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18 febbraio 2011

Centenario di Tolstoj: il silenzio dalla Russia


Sempre largiva nel celebrare anniversari, la Russia (in realtà solo quella "ufficiale") snobba il centenario della morte di Tolstoj. Questo mentre tutto l'Occidente (soprattutto la Germania e gli Stati Uniti) brulica di festival, forum, novità editoriali, film, eventi di ogni sorta. E pensare che per il 150° dalla morte di Cechov, Medvedev si è persino precipitato a deporre dei fiori fino a Jalta (probabilmente ci teneva a rivendicare la “russicità” di un territorio ormai non più russo) e cento anni dopo la sua morte, nel 1837, il poeta Alexander Puskin è stato celebrato in tutto il paese ed è stato anche dato il suo nome a una città.
Però per Tolstoj no: non è stato ritenuto opportuno mobilitarsi, nonostante i cento anni dalla sua morte siano caduti ormai il 20 novembre scorso (anche se alcuni hanno festeggiato il 7).
Raggiunta l'immortalità letteraria con "Guerra e Pace" e "Anna Karenina", Tolstoj più in là nella vita si cimentò nei trattati spirituali che avrebbero poi portato alla sua scomunica da parte della Chiesa ortodossa russa, e infine all'età di 82 anni abbandonò la sua famiglia e la sua tenuta di Jasnaja Poljana, fuori Mosca, per morire giorni dopo in una vicina stazione ferroviaria, non essendosi mai ripreso dalla polmonite che lo aveva a lungo tormentato.
È la drammatica fine di un romanziere che, con realismo poetico, ha esplorato l’essere umano in tutte le sue manifestazioni e costruzioni, e nei suoi affetti e passioni più intimi. O almeno, è così che viene ricordato in Occidente. In Russia, la scrittura di Tolstoj è sempre e ovunque connessa con il ruolo di filosofo, di predicatore di principi morali, di rinnovatore dell'umanità.
Ma allora, perché boicottare il centenario?
“Il nostro avo aveva altri valori rispetto a quelli dell’attuale governo”, tenta di spiegare, buttandola in politica, Catherine Tolstoy, del ramo britannico della famiglia.
Il grande scrittore propugnava principi come la non violenza, la vita semplice e l’amore fraterno, ed inculcava dubbi sul valore del patriottismo.
"Lev Nikolaevic ha posto domande molto scomode - ha detto Fyokla Tolstaya, una pronipote dello scrittore, usando il suo nome e patronimico russo - i problemi su cui egli ha scritto - il militarismo e pacifismo, la giustizia, la religione, il Caucaso - nessuno di loro è stato risolto. È un autore molto difficile per la classe dirigente di oggi".
Relativamente alla scomunica, la posizione ufficiale del Patriarcato di Mosca oggi non è cambiata. “Tolstoj è un non cristiano – ha ribadito un portavoce del comitato per la cultura della Chiesa ortodossa russa - è uno scomunicato, quindi non desta per noi interesse”. La famiglia ha chiesto più volte che la questione venisse riesaminata, ma il rifiuto dei religiosi si è dimostrato categorico: “non vi è stato pentimento”.
"La Chiesa fa grande pressione culturale" - ha dichiarato Boris Felikov, professore associato di religione presso l'Università di Stato russo per le discipline umanistiche - ma non fino a questo punto", al punto, cioè, da far ignorare un autore così importante. Ma alcuni membri della famiglia Tolstoj sono in netto disaccordo: "il governo è molto amichevole con la Chiesa, come lo era in epoca pre-rivoluzionaria, e fa enorme pressione sulla gestione dello Stato" ha detto Tolstaya.
In epoca sovietica, invece, i punti di vista dello scrittore contro la religione organizzata e per il riscatto sociale dei contadini venivano esaltati dal potere comunista al punto che Lenin pubblicò un articolo intitolato Tolstoj come specchio della Rivoluzione.
"Ora c'è un approccio diverso - ha detto sempre Tolstaya - non è comodo e non è necessario".
Tutto questo mentre il mondo culturale occidentale ferve: nuove traduzioni dei suoi romanzi, un film sui suoi ultimi giorni di vita (The Last Station) con grande successo di critica, la pubblicazione delle sue lettere.
E anche la Russia "non ufficiale" si è data da fare. Studiosi e critici letterari provenienti da dodici Paesi hanno preso parte al forum internazionale dal titolo Tolstoj, gli aspetti filosofici e quelli religiosi-morali del patrimonio del grande scrittore e pensatore, nel villaggio Tolstoj (Astapovo), nella regione di Lipetsk, dove lo scrittore morì. Nella stessa cittadina è prevista anche l'inaugurazione di una mostra nella quale saranno esposte foto e documenti che raccontano gli ultimi giorni della vita dello scrittore russo; e all'università di Tula letture delle sue opere. Celebrazioni anche a Jasnaja Poliana ('Radura serena’), nella regione di Tula, dove lo scrittore è sepolto e dove sarà deposta una corona di fiori sulla sua tomba.
Insomma, solo il governo e le autorità ufficiali hanno optato per l'oblio.

Danilo Aprigliano

4 gennaio 2011

Tre libri per il 2011

Cesare Segre, Dieci prove di fantasia, Einaudi, 2010
“Sta a voi scegliere tra questi frammenti di storia privi di connessione, e un vicenda (diciamo pure leggenda) che ha la sua logica e la sua bellezza.” L’opera letteraria è questo: una scelta. Si sceglie di approcciarsi a un testo, o un insieme di testi, in un certo modo, e di farli entrare nel patrimonio comune: questo corpus è però sempre arricchibile di nuove opere o anche di variazioni della stessa fabula, o nucleo narrativo. E questo in fondo il lavoro che si propone Segre, dopo una vita dedicata alla filologia e alla critica letteraria: mettere in parole quel procedimento di ri-uso fino ad ora solo analizzato, cimentarsi nel campo della narrazione rimanendo legato ai testi oggetto dei suoi studi. Ecco allora una diversa e sorprendente versione della storia di Rolando, qui cavaliere violento e gradasso, o la risposta di Charles Bovary allo scrittore che lo ha reso simbolo dell’inettitudine dello sciocco medico di campagna, o ancora le confessioni degli stratagemmi messi in atto da Isotta per celare al marito Marco la sua relazione con un Tristano imprudente e beffardo.

Forse l’aspetto più interessante di queste prove, non poi così fantasiose in verità, è quello metaletterario: il riuso dei testi non è semplice come crediamo, e anche se con l’avvento della stampa ci siamo abituati a considerare l’opera un fatto concluso, non sussistendo le tante versioni passate di bocca in bocca tramite i vari giullari, cantori, poeti di corte, in realtà il testo è polivalente e in continua metamorfosi e rigenerazione: diventato paradigma, le possibilità di lettura e di riscrittura sono sempre aperte. Pensiamo alla vicenda di Rolando-Orlando, tante volte interpretata già nell’antichità, a partire dalle origini orali fino alla grande poesia epica di Boiardo e Ariosto.

Tra eventi solo possibili, come l’ultima notte di Pavese, o diverse rappresentazioni di personaggi ormai divenuti quasi di carne e sangue nell’ immaginario collettivo, o improbabili interviste con Giulio Cesare che confronta i meccanismi di potere dei suoi tempi con quelli di oggi, l’autore a volte si lascia prendere dal tono erudito dello studioso, eccedendo forse in nozioni e dettagli un po’ scolastici, ma si risolleva con l’ironia della voce fuori campo o del punto di vista.

L’intervista immaginaria a Marie le Jars de Gournay, figlia adottiva di Montaigne, è una sorta di mise en abyme: come l’autore ha inserito del suo in storie da lui amate, così la donna è sospetta di aver variato gli Essais del padre nel curarne l’edizione. Quasi che, quando si ama troppo un testo, non si possa fare a meno di cambiarlo per rileggerlo sempre nuovo.

Cesare Segre, Dieci prove di fantasia, Einaudi 2010, p. 104, euro 12,00.

Irene Nava

Pino Cacucci, In ogni caso nessun rimorso, Feltrinelli Un foro di proiettile all’altezza del polmone sinistro, il volto completamente tumefatto. Ha le spalle piccole Bonnot, e guardando la fotografia del suo cadavere, a torso nudo, disteso su una tavola di legno, sembra quasi un ragazzo. Il giorno della sua morte era presente un intero esercito. Reparti della gendarmeria, carabinieri, vigili del fuoco, cittadini armatisi volontariamente per l’occasione, curiosi, cronisti locali e nazionali. C’era perfino una macchina da presa, agli esordi nel mondo della cronaca nera. Il giorno della sua morte, Jules Bonnot era l’uomo più famoso di Francia. Un anarchico, un assassino, un criminale, uno di quelli che dalla storia sono stati traditi, e che hanno cercato per tutta la vita la propria vendetta.

Con In ogni caso nessun rimorso, Pino Cacucci ci racconta la storia di Bonnot, di come, da figlio di un povero operaio orfano di madre, agli inizi del XX secolo sia diventato a sua volta operaio, poi soldato, padre e amante tradito, criminale, abilissimo meccanico, autista di Sir Arthur Conan Doyle, di nuovo amante, e infine capo della famigerata Banda Bonnot, la prima a usare l’automobile nelle rapine a mano armata. Quella che ci fa conoscere Cacucci è l’altra faccia della Belle Epoque, quella fatta di miseria, violenza, oppressione. È la storia con la esse minuscola, quella dei vinti, che si cerca di nascondere e dimenticare in fretta. Dietro gli sfoggi di modernismo e lusso dei salotti altoborghesi e aristocratici e delle corti europee, si celano la violenza e la corruzione dello Stato, lo squallore delle periferie cittadine, la mancanza delle libertà oggi più ovvie. Qualche riflesso del panorama dipinto da Cacucci giunge però fino ai nostri giorni: il lavoro che uccide, la repressione di piazza, le libertà personali in crisi, l’incapacità delle Istituzioni di volgere lo sguardo in direzione del progresso. E la distanza tra il nostro tempo e quello del racconto si fa ancora più sottile, quasi scompare grazie alla narrazione viscerale dell’autore. Gli odori e i rumori si fanno palpabili, la vividezza della rappresentazione è piena. Il lettore segue dall’interno i pensieri e lo stato d’animo dei protagonisti, ne è partecipe. Ma quando vorrebbe condizionarne il comportamento, i personaggi gli sfuggono di mano e seguono la propria strada. In ogni caso nessun rimorso è una storia, sono molte piccole storie, che si vorrebbero poter cambiare, ma che sono già state crudelmente scritte e archiviate dal tempo. Fellini diceva che Cacucci “è un artigiano, un costruttore di trame, di atmosfere e di personaggi”. E questo libro ne è uno splendido esempio.

Pino Cacucci, In ogni caso nessun rimorso, Feltrinelli, Milano 2001 (prima edizione: Longanesi, Milano 1994), p. 308, euro 8, 50.

Giuditta Grechi

Carlo D’Amicis, La Battuta Perfetta, Minimum Fax, 2010

Protagonista di questo romanzo è la famiglia Spinato.

Il padre, Filippo, uomo semplice ed onesto, maestro elementare, osserva la televisione, questa nuova invenzione, e intuisce fin da subito che porterà il popolo all’ignoranza più completa.

Il figlio, Canio, l’esatto opposto, elettore di Forza Italia, il cui unico scopo è piacere a tutti, rinominato Silvio II in onore del Silvio che adora tanto, si ribella all’ideologia del padre per scappare a Milano, diventando venditore di pubblicità e addirittura consigliere dello stesso Berlusconi.

Attraverso questo conflitto generazionale si rivela la tragedia della rivoluzione Italiana che, dopo essersi nascosta per anni dietro il perbenismo borghese, è passata all’apoteosi della superficialità.

D’Amicis denuncia così un popolo che si identifica nel mondo superficiale e fittizio dello spettacolo, comandato da pubblicitari, e La battuta perfetta parla proprio di questo, del nostro Paese, e del declino che si è meritato.

Carlo D’Amicis, La Battuta Perfetta, Minimum Fax, 2010, p.363, euro 15,00.

Francesca Di Vaio

10 dicembre 2010

La stretta di mano tra mafia e 'ndrangheta: il delitto Scopelliti raccontato da Aldo Pecora

Primo sangue è un confronto a due voci. Da una parte la ricostruzione di una vicenda giudiziaria mai completamente risolta, dall'altra un'intima storia familiare. La prima voce è costituita dall'autore del libro, Aldo Pecora, giovane fondatore del movimento antimafie “Ammazzateci tutti”, che ripercorre con scrupolosità documentaria la vicenda del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 in un agguato a Campo Calabro.
Il controcanto è offerto dalla stessa figlia del giudice, Rosanna, che offre la sua testimonianza diretta attraverso i brevi corsivi che aprono ogni capitolo del libro: uno spaccato intimo e familiare che si aggiunge alla ricostruzione istituzionale e sistematica delle vicende. Brani brevi dalla forte connotazione emotiva, che non interrompono la narrazione, ma offrono un punto di vista altro, “privato”.
I capitoli, brevi e scorrevoli, mettono a fuoco aspetti diversi della vicenda. Si alternano sezioni in cui prevale il tono narrativo, l'atmosfera, come “Cronaca di una morte annunciata”, ed altre più informative, ma sempre divulgative e di facile lettura, come quelle in cui viene descritto il processo, contenenti anche documenti informativi come stralci di articoli o estratti di verbali.
L'eterogeneità della struttura del libro rende difficile la sua classificazione come genere letterario. Si inserisce in quel filone di romanzo d'inchiesta con una forte connotazione letteraria, un reportage narrativo sempre in bilico tra informazione e narrazione, un genere ibrido che garantisce una scorrevolezza da romanzo, benché la materia trattata sia tutto tranne che fiction.
Resteranno delusi i paladini del giornalismo anglosassone alla vecchia maniera: freddo, essenziale, privo di giudizi. Si tratta di una ricostruzione partigiana nel senso buono del termine. L'autore prende posizione, vive la vicenda, tradisce una sincera e indiscutibile ammirazione per la figura del giudice Scopelliti, che a tratti chiama familiarmente “Nino”.
Il punto di vista “coinvolto” permette una resa efficace degli spaccati di vita calabrese attraverso le numerose descrizioni paesistiche, volutamente accentuate per rendere la temperatura e l'umore del luogo. Altrettanto eloquenti alcuni brani dal tono quasi grottesco: l'incredibile impatto mediatico di un Totò Riina che si autoproclama un perseguitato o il dialogo-intervista con il sindaco di Campo Calabro Domenico Idone, che glissa sulle domande a proposito del giudice e vuole a tutti i costi parlare del ponte sullo stretto.
E' uno sguardo severo quello che Aldo Pecora ha nei confronti della sua Calabria, terra in cui “è difficile distinguere un dovere e un diritto da un favore” e in cui “la società civile non sa neanche di esistere”. Infatti il sindaco Idone liquida così le sue domande più scomode, dicendo che fa “cattiva pubblicità alla Calabria”, secondo la logica per cui il colpevole non è chi commette il fatto, ma chi ne parla.
Tra interviste, ricostruzioni e squarci narrativi la struttura di Primo sangue è quella di un mosaico costituito da frammenti di vita privata ed istituzionale.
E' la storia di un lutto non ancora elaborato, più che dalla famiglia stessa, dalla terra calabrese, che tende a liquidare la vicenda con la stessa formula, ripetuta in maniera quasi rituale dalle voci di Campo Calabro: “Era una brava persona...faceva del bene a tutti”. Una frase che, nella sua asettica semplicità, riduce il martire a icona, lo santifica e lo rende innocuo allo stesso tempo, lo “seppellisce come un vescovo”, come si dice da quelle parti. Si fanno i funerali con tutti gli onori e a messa finita si va in pace.
Magari si può fare una bella scultura bronzea, come quella ordinata dal sindaco Idone “allo stesso che ha fatto i bronzi di Falcone e Borsellino”.
“Ci si limita al ricordo, alla favola melensa del giudice eroe, morto perché era troppo giusto e onesto. Nessuno osa spingersi oltre”, scrive Pecora.
Emerge quindi chiaro lo scopo del libro, uno scopo pratico, militante: sottrarre la figura del giudice alla santificazione e riaprire la vicenda per indagare quelle zone d'ombra che ancora oggi, a distanza di vent'anni, non permettono di considerare l'affaire Scopelliti un caso chiuso. Tornare ad esplorare la via indicata vent'anni prima da Falcone, quella del patto tra mafia e 'ndrangheta: riaprire il versante calabrese, non sufficientemente battuto all'epoca del processo. Soltanto a questo punto il lutto potrà essere veramente elaborato.
Laura Carli

13 marzo 2010

Milano ai margini. Biondillo e le sue tangenziali

“Ma non vorrei, però, che apparissi come un turista dell’orrore.  Non sono alla ricerca del pittoresco, del “tanto peggio tanto meglio”, non sto morbosamente cercando il degrado, estetizzandolo. Io voglio vedere, voglio capire. Sono un topografo, un rilevatore del territorio. Il fascino che provo girando a passo d’uomo lì dove dovrei invece muovermi in macchina (per evitare di osservare, decrittare) è come quello di un ragazzino che scopre il trucco del prestigiatore. Ci muoviamo dietro le quinte della scena urbana, qui, nella sala macchine cittadina. Dalla platea lo spettacolo sembra esente da fatica, sudore, rumore, ma dietro al palo c’è l’opera 9788860884503ginfaticabile dei senza gloria che tirano i cavi, spostano scenografie, lavorano incessantemente affinché la rappresentazione fili liscia come l’olio. Cammino nel retrobottega di Milano, osservo la trama dei nodi da sotto il tappeto. Perché possa esistere la Milano dei turisti, degli artisti, delle banche, della moda, del centro, deve esistere questa Milano ai margini.”

Gianni Biondillo ; Michele Monina, Tangenziali, Guanda Editore, Milano, 2010 pagina 129.

Chi segue il percorso bibliografico di Gianni Biondillo, dopo Metropoli per Principianti (Guanda Editore, Milano, 2008), aspettava con impazienza un ritorno sul tema della città. E Tangenziali, da poco nelle librerie, è esattamente il tipo di pubblicazione che va a sfamare il nostro bisogno di veder messo in pratica quanto ci è stato insegnato sulla città nell’opera precedente. Ora che non siamo più principianti possiamo finalmente divorare una lettura che passi dalla spiegazione teorica dei motivi per cui le grandi città italiane siano, in particolare nelle loro periferie, un ricco campione di incongruenze architettoniche e miniere di stereotipi per i “ricercatori” del degrado, a un viaggio diretto in queste marginalità.

Biondillo sceglie di parlarci delle periferie di Milano visitandole direttamente, rigorosamente a piedi, lungo tutto il percorso delle tre tangenziali che la circondano. Dieci tappe insieme a Michele Monina (autore di “God less America”) che a sua volta scrive 10 resoconti di viaggio come Biondillo. Uno degli elementi di interesse del libro sta proprio nel confrontare il diverso modo di guardare alla realtà della stessa periferia che può avere uno scrittore milanese (orgogliosamente milanese) come Biondillo con l’immagine che ne ha uno scrittore che viene invece da fuori come Monina. E’ sorprendente come due persone possano guardare lo stesso paesaggio e trarne riflessioni e spunti così radicalmente diversi.

Biondillo non vuole dimostrare nulla, non vuole esporre una tesi radical chic sui famigerati “non luoghi”, non vuole arrivare a conclusioni amare sulla decomposizione sociale di queste periferie abbandonate a se stesse. Questo è solo un viaggio, un viaggio fatto per davvero a piedi tra strade deserte, parchi sotto la tangenziale, sulle orme nascoste lasciate ogni mattino all’alba da immigrati clandestini che la notte si nascondo chissà dove e che al mattino affluiscono in città nei cantieri dove lavorano al nero per costruire quei palazzi che renderanno ricca la città dell’Expo. E’ un viaggio in quartieri sorti dal nulla per mano dei palazzinari come Ligresti, in cui ci viene raccontata con passione la storia di questa città (perché Milano non è solo la cerchia dei Navigli, è anche San Donato, è anche il Quartiere degli Olmi, è anche San Maurizio al Lambro). Qui la gente ci vive, lontano dallo scintillio delle vie della moda, lontano dalla Milano degli avvocati e dei designer. Sono quartieri nati in molti casi per essere dei modelli di vivibilità (come San 20090211-biondillo Donato, voluto da Enrico Mattei) e poi abbandonati a se stessi. Come dimenticare, ora, le pagine di Metropoli per Principianti in cui ci veniva spiegato l’errore commesso dalla politica (non dagli architetti, come lo stesso Biondillo) di lasciare senza servizi, centri di incontro, scuole, asili, parchi, cinema interi paesi condannandoli a divenire sterminati dormitori? Lo studio e la scoperta di questi aspetti marginali della grande città è l’oggetto della “psicogeografia”, una disciplina di recenti origini anglosassoni costantemente citata dai due autori. Lasciamo volentieri a loro il compito di mediare tra noi e gli psicogeografi inglesi (Ballard su tutti), ci consegniamo volentieri all’esperienza di Biondillo e ci lasciamo prendere per mano in questo viaggio “per la tangente”. Come riportato nella citazione, Milano esiste anche perché esistono questi quartieri (che qualcuno cerca di nascondere sotto al tappeto, ma qui essi rimangono, e chi li vuole scoprire lo può fare in qualunque momento), conoscerne la storia e il loro sviluppo significa capire Milano. Una città da girare a piedi, guardando le sue case: nelle case si nasconde sempre la storia, si nascondono sempre le ferite, le suture, le rughe. Se vogliamo venire a capo di questa città malandata, è bene cominciare a conoscerla per davvero, uscendo dalla cerchia dei Navigli dentro la quale si sono barricate le istituzioni cittadine.

Angelo Turco

14 ottobre 2009

La fiamma che ti spinge in vita


INTERVISTA AD ANTONIO MORESCO

Antonio Moresco è un uomo timido, nonostante la tempra del lottatore destinata a diventare leggenda. La sua storia di scrittore infatti sembra fantasia. E’ divisa in due tempi: da “sommerso” e da “emerso”, entrambi della durata di quindici anni. Nel primo ha accumulato rifiuti, false promesse editoriali e lividi morali. E ha scritto, con furore donchisciottesco, cinque romanzi. Emerge nel 1993, quando Giulio Bollati pubblica i racconti di Clandestinità. Da qui l’avanzata con romanzi e saggi dalla gittata quasi fluviale, come Gli Esordi (Feltrinelli), Lettere a Nessuno (Einaudi) e Canti del Caos (Mondadori). Tutti dominati da una forte tensione etica (ed eretica), dalla bruciante volontà di scardinare regole e schemi ormai consolidati dal nostro consorzio letterario, e dalla scelta di non uniformarsi a certe logiche salottiere, a costo di rasentare l’oltranzismo e l’intransigenza che, trasposte sul piano stilistico, secondo certi critici si tradurrebbero in oscenità e illeggibilità. Ma è anche capace di una dolcezza e di un candore raramente riscontrabili negli scrittori, spesso narcisi e supponenti.
Ha fondato il famoso blog “Nazione Indiana” e la rivista “Il Primo Amore”(Effigie ed).
Sono in molti a considerarlo il più grande scrittore vivente.

Dove ha trovato la forza di non avere paura, di andare sempre oltre i limiti imposti dalla mentalità dominante?
Non mi sembra di essere stato così coraggioso, eroico. Semplicemente era talmente importante e irrinunciabile quello che avevo nel cuore, che non potevo agire diversamente. Non puoi vivere se non fai qualcosa che ti riempia il cuore. Pensavo che si potesse creare un modo diverso di esistere, di stare al mondo attraverso la letteratura. Di creare un nuovo sguardo. Molti pensano che sia carriera, quella dello scrittore, come diventare Papa: prima prete, poi cardinale…per me la forza della parola scritta è un’altra cosa. E se per quindici anni non mi avessero sempre sbattuto le porte in faccia probabilmente non avrei scritto con questa volontà. E’ stata una dura scuola, quella di stare fuori dei giochi, ma anche la mia fortuna.

La volontà di cambiamento trapela vivida dalle sue pagine. Lei crede che i libri possano cambiare le cose?
Se non avessi pensato che le cose potessero cambiare non avrei scritto, sarei un cialtrone. Certo, non sono soddisfatto. Basta guardarsi attorno per capire che non si può essere soddisfatti; ma non riesco a spegnere la fiamma. E se si spegnesse non potrei più scrivere. Sono disperato ma fiducioso, e continuerò a scrivere, continuerò a lottare, e una battaglia la combatti anche se perdi. Non sono un tipo prudente: se credo in una cosa mi getto allo sbaraglio. Non sappiamo quanto viviamo, dobbiamo vivere come vecchini? E’ questa la forza della letteratura: la fiamma che ti spinge in vita.

Lettere a Nessuno è il libro che ha sollevato polveroni di polemiche e in cui bersaglia i nostri salotti letterari facendo nomi e cognomi, denunciando una certa logica mafiosa; ma racconta anche la sua militanza politica degli anni settanta. In che modo si sono intrecciate, nel suo percorso, letteratura e politica?
Quell’epistolario era una valvola di sfogo. Mentre stendevo i miei romanzi non volevo che venissero intaccati e zavorrati dal dolore e dall’amarezza del rifiuto; e mi è servito anche per capire chi ero, riavvolgendo il nastro. Le lettere contenute nella prima parte del libro non le ho mai spedite: semplicemente avevo bisogno di un interlocutore perché nella realtà non ne trovavo, ero sempre solo. Cercavo il confronto, l’attrito. Senza la pacificazione del semplice diario.
Questa piccola mafia non è nient’altro che l’antica lotta per il potere, la facoltà di dire ‘tu esisti, tu no’. Prima, se non ti omologavi, ti mettevano al confino. Ora è tutto un gioco mediatico. Per esempio, in alcuni miei scritti criticavo Calvino: non vedo perché le sue regole debbano apparire come leggi universali ed eterne. Ma guai a toccare Calvino! Ti mettono alla gogna. Perché la nostra letteratura è una valle degli echi, dove tutto si deve ripetere.
La militanza politica, invece, nonostante non la pensi più come trent’anni fa, mi è servita come disciplina per difendere le mie idee, a qualsiasi costo, anche a rischio della mia persona.

Ho avvertito del candore puro, nel suo stile, considerato tra le vette della nostra produzione letteraria.
Non saprei dirti. Forse era ingenuità, scarsa intelligenza, nel senso che non era funzionale. Non ero furbo. Sono sempre stato così, forse un po’ stupido e infantile, ma non voglio diventare un cinico. Sono dell’idea che la vita si possa sempre aprire, rinnovare. Molti dei nostri letterati hanno un’idea ristretta e parcellizzata del tempo. Le etichette, le griglie raffreddano la letteratura. I grandi, Dante, Leopardi, che in definitiva sono tra i miei maestri, sono ancora con noi, ci parlano ancora perché se ne fregavano delle logiche. Volevano cambiare il mondo.

Luca Ottolenghi

10 luglio 2009

Kafka e Shakespeare sulla spiaggia - I consigli di lettura dei professori della statale

Cos’hanno in comune l’Irlanda, Kafka, Jorge Amado e Vulcano? Che l’Irlanda, Kafka e il bravissimo scrittore brasiliano fanno tutti parte dell’universo di consigli letterari che Vulcano ha radunato per le vostre letture estive. Per rinfrescare i vostri pensieri accaldati abbiamo infatti chiesto nuovamente l’aiuto di alcuni dei nostri professori, che come già due estati fa ci hanno fatti entrare nel mondo privato delle loro letture personali. Qualcuno ci ha prima chiesto se doveva indicarci testi propedeutici alla propria materia, salvo poi correggere il tiro, specificando che preferiva non consigliarci libri – cito testualmente – “pallosi”. Qua e là è possibile ancora rintracciare le orme diffuse di una professionalità/passione accademica: la professoressa Sini – stilistica e semiotica del testo - consigliando Dona Flor e i sue due mariti cita il sempiterno Bachtin (“ogni senso festeggerà la sua resurrezione”), e Negri – storia dell’arte contemporanea – ci segnala l’autobiografia di Gabriele Mucchi, poliedrico artista internazionale che ha visto e vissuto per tutto il Novecento e oltre. Forse anche noi ci stiamo abituando a leggere e scegliere le nostre letture assecondando le forme dei nostri studi. Pensate alla diversità di linguaggi e moduli dei libri che abbiamo in mano tutto l’anno, dalla complessa architettura di un libro di diritto, alla babele polimorfa di un manuale di linguistica, all’alfabeto cifrato di un testo di matematica. Ma immutato può rimanere il nostro piacere nell’addentrarci con lo sguardo in una nuova storia, nel seguirne i personaggi, non importa in fondo se reali o fittizi, e nel diventare per un po’ anche noi parte di quella storia.
Questi i titoli dei libri scelti per voi dai professori e le spiegazioni dettagliate che ci hanno fornito per ciascun testo.


EVA CANTARELLA, Diritto greco
- Corrado STAJANO, La città degli untori, Garzanti

Un racconto su Milano tra passato e presente, dalla peste del 600 alla stage di piazza Fontana all' uccisione di Guido Galli (magistrato milanese, altro eroe civile, accanto a Giorgio Ambrosoli). Per i più vecchi, per non dimenticare; per i giovani, per sapere e riflettere su quel che è accaduto a quella che veniva detta la capitale morale (e non solo a lei).
- Fabio ISMAN, I predatori dell' arte perduta, Skira
Il racconto appassionante e spaventoso della più grande ruberia mai subìta dal nostro paese: il furto e il traffico delle opere d'arte. Un furto di cui i grandi responsabili sono altri da noi: i tombaroli, i ricettatori, gli antiquari, i musei e le case d'aste. Ma di cui ci rendiamo complici quando cediamo alla tentazione di acquistare il "concetto" che, decontestualizzato e inutilmente conservato nelle nostre case, contribuisce a sottrarci la cosa più importante che abbiamo, il nostro passato.


MAURO CARBONE, Estetica contemporanea
- Slavoj ZIZEK, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, Bollati Boringhieri
E’ appena uscito in italiano un libro del vulcanico filosofo e psicoanalista di Ljubljana Slavoj Žižek. Abita a pochi chilometri dall’Italia, ma da noi non è ancora molto conosciuto. Eppure insegna anche a Londra, e negli Stati Uniti è una star. Ogni suo libro è un'inesauribile miniera di idee, intuizioni, suggestioni con cui si può magari anche non essere d’accordo, ma che senz’altro producono sempre lo stesso benefico effetto: danno da pensare. Qualcuno obietterà che d'estate pensare no grazie? Attenzione: Žižek è tutt'altro che un autore concettoso, parola che sembra inevitabilmente richiamare la rima con noioso! Il libro appena uscito s'intitola Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo (Bollati Boringhieri, Torino 2009), ma non occorre essere interessati al pensiero di Lacan per trovarlo molto stimolante. A capirlo bastano i titoli di alcuni suoi capitoli, come “Lacan spettatore di Alien” o “Lacan spettatore di Casablanca”. Perché Žižek ha la straordinaria capacità di leggere la nostra epoca così confusa attraverso film, libri o canzoni. Addirittura attraverso barzellette, slogan, spot pubblicitari! Perciò, anche se non siete interessati a leggere Lacan, leggete Leggere Lacan. Ne uscirete con qualche idea in più per leggere voi stessi e la vita di noi tutti oggi.


MARIA TERESA CARINCI, Diritto del lavoro
- Joseph SMITH, Il lupo, Bompiani
Il lupo di Joseph Smith racconta in prima persona la sua storia, i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue emozioni. Ci fa partecipi delle paure e delle gioie, delle vittorie e delle sconfitte che sperimenta chi affronta da solo l’immensità del mondo (il gelo dell’inverno, la fame, il silenzio, la scoperta della preda, l’incontro con l’uomo…) e vive con coraggio e intensità l’ignoto. Una storia molto coinvolgente, metafora delle sfide che attendono ognuno di noi.
- Margherita OGGERO, Il compito di un gatto di strada, Einaudi
Ci sono dei limiti all’amicizia? No! Anche un gatto di strada e un rocchetto di filo possono essere amici… Anzi, nel viaggio che li condurrà insieme dall’Italia all’Inghilterra ciascuno imparerà molto grazie alla diversità dell’altro. E’ il racconto surreale su un’amicizia impossibile, ricco di colpi di scena, di episodi deliziosi, di tratti psicologici assolutamente realistici. Per chi ama sorridere di fronte alla ricchezza della vita.

CLAUDIO LUZZATI, Filosofia del diritto
- Murakami HARUKI, Kafka sulla spiaggia, Einaudi

È un romanzo costruito sul modello del realismo magico, pieno di fantasia e di colpi di scena, scritto benissimo da uno dei maggiori scrittori giapponesi contemporanei, che permette (senza troppe prediche) di meditare sulle conseguenze delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Il protagonista è un ragazzo d’oggi che fugge di casa per ritrovare se stesso e incontrerà vari personaggi strani, tra cui uno strano vecchio in grado di parlare con i gatti.
- Ernesto ROSSI, Il manganello e l'aspersorio, Kaos
È un vecchio libro di uno dei più interessanti e coerenti scrittori laici italiani. Racconta i rapporti tra la chiesa e il fascismo, in tempi in cui Pio IX chiamava Mussolini l’uomo della provvidenza. Molto istruttivo e storicamente documentato, anche se si tiene lontano dal politically correct, utile per un giovane odierno per rendersi conto del nostro passato, spesso frettolosamente rimosso.


ANTONELLO NEGRI, Storia dell’arte contemporanea
- Paul LAFARGUE, Diritto alla pigrizia, Porfido
Considerato che si è tutti un po’ stanchi, a questo punto dell’anno, si potrebbe trovare conforto in un classico pamphlet del secondo Ottocento, Il diritto all’ozio di Paul Lafargue - Diritto alla pigrizia nella più recente traduzione italiana – che un po’ paradossalmente, ma non troppo, in fondo, capovolge l’idea del diritto al lavoro. Credo che Lafargue ci credesse davvero; poi la storia ha dimostrato come la questione della disoccupazione non fosse così facile da risolvere, però… D’altra parte, uno studente di lettere può leggere Il diritto all’ozio pensando al mito dell’età dell’oro, alle Georgiche di Virgilio (pure molto consigliabili, ma non al mare).
- Gabriele MUCCHI, Le occasioni perdute: memorie 1899-1993, Mazzotta
Quanto a letture più vicine al mio mestiere, suggerirei l’autobiografia di Gabriele Mucchi, un artista vissuto in tre secoli (1899-2003) e che ha fatto il pittore, l’architetto e il designer. Dai suoi ricordi – sull’asse Italia-Germania-Francia – emerge un racconto vivace e vitale delle vicende artistiche del Novecento: di uomini, fatti e opere vien fuori un’immagine molto diversa, e ben più ‘in diretta’, di quella che si è abituati a conoscere attraverso saggi e manuali troppo accademici.
- Luciano BIANCIARDI, La vita agra, Bompiani
A controbilanciare l’utopia del Diritto all’ozio, potrebbe non essere male leggere (o rileggere, per quelli della mia generazione) La vita agra di Luciano Bianciardi, storia di amori e di ideali forti ma moribondi nella Milano bellissim-bruttissima, protorampante, degli anni Sessanta. Nonostante il Mereghetti le dia un modestissimo asterisco e mezzo – cioè mezzo punto in più di Abbronzatissimi con Jerry Calà – a me pare consigliabile (almeno ai fanatici, se la trovano) la versione filmica del romanzo (regia di Lizzani, 1963), con il vero primo Jannacci che canta e suona live in osteria.


STEFANO SIMONETTA, Storia della filosofia medievale
- Heinrich BÖLL, Diario d'Irlanda, Mondadori
Un piccolo gioiello, per accompagnare il viaggio di tutti coloro che quest'estate avranno la fortuna di vedere anche solo un frammento dei cieli d'Irlanda e per portare un pezzo di quella terra a casa di chi trascorrerà i prossimi mesi altrove
- William SHAKESPEARE, Riccardo II, Garzanti
Perché il corso monografico che ho tenuto quest'anno mi ha fatto scoprire che molti dei nostri studenti non conoscevano questo dramma storico, il cui protagonista, una volta incontrato, non si dimentica più.

STEFANIA SINI, Stilistica e semiotica del testo
- Jorge AMADO, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti

L'ho letto più di quindici anni fa e me lo ricordo ancora come se l'avessi letto da qualche mese. Mi ha sempre stupito la fedeltà della mia memoria ai colori e ai sapori di questo romanzo del grande autore brasiliano. Uno dei casi meglio riusciti di presenza non banale di ricette di cucina nel tessuto della narrazione. Scorrevole e affabile la scrittura, ben costruito l'impianto, grondanti di vitalità i personaggi. E soprattutto: ho riso tantissimo! Come direbbe Michail Bachtin, "ogni senso festeggerà la sua resurrezione".
- Bohumil HRABAL, Ho servito il re d'Inghilterra, E/o
Anche questa è una lettura di molti anni fa, e anche in questo caso la mia memoria trattiene ostinatamente il gran piacere di un gran ridere. Un'ilarità che percorre da cima a fondo la trama ben congegnata delle avventure di un apprendista cameriere in un mondo di soprusi e ipocrisia, dove la grande storia fa capolino con il suo ghigno assurdo. Attraverso il racconto in prima persona, il picaro novecentesco dell'Europa orientale presenta i suoi incontri con uno spostamento del senso comune implacabile e lieve, un'arguzia tragicomica disarmante che fa riflettere come ogni autentico straniamento.
Giuditta Grechi

28 marzo 2009

ALLA RICERCA DELLA RIVOLUZIONE PERDUTA - INTERVISTA A VINCENZO LATRONICO



E’ nato a Roma, ha vissuto per un po’ in Lussemburgo e ora fa la spola tra Milano e Brescia. Dopo aver tradotto diversi libri dall’inglese e dal francese ha dato alla luce il suo primo romanzo, "Ginnastica e rivoluzione", avventure di un gruppo di militanti no-global ambientate in Francia alle porte del G8 di Genova. L’autore è Vincenzo Latronico, studente di Filosofia alla Statale di Milano.

Di cosa parla il libro?
Il libro è una specie di romanzo di formazione adattato ai tempi. Solitamente, un romanzo di questo genere racconta la storia di un personaggio che si presenta al mondo "vergine". Poi attraverso una serie di errori, di scontri, crea una sua visione del mondo. E riesce a entrare nel mondo degli adulti.
A me sembra che questo modello oggi non funzioni molto. Se mi guardo intorno, nel mondo reale, non trovo nessuno che arrivi vergine, moralmente, al contatto con la realtà e abbia problemi a trovare punti di riferimento e valori. Secondo me la crescita è la riconquista di una verginità, la riconquista della tabula rasa, da cui si può ricominciare a costruire la propria strada. Nella storia, raggiunto questo punto, i personaggi non mi interessano più e li lascio andare.

Da dove hai preso spunto?
Lo spunto è nato scrivendo. E’ nata come una storia completamente diversa, che avevo cominciato alla fine del liceo. Poi la trama è passata attraverso vari stravolgimenti ed infine è diventata quella che è adesso. Ha sempre ruotato attorno al G8 di Genova, senza però mai tentare di raccontarlo. Prima usavo una scusa per non narrarlo: dicevo che spettava ai tribunali raccontarlo. Adesso i tribunali l’hanno raccontato e l’hanno fatto male. Per cui mi sono detto "sarebbe ora di scriverne".
L’idea era di usare come tramite il silenzio, perché è un argomento che al pubblico generico di oggi è molto chiaro.

Personaggio più somigliante?
Tutti quanti direbbero "ah, la voce narrante" e invece non è vero. Io mi rivedo molto nel personaggio meno realistico, SS (il suicidato dalla società. ndr).
E’ il personaggio che sta più in disparte e, a posteriori, è forse quello che ci credeva di più. Le altre figure maschili fanno una figuraccia nel libro. Lui è l’unico che in qualche modo esce con forza, con prepotenza. E’ il personaggio a cui sono più legato e, paradossalmente, quello cui la storia personale è più palesemente forzata. Proprio per questo dice qualcosa sulla realtà. Il punto non è copiare la realtà, ma dirne qualcosa.
Ho immaginato una figura refrattaria al movimento di generazione, spinto da una sua voglia di fare le cose. SS ha avuto una serie di bastonate nella vita, tutte legate all’idea di movimento.
Secondo me proprio perché è un personaggio irrealistico riesce a fare presa.
E il protagonista?
Il protagonista è antipatico! Si fa chiamare T., come se avesse un nome affascinante, ma alla fine si scopre che si chiama Tonino. E’ costruito per stare antipatico al lettore e lo è perché "se la mena!" E’ uno che ha la telecamera puntata su di sé e non vede il mondo intorno. Solo alla fine, magari, la gira..

Ora lasciamo perdere il libro e parliamo delle tue preferenze. Hai un libro, un autore, un film, una canzone preferiti?
Un autore preferito potrebbe essere Antonio Moresco. "I canti del caos" secondo me è il più grande libro scritto negli ultimi quarant’anni.
Per quanto riguarda la musica, adoro Daniel Johnston! Un film preferito? E’ troppo difficile. Però posso dire che c’è un film, di cui una scena è stata ripresa nel libro: "Animal house". Posso dire che la mia opera preferita è "Un’italiana in Algeri".

In un’intervista recente hai detto: "La politica, quando è vera (come l’amore), è concreta, nasce dalla vita". Cosa intendevi?
Io non ho mai detto una cosa del genere!

Quindi cosa hai detto?
Stavo parlando dei miei personaggi e ho detto che il loro percorso di maturazione li porta a smettere di riempirsi la bocca di grandi parole e cominciare a fare delle cose piccole e locali. Per esempio, perché il progetto del Partito Democratico non coinvolge nessuno? Perché è un progetto che nasce dall’alto, non da un’iniziativa locale, piccola, concreta, per cui la gente è portata a "sbattersi". Perché l’Onda ha avuto tanto successo? Perché in un periodo in cui la gente si sente lontana dalla politica, l’Onda è partita da una questione piccola, legata alla vita quotidiana. Le persone vedono che la scuola dei loro figli, la scuola dove lavorano, peggiora drasticamente. Ciò porta a dire "facciamo qualche cosa!". Secondo me, oggi, la voglia di fare qualche cosa nasce dalla concretezza, non da grandi ideali. La gente non si entusiasma per le idee, si entusiasma per le battaglie che sente sulla propria pelle.

E dell’amore che pensi?
Che domanda! Dell’amore non penso niente. Come disse lo scrittore Karl Kraus a proposito del Fuhrer: "Su Hitler non mi viene in testa nulla da dire".

Progetti futuri?
Fino all’uscita del laboratorio, avrei detto il dottorato. Adesso sto facendo questa cosa alla radio (la rubrica "Mai più soli" su Radio Onda d’Urto), a Brescia. Ed è possibile che mi venga commissionato un testo teatrale per il Festival Teatrale di Napoli.

Angela Crucitti

5 marzo 2008

“Io, prigioniera della mia Teheran”


INTERVISTA A MARINA NEMAT
Marina Nemat, scrittrice iraniana detenuta ai tempi della rivoluzione komeinista, ha ricevuto il Premio “Human Dignity” dal Parlamento Europeo.

Iraniana cristiana ortodossa, fu arrestata dai guardiani della rivoluzione quando aveva solo 16 anni. Era il 1982. Erano i tempi della rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini. Marina non era un’attivista politica. L’unica sua colpa fu quella di aver alzato la mano durante una lezione di matematica per chiedere all’insegnante di non fare propaganda politica. Marina fu torturata, condannata a morte e rinchiusa nella prigione di Evin, a sud di Teheran, nota per il suo braccio della morte destinato ai prigionieri politici condannati alla pena capitale. Una delle guardie che la interrogarono, Ali, si invaghì di lei. La sua sentenza fu ridotta all'ergastolo ma, in cambio, la guardia la costrinse a sposarlo e a convertirsi all'Islam. Così, per due anni rimase in prigione come moglie del suo aguzzino. Quando Ali venne ucciso da altri rivoluzionari suoi rivali nel 1984, fu liberata. Non fece mai parola del matrimonio e di tutto ciò che era accaduto a Evin.Sposò il ragazzo di cui era innamorata prima di entrare in prigione e con lui si trasferì a Toronto, in Canada. Aveva 26 anni.

In tutto questo tempo Marina ha cercato di dimenticare l'Iran, ma oggi, a distanza di vent’anni, le cose non sono affatto cambiate nel suo paese. La morte della madre, nel 2000, e della giornalista iraniana-canadese, Zagara Kazemi, arrestata per aver scattato nel 2003 fotografie della prigione di Evin, hanno segnato una svolta. L’autrice ha trovato la forza di fissare su carta il ricordo, indelebile, dei suoi due anni, due mesi e dodici giorni trascorsi in quella prigione. Per se stessa e per tutti quelli che hanno vissuto lo stesso dramma. “Prigioniera di Teheran” pubblicato da Cairo editore, è la sua storia. Un racconto lucido, commovente e autobiografico di chi è riuscito a ritornare dalla morte alla vita.
L’abbiamo incontrata a Milano, presso il Palazzo Stelline, dove ha ricevuto il Premio “Human Dignity” conferitole dall’On. Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, per la sua testimonianza attiva e il suo impegno nella difesa dei diritti umani.


Un libro difficile. Una scelta difficile quella di raccontare. La sua amica Parisa che, come lei, ha vissuto gli orrori della detenzione, dopo alcune chiacchierate ha deciso che non voleva più ricordare. Perché, invece, lei ha scelto di scrivere?
Non è stata una decisione presa razionalmente ma l’esito naturale di un processo. È arrivato un momento in cui non riuscivo più ad andare avanti, a vivere con questo pesante segreto. Per anni tutti quelli che mi circondavano avevano deciso di ignorare il fatto che io avessi trascorso più di due anni nella prigione di Evin. Tutti avevano cercato di dimenticare, di proseguire con la propria vita ed io, per così dire, sono stata al gioco. Però ad un certo punto ho dovuto affrontare il mio passato, non riuscivo più a dormire, a sorridere. I ricordi si erano fatti insostenibili e soffocanti. Ho dovuto affrontare il fatto che io fossi sopravvissuta mentre molti altri erano morti.


Cosa significava essere cristiana a Teheran durante il regime?
Prima della rivoluzione, nel periodo dello Scià, non era importante la religione che si professava. A scuola eravamo tante ragazzine di credo diverso e convivevamo tranquillamente. Con la rivoluzione islamica le cose sono cambiate. Si è instaurato una legge islamica estrema e a quel punto la religione è diventata un problema. Come cristiana, comunque, sono sempre stata un po’ ai margini della società. Anche nel periodo dello Scià ero leggermente diversa dagli altri e questa differenza l’ho sempre avvertita. Ma non si andava in prigione per il fatto di professare la religione cristiana, purché si rispettasse la legge islamica. Purché non si diventasse, diciamo, politici nel proprio credo. Chiaramente una volta in prigione essere cristiana ha rappresentato un grande svantaggio.


Cosa è cambiato oggi rispetto a vent’anni fa?
Non ci sono molte differenze in realtà. Per un breve periodo, quello della presidenza di Katami, le cose sembravano migliorate, ma erano solo cambiamenti estetici. La donna, ad esempio, poteva indossare un po’ di rossetto, e anche se una ciocca di capelli fuoriusciva dal foulard non era importante. Però erano variazioni molto superficiali. Oggi con la presidenza di Ahmadinejad siamo ritornati a dove eravamo con Khomeini. Sempre più donne subiscono delle pressioni, devono indossare in modo adeguato l’hijab e incontrano grandi difficoltà nella loro vita di ogni giorno. La verità è che fino a quando rimarrà al potere un regime islamico non potranno esserci cambiamenti per gli iraniani. La democrazia è qualcosa di inconciliabile con il sistema della repubblica islamica. Occorre che il sistema cambi perché ci sia democrazia. Fino a quando ci sarà un leader supremo, che ha potere di veto su qualsiasi decisione del Parlamento, non ci potrà essere libertà: questa è la ricetta della dittatura e nient’altro.


In questa storia di odio, dolore, disperazione c’è anche amore, amicizia, resurrezione. Ma ad un certo punto bene e male sembrano confondersi e compenetrarsi. Come ha fatto alla fine di tutto a ritrovare l’equilibrio e scrivere una storia che è anche di speranza?
Penso di dovere questo mio equilibrio al modo in cui sono stata cresciuta. Mia nonna mi ha educata ai valori cristiani, dicendomi sempre di guardare al nemico con il rispetto dovuto ad un altro essere umano, di amare, comunque, il mio prossimo. Questi principi sono stati, per così dire, incisi nel mio animo. Quando sono stata imprigionata, a 16 anni, ero giovanissima e non avevo avuto abbastanza esperienza per poter provare odio. Vivevo alla giornata e, non avendo pregiudizi, se esisteva un minimo di bontà anche nell’essere più vile e più crudele io riuscivo a trovarla. Quello che più mi ha colpito, infatti, è stato scoprire che la famiglia di mio marito, che per me era stato un aguzzino, un torturatore, in realtà era una buona famiglia. È stato così che ho dovuto necessariamente riconciliare il concetto del bene con quello del male. E’ stato lì che ho appreso che il mondo non è o bianco o nero.


Per questo libro ha ricevuto il premio “Human Dignity” del Parlamento Europeo. È un passo avanti perché si cominci a aprire gli occhi sugli orrori della tirannia. Eppure ancora oggi giornalisti in Iran vengono condannati per reati d’opinione. Gli ultimi resoconti ci parlano della morte della fotoreporter iraniano-canadese Zahara Kazemi e della condanna, nel Kurdistan iraniano, alla pena capitale per due giornalisti curdi. Si tratta, quindi, ancora di censura?
Si, certo, si parla di censura politica ma anche di forte omertà. Quando io ero in prigione non c’era alcuna reazione. Praticamente erano migliaia i teenager di 16/17 anni imprigionati in Iran, ma nessuno ne parlava. Addirittura io mi chiedevo se ci fosse qualcuno che sapesse o si preoccupasse di questa situazione. Ma dopo 25 anni di silenzio oggi qualcuno finalmente sta ascoltando. Questo è positivo. Il Parlamento Europeo ha fatto un passo avanti, approvando una risoluzione in cui si riconosce che tutte le minoranze religiose stanno affrontando delle difficoltà: le persone vengono uccise, torturate in nome del proprio credo. Un’atroce tortura fisica, che lascia segni visibili, ma anche e soprattutto una tortura psicologica che logora dentro.

Cosa può fare la comunità internazionale?
Sicuramente non spedire eserciti in Iran o in altri Paesi del Medio Oriente. Sappiamo che la storia si muove lentamente e non si possono risolvere i problemi dell’Iran in un giorno. La cultura mediorientale è estremamente complessa e la Comunità Internazionale deve proseguire il dialogo, deve continuare a parlare della violazione dei diritti umani. Inoltre, i governi occidentali dovrebbero esercitare delle pressioni sul governo dell’Iran perché vengano rilasciati i prigionieri. Oggi c’è anche internet, uno strumento estremamente potente per partecipare a questo tipo di discussioni facendo sentire la propria voce. È un modo per mostrare sensibilità e avviare un dibattito internazionale con la possibilità di scambiare idee e opinioni con cittadini iraniani. E’ necessario ricordare che il 70% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni, quindi sussistono speranze effettive di cambiamento. Bisogna aspettare che i cittadini iraniani trovino la loro via verso la democrazia quando ne saranno pronti.
Vivendo in nord America, conoscendo la realtà di questo paese, trovo disturbante il fatto che la gente si concentri di più su quelli che sono i problemi di Britney Spears piuttosto che delle vite perdute nelle guerre in Asia o Africa, o si concentri di più sulle avventure di Paris Hilton, piuttosto che sulle vittime dell’AIDS nel terzo mondo. Dobbiamo renderci conto che la cultura popolare deve ridefinirsi, deve cambiare le proprie priorità perché, come diceva giustamente lei, le atrocità vengono tutt’ora commesse a livello mondiale. Bisogna chiedersi se è normale per un essere umano ignorare. Se le vere necessità del pianeta vengono riconosciute è necessario poi assumersene tutte le responsabilità. E questo, si sa, non è certo facile anzi è molto scomodo.

Silvia Valenti

30 luglio 2007

"NIENTE DANTE AD AGOSTO" Parola dei Prof.


L’Alighieri è il grande escluso dai docenti della Statale. Dal piano di studio estivo. Il piano di studio estivo non si trova nei dipartimenti universitari, ma si tratta di una speciale raccolta di titoli che i professori hanno stilato, dietro richiesta di Vulcano, per gli studenti che desiderano leggere un libro compatibile con i contesti vacanzieri. In particolare, un testo da leggersi sotto l’ombrellone, con la concentrazione messa a repentaglio dai vari "Cocco bello…cocco bello", e poi da bambini che piangono per mangiare un pezzo di focaccia e poi piangono perché non possono fare il bagno dopo aver mangiato la focaccia, e ancora piangono quando è ora di uscire dall’acqua.
Paolo Bosisio è stato il primo a rispondere. Giovanni Iamartino ha preliminarmente consigliato di non smettere di pensare, durante le vacanze, e ha ricordato che il pensiero è uno dei passatempi più disponibili sul mercato. Elena Dagrada ha indicato un racconto di Salinger, che, a detta sua, è migliore del Giovane Holden. Amedeo Vigorelli, dopo aver premesso che in spiaggia occorre fare silenzio ‘interiore’, ha chiesto a noi cosa gli consigliavamo per le vacanze. Stefano Allovio ha dichiarato che, con una bambina piccola, di tempo sotto l’ombrellone ne ha poco perché: «Lo passo a fare buche nella sabbia, formine, secchiellate e rastrellate di varia natura». Maria Teresa Cattaneo, invece, ha segnalato un libro di Fruttero che: «Farà guardare con occhio diverso i propri vicini di ombrellone».


STEFANO ALLOVIO. Antropologia culturale
M. Aime, L. Tokou, Gli stranieri portano fortuna, Epoché
F. Remotti, Contro l’identità, Laterza


PAOLO BOSISIO. Storia del teatro e dello spettacolo
H. Khaled, Il cacciatore di aquiloni, Piemme
S. A. Hornby, Boccamurata, Feltrinelli


MARIA TERESA CATTANEO. Letteratura spagnola
E. V. Matas, Il viaggio verticale, Voland
F. Fruttero, Donne informate sui fatti, Mondadori


ELENA DAGRADA. Teoria e analisi del linguaggio cinematografico
G. Parise, Sillabari, Adelphi
J. D. Salinger, Nove racconti, Einaudi


FRANCA CAVAGNOLI. Teoria e Tecnica della traduzione inglese
P. Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, Adelphi
R. Matteucci, Cuore di mamma, Adelphi


GIOVANNI IAMARTINO. Storia della lingua inglese
J. Swift, I viaggi di Gulliver, Feltrinelli
D. Lodge, Scambi, Bompiani.


MARIA GIULIA LONGHI. Letteratura francese
G. de Maupassant, Racconti di vita di provincia, Einaudi
J. C. Izzo, Vivere stanca, E/O


AMEDEO VIGORELLI. Filosofia morale
O. Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi
L. Fest, Io no. Memorie d’infanzia e di gioventù, Garzanti


Diana Garrisi

5 marzo 2007

BOCCACCIO E IL "SUO" MARZIALE

Era il Febbraio dello scorso anno quando il giovane filologo Marco Petoletti, già ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, ha compiuto una delle più importanti scoperte degli ultimi anni. Nel corso dei suoi studi presso la biblioteca Ambrosiana si è infatti imbattuto in un codice particolare quanto prezioso: “gli ultimi studi sul codice (rivelatosi poi nientemeno che un autografo di Giovanni Boccaccio) risalivano al 1903, quando il Sabbatini interpretò quella scrittura così precisa, pulita e rilassata come un indizio inequivocabile di umanesimo e datò così il testo al XV secolo. Per quanto riguarda la mia ricerca, ho invece capito abbastanza in fretta che quella scrittura era del Boccaccio, perché avevo già studiato altri suoi autografi. Il codice si compone dell’intera opera del Marziale, provvista anche di quel “Liber Spectaculorum” che il Certaldese dovette provvedere a copiare da un antigrafo custodito, con ogni probabilità, nella biblioteca del monastero benedettino di Montecassino. Questa scoperta mi ha, a tratti, davvero emozionato, non solo per la personale venerazione con cui normalmente mi approccio ad un testo del Boccaccio, ma soprattutto per il fatto che nello scorrere il testo ho osservato il celebre autore del Decameron reagire al colloquio con un autore classico come Marziale. Boccaccio non è un postillatore folle come Petrarca, ma va ricordato che in alcuni luoghi del testo i suoi commenti sono ficcanti e dimostrano di essere frutto della penna di un grande uomo di lettere e scrittore. Sul testo di Marziale, Boccaccio si lascia andare a fortissime imprecazioni, che giungono a sfiorare il turpiloquio quando si imbatte nella lettura del celebre passo in cui il poeta latino loda smodatamente l’imperatore Domiziano. Qui appaiono le maniculae, sorta di eloquente “proto-gestaccio” che soltanto il Certaldese poteva permettersi. Tuttavia le glosse non si compongono solo di brevi notazioni, di mottetti, di giochi di parole e di irriverenti maniculae, ma anche di splendidi disegni. E’ certamente da sottolineare quest’attitudine alla raffigurazione figurale, perché i cinque schizzi che accompagnano il codice sono capolavori dentro al capolavoro”. La “scoperta” di Marco Petoletti ci regala quindi un Boccaccio per certi versi inedito e fa luce sullo stretto legame che unisce il “Padre della prosa volgare” ai classici latini. Il lungo lavoro filologico di attenta analisi testuale ha squarciato il velo di mistero che secoli di oblio avevano fatto sedimentare su questo codice. Per noi non addetti ai lavori è quasi commovente, vedere Boccaccio reagire al testo classico: da un lato Petoletti ha trovato riscontri di lodi per la raffinata poetica di Marziale, ma dall’altro ha trovato insulti veri e propri. E forse, proprio a questo rapporto così sanguigno, sincero e ancora ingenuamente medievale con i classici, dovremmo, almeno in parte, tendere oggi. Ispirarsi alla metodologia di lavoro testuale propria di un Boccaccio o di un Petrarca (si noti che una differenza tra i due, comunque, sussiste) vuol dire, senza troppi giri di parole, sapersi emozionare, arrabbiare e anche entusiasmare davanti ad un testo, classico o recente che sia. Se è vero, come dicevano i latini che “Historia se repetit” la filologia, come disciplina al limite tra lo scientifico e l’umanistico, con le radici ben piantate nell’humus dei classici, ha ancora molto da dire e da dare. Infine, sembra opportuno sottolineare il fatto che una scoperta tanto importante sia stata compiuta da un giovane ricercatore, che, per ovvi meriti personali ha avuto la possibilità di studiare anche il “Virgilio Ambrosiano” di Petrarca, uno dei libri più preziosi al mondo, conservato nella nostra Biblioteca Ambrosiana.


Davide Zucchi

1 gennaio 2007

LE MONTAGNE DELLA MEMORIA

Uno sguardo disincantato dalle vette piemontesi

Già dalle prime pagine del nuovo libro di Giorgio Bocca, “Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco”, appare subito chiara la ragione delle polemiche che si sono intrecciate intorno al romanzo prima ancora della sua uscita nelle librerie. Il riferimento all’attualità è immediatamente dichiarato, con amarezza, nella nota introduttiva, e la schiettezza senza mezzi termini che da sempre accompagna il suo lavoro come le sue dichiarazioni, non si fa attendere nemmeno in quest’ultima opera, in cui la condanna al fascismo, ed in particolare alla scellerata iniziativa della guerra, si rende palese già dalle prime pagine. Il romanzo ripercorre, attraverso capitoli brevi, con una struttura “a quadri” che si susseguono come cassetti della memoria, la sua avventura partigiana, incominciando il racconto quando, nel giugno 1940, l’esercito italiano attaccò la Francia sul confine alpino. L’aggressione viene subito presentata dallo scrittore in tutta la sua assurdità: attaccare un paese già sconfitto, abitato da confinanti incontrati ogni anno nei rifugi per le vacanze. Come se non bastasse (e come a tutti è bene noto) l’Italia non disponeva nemmeno lontanamente dei mezzi e dell’organizzazione sufficienti per fronteggiare una guerra e Bocca ce lo ricorda con le immagini efficaci e sarcastiche di un “regime di cartapesta” che “vuole conquistare il mondo avendo le toppe ai pantaloni”. Si susseguono nei capitoli, mano a mano che ci si avvicina ai racconti delle avventure partigiane vere e proprie, le evocazioni dei vecchi compagni di Giorgio, alcuni divenuti veri e propri eroi della Resistenza. Vengono ricordati con partecipazione, ma non in modo celebrativo, anche perché il libro è ben lontano dal risultare un’apologia della Resistenza. E’ una cronaca tratta da sprazzi di vita vissuta e lo sguardo non poteva essere che profondamente soggettivo, come prescrive la natura autobiografica del testo e come dichiara già in anteprima l’aggettivo possessivo del titolo. Lo sguardo è quello disincantato di chi ha un ricordo molto vivido del passato e una lucida panoramica sul presente, uno sguardo inevitabilmente e doverosamente di parte, d'altronde è insito nell’etimologia stessa della parola “partigiano” l’atto di schierarsi, di non rimanere nell’indeterminatezza. Questo mi porta a una riflessione sul concetto stesso di memoria storica e memoria personale. La Storia, ormai è assodato, è scritta dai vincitori, le singole storie invece, i casi particolari che sul grande sfondo del contesto storico si intrecciano, possono costituire testimonianze più sentite e, nel loro piccolo, più ricche di verità. Da questa storia in particolare, emergono fatti, nomi e termini dialettali che l’autore non si preoccupa di spiegare o contestualizzare, li cita dandoli per scontati, come in una chiacchierata tra amici, a riprova ancora una volta che l’intento non è didascalico né tanto meno di indottrinamento. Il suo modo di esprimersi schietto, senza peli sulla lingua, l’atteggiamento secco e perentorio con cui comunica le sue idee, il frequente uso del sarcasmo sono secondo me imputabili, più che a un preciso intento polemico, a una forte ansia di comunicare. La fretta di comunicare al mondo contemporaneo un sistema di valori che egli ormai sente prossimo al disfacimento. E non si può dire che i suoi timori siano infondati o la sua visione pessimistica se consideriamo con sguardo oggettivo la società italiana come la conosciamo. Di fronte a uno spettacolo deludente cosa può fare un uomo che ha costruito la sua carriera sulla carta stampata? Naturalmente scrivere un libro, in cui tentare di trasmettere i valori che per lui sono stati importanti, attraverso il racconto della sua esperienza. Il risultato è un tono animoso e partecipe che pervade tutto il libro e che trova le sue ragioni nel passato, nel profondo coinvolgimento con cui ha vissuto gli eventi della sua giovinezza e nel futuro, o meglio in una speranza per il futuro. Non dovete però pensare, dopo tutti questi discorsi sulla memoria storica, il legame con l’attualità, che il libro sia un concentrato di storia e politica. Emergono molti squarci di memoria pura e semplice, che non di rado sconfinano in veri e propri frammenti di assoluta poesia, che si integrano perfettamente nell’economia del romanzo. Si va dai ricordi di Cuneo, borgo natio, alle descrizioni del paesaggio montano e, soprattutto, dei suoi abitanti, “presenze quasi faunesche” , che interagiscono spesso con i partigiani, offrendo loro riparo e aiuto e verso i quali Bocca nutre molta simpatia e percepisce grande affinità. I lunghi momenti di pausa dall’azione guerresca non sono dunque momenti morti nella narrazione che si nutre di episodi, come le bevute in compagnia dei montanari con il vino ristoratore, e di squarci lirici, come quello, bellissimo, riportato in quarta di copertina. Ci si domanda come sia possibile che in un momento così delicato si possa trovare il tempo per godersi lo spettacolo della natura. “E’ l’unico momento in cui ho guardato la natura in vita mia” confessa Bocca a Fabio Fazio, ed è proprio questo il punto. Forse la nostalgia non riguarda solo l’impegno politico, l’orgoglio nazionale, ma anche il sapore che dava alla vita questa lotta risoluta in nome degli ideali. Perché, “se non sei un pastore che si è alzato all’alba” o un partigiano, lo spettacolo della fioritura dei ranuncoli ti può solo essere descritto, magari in un libro.

Laura Carli

20 novembre 2006

SHANTARAM - GREGORY DAVID ROBERTS

Un romanzo di quasi 1200 pagine, un capolavoro realizzato in tredici lunghi anni, un viaggio verso i colori, i sapori e gli odori dell'India. E' davvero difficile condensare in una breve recensione tutto ciò che è questo libro: passione, amore, amicizia, vita. Queste sono le parole-chiave del senso profondo di Shantaram, "Un capolavoro...un romanzo che tocca la mente e il cuore, che appassiona e fa pensare" (Daily Telegraph).

Greg, evaso dal carcere di massima sicurezza di Pentridge in Australia, si trova all'aereporto di Bombay con i documenti di un certo Lindsay. Una città, quella di Bombay, della quale ci si innamora subito con i suoi stravaganti personaggi, i colori, le sofferenze degli slum e le ingiustizie di un mondo corrotto. Ma anche con una grande umanità, solidarietà e capacità di condividere tutto, nel bene e nel male. Ed è proprio da qui che inizia la storia del protagonista, o meglio, la sua nuova vita. Lin si in reinventerà dottore un ambulatorio, entrerà a far parte della mafia di Bombay, affronterà prima una guerra in Pakistan e poi una in Afghanistan, verrà imprigionato e torturato, verrà risucchiato dal vortice dall'eroina, reciterà nei film della magnifica Bollywood, verrà amato e tradito.

La corposità del libro forse può intimorire qualche lettore ma, credetemi, leggerete questo libro con avidità fino all'ultima riga e poi rimpiangerete di averlo terminato così velocemente. Con soli 22€ potrete affrontare uno splendido viaggio e una magnifica avventura nel cuore dell'India o forse nel cuore del mondo.

Melissa Ceccon