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13 febbraio 2011

Fotoracconto dalla manifestazione in difesa della dignità della donna

Secondo le prime stime, la manifestazione di oggi ha visto la partecipazione di quasi un milione di persone in tutta Italia. E centinaia di migliaia di donne, uomini, e famiglie intere si sono dati appuntamento nel pomeriggio anche a Milano, in piazza Castello, per ribadire la propria indignazione contro la mortificazione della figura della donna nel nostro paese, portata avanti senza pudore in primis dal Presidente del Consiglio. Contro lo stesso Berlusconi si scagliano molti degli slogan, scanditi su striscioni e cartelloni, che riempiono la piazza.

Sul nostro account Flickr potete trovare le immagini che abbiamo raccolto durante la manifestazione.

18 gennaio 2011

Video ergo sum

Nell’estate del ’94, un Karl Raimund Popper novantaduenne e fisicamente molto debilitato -morirà a settembre dello stesso anno- non rinunciava ad affermare con decisione i propri timori riguardo alle potenzialità negative del mezzo televisivo. Il saggio cui Popper dedica le sue riflessioni, dall’eloquente titolo Cattiva Maestra Televisione, è stato molto apprezzato a livello internazionale, ma altrettanto criticato e discusso, non senza qualche sfiducia nelle capacità di un vecchio filosofo, nato agli albori del Novecento, di capire un mezzo ancora così giovane come la televisione, tutto proiettato nel secolo successivo. Ma rilette oggi, a distanza di quindici anni, le sue riflessioni e i suoi moniti non sembrano poi così antiquati e privi di fondamento. Le sue maggiori preoccupazioni sono rivolte alla forza con cui la legge della corsa all’audience riesce a plasmare i programmi televisivi trascinandoli sempre più verso un fondo privo di qualità. Violenza, sesso e sensazionalismo sarebbero così le spezie di un piatto mediatico pressoché insipido e cucinato con crescente incompetenza.

Il problema a questo punto diventa per Popper educativo: la televisione, così mercantilisticamente definita, continua ad occupare un terreno sempre più vasto nell’ambiente di crescita dei bambini, che non sono ancora in possesso degli strumenti per affrontare autonomamente e in modo critico la fruizione televisiva. Il filosofo austriaco, che nei primi anni ’30 aveva insegnato nella scuole secondarie viennesi, sottolinea il carattere artefatto, man made, di una televisione che è a tutti gli effetti opera dell’uomo, e che non può quindi fregiarsi delle peculiarità di naturalità e neutralità che gli sembrano invece implicitamente attribuite dalla nostra società. Ma per Popper la televisione non è condannata ad essere una cattiva maestra. Sta a chi fa televisione non dimenticare che il mezzo di cui è responsabile è parte integrante, che lo si voglia o meno, anche della formazione dei bambini e dei ragazzi. Per far sì che la televisione assolva al meglio il proprio ruolo educativo Popper propone, destando forse proprio su questo punto le critiche più salde, l’istituzione di una patente, una licenza, un documento che certifichi la competenza e la qualità professionale di chi produce, elabora e partecipa alla realizzazione dei programmi. Malgrado la proposta sia parsa a molti ingenua e ad altri un po’ rigida e perfino pericolosa - per la possibilità che “i patentati” diventino una casta monopolistica del mezzo e dei suoi contenuti - resta con evidenza un notevole vuoto di responsabilità da colmare.

E il dibattito che tiene quotidianamente impegnata l’opinione pubblica -dentro e fuori dalla televisione- è alla continua ricerca di colpe, meriti e demeriti di questa deresponsabilizzazione. La soluzione di Popper sembra essere stata per il momento abbandonata, ma nient’altro ha preso il suo posto.

Per dovere di cronaca bisogna ricordare che Popper aveva come riferimento nelle sue indagini la televisione privata di Murdoch e Maxwell, e conosceva poco la situazione italiana. È invece notoriamente italiano l’autore di un provocatorio testo sulle modificazioni antropologiche cui il mezzo televisivo sottoporrebbe l’uomo. In Homo Videns,pubblicato per la prima volta tre anni dopo il saggio popperiano, Giovanni Sartori sostiene senza indugio l’impoverimento dell’apparato cognitivo umano ad opera della televisione. Il predominio del visibile sull’intellegibile porterebbe lo spettatore al pigro automatismo del vedere senza capire, del fruire passivamente di una sequenza di immagini senza che vi sia la necessità di intervento della capacità astrattiva e dell’immaginazione, che sono invece alla base dello sviluppo del pensiero dell’uomo, della sua evoluzione in quanto specie. Sartori non dimentica poi il ruolo, sempre in questa direzione, del fenomeno internet, che porterà l’homo digitalis a rimpiazzare il suo recente antenato homo prensilis. Non si tratta solo di una modificazione genetica, la televisione ha trasformato radicalmente le condizioni della nostra società: l’opinione pubblica è telediretta, nasce e dipende dallo schermo. La politica è diventata videopolitica, e i politici non possono fare a meno di diventare immagini in movimento e di sfruttare l’efficacia invasiva dell’opinion leadering televisiva. È ancora Popper d’altronde a ipotizzare che “un nuovo Hitler avrebbe, con la televisione, un potere infinito”.

Non manca certo chi si propone di non demonizzare il mezzo televisivo, di non farne il capro espiatorio della mancanza di responsabilità da parte delle agenzie informative tradizionali - scuola e famiglia in primis. Ma è pur vero che la fruizione di contenuti televisivi, ordinati dalla programmazione continua del palinsesto o scelti liberamente nella rete, occupa buona parte del nostro tempo, e oltre a guardarla, della televisione, dei contenuti che trasmette, si parla, si discute, e si scrive, tanto che anche la stampa non può fare a meno di riferirsi a ciò che succede in tv, ben oltre i confini delle pagine di critica culturale. La televisione è diventata ormai un fatto di cronaca, è a pieno titolo parte del reale. Lo scalpore suscitato di recente dalla rivelazione alla madre di Sara Scazzi a Chi l’ha visto? del ritrovamento del cadavere della figlia, senza che il collegamento in diretta tv venisse sospeso, ne è solo l’ultimo esempio. Il problema, come non manca di evidenziare Sartori, è che l’immagine televisiva non è reale, è mediata e costruita dagli autori, è frutto della loro scelta consapevole di intervenire sul reale, comunicando ai telespettatori il proprio punto di vista, la propria opinione.
In definitiva, apocalittici o integrati, la grande questione delle potenzialità del medium-messaggio televisivo rimane aperta.


Giuditta Grechi

4 dicembre 2010

La cultura in gara

Le città europee si sfidano all’ultima mostra per aggiudicarsi il titolo di Capitale Europea della Cultura.

Pécs in Ungheria, Essen in Germania, e Istanbul in Turchia sono le tre città che nel 2010 si sono aggiudicate il privilegio di poter diventare Capitali Europee della Cultura.
Ogni anno alcune città d'Europa vengono investite di questo titolo, che si accompagna a un finanziamento destinato ai progetti culturali proposti. Occasione per valorizzare la ricchezza, le differenze e le caratteristiche unificanti delle diverse culture europee, strumento-ponte per accorciare le distanze fra le storie, le tradizioni e le innovazioni dei Paesi comunitari. L’iniziativa, sviluppatasi entro il quadro internazionale di promozione e circolazione della cultura, è stata approvata nel giugno del 1985 dal Consiglio dell’Unione Europea, su iniziativa dell'allora ministro greco della cultura Melina Mercouri.
Il progetto doveva fermarsi nel 2004, ma dato il suo grande successo, è stato prolungato fino al 2019. Proprio l'ultimo anno l'incarico spetta all'Italia e alla Bulgaria. Il nostro Paese può vantare ben tre precedenti: Firenze nel 1986, Bologna nel 2000 (anno in cui furono ben 9 le capitali europee) e Genova nel 2004.
Quale città sarà quindi la capitale Europea del 2019? Si è aperta una vera e propria competizione per ottenere questo titolo.
Fra le concorrenti più agguerrite c'è Ravenna, la sua candidatura è stata presentata a Bruxelles l'11 novembre dal presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani, dall’eurodeputato Salvatore Caronna, dal sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci e dall'assessore alla Cultura della città romagnola, Alberto Cassani. Ottenere questo titolo è "Un progetto ambizioso cui Ravenna può legittimamente aspirare per le grandi qualità di un patrimonio storico-artistico che è una risorsa dell’intero Paese, ma anche una preziosa opportunità per costruire una nuova esperienza culturale da cui tutti i cittadini dell’Emilia-Romagna potranno trarre beneficio. Un passo importante per un sistema della cultura che a Ravenna si connette con lo sviluppo, il turismo, la qualità della vita” ha commentato Vasco Errani. L'obbiettivo è inoltre quello di promuovere lo sviluppo dell'intero territorio con una futura crescita sociale ed economica che coinvolga anche tutte le principali città della Romagna, a partire da Rimini, Forlì e Cesena.

Altra concorrente forte è Venezia, che si è candidata il con il progetto "Venezia con il Nord-Est", in cui si propone tra l'altro di sviluppare la metropolitana della cultura: una rete di quattordici linee che connetteranno le principali città del Veneto, del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia. Le diverse linee saranno suddivise a seconda degli interessi, ad esempio la linea viola sarà per le arti visive, quella verde per il teatro e la danza, quella rosa per il cinema ecc.. La metropolitana collegherà la basilica di San Marco a Venezia, le ville di Andrea Palladio a Vicenza, i reperti romani di Verona, la Cappella degli Scrovegni a Padova e l’architettura mitteleuropea di Trieste. Senza dimenticare i bellissimi paesaggi delle Dolomiti, dichiarate “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” dall’Unesco. Mappa metropolitana alla mano, le persone potranno quindi decidere il proprio percorso culturale personalizzato cambiando linea nelle stazioni di coincidenza. L'unico interrogativo è se questo ambizioso progetto sia realizzabile entro il 2019.
Anche L'Aquila si è messa in gioco. Il gruppo su facebook che sostiene la sua candidatura può già vantare più di 11.000 iscritti, che continuano a crescere. L’impegno di numerose istituzioni internazionali e Paesi stranieri - Germania, Spagna, Francia, Stati Uniti - nella ricostruzione, fanno dell’Aquila un prototipo di collaborazione, affermando la dimensione più che europea della città. Le risorse già stanziate, come sottolineato dal Presidente della Regione Gianni Chiodi, si trasformerebbero da un mero “contributo alla ricostruzione”, in un effettivo investimento di sviluppo, grazie all’effetto promozionale che un Grande Evento di questo tipo potrebbe generare.
Ma ci sono ancora molte altre città italiane che vogliono candidarsi al riconoscimento europeo: Palermo, Bari, Brindisi, Catanzaro, Torino, Matera, Siena, Perugia e Assisi sono fra le papabili.
Chi vincerà questa gara? È ancora presto per dirlo, il bando nazionale sarà pubblicato alla fine del 2012 e la città vincitrice sarà designata presumibilmente solo nel 2014. Nell’attesa potete partecipare anche voi alla selezione votando sul sito www.candidatecities.com la città che preferireste vedere Capitale Europea fra quelle dei Paesi cui è già stata assegnata la candidatura.

Elena Sangalli

20 novembre 2010

NON CI SONO PIU' I CARTONI DI UNA VOLTA

In occasione della settimana dell’infanzia, l’ultima moda su facebook, comparsa lunedì un po’ in sordina e dilagata qualche giorno più tardi nel giro di poche ore, consiste nel postare sull’immagine del profilo la foto di un cartone animato, di modo da “non vedere più una sola faccia umana, ma una serie infinita di ricordi”.
Il risultato è una cacofonia di anime, una reunion tra protagonisti Disney, un deja-vu sentimentale per chi ha frequentato le elementari e le medie tra gli anni Ottanta e Novanta.
Goku chatta con Lady Oscar; Heidi è in “situazione complicata” con Charizard, che è fratello di Pollon, Mignolo, i Biker Mice e Inuyasha (si diventa sempre famiglie allargate, su facebook!) che ha un post in bacheca di Ranma, commentato da Pochaontas.
Persino le nuove generazioni, i cosidetti “Bimbiminkia” del liceo, non sembrano immuni a questo trend: le loro foto sono tutte un omaggio Sailor Moon o ai Disney classics, come se dopo la fine di Dragonball GT nessun cartone fosse degno di essere ricordato.
“Non li fanno più come una volta” ho sentito dire da qualche coetaneo nostalgico. Niente di più vero.

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un paio di puntate delle Winx. Ignorarne l’esistenza è un po’ come cercare di tapparsi le orecchie davanti al nuovo film Harry Potter: impossibile. Tra pubblicità, lungometraggi e regalini dentro le merendine, chiunque deve averne sentito parlare almeno una volta! Ma per i più ostinati paria di questa perla della cartonigrafia italiana, farò un breve riassunto della trama: protagoniste della storia sono cinque amiche (poi diventate sei) che vanno alla scuola per fate di Alfea e combattono contro le nemiche storiche, le perfide streghe Trix. L’idea non è male, tanto più che in un periodo di banalità e di “già visto” quale è quello attuale, la storia sembra contenere un barlume di originalità. Il fatto che per una volta si tratti di un prodotto made in Italy, fa riempire anche di un certo orgoglio.
Ma c’è un ma. Se si dovesse ascrivere a un sottogenere, “Winx Club” apparterrebbe sicuramente alla fantascienza. E non tanto perché la storia verte su magie e incantesimi, ma per tutto l’apparato di messaggi subliminali assolutamente surreali che le fanno da contorno!

Cominciamo dall’aspetto fisico delle ragazze: tutte alte, magre, bellissime e con un vitino dal diametro massimo di dieci centimetri, un vero inno all’anoressia. Il loro look tipico prevede la minigonna d’ordinanza, associata a un top striminzito che farebbe arrossire dall’imbarazzo la Christina Aguilera dei tempi di Dirrty. Quanti gruppi di amiche altrettanto omologati si possono incontrare nella realtà? Nessuno.

E poi. Tutte le Winx sono fidanzate. Tutte. Nello stesso momento (fatto statisticamente del tutto impossibile). Con dei principi azzurri (in senso letterale: su Alfea c’è persino una scuola apposta!) che dicono per davvero frasi come “essere lontano da te non significa che tu sia lontana dal mio cuore”. Definirli stucchevoli è riduttivo. Le loro relazioni sono assolutamente perfette, solide e idilliache, il peggio che può capitare è che un’altra fata invidiosa scagli un incantesimo sul fidanzato di turno, facendolo innamorare di sé, ma dopo aver versato lacrime per un paio di puntate, anche a questo si trova rimedio.

I temi discussi durante gli episodi, escludendo le varie moraline da cartone del primo pomeriggio sul bene che sconfigge sempre il male, (quindi: bambine fate sempre del bene!), variano da “quale vestito indosso oggi pomeriggio?” a “Oddio, come sono in ansia, devo incontrare i genitori del mio futuro marito, spero di piacergli!”, tutti argomenti sicuramente trattati con regolarità dal target di bambine sotto i dieci anni al quale il cartone si riferisce.

A dargli un’occhiata mediamente approfondita, l’idea è che si tratti di un corso di formazione a disegni animati per future veline, a non dire di peggio!
Sono proprio passati i tempi dei cartoni della nostra infanzia. Meno male che c’è facebook a ricordarci di “Johnny”, troppo imbranato per rivelare il suo amore alla bella Sabrina, e di “Rossana”, che ha passato novantacinque puntate a palpitare per il bacio a stampo di Erik (e noi con lei)!

Elisa Costa

26 ottobre 2010

SEDIA A ROTELLE: UNA VITA SPEZZATA?

I posti auto per i diversamente abili sono sempre vuoti, quando si cerca parcheggio da mezz’ora il pensiero di non poterli occupare è frustrante. Certe disposizioni politically correct risultano perfino scomode a chi ha la fortuna di potersi definire “normale”. Ma sono anche l’unico mezzo che garantisce una parvenza di normalità a chi convive con un handicap.
Abbiamo voluto incontrare alcuni di loro e raccontarvi le loro storie.
Benvenuti nel mondo della sedia a rotelle: un universo parallelo che in fondo è uguale al nostro, solo visto da una diversa prospettiva.

ANTONIO, 49 anni, sulla sedia a rotelle dal 2003.
La sua moto travolta da un camion. Poi la corsa in ospedale, e le settimane in terapia intensiva sospeso tra la vita e la morte.
Questa parte della sua vita Antonio la chiama “il brutto incidente”, quella che per lui ha significato un limbo doloroso, fino alla definitiva, durissima diagnosi: la conferma che la sua vita si era spezzata. Tra la quarta e la quinta vertebra, per esattezza. Paralizzato dalle spalle in giù, questa la nuova realtà che ha dovuto accettare con se stesso e con la sua famiglia.
“É dal momento in cui ti siedi che iniziano i drammi. Io ho dovuto imparare a stare sulla carrozzina, conoscere la carrozzina, le mie forze e le mie barriere. A distanza di sette anni è ancora un continuo avanzare come i bambini piccoli. Qualche anno fa ho avuto la febbre altissima. Il dottore pensava avessi la colecistite, ho fatto l’intervento e sono stato meglio. Ma per la diagnosi è andato tutto a tentativi: non potevo dire “mi fa male qui, sarà questo”. Io non ho dolore. Chissà cos’è questo!”.
Antonio oggi lavora in un ufficio, guida la macchina e cerca di conciliare il più possibile il suo handicap con la volontà di una vita “normale”, anche se non è sempre facile. “Vorrei fare più attività fisica, ogni tanto vado a nuotare. Ma non sono molte le piscine attrezzate per chi è come me, mentre di palestre per fare sport non ce ne sono del tutto!”.
Alla fine dell’intervista, prima di andare Antonio ci racconta anche di quanti ragazzi ha conosciuto in questo ambiente, rimasti paralizzati da giovanissimi a causa di un incidente il sabato sera o di una bravata finita male. “Io ho una certa età, ma a sedici, diciassette anni sembra che uno non abbia vissuto davvero. E sono molti più di quanti si possa immaginare”.

A.B., 70 anni, poliomielitico dalla nascita, sulla sedia a rotelle da dieci anni.
Com’è muoversi a Milano in carrozzina?
Beh, la metropolitana non l’ho mai presa perché può succedere che l’ascensore funziona dove sali ma non dove arrivi. Anche con gli autobus non ho esperienze. Andare in giro per strada è pericolosissimo, il giorno che c’è il lavaggio delle strade parcheggiano le macchine sul marciapiede, con la carrozzina bisogna andare in strada ed è pericolosissimo.
Cos’è cambiato, relativamente alle cure, nel corso della sua vita?
L’attenzione è cambiata. Io ho camminato fino a 39 anni senza ausilio, sbattevo le gambe ovviamente, e se c’era vento forte perdevo l’equilibrio; una volta sono caduto. Quando sono andato in pensione, nel 2000, sono finito sulla carrozzina a causa dei dolori. Ciononostante non mi sono “seduto”, faccio molte cose: data la mia esperienza in banca, curo gli interessi della mia famiglia e di altre persone. E poi faccio volontariato per il centro “Il Gabbiano”. Da qualche mese inoltre ho una nipotina da curare! Ogni tanto vado in parrocchia, e ultimamente faccio anche teatro.
Per quanto riguarda la vita domestica, è la casa ad adattarsi a lei o è lei ad adattarsi alla casa?
Sono io ad essermi adattato, e non ho chiesto alla casa niente in più di quello che ho. C’è un seggiolino tra water e lavandino, e un altro a cui mi appoggio, ma sono seggiolini dell’ Ikea per intenderci! Nella doccia abbiamo tolto un vetro, così riesco ad entrare, e c’è un seggiolino. Solo queste cose.
Tiriamo le somme: cosa le toglie e cosa le dà la sua condizione?
Mi toglie tanto. Pensa che non ho un ricordo di vita sana. Cosa mi ha dato… ecco, guardiamola dal lato positivo, mi ha dato una famiglia, un diritto al lavoro in quanto categoria protetta, per essere alla pari con gli altri. Nella vita c’è il buono e c’è il cattivo, il cattivo

X, 54 anni, affetto dal morbo di Wilson da quando aveva 24 anni.
X ha un nome, un cognome e due bellissimi occhi azzurri, ma per ragioni di privacy possiamo parlare solo di questi ultimi. Sono il primo e più immediato mezzo che lui ha per comunicare. L’altro è una macchinetta rossa dalle lettere usurate, che impiega per scrivere brevi messaggi. Ma per rilasciare questa intervista ha voluto a tutti i costi battere le sue risposte sulla tastiera del proprio computer.
Come hai attrezzato casa alle tue esigenze?
Cerco di adattarmi io.
Cosa ti piace fare, di solito?
Uscire. Di solito al bar.
Come ti trovi a girare per Milano con la carrozzella?
Male. Molto male. (Dietro di lui Giacomo Marinini, presidente dell’associazione “Il Gabbiano”, ricorda di quando sono andati al museo di Storia Naturale e non hanno incontrato problemi né con l’ATM né con la struttura. X ci pensa un attimo, poi prende a battere) Sì, ma è stato un caso. In genere gli autobus hanno la pedana, ma è rotta!
Che rapporto hai con le altre persone?
Buono. Anche perché io sono molto socievole quando sono fuori.

DAVIDE, 24 anni, affetto da tetraparesi spastica e MICHELE, 23 anni, affetto da spina bifida. Entrambi studenti alla Statale di Milano
Com’è muoversi a Milano con la carrozzina?
D: È complicato, non in tutti i marciapiedi ci sono gli scivoli. Clamorosamente ce ne sono più in periferia che in centro. Tram ed autobus sono accessibili, a parte quelli vecchi che non sono più molto frequenti. Noi abbiamo a disposizione un pulmino, gratis per me e per un accompagnatore, basta fare una tessera per disabili.
M: Io aggiungo solo una chicca: solo la linea gialla della metro ha gli ascensori, non in tutte le stazioni, e in piazza Duomo ce n’è uno solo. In Centrale non esiste nemmeno, c’è un montascale che una volta su 2 non funziona. E la scala mobile per un disabile in carrozzina è impraticabile, vuol dire rompersi l’osso del collo.
E in università?
D: È tutto a posto, diciamo che nella sede di Scienze Politiche non ci sono posti dove non si può accedere.
M: In Festa del Perdono è un po’ diverso, non si può raggiungere Crociera Alta perché l’ascensore è troppo stretto. L’ultima volta mi hanno aiutato in quattro sulle scale.
D: Uno dei due ascensori vicini all’Aula Magna è largo abbastanza per noi, ma non arriva a tutti i piani.
E proprio nell’atrio dell’Aula Magna hanno appena rifatto la rampa, allungandola e facendula girare ad angolo, che ne pensate?
D: È una cosa buona, ma fare quella rampa è faticoso, pur essendo a norma, perché l’inclinazione c’è. Io mi sono dovuto far spingere: non vuol dire che da solo non ce la fai, però arrivi stanchissimo. Ad ogni modo non potevano fare di meglio con lo spazio che avevano.
M: Per farla da soli occorrono una forza ed un fiato enormi, perché è pendente e lunga pur essendo appunto a norma, ma con una mano si fa.
Come vi organizzate per uscire la sera?
D: Nella maggior parte dei locali non si riesce ad entrare se si ha la carrozzina elettrica, perché spesso c’è un gradino alto.
M: Infatti, quattro persone possono sollevare una carrozzina “semplice”, mentre non ce la fanno con una elettrica con motore e tutto.
D: La cosa assurda poi è che in molti locali pubblici non c’è il bagno per disabili.
M: Però qualcuno lo trovi, dai. Se ti sbatti un po’ li trovi.
E voglia di sbattersi, di darsi da fare, tutte queste persone ne hanno da vendere. Conciliare la forzata dipendenza dalla sedia a rotelle con il naturale desiderio di autonomia è una sfida non da poco, ma perseguita con grande coraggio, e spesso con poca risonanza nella vita delle persone “normali”. Noi, portando all’attenzione di voi lettori le loro storie, speriamo quantomeno di avervi stimolato a guardarvi intorno da un’altra prospettiva, e magari a pensarci su prima di parcheggiare senza problemi sul marciapiede.

Elisa Costa e Alice Manti
Associazione “Il Gabbiano - noi come gli altri”
Tra le persone che abbiamo intervistato due ci sono state indicate dall’associazione ONLUS “Il Gabbiano”, che ha sede operativa in via Ceriani 3 (zona Baggio). È dotata di una comunità alloggi e si propone di creare occasioni di svago, di dare supporto psicologico alle persone disabili e alle loro famiglie mediante un Centro d’Ascolto. Fornisce inoltre servizi di orientamento e consulenza legale.
L’Associazione è in cerca di volontari: chi fosse interessato può contattare i responsabili allo 0248911230, o mandare una mail all’indirizzo associazionegabbiano@tiscali.it

2 maggio 2010

Fascisti in libreria. La cultura di destra tra banche, ebrei e poteri occulti.

Chi cercasse la “Libreria Ritter” su internet difficilmente intuirebbe il suo reale ambito di interesse. Osservando il sito infatti è ben nascosta, almeno ad una prima occhiata, ogni allusione al mondo dell’estrema destra. La prima impressione è quella di una semplice libreria specializzata in ambito militare, dove i testi più compromettenti sono inseriti in sottocategorie ambigue, tra nomi edulcorati come “Etnonazionalismo” o il generico “Stili di vita”.

Giunti fisicamente sul posto, viene qualche sospetto. Non una sola insegna annuncia la presenza della libreria, e solo seguendo una minuscola targhetta si giunge in una sorta di garage adibito a sala conferenze. Osservando poi i libri sugli scaffali, ogni dubbio cade: X Mas, Repubblica Sociale, celebrazioni degli Ultrà e addirittura libri di Faurisson e Irving (i teorici del negazionismo), oltre a testi più specialistici in numerose lingue straniere.

La nostra visita è avvenuta durante una conferenza di Mario Borghezio, l’europarlamentare leghista e “criptofascista”, noto per aver disinfettato una nigeriana in treno, aver partecipato all’incendio di un campo rom (a suo dire accidentale) e altre azioni dettate da quella che lui chiama “una natura ruspante e boschiva”.

La sala, piccola ma gremita, era composta da giovani con la testa rasata (pochi), uomini di mezza età con l’aria da intellettuale (abbastanza) e anziani nostalgici affetti da un principio di Alzheimer (molti, specie tra chi poneva domande). Chi, memore dei comizi di Borghezio visti in tv, si immagina uno sproloquio rivolto alle prime fasce di alfabetizzazione, deve però ricredersi. Il discusso avvocato torinese è quello che si sarebbe detto un intellettuale di destra, snocciola testi e autori con facilità, facendo sfoggio di letture numerose anche se limitate alla letteratura antagonista (di destra ovviamente). Il pubblico a volte lo segue, a volte un po’ meno.

Il tema è interessante: il mondialismo (ossia la globalizzazione nel gergo della destra radicale), visto come il generale appiattimento su alcuni modelli culturali dominanti. Le tesi, un po’ bizzarre: il fenomeno globale non sarebbe frutto semplicemente del progresso tecnologico e dei nuovi mezzi di comunicazione, ma di un disegno ordito a tavolino dal Nuovo Ordine Mondiale, composto dalle solite lobby giudaiche. Una manciata di banchieri ebrei controllerebbe il potere economico e quindi politico, reggendo le sorti del pianeta durante segretissime riunioni tenute a Gerusalemme o a New York. Da notare che la prima parte della conferenza, dove l’attacco è rivolto a Stati Uniti e banche, avrebbe trovato ampi consensi anche tra l’estrema sinistra.

Perché allora Borghezio, che si propone come intellettuale sostenitore di battaglie antagoniste, appoggia Berlusconi e fa propaganda da caserma? La domanda, posta dal pubblico, riceve una risposta allarmante, forse la chiave di lettura del successo della Lega: La propaganda si fa per ottenere il consenso, dicendo alla gente quello che vuole sentirsi dire; poi fra di noi possiamo dirci cosa pensiamo realmente.”

Filippo Bernasconi

30 aprile 2010

Cuore nero: viaggio nella destra radicale milanese

Qualche giorno fa abbiamo conosciuto Marco Arioli, il responsabile lombardo di CasaPound, una delle più giovani organizzazioni politiche di estrema destra (anche se loro preferiscono farsi chiamare “fascisti del nuovo millennio”). La loro appartenenza politica suscita quel misto di spavento e fastidio, comune nei confronti di chi manifesta un pensiero e un agire radicali. La rivendicazione fascista poi, è ciò che maggiormente offende chi proprio non capisce cosa ci sia di tanto affascinante nel ventennio, tanto da ispirare indegne celebrazioni. Abbiamo però cercato di mettere da parte i nostri giudizi (o pregiudizi?), ascoltando e cercando di capire.

Per quanto riguarda CP, si tratta non tanto e non solo di un riflusso nostalgico verso un passato eroico, quanto piuttosto del tentativo di “sviluppare in maniera organica un progetto e una struttura politica nuova, che proietti nel futuro il patrimonio ideale e umano che il Fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio”. Il loro simbolo è la tartaruga: “l’animale che per eccellenza rappresenta la longevità”.

L'associazione nasce a Roma nel 2003, con l'occupazione di un edificio che ne diverrà la sede, da parte di alcuni ragazzi, guidati da Simone di Stefano. Oggi l’esponente di riferimento è Gianluca Iannone, protagonista dell’esperimento che ha poi ispirato la nascita di CP, Casa Montag, e “teorico delle occupazioni”, oltre che fondatore del gruppo rock ZetaZeroAlfa.

L'approdo a Milano, recente, è stato assai travagliato. Prima come Cuore Nero - ma la sede di Viale Certosa è stata incendiata prima dell'inaugurazione, nel 2007, da antagonisti di sinistra - e infine come Casa Pound.

Il nome è, ovviamente, un tributo a Ezra Pound, uno dei grandi poeti del novecento, impegnato collateralmente nello sviluppo di una teoria economica “contro l'Usura”. Celebre la sua prigionia a Pisa, dove fu prima internato in un campo, e poi considerato pazzo grazie ad una perizia truccata proprio per salvargli la vita.

Al centro della sua speculazione economica è il cosiddetto “mutuo sociale”, ossia la costruzione da parte dello Stato su terreni pubblici, di case da vendere a prezzo di costo alle famiglie, senza passare per il cappio delle banche, l'ambizione è quella di dare una risposta concreta all'emergenza abitativa. Altro punto cardinale, la statalizzazione della banche: da quando “l'emissione della moneta è stata scippata alla Comunità Nazionale a favore di gruppi privati” i cittadini sono tenuti “sotto strozzo”, attraverso un calcolato e controllato aumento del debito. Si tratta dell'altrimenti detto “signoraggio bancario”, tema non ignoto anche al pensiero radicale di sinistra - fino a qualche tempo fa, era tema anche degli spettacoli di Beppe Grillo (anche se è considerato da molti una delle maggiori bufale via web).

-Comunque la si pensi, non è facile neanche riuscire a parlarne - si lamenta Marco, - ci ho provato nelle scuola, ma il commento alle mie parole era sempre lo stesso: “porco fascista!”. L'antifascismo è un mito duro a morire, come dottrina unica professata dai sedicenti progressisti di sinistra, tolta la quale molto spesso resta il nulla. Siamo pur sempre il paese incapace di fare i conti con la propria storia. -

Senza che questo significhi rinunciare all’antifascismo, va loro riconosciuto merito per le iniziative migliori, come la distribuzione della spesa ai poveri o, in Abruzzo, la collaborazione nella ricostruzione di Poggio Picenze, che ha spinto il sindaco - di centro sinistra - ad affidare loro l'organizzazione di una biblioteca, dedicata, ovviamente, a Ezra Pound. Per l'occasione è stato pensato lo slogan: “Libri come mattoni, per ricostruire l'Abruzzo”.

Per colpa di un nostro inveterato pregiudizio, restiamo stupiti dalla disponibilità di Marco a parlarci di ciò che fanno, e di ciò che pensano. Sembrerà banale, deamicisiano, ma anche il suo entusiasmo stupisce: non sono molte le persone entusiaste del loro impegno politico. Chi avesse il coraggio di andare oltre l’iniziale rigetto, è proprio su questo che dovrebbe interrogarsi, su come sia possibile spiegare quest'impegno. Va riconosciuta la loro capacità di mobilitazione, specialmente se confrontata con il nulla di chi, non credendo più in nulla, nulla fa perché un frammento di ciò che non piace cambi.

Per sfatare qualche mito, è bene segnalare la loro posizione, non comune (almeno fra le parallele organizzazioni politiche di destra), favorevole alla regolarizzazione delle coppie gay. Altrettanto degno di nota il loro antirazzismo, lontano da ogni possibile “caccia all'immigrato”. Anche loro, così come il mondo civile, pensano che il problema non sia mai l'uomo bisognoso di aiuto, ma il fenomeno dell'immigrazione clandestina. Difficile capire se dietro ai bei discorsi corrisponda un reale convincimento, fa comunque piacere sentire parole ragionate.

Alla fine della chiaccherata emerge che l’incompatibilità tra le nostre posizioni e quelle del responsabile di Casa Puond su molti temi non ci hanno impedito di ascoltare e di farci ascoltare, e per qualche secondo abbiamo intravisto la possibilità di un dialogo, di un confronto franco, non violento... Non è forse necessario questo per riuscire a realizzare qualcosa di nuovo e, secondo il motto di Confucio, tanto amato da Pound, rinnovare davvero?

Giuseppe Argentieri e Filippo Bernasconi

21 aprile 2010

AVATAR: COSE DELL'ALTRO MONDO? La foresta amazzonica e i danni all'ecosistema

Pandora, meraviglioso pianeta azzurro dei Na'vi, affascina e stupisce con la sua maestosa vegetazione e le sue fantasiose creature. Le riprese dall'alto delle immense foreste possono ricordare la foresta tropicale dell'Amazzonia, unico luogo della terra che ancora non è stato modificato troppo dall'intervento dell'uomo. Una delle idee più interessanti del film è che ci sia una specie di coscienza che pervade il pianeta, che i Na'vi chiamano "Madre". Anche una scienziata del progetto Avatar, Grace, scopre durante le sue ricerche un legame biochimico tra le radici di ogni albero, che le unisce come fossero sinapsi. I Na'vi rivolgono le loro preghiere a particolari specie di alberi dove sopravvivono gli spiriti degli antenati che li proteggono fungendo da tramite con la "Madre".

Gli alberi di Pandora hanno molte analogie con una particolare specie di alberi presente in Amazzonia. L’albero Samauma, chiamato “Regina della foresta”, è alto fino a 30 metri con un tronco del diametro di tre metri, ma la grandezza non è l'unica caratteristica in comune, Il Samauma è dotato di grandi radici chiamate “sapopernas”,strettamente intrecciate, che vengono utilizzate dagli indigeni per parlare tra loro a distanza percuotendole.

Ogni tanto nella foresta risuona un battito che nessuno ha provocato.

Si narra che creature invisibili e magiche, le Curupiras, proteggano la foresta e utilizzino le radici di quest’albero per comunicare. Oggi però il rumore delle motoseghe e delle macchine scavatrici sovrasta il segnale delle Curupiras. La loro antica voce rischia di scomparire del tutto.

In pochi decenni abbiamo perso il 40% della foresta amazzonica e in questo momento migliaia di incendi distruggono centinaia di ettari di alberi secolari per lasciare spazio a sconfinati campi per allevamento e colture intensive. Senza contare gli interessi delle grandi multinazionali del legno e la presenza di miniere d’oro, petrolio e gas naturale.

Ma infondo che male può fare qualche albero in meno?

Le foreste pluviali tropicali sono dei regolatori naturali della temperatura del nostro Pianeta e l’Amazzonia è il polmone verde più grande del mondo, determina l’andamento delle precipitazioni nel Brasile centrale, influenza il clima dell’America meridionale, del Golfo del Messico ed è fondamentale per l’equilibrio climatico mondiale.

La foresta amazzonica si estende in Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guiana Francese, Perù, Suriname, Venezuela. E’ più grande dell’Europa, ricopre il 30% della superficie delle foreste tropicali del mondo e ospita: 40.000 specie di piante, 420 specie di mammiferi, 1294 specie di uccelli, 818 specie di rettili, 427 specie di anfibi e 3000 specie di pesci nel Rio delle Amazzoni (un numero di specie superiore rispetto a quelle che vivono nell’oceano Atlantico). Immaginate i danni che la deforestazione e la pesca insostenibile attuata dalle grandi industrie hanno fatto e possono ancora fare?

Il wwf da anni cerca di impedire questo scempio con molte iniziative. Ha certificato 500 mila ettari di foresta con il marchio FSC (Forest Stewardship Council) che identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. Il wwf 1985 ha realizzato progetti di agricoltura sostenibile, economia agroforestale, educazione ambientale ed ecoturismo in 35 villaggi vicini alla Riserva di UNA (Brasile). Ha creato due riserve naturali nella foresta amazzonica in Perù, per un totale di 60.000 Km2 e, non ultimo, ha lanciato una campagna per salvare il Samauma.

Evidente in Avatar è la tematica ecologista: i veri nemici sono gli umani che sfruttano il pianeta incuranti del danno che provocano. La speranza è di smuovere un po' l'opinione pubblica e non solo in America.

Noi cosa possiamo fare? Non è colpa nostra se le grandi industrie distruggono il nostro pianeta per profitto. Tanto per cominciare si possono raccogliere alcuni suggerimenti presenti nel sito del wwf (www.wwf.it). Alcuni dicono che queste azioni sono soltanto una goccia nel mare e che in fondo non possono cambiare la situazione. Magari però, goccia dopo goccia...

A causa della deforestazione ogni minuto perdiamo un area equivalente a 36 campi da calcio, ogni anno perdiamo 1 milione e 600 ettari di foresta amazzonica.

I Na'vi hanno ingaggiato una guerra disperata contro un nemico nettamente più forte di loro per salvare Pandora. Noi cosa siamo disposti a fare?

Elena Sangalli

17 aprile 2010

Eppur ci credo. La sindone: falso o miracolo?

Nel 1988 tre differenti laboratori, ad Oxford, Tucson e Zurigo, hanno effettuato il test del Carbonio 14 per datare un campione del tessuto della Sindone. Il risultato complessivo colloca la fabbricazione della presunta reliquia tra il 1260 e il 1390, proprio il periodo in cui nelle cronache medievali appare per la prima volta il misterioso sudario. Se pensiamo che nella Storia sono circolate una quarantina di altre sindoni, tra le quali la più celebre è quella di Besançon, poi distrutta durante la rivoluzione francese, non è difficile presupporre l’opera di qualche falsario medievale.

Se la questione fosse solo scientifica sarebbe finita qui, ma non è così. La voglia di credere a tutti i costi di una parte del mondo cattolico (non però della Chiesa, che non riconosce ufficialmente l’autenticità del sudario) e la compiacenza di media ben contenti di inseguire le teorie più strampalate, permettono al mito di resistere.

Gli argomenti attraverso i quali i sindonologi ne sostengono l’autenticità seguono due principali filoni: la demolizione della prova del Carbonio 14 e la pretesa impossibilità di riprodurre il manufatto. Contro la datazione gli sforzi dei “negazionisti” sono veramente prodigiosi: innanzitutto c’è chi sostiene che dietro ai test vi sia l’immancabile lobby massonica, che avrebbe falsificato deliberatamente i dati, gettando un’ombra sulla lunga querelle tra le sedi candidate alla realizzazione dell’esperimento.

Sarebbero poi presenti anche degli errori nei calcoli statistici relativi ai dati del laboratorio di Tucson, che potrebbero forse spostare di qualche anno la datazione. Servirebbe però un miracolo, questa volta vero, per retrodatare il risultato di 1300 anni.

E’ stata avanzata anche l’ipotesi che il campione prelevato non fosse originale. Margherita d’Austria, zia di Carlo V, avrebbe fatto prelevare un lembo della veste, poi sostituito con un rattoppo. Disgraziatamente l’equipe di scienziati avrebbe prelevato proprio quel frammento. L’ipotesi, formalmente plausibile, potrebbe essere facilmente verificata con un nuovo test, ma forse si preferisce mantenere un alone di mistero.

Esistono poi ipotesi pseudoscientifiche veramente gustose: nel 1532 la Sindone è stata sottratta ad un incendio a Chambery. Per alcuni il calore delle fiamme ne avrebbe alterato la radioattività. Demolita scientificamente l’ipotesi, rivelatasi completamente infondata, ne è stata partorita subito un’altra: non il fuoco, ma dell’olio di colza usato per ripulire il telo avrebbe aumentato la quantità di carbonio, sfalsando di tredici secoli il risultato. Fatto questo che potrebbe teoricamente succedere, ma solo dopo aver rovesciato litri e litri d’olio sull’immagine dell’Unto del Signore. Le due ricerche, opera entrambe di due screditati studiosi russi, lo scienziato Kouznetsov e l’ex agente del Kgb Fesenko, hanno ricevuto notevole risalto sui media italiani. Peccato però che le loro smentite siano rimaste relegate alle riviste specializzate.

A prescindere dalla datazione, resta però aperto l’interrogativo su come la Sindone sia stata ottenuta. Ancora oggi non esiste una tesi definitiva, tra le molte avanzate, in grado di spiegare in modo conclusivo il procedimento usato. Vi sono le tesi più antiche, come quella vaporografica, che vede nella Sindone il prodotto di una reazione chimica tra il tessuto e alcuni aromi, completamente demolita da studi più recenti; è stata esclusa da quasi tutti gli studiosi anche l’eventualità che la sagoma umana sia stata dipinta, dopo aver constatato dopo accurate analisi l’assenza di pigmenti. Più recentemente è stato proposto il metodo della strinatura, ottenuto bruciando parzialmente il tessuto. Il procedimento permette di riprodurre l’immagine ma non l’effetto tridimensionale.

Il progresso più importante nel campo è però stato compiuto di recente dal professor Garlaschelli dell’Università di Pavia in collaborazione con il Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) e l’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti). Il professore ha realizzato una copia della Sindone utilizzando mezzi potenzialmente accessibili ad un falsario del ‘300. Il risultato non è non poteva essere identico all’originale, ma ne riproduce alcune caratteristiche considerate irriproducibili, come l’assenza di pigmento o la tridimensionalità, utilizzando il metodo del bassorilievo in gesso, ossia strofinando con un tampone cosparso di ocra rossa un telo poggiato sul corpo di un volontario.

In conclusione si può dire che dopo la prova regina della datazione del Carbonio 14 ed altre dimostrazioni collaterali la tesi che difende l’autenticità della Sindone sia diventata, scientificamente parlando, completamente insostenibile. Sorprende l’accanimento di alcuni scienziati nel difenderla, soprattutto quando questo genere di miracoli, verso i quali persino la Chiesa si mostra molto prudente, nulla toglie e nulla aggiunge alla Fede del credente.

Filippo Bernasconi

16 aprile 2010

Quanto conosci Milano?

A Milano non abbiamo “solo la nebbia”, luogo comune molto diffuso, soprattutto negli stadi. Milano ha molti luoghi d’arte, visitati da turisti di ogni sorta e noti a tutti gli universitari. Ma la città nasconde molte altre bellezze, che spesso non vengono notate nel nostro camminare quotidiano con lo sguardo rivolto al marciapiede per evitare di pestare qualche “portafortuna canino”. Il Duomo, la Scala, il Castello, la Basilica di Sant’Ambrogio, la Torre Velasca etc. sono ormai troppo conosciute per essere anche solo nominati. Sarebbe bello, invece, fare un giro turistico diverso dai soliti percorsi guidati, accompagnati da discorsi ammorbanti.

Per iniziare si potrebbe partire, zaino in spalla da vero turista, dalla nostra Università degli studi. Pochi accenni bastano per descrivere la Statale, un tempo sede dell'antico complesso della Ca' Granda come Ospedale Maggiore. L’ateneo di Milano viene istituito nel 1923 nell'ambito della riforma promossa dal ministro clip_image002[9]Giovanni Gentile; negli anni precedenti Milano faceva riferimento all’Università di Pavia. Il logo rappresenta la dea Minerva (la Sapienza) e sullo sfondo la città di Milano; la scritta disposta in cerchio recita “Universitas Studiorum Mediolanensis”.
Proseguendo a piedi, a pochi metri, troviamo piazza Santo Stefano. Qui sorge la Chiesa di San Bernardino alle Ossa, costruita nel 1269 in aggiunta alla camera destinata ad accogliere le ossa provenienti dal cimitero vicino – ai tempi l’Ospedale Maggiore era ancora attivo. Le pareti interne dell'Ossario, a pianta quadrata, sono quasi interamente ricoperte di teschi ed ossa, dando all’edificio quel senso di macabro mescolato all’arte rococò di fregi, porte e cornicioni.
In via Francesco Sforza è possibile ammirare un edificio poco comune: un tempio! Si tratta del Tempio Valdese, adattato ad una chiesa costruita su quel terreno anni prima. I fedeli appartengono ad una confessione protestante, il Valdismo.

Dirigendoci verso il Duomo, non si può mancare il passaggio in Piazza Sant’Alessandro. La piazza che accoglie la grande chiesa, seppure poco conosciuta (ma non dalla maggior parte degli universitari che frequentano la sezione di Studi Linguistici), è uno dei più begli spazi della vecchia Milano, non intaccati dalle ricostruzioni postbelliche. La chiesa viene costruita nel 1601, per volere dell’ordine dei Barnabiti e presenta una pianta centrale a croce greca coperta da cupola cui è aggiunto un secondo corpo minore, anch'esso sovrastato da una cupola, che funge da presbiterio. clip_image002[7]
Via Torino è poco distante. Famosa più per i negozi e le “mandrie” del sabato pomeriggio, in realtà questa via nasconde una perla di rara bellezza. La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, costruita tra il 1476 e il 1482, a pianta centrale, difetta di un quarto braccio, non costruito per la presenza di una strada assai frequentata (già allora!!). Ecco allora il colpo di genio: Bramante decise che il presbiterio ci deve comunque essere e fece costruire un finto spazio in prospettiva, con una volta in stucco, profondo soltanto 97 centimetri, ma in grado di suggerire una profondità molto maggiore, vero antesignano di tutti gli esempi di trompe l'oeil dei successivi sviluppi della storia dell'arte.

Se l’inganno ottico vi stuzzica, si può anche vedere il portone del Palazzo al civico 16 di Via Dante, certamente meno raffinato di un’opera del Bramante, ma degno di attenzione.

Percorrendo tutta via Torino, si arriva alle Colonne di San Lorenzo con relativa Basilica. Luogo molto noto, più per ritrovarsi a bere una birra in compagnia che per l’arte. All’interno della Basilica di San Lorenzo si può ammirare un arcaico Cenacolo, nel caso in cui siate impossibilitati a visitare quello in Santa Maria delle Grazie, visto che serve prenotare mesi prima. Il sito internet della Basilica descrive così questa “copia” : La pittura fu scoperta alla fine del 1800 mentre si lavorava alla base della parete per aprirvi una porta. (..) L’affresco, fu ritenuto una copia della “Cena” di Leonardo o addirittura la prima “Cena” di Leonardo anteriore, e perciò meno perfetta a quella dipinta per il Convento delle Grazie. Ma queste affermazioni cadono dinnanzi al fatto che Leonardo venne a Milano nel pieno rigoglio della sua attività artistica. Tuttavia il valore di questa pittura rimane elevato. Pur non presentando caratteri di originalità denota nell’ispirazione, nel disegno, nei clip_image002mezzi tecnici usati, un fine senso estetico che pone l’ignoto autore fuori dalla mediocrità. Merita il viaggio, anche perché non ci sono code e l’ingresso è gratuito.

Se tutta questa arte “antica” vi ha stancato, basta prendere la Linea 2 della Metropolitana nei pressi delle Colonne ( fermata Sant’Ambrogio) e scendere a Lambrate. In Via Predil, sulla massicciata della stazione è possibile ammirare una bellissima opera di street art realizzata da Blu. Il murales è immenso e si allunga su un muro ribaltando, in modo immaginifico, la gerarchia quotidiana del traffico cittadino: una marea di piccole macchine vengono schiacciate dalle ruote di ciclisti “ciclopi”.

Daniele Colombi

19 marzo 2010

Spostarsi a Milano. Sopra o sotto?

Mentre aspettiamo l’Expo 2015 Milano Vulcano Febbraio16 si trasforma cambiando velocemente aspetto. Per qualche anno bisognerà avere pazienza e sopportare i cantieri aperti che ostacolano la mobilità e il traffico cittadini. Tra i vari lavori, a creare più disagio sono sicuramente quelli per la linea della metro 5. Tutta la zona nord che comprende Viale Zara, Viale Marche, Viale Fulvio Testi e Viale Sarca è da evitare negli orari di punta. Anzi, è da evitare più o meno sempre.

Chiuso Viale Zara, tutte le auto si riversano in altre piccole vie che non reggono il traffico, e il nervosismo cresce tra le code. La metro aprirà nel 2012. Ancora due anni di incazzature. Mesi prima dell’apertura dei cantieri sono stati distribuiti volantini a tutti i residenti della zona, tracciando i cambiamenti dei flussi di entrata ed uscita dalla città in modo da evitare ingorghi e possibili incidenti. Fortunatamente non sono stati registrati incidenti, ma per il traffico non c’è soluzione. Puntualmente la zona 9 di Milano si riempie di auto, a tal punto che conviene lasciarla lì e riprenderla il mattino dopo, proseguendo a piedi.

Sembra che il comune abbia capito solo negli ultimi due anni le potenzialità e la comodità di una città ben servita dalle linee metropolitane. Infatti sono previste altre 2 linee, incredibile ma vero. Come avrà notato l’attento lettore, abbiamo 3 linee e si sta preparando la linea 5. Il salto di numero non è dovuto ad un errore, ma al fatto che esiste già un progetto per la linea 4 (S.Cristoforo Fs- Aeroporto Lainate). E anche uno per la linea 6 (Bisceglie – Viale Tibaldi). I tempi di realizzazione sono relativi, siamo di fronte più ad un’utopia che alla realtà.

Forse conviene prendere altri mezzi: negli ultimi tempi il comune ha promosso il bike sharing con il supporto dell’ ATM. Ci hanno illuso parlandoci di nuove piste ciclabili, e il risultato è scadente. Ci sono dei percorsi che sono ancora più rischiosi che starsene fermi in mezzo alla strada. Un esempio è la pista ciclabile Loreto-Monte Rosa, dove, tra interruzioni, lavori in corso e parcheggi selvaggi, è impossibile pedalare al sicuro. E’ da cambiare, prima di tutto, nuovo-gestore-trasporti-milano_articleimagela mentalità dei milanesi: abbiamo una città costruita completamente in pianura, la bicicletta deve essere il mezzo del futuro, ma per adesso si pensa solo a costruire macchine più grosse e inutili. Muoversi a Milano resta in questo modo difficile, soprattutto per gli universitari che non hanno la propria sede in Festa del Perdono, facilmente raggiungibile da due linee della metro. Un esempio lampante sono i ragazzi di Via Noto (traversa di Via Ripamonti), costretti ad inseguire ogni giorno il mitico tram 24, del quale tutti potrebbero raccontare un aneddoto avvenuto nelle ore di massimo affollamento durante il periodo di lezione. La beffa finale per loro è il fatto che il progetto della Linea 6 prevederà una fermata proprio in Via Noto!

Per eludere il traffico bisognerebbe volare. E qualcuno ha trovato una soluzione molto simile: un ingegnere e un geologo, Massimo Grecchi e Goffredo Muggiati, stanno dando vita ad un progetto che ha dell’assurdo. E’ una funivia lunga diciotto chilometri che percorre la città da Linate alla Fiera a Rho, con tanto di piloni (alti una novantina di metri) e giardini pensili per abbellire le stazioni (130 metri di altezza). Costo totale del progetto? Novecento milioni di euro! Forse è solo una voce sparsa per l’etere, eppure il sito esiste e sembra serio, con tanto di percorso e fermate : http://www.altaviamilano.it/ Resta solo da immaginare le reazioni dei milanesi, soprattutto di quelli che aprendo le finestre vedrebbero passare una funivia sopra la testa. Non ci resta che prendere sci e scarponi e fermarsi alle “collinette di S.Siro” sperando in una bella nevicata. Almeno si spera che lì non ci sia traffico.

 

Daniele Colombi

27 gennaio 2010

VERITA' NEGATE: I negazionisti dell'olocausto

Il tentativo di riscrivere la storia per un uso strumentale e politico è purtroppo di stretta attualità, tanto in Italia quanto all’estero. Il caso più eclatante è la negazione che sia mai avvenuto un evento storico di grandissime dimensioni come l’Olocausto. I sostenitori di questa tesi sono comunemente indicati come “negazionisti” ed amano definirsi “storici revisionisti”. Tuttavia la comunità storiografica internazionale rifiuta di confrontarsi con le loro posizioni: non le ritiene degne di attenzione. I negazionisti si fanno forti di questo mancato confronto, motivandolo con la paura, da parte della comunità storiografica, di non riuscire a confutare le loro argomentazioni. Ciò costituirebbe una prova che queste sono vere.
Perché quindi gli storici rifiutano il confronto? La differenza fondamentale fra uno storico e un negazionista è semplice: per descrivere un fatto lo storico parte dai dati, il negazionista parte da un preconcetto politico. Secondo lui infatti il Nazismo non fu il Male Assoluto descritto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale e le maggiori atrocità imputate alla Germania nazista non sono che delle menzogne.
Prima di giungere a tale conclusione sono necessarie alcune premesse: la verità storica è in continua ridiscussione e gli studiosi si dedicano alla ri-verifica continua delle fonti storiche (specie alla luce di nuove scoperte). Tale processo può portare ad una revisione di aspetti della storia di cui credevamo di sapere oramai tutto.
Il Negazionismo è altra cosa: invece di partire dal ritrovamento di nuove fonti o nuovi studi, parte dal preconcetto e cerca solo a posteriori delle giustificazioni a supporto di tale pregiudizio.

La quasi totalità dei sostenitori del Negazionismo proviene da posizioni filo-naziste; sembra quindi naturale che condividano l’intento di riabilitare il Nazismo. Ma davvero la loro argomentazione muove da preconcetti? Può essere utile tracciare un profilo delle posizioni comuni ai negazionisti:
a) i nazisti non hanno mai voluto sterminare gli ebrei, solo chiuderli in “campi di concentramento” (e non “di sterminio”) b) le camere a gas per l’uccisione sistematica degli ebrei non sono mai esistite c) il numero di ebrei morti nel corso della guerra è inferiore a quanto si creda; d) l’Olocausto è un fenomeno inventato dalle potenze vincitrici (Usa, Gran Bretagna, Urss), sostenute in questo dagli ebrei; e) esisterebbe infatti una cospirazione globale degli ebrei per il dominio del mondo.
Interessante è il rapporto che i negazionisti hanno con le fonti storiografiche. Un esempio clamoroso è il tentativo, operato dallo studioso francese Robert Faurisson, di negare l’autenticità dei diari di Anna Frank con procedimenti tipici dell’argomentazione negazionista. Al di là della specificità degli argomenti, è interessante notare gli errori logici alla base dell’argomentazione. Prendiamo due esempi:
1) Faurisson muove attacchi alla persona di Anna Frank, quando scrive: “tossicodipendente a una tenera età”, “sesso giovanile”, “stravaganze sessuali”, “il primo porno infantile” (ricordiamo che Anna Frank è un’adolescente, quindi alla scoperta del proprio corpo e che il suo nasce come diario personale). Ma in che modo simili accuse dovrebbero minare la sua credibilità di testimone? Si nota inoltre la tendenza ad avvalorare gli stereotipi denigratori di presunte perversioni sessuali connaturate alla razza ebraica.
2) Lo studioso trova due edizioni tedesche del diario, notevolmente diverse tra loro: Faurisson conclude che è una prova che l’autore è ancora vivo e quindi non può essere Anna Frank. Peccato che non prenda in considerazione l’ipotesi, che sembra più ragionevole, che le modifiche siano piuttosto da imputare all’editore o al traduttore (dall’olandese). Eppure per evitare un rischio del genere sarebbe bastato fare un’analisi dei manoscritti originali, invece che basarsi sulle traduzioni tedesche!

Questi non sono che esempi; ma l’epopea negazionista è piena di simili aberrazioni. Questo modo di argomentare con argomentazioni deboli, toni sensazionalistici, aggirando il centro della questione, è chiaramente improntato ad un cieco fanatismo politico. Così si presta fede, piuttosto che ad un’analisi ragionata delle fonti, ad una delirante teoria del complotto, sorda ad ogni ragione critica.

I negazionisti chiedono di poter esporre le loro tesi, in nome della libertà di parola. Eppure in alcuni Paesi (europei e non) sostenere pubblicamente queste tesi è punito anche con il carcere. Un attacco alla libertà di parola? Perché punirli, qual è il rischio?
Dovremmo chiederci allora se ogni individuo è libero di dire quello che gli pare, di insultare gli avversari, di infangare la memoria collettiva; se possiamo permetterci di lasciare la libertà a chiunque di riscrivere la storia con le menzogne, ad uso meramente strumentale.
Il rischio che corriamo è di svegliarci in un futuro in cui la menzogna e la falsificazione della realtà saranno all’ordine del giorno, un futuro in cui la storia viene riscritta al servizio della politica. Riflettere sul fenomeno del Negazionismo è importante: tutto sta a vedere in che misura siamo disposti ad accettare questo rischio.

Enrico Guerini

24 gennaio 2010

I MILANESI E IL TEATRO: UNO STRANO RAPPORTO

La terza edizione della festa del teatro, l’iniziativa del comune che per tre giorni permette di assistere agli spettacoli per soli quattro euro, quest’anno ha registrato un’affluenza di oltre quarantamila presenze solo nella prima giornata delle manifestazioni. Eppure andando a teatro il resto dell’anno, non è raro trovare una sala mezza vuota e ricca di capelli grigi. Viene da chiedersi se i milanesi siano davvero interessati al teatro o se la possibilità di trascorrere una serata spendendo meno di dieci euro sia più forte di una normale repulsione verso questa forma d’arte considerata obsoleta.
Per cercare di capirlo abbiamo parlato con Nicoletta Rizzato, amministratrice del Carcano, storico teatro in Porta Romana.

Lei gestisce il Carcano dal 1997, cosa può dirci dell’interesse nei confronti degli spettacoli? I milanesi vanno a teatro?
Sì, i milanesi vanno a teatro. Inoltre in questa città può fare affidamento su molte iniziative gratuite, che specialmente in questo momento di crisi vengono riscoperte. La festa del teatro è una di queste, permette di spendere solo quattro euro per spettacoli che non si vedrebbero mai. in aggiunta ci sono gli spettacoli gratuiti per il comune di Milano; in città sono diciannove i teatri convenzionati che devono necessariamente rappresentare due spettacoli gratis ad ogni stagione. Va molto bene, si attira il pubblico, lo si porta a vedere anche le cose più inusuali. Eppure negli ultimi anni in questo senso c’è stata un’eccessiva sovraofferta.
Queste iniziative difficilmente creano spettatori nuovi, generalmente ne usufruiscono persone che a teatro vanno regolarmente o altri che approfittano del basso prezzo ma senza poi diventare spettatori abituali. Anzi, cresce in loro la convinzione che sia inutile pagare il prezzo pieno del biglietto, basta aspettare, tanto poi c’è l’offerta! E questo è dannoso per il teatro stesso: se svendo uno spettacolo a tre euro faccio il suo bene? Che valore do a questo lavoro? Al Carcano, tra sconti e offerte il prezzo medio di un biglietto è 15€. La gente non si rende conto che il prodotto che acquista ha un valore più alto.

Negli anni ’90 a calcare le scene del teatro Carcano erano nomi quali Gaber, Montesano, Melato e Lavia, mentre oggi gli attori tendono ad essere sconosciuti a chi non è nel giro o un appassionato. Si può ancora parlare di “divismo teatrale”?
Ci sono delle differenze rispetto al passato: non ci sono più gli attori di un tempo. Quelli di oggi vorrebbero essere come quelli di allora ma non ci riescono. Non perché non siano bravi, ma perché è cambiata la società. Quando io ho iniziato ad andare a teatro, e parlo degli anni ’70, ci si andava con l’abito lungo, era un luogo chic, settoriale. Era quindi più facile per un attore darsi un tono. Prima più che di divismo si parlava di popolarità. Oggi è diverso, c’è un atteggiamento meno disincantato verso lo spettacolo, il teatro non è più percepito come un luogo così lontano.

Chi va a teatro oggi?
Forse è più facile individuare chi NON va, ed è la fascia dei 35-50enni. Perché oggi si diventa genitori più tardi e si fa carriera più tardi, quindi la sera si rimane a casa a badare ai figli o a lavorare. E poi quella generazione non ama vedere gli spettacoli, è cresciuta in un ventennio in cui si è fatto pessimo teatro e oggi lo considera un mezzo stantio.

Quanto è disposta ad osare nel cartellone?
Gestire un teatro è un po’ come gestire una pasticceria: devi creare dosi perfette di tutti gli ingredienti, altrimenti l’insieme non funziona. Il Carcano è un teatro di tradizione e il pubblico si aspetta da noi il mantenimento di una promessa. Nonostante ciò, abbiamo sempre cercato di osare. Ad esempio nella scorsa stagione con “Pensaci, Giacomino!” interpretato e diretto da Vetrano e Randisi. O con Monica Guerritore sotto la regia di Sepe. Bisogna saper osare avendo sempre presente il pubblico di riferimento, e soprattutto che esso non va mai tradito. Il pubblico ha tutto il nostro rispetto.

Che ne pensa della tradizione teatrale milanese? E’ancora forte rispetto al passato e ad altre città?
Direi che gli unici due centri teatrali ad essere saldi si possono oggi individuare in Milano e Roma, ma sicuramente il sentimento verso il teatro non è più così forte come prima. A Milano si sviluppa un’intensa attività di produzione, ma la “tradizione” vera e propria non esiste più. Negli ultimi anni sono nati dei poli che non hanno più niente a che vedere con il teatro ma che stanno diventando la norma. Gli spettacoli ormai si fanno nelle chiese, nelle piazze e nei centri culturali; a mio parere questo non è fare teatro. È un problema di fisicità e di spazio, fare teatro fuori dall’ambito teatrale può essere sfizioso a vedersi, ma non dovrebbe diventare la quotidianità.


La voce ai protagonisti



"Dalle ultime statistiche e dai dati SIAE e AGIS, Milano si conferma la capitale del teatro. Si fa più teatro a Milano di quanto se ne faccia in qualsiasi altra città italiana e il numero di biglietti venduti è in leggera crescita. Insomma il teatro non sembra risentire della crisi anche se, ovviamente, non bisogna generalizzare. Ma l’offerta milanese è eccellente, variegata, costante. C’è insomma teatro per tutti i gusti e per tutte le tasche. Va anche detto che il Comune di Milano, la Provincia e la Regione sostengono il teatro milanese contribuendo anche a calmierare i prezzi con proposte fattive.
Quali siano poi le molle che spingono i milanesi ad andare spesso a teatro è forse più difficile a dirsi. Anzitutto a Milano c’è teatro per tutti […] e poi basta ora aprire una pagina web o collegarsi a facebook o twitter e gli sconti e le proposte piovono a decine... al punto che è difficile sapersi orientare. […] Credo dunque che chi, ora come ora, non va a teatro a Milano, non ci vada per scelta (o forse per mancanza di informazione) non certo perché il teatro costi".

Alberto Bentoglio, docente di storia del teatro



“C’è un pubblico teatrale ben definito, ma nella mia esperienza io ho visto molti teatri pieni. E questo è un bene”

Galatea Ranzi, attrice


“Il nostro può essere considerato un paese lirico, ma non di teatro. E il pubblico non considera il teatro come un accrescimento del proprio patrimonio culturale. In Italia è nata la commedia dell’arte che si basa sul buffone, sul personaggio che si mette in evidenza e fa ridere; allo stesso modo oggi il teatro per l’italiano è buffoneria, non un evento culturale”

Nello Mascia, attore


“La passione (dei milanesi nei confronti del teatro n.d.r.) è rimasta costante, cambiano gli oggetti. Prima dire “teatro” a Milano era come dire “Piccolo”, oggi c’è molta più scelta, ci sono molti più teatri e i milanesi scelgono”

Paolo Bosisio, docente di storia del teatro



Elisa Costa e Valeria Pallotta

13 gennaio 2010

I DIECI SPORT PIU' ASSURDI DEL MONDO - PRIMA PARTE

Se pensavi che il Quidditch fosse lo sport più incredibile mai concepito da mente umana, evidentemente ti sei perso alcune delle più assurde discipline regolarmente praticate nelle varie parti del mondo.
Non disperare: per colmare questa tua lacuna ecco pronta la classifica dei dieci sport più improbabili del mondo.

10. CURLING
Con un po’ di fortuna, può capitare che in occasione di Olimpiadi o campionati mondiali un atleta possa essere strappato dall’anonimato, per godersi un quarto d’ora di popolarità alternando servizi fotografici a spot per la propria merendina preferita.
E a un anno dalle invernali di Vancouver già si scommette su chi sarà il prossimo a entrare nel club dell’ è bello essere famosi. Qualcuno punta su Stefano Ferramato. Probabilmente sua madre: Ferramato è nella nazionale italiana di curling, sport che ad ogni olimpiade stupisce milioni di telespettatori, esterrefatti per la facilità con la quale si erano dimenticati della sua esistenza, quattro anni prima.
In pratica, un giocatore lancia una speciale roccia di granito da 20 kg, la stone, verso una certa area del campo, aiutato dall’intervento dei compagni di squadra che scopano il ghiaccio lungo la traiettoria per eliminare l’attrito.
Uno sport che mette adrenalina al solo pensiero. È abbastanza plausibile immaginare mezza Italia programmare la propria cena sul fuso orario del Canada per non perdere le eliminatorie di curling, gli stadi gremiti e inserti speciali su ogni giornale che si rispetti, da Vulcano alla Gazzetta.
E ancora: i manager Ferrero entusiasti con un contratto pronto per il nuovo testimonial dell’Ovetto Kinder e centinaia di bambini dimenticarsi la maglietta di Totti o Giardino per andare a chiedere “Papà, posso andare a scopare?”.

9. HORSEBALL
La domanda “come posso fare per fondere insieme basket, rugby ed equitazione?” è un dubbio che sicuramente tiene sveglie di notte moltissime persone. Per loro fortuna un francese che negli anni ’30 aveva molto tempo libero ci ha pensato sul serio e così è nato l’horseball.
Le regole sono semplici: due squadre formate da 3 o 4 fantini ciascuno devono effettuare il maggior numero di canestri. È vietato andare nel senso contrario alla palla, tenerla con sé più di 10 secondi e recuperarla smontando da cavallo.
Una disciplina incantevole, dagli elevati valori pedagogici che se invece di condividere i cugini d’oltralpe avessero tenuto per sé, probabilmente non sarebbe mancata a nessuno. Carla Bruni insegna.

8. SWAMP SOCCER
Letteralmente: “calcio palustre”. Due squadre si sfidano su un terreno ricoperto da non meno di 30 cm di fango.
In Finlandia, dove è nato, è sport nazionale tra gli sciatori che vogliono mantenersi tonici anche d’estate.
In Italia, dove è sconosciuto, un semplice bambino tornato lercio dopo una partita a pallone con gli amici può essere considerato importatore di una disciplina ludica internazionale, per la gioia di europarlamentari, italo – finlandesi e di chiunque auspichi maggiore vicinanza tra le due culture.
Ora vallo a spiegare a sua madre…

7. RAFTING CON BAMBOLA GONFIABILE
Se trovate una bambola gonfiabile nell’armadio di un vostro amico, non pensate subito a notti in solitaria condite con sexy toys. Magari siete davanti a un amante dell’hydrospeed, che assieme ad altri appassionati ogni anno si reca in Russia per i campionati di rafting. Lo sport tradizionale prevede la discesa di un fiume o torrente con l’ausilio di una tavola o canoa. Nella versione “con bambola” al posto della tavola i concorrenti (atleti?) devono procedere ben abbracciati alla loro doll.
Assolutamente obbligatorio l’uso di casco e salvagente. Assolutamente vietato gareggiare ubriachi e intrattenersi con la propria bambola, pena l’eliminazione. Questo è uno sport serio: non l’avevate capito?

6. CHEESE ROLLING
Tradotto sarebbe: “rotolare giù da una collina inseguendo forme di formaggio”.
Materiale necessario:
- una forma di formaggio Gloucester
- una collina (più ripida è, più ci si diverte)
- 20 idioti disposti a rotolare dalla suddetta collina e pronti a farsi veramente male pur di raggiungere il proprio scopo.
Se poi l’obiettivo sia scendere indenni nel minor tempo possibile o afferrare il formaggio (che può raggiungere i 120 km/h) prima degli altri, questo non è esattamente chiaro.
Così come non sono chiare le origini dello sport. Sembra facesse parte di un rituale curativo pagano nato 200 anni fa. Evidentemente al tempo “curarsi” era sinonimo di “ferirsi”, “sfracellarsi” e “lacerarsi”. Molto meglio un’aspirina…

(continua...)
Elisa Costa

18 ottobre 2009

TOP TEN TV TRASH - SECONDA PARTE

Continua la top ten dei reality show più trash della televisione...

4. I REALITY SULLE VITE DEI VIP
Pur di mostrare al mondo di essere persone semplici, dai sani principi e alle quali il successo non ha assolutamente dato alla testa, l’ultima moda delle star hollywoodiane è quella di portare le telecamere tra le quattro(cento) mura di casa per far giudicare al pubblico in prima persona. E così si scopre che Jennifer Lopez spende 300 $ per una crema idratante, ma certe mattine si sente grassa e brutta come tutte le donne del mondo.
Un vero peccato che questa mania non sia dilagata anche in Italia. Chi non si appassionerebbe davanti alle puntate di irresistibili show come “Simona Ventura knows best” e “Casa Costanzo”?

3. TOMMY LEE GOES TO COLLEGE
Prendete un batterista ultra quarantenne e iper tatuato uscito miracolosamente indenne dagli anni novanta. Ricordate al suo neurone quiescente che nella vita esistono altre cose oltre alla musica, le droghe, l’alcol e l’album dei ricordi con le foto di Pamela Anderson.
Dotate il suddetto rocker dei giusti libri di corso, iscrivetelo al college, munitevi di videocamera per riprendere i suoi progressi e saprete come riempire quel buco nel palinsesto di prima serata.
È quanto hanno fatto con Tommy Lee, fondatore e membro dei Mötley Crüe, che nel programma “Tommy Lee goes to college” alterna reality (poco) a show (tanto).
Situazione talmente surreale da risultare quasi fantascientifica, ma che può portare a sviluppi esilaranti.

2. I PROGRAMMI PER ASPIRANTI PRINCIPI AZZURRI
Uomini rozzi, uomini maleducati, uomini impacciati, incapaci di cucinare, con comportamenti ad anni luce dall’essere definiti “bon ton”: come difendersi da questa tragedia? Prendendoli allo stato brado e addestrandoli per imparare le buone maniere!
Ci ha provato Helen Hidding in “L’uomo perfetto” (Sky Vivo), Jamie Foxx con “From G’s to Gents” (MTV) e persino la Rai in “Uomo e gentiluomo”.
Una piccola goccia nel mare.

1. PARIS HILTON’S MY NEW BFF
Dedicato a tutti coloro che si sono sempre chiesti cos’abbia mai fatto Paris Hilton nella sua vita, ecco il nuovo show del sabato sera su MTV. La ricca ereditiera è talmente sola che per trovare un amico ha bisogno di plasmarlo a sua immagine costruendoci sopra un reality (BFF sta per Best Friend Forever). Cercherà tra vari candidati: una decina di ragazze, un gay e un asessuato che combattono per la sua amicizia con astuzia, cattiveria, e un look da copertina. I concorrenti saranno costretti a girare per giorni con gli stessi vestiti, restare svegli per ventiquattr’ore di fila, farsi scattare una foto sexy mentre sono a testa in giù e così via. Tanto la Hilton sa che basterà regalare a tutti un nuovo blackberry per vederli tubare in coro “Ti amiamo, Paris!”.
Riuscirà un’amicizia tanto spontanea a durare per sempre?


Elisa Costa

12 ottobre 2009

STELLE E STRISCE TRICOLORI


Note di italianità a New York

Sulla copertina del New York Times brilla il primo piano di Mark Sanford, afflitto. E’ il governatore della Carolina del Sud ed ha appena ammesso, durante un’apposita conferenza stampa, di aver violato il talamo nuziale con una misteriosa donna argentina. L’incontro mediatico è stato definito ‘valle di lacrime e scuse’, e gli editorialisti americani concordano nel ritenere il repubblicano Sanford definitivamente fuori dalla corsa alla Casa Bianca per il 2012. Semmai, si discute se sia il caso che completi il mandato come governatore dello staterello a nord della Georgia. Parlando di Italia e Stati Uniti di questi tempi, il paragone non può che sorgere spontaneo, fra un Paese in cui un tradimento coniugale basta per stracciare una carriera politica, e un altro in cui ipotesi ben più gravi non scalfiscono il potere costituito. Probabilmente, perché da una parte si discute la credibilità di un uomo politico – tralasciando i dettagli pruriginosi – mentre dall’altra si consuma una stucchevole cronaca di gossip d’alto bordo. Eppure, prima che l’uragano Sanford catalizzasse l’informazione made in Usa, l’Italia ha aperto più volte gli inserti del New York Times: con la notizia delle Nozze di Cana del Veronese, proiettate a Venezia in una performance multimediale di Peter Greenaway, oppure per via degli ultimi fuochi dal pianeta moda, con foto di Milano in primo piano.
La patina che, oltre Atlantico, avvolge lo stivale è evidente. L’idea di un Paese inteso come “occasione mancata” permea tutte le conversazioni, con chiunque, di qualsiasi nazionalità e tendenza politica. Ma a New York, in tempi di globalizzazione, l’Italia da macchietta e folklore è lontana. Nessuno crede più alla bugia dell’ “italianità” di “Little Italy”, quartiere “nazionale” a sud di Manhattan, ridotto ad una Street più o meno breve, colma di tricolori e Laura Pausini in loop nei turisticissimi ristoranti di pizza e pasta. A Nord si distendono le vie del quartiere “Nolita” (North Little Italy: come “Tribeca” è il Triangle Below Canal Street, secondo il logico sistema americano di qualificazione dei neighborhood), e nel cuore di Nolita c’è il Lulu’s Bar, lounge soffuso e a la page, tracimante di trentenni newyorkesi. Lo ha tirato su circa un anno fa Stefania, che dice: “Che domanda è ‘Se mi sento italiana?’ Io sono Italiana! Anche se vivo qui da tanto tempo.” E little Italy? “Una bugia. Si tratta in maggioranza di Italo-Americani. Nel mio locale, frequentato per lo più dalla gente del posto, di autenticamente italiano c’è il calore, la creatività, la voglia di approfondire.” Stefania è arrivata a New York nel 1998 e, secondo un’impressione comune fra gli europei a contatto con la grande mela, la città le era sembrata insignificante: “All’inizio mi sono detta: ‘ma cos’è questo luna park senza neppure un briciolo di storia?’ Poi il suo modo di vivere ti entra nelle vene.” Dopo i primi soldi guadagnati, l’idea di sbarcare nel business della ristorazione è stata immediata: a New York, la città che mastica senza sosta, si registra la più alta densità di pub, ristoranti e delivery al mondo.
Al bancone del Lulu’s un altro esempio di Italia all’estero beve il suo cocktail rosa. E’ Carolina – Carol per Ena, l’amica californiana alle sue spalle che finisce, sorridendo, lo shot di tequila – nata e cresciuta in Abruzzo, ora a New York per lavorare nel settore del design d’interni. La nuova generazione di italiani negli States è, contemporaneamente, più italiana e più integrata di quella precedente. Le donne sembrano capaci di adattarsi meglio degli uomini ai cambiamenti di stile di vita e mentalità. “Faccio un lavoro che mi piace e soprattutto vivo in una città unica – spiega Carolina – Semplicemente, posso fare tutto quello che voglio, quando voglio.” Il suo ufficio è in alto, dentro qualche grattacielo a due passi da Union Square, una delle zone più “europee” e rilassate di Manhattan, dove le torri aggressive lasciano il posto a palazzi originali e meno evidenti, e le vie si rimpiccioliscono, facendo quasi dimenticare la grata che taglia New York in rigorosissime strade orizzontali e verticali.

A Nolita, nel Village, a Chelsea, l’Italia si trova anche nelle code. Per arrivare, ad esempio, nella penthouse di un albergo con piscina in cima – alfine di gustare un tradizionale “aperitivo tricolore” celebrato da un gruppo facebook – la fila in attesa parla in italiano di marketing, e la festa replica gli happy hour brillanti e superficiali della “Milano bene”. Ma anche per ascoltare Jovanotti – impegnato in un lungo tour estivo fra Manhattan e Brooklyn con la sua band internazionale – la coda cianciante di jazz trabocca da un intimo locale d’essai e, con un po’ di fortuna, è possibile assistere al concerto accanto a Fabio Volo, newyorkese d’adozione, che beve serenamente una birra. Nella parte mediana di Manhattan scintillano i grattacieli e le insegne di uno dei simboli della città, Times Square. Il nome della “piazza” (il cui concetto, in realtà, varia molto fra vecchia Europa e Nuovo Mondo) deriva dal giornale che l’ha resa celebre, il New York Times. La nuova sede del più autorevole quotidiano statunitense svetta ora sull’ottava strada, a due passi dalla piazza, e la firma del suo progetto trasparente e sostenibile è di Renzo Piano, interamente italiana.

“Ma bisogna essere realisti – avverte Antonio Carlucci, corrispondente da New York per L’Espresso – politicamente il nostro Paese non conta nulla, e anche per quel che riguarda moda, stile e arte, i media americani concedono molto meno spazio all’Italia rispetto al passato. Chi oggi, da Italiano, riesce ad emergere a New York nel mondo del business o della creatività lo fa con le proprie forze, senza alcun sostegno politico o della comunità d’origine, il cui senso è molto diluito. Del resto, se la prima immigrazione era determinata dalla fame, ora le cose sono molto cambiate…”. Ora, essere italiani a New York equivale più a meno ad essere italiani dovunque nel mondo.
Tuttavia, le cifre di una storia di immigrazione non si cancellano, e i trascorsi di un popolo che ha lasciato il segno nel dna multiculturale degli stati uniti sono ancora evidenti. Washington Square – luogo di ristoro nel centro di Manhattan – è dedicata al leggendario primo presidente degli Stati Uniti. Eppure, davanti la grande fontana centrale, campeggia una fiera statua di “Giuseppe Garibaldi eroe italiano”, mentre nella vasca illuminata di notte, gli zampillii vengono interrotti dalle turiste che, immergendosi in acqua, richiamano vagamente una scena felliniana. Insomma, senza sforzarsi troppo, ci si può sentire a casa anche a New York. E’ questo il segreto della città delle città.

Gregorio Romeo
Fotografie: Federica Storaci