Visualizzazione post con etichetta TEATRO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta TEATRO. Mostra tutti i post

24 dicembre 2010

Alla Scala Il lago dei cigni di Nureyev


Non occorrono altre parole per spiegare Il lago dei cigni, l’opera d’arte di Čajkovskij che, nella versione di Nureyev, il 16 dicembre ha inaugurato la stagione ballettistica 2010/2011 del Teatro alla Scala, dopo circa dieci anni di assenza dal palcoscenico meneghino. È il sortilegio di un amore impossibile, quello fra il principe Siegfried, malinconico protagonista del balletto, e Odette, la principessa trasformata in cigno dal malvagio mago Rothbart. Eppure, non è soltanto il dramma di un amore inconsolabile e privo di ogni speranza a fare del Lago il balletto par excellence, accanto ad altri capolavori del grande repertorio come Giselle e La Sylphide. C’è di più, ovverosia la straordinaria immagine, indelebile nella memoria di ogni spettatore, della splendida e aristocratica donna-cigno in tutù bianco, la quale, fragile e struggente, si aggrappa e nel contempo si abbandona all'amore del suo principe, nella speranza che il giuramento di quest’ultimo possa donarle la salvezza dalla crudele maledizione di cui è vittima. Vana illusione: soggiogato dal cigno nero Odile, oscura creatura plasmata da Rothbart e incredibilmente somigliante a Odette, Siegfried crede di scorgervi il suo amato cigno bianco e, reso cieco dall’amore, chiede in sposa proprio Odile. Il trionfo di Rothbart si compie: Siegfried spergiura e Odette non potrà essere salvata. L’incanto fiabesco del Lago, summa della geometria orchestica, rapinoso e suasivo come la sua musica, si concentra proprio qui, cioè nel tema, così meravigliosamente seducente, dell’amore di un mortale per una creatura soprannaturale, per un essere “diverso”, sospeso in un’incessante e costantemente incompiuta metamorfosi, vera essenza tersicorea del cigno.
Come si diceva, in scena alla Scala non è la coreografia originaria di Marius Petipa e Lev Ivanov, rappresentata nel 1895 al Mariinskij di San Pietroburgo, bensì quella di Nureyev, il quale, magnifico coreografo-ricostruttore qual era, già nel 1964, incaricato dalla Staatsoper di Vienna, si profuse in una rilettura totale del Lago, giungendo vent’anni più tardi alla sua versione definitiva per l’Opéra di Parigi, poi acquisita, nella stagione 1989/1990, dalla Scala e ad oggi nel repertorio della sua compagnia.
Ora, oltre a celebrare, accanto a Nureyev, la genialità di Petipa nel centenario della sua morte (1910), il Lago scaligero 2010/2011 si segnala anzitutto per l’inconsueto affidamento della direzione dell’orchestra alla bacchetta di Daniel Barenboim, nel contempo impegnato con l’opera inaugurale Die Walküre di Wagner, e poi per la scintillante presenza sul palcoscenico, quali danzatori protagonisti del primo cast, dei due giovani astri del Mariinskij-Kirov di San Pietroburgo: il ventottenne L. Sarafanov, interprete del principe Siegfried, e la venticinquenne étoile A. Somova, la quale si sdoppia nel ruolo di Odette/Odile. Sarafanov, nuovo Barišnikov e già acclamatissimo alla Scala, dimostra di ben conoscere e dominare con disinvoltura, scrupolosità e raffinatezza lo stile di Nureyev, il quale, proprio per il ruolo del Principe, aggiunse variazioni tecnicamente e interpretativamente al sommo della difficoltà, ampliandone la profondità introspettiva, la tensione drammatica e il contenuto espressivo. Somova, ora languida e struggente Odette, ora perfida e maliarda Odile, se non spodesta nella memoria la grazia, l’accurata eleganza e la stupefacente intensità dell’indimenticabile Margot Fonteyn, seduce con il sinuoso movimento delle sue braccia sottili. Con la qualità tecnica ed espressiva del suo movimento e con la pulizia delle sue linee, tutta di scuola pietroburghese, convince, elevando con sciolta naturalezza la sua interiorità a forma, senza però scadere nel cieco sfoggio virtuosistico. Simulando una mimesi dinamica, cromatica e psicologica, Somova passa con agio dal registro elegiaco dell’abbandono, dello struggimento, della nostalgia e della speranza di Odette, all’incantesimo erotico e all’indole coreograficamente diabolica, sensuale, nervosa e aggressiva di Odile. Impersona il ruolo bifronte del precettore Wolfgang e del mago Rothbart, simbolo del male e del soffocante autoritarismo che distrugge l’ideale dell’amore oltre la vita e il sogno dell’assoluto di Siegfried, novello eroe romantico, il primo ballerino scaligero A. Sutera, il quale si confronta, con esito pregevole, con la parte che Nureyev, negli anni della maturità, ritagliò per sé e su di sé.
Insomma, se la versione di Nureyev alla perfezione della composizione coreografica unisce un angosciante simbolismo psicoanalitico, soffuso di una concezione spiccatamente romantica, la genialità intrinseca del Lago alberga nel suo esprimere una nuova bellezza, non più ottocentesca, bensì già decadente, “pre-impressionista”: benché ancora non rompa con l’accademismo, esso è un balletto sul turbamento dell’interiorità, sul fluttuante sdoppiamento che pervade l’esistenza.

Fabio Paolo Marinoni Perelli

25 novembre 2010

Si va in scena (...forse). Parte II

Il 16 novembre il Teatro Libero ha organizzato una conferenza stampa per ripercorrere le incredibili e mirabolanti vicende che hanno portato alla chiusura della sala diretta da Corrado d’Elia. Gli aggiornamenti e le notizie non sono buone. L’ultima speranza del mese scorso era quella di portare il Teatro Libero in un’altra sala, in modo tale da risolvere definitivamente i problemi di sicurezza e i rapporti conflittuali con i proprietari dello stabile di Via Savona. Il Comune però sembra essere interessato a ben altre faccende, dal momento che alla conferenza stampa mancano sia Massimiliano Finazzer Flory (Assessore alla cultura per il Comune di Milano) che Antonio Calvi (Direttore del Settore Spettacolo del Comune di Milano). Corrado d’Elia però non è una persona che si arrende, e durante la conferenza riassume la vicenda, ricca di situazioni farsesche che rendono questa battaglia una vera lotta contro i mulini a vento.

Il Teatro Libero non resta a guardare né ad aspettare che i soldi piovano dal cielo. Una delle possibili soluzioni temporanee è la richiesta di un prestito alla proprietà, la quale prende tempo e risponde di voler vedere i bilanci del teatro. Una nota importante: il teatro Libero non ha mai chiuso i suoi bilanci in negativo, prima che, ovviamente, la sala fosse chiusa. Siamo al 26 Ottobre. Il Libero si vede costretto a chiudere altri contratti, oltre a quelli delle compagnie. Viene proposta una divisione al 50% per coprire le spese tra il teatro e la proprietà: quest’ultima si difende deviando il discorso sugli affitti arretrati e proponendo un anticipo di 10.000 euro. I soli lavori strutturali costano circa 40.000 euro. Il 4 Novembre si cerca un incontro con i rappresentanti del comune, ma Finazzer non è disponibile – nessuna motivazione aggiunta -, mentre Calvi è in ferie.
Nei primi giorni di Novembre Corrado e il suo staff, ormai ridotto a meno di cinque persone, contrattano con la proprietà, che insiste a voler dare pochi soldi e pretende gli affitti arretrati. L’apertura del teatro viene rimandata a fine dicembre, ma nel frattempo devono essere annullati altri spettacoli. Una perdita di introiti gigantesca.
Il comune si fa sentire a metà novembre, con una lettera di Calvi che propone alcune sale teatrali per cambiare sede. Inizia la commedia: l’elenco delle sale risulta essere un agglomerato di teatri con una stagione già avviata e un programma definito, di sale parrocchiali, di biblioteche smesse, di stanze senza collegamenti tra camerini e palcoscenico, di sale che pretendono un affitto esorbitante. Un’ulteriore sconfitta e un duro colpo al morale, perché “quando lotti con tutte le tue forze per una realtà a cui credi e a cui hai dedicato la vita, risposte fasulle e nulle come queste fanno cadere le braccia”, osserva d'Elia durante l'assemblea.
Il Teatro Libero ha una sala piccola, ma i numeri sono tutti a suo favore: 12 stagioni teatrali con 400.000 spettatori totali, 150 compagnie passate per il palcoscenico, 200 spettacoli di cui 34 nuove produzioni del Circuito Teatri Possibili. E ancora, il dato più rilevante: l’indice del pubblico, ovvero la percentuale delle persone presenti ad ogni spettacolo rispetto ai posti in sala. Il Teatro Libero è in prima posizione nella classifica dei teatri milanesi, che viaggiano su una percentuale bassissima.
Alla conferenza era presente anche il professore della Statale Paolo Bosisio, che rilancia una proposta: presentare un referto al Comune in cui vengono indicate i gestori delle sale milanesi e, soprattutto, quante e quali sale posseggono. In aggiunta inserire i dati dell’indice del pubblico e chiedere una nuova sala per il teatro Libero, che se la meriterebbe davvero.

Daniele Colombi

2 novembre 2010

Si va in scena (...forse).

Il teatro Libero di via Savona è un ottimo osservatorio teatrale, attento alle novità e alle nuove idee, capace di presentare spettacoli differenti dai classici cartelloni di teatri più famosi. Un teatro, insomma, che si discosta dalle comuni messe in scene dei testi dei più famosi drammaturghi italiani e stranieri.


La direzione artistica è in mano a Corrado d’Elia, a cui si deve questa programmazione stuzzicante e piacevole. Un’altra caratteristica che denota il teatro Libero è la particolare posizione dell’edificio: costruita all’interno di una ex fabbrica alimentare, la sala è sospesa in cima allo stabile di via Savona 10 ed è raggiungibile tramite ascensori o una particolare scala che fiancheggia le abitazioni private.


L’idea della sistemazione è del 1993, quando il capannone dello stabile viene adattato per il nuovo uso, dando vita così al primo spettacolo della fondazione del Teatro Libero – Fiori d’acciaio, per la regia di Alberto Ferrari. Il teatro fa ora parte del circuito Teatri Possibili, progetto artistico di produzione, formazione e diffusione del teatro creato a Milano nel 1996 dallo stesso d'Elia.
Una realtà teatrale molto interessante per una città come Milano, in cui la fama della Scala e del Teatro Piccolo può fare ombra a tutto il panorama dello spettacolo. I problemi però non derivano soltanto da una concorrenza spietata. Durante l’estate appena trascorsa, il teatro ha infatti affrontato i lavori di ristrutturazione della sala per migliorarla dal punto di vista dell’agibilità e delle comodità, andando incontro a una notevole spesa. Il giorno 29 Settembre la Commissione Comunale di Vigilanza, chiamata appositamente dallo stesso teatro per confermare la regolarità dei lavori compiuti, nega e rinvia l’apertura del teatro Libero a causa della presenza di ponteggi nel cortile per il rifacimento della facciata dello stabile di via Savona. L’apertura è stata rimandata per la fine dei lavori, in dicembre, quando i ponteggi saranno smontati e dimessi. Il problema riscontrato sta nel fatto che le tre uscite di sicurezza del teatro sfociano nel cortile e i ponteggi renderebbero difficoltosa l’uscita in una eventuale emergenza. Oltre al danno, la beffa: al Teatro Libero sono stati imposti altri lavori per un totale di 50.000 euro, una cifra che incide molto sul bilancio di una piccola realtà teatrale.

La fondazione Teatro Libero non è rimasta a piangersi addosso, ma ha contattato in pochi giorni i proprietari dello stabile, i quali sono venuti incontro alle richieste, rimuovendo in parte i ponteggi. Un buon segnale di collaborazione che non è bastato a convincere la Commissione Comunale alla riapertura. Nonostante la sala sia annoverata tra i teatri convenzionati, l'assessore alla Cultura del comune di Milano, Finazzer Flory, in un primo momento sollecito a fissare un incontro, ha poi disdetto per un accavallarsi dei suoi impegni. La stagione teatrale intanto è iniziata, e il primo spettacolo – Le notti bianche, per la regia di Corrado d’Elia –, il cui debutto era previsto proprio il 29 Settembre, è stato ospitato dalla sala del Teatro Litta, in Corso Magenta.
In molti si sono mossi per aiutare il teatro inviando lettere e e-mail di solidarietà o di protesta contro il comune. È iniziata anche una petizione on-line per dare una nuova sala al teatro: la notizia è girata velocemente tra le pagine di Facebook e si è cominciato a vedere qualche risultato. Dopo quasi un mese senza aver dato segni di particolare attenzione alla cosa, il comune è venuto incontro al teatro, organizzando una riunione con oggetto la riapertura della sala e, in futuro, l’assegnazione di una sala più grande. Finazzer si è personalmente votato alla causa del Libero anche se per adesso non ci sono notizie concrete a riguardo, ma solo grandi speranze. Certamente la situazione appare meno disperata rispetto a settembre, quando si pensava addirittura a una chiusura definitiva.


La raccolta firme continua, con l’augurio di dare un segnale forte e di dimostrare l’importanza di un teatro che non deve soffrire l’incapacità del comune di mettere a disposizione una sala migliore e certificata per fare spettacolo. Anche perché una piccola realtà come il Libero, in grado di offrire qualcosa di nuovo, va conservata e protetta dal possibile anonimato in cui potrebbe cadere con la chiusura a oltranza della sua sede storica.

C’è da chiedersi come sarebbero andate le cose se i lavori di ristrutturazione fossero stati destinati alle sale più prestigiose e con un nome più conosciuto.

Daniele Colombi

22 ottobre 2010

La Festa del Teatro

Un’iniziativa per far avvicinare il grande pubblico allo spettacolo dal vivo, proponendo prezzi simbolici da 0 a 4 euro.

Uno dei tanti motivi per cui i giovani non vanno a teatro, oltre alla poca conoscenza di questa arte, è l’ostacolo insormontabile dei prezzi dei biglietti, che viaggiano da 15 euro fino ad arrivare a cifre esorbitanti a seconda del teatro cui ci rivolgiamo. Fortunatamente Milano dispone di molte sale teatrali e andando oltre le pochissime informazioni che si ricevono sui programmi delle stagioni, è possibile godersi qualche serata a basso prezzo. La Festa del Teatro abbatte qualsiasi problema di prezzo, vendendo biglietti a pochi euro per un grosso circuito teatrale che comprende anche il Piccolo e i maggiori teatri di Milano. Un’occasione da non perdere per chi è appassionato, un’opportunità per chi cerca di avvicinarsi da tempo al mondo del teatro. Per tre anni la provincia di Milano ha organizzato questo evento, riscuotendo particolare successo e registrando il tutto esaurito su parecchie date – l’evento dura circa un week end, solitamente in periodo autunnale. Quest’anno per la città non si sono visti i cartelloni che promuovono l’evento, i giornali non ne hanno parlato, né si sono avute avvisaglie dai teatri. Sul sito della provincia di Milano si legge un comunicato del vice presidente e assessore alla cultura Maerna che si dice lieto di una nuova partecipazione alla Festa del Teatro da parte della provincia. In un'altra pagina dedicata alla Festa si può leggere che la nuova edizione è in programmazione. Qualche accenno sulla presenza allo Spazio Oberdan del maestro Pasquale Squitieri, che racconterà le sue esperienze legate al mondo teatrale e cinematografico: un po’ poco.
Una veloce ricerca però svela che le redini dell’organizzazione, a quanto pare, sono passate in mano alla provincia di Monza e Brianza. Chiare, infatti, le dichiarazioni del presidente di provincia Dario Allevi:“Dopo il grande successo della 1° Festa del Cinema MB la scorsa settimana, proponiamo la Festa del Teatro come ulteriore occasione per dimostrare la grande vivacità culturale della nostra Brianza”. Aggiunge Enrico Elli, assessore alla cultura: “Questa edizione della Festa del Teatro è la prima targata solo MB, completamente autonoma rispetto agli altri anni, quale espressione di una consapevole volontà della Provincia di indirizzare risorse, energie ed investimenti nel teatro, un importante strumento di crescita culturale e di valorizzazione per il nostro territorio. È una Festa che idealmente dà l’avvio a tutte le stagioni teatrali della Brianza e costituisce, così, un’occasione privilegiata per presentarle nel meglio della loro produzione. L’ampio successo delle scorse edizioni testimonia come la Festa sia attesa e accolta con entusiasmo da un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, che apprezza spettacoli coinvolgenti, di elevata qualità e di sicuro interesse: un risultato per il quale desidero ringraziare tutti gli organizzatori e collaboratori”.
Il programma della Festa con date, orari, teatri e tariffe è disponibile sul sito internet di Lombardia spettacolo e viene presentato on line tramite un filmato.
Novità della stagione è l’introduzione del progetto “Lirica in Brianza”: nasce un piccolo circuito lirico in grado di proporre 5 importanti rappresentazioni sui palcoscenici dei principali comuni della provincia. Non saranno solo gli spazi convenzionali del teatro al centro della Festa, ma anche i foyer, le biblioteche e lo stesso parco di Monza. Questi i comuni coinvolti: Monza, Arcore, Bovisio Masciago, Brugherio, Cesano Maderno, Concorezzo, Limbiate, Nova Milanese, Seregno e Vimercate.
Non è chiaro, dunque, il ruolo della provincia di Milano: se avrà una parte principale nell’organizzazione in altro periodo, se collaborerà con la provincia di Monza o se ha rinunciato del tutto alla Festa del Teatro – una decisione, quest’ultima, davvero inspiegabile. La mancanza di informazioni non aiuta il panorama teatrale milanese, già in ombra durante il periodo dell’anno e in difficoltà economica. Se poi vengono oscurate anche le iniziative che porterebbero nuovi spettatori e nuove entrate, si dà il definitivo colpo di grazia. Ancora una volta il mondo teatrale sembra dunque destinato una élite e quindi a essere poco considerato dal grande pubblico, con il rischio di ‘ingabbiare’ la realtà teatrale solamente nelle uniche due strutture conosciute perché famose in tutto il mondo: la Scala e il Piccolo. Milano, in verità, sarebbe in grado di offrire molto di più, grazie alle numerose sale presenti. Ma tra la Festa che rimane avvolta dalle nelle nebbie della mala informazione e la chiusura di piccoli enti teatrali, resta difficile infrangere l’idea del teatro come arte per pochi. Non fu certo un caso che quando Strehler e Grassi aprirono le porte del Piccolo, nel 1947, lo definirono un teatro d’arte per tutti.

Daniele Colombi

21 ottobre 2010

VIVERE IL TEATRO A MILANO: Il seminario di Stefano de Luca e l'associazione Cicale dell'Arconte

In un momento poco felice per il panorama teatrale milanese, segnato dalla chiusura del Teatro Libero, ecco alcuni suggerimenti per chi desidera vivere in maniera diretta e partecipativa la realtà teatrale meneghina.

Il 10 novembre avrà inizio a Milano il nuovo laboratorio condotto da Stefano de Luca.
Probabilmente, se non siete iscritti alla facoltà di scienze dello spettacolo o se non siete assidui frequentatori del Piccolo Teatro, questo nome vi dirà poco. In tal caso, eccovi alcuni ragguagli. Steafano de Luca è uno tra i registi teatrali più attivi a Milano. Si diploma nel '90 alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, diretta da Giorgio Strehler (personalità mitica nel panorama teatrale italiano, che insieme a Luchino Visconti ha legittimato la regia come forma d’arte).
Nel '95 frequenta il primo corso per assistenti alla regia di Strehler; seguono seminari con Peter Brook, Ian Mc Kellen, Carolyn Carlson al Piccolo Teatro, Cecily Berry alla Royal Shakespeare Company. Non contento, decide di frequentare anche la scuola di Lev Dodin al Maly Teatr di San Pietroburgo, per un corso di perfezionamento. In seguito lavora come assistente alla regia di Giorgio Strehler, dal 1995 al 1997 e, dopo la morte del grande Maestro, di Lamberto Pugelli, Carlo Battistoni, Ferruccio Soleri e Guido Ceronetti.
Ha insegnato all'Accademy of Film and Drama di Budapest, all'Accademia alla Scala di Milano, alla Escuela superior de Arte Dramatica di Valencia, all'UCLA di Los Angeles, alla Shangai Theatre Academy.
Ora che Stefano de Luca vi è più noto, e se coltivate ambizioni artistiche e teatrali o fra di voi c'è un aspirante attore o regista, meglio se motivato da forte passione e con qualche esperienza di palcoscenico alle spalle, vi potrà far piacere sapere che parte a novembre un nuovo seminario tenuto dal regista ed organizzato dall'associazione culturale no-profit Le Cicale dell'Arconte. Il laboratorio si compone di trenta ore complessive di lavoro. Si aggiungono quindici ore di dimostrazioni aperte del lavoro con la compagnia Lupus/Agnus sullo spettacolo Verginella, durante le giornate del seminario.

L'associazione le Cicale dell'Arconte nasce con lo scopo di creare nella città di Milano un nuovo punto di incontro per la diffusione e la condivisione della cultura teatrale e delle arti visive. E' composta da un gruppo di lavoro di giovani con competenze diversificate, accomunati dall'esigenza di mettere a confronto l'esperienza di Maestri internazionali, con quella di realtà professionali presenti sul territorio ed ha come primo interesse la creazione di un laboratorio permanente dove ci si interroghi sul processo creativo. Un progetto che sta particolarmente a cuore all'associazione è la volontà di creare una realtà economicamente accessibile. La città di Milano offre infatti molte possibilità culturali e numerose occasioni per la fruizione dell’arte e del teatro, l’incontro tra i due mondi però, spesso risulta essere il frutto di commissioni esterne in stretta dipendenza da esigenze commerciali. Per quanto riguarda la pedagogia e la formazione, la città propone soluzioni legate a contesti accademici accessibili ad un numero limitato di partecipanti oppure corsi professionali di formazione teatrale ed artistica che limitano ugualmente la partecipazione, risultando inaccessibili dal punto di vista economico.
Milano, accanto ai settori culturali più in vista a livello internazionale, moda e design, offre occasioni di condivisione artistica con grandi mostre d’arte, dei più famosi pittori del passato, grandi fiere d’arte contemporanea e moderna, fondazioni che si occupano di portare anche da noi artisti conclamati in tutto il mondo, ma, la fruizione, in ognuno di questi momenti, si sviluppa sempre in una direttrice esterna: il pubblico è sempre e soltanto pubblico e non partecipa al processo creativo: prende atto dell’esistenza di tali artisti, che però non interagiscono col territorio e con l’identità della città, e rimangono in loco per il tempo previsto dalla mostra per poi sparire senza lasciare tracce significative.
Le Cicale dell'Arconte si propongono di diffondere la cultura teatrale e artistica per mezzo di progetti strutturati secondo momenti di formazione, stage, seminari e workshop tenuti da Maestri teatrali, esponenti delle arti visive e giovani artisti internazionali, e momenti di condivisione del lavoro svolto con la comunità milanese, grazie a open class e installazioni artistiche, che hanno come location luoghi fortemente frequentati dalla collettività milanese.
Le Cicale vogliono interagire direttamente con tutti coloro che desiderino dare un'occhiata al lavoro svolto e dare la propria opinione in proposito, vi invitiamo pertanto a visitare il sito
http://www.lecicaledellarconte.com/

troverete anche tutte le informazioni riguardanti il laboratorio di Stefano de Luca.

Irene Rossetto

9 marzo 2010

Una risata non li seppellirà tutti. Paolo Rossi in Statale



“Una risata non li seppellirà tutti, ma un po' di poesia può farli sentire delle merde!”

“In Italia di Rossi ce n'è, eccome se ce ne n'è!” (forse non così tanti come si pensa), qualcuno talvolta passa anche per l'università, e può capitare che venga invitato addirittura a tenere una lezione, soprattutto se è famoso e vanta una carriera lunga e controversa come quella del comico e attore Paolo Rossi. Ma partiamo dalla fine.

Vulcano ha avuto la fortuna di intervistarlo dopo il suo intervento in occasione della rassegna Lezioni d'Artista organizzata dalla Sinistra Universitaria in collaborazione con la Fondazione Gaber. Un incontro in cui l'attore milanese ha avuto modo di restituirci la fotografia di un compianto maestro, il Signor G, e di un mestiere, quello del teatrante, che non è semplicemente un lavoro ma è soprattutto un attitudine, un modo di intendere la vita.

Ha dichiarato recentemente che secondo una sua stima personale "Un italiano su due è stronzo, e che questo sarebbe il motivo, secondo lei, per il quale le cose nel nostro paese non vanno tanto bene". Ritratta? Ne è ancora convinto?

Si, confermo, ho dei sondaggisti molto precisi.

Quindi almeno uno di noi tre è stronzo, ad andar bene?

Ma no, dipende dai luoghi.

Secondo lei parlare di teatro popolare ha ancora senso?Non è solo una ristretta minoranza di persone quella che costituisce il pubblico del teatro?

È un problema e un paradosso. La gente non va a teatro perché costa troppo, ma nel momento in cui lo Stato si defila, potrebbe anche costare di più. Ad esempio, nello spettacolo che io sto per mettere in scena, mi piacerebbe far lavorare dieci o dodici persone, ma come faccio? Però alle volte in una compagnia si riesce a sopravvivere, facendo una sorta di Comune, come ai tempi di Molière.

Si parla spesso di crisi della Satira in tv..

A mio parere in un momento come questo, in cui la satira politica viene autogestita tanto abilmente dai politici e la figura del tiranno tende sempre di più a fondersi con quella del buffone, non ha molto senso focalizzarsi eccessivamente sullo sberleffo al potente. Sarebbe molto più interessante concentrarsi su un tipo di comicità più quotidiana, che abbia a che fare con i nostri vizi ed il costume comune. Poi certo, se vado come ospite in una trasmissione televisiva e mi chiedono una battuta su Berlusconi o la Carfagna, la devo fare. In teatro da questo punto di vista un attore è molto più libero.

A volte non ha l'impressione che la risata, che dovrebbe essere il mezzo per veicolare un messaggio più profondo, diventi l'unico fine? Non solo da parte dei comici e di chi fa teatro, ma anche dello spettatore che assiste in platea ad uno spettacolo solo ed esclusivamente per divertirsi. La satira è consolazione, ma c'è anche dell'altro, porta in sé storicamente una spinta utopica al cambiamento, ha lo scopo di incidere sul mondo in qualche modo, quindi?

Prima di tutto la satira deve far ridere. Se non fa ridere, uno può dire quello che vuole e avere tutte le ragioni del mondo per dirlo, ma non sta facendo bene il suo lavoro. Comunque un comico deve sempre ricordarsi di stare “schiscio” nel suo ruolo. Io sono un comico, non sono un guru o uno sciamano, non sono il capo di un partito, quindi prima di tutto la satira deve essere consolatoria, dopo di che si va avanti: se uno è un po' più bravo ci mette qualcosa, nella risata, che rimane, altrimenti va bene così. Ho molto rispetto anche di chi mi fa ridere e basta; magari non sono proprio i miei preferiti, ma li rispetto. Ho meno rispetto per chi non mi fa ridere.

Paolo Rossi ci insegna ciò che ha appreso nel suo percorso professionale e artistico da tre straordinari maestri come Dario Fo, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, suoi padri adottivi e suoi personali amici. Ci spiega che ”il genio deve saper rubare, mentre il mediocre si limita a copiare” citando en passant Pablo Picasso e Dario Fo, dal quale ha appreso questa massima la prima volta. Fo fu il primo a puntare su di lui, dandogli la parola, da mimo che era in un suo spettacolo. Da allora fortunatamente non ha più smesso di parlare; anche perchè, come dicono Gino e Michele, Paolo

Rossi parla quattro lingue tutte contemporaneamente. Gaber e Jannacci verranno dopo, li conoscerà più o meno nello stesso periodo. Il primo rappresenta la fatica, la tecnica, il perfezionismo di chi suda sul pezzo; l'altro gli mostrerà, suo opposto, cosa sia la genuinità dell'estro, la libertà del folle, tanto da spingerlo su un auto in corsa in Galleria, urlando fuori dal finestrino “ Sono un dottore,sono un dottore!”. Entrambi gli aspetti ha cercato di coltivare, durante tutta la sua carriera, pur essendo spontaneamente più portato verso l'estrosità di Enzo, ci fa notare come,soprattutto nell'ultimo periodo, abbia cercato di praticare la fedeltà al metodo e alla disciplina ereditati dal Signor G, il quale ha poi anche seguito a modello, per quel senso di responsabilità civile che lo ha spinto a fare determinate scelte, come fermarsi a teatro.

Angelo Avelli Jr , Giusepper Argentieri

24 gennaio 2010

I MILANESI E IL TEATRO: UNO STRANO RAPPORTO

La terza edizione della festa del teatro, l’iniziativa del comune che per tre giorni permette di assistere agli spettacoli per soli quattro euro, quest’anno ha registrato un’affluenza di oltre quarantamila presenze solo nella prima giornata delle manifestazioni. Eppure andando a teatro il resto dell’anno, non è raro trovare una sala mezza vuota e ricca di capelli grigi. Viene da chiedersi se i milanesi siano davvero interessati al teatro o se la possibilità di trascorrere una serata spendendo meno di dieci euro sia più forte di una normale repulsione verso questa forma d’arte considerata obsoleta.
Per cercare di capirlo abbiamo parlato con Nicoletta Rizzato, amministratrice del Carcano, storico teatro in Porta Romana.

Lei gestisce il Carcano dal 1997, cosa può dirci dell’interesse nei confronti degli spettacoli? I milanesi vanno a teatro?
Sì, i milanesi vanno a teatro. Inoltre in questa città può fare affidamento su molte iniziative gratuite, che specialmente in questo momento di crisi vengono riscoperte. La festa del teatro è una di queste, permette di spendere solo quattro euro per spettacoli che non si vedrebbero mai. in aggiunta ci sono gli spettacoli gratuiti per il comune di Milano; in città sono diciannove i teatri convenzionati che devono necessariamente rappresentare due spettacoli gratis ad ogni stagione. Va molto bene, si attira il pubblico, lo si porta a vedere anche le cose più inusuali. Eppure negli ultimi anni in questo senso c’è stata un’eccessiva sovraofferta.
Queste iniziative difficilmente creano spettatori nuovi, generalmente ne usufruiscono persone che a teatro vanno regolarmente o altri che approfittano del basso prezzo ma senza poi diventare spettatori abituali. Anzi, cresce in loro la convinzione che sia inutile pagare il prezzo pieno del biglietto, basta aspettare, tanto poi c’è l’offerta! E questo è dannoso per il teatro stesso: se svendo uno spettacolo a tre euro faccio il suo bene? Che valore do a questo lavoro? Al Carcano, tra sconti e offerte il prezzo medio di un biglietto è 15€. La gente non si rende conto che il prodotto che acquista ha un valore più alto.

Negli anni ’90 a calcare le scene del teatro Carcano erano nomi quali Gaber, Montesano, Melato e Lavia, mentre oggi gli attori tendono ad essere sconosciuti a chi non è nel giro o un appassionato. Si può ancora parlare di “divismo teatrale”?
Ci sono delle differenze rispetto al passato: non ci sono più gli attori di un tempo. Quelli di oggi vorrebbero essere come quelli di allora ma non ci riescono. Non perché non siano bravi, ma perché è cambiata la società. Quando io ho iniziato ad andare a teatro, e parlo degli anni ’70, ci si andava con l’abito lungo, era un luogo chic, settoriale. Era quindi più facile per un attore darsi un tono. Prima più che di divismo si parlava di popolarità. Oggi è diverso, c’è un atteggiamento meno disincantato verso lo spettacolo, il teatro non è più percepito come un luogo così lontano.

Chi va a teatro oggi?
Forse è più facile individuare chi NON va, ed è la fascia dei 35-50enni. Perché oggi si diventa genitori più tardi e si fa carriera più tardi, quindi la sera si rimane a casa a badare ai figli o a lavorare. E poi quella generazione non ama vedere gli spettacoli, è cresciuta in un ventennio in cui si è fatto pessimo teatro e oggi lo considera un mezzo stantio.

Quanto è disposta ad osare nel cartellone?
Gestire un teatro è un po’ come gestire una pasticceria: devi creare dosi perfette di tutti gli ingredienti, altrimenti l’insieme non funziona. Il Carcano è un teatro di tradizione e il pubblico si aspetta da noi il mantenimento di una promessa. Nonostante ciò, abbiamo sempre cercato di osare. Ad esempio nella scorsa stagione con “Pensaci, Giacomino!” interpretato e diretto da Vetrano e Randisi. O con Monica Guerritore sotto la regia di Sepe. Bisogna saper osare avendo sempre presente il pubblico di riferimento, e soprattutto che esso non va mai tradito. Il pubblico ha tutto il nostro rispetto.

Che ne pensa della tradizione teatrale milanese? E’ancora forte rispetto al passato e ad altre città?
Direi che gli unici due centri teatrali ad essere saldi si possono oggi individuare in Milano e Roma, ma sicuramente il sentimento verso il teatro non è più così forte come prima. A Milano si sviluppa un’intensa attività di produzione, ma la “tradizione” vera e propria non esiste più. Negli ultimi anni sono nati dei poli che non hanno più niente a che vedere con il teatro ma che stanno diventando la norma. Gli spettacoli ormai si fanno nelle chiese, nelle piazze e nei centri culturali; a mio parere questo non è fare teatro. È un problema di fisicità e di spazio, fare teatro fuori dall’ambito teatrale può essere sfizioso a vedersi, ma non dovrebbe diventare la quotidianità.


La voce ai protagonisti



"Dalle ultime statistiche e dai dati SIAE e AGIS, Milano si conferma la capitale del teatro. Si fa più teatro a Milano di quanto se ne faccia in qualsiasi altra città italiana e il numero di biglietti venduti è in leggera crescita. Insomma il teatro non sembra risentire della crisi anche se, ovviamente, non bisogna generalizzare. Ma l’offerta milanese è eccellente, variegata, costante. C’è insomma teatro per tutti i gusti e per tutte le tasche. Va anche detto che il Comune di Milano, la Provincia e la Regione sostengono il teatro milanese contribuendo anche a calmierare i prezzi con proposte fattive.
Quali siano poi le molle che spingono i milanesi ad andare spesso a teatro è forse più difficile a dirsi. Anzitutto a Milano c’è teatro per tutti […] e poi basta ora aprire una pagina web o collegarsi a facebook o twitter e gli sconti e le proposte piovono a decine... al punto che è difficile sapersi orientare. […] Credo dunque che chi, ora come ora, non va a teatro a Milano, non ci vada per scelta (o forse per mancanza di informazione) non certo perché il teatro costi".

Alberto Bentoglio, docente di storia del teatro



“C’è un pubblico teatrale ben definito, ma nella mia esperienza io ho visto molti teatri pieni. E questo è un bene”

Galatea Ranzi, attrice


“Il nostro può essere considerato un paese lirico, ma non di teatro. E il pubblico non considera il teatro come un accrescimento del proprio patrimonio culturale. In Italia è nata la commedia dell’arte che si basa sul buffone, sul personaggio che si mette in evidenza e fa ridere; allo stesso modo oggi il teatro per l’italiano è buffoneria, non un evento culturale”

Nello Mascia, attore


“La passione (dei milanesi nei confronti del teatro n.d.r.) è rimasta costante, cambiano gli oggetti. Prima dire “teatro” a Milano era come dire “Piccolo”, oggi c’è molta più scelta, ci sono molti più teatri e i milanesi scelgono”

Paolo Bosisio, docente di storia del teatro



Elisa Costa e Valeria Pallotta

4 gennaio 2010

RASSEGNA TEATRALE STAGIONE MILANESE - PARTE SECONDA


“Fatti non foste a viver senza teatri, / ma per seguir, a prezzi scontati, spettacoli e canoscenza"*

“Ciò che ho sempre trovato di più bello, a teatro, è il lampadario”. (Charles Baudelaire)

Gennaio. Il primo mese del nuovo anno è con alta probabilità del Teatro Carcano, che propone da un lato un grande classico dell’antologia pirandelliana, “Il giuoco delle parti”(13-24/1), regia di Marcucci e Courir; dall’altro l’ultimo successo della goliardica e dinamica Lella Costa, “Ragazze”(27/1-14/2), che guida gli spettatori in un appassionata analisi dell’animo femminile.
Al Teatro Allianz, dal 27/1, dopo “We will rock you”, il musical cult “Cats”, regia di S. Marconi, regia associata e coreografie inedite di D. Ezralow, e musiche affidate a un’orchestra dal vivo.

Febbraio. Al Piccolo Teatro di Milano, “20 novembre” (5-28/2) di L. Norén, monologo ispirato alla tragedia del diciottenne omicida che nel 2006 uccise nel liceo della cittadina di Emstetten, in Vestfalia, 30 persone tra alunni e professori. Dal 7/2, al Teatro Nuovo, “Dante legge Albertazzi”, reduce delle letture calviniane.
Molto interessante appare invece la proposta del Teatro Leonardo, che con “Quasi perfetta”( 2-14/2), sempre frutto dell’ingegno della Compagnia teatrale “Quelli di Grock”, mette in scena il tema dell’anoressia. Rappresentato in tutta Italia e all’estero.

Marzo. Il mese di marzo si aprirà con la rappresentazione, nella nuova sede del Teatro Elfo (C.so Buenos Aires 33; 6-7/3), per la prima volta, dell’edizione integrale di Angels in America, di cui avevamo già parlato per il mese di novembre.
Al Teatro Leonardo troviamo invece “La regina della neve”(2-7/3), dalla fiaba di Andersen, produzione Quelli di Grock, rappresentazione metaforica dei vari passaggi della vita e delle difficoltà da superare insite in ogni cambiamento.
“Arlecchino servitore di due padroni”, spettacolo dei record di C. Goldoni, regia di G. Strehler, messa in scena di F. Soleri, giungerà al Piccolo Teatro di Milano dal 2 al 21/3. Rappresentato in 40 Paesi del mondo e in oltre 200 città, ha superato le 2.600 recite e due milioni e mezzo di spettatori. Infine, da segnalare è “Le bocche inutili”(11-28/3), a cura di Raimondi e Massimilla, testo teatrale inedito di S. De Beauvoir sul conflitto tra legge civile e morale, presso Pacta dei Teatri.

Aprile. Sempre al Pacta dei Teatri, dal 28 al 30/4, interessante risulta la messa in scena del testo di Eliot, “Terra desolata”, cult al 15°anno di repliche.
Mentre da non perdere è l’interpretazione al Teatro Nuovo di Leo Gullotta, in “Il piacere dell’onestà”(20/4- 2/5), commedia pirandelliana incentrata sulla fobia della società per l’onestà, intesa come valore dimenticato o ignoto.
Maggio. Due sono le iniziative interessanti per questo mese. Uno: il Teatro Elfo Puccini, dal 4 al 30/5 mette in scena “Happy family”, spettacolo di A. Genovesi ispirato all’ultimo film di Gabriele Salvatores, della stessa compagnia che aveva portato il testo al successo. Due: il Teatro Leonardo ospita la casa editrice Marcos y Marcos, che propone iniziative e letture le più varie.

Come andare a teatro senza il becco di quattrino (o quasi): riduzioni e sconti. Se sei uno studente della Statale sappi, o studente, che hai diritto a sconti e riduzioni. Come? Consultando la mail personale dell’Università Statale di Milano, con frequenza regolare Aldo Milesi, tramite l’indirizzo studiurp@unimi.it, responsabile del progetto “Studio di fattibilità dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico” (Via Golgi, 19-tel. 02/50314600), invia promozioni e riduzioni per i maggiori teatri milanesi (Piccolo, Litta, La Scala, Leonardo,etc). Basta cliccare sul link offerto, e acquistare, presentando la tessera universitaria!

Discorso a parte va invece fatto per il Teatro alla Scala: sapevate che si può assistere a tutti gli spettacoli a 10/7.50 euro?! Come? L’Associazione musicale “L’Accordo”, ufficialmente incaricata dal Teatro, mette ogni giorno a disposizione 140 biglietti numerati di galleria, da acquistare due ore prima dell’inizio dello spettacolo presso la Biglietteria Serale del Teatro in Via Filodrammatici. In pratica consultando gli orari, ma tendenzialmente per l’opera serale presentandosi alle 13, ci si iscrive nella lista degli addetti de “L’accordo”. Intorno alle ore 17-18 si terrà l’appello di chi si è iscritto alla lista. All’atto dell’appello l’aspirante all’acquisto, iscritto in lista e fisicamente presente, riceverà una contromarca numerata secondo l’ordine della lista. La contromarca andrà consegnata presso la Biglietteria Serale del Teatro e darà diritto al ritiro di un solo biglietto. Sarà pure una gran fatica…Ma la soddisfazione di entrare alla Scala, al prezzo di un biglietto del cinema, vi assicuro è veramente unica!
Infine, altra iniziativa da non sottovalutare è il Pass Under30, che permette, al prezzo di 10E, di entrare nella newsletter del Teatro, essere informati su sconti, prender parte alle prove, last-minute riservati, visite, etc. Insomma, se volete andare a teatro solo per rimirare il lampadario, quantomeno fatelo risparmiando!

Valeria Pallotta

23 dicembre 2009

RASSEGNA STAGIONE TEATRALE MILANESE - PARTE PRIMA


“Fatti non foste a viver senza teatri, /

ma per seguir, a prezzi scontati, spettacoli e canoscenza"*

* - Dante Alighieri, Inferno(XXVI, 118-120) -

“Ciò che ho sempre trovato di più bello, a teatro, è il lampadario”.

(Charles Baudelaire)

Intorno al teatro aleggiano spesso vacue quanto false dicerie. Che sia dispendioso. Che ingeneri uggia, monotonia, tedio, per farla breve… sonno. Non si capisce bene se la ragione di questi vaneggiamenti risieda nello sfrenato comfort delle poltroncine, distillatrici di soporiferi benesseri, o nella spinta all’emulazione rappresentata da quel gregge di vecchiette in pellicce da 7kg e mezzo (a volte pesano più di chi le indossa), che fanno sembrare il teatro luogo di ossequiosa, elitaria eleganza (nello stile degli avvisi all’ingresso delle chiese che invitano a rispettare la sacralità del luogo).


Ma il teatro non è né l’uno, né l’altro, ad esser bene informati. Potrei procedere con una sfilza di citazioni per convincervi, ma son certa che un breve e trasversale viaggio nella varietà della stagione milanese, prima, e qualche aneddoto su convenzioni e sconti, poi, vi farà meglio allontanare il pensiero da impellicciamenti e manfrine-economiche-post-dilapidazione-del-proprio-patrimonio-per- portar-fuori-il-ragazzo/la ragazza-su-cui-si-vuol-far-colpo.


Appuntamenti mese per mese.
- Novembre. Nel mese della pioggia cantato dai Gun’s, (e recentemente da Giusy Ferreri), “la città si accende in un istante” al ritmo della produzione Teatridhitalia, che al Teatro Elfo Puccini mette in scena la seconda, attesissima parte di Angels in America, bestseller americano di Tony Kushner, Perestroika(22/10-22/11). Messinscena di De Capitani e Bruni, lo spettacolo ha fatto incetta di premi tanto nella sua versione teatrale quanto in quella cinematografica con Al Pacino, assurgendo a rappresentazione di una New York degli anni ’80 stretta tra le inquietudini della vita quotidiana, dell’omosessualità, dell’Aids, nel quadro di un alternanza tra dialoghi serrati e alla volta intimistici, e allucinazioni narcotico-oniriche. Bellissimo. Di forte impatto.


Al Teatro Leonardo, da non perdere è l’antologia, nel corso del mese, degli spettacoli della celebre e meravigliosamente divertente compagnia Quelli di Grock (che da quest’anno si occuperà della gestione diretta del teatro). Su tutti l’imperdibile “Cinema cinema”(3-5/11), “Ze sciò magoòn”(7-9/11), e l’eccentrico “Caos”(12-14/11).


Al Teatro Carcano invece troviamo L’attore(11-22/11), dal romanzo di M. Soldati, interpretato da Giulio Bosetti (anche regista), M. Bonfigli e Salines. Quindi la versione teatrale di Pippi Calzelunghe(24-29/11), regia di Angelini e supervisione di Gigi Proietti, spettacolo fresco e adatto a tutte le età.


Per gli amanti del musical e non solo, dal 2 ottobre “La Bella e la Bestia”, in scena fino a quando saranno venduti i biglietti, al neo-ristrutturato Teatro Nazionale. Prodotto dalla multinazionale leader in Europa Stage Entertainment, con questo spettacolo il teatro punta non solo a diventare un tempio del musical sul modello di Londra e Broadway, ma anche ad offrire i musical più belli del mondo con orchestra dal vivo, costumi e scenografie sontuosi, regia e coreografia eccentriche. Suggestivo.

Tra il 16711 e il 6/12 il Piccolo Teatro di Milano offre un omaggio alla scomparsa Fernanda Pivano, con “La canzone di Nanda”, spettacolo in cui Casale, amico della scrittrice, giornalista, critica della Beat Generation, sotto la regia di G. Vacis, alterna la lettura dei suoi “Diari 1917-1973” alla narrazione di storie vissute insieme, il tutto nel sottofondo musicale degli artisti della Beat stessa. Per gli appassionati, o per chi vuol saperne di più.

Al Teatro Manzoni “Est Ovest”, spettacolo scritto e diretto da C. Comencini, che vede sulla scena l’elegante Rossella Falk, Luciano Virgilio, Bigagli e D. Piperno, impegnati nella rappresentazione di una società dove a spiccare sono la crisi dei valori familiari e la solitudine, elementi di una trasformazione sociale su cui la Comencini invita a riporre lo sguardo.


Amanti della satira politica?Non potete perdere “Fenomeni”(dal6/11), al Teatro Ventaglio Smeraldo, spettacolo che vede il celebre M. Crozza impegnato nella descrizione dei “fenomeni”che popolano la realtà italiana, attraverso l’evolversi malinconicamente bigio e quotidiano delle notizie.

Da segnalare infine, per i meneghini doc, “Tiranott”(27/10-07/11), al Teatro Franco Parenti. Di L. Pedullà, e con M. Zerbin, in un bar di Milano un uomo di mezz’età evoca pene amorose, ricordi, aneddoti di grandi poeti e scrittori milanesi: Gadda, Loi, Porta, Manzoni, Tessa. Ancora al Parenti, “Lezioni americane”(10/11- 15/11), regia di Orlando Forioso (vi giuro, si chiama così!), con l’intramontabile Giorgio Albertazzi ad interpretare i brani calviniani.

Infine da segnalare è “Tradimenti”(23/11-29/11), opera di H. Pinter, con regia di A. Renzi e l’interpretazione di Nicoletta Braschi, che mette in scena la rievocazione dei ricordi di una storia d’amore clandestina da parte di due ex amanti reincontratisi a distanza di anni.

Dicembre. Il 12 dicembre il Piccolo Teatro di Milano, in commemorazione dei 40 anni trascorsi dalla strage di Piazza Fontana, propone una lettura di testi da parte di Luca Ronconi, la presentazione del documentario di G. Gagliardo Vittime, più l’apertura di una sala e la visita di spazi inediti della struttura di Via Rovello.


Al Teatro Allianz dal 4 dicembre si potrà assistere alla prima nazionale del musical “We will rock you”, strepitoso successo in 14 Paesi, scritto da Ben Elton con musica dei Queen. Direzione di M. Colombi, con effetti speciali, scenografie e brani cult della storia del rock.


E’ invece al Teatro Smeraldo che possiamo trovare Marco Travaglio, a presentare nuovamente “Promemoria”(dal 18/12), dopo il successo che lo scorso anno aveva portato lo stesso autore di punta del “Fatto” al sold out.


Il Teatro dei Filodrammatici propone invece l’esilarante tragicommedia “Love and Money”(3-31/12), di D. Kelly, con Tommaso Amadio.


Se al Teatro Leonardo possiamo trovare il classico di Molière “Il malato immaginario”(4-31/12), dell’agguerrita Compagnia Teatrale di Quelli di Grock, il Teatro Elfo ripropone il gran successo dello scorso anno “Libri da ardere”(9-31/12), di Amélie Nothomb, con l’imponente Elio De Capitani, a rappresentare l’indistruttibilità del ricordo, in un lucido gioco intellettuale basato sulla separazione tra letteratura buona e cattiva, nelle forme di un sapiente botta e risposta tra tre personaggi.


Infine dal 25/12 troveremo ancora l’ottantenne Paolo Poli, alle prese con la riproposizione sulla scena del suo “Sillabari”, quest’anno al Teatro Parenti.
A seguire…

Valeria Pallotta

20 dicembre 2009

Il teatro al servizio dell'informazione

Intervista a Giulio Cavalli



Attore, scrittore e regista di un teatro utilizzato come mezzo per mantenere vive pagine importanti della storia recente. Nel 2006 decide di mettersi in scena con lo spettacolo "Kabum!...come un paio di impossibilità", sotto la direzione artistica di Paolo Rossi; l'attività prosegue con "(Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers", spettacolo incentrato sui fatti del G8 di Genova del 2001, "Linate 8 ottobre 2001: la strage", monologo sull'incidente aereo costato la vita di 118 persone.
Di più recente produzione gli spettacoli "Do ut Des", su riti e conviti mafiosi, che costa a Cavalli la scorta a seguito di minacce, e "A cento passi dal duomo" incentrato sulla presenza delle famiglie mafiose al nord.

15 dicembre 2009

Anteprima giovani alla Scala

Tutti sanno che il 7 Dicembre, festa del patrono di Milano, si apre la stagione lirica al Teatro alla Scala. Tutti sanno che è impossibile assistere alla “prima”: i biglietti sono tutti già venduti; o per meglio dire offerti. Vedere il “tappeto rosso” è deprimente: sembra che alla Scala ci possano andare proprio tutti, tranne chi è veramente interessato.
Fortunatamente il 4 Dicembre la Scala apre le porte ai giovani ad un prezzo più conveniente e, si spera, ad un pubblico migliore: sto parlando dell’Anteprima Giovani, una buona iniziativa che ha avuto, soprattutto negli ultimi due anni, un notevole successo. La prevendita è avvenuta a Novembre e la biglietteria nella galleria della Metropolitana in Duomo è stata presa d’assalto da tantissimi ragazzi. La fila si è formata sin dalle prime luci del giorno e si è ingrossata sempre di più (la biglietteria apriva alle 12.00); è stato necessario fare una lista per occupare la propria posizione ed essere chiamati in ordine. Si è calcolato che ci fossero più di seicento ragazzi in coda quella mattina. Non tutti sono riusciti a portare a casa il biglietto e sono tornati a casa con la coda tra le gambe, battuti da chi si è presentato all’alba. I biglietti venduti sono stati all’incirca cinquecento (calcolando che su seicento ragazzi, ne sono passati circa duecentocinquanta e ognuno di loro poteva comprare fino a due biglietti). Altra possibilità era la biglietteria in Internet, che ha messo a disposizione trecento biglietti: all’apertura delle vendite on-line, il numero si è frantumato in due minuti. Tutto esaurito anche su questo fronte. Il resto dei biglietti è distribuito tra le varie associazioni e scuole. Anche la nostra università fa la sua parte attraverso il gruppo di ragazzi del CIS. La notizia importante è che, se ci fossero davvero più possibilità, i ragazzi andrebbero volentieri alla Scala. Il teatro dovrebbe dunque pensare bene a questo grande successo e soprattutto all’aumento continuo della domanda (il più delle volte non soddisfatta).Si è già fatto qualche passo, grazie al sito internet http://www.lascalaunder30.org/ e una serie di altre promozioni (rintracciabili sul sito ufficiale del teatro).
Magra consolazione è sapere che l’unico canale televisivo a trasmettere la diretta della prima è su SKY (Classica, canale728). Non ci resta quindi che un profondo odio nel vedere gente come Valeria Marini entrare alla Scala, al posto di giovani desiderosi di opera lirica.

Daniele Colombi

7 luglio 2009

IL FAVOLOSO MONDO DI LELLA COSTA

Attrice, autrice, doppiatrice, musicista, scrittrice, conduttrice televisiva e radiofonica, “Una, nessuna e centomila”: è Gabriella “Lella” Costa.
Dopo il debutto nel 1980 e il diploma all’Accademia dei Filodrammatici con tanto di Medaglia d’oro, la milanese laureata in lettere in Statale ha sicuramente imparato l’arte, senza per ora volerla ancora mettere da parte. Lo testimonia non solo l’ultimo spettacolo con cui è in tournée, “Ragazze – nelle lande scoperchiate del di fuori”, ma soprattutto la vulcanica (in perfetta armonia con la nostra testata!) e solare energia che ci trasmette in occasione dell’incontro “Lezioni d’artista”, avvenuto il mese scorso in quel di Via Festa del Perdono.
In una carriera che l’ha vista debuttante come autrice nel 1987 con “Adlib”, si alternano una copiosa produzione teatrale (“Coincidenze”, “Due”, unico caso in cui non si ritrova sola sulla scena, “Magoni”, “Stanca di guerra”, “Precise parole”, fino ai più recenti “Traviata”, “Alice, una meraviglia di Paese”, “Amleto”), alla partecipazione a programmi televisivi come “Ottantanonpiùottanta”, “Maurizio Costanzo Show”, “Comici” condotto da S. Dandini e “Amici” nella prima edizione del 1992. E’ poi collaboratrice con una sua rubrica sulla rivista “Anna”, attrice cinematografica in “Ladri di saponette”, “Visioni private”, “Quando c’era Silvio”(2005), e infine doppiatrice nonché scrittrice per Feltrinelli, con la quale ha pubblicato prevalentemente raccolte dei suoi testi teatrali, ultimo “Amleto, Alice e la Traviata”, nel 2008.
Socialmente attiva con Emergency, e culturalmente con la partecipazione annuale al Festivaletteratura di Mantova, dopo ben due ore di intervista sul palco, la incontriamo per Vulcano, ancora vivace e disponibile.

Tra le influenze che hanno inizialmente segnato la sua carriera, oltre a Massimo Rossi, c’è lo scrittore polacco Mrozek, il quale sostiene che: “Qualsiasi cosa si svolge sulla scena ha un inizio e una fine, e soprattutto non ha alcuna conseguenza: l’esatto opposto di quanto accade nella realtà, dove ogni azione ha effetti che più si allontanano, meno sono prevedibili, tanto da risultare imponderabili”. Quanto la condivide?Che effetto vorrebbe i suoi monologhi suscitassero?
Ho lavorato su Mrozek in effetti solo all’inizio, in occasione de “Il macellaio” (lì facevo la flautista, e avevo una relazione impegnativa con un bel giovane. Insieme discutevamo sull’Arte, sull’Amore, e su tante cose belle impegnative. Questo è Mrozek, l’irruzione della realtà nel fantastico, e viceversa). La citazione è vera, ma lo è anche il contrario: la finzione la manipoli. Puoi suscitare effetti non drammatici, non epocali, ma c’è in tutto credo l’idea di innestare un meccanismo.

Perché solo monologhi?
Vocazione, predisposizione. Nei tempi in cui ho iniziato a farli, è stato un modo di produrre spettacoli senza oneri. Dopodiché è diventata una forma. Delirio sul palco a parte, posso scegliere quali contenuti mettere nella forma teatrale . Il bello è proprio metterci dentro ciò che si vuole!

Lei dice che “lo spirito è quello di recuperare grandi testi, raccontare storie critiche, che fan parte di memorie collettive, usandoli come pretesti legittimi per fare delle incursioni nel contemporaneo”. Otello, Traviata, Alice, Amleto. Se dovesse raffigurarsi in un altro personaggio, esclusi questi?
Considerando che una delle cose più pericolose di questa professione è l’immortalità, direi che l’ultimo ruolo, l’ultimo personaggio che vorrei interpretare è Prospero de “La tempesta”, di Shakespeare.

E gli altri personaggi cosa rappresentano?Frammenti, parti di se stessa?
Non è per identificazione il punto di vista, direi piuttosto per fascinazione, contrasto, opposto. Paradossalmente mi sento più empatica verso Otello che non Desdemona, ad esempio. Questa è la libertà di poter “giocare” con i grandi ruoli, laddove in tante lingue, russo compreso, “giocare e recitare” si esprimono con lo stesso verbo… Un motivo ci sarà!

Quali sono stati i suoi modelli di riferimento nella recitazione, se ce ne sono stati?
“E’lecito rubare, proibito copiare”. Ho rubato tantissimo, soprattutto dall’umorismo inglese, meno d’effetto e più costruito nel linguaggio. Franca Valeri, Walter Chiari sono esempi di persone che riuscivano a fondere senso dell’umorismo e ottima conoscenza della lingua italiana. Woody Allen è un altro punto di riferimento, per quella sua capacità di passare dal comico al malinconico. Non credo esista una grossa differenza tra comicità e malinconia.

Chi vorrebbe veder interpretare un suo spettacolo?
Nessuno, perché è talmente legato a me che non sprigionerebbe lo stesso senso!

Ritiene ci sia una “strategia”di tempo comico?
O ce l’hai o non ce l’hai. Io, se c’è, non la conosco. Non so tradurre in schemi riproducibili quello che so fare sul palcoscenico. L’attenzione ai tempi è però importante, onde evitare vuoti di scena…

Le piace vedersi?
No! Assolutamente no! Rivedo tutti i difetti!

In un’intervista a “Le invasioni barbariche” ha definito i maschi degli “analfabeti sentimentali”, visione che ribadisce ne “La Traviata”, storia d’amore “appassionante, disperata, ma anche lievemente irritante con tutti quei non detti e soprattutto quel dissennato fidarsi dell’intuito maschile”. Veniamo davvero da due pianeti diversi?
Al di là di ogni polemica, il discorso ovviamente non riguarda le singole persone. Tuttavia credo esistano per una configurazione di ruoli delle situazioni che per gli uomini non sono previste. Ciò che appassiona, ne “La Traviata”, è la figura di questa giovane donna che si assume sulle spalle il carico delle responsabilità e delle scelte altrui.

L’amore è…?
L’amore è… Vediamo… E’… impegnativo, serio. Non significa pesante, ma non si può pensare di cavarsela così. Ecco tutto.

Cosa ne pensa della situazione del teatro di prosa oggi in Italia?

Non si può non constatare un cambiamento di clima. E’difficile dare una risposta non banale… La televisione ha svilito, omologato il livello di curiosità del Paese. In più i fondi statali non hanno privilegiato la qualità, con la conseguente crisi del teatro d’avanguardia e di ricerca. E’ miracoloso che ci sia ancora un pubblico che si reca a teatro, considerando che i fondi pubblici che l’Italia investe rappresentano un terzo rispetto a quelli degli altri Paesi. Il teatro da solo non può farcela, e nemmeno i teatri che fanno il tutto esaurito, perché i costi sono altissimi! Non si fanno che tagli sulla cultura in generale.

“Ragazze – nelle lande scoperchiate del di fuori”è il titolo del suo ultimo spettacolo. Perché?
Il titolo deriva da una frase di I. Calvino. Alice finiva con Amleto (“se c’è un tempo per dormire e uno per morire - forse ce n’è anche uno infinito per sognare”), ma Amleto iniziava con la parafrasi dello stesso verso (“Esplodere o implodere - questo è il problema”). Calvino, appunto. Dopo i classici, era necessario tornare su una riflessione al femminile. Ancora da Calvino, attraverso la citazione appassionata che me ne ha regalato un’amica pittrice, ha cominciato a prender forma questo nuovo spettacolo, che ha come filo conduttore il mito di Orfeo ed Euridice…

Se potesse riscrivere qualche opera, cosa cambierebbe?
Cambierei i finali!”Giulietta e Romeo”, ad esempio… Tutti in positivo,ovviamente! Perché se lo meritano, lei e lui. Poi farei fuori altrove Iago, Giorgio Germont, il padre di Alfredo, tutti fatti fuori..!

E’ormai buio pesto. Il custode è al secondo richiamo, ci stanno per chiudere dentro, sono le 20… L’ultima domanda, un po’ marzulliana per la verità…


Se dovesse intervistarsi, che domanda si farebbe?
Mmm… Che domanda mi farei… E’ difficile… (Ride). Vediamo… Mi piacerebbe che s’indagasse sul lavoro che c’è dietro il palcoscenico, dietro la fluidità apparente che c’è sul palcoscenico. Sul fingere, s’indagasse di più cioè sull’importanza legata alla forma della finzione, ecco!
E comunque, Marzullo non l’avrebbe mai fatta questa domanda, perché non avrebbe capito la risposta!

Valeria Pallotta

10 novembre 2005

L’ACCADEMIA DI SVEZIA INCORONA HAROLD PINTER

Il 13 ottobre scorso l’Accademia di Svezia ha assegnato il premio Nobel 2005 per la letteratura al drammaturgo inglese Harold Pinter, affermando che nelle sue opere «svela il baratro sotto la banalità quotidiana ed entra con forza nelle stanze chiuse dell’oppressione».

Pinter, classe 1930, nato a Hackney, un sobborgo di Londra, e figlio di un sarto ebreo, esordisce nel 1957 con l’atto unico La stanza, scritto in quattro giorni per un amico, in cui sono già ravvisabili i primi caratteri di quella che sarà la sua futura produzione: atmosfere ambigue che disorientano lo spettatore, un uso del dialogo che sottolinea la difficoltà della comunicazione e l’alogicità della conversazione quotidiana, il gusto per l’omissione degli antefatti, che carica il tutto di un minaccioso mistero. Gli inizi sono tuttavia difficoltosi e il giovane drammaturgo stenta ad affermarsi, raggiungendo però in seguito un successo duraturo che gli varrà il riconoscimento di maggior rappresentante inglese della sua generazione. La prima opera ad avere risonanza ampia è Il guardiano, del 1960, in cui come nuovo elemento Pinter introduce un approfondimento della psicologia del personaggio; seguono altre opere di grande successo, come Il calapranzi (1960), Silenzio (1969), Vecchi tempi (1971), Terra di nessuno (1975), La lingua della montagna (1988), Chiaro di luna (1993). Il suo stile personalissimo è valso la nascita di un aggettivo, pinteriano, ad indicare un disagio, una sensazione forte di timore e incertezza; meno radicale e catastrofico di Beckett, trova, comunque, proprio nell’opera del drammaturgo irlandese e in quella di Kafka le sue radici. Vi sono elementi che ricorrono spesso nelle opere di Pinter: un linguaggio ambiguo, carico di pause e silenzi più espressivi ed oppressivi dello stesso dialogo già di per sé difficoltoso e talvolta fermo su rovelli mai pienamente risolti, che caricano l’atmosfera d’attesa; la rappresentazione dei personaggi in ambienti chiusi, claustrofobici, sinistri, al riparo da un ambiente esterno ostile e minaccioso; la messa in scena dei timori, delle ansietà, delle nevrosi, della ricerca d’identità, degli inganni della memoria, che caratterizzano l’uomo moderno.

Autore di oltre 25 commedie, si è avvicinato nel corso della sua carriera anche alla radio, al cinema (con collaborazioni illustri) e alla poesia, sua attuale principale occupazione; da sempre è noto il suo impegno sociale (con Amnesty International e altre associazioni umanitarie) e quello politico, che lo ha visto spesso schierato contro la guerra, Bush e lo stesso governo Blair; solo pochi giorni prima della designazione a vincitore del Nobel, infatti, in occasione del suo compleanno, il drammaturgo ha presentato un nuovo testo, Voices, ulteriore atto d’accusa contro «la durezza impietosa dell’infernale condizione che stanno vivendo tutti gli uomini, in Occidente come in altre parti del mondo, per colpa di un potere dissennato».

Claudia Bernini