasmesse dagli insetti come la malaria).
A causa dello scioglimento delle calotte polari il livello del mare si sta alzando velocemente. Se ci fosse il famoso aumento di due gradi la pianura padano-veneta verrebbe sommersa; questo poi non sarebbe niente a confronto con la nuova era glaciale, ipotizzata da alcuni scienziati, che a causa dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, renderebbe gelida la corrente del Golfo, tanto importante per il nostro ecosistema.
Se non si prenderanno provvedimenti per ridurre le emissioni, nel prossimo futuro la temperatura, nel migliore dei casi, aumenterà ancora di 1,8 gradi e nel peggiore di 6,4 rispetto all'era preindustriale. Considerando che già è aumentata di 0,76 gradi queste stime non si possono ignorare. Che fare per restare entro la soglia dei due gradi? Anche se smettessimo subito di emettere anidride carbonica il pianeta ci metterebbe 200 anni a smaltirla quindi la temperatura aumenterebbe lo stesso ancora per un bel po'. Dato che tornare indietro non si può, l'aumento attuale dobbiamo tenercelo. Però se vogliamo mantenere l'innalzamento della temperatura al di sotto della fatidica soglia dei due gradi si devono quantomeno stabilizzare le emissioni globale dei gas serra entro il 2020, per poi ridurle del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050.Chi emette tutta questa anidride carbonica? Il primo premio va al settore energetico per la produzione di energia elettrica, a partire dalla combustione di riserve fossili (immette circa il 40% dei gas serra prodotti dall'uomo), ma anche le industrie manifatturiere, il traffico stradale e aereo, e il riscaldamento urbano fanno la loro parte.
Cosa possiamo fare noi per ridurre le emissioni dei gas serra? Cosa sta facendo l'Unione Europea?
15 ottobre 2010
Si ai diritti, no ai ricatti.
“Si ai diritti, no ai ricatti” è anche lo slogan dell’assemblea tenutasi a Milano, Lunedì 11 Ottobre presso l’aula magna dell’Università Bicocca, voluta dall’Attivo delegati FIOM-CGIL Lombardia.
I circa mille posti dell’aula magna si riempiono velocemente, come nelle grandi occasioni, e presto i partecipanti sono costretti a seguire in piedi negli spazi restanti. Un’altra volta mi è capitato di vedere quell’aula così gremita: era il 10 Marzo 2010 e l’occasione era il dibattito dal titolo “Epistemologia laica: le verità della scienza” con Margherita Hack come ospite d’onore. Allora il soggetto erano la scienza e la sua storia, in quell’aula si respirava un’atmosfera unica mentre venivano rievocate le lotte fondamentali dell’uomo per affermare la sua libertà, scevra da ogni tipo di condizionamento e vincolo.
Come allora anche Lunedì l’atmosfera rievocava un passato fiero di lotta, anche in questo caso per l’affermazione della libertà dell’individuo attraverso il riconoscimento dei suoi diritti.
Ideatore di questo evento non è il mondo accademico, ma quello del lavoro, un sindacato in particolare: la FIOM – Federazione Impiegati Operai Metallurgici.
Grazie a questo sindacato e alle lotte che lo vedono protagonista – una per tutte quella di Pomigliano – la funzione del sindacato come strumento sta recuperando la sua dignità. Negli ultimi anni, infatti, il ruolo dei sindacati è cambiato radicalmente. Il loro lavoro non riguarda più la promozione di nuovi diritti o la loro conservazione, ma una costante concertazione su quanto i diritti acquisiti nelle lotte del passato vadano ridotti.
Tra gli ospiti erano presenti Gert Bauer, segretario generale della IGM Reutilmgem – il sindacato tedesco dei metalmeccanici; Massimo Roccella, professore ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università di Torino; Vauro Senesi, giornalista e vignettista del Manifesto, noto ai più soprattutto per le vignette finali del programma di RAI2 “Annozero”; Maurizio Landini, Segretario Generale FIOM-CGIL Nazionale.
L’intervento conclusivo di Landini ha toccato temi fondamentali quali le recenti crisi economiche e l’eccessivo laissez faire delle Amministrazioni Pubbliche e Statali in materia, con particolare riferimento alla condizione italiana. Un discorso degno di nota, soprattutto quando ricorda che la FIOM non è isolata; che le lotte di cui si fa capo non si rivolgono solo agli operai iscritti ma a tutta la società, al fine di garantire tutti i diritti dell’individuo e non solo quelli del lavoro.
È proprio su questo tema, i diritti, che il 16 Ottobre a Roma la FIOM non sarà sola: nella manifestazione, infatti, sarà presente anche il mondo della scuola per il diritto allo studio e contro i tagli dei fondi pubblici.
Il 16 a Roma non verranno solo mosse delle critiche ma verranno proposte delle alternative, cosa che spesso viene dimenticata. Alternative che vedono al centro l’essere umano e i suoi diritti, e proposte che chiedono una maggiore presenza di quello Stato che in tempi recenti si è dimostrato spettatore impotente del decadente spettacolo generato da quell’astratto e non meglio definito soggetto che chiamiamo “mercato”.
La manifestazione vedrà studenti e operai sfilare insieme, dunque - come dovrebbe essere - nella lotta per i diritti dell’individuo, una rivendicazione dell’importanza dell’essere umano sopra ogni altra cosa, sia esso il profitto o l’economia stessa. Fatto, questo, significativo in quanto simbolo di una diversa concezione della società: unita, capace di manifestare concretamente il proprio dissenso e di proporre delle alternative, consapevole che il benessere di ogni singola sua parte è la premessa per il benessere collettivo.
L’augurio conclusivo dell’assemblea di Lunedì è stato quello che la manifestazione del 16 Ottobre possa segnare il punto di svolta per una società migliore.
9 ottobre 2010
8 ottobre 2010: testimonianze dalla manifestazione contro la Riforma Gelmini
Il corteo è partito alle 9.30 da piazza Cairoli e ha interessato diverse vie del centro città fino a dividersi intorno alle 11.00. Un gruppo ha continuato la protesta fino al Provveditorato di via Ripamonti mentre altri manifestanti hanno affollato la Statale in via Festa del Perdono.
Tra le richieste dei manifestanti: un aumento dei fondi destinati all’istruzione e maggiori sicurezze per tutti gli studenti e i ricercatori a rischio precariato.
Moltissimi i cartelloni, le provocazioni e gli striscioni in difesa dei diritti della scuola pubblica e contro il ministro Gelmini. Non mancavano anche fumogeni, caschetti gialli e carta igienica a simboleggiare la precarietà e la scuola a rotoli.



H 9.00 I gruppi di studenti si ritrovano in Piazza Cairoli

Davide Rossi, insegnante e segretario generale del Sisa (Sindacato Indipendente Scuola Ambiente), il primo sindacato che mette insieme studenti e docenti.
Tra gli universitari erano presenti studenti del San Raffaele (“Le idee corrono anche lì ma la situazione è diversa: è un’università privata, i corsi iniziano comunque!”) e membri dei Giovani Democratici dall’università di Pavia (“speriamo che questa manifestazione porti dei risultati a livello regionale. Con questa riforma viene a mancare il diritto allo studio, noi vogliamo proporre una scuola migliore”).

“Il problema è che mancano i fondi. Non abbiamo i soldi per acquistare il materiale didattico, per la sussistenza. In una facoltà come scienze in cui c’è bisogno di molta pratica oltre alla teoria, mancano i fondi per pagare qualcuno che assista gli studenti con i loro esperimenti”.
Genetista dell’Università di Pavia
“I tagli incidono soprattutto sul tur
nover, sulle nuove assunzioni, ma anche sulla qualità delle ricerche e dei laboratori. Questa riforma non solo non ci dà fondi ma ce li ha tagliati del 20% rispetto agli anni scorsi”.
“Un percorso-tipo per lo studente prevede il dottorato di ricerca, 3 anni o anche di più, cui segue un contratto a tempo determinato. Sono circa 12 anni di insicurezze al termine dei quali se ci sono soldi e ci si è comportati bene si può sperare in un posto fisso, se non ci sono soldi anche se bravi e volenterosi l’unica alternativa è cercare lavoro da un’altra parte!
Noi siamo qui con il motto COSTRUIAMO L’UNIVERSITA’ – COSTRUTTORI DI SAPERE: la ricerca serve per costruire il futuro dei giovani e della nazione. Ma se non ci sono mattoni e muratori non si può costruire un futuro”.
Ricercatori dell’Università di Pavia
“Farmacia è una delle facoltà più in mobilità contro i tagli. Il
grosso problema è che in questa riforma ci sono troppi punti che non vanno bene per il sistema universitario. Non è pensabile una riforma a costo zero.
Tutto è da ricondurre alla legge 133 che ha tagliato progressivamente i fondi di finanziamento universitario. Non è così lontano il giorno in cui non avremo più soldi per fare dei laboratori adeguati, con una didattica sempre più scarsa dal punto di vista della qualità.
Non si può pensare non investire: fare una riforma dovrebbe essere come ristrutturare una casa, ci si mette del denaro in previsione dei benefici che se ne trarranno in futuro. Il problema è che questa riforma non vuole mettere soldi e così diventa una distruzione della scuola pubblica.
L’università oggi ha bisogno di una riforma, ma non di questa!”
Ricercatore della Facoltà di Farmacia alla Statale di Milano
Foto: Francesca Di Vaio
8 ottobre 2010
Yellow submarine:l'esondazione del Seveso e i disagi alla Linea 3
Un nuovo volantino spiegherà che nulla è stato risolto titolando “Il Seveso esonda e la Giunta affonda nel fango di Viale Zara”: l’assessore Mascaretti non è stato in grado di rispondere alle spiegazioni richiestegli in tale sede, e in più afferma con candore di avervi partecipato solo “per ascoltare i cittadini”.
Odissea milanese – Il giorno successivo la situazione peggiora. Un nuovo ostacolo si pone tra la zona 9 e il centro città: la metro gialla si blocca al mattino presto fino a Porta Romana, stavolta per un guasto tecnico. La gente, disperata, comincia a prenderla sul ridere e spera in qualche scherzo. Piazze della Repubblica diventa un punto di ritrovo per centinaia di persone che non sanno più cosa fare per potersi muovere e andare a lavorare. I mezzi sostitutivi per arrivare in Duomo non ci sono ancora: gli unici autobus disponibili tornano indietro a Maciachini. Ancora una volta bisogna fare appello all’arte dell’arrangiarsi: con i taxi, con i pochi tram – già stracolmi - o semplicemente passeggiando per i Bastioni di Porta Venezia e il Parco di via Palestro. I tempi di percorrenza si allungano e capita di impiegare più di un’ora e mezza per arrivare in centro. Fortunatamente il danno dura poco: in tarda mattinata la circolazione torna regolare fino a Repubblica: ed è già una conquista.
Daniele Colombi


