
18 febbraio 2011
Centenario di Tolstoj: il silenzio dalla Russia

21 marzo 2010
IN MORTE DI JEAN FERRAT, VOCE DELLA FRANCIA UNIVERSALE

Nato nel 1930 nella regione parigina, figlio di un ebreo immigrato dal Caucaso, Ferrat vive nell’infanzia il dramma della deportazione e della morte del padre nel campo di sterminio di Auschwitz. Lui stesso scampa alla deportazione grazie all’aiuto di una famiglia di militanti comunisti.
Ed è d’altra parte questo primo impegno nel congiungere la canzone con la poesia a dare il senso di tutto il complesso di una poetica impegnata e semplice, colta e popolare, capace di congiungere in un’unica vibrazione emotiva impegno civile, amore e desiderio di cambiare, memoria e ricerca.
Compagno di strada fino all’ultimo del Partito Comunista Francese (nelle settimane precendenti la morte si era speso per la campagna elettorale del Front de Gauche, coalizione guidata dal PCF, nelle elezioni regionali), Ferrat non vi aderirà mai formalmente, mantenendo costantemente un profilo critico, talvolta sferzante, non senza venire influenzato dalle contraddizioni e dalle trasformazioni della linea del partito negli ultimi decenni.All’ impegno sociale e politico, l’opera di Ferrat ha saputo intrecciare tematiche differenti. L’attenzione per il microcosmo di ambizioni e stenti della gente semplice, dagli emigranti di La montagne, che racconta l’esodo dalle campagne alle città dei contadini di Francia (“Lasciano uno a uno il paese / Per andare a guadagnarsi da vivere / Lontano dalla terra in cui sono nati…”), agli amori nei sobborghi industriali di Parigi di Ma môme (La mia bimba): “In una banilieue sovrappopolata / Abitiamo in un ammobiliato … Ma la mia ragazza ha venticinque anni / E sono convinto che la Santa Vergine / Delle chiese / Non abbia più amore negli occhi / E che non sorrida con più grazia…”.
Sull’esempio di Aragon, l’amore entra nella poetica di Ferrat non come un elemento separato dalla passione civile e politica, ma a costituire un insieme che si completa e si giustifica nella compenetrazione tra desiderio dell’assoluto e volontà di cambiamento. Le passioni intime danno dignità all’uomo, la lotta civile gli restituisce la speranza.
Alessio Arena
7 gennaio 2010
SGUARDO A SUD-EST
“If your pictures aren’t good enought, you’re not close enought.”
Robert Capa
La vicinanza dell’obbiettivo fotografico all’oggetto che si vuole ritrarre è uno dei cardini della professione fotogiornalistica. Ed è proprio questo aspetto del mestiere, lo stimolo che ha portato maestri come Frank Capa e Henry Cartier-Bresson a spingersi sempre più vicini al fulcro dell’azione, che oggi sta contribuendo alla crisi di questa professione. Le nuove teconologie, il cityzen journalism ci fanno capire che il primato sulla notizia non è più degli addetti al mestiere. Chiunque può passare dal luogo di un avvenimento e documentarlo con foto o filmati. Il contributo dei cittadini ha rivelato tutta la sua importanza offrendo testimonianze fondamentali in occasioni recenti come lo Tsunami o l’uragano Katrina.Ma è sufficiente essere al posto giusto nel momento giusto? O forse la vicinanza di cui stiamo parlando non è soltanto fisica ma anche di approccio? Può la bellezza estetica di un’ immagine realizzata da un grande maestro, contribuire a portarci più vicino a un volto, un luogo, un avvenimento?
La mostra dedicata a Steve Mc Curry, uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea, ospitata questo inverno a Palazzo della ragione, può aiutare a rispondere a queste domande.
L’allestimento della mostra rompe il tradizionale rapporto frontale con lo spettatore. I duecentoquaranta scatti proposti, che ripercorrono i trent’anni più intensi della carriera del fotografo,sono presentati sotto forma di istallazioni, appese per tutta la sala come a rami invisibili di alberi che si snodano nella generale penombra dell’ambiente. Un percorso, un viaggio simbolico che evoca i viaggi reali compiuti dal fotoreporter nel sud e nell’est del mondo, dall’Afganistan all’India al Tibet.
“Volevo aggiungere quella terza dimensione, quella che non è possibile avere quando si sfoglia un libro” spiega la curatrice della mostra, Tanja Solci.
Il percorso espositivo è articolato in cinque sezioni, che non si rifanno ad aree geografiche, ma a percorsi tematici. La prima è intitolata L’ Altro ed è una sorta di galleria di ritratti, forse il genere fotografico più caratteristico di Mc Curry, in cui si affollano i volti più disparati: molti bambini ma anche molti anziani, quasi tutti colti in un momento di staticità in cui il loro “sguardo in camera” è più eloquente di qualsiasi immagine fermata nel bel mezzo dell’azione. «Nei ritratti ricerco il momento di vulnerabilità in cui l'anima, pura, si svela e le esperienze di vita appaiono incise nel volto», dice il fotografo.«Per me i ritratti trasmettono il desiderio di rapporti umani, un desiderio talmente forte che le persone, consapevoli del fatto che non mi vedranno più, si aprono all'obiettivo nella speranza che qualcuno, dall'altra parte, li veda; qualcuno che riderà o soffrirà con loro». Il passaggio alla sezione successiva è brusco. Il tema non poteva mancare, è il soggetto per eccellenza del lavoro dei fotoreporter, La Guerra. Dalla distruzione delle Twin Towers, documentata da Mc Curry che vi assiste in prima persona, a spettacolari campi lunghi su un Kuwait - terra del fuoco. Il tema della guerra è però reso anche attraverso immagini poetiche e allusive, come quella di un bambino su un letto di ospedale, il cui impatto emotivo è amplificato dai ricami di luce sulle pareti.
Dopo la guerra viene La Gioia. Le immagini successive mostrano il riemergere di una quotidianità festosa, dominata dai colori più accesi. Non sono immagini edificanti che inneggiano alla pace, è pura quotidianità, un quieto vivere che la guerra non ha intaccato. “Quando la sorpresa di essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”, per citare lo stesso Mc Curry.
Il percorso quindi si apre e si chiude sui volti.
La mostra però prevede una sezione speciale, dedicata non più alla foto singola ma al fotoracconto, immagini più piccole che compongono narrazioni sui temi Aids, Monsoon e Portraits.
“Con questa prima grande personale di Steve McCurry abbiamo voluto offrire uno schermo per una storia, una scena per un racconto per accogliere gli sguardi e i volti di una trentennale carriera d’artista votata alla bellezza e all’impegno” spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory.
L’impegno dunque di “andare vicino” alle cose per offrire una testimonianza senza retorica, ma ricca di bellezza.
STEVE McCURRY
SUD-EST
Milano, Palazzo della Ragione
(piazza Mercanti 1)
11 novembre 2009 - 31 gennaio 2010
Ideata e curata da Tanja Solci
Orari
Da martedì a domenica h 9.30 - 19.30
Giovedì h 9.30 - 22.30
Lunedì h 14.30 - 19.30
La biglietteria chiude un’ora prima
7 maggio 2009
CENTO ANNI DI FUTURISMO VOLANO SCIVOLANTI TRA L'ITALIA E L'EUROPA
Milano apre i festeggiamenti per il centesimo compleanno del futurismo, il movimento che il venti febbraio 1909, con la pubblicazione del proprio manifesto sulla prima pagina del quotidiano francese Le Figaro, irruppe nella cultura europea, cavalcando progresso tecnologico e cultura di massa.Balla, Boccioni, Marinetti, Severini, Carrà riconquistano, con un secolo di distanza, la città che non solo fu protagonista di numerosi capolavori dell’avanguardia, ma anche vero e proprio palcoscenico dell’ascesa futurista nel panorama culturale italiano.
Figli dello stivale liberale prebellico, di quell’Italia arrabattata tra questione sociale e ascesa internazionale, unita concretamente solo dalla prima edizione della "Corsa Rosa", i futuristi sono lo specchio dell’élite borghese dei primi del novecento che tra Parigi, Milano e Roma organizzò veri circoli intellettuali, capaci di esplorare tutte le forme d’arte possibili e di volare con la veloce innovazione fino a sviluppare una mai più alta esaltazione del dinamismo.
Col ritorno del futurismo sul palcoscenico milanese dobbiamo prepararci a diventare attori protagonisti di una quinta dimensione, dove il susseguirsi del prima e del poi perde significato, dove futurfiori, tinte forti, emozioni roboanti ci coinvolgeranno in un immaginario relativistico di irresistibile fascino. Un’ebbrezza che non è solo colori, ma anche profumi e note, suoni che evaporano dal foglio di carta tramite le poesie onomatopeiche di Marinetti e sapori che esplodono dalle celeberrime ricette futuriste.
Siamo di fronte ad un fenomeno che fu capace di caratterizzare oltre vent’anni del nostro paese, e che dopo anni di esilio dai salotti artistici internazionali sta tornando prepotentemente in auge. A testimonianza di ciò le prossime mostre in due dei più grandi cuori artistici europei: la Tate Modern di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.
Già da qualche anno Milano è stata la guida di questa riscoperta, con le retrospettive su Balla e su Boccioni, era quindi inevitabile che fosse proprio qui l’apice della festa futurista.
L’iniziativa organizzata dal assessorato alla Cultura si chiama "FuturisMI" e coinvolgerà la città durante tutto il corso del 2009 con mostre e oltre cento iniziative che si estenderanno su tutto il territorio del capoluogo lombardo. Tra gli appuntamenti più interessanti il grande happening musicale costruito sull’interazione di ventuno pianoforti guidati da Daniele Lombardi, che il sette giugno conquisterà piazza Duomo. Continuano poi gli allestimenti a Palazzo Reale che, dopo la retrospettiva dedicata lo scorso anno a Giacomo Balla, prosegue percorrendo la st
rada futurista con due mostre nel corso dei prossimi dodici mesi. La prima "Velocità+arte+azione" si è aperta il 6 febbraio e proseguirà fino a giugno, mentre la seconda, "Futurismo100-Simultaneità", prenderà le mosse a ottobre. Da questa primavera poi, la fondazione Stelline dedicherà i suoi spazi a Marinetti, forse la figura più carismatica dell’intero movimento. Il centenario futurista non invade solo le strade milanesi, ma conquista tutti i maggiori centri artistici italiani, con retrospettive a Roma, al MART di Rovereto e a Venezia, dove verrà riaperta la dimora storica del geniale Depero.Per rispondere all’insanabile diatriba tra idea e realtà non ci resta che immergerci nel nuovo(vecchio) universo futurista tra fervori primordiali e "voli scivolanti degli aeroplani".
15 aprile 2007
LA “BUFFA ITALIA” DI BRUNO BOZZETTO
“Mi affascina di più chi affronta con ottimismo i mille problemi quotidiani della vita di chi attraversa il deserto in monopattino…” (Bruno Bozzetto)
L’espressione “Cinema d’animazione” evoca d’abitudine, soprattutto nei non appassionati al settore, le immagini edificanti di una Biancaneve dolce e leziosa o di buffe e bonarie fate madrine, fino ad arrivare ai più recenti e moderni capolavori della Pixar, grande araldo della computer animation, nei cui lavori la dose di ironia si fa sempre più pronunciata, mantenendo però indiscusso il suo status di “confezionatrice” di prodotti di ampio consumo e di sicuro successo al botteghino.
L’animazione d’autore invece è un universo sotterraneo vasto e variegatissimo, messo perennemente in ombra, oltre che dalle più ricche e pubblicizzate produzioni hollywoodiane, dalle serie televisive, come le celeberrime quanto spesso mal interpretate serie giapponesi. Con poche eccezioni, il resto è confinato nei festival.
Un esempio di cineasta che, pur realizzando opere indubbiamente d’autore è riuscito ad evadere dalla cerchia ristretta dell’animazione indipendente e ad inserirsi, almeno in parte, nei circuiti ufficiali è Bruno Bozzetto. Piuttosto noto anche al vasto pubblico, nell’ambito dell’animazione Bozzetto si è cimentato un po’ con tutte le tipologie possibili, dividendosi tra il cinema, con apprezzati lungometraggi come “West and soda” o “Allegro non troppo” e la tv, con serie televisive (“spaghetti family”) ed il lavoro nell’ambito della pubblicità e nelle campagne di sensibilizzazione, un esempio per tutti, “La libertà”, commissionato dal comune di Bergamo in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla liberazione.
Secondo la mia opinione però, il genere in cui emergono in modo più dirompente i punti di forza di questo straordinario autore sono i cortometraggi, perché in essi è possibile godere della sua mirabile capacità di sintesi, in grado di concorrere in modo determinante alla resa comica e, allo stesso tempo, all’efficacia del messaggio di cui l’elemento comico è sempre portatore.
Protagonista di alcuni cortometraggi, oltre che di tre lungometraggi, è la sua creatura più celebre: un tipico italiano medio, di mezza età dall’eloquente cognome Rossi.
Ennesima rappresentazione di una piccola borghesia velleitaria e frustrata, tipologia già ampiamente illustrata, riconducibile in parte alla commedia all’italiana degli anni ’60, con i cui esempi più fulgidi il signor Rossi condivide una sorta di dignità di fondo, riscontrabile sotto il ritratto poco lusinghiero del peninsulare medio, come se oltre la satira fosse possibile leggere anche un velo di comprensione: la consapevolezza che si tratta comunque e pur sempre del prodotto della nostra società italiana, delle sue virtù e dei suoi tanti difetti.
Lo spirito di questi lavori, in bilico tra comicità pura, un fondo di malinconia e una dose di critica sociale, si ripresenta simile, anche se espresso in forma completamente diversa, nei vari cortometraggi. Come delle brevi allegorie, queste opere affrontano temi “seri” come la routine quotidiana e la nevrosi che genera, attraverso la stilizzazione grafica e l’iterazione dei gesti quotidiani, oltre che annose questioni come il tema della creazione (“Life” e “Adam”) o la storia del mondo, opportunamente ridotta all’osso e “ridicolizzata” al fine di far risaltare l’assurdità di tanti comportamenti umani.
Tra i tanti esempi significativi potremmo citare due opere a mio parere emblematiche ed in molti sensi assimilabili: “Vita in scatola” del 1967, geniale ricostruzione in sei minuti di durata, della vita di un uomo medio, dalla nascita al momento della morte e “Cavallette” (nomination all’Oscar nel 1990), una sorta di trasposizione del precedente su vastissima scala, ovvero la storia dell’uomo dalla preistoria al giorno d’oggi. I due cortometraggi, giocati sulla forte stilizzazione del segno, hanno in comune l’uso di un sonoro tanto eloquente quanto esula dal dialogo tradizionale. Le parole intelleggibili sono pochissime, funzionali a una maggior comprensione e alla resa dell’effetto comico mentre un ruolo preponderante è riservato ai rumori e alle musiche, che in “Cavallette” svolgono la funzione di sottolineare i “momenti topici” della storia dell’uomo. Ad esempio l’attacco della Marsigliese sancisce la decapitazione di Luigi XVI, mentre una solenne O fortuna accompagna le mire espansionistiche dell’Impero Romano. Momenti fondamentali per la comprensione del messaggio in entrambi i film sono gli intermezzi. In Cavallette una musica soave accompagna uno scorcio di prato verde popolato da insetti, simbolo evidente di una natura immutata e impassibile, in antitesi ad un’umanità sempre più caotica e votata all’autodistruzione.
Nel più “intimista” Vita in scatola, la grigia esistenza del protagonista, resa dal suo perpetuo andirivieni dalla sua abitazione ad un secondo edificio (di volta in volta la scuola, l’università, la fabbrica…) è interrotta da una musica edificante, accompagnata da un’esplosione di colori: è la fuga dalla realtà innescata nell’infanzia dal volo di una farfalla, dal momento dell’innamoramento, dalla nascita del figlio.
Questi sono solo brevi accenni, perché il lavoro di Bozzetto è vastissimo e merita di essere goduto in pieno: per gustarsi la sua dirompente comicità e per riflettere su tanti luoghi comuni o temi che diamo semplicemente per scontati. Particolarmente riuscita è la sua raffigurazione dello stile di vita peninsulare, ritratto con occhio disincantato ma bonario, dissacrante ma esente da giudizi, come chi si è totalmente immerso in una realtà, prima di raccontarla.
Laura Carli
13 dicembre 2006
I 100 ANNI DI BECKETT
Era il 1906 quando, in un sobborgo di Dublino, nasceva Samuel Beckett. Da quella grigia e strana città cominciava la sua vita da studente di letteratura, ma presto un’inquietudine interiore l’avrebbe portato in giro per l’Europa, fino a Parigi, la città della stabilità, coronata da un felice matrimonio e dal vero inizio della sua carriera. È con “Aspettando Godot” che il mondo artistico e letterario, e soprattutto il pubblico, lo scoprono. Con la rappresentazione dell’opera, avvenuta per la prima volta nel 1953, al Theatre de Babylone di Parigi, si accende l’interesse per questo prolifico autore, si scopre finalmente il suo mondo, dopo innumerevoli rifiuti. È così che comincia, attraverso i rifiuti, “ è nell’insuccesso che io mi sento molto più a mio agio avendo respirato profondamente la sua aria vivificante durante tutta la mia attesa, sino agli ultimi anni. “, dirà Beckett, nella profonda consapevolezza della propria intimità, custodita gelosamente attraverso la riservatezza, e i silenzi, che insieme alle attese dominano e abbracciano le sue opere, circondandole di fascino e mistero. E i misteri dei personaggi, le origini sconosciute, le storie che sembrano sfuggire alla razionalità, portano presto i critici ad inquadrare il suo lavoro nel “Teatro dell’Assurdo”, a scarnificare i suoi romanzi, alla disperata ricerca di un qualunque messaggio. Ma Beckett, un burbero e scontroso irlandese, rifiuterà per sempre le categorie dei critici, l’arrovellarsi, l’intellettualismo disperato, soffermandosi solo sulla descrizione cruda, pura ed essenziale delle vicende umane dei suoi protagonisti. È dura accettare che dietro alle mille domande che nascono di fronte alle spiazzanti assenze, personificate da Godot, non si nascondono risposte. Le vite strane, alienate, invase con prepotenza dalla solitudine sono poste al centro delle sue produzioni, attraverso i personaggi, da Malone a Bocca, la protagonista di “Non Io”, uomini e donne, derelitti. Ad incorniciare queste esistenze, tali solo grazie alla parola che l’autore dona alle proprie creature, ecco i luoghi, poveri, quasi vuoti: Il salice di “Aspettando Godot”, nel nulla in cui si muovono Estragone e Vladimiro, le stanze spoglie dei romanzi, la distesa d’erba in cui è interrata Winnie di “Giorni Felici”. In ogni particolare sembra riecheggiare questa solitudine, a tratti spaventosa, ma viva, attiva, che ha ancora molto da dire, come sostiene il protagonista de “L’innominabile”, l’ultima opera della trilogia, portato sulle scene da Gassman nel 1967, che, nel finale, così chiosa: “…bisogna continuare, non posso continuare, e io continuo”. Sembrano reagire tutti allo stesso modo, questi individui reietti, finiti, eppure ancorati con le unghie all’esistenza, disposti a dire tutto, fino alla fine, ad essere, perché no, felici, a rendere omaggio alla Vita. Beckett non ha mai promesso risposte, e non ha mai dato spiegazioni. Le sue opere sono storie intense, commoventi, divertenti. Fanno pensare. Non regalano certezze. Ed è per questo che tutti gli autori successivi non hanno potuto fare altro che confrontarsi con il genio che ha lasciato nel teatro. Nell’anno del centenario, numerose sono le iniziative per ricordarlo: a Londra e a Dublino, con due festival a lui dedicati, ad Oxford con una serie di letture e riflessioni, mentre a Parigi, fino a giugno 2007, con continue rappresentazioni nei teatri.Chiara Caprio
5 ottobre 2006
DINO BUZZATI: IN OCCASIONE DEL CENTENARIO
Li vedo: durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi, ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio. Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio. Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria, e in genere male anche questa, perché' restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità' si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché' del restante genere umano non si sa mai niente.L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente.
Il 16 ottobre 1906, a San Pellegrino, nasceva Dino Buzzati. A cent'anni dalla nascita, e a poco più di trenta dalla morte, molti sentono il bisogno di ricordarlo, ricostruendo attraverso la fatica dei nomi e delle etichette i ritratti innumerevoli di una personalità poliedrica, le figure fluide dell'espressione creativa. Giornalista, scrittore, pittore, illustratore dilettante, poeta, artista della penna, della parola e della linea, ma soprattutto alchimista della fantasia, quella onirica e colorata del 'Colombre' e dei racconti, come quella lucida e spietata de 'Il deserto dei Tartari'. Tra le molte parole spese per ricordarlo, tra conferenze e concerti d'alta quota, letture poetiche e colte chiacchierate, questo 'personaggio fondamentale della grande cultura italiana' - così lo si ricorda tra le pagine del 'Corriere della Sera', che nel 1928 lo accolse, ancora studente in Legge, per non lasciarlo più – ama sfuggire alla facoltà fotografica del ricordo e della commemorazione, con l'attualità sorridente delle sue pagine, che toccano i punti sensibili, quelli dolenti, del contemporaneo, attraverso figure delicate che sono gli archetipi senza tempo di ogni immaginazione; l'immagine è quella di un filo di poesia teso ad arte tra due mondi, laddove la penna non perde mai il contatto con la sorgente del reale, e con le ragioni della sua logica, mentre in controluce coltiva le trame del fantastico, del fanciullesco, del sogno, in una dimensione dipinta di antitesi e ombreggiature, tra mostri colorati ed infinite angosce, luoghi incantati e uomini impotenti abbandonati ad attese senza fine. La facoltà lucidissima di osservazione del reale e dei suoi meccanismi psicologici sottili, maturata all'interno dell'imperitura tradizione del romanzo borghese del secondo dopoguerra, quello delle Ginzburg e dei Tomasi di Lampedusa, si diffonde in Buzzati in una narrazione distesa, ironica e pacatamente surreale, e trova la sua più alta espressione nella forma prediletta del racconto, laddove la vicenda del quotidiano arriva a svelare in pochi tratti pittorici i propri risvolti di follia, per farsi parabola senza tempo di una società borghese accartocciata e decadente, eppure sempre viva e attuale, oppure teatro di fiaba, colorato, onirico, saggio; allo stesso modo, quasi le pagine si facessero specchio di un'intera vita, Buzzati è figura molteplice, uomo d'azione e giornalista, oltre che letterato e poeta, corrispondente di guerra, imbarcato sull'incrociatore Fiume nel 1940, cronista politico, negli articoli sulle 'ore memorabili' della Liberazione, il 25 aprile 1945, e di attualità, negli articoli del 1969 a commento del primo viaggio dell'uomo sulla Luna, fonte di ispirazione sempre viva per il cinema ed il teatro.
“Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione"; con queste parole prende inizio 'Il deserto dei Tartari', quello che Buzzati considerò il capolavoro di una vita e per cui prese spunto“…dalla monotona routine redazionale notturna, che facevo in quei tempi. Molto spesso avevo l’impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E’ un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all’estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell’attesa” (Il Giorno, 26 Maggio 1959).Lo stesso pessimismo lieve, la stessa angoscia sorridente, ritroviamo nei Diari e nelle Poesie illustrate, nei racconti per bambini e adolescenti, nel sergente Drogo e nella sua attesa senza nome, come nell'incontro di Stefano Roi con il suo personalissimo mostro, il Colombre, laddove l'attesa di una vita si fa errore e inevitabilità, la prima destinazione si rivela essere l'unica, e l'esistenza della scelta è domanda, la soglia tra fatalità e responsabilità dramma di ogni uomo; lungo le pagine dei racconti, delle poesie, dei diari illustrati, l'ironia e la voce magico-fantastica colorano i temi della solitudine, dell'abbandono, rendendoli fiaba, canzone, filastrocca, filosofia poetica, ricollegandosi così alla tradizione senza tempo delle grandi favole che, in ogni età della vita, servono a formulare, e a dare risposta, ad una diversa domanda. In modo analogo, nella sua attività di illustratore e pittore, un universo di immagini di fanciullo si fa scena surreale ed iperreale, e l'illustrazione fantastica sfiora atmosfere di enigma che ricordano De Chirico e le sue piazze, piazze mute e ossessionanti, qui invase di colori e di primavera.
In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. è impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c'è nell'atmosfera. Molti uomini, la maggioranza anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l'avvertono subito. Non c'è niente da insegnare in proposito. è questione di sensibilità; alcuni la posseggono di natura; altri non l'avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le foreste tenebrose, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede. (Da 'Il segreto del bosco vecchio', 1935)
Viviana Birolli