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23 febbraio 2011

Viaggio a Bratislava: una città nuova

Alla voce “Bratislava” di Wikipedia si può trovare un profilo fin troppo roseo della capitale Slovacca: un centro storico pieno di castelli, palazzi, musei e luoghi di culto. Le università? Tante e rinomate, come il conservatorio che prepara ottimi musicisti. Per non parlare dell’elenco degli studenti e delle scuole
d’obbligo e superiori. Dati alla mano queste notizie sono vere, eppure non esiste solo questa Bratislava. Per capirlo bisogna guardarsi intorno nelle strade di periferia percorse per raggiungere le bellezze del centro storico. L’impatto è diverso. Dall’autobus sessantuno, che collega l’aeroporto alla città, l’idea immaginaria di Bratislava si modifica. Non ci sono palazzi signorili, ma case cupe in stile comunista. Le università sono scuole piene di graffiti e lasciate andare, dove è possibile vedere un paio di studenti fumare annoiati.

La città non è molto grande ma per raggiungere l’albergo è necessario prendere un altro tram. La metro è solo un progetto ancora da realizzare. Senza una guida adatta, si finisce col girare tra i rivenditori per trovare qualcuno che parli inglese: i biglietti vanno ad orario e senza indicazioni, trovare quello giusto è impossibile! Avvicinandomi verso il centro l’ambiente
non cambia molto, ma la percentuale delle case “sane” rispetto a quelle dall’aspetto pericolante aumenta. Per fortuna l’albergo ha una facciata tranquillizzante ed alla reception una ragazza accoglie i visitatori gentilmente. Parla inglese.

La strada per il centro è familiare. Mc Donald, negozi
di abbigliamento famosi ovunque, gli immancabili ristoranti cinesi e i venditori di kebab. Entrando nel centro si passa sotto alla porta di San Michele, ultima testimonianza delle mura antiche, per essere accolti da una via piena di bar, tavolini e tendoni. Ecco il cuore di Bratislava, Staré Mesto, il quartiere storico. Si respira un’aria di nuovo mentre intorno si profilano i palazzi del centro storico riverniciati e ristrutturati, forse troppo luminosi per trasmettere l’autorevolezza dell’antico. Le statue di metallo scuro conferiscono un aspetto stravagante al paesaggio, mentre gli sguardi sono tutti rapiti dalla figura metallica di un uomo che sbuca dal tombino. Sorride tenendo la testa sulle braccia incrociate, come se fosse normale penzolare da un buco nella strada. Davanti al neoclassico Teatro Nazionale si estende una via piena di sculture moderne e una scacchiera gigante di improvvisare partite con pedine viventi. Alla
fine del percorso il celebre ponte UFO. Il nome si riferisce in realtà al ristorante posto sopra al ponte, a forma di disco, che domina il fiume e il centro. Lì, la visuale della città, per chi gradisce, si può godere anche dal bagno, dove una scritta in inglese chiede: “Ti piace il panorama?”. Il Danubio scorre al di sotto torbido e giallo. Nell’attraversarlo le persone tremano leggermente: la particolarità è la sua struttura vibrante, dando una sensazione di precarietà, assieme al traffico che scorre sopra al passaggio pedonale. Un altro edificio che domina la città è il castello. Visibile da ogni parte del centro, appare oggi come un edificio in stile austriaco, ricostruito dopo la
seconda guerra mondiale. Come tanti altri edifici, è ancora in restauro. In tutta Bratislava i monumenti ricostruiti sono tanti. Alcuni di essi, persi fra le stradine del centro, lasciano vedere più stili stratificatisi nel tempo, amalgamati da restauri recenti.

In queste vie dove nuovo e antico si incontrano non sempre
armoniosamente, si trova l’anima della città. E’ visibile solo di notte, quando il centro si riempie di gente. Pub, bar esclusivi e ristoranti raccolgono turisti e slovacchi. Edifici dalle facciate poco solide e sporche aprono i locali dall’arredamento antico e affollati, dove il cibo costa poco e offre diverse buone specialità. Carne, pancetta affumicata, patate e birra artigianale si mescolano al fumo e alle facce scure dei camerieri. Ordinare non è sempre facile: l’inglese è conosciuto da pochi eletti. Si chiede a gesti ricambiati da maniere rozze e poca cordialità. In un locale invitano un gruppo di ragazzi stranieri ad accomodarsi fuori, perché dentro sarebbero fonte di disturbo. Per strada gli abitanti si distinguono subito dai gruppi di turisti. I ragazzi fanno branco accumunati da un fisico robusto e la testa immancabilmente rasata, mentre le ragazze truccate e vestite da sera
lanciano sguardi provocanti ai turisti, strappando apprezzamenti e commenti a uomini e donne. Un modo per scappare da questa città o solo dalla miseria. Sembra un posto chiuso e poco disponibile ad accettare l’altro, come se non avesse altri mezzi per proteggersi dal recente flusso di immigrati e turisti che la coinvolge. Al tempo stesso beneficio e condanna.

Andrea Fasani

26 febbraio 2010

Viaggio nell’est – prima parte

E’ cominciato così, con lo zaino in spalla ed un biglietto aereo in mano, il nostro viaggio nella magia dell’Est Europa. Abbiamo girovagato per settimane, tra mete note ( Praga ) e meno conosciute (Wroclaw), e ci sarebbe molto da scrivere, molto più di quanto mi sia concesso in questa sede. budapest
Se siete pronti a partire… prima tappa: Budapest!

Quando penso a Budapest, penso ai ragazzi della via Pàl e neanche a farlo apposta, il nostro ostello si trovava in via Ferenc Molnàr. Comunque sia, la poesia finisce qui: di ostelli ne ho girati tanti, ma mai nessuno è risultato, nè risulterà, sporco e decadente come questo. Non so infatti se sia stato peggio passare cinque notti a fissare un soffitto che urlava: “adesso cado” o le minacce, pure quelle urlate, della gattara del piano di sopra ogni qualvolta uscivamo. Mi è stato infatti spiegato da alcuni ragazzi che il loro popolo non è dei più cordiali (mi spiace ma confermo: abbiamo avuto scambi empatici nulli con approssimativamente cinque persone su sei ), e se proprio devono avere a che fare con i turisti, preferiscono gli italiani. Italia e Ungheria, dicono loro, hanno avuto stretti rapporti, commerciali e culturali, da ben prima dei tempi dell’Impero Asburgico. Sarà…ma sfido chiunque a trovarmi un italiano che parla ungherese.
952_budapest_9 Scherzi a parte, Budapest si è rivelata una città affascinante. Anche se non propriamente “bella”, a volte riesce a toglierti il fiato, basta guardare il panorama che si estende dalla collina di Buda o camminare lungo il Danubio e trovarsi faccia a faccia con il Parlamento più bello d’Europa. O magari correre lungo Andrassy Ut, stendersi al fresco dei prati dell’Isola Margherita e, se siete fortunati come lo siamo stati noi, andare alle terme Szecheny, le più antiche e maestose dell’Est, in una giornata d’agosto.
In questo mese la temperatura varia dai 22 ai 27 gradi, quindi è possibile, e piacevole, fare il bagno in una delle vasche all’aperto. Ma quello che merita davvero è l’interno dell’edificio. La sensazione, non credo di essere la sola a pensarlo, è di fare il bagno in una cattedrale.
Nonostante il diroccamento, i gatti semirandagi e le minacce, l’ostello si trovava in un’ottima posizione: centrale, antistante al fondaco della città ( dove puoi trovare di tutto, dai dolci con semi di papavero ai costumi tradizionali ungheresi ), dietro la via di locali Vaci Utca e ad appena  due passi dal Ponte Verde che, illuminato di notte, è un vero spettacolo. Budapest è la città dei ponti: sono nove “solo” quelli che attraversano il Danubio e, anche se il GreenBridge resta il più bello, la passeggiata sul Ponte delle Catene è una tappa obbligata per chiunque si trovi a visitare la città; anche perché è la strada più breve per arrivare da Pest a Buda e precisamente a Vàreghy, la “Collina di Castello” dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

2145494765_6970dd61f2 La capitale ungherese offre inoltre una grande varietà di musei e luoghi di cultura: per cominciare la Casa del Terrore, che racconta , attraverso un percorso diviso tra dominazione nazista e regime comunista, gli anni più bui di Budapest e dell’Ungheria. È’ importante visitare questo luogo, situato proprio in quella che fino a non molti anni fa era la sede della temutissima polizia segreta (AVH), non solo per cercare di capire cinquant’anni di storia ungherese ma anche,e soprattutto, per tenere vivo il ricordo del cardinale Midsentzy, luce di giustizia durante l’oppressione comunista, o di Raul Wallenberg, il “gentile giusto” che salvò dal massacro trentacinquemila ebrei ungheresi, e di tutti coloro che ebbero il coraggio di far sentire la propria voce quando tutto doveva tacere.
Come avrete capito dall’accenno a Wallenberg, Budapest ha una lunga tradizione di cultura ebraica e il quartiere Josefòv  ne è la culla; su questo versante, decisamente merita una visita la sinagoga più grande d’Europa. Infine, se non avete il fiato sul collo, fate una capatina alla pittoresca tomba di Gul Baba, il “padre delle rose”, nel verde di Buda.
p-newyork_budapest1 Per finire, la vita notturna: immancabile una serata al Szimpla di Kacinszky Utca: eclettico locale a tre piani con diverse postazioni bar fornitissime. È’ molto frequentato - non solo da turisti – e, strano ma vero, molte delle sedie sono state ricavate da vasche da bagno! In alternativa, un modo per lasciare segno del vostro passaggio nella città dei ragazzi di via Pàl, è fare un salto al For Sale, pub noto per essere completamente ricoperto da bigliettini, fogli e foglietti fissati alla bell’e meglio dagli avventori su ogni centimetro quadrato della superficie muraria. Unica raccomandazione: quando vi porteranno, e lo faranno di sicuro, un cesto di noccioline da sgranocchiare, non provateci nemmeno a tenere in ordine il tavolo. È infatti usanza comune lasciar cadere i gusci vuoti sul pavimento, che scricchiola simpaticamente sotto le vostre scarpe (ovviamente continueranno a staccarsi dalle vostre suole pezzi di guscio frantumati per i tre giorni successivi …).

Gemma Ghiglia

8 febbraio 2010

Genova Diamante: il non luogo dove ci si rifiuta di non-vivere

Le periferie delle grandi città italiane si somigliano molto una con l’altra, accomunate da devastanlavatriciti colate di cemento iniziate negli anni ’60 per la necessità di fornire alloggi popolari nel boom economico, un’esigenza che ha portato negli anni ’80 a complessi abitativi che oggi appaiono fuori da qualunque schema urbanistico accettabile.

Eppure questi immensi palazzi oggi sono ancora in piedi, a pochi minuti di macchina dai centri storici delle città, presi d’assalto dai turisti: gioielli di arte, cultura e architettura che rendono l’Italia meta di turismo internazionale. Città come Milano e Roma, dallo sviluppo lineare, sono state nel corso del ‘900 vittime di un più alto rischio di cementificazione, rischio che infatti ha portato all’edificazione di immensi quartieri dormitorio (Gratosoglio e Corviale ad esempio). Il caso ligure è diverso e peculiare. Chiunque percorra l’autostrada della Liguria nel tratto genovese nota la cementificazione selvaggia che ha aggredito le colline attorno alla città, ma non si tratta esclusivamente di case popolari dallo scarso valore. Le famigerate “lavatrici” di Prà, palazzoni a terrazze con le finestre a forma di grandi oblò, possiamo trovarle nei libri di architettura eppure vengono comunemente additate come eco-mostri, simboli di degrado. Perché si arriva a questo? E’ davvero possibile che gli architetti che hanno pensato, disegnato e approvato queste costruzioni abbiano volutamente deturpato la bellezza di una regione territorialmente fragile e delicata come la Liguria? Avremo modo di riparlarne più avanti, quando gli elementi di analisi a nostra disposizione saranno più numerosi.

Le “lavatrici” le lasciamo alle spalle, prendiamo lo svincolo autostradale della Val Polcevera, che risale verso l’Appennino. Una valle ecologicamente ricca, devastata però dalla ferrovia prima e dall’autostrada poi: infrastrutture, queste, che hanno portato l’industrializzazione nella valle, risalendo lungo la Milano - Genova (che prima era una camionale e prima ancora una strada tortuosa che saliva tornante dopo tornante sino al Passo dei Giovi, unico valico verso la pianura), con gli insediamenti petrolchimici di Busalla e di Serra Riccò. L’autostrada la lasciamo presto e saliamo verso un quartiere che prende il nome da una delle fortezze che difendevano la città di Genova, ovvero il Forte Begàto, da cui il quartiere di Begato, non molto distante dall’avamposto militare edificato sul crinale dell’alto colle che sovrasta la città.

Il qudiga2artiere si presenta spettrale e vi regna un silenzio innaturale. Il paesaggio è quello tipico delle periferie suburbane popolari delle grandi città italiane di cui parlavamo precedentemente, però in questo quartiere i grandi casermoni grigi sono aggrappati direttamente alle pareti dei colli, quasi ad appoggiarsi stancamente ad essi. Oltre al silenzio che permea questo luogo e all’ombreggiante presenza dei palazzi che si stagliano minacciosi, colpiscono lo sguardo le tante carcasse di automobili bruciate o smantellate. Non c’è nessuno in strada e gli autobus qui non arrivano: si fermano lungo il vialone principale un po’ più a valle. Ma questo non è un quartiere abbandonato, qui la gente vive ancora, e non si tratta di poche famiglie: sono 3500 i residenti di Begato. Se procediamo lungo la strada ci troviamo ad osservare il complesso del Diamante, più noto come “Le Dighe”, che fuori da ogni metafora e da ogni demagogia sembra creare un senso di angoscia e un’ombra cupa su tutto ciò che lo circonda, una paura remota e indefinibile. “Le Dighe” sono due palazzi gemelli, la Diga Rossa e la Diga Bianca, di 19 piani ciascuno, che occupano lunghi e stretti tutto il vasto spazio da una parte della vallata all’altra, aggrappandosi direttamente alle pareti della collina e lasciando uno stretto passaggio per la strada carrabile tra i due complessi.

Trovandosi davanti a questo cupo monumento alla cementificazione selvaggia, a questo irreale silenzio, a questo degrado che non si tenta nemmeno più di nascondere, ritornano alla nostra mente le domande sospese, quei punti interrogativi velati dalla rabbia lasciati alle spalle. “Come?” “Perché?” “Perché si è arrivati a questo?”.

Si è arrivati a questo nel 1984, quando l’esigenza di fornire alloggi popolari in una città senza spazi come Genova ha trovato una soluzione nella cementificazione “verticale”, incardinando questi pesanti complessi popolari direttamente alle pareti delle vallate, e salendo piano dopo piano sino ad altezze vertiginose. Non è uno Diga_Begato_1 scandalo, lo facevano anche nel XVII, nel XVIII e XIX secolo. Però in quei secoli il cemento armato non esisteva, e i grandi palazzi mostravano una opulenta eleganza degna del nome di “Superba” di cui Genova si è orgogliosamente fregiata. Begato 9, ovvero il Diamante, è nato in seguito all’ambizioso progetto di creare una città nuova a pochi chilometri dalla città vera e propria, probabilmente con qualche ambizione di alto profilo. Dovremmo immaginare le Dighe non come palazzi ingombranti, ma come quartieri autosufficienti dotati nel loro interno di ogni genere di servizio, dai negozi ai cinema alle scuole. Non per niente lungo tutto lo sviluppo orizzontale delle Dighe vi sono ampi corridoi comuni con spazi per vetrine predisposti all’attività commerciale. Le Dighe sono state costruite, ma i servizi non sono stati dati. Questa poteva essere la chiave di uno sviluppo secondo il modello tipicamente italiano del quartiere-dormitorio, ovvero case popolari a basso costo senza adeguati servizi e senza l’ultimazione delle aree verdi circostanti e delle infrastrutture previste dagli architetti (perché chi ha disegnato gli eco-mostri ha previsto quei servizi che poi la cattiva politica e la cattiva amministrazione hanno negato, deviando lo sviluppo previsto e progettato). A Begato è andata anche peggio.

Quartiere già socialmente decomposto e degradato a pochi anni dalla sua costruzione, è stato individuato come ideale indirizzo di insediamento delle persone uscite dalle prigioni, dei malati di mente rilasciati dai manicomi dopo la loro chiusura, dalle famiglie povere e operaie che lasciavano il centro storico genovese (un altro ghetto, risanato a partire dal 1992). Le Dighe offrivano (e offrono ancora, con i loro 400 appartamenti vuoti su un totale di circa 1000) alloggi abbordabili da qualunque tasca, gestiti dall’Arte, la società regionale che si occupa delle case popolari. Eppure, nonostante il silenzio spettrale, le carcasse delle automobili nei cortili, i rottami di motorini dentro i corridoi delle Dighe dove fino a qualche anno fa si facevano gare di velocità, nonostante lo spaccio e la delinquenza, a Begato la gente vive ancora. Qui le difficoltà sono straordinariamente grandi, basti pensare agli ascensori delle Dighe quasi sempre guasti che costringono gli anziani che vivono agli ultimi piani a non poter uscire di casa. Si viene a creare però una socialità interna che porta con sé grande speranza, perché la speranza è l’ultimo sentimento rimasto a tante persone di Begato.

Ma davanti a questa sofferenza e solitudine, le Istituzioni dove sono? Ci sono, nonostante tutto, e bisogna riconoscerlo. Molti progetti sono stati finanziati da Comune e Regione, sempre in collaborazione con le associazioni sul territorio, e hanno reso possibile l’apertura di un ambulatorio medico assolutamente indispensabile in un quartiere anche fisicamente così separato dal resto della città. C’è una farmacia, dove i medicinali più venduti sono gli psicofarmaci, c’è un supermercato più a valle, c’è un piccolo bar gestito dalla polisportiva. Le associazioni di volontari, Caritas in testa, insieme alle Istituzioni portano avanti da anni progetti pilota di recupero dei ragazzi del quartiere, coinvolgendoli in attività pregevoli come la ristrutturazione del campo da basket, che ora è a loro disposizione. Nel 2009 sono state abbattute le due passerelle che collegavano a mezz’aria le Dighe, con grande soddisfazione dei residenti, che hanno visto finalmente una soluzione materiale all’attività di spaccio che su quelle passerelle è sempre stata notoriamente molto frequente. Però all’ultimo piano delle Dighe le porte degli appartamenti sono murate per impedire l’occupazione abusiva (che si verifica ugualmente in molti altri appartamenti del complesso), e nei corridoi sono ammassati rottami, travi, macerie e siringhe.

Gli abitanti delle Dighe lamentanodiga1 continuamente di infiltrazioni d’acqua, di caduta di calcinacci, di crepe alle pareti di cartongesso. Eppure il Diamante, un nome ambizioso quanto lo erano le idee dello studio di architettura che lo ha progettato, non crolla e non è in procinto di essere demolito come molti vorrebbero. La giunta di centrosinistra ha promesso molto a Begato, vuole “imporre” la ripopolazione sana del quartiere obbligando le persone nella graduatoria per le case popolari a non rifiutare l’assegnazione di alloggi a Begato pena lo spostamento in fondo alla lista. Insieme a questo, sono stati stanziati moltissimi fondi per la riqualificazione del Diamante, che verrà consegnato alle coraggiose mani di architetti giovani e ricchi di idee in modo da ristrutturare completamente le Dighe, abbatterne una porzione per alleggerire la cupa incombenza del complesso, realizzare finalmente tutte le infrastrutture di cui il quartiere ha bisogno. Però questi progetti, apprezzabili, avranno bisogno di molto tempo prima di essere avviati e intanto a Begato il degrado resta, i disagi anche. Quartieri-ghetto come questo non sono comuni a tutte le periferie, e non ci si aspetterebbe di trovarne in una città come Genova, così bella ed elegante. Una città riscoperta e risanata come nessun’altra in Italia negli ultimi anni, protagonista di un rilancio che l’ha portata sulla strada dell’emulazione della sorella Barcellona (un traguardo alla portata di Genova, senza dubbio) e in cui il Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano ne è la faccia presentabile da rivolgere all’Europa. E Begato non sarebbe il solo quartiere genovese dal destino così infelice, sennonché in altri (ad esempio il CEP) possiamo osservare percorsi di rinascita urbana e riqualificazione sociale additati come modello da esportare in altre realtà Italiane di periferia.

Abbiamo iniziato la nostra riflessione osservando “Le Lavatrici” di Prà e chiedendoci se fossero il fruttogenova_porto_antico della mente di un architetto dalle idee distruttive verso il territorio. Dopo aver osservato le Dighe di Begato credo che possiamo rivalutare questi mostri se non dal punto di vista dell’impatto ambientale, quanto meno da quello delle intenzioni a monte della loro costruzione. La soluzione all’esigenza di alloggi popolari è delegata dalla politica all’architettura, la quale fornisce un progetto funzionale che viene poi snaturato dalla parzialità della sua realizzazione: parzialità da imputare alla politica, non all’architettura. Le Dighe di Begato sono esteticamente brutte, se non orrende, angoscianti, claustrofobiche. Però in Califorina ci sono palazzi identici, costruiti sulla spiaggia, con appartamenti che valgono milioni di Dollari. Non è l’architettura brutale in sé che crea il degrado, ma l’abbandono e l’incuria in cui vengono lasciati questi progetti mastodontici, molto più grandiosi di quanto il basso profilo dell’amministrazione pubblica italiana non consenta.

Angelo Turco

12 ottobre 2009

STELLE E STRISCE TRICOLORI


Note di italianità a New York

Sulla copertina del New York Times brilla il primo piano di Mark Sanford, afflitto. E’ il governatore della Carolina del Sud ed ha appena ammesso, durante un’apposita conferenza stampa, di aver violato il talamo nuziale con una misteriosa donna argentina. L’incontro mediatico è stato definito ‘valle di lacrime e scuse’, e gli editorialisti americani concordano nel ritenere il repubblicano Sanford definitivamente fuori dalla corsa alla Casa Bianca per il 2012. Semmai, si discute se sia il caso che completi il mandato come governatore dello staterello a nord della Georgia. Parlando di Italia e Stati Uniti di questi tempi, il paragone non può che sorgere spontaneo, fra un Paese in cui un tradimento coniugale basta per stracciare una carriera politica, e un altro in cui ipotesi ben più gravi non scalfiscono il potere costituito. Probabilmente, perché da una parte si discute la credibilità di un uomo politico – tralasciando i dettagli pruriginosi – mentre dall’altra si consuma una stucchevole cronaca di gossip d’alto bordo. Eppure, prima che l’uragano Sanford catalizzasse l’informazione made in Usa, l’Italia ha aperto più volte gli inserti del New York Times: con la notizia delle Nozze di Cana del Veronese, proiettate a Venezia in una performance multimediale di Peter Greenaway, oppure per via degli ultimi fuochi dal pianeta moda, con foto di Milano in primo piano.
La patina che, oltre Atlantico, avvolge lo stivale è evidente. L’idea di un Paese inteso come “occasione mancata” permea tutte le conversazioni, con chiunque, di qualsiasi nazionalità e tendenza politica. Ma a New York, in tempi di globalizzazione, l’Italia da macchietta e folklore è lontana. Nessuno crede più alla bugia dell’ “italianità” di “Little Italy”, quartiere “nazionale” a sud di Manhattan, ridotto ad una Street più o meno breve, colma di tricolori e Laura Pausini in loop nei turisticissimi ristoranti di pizza e pasta. A Nord si distendono le vie del quartiere “Nolita” (North Little Italy: come “Tribeca” è il Triangle Below Canal Street, secondo il logico sistema americano di qualificazione dei neighborhood), e nel cuore di Nolita c’è il Lulu’s Bar, lounge soffuso e a la page, tracimante di trentenni newyorkesi. Lo ha tirato su circa un anno fa Stefania, che dice: “Che domanda è ‘Se mi sento italiana?’ Io sono Italiana! Anche se vivo qui da tanto tempo.” E little Italy? “Una bugia. Si tratta in maggioranza di Italo-Americani. Nel mio locale, frequentato per lo più dalla gente del posto, di autenticamente italiano c’è il calore, la creatività, la voglia di approfondire.” Stefania è arrivata a New York nel 1998 e, secondo un’impressione comune fra gli europei a contatto con la grande mela, la città le era sembrata insignificante: “All’inizio mi sono detta: ‘ma cos’è questo luna park senza neppure un briciolo di storia?’ Poi il suo modo di vivere ti entra nelle vene.” Dopo i primi soldi guadagnati, l’idea di sbarcare nel business della ristorazione è stata immediata: a New York, la città che mastica senza sosta, si registra la più alta densità di pub, ristoranti e delivery al mondo.
Al bancone del Lulu’s un altro esempio di Italia all’estero beve il suo cocktail rosa. E’ Carolina – Carol per Ena, l’amica californiana alle sue spalle che finisce, sorridendo, lo shot di tequila – nata e cresciuta in Abruzzo, ora a New York per lavorare nel settore del design d’interni. La nuova generazione di italiani negli States è, contemporaneamente, più italiana e più integrata di quella precedente. Le donne sembrano capaci di adattarsi meglio degli uomini ai cambiamenti di stile di vita e mentalità. “Faccio un lavoro che mi piace e soprattutto vivo in una città unica – spiega Carolina – Semplicemente, posso fare tutto quello che voglio, quando voglio.” Il suo ufficio è in alto, dentro qualche grattacielo a due passi da Union Square, una delle zone più “europee” e rilassate di Manhattan, dove le torri aggressive lasciano il posto a palazzi originali e meno evidenti, e le vie si rimpiccioliscono, facendo quasi dimenticare la grata che taglia New York in rigorosissime strade orizzontali e verticali.

A Nolita, nel Village, a Chelsea, l’Italia si trova anche nelle code. Per arrivare, ad esempio, nella penthouse di un albergo con piscina in cima – alfine di gustare un tradizionale “aperitivo tricolore” celebrato da un gruppo facebook – la fila in attesa parla in italiano di marketing, e la festa replica gli happy hour brillanti e superficiali della “Milano bene”. Ma anche per ascoltare Jovanotti – impegnato in un lungo tour estivo fra Manhattan e Brooklyn con la sua band internazionale – la coda cianciante di jazz trabocca da un intimo locale d’essai e, con un po’ di fortuna, è possibile assistere al concerto accanto a Fabio Volo, newyorkese d’adozione, che beve serenamente una birra. Nella parte mediana di Manhattan scintillano i grattacieli e le insegne di uno dei simboli della città, Times Square. Il nome della “piazza” (il cui concetto, in realtà, varia molto fra vecchia Europa e Nuovo Mondo) deriva dal giornale che l’ha resa celebre, il New York Times. La nuova sede del più autorevole quotidiano statunitense svetta ora sull’ottava strada, a due passi dalla piazza, e la firma del suo progetto trasparente e sostenibile è di Renzo Piano, interamente italiana.

“Ma bisogna essere realisti – avverte Antonio Carlucci, corrispondente da New York per L’Espresso – politicamente il nostro Paese non conta nulla, e anche per quel che riguarda moda, stile e arte, i media americani concedono molto meno spazio all’Italia rispetto al passato. Chi oggi, da Italiano, riesce ad emergere a New York nel mondo del business o della creatività lo fa con le proprie forze, senza alcun sostegno politico o della comunità d’origine, il cui senso è molto diluito. Del resto, se la prima immigrazione era determinata dalla fame, ora le cose sono molto cambiate…”. Ora, essere italiani a New York equivale più a meno ad essere italiani dovunque nel mondo.
Tuttavia, le cifre di una storia di immigrazione non si cancellano, e i trascorsi di un popolo che ha lasciato il segno nel dna multiculturale degli stati uniti sono ancora evidenti. Washington Square – luogo di ristoro nel centro di Manhattan – è dedicata al leggendario primo presidente degli Stati Uniti. Eppure, davanti la grande fontana centrale, campeggia una fiera statua di “Giuseppe Garibaldi eroe italiano”, mentre nella vasca illuminata di notte, gli zampillii vengono interrotti dalle turiste che, immergendosi in acqua, richiamano vagamente una scena felliniana. Insomma, senza sforzarsi troppo, ci si può sentire a casa anche a New York. E’ questo il segreto della città delle città.

Gregorio Romeo
Fotografie: Federica Storaci

21 giugno 2009

REPORTAGE: IL SOGNO (INFRANTO) DEI BALCANI


SARAJEVO OGGI

"Non capisco davvero perché le grandi televisioni mondiali siano andate laggiù a cercare immagini di morte. Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita."
Paolo Rumiz

La strada per raggiungere Sarajevo, ancora un po’ bagnata per la pioggia degli ultimi giorni, ci scivola sotto, e sembra un fiume illuminato dai raggi della luna piena. Ci godiamo le colline scure, e le distese di nulla che circondano la E171, la strada statale a due corsie e tanti buchi che ci sta portando da Belgrado a Sarajevo.
Poi, di colpo, eccola. Così, dal nulla, in fondo ad una curva che porta sul fondo della valle formata dal fiume Miljacka, appare la città. Il cartello su cui è scritto in nero Сарајево ci sfugge, ma siamo sicuri di essere nel posto giusto. Un enorme palazzone giallo, semi distrutto, ci dà il benvenuto nella "città del riposo". Una quindicina di anni fa, le foto di questo edificio moresco invadevano le pagine dei giornali. Ora ne rimangono porte chiuse con assi di legno e due lapidi: la Biblioteca nazionale e Universitaria di Sarajevo è stata uno dei luoghi simbolici che l’esercito serbo ("i terroristi" per citare la lapide sul portone principale) ha messo a ferro e fuoco durante l’assedio della città, iniziato nel 1992.

E’ giovedì sera, e la città che abbiamo davanti non è certo quella che ti aspetti. Abituati a riceverne immagini fatiscenti, di edifici in fiamme e di morte, ci stupiamo -forse ingenuamente- vedendo la grande quantità di giovani, ragazzi esattamente come noi, che bevono e ballano in locali non molto diversi da quelli nostrani. Sembra, ad un primo sguardo, che tutti qui cerchino di lasciarsi il passato alle spalle, come se si fossero appena risvegliati da quel sogno di convivenza interetnica che sembrava promettere Sarajevo e che si è trasformato in incubo all’inizio degli anni ’90. Così, sotto lo spesso velo del buio notturno, Sarajevo nasconde le sue cicatrici. Già durante il lungo assedio (1992-1995, il più lungo della storia bellica moderna) alcuni reporter sottolineavano come la città provasse a rimanere viva. Nonostante si trovassero senza elettricità, gas e acqua potabile, gli abitanti di Sarajevo continuavano a frequentare i propri luoghi di lavoro, a pubblicare giornali, e trovarono le forze per scavare un tunnel di 800 metri, che univa la città all’aereoporto (zona neutrale sotto il controllo dell’ Onu) da cui arrivavano gli aiuti umanitari.
Questo tunnel, che proprio come nel film Underground di Emir Kusturica parte dal soggiorno di una casa privata, fu molto probabilmente la vera salvezza della città.

Il giorno seguente, ci accoglie un cielo azzurro a chiazze di nuvole bianche. Si respira un’ottima aria, e il verde delle colline che circondano la vallata al cui centro si trova la capitale Bosniaca rendono il tutto quasi surreale, mostrandoci abitazioni sventrate appoggiate su un paesaggio naturale che ricorda la Svizzera. Lo osserviamo dallo "Sniper Alley", il vialone principale di Sarajevo, che unisce la parte industriale con la parte vecchia della città. Il triste soprannome gli fu appioppato nel 1992: circondata da alti palazzi e principale arteria di passaggio, fu durante l’ assedio un formicaio di cecchini. Si racconta che capitasse spesso di sentire l’urlo "Pazi – Snajper!"(Attenzione – cecchino!) a chi, nascondendosi dietro blocchi di cemento o correndo all’ impazzata, cercava di raggiungere l’ altra parte della città. Su questa strada, la cui storia è spesso diventata il livello da superare di un qualche videogioco di guerra, sono state colpite (secondo dati ufficiali del 1995) 1030 persone, e 225 sono rimaste uccise. Se lo Snjper Alley era infarcito di cecchini serbi (si annidavano tra i tetti delle case, delle chiese e delle moschee, ma anche tra le baracche), buona parte della zona est della città era cosparsa da anti-cecchini bosniaci. Spesso ragazzi senza divisa o caratteri distintivi particolari, assoldati per stanare i tiratori serbi facendo il loro stesso mestiere. Da questa posizione, nella parte est dello Snajper Alley, si vedono in lontananza gli alti palazzoni di Grbavica, quartiere che, per la maggioranza serba della sua composizione etnica, fu bersaglio durante la guerra. Dal ‘95 fu assegnato all’ etnia croato-musulana, con conseguente depopolazione serba, e nei piani alti degli edifici si vedono ancora gli squarci dei bazooka. Oggi, da quella zona, c’è una splendida vista a nord, verso la collina di Kosevo, su cui troneggia l’antenna radio-televisiva della città. Ai suoi piedi una distesa di migliaia di puntini bianchi: il più grande cimitero musulmano della città.
Immergendosi verso la parte vecchia della città, passando davanti alla cattedrale di San Vincenzo, si giunge in un tempio ebraico. Girato l’angolo ed entrati nella piazza principale, la grande Moschea di Gazi Husrev Bey (restaurata dopo la guerra grazie a fondi donati dal governo Saudita) completa la lista degli edifici sacri delle quattro principali religioni monoteiste presenti nell’arco di tre isolati.

Di fronte alla mosche si estende la Barscarsija, la città Ottomana, in cui spiccano i minareti tra i tetti bassi delle case. Un brulichio di locali e di turisti si avventurano tra le sue strette viuzze, che si aprono sulla pizza principale. In questa zona che profuma d’oriente si mescolano alla perfezione le due anime della città. Una è quella storica e locale, dimostrazione empirica di possibile convivenza tra culture e religioni diverse, quella dipinta da Kusturica in cui un pope ortodosso si ubriaca insieme agli altri invitati ad un banchetto di nozze musulmano. L’altra, è quella di una città nata dopo la guerra, con la presenza della Comunità Internazionale che si concretizza nelle centinaia di turisti che affollano la Ferhadija, la via dello shopping.
Centro del quartiere è la piazza con la famosa fontana Sebilj, simbolo della città. Questa, come pare tutte le fontane che si trovino davanti alle moschee, fa parte di in una rete idrica parallela a quella cittadina, che garantì la continua erogazione di acqua anche durante il periodo di guerra. Da qui, alzando la testa, si vedono tutte le montagne che circondano Sarajevo, su alcune delle quali ci sono ancora gli impianti di risalita costruiti nel 1984, in occasione delle Olimpiadi invernali. Dopo solo qualche metro ci ritroviamo sperduti nel bazar,con il passo scandito dal rumore dei martelletti dei vari artigiani che, mostrandoli con fierezza, battono il ferro degli dzezva e delle tazzine per servire il caffè turco.

Per raggiungere la parte a sud della città passiamo sul ponte dove nell’aprile 1995 le truppe serbe spararono sulla folla che manifestava contro la guerra, uccidendo Suada Dilbrovic, studentessa croata che viene considerata, da parte bosniaca, la prima vittima della guerra. La parte della città al di là del Miljacka porta molto più del centro i segni della guerra. Certo, qui si vedono meno lapidi sui muri e spuntano dal cemento meno "rose di Sarajevo" in memoria dei caduti, ma risultano altrettanto eloquenti i fori che ricoprono i muri delle case, tagliando in due le facciate, e i palazzi, quasi come monumenti lasciati ancora in macerie. Sul muro di una casa che dà sul fiume la scritta in rosso "Ne zaboravit ei Srebrenica"("Non dimenticate Srebrenica") cattura la nostra attenzione.
Riattraversato il fiume, luccicante ai raggi del sole che si avvia verso il tramonto, torniamo verso il centro della città, passando sul Ponte Latino, che fu teatro dell’ assassinio di Francesco Ferdinando per mano di Gavrilo Princip, il 28 giungo 1914. Passiamo sul ponte in cui la storia del ‘900 ebbe inizio, all’interno di una città in cui nel secolo scorso "sembrava che l’orologio della storia non potesse fare a meno di andare a scandirvi i suoi colpi". Nel 1995, almeno all’atto pratico e dopo migliaia di morti, il cerchio si è chiuso, il serpente si morde la coda e tutto torna al principio. Forse la Storia doveva far espiare a Sarajevo la colpa di essere stata il simbolo di quell’omicidio, rendendola martire dell’ incapacità di noi europei di imparare dai nostri errori.

Daniele Grasso

La Guerra Balcanica in Bosnia:
18.11.1990:
prime elezioni libere in Bosnia-Erzegovina.
29.2.1992: referendum per l’indipendenza della Bosnia, contestato dalla componente serba della popolazione che non vi partecipa.
2.3.1992: risultati favorevoli alla separazione dalla Jugoslavia provocano i primi scontri a Sarajevo tra musulmani e serbi. La presenza etnica composita (serbi, croati e musulmani) e la mescolanza sul territorio delle diverse componenti provoca cruenti scontri militari in diverse aree, tra cui quella di Bihac e di Sarajevo.
In Bosnia sono così presenti tre entità statuali:
-repubblica di Bosnia, con presidente Aiija lzetbegovic (riconosciuta in sede Ue e Onu)
-una repubblica serba di Bosnia, con presidente Radovan Karadzic(le cui forze armate sono al comando del generale Ratko Mladic)
-una repubblica croata dell’Herzeg-Bosna, con presidente Mate Boban, espressione dei separatismo della componente croata
Gennaio ‘93: inizia l’assedio e il bombardamento di Sarajevo da parte dei serbi bosniaci.
18 Marzo1994: l’Onu ottiene un accordo tra serbi e musulmani di Bosnia che porterà alla fine dell’assedio di Saraievo (lo stesso Milošević il 13.4.1994 rilancia le trattative, su sollecitazione della Russia)
4.9.1995: scade l’ultimatum della Nato ai serbo-bosniaci per il ritiro delle armi pesanti dalle collina attorno a Sarajevo (dal 11.10.1995 la tregua sarà effettiva).
21.11.1995: Dayton (Ohio) i presidenti di Bosnia, Croazia e Serbia si accordano per la pace (il trattato di pace sarà firmato a Parigi il 14.12.1995).

10 novembre 2007

CARTOLINA DAL MAROCCO


All’ aeroporto di Marrakech è frequente imbattersi in guide improvvisate che cercano di spillare qualche decina di euro ai visitatori in cambio di un giro turistico in città.
Non si possono riconoscere perchè non hanno segni distin­tivi e il loro approccio sembra solo di cortesia, come semplici viandanti.
Così è stato anche per noi, giunti in aereo a Marrakech l’ulti­ma settimana di settembre. Non appena ci avviamo con l’auto noleggiata la guida si affianca in motorino per indicare la stra­da verso la città. Poi, si propone di salire in macchina e così, in poche ore, visitiamo insieme i mercati, le botteghe, assaggia­mo i sapori della tavola e accettiamo di vedere i dromedari in un arido palmeto subito fuori il centro urbano.
Durante il Ramadan, la città, interamente musulmana, è più lenta. Le botteghe chiudono prima e così anche Place Djemaa el Fnaa, nel cuore della Medina (città vecchia) è meno affolla­ta del solito. Ma nell’area coperta dei Souq, verso nord, i mille e più negozi di tappeti e ceramiche sono sempre aperti, in vie strette e quasi buie per la folla di persone e cose esposte.
Qui le compere, e non solo per i turisti, seguono un rituale unico, perchè le cose non hanno mai un valore. La contratta­zione è estenuante: il negoziante fa il primo prezzo, sempre altissimo. Il compratore ribatte per la metà. Il negoziante non accetta, però sembra pensarci su. Allora arriva la contropro­posta, ma non va bene, troppo alta... Finché uno dei due cede, e generalmente i bottegai possono andare avanti ore.

Il caos che regna nella piazza, soprattutto al tramonto, quan­do vengono allestiti tavoli per cenare all’aperto e l’intera area si popola di cantastorie, musicanti, giocolieri, elemosinanti, non deve evidentemente intaccare la spiritualità della mo­schea Koutubia, a sud della piazza, che purtroppo rimane an­cora inaccessibile ai visitatori europei. Dall’omonimo minare­to alto 69 metri, gemello della Giralda di Siviglia per età e stile ( risalgono entrambe al XII secolo ), il Muezzin richiama alla preghiera i fedeli cinque volte nelle ventiquattro ore. Le sue sono parole tonanti, che svegliano nella notte entrando per­fino nel nostro Riad, a qualche centinaia di metri di distanza. I Riad, (in arabo “giardino”) un tempo erano ricche dimore di si­gnori locali. Oggi sono hotel anche lussuosissimi, che offrono ai visitatori riparo dalla rumorosa vita cittadina. L’abitazione si sviluppa attorno ad un cortile centrale aperto, senza vista sui vicoli attorno, isolata dal mondo esterno.
All’interno lo scenario è in molti casi splendido. Pareti coperte da mosaici in maiolica, pavimenti rivestiti di tappeti, mentre nel cortile un rivolo d’acqua scorre in una fontana di terra­cotta.
Per contrapporla a Casablanca, città industriale sull’Oceano Atlantico, gli abitanti la chiamano “Città rosa”. Il colore degli edifici, soprattutto nella Medina, è quello delle terre che cir­condano la città, un rosa tiepido che accompagna la memoria di ogni istante vissuto a Marrakech.
Per secoli è stata definita “Porta del Sud”, luogo di incontro delle carovane di dromedari provenienti dal Nord, con stoffe e tappeti, e di quelle provenienti dal meridione, con oro, avo­rio e schiavi neri.
Oggi Marrakech è il punto di partenza per chi vuole avventu­rarsi nel “Grande Sud”, oltre le montagne dell’Atlante, fino alle prime dune di sabbia, a pochi chilometri dal confine saharia­no con l’Algeria.

In questa regione vivono le popolazioni marocchine di etnia berbera, ancorate a stili di vita antichissimi. Sono le popola­zioni originarie del NordAfrica, spinte nelle aree più interne del Continente dalle invasioni arabe, che si sono succedute nel primo Medioevo diffondendo l’Islam e la lingua araba. Ma i berberi hanno mantenuto e tramandato la loro cultura, prevalentemente orale, e la loro lingua, basata su un proprio alfabeto che conta ben tremila anni.
Così, attraversando le campagne montuose dell’Atlante, nella direzione di Ouarzazate, il Marocco diventa più inafferrabile, i paesaggi si fanno sensazionali, i villaggi sono rari e nascosti. Dalla strada si possono intravedere delle costruzioni in argilla incastonate nelle montagne.
Poi, se un villaggio sterrato non dista troppo dalla strada asfaltata e il terreno è agibile, si può tentare di raggiungere le case di pietra che si raccolgono attorno al solito Minareto, per scoprirne gli abitanti. Almeno una persona nel villaggio parla francese, gli altri il tamazight (per noi “berbero”).
E mentre conosciamo gli uomini adulti che lavorano alla co­struzione di una piccola moschea in pietra, i bambini escono alla spicciolata dalle case. Dapprima, con sospetto, restano fermi davanti agli usci, poi ci approcciano con una palla per giocare insieme. Ci chiedono anche delle penne per scrivere (dicono “bic”). Così, ci facciamo indicare la scuola, che scopria­mo incredibilmente in ottime condizioni in contrasto con la povertà del villaggio.

Intanto delle donne ci chiamano verso le loro case. Vogliono offrirci del tè verde zuccherato al sapore di menta, autentico segno dell’ospitalità delle popolazioni berbere. Un rito che si ripete sulla strada rettilinea verso Zagora, ultima città da attraversare prima di immergersi in un paesaggio rarefatto, dove all’orizzonte le ultime montagne nere bruciate dal sole sembrano crateri, finché la natura si spegne e lascia il posto al deserto.

Dario Augello

20 ottobre 2007

CAMBOGIA: ASIA IN TRANSIZIONE

Impegnato in un lungo viaggio per l’Asia, il nostro collaboratore Marco Bettoni ci racconta la Cambogia, la sua storia, le sue dolenti contraddizioni.


Stretta tra la Tailandia e il Vietnam, due paesi in corsa per recuperare terreno nel sistema economico globale, la Cambogia cammina in ginocchio. Fatta eccezione per le sproporzionate speculazioni, edilizie in particolar modo, legate al turismo e l’esportazione illegale di legno pregiato, lo sviluppo del paese è fermo.
Durante gli anni sessanta le premesse per una rapida crescita c’erano tutte: scuole funzionanti, sistema sanitario tra i migliori del sudest asiatico, economia in movimento. Ma la guerra del Vietnam infuriava ai confini e gli sforzi di Re Sihanouk – figura emblematica che attraversa tutta la storia contemporanea del paese – per mantenere la Cambogia non allineata, non furono sufficienti per evitare il catastrofico coinvolgimento. Il nuovo governo, instaurato con un colpo di stato, schierandosi a fianco degli Stati Uniti dichiarò guerra al Vietnam, venendo così invaso dalle milizie nemiche.

Scivolando verso l’abisso.
La “guerra segreta” di Nixon e Kissinger - il bombardamento a tappeto dei villaggi di Laos e Cambogia all’oscuro degli americani stessi e del mondo intero- diede forza e credibilità al movimento armato degli Khmer rouge, che riuscirono a conquistare il potere con un colpo di stato nel 1975, l’Anno Zero. Il regime comunista di Pol Pot perpetrò un sistematico “autogenocidio” per quattro anni, fino ad una nuova invasione da parte del Vietnam e la successiva occupazione militare, durante la quale le Nazioni Unite hanno ben pensato di foraggiare le sopravvissute milizie di Pol Pot in funzione antivietnamita.
Se edifici ed infrastrutture sono stati distrutti dalle bombe, i valori, speranza nel futuro in primis, sono stati annichiliti da uno fra i più folle regimi che la storia contemporanea abbia mai conosciuto. L’abolizione del sistema educativo, sanitario ed informativo del paese e l’eliminazione fisica di insegnanti, dottori ed intellettuali erano parte centrale dell’attuazione della rivoluzione in Cambogia. Queste scelte condannarono la nazione a rimanere in ginocchio ben oltre la caduta del regime. Se l’amministrazione del paese, secondo una politica di stampo maoista, non ha risparmiato nessun cambogiano (eccezion fatta, ovviamente, per gli alti dirigenti del regime) le persone specializzate venivano considerate come primi obiettivi da eliminare. Dei più di novecento dottori di cui il paese disponeva prima dell’Anno Zero, solo cinquanta sopravvissero ai quattro anni di regime.

Nazioni Unite in arrivo.
Dopo dodici anni di occupazione venne disposta la più imponente e fallimentare missione internazionale sotto l’egida dell’Onu, che si concluse con le elezioni del 1993. Gli obiettivi che la comunità internazionale si era posta erano ambiziosi e gli strumenti di cui si era dotata i più forti mai affidati ad una missione internazionale: mantenere legge ed ordine, disarmare le milizie, salvaguardare i diritti umani, favorire la riconciliazione nazionale, organizzare e svolgere libere elezioni. Il tutto, attraverso il diretto governo del paese, affidato nei suoi aspetti fondamentali all’UNTAC, acronimo di United Nation Transitional Authority in Cambodia. L’unico obiettivo davvero raggiunto, le libere elezioni, si e’ dissolto in pochi anni, non essendo sostenuto da nessun altra condizione di sopravvivenza per una democrazia.
Le milizie degli Khmer rouge continuavano a dominare parte del paese; il Partito del Popolo Cambogiano, di diretta derivazione vietnamita, perse le elezioni ma trovò comunque il modo di continuare a governare, grazie al controllo delle forze armate. Fino al colpo di stato del 1998, che fissò definitivamente il potere nelle mani del PPC, sotto le mentite spoglie di una democrazia costituzionale.
In parallelo, l’esercito di tanto inutili quanto lautamente pagati “consulenti” marchiati UN ha contribuito all’incrostazione definitiva di uno dei più corrotti sistemi politici ed economici del mondo. Il diffuso rifiuto da parte dei membri della missione UNTAC di utilizzare la moneta locale ha portato il dollaro ad essere seconda moneta del paese e, di fatto, alla perdita del controllo sui movimenti interni di denaro. Dal primo ufficiale di frontiera, dal più insignificante dipartimento di polizia, ai vari ministri, fino allo stesso Re, la corruzione e’ il sistema. Non si entra in ospedale senza passare “under the desk”, non si sporge una denuncia senza pagare l’agente che hai di fronte, non si apre un’attività economica qualsiasi (ne’ la si conduce) senza “stabilire buone relazioni con le autorità”.
D’altronde, poliziotti, militari, dottori, funzionari turistici, impiegati di ogni genere del settore pubblico (facendo sempre eccezione per la leadership) sopravvivono con uno stipendio di 20 dollari americani al mese, spesso con una famiglia numerosa alle spalle.


Cambogia oggi.
Se la Cambogia turistica sopravvive nonostante queste condizioni, il resto del paese arranca. Mentre le catene alberghiere internazionali e compagnie aeree locali influenzano direttamente le scelte degli amministrazione del paese (fino a impedire la costruzione di strade quando sia ritenuto nocivo al loro interesse), la fame e la mancanza di servizi sanitari fondamentali affliggono
la maggior parte della popolazione.
Con il 65% di cambogiani affetti da tubercolosi -altra eredità raccolta dal delirio suicida del regime degli Khmer rouge attraverso la citata abolizione del sistema sanitario e la deportazione dell’intera popolazione nella campagna in condizioni inumaneil 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà e la corruzione come unico mezzo per ricevere l’assistenza necessaria, ciò che non termina la fame lo conclude la malattia.
Proprio ora, mentre l’attenzione sanitaria mondiale e’ rivolta al raffreddore dei polli, la Cambogia affronta la più devastante epidemia di dengue che abbia mai colpito il paese. Il clima umido della stagione delle piogge rende questa malattia, letale specialmente per i bambini, di facilissima diffusione.
L’assoluta inconsistenza degli interventi del governo e la politica sanitaria dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (“paese povero, medicine povere” che, tradotto nel dizionario cambogiano, significa l’autorizzazione a vendere medicine per la tubercolosi vietate nei paesi più sviluppati in quanto inefficaci e dannose per la salute) lasciano le uniche speranze nelle mani delle ONG che operano nel paese.


Volontari all'opera.
Nell’inferno della vita comune in Cambogia, solo l’intervento imponente di numerose organizzazioni non governative, di estrazione locale o di carattere internazionale, ha portato il paese a compiere piccoli passi avanti dalla fine dell’occupazione ad oggi.
Gli unici ospedali funzionanti, l’alfabetizzazione diffusa nell’entroterra, il reinserimento dei disabili il cui numero cresce quotidianamente (minare i campi di riso è stata la strategia preferita dell’ultimo decennio di guerra civile), sono alcune tra le tante attività svolte dalle associazioni che, gratuitamente, sostituiscono governo e istituzioni internazionali.
Dieci anni fa si scriveva che per la Cambogia: “la speranza risiede nelle persone non ancora nate”. Oggi la speranza per la Cambogia sta negli eroi sconosciuti che si assumono la responsabilità delle scelte di altri. In quelle persone che lottano quotidianamente contro la fame e le malattie in un paese dove il senso della comunità -un tempo carattere distintivo della nazione e’stato sotterrato da troppo tempo. Persone che ritengono che “Aspettando Godot” non si arrivi da nessuna parte.





Il complesso dei templi di Angkor Wat, meraviglia del mondo di eccezionale impatto, il turismo sessuale e la diffusione della droga sono i tre punti focali attorno i quali si muove il turismo internazionale e che hanno indotto un crescente interesse verso il paese.
Il governo guadagna moltissimo da questo turismo, sia in via ufficiale -attraverso i costosissimi biglietti di ingresso per i templi, di cui il 75% del ricavato finisce direttamente nelle mani del ministro delle finanze- sia in via non ufficiale, attraverso le varie procedure sottobanco. Catene alberghiere internazionali, in particolare provenienti dalla vicina Tailandia, pagano a caro prezzo la possibilità di agire su un terreno che offre spazio per le più grandi speculazioni. La comunità guadagna un po’ meno, spaccata tra strade colorate, luminose e tranquille, e il resto delle città, abbandonate al più totale degrado.
L’ingresso di questi grandi capitali ha contribuito alla formazione di una diffusa microcriminalità che fa dei turisti il proprio punto di riferimento, come vittime o come clienti.

Marco Bettoni

22 gennaio 2007

PERCHE' INCAMMINARSI


"Non è dimostrabile, eppure io ci credo: nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltiplicati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da lì ripartiti."
Cees Nooteboom, "Verso Santiago"

"Se non arrivi a piedi dove vuoi andare, non vedrai quello che vuoi trovare. Il viaggio è la destinazione."
Tiziano Terzani, "La fine è il mio inizio"

Il solo accostarsi all’idea di una partenza è già di per sé un passo. Il primo.
Il secondo è capire il perché. Perché percorrere un cammino che porta ad una tomba di chissà quale santo? E conoscere tutta la storia, sapere che il culto di Santiago iniziò nell’anno 813, quando un eremita vide una pioggia di stelle cadere sopra un colle, e, andando su quel colle, riscoprì l’ormai disperso sepolcro di San Giacomo, sapere che in seguito su quel colle sorse una città che venne chiamata Santiago de Compostela, e che da allora i cristiani di tutta Europa cominciarono a mettersi in cammino per raggiungerla, anche se si conoscesse tutta la storia e il numero di pellegrini che fino ad oggi ha ripercorso questo cammino e questa storia, basterebbe tutto questo a fare il primo passo? La risposta è no.
No, perché nel terzo millennio abbiamo bisogno di altre motivazioni, perché non ci basta la tomba di un santo a farci incamminare.
Nel medioevo si partiva per scontare una penitenza, oppure per devozione ai luoghi santi. La meta era la destinazione. Oggi, la meta è il viaggio.
I secoli passano, i piedi di milioni di pellegrini lasciano le loro orme sugli otto diversi sentieri che portano a Santiago, ma anche se il cammino e la meta sono le medesime, come tutte le esperienze individuali, anche questo pellegrinaggio non è stato né mai potrà essere un cammino uguale per tutti. Pur percorrendo la stessa strada, per ciascuno il cammino sarà diverso.
Diverso, perché, più che essere un percorso geografico, culturale ed artistico, è un viaggio personale, interiore, profondo e spirituale. Intrapreso in coppia, in gruppo o in solitudine, in ogni caso non perde la capacità di scavare passo passo un sentiero che conduca nella sfera profonda - e molto spesso ignorata - di ogni individuo.


Il mutamento delle motivazioni che dal medioevo ad oggi ha spinto gli uomini ad affrontare il cammino è ovvio: i ritmi sono cambiati.
Oggi il tempo è scandito regolarmente. Sempre. Le nostre giornate sono degli orologi, corriamo ogni giorno al fianco della lancetta dei secondi ed ogni istante è troppo veloce, e ogni minuto vorremmo riviverlo, per rubare tempo al tempo
E forse è anche per questo che, come traspare dalle statistiche, i pellegrini continuano ad aumentare. E continuano ad incamminarsi. Per riprendersi il tempo naturale. Il tempo di indossare delle scarpe da ginnastica, mettere in uno zaino l’indispensabile, togliere l’orologio e partire.
Ognuno di noi ha bisogno di trovarsi solo con sé stesso per più di un’ora, di poter riflettere, di allontanarsi dallo stress quotidiano, e di farlo semplicemente, senza guide turistiche o villaggi vacanze.
Per questo non dovrebbe sorprendere sapere che esistono ancora persone che compiono un atto che ha sapore d’antico, che comunemente si ritiene anacronistico o proprio solo di chi è pervaso da una fortissima tensione mistica e religiosa. È un pellegrinaggio oggi non ha perso significato. È semplicemente cambiato. Continua ad avere un senso, perché fa riscoprire il tempo, dona momenti di riflessione e sembra suggerire che l’essenziale non vada perduto, nonostante il continuo rincorrere le inafferrabili lancette di un inarrestabile orologio. È una sorta di gommone di salvataggio lanciato all’uomo del 2000 da quell’eremita dell’800. Una risposta alla silenziosa richiesta d’aiuto di una superficialità dilagante che non vuole più essere tale. Un invito a spegnere le televisioni, incamminarsi per scoprire il proprio io senza tecnologia e modernità. Senza treni o metropolitane. Per capire chi siamo veramente, senza aver tutti quei ritrovati tecnologici che sovrastano i gesti semplici e soffocano i momenti di silenzio.
Anche se ciascun pellegrino interpreta il cammino come crede, ciò di cui tutti si rendono conto è che l’importanza del cammino non è rappresentata dalla meta in sè, ma è insita nel fare il cammino stesso.

Durante il tragitto si può assaporare, oltre a tutti gli elementi che nel quotidiano cittadino si nascondono, anche l’inaspettata profondità di rapporti nati lungo la strada. Tutti i pellegrini partono con un bagaglio di conoscenze, talvolta anche superficiali, e sul cammino incontrano persone che, soltanto stando al loro fianco per un paio d’ore, arricchiscono bagagli e vite.
Ogni persona in cammino è migliore. Perché si misura con sé stessa, coglie l’opportunità di conoscersi davvero, sviluppando la tecnica dimenticata del "sapersi ascoltare".
L’augurio che si fa a tutti coloro che intraprendono il pellegrinaggio è "Ultreya", che significa "sempre più avanti". Il cammino richiede infatti, come requisito fondamentale, una volontà forte, e la volontà è mantenuta viva dalla ricerca, che deve essere lo spirito primario di ogni peregrinare.
Bisogna essere affascinati dalla necessità di cercare.

Chiara Cankech

25 settembre 2006

SALVADOR DA BAHIA

Salvador - chiamata a volte semplicemente “Bahia” – è stata la primissima capitale del Brasile quando ancora era una colonia portoghese. Ha tutto quello che un viaggiatore può desiderare: preziosi palazzi barocchi trasudanti di storia, affascinanti stradine dietro le quali brulica la vita del sottobosco urbano, spiagge di una bellezza mitologica, e un clima paradisiaco tutto l’anno: la differenza tra estate e inverno la percepiscono solo i bahiani, uno dei popoli più vivaci, goderecci ed estroversi del pianeta. Costruita sulla sommità di un’altura e cresciuta su due livelli tra cidade alta e cidade baixa Salvador è adagiata all’interno della Baia de Todos os Santos, chiamata così da Amerigo Vespucci che la scoprì nel giorno di Ognissanti del 1501. Deve la sua iniziale ricchezza soprattutto al commercio dello zucchero, dell’oro, dei diamanti e degli schiavi che giungevano dall’Africa. Il numero di questi ultimi divenne negli anni così alto che le tradizioni culturali africane iniziarono a influenzare profondamente la cultura della città (basti pensare ai ritmi musicali, ai riti del camdomblè e alla capoeira, nata proprio qui). L’80% della popolazione della città è di origine africana, anche se nella maggioranza dei casi si è fusa con il resto delle razze. A testimoniare il potente passato di Salvador è il quartiere del Pelourinho, il centro storico, ricco di bellissime chiese barocche e di palazzi di epoca coloniale. Fino a una decina d’anni fa era un quartiere malfamato; da quando è stato completamente restaurato è diventato uno dei luoghi più sicuri della città e una mecca turistica. Peccato che per tirarlo a lucido gli abitanti originari siano stati sfrattati per far posto ad alberghi e negozi di ogni genere. Ciononostante il Pelourinho continua ad essere molto frequentato dai soterapolitanos (questo il nome esatto degli abitanti di Salvador) soprattutto il martedì sera, quando si riempie di musica per la cosiddetta “terça do Pelourinho” (martedì del Pelourinho): in ogni piazza, via, locale, c’è un’invasione di palchi con concerti gratuiti di ogni sorta di genere musicale. Se volete venire a Salvador il Pelourinho è sicuramente il posto più sicuro in cui si può alloggiare (c’è in media un poliziotto ogni 50 metri) e con gli alberghi più a buon mercato, ma ha un’elevatissima concentrazione turistica e di conseguenza è impacchettato e servito per gli stranieri. Per cui è salutare saltare su un autobus e esplorare la città, magari mettendo da parte per un attimo la guida per percorrere le strade dove il bahiano Jorge Amado (il più celebre scrittore brasiliano) ha ambientato alcuni dei suoi più celebri romanzi. Sempre per non barricarsi nel Pelourinho (ma spendendo qualche soldino in più), si può alloggiare presso la Casa Encantada nel quartiere di Itapuã, gestita da una coppia di italiani, interessante esperimento di turismo solidale. Itapuã ha anche una delle più belle e affollate spiagge della città, frequentata soprattutto la domenica. Non ci si può togliere poi il piacere di passare una giornata sulle spiagge di Ribeira, Barra, Ondina o della più lontana praia do Flamengo (più fighetta e turistica, ma con un paesaggio semplicemente paradisiaco); spiagge che non hanno i nomi esotici di quelle carioca di Copacabana, Ipanema e Urca, ma che a queste non hanno davvero proprio nulla da invidiare. La sera si può fare il giro dei locali notturni di Rio Vermelho, il quartiere di più grande effervescenza culturale della città, anch’esso con delle belle spiagge, e magari il giorno successivo far visita al santuario di Nosso Senhor do Bomfim, nell’omonimo quartiere, dove potrete farvi legare con 3 nodi (a cui corrisponde un desiderio da esprimere) una fita do Bomfim, il braccialetto di stoffa che i bahiani annodano per chiedere una grazia.

Sebbene Salvador non goda la fama di città sicura, girare per le sue strade non è assolutamente così rischioso come si racconta. Basta avere il buon senso di non ostentare con orgoglio borse di Prada, bracciali d’oro e preziosi cronografi; oltre ad avere (sempre) questi accorgimenti, se poi ci si vuole avventurare in quartieri periferici molto poveri (ce ne sono putroppo in abbondanza), è consigliabile vestirsi il più possibile come un brasiliano (indossando pantaloni corti, canotta e infradito) e non mostrare assolutamente macchine fotografiche digitali, visto che comunque, a meno che non siate molto scuri di pelle, non passerete mai inosservati. Per fare shopping e tenersi lontano dal turismo di massa stile “cotto e magnato”, bisogna evitare come la peste il Mercado Modelo, a pochi metri dall’Elevador Lacerda (l’ascensore che collega città alta e città bassa): è concepito apposta per gli stranieri. Andate piuttosto alla Feira de São Joaquim (ma non dopo che ha appena piovuto, a meno che non vi piaccia sciare nel fango). Per mangiare ce n’è per tutti i gusti, la cucina bahiana gode di un’ottima fama in tutto il Brasile. Quindi non c’è motivo alcuno per cui prendervi una pizza, che qui è popolarissima, ma fa a dir poco schifo. Se siete in strada buttatevi piuttosto sugli spiedini o sul buonissimo acarajè, una specie di polpetta di farina di fagioli e cipolle fritta nell’olio di palma di dendê e servita con minuscoli gamberetti e salse varie.

Quando si parla di radici africane vengono subito in mente la capoeira e il candomblè. Per assistere a capoeira non solo a uso e consumo dei turisti, basta andare al centro per la conservazione della capoeira de Angola, nel Pelourinho, dove è possibile trovare maestri ultrasettantenni ancora in attività, come Mestre Bendão, che assieme a lui tengono viva la tradizione della capoeira più antica (l’altra variante è la cosiddetta regional, più spettacolare e acrobatica). Per assistere invece a una cerimonia del candomblè – la religione portata dagli schiavi che col tempo si è sincretizzata col cattolicesimo - è necessario essere accompagnati da qualche bahiano in una casa branca, il luogo dove avvengono le cerimonie. Se non conoscete nessuno che possa accompagnarvi vi basterà sborsare qualche reais e affidarvi alle guide che sicuramente l’albergo dove alloggerete vi proporrà. Non fa molta differenza: anche loro vi porteranno negli stessi posti della periferia (se non delle favelas) dove vi porterebbe un conoscente locale. Una delle casas brancas più famose è quella di Mata Escura, quartiere alla periferia nord della città. Il rito in sé è affascinante e suggestivo, e sebbene la presenza di decine di turisti accanto a voi non ve lo farà pensare, è assolutamente autentico.

Chi ha intenzione di andare a Salvador per il carnaval, potrà essere felice di apprezzare quello che è il carnevale di strada più grande al mondo e che dalla maggior parte dei brasiliani viene considerato il più bello del Brasile. Sei giorni di delirio in cui 25 chilometri di strade vengono chiuse al traffico per il passaggio di una fiumana di più di 2 milioni di persone, che ballano, bevono e amoreggiano dietro ai trios eléctricos, carri che sono dei veri e propri palchi ambulanti sopra ai quali si esibiscono le band musicali dei generi tradizionali di Bahia, soprattutto axè, pagode e samba reggae. L’alternativa è quella di seguire un bloco, un gruppo di percussioni, o qualcuno dei famosi afoxè, i gruppi del carnevale, come gli Olodum e i Filhos de Gandhi. Bahia è la patria di quasi tutti i cantanti brasiliani più famosi (Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Carlinhos Brown, João Gilberto, Maria Bethania…) che spesso sono sopra i carri per cantare dal vivo, se avrete fortuna potrete trovarvi nella bolgia assieme a loro.

Beniamino Musto

10 luglio 2005

INTERVISTA SUL VIAGGIO A DANILO MANERA

“Conta più la strada della meta. Conta più il vento della valigia.”


Danilo Manera insegna letteratura spagnola nella nostra università. Da sempre appassionato di viaggi, nella sua vita ha viaggiato tantissimo, sia fisicamente che attraverso la letteratura, l’attività giornalistica e di traduttore, la passione per le altre lingue e culture. L’abbiamo contattato per discutere con lui del significato del Viaggio e dei retroscena dei suoi viaggi; in particolar modo della “spedizione” da lui compiuta nella zona del Vaupes, remota ed “incontaminata” regione amazzonica della Colombia
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Per cominciare, la domanda di rito: come è nato in lei l’interesse per il viaggio ed in particolar modo la passione per la Spagna e l’America Latina?

Sono nato nelle Langhe, in una cittadina della provincia piemontese. Contrariamente alla fama di immobilismo che ha, è terra di emigranti e scrittori, un posto limitato da cui partire, smentendo l’orizzonte di colline, anche per poi gustarsi i ritorni. In un primo tempo, sull’onda di Pavese e Fenoglio, rivolsi il mio interesse all’area anglofona, e contemporaneamente alla Francia, poi all’università di Pisa scelsi le lingue slave e infine m’appassionai allo spagnolo. Durante gli studi approfittai di tutte le borse di studio che mi venivano a tiro. Poi mi toccarono quasi due anni di servizio civile come obiettore di coscienza e nelle lunghe sere di quella pausa forzata, cominciai a sognare viaggi più lunghi, più in profondità, con un tesoro di storie e parole da riportare a casa. Presi così, appena possibile, la rotta dei tramonti, prima verso la Spagna, poi verso il Sudamerica.

Lei si è occupato molto - soprattutto attraverso la traduzione di testi di narrativa – dell’area caraibica. Un'area che purtroppo nell’immaginario collettivo è quasi esclusivamente legata ad un fuorviante stereotipo vacanziero ma che, credo, abbia una ricchezza culturale ben più ampia. Che cosa ci può dire a riguardo?

I Caraibi sono connessi con l’idea di paradiso, un luogo mite e dolce, precedente alle morali e alle ideologie, un luogo aperto dove infinite cose sono ancora possibili.

Purtroppo, l’idea di paradiso che rimane a tanti è quella misera e cartolinesca delle due settimane in spiaggia. Caraibi significa ballo e meticciato: una capacità di suonare e di mescolarsi. Lì il crogiolo etnico-culturale ha creato ritmi, pitture e scritture straordinarie. Io non mi stanco di proporre antologie di autori caraibici. Da ultimo L’isola d’acqua, un libro dedicato ad Haiti, al quale ha collaborato Marco Modenesi della nostra università e che accompagna il documentario di J. Demme The Agronomist, e due raccolte tradotte da allievi dei miei corsi, Onde, farfalle e aroma di caffè. Storie di donne dominicane e Fantasmario di Marcio Veloz Maggiolo.


Lei ha scritto molto su Cuba, collaborando anche a guide e vari libri fotografici dedicate a quell’isola. Cosa pensa delle recenti polemiche sulla situazione politica cubana, innescate circa un anno fa dalla condanna a morte di alcuni dissidenti e riaccesesi da qualche settimana a seguito dell’espulsione di alcuni giornalisti italiani sbarcati sull’isola in occasione di un congresso degli oppositori al governo di Castro?


Ho scritto ampiamente sul tema, che non è riassumibile. Rimando soprattutto al n.4 del 2004 della rivista di geopolitica «Limes». Ho grande rispetto per le sofferenze del popolo cubano, vittima dell’embargo statunitense. E un amore profondo per la cultura e i talenti dei cubani, il loro modo inconfondibile e umanissimo di stare al mondo. Sono per il dialogo e la solidarietà. Ma non confondo Cuba con Castro. I castristi sono chiusi a ogni verifica o divergenza, demonizzano l’interlocutore con rituali da caserma, negano ogni cittadinanza alla diaspora. Invece, per il movimento civile, utopico e pacifista di cui mi sento parte i diritti umani, la libertà d’espressione e associazione, la partecipazione pluralista, l’ecologia, la valorizzazione delle diversità, il rispetto delle minoranze sono presupposti irrinunciabili. L’odio e la repressione non sono una risposta. Nemmeno l’inamovibilità dei capi. Certo, la situazione è difficile, ma spero che si smuova e che i cubani sappiano sviluppare la loro alternativa al neoliberismo in modo davvero libero.

Il viaggio più bello che lei ci ha raccontato credo sia quello svolto nella zona dello Vaupés in Colombia, da cui è nato il libro Yuruparí. I flauti dell'anaconda celeste. Come è nata l’idea di riprendere una spedizione di un esploratore ottocentesco - Ermanno Stradelli - nell¹Amazzonia colombiana e ripercorrerne il tragitto?

Le spinte sono state tante. Ne citerò due. La versione più elaborata della leggenda di fondazione dei popoli del nordovest amazzonico si conserva in italiano grazie alla sensibilità di Stradelli, che era anche un linguista d’eccezione: a lui si devono grammatica e dizionario della lingua franca di quei territori. Stradelli era affascinato dal diverso e disposto a capirlo. Inoltre, nei giochi di bambini, io e mio fratello stavamo sempre dalla parte degli indiani contro i cowboys. Una volta nella vita, ci tenevamo a vivere un po’ con una tribù indigena. È stato emozionante e complesso, ma ha richiesto una lunghissima preparazione.

Cosa le ha lasciato quell’esperienza a contatto con le usanze, le leggende, i miti di popolazioni lontanissime dallo stile di vita occidentale?

Tantissime cose. Relativismo di fronte al “progresso” e alle “verità”, pena per quel che perdiamo e togliamo alle generazioni future con l’attuale omologazione al ribasso, spianata oltretutto sui modelli più sciocchi. Gratitudine per la disponibilità degli indigeni tucano e dei colombiani. Un’amaca appesa in una stanza della mia casa milanese. Quell’aculeo di cerbottana della nostalgia che si sente per ogni cosa lontana che un giorno è stata tua. Qui più forte perché dal Vaupés è meglio che tutti i bianchi stiano lontani, anch’io. E l’impegno a far sì che la scrittura sia una canoa che scivola su un fiume, che a sua volta è l’anima disciolta di una canoa. Gli sciamani tucano dicono che l’anaconda ancestrale trasportò le genti nel suo ventre in forma di pesci e ancora adesso gli uomini nascono dall’acqua profonda delle donne in cui c’è la stessa geografia di fiumi e cieli e sogni che poi troveranno fuori, dove splende l’anaconda celeste come un latteo sentiero luminoso.

Quale legame pensa ci sia tra letteratura e viaggio? Crede sia possibile in qualche modo viaggiare attraverso la letteratura?

Caspita! I libri sono il miglior mezzo di trasporto che c’è. Ho sempre pensato alla biblioteche come porti da cui salpare. Ho sempre viaggiato sulla scorta di letture e i viaggi hanno a loro volta prodotto scritti. Senza contare che ci sono terre che esistono solo nella memoria e nella fantasia, a cui si va soltanto grazie alla letteratura. L’osmosi è antichissima, perché la letteratura ha bisogno di spaesamento e di moto: da Ulisse a Don Chisciotte, da Dante a Ibn Batuta, da Marco Polo ai cantastorie, dagli scienziati illuministi ai vagabondi on the road.

Centrale in tutta la sua produzione giornalistica e letteraria sul viaggio, mi sembra, personalmente, il concetto di “rispetto” . Rispetto per i luoghi visitati e le genti incontrate. Pino Cacucci, un altro grande esploratore dei paesi latinoamericani, ha scritto che «il contatto con l’altro a qualsiasi latitudine [deve iniziare] con un gesto di resa incondizionata, la rinuncia ai propri schemi e abitudini». Qual è la sua opinione a proposito?

Sono d’accordo con Cacucci. L’incontro con l’alterità è un’occasione unica. Guai a perderla perché si ha in tasca un copione e foschia negli occhi. Si viaggia per cambiarsi, non per confermarsi. Già il viaggiatore Montaigne diceva che sapeva da cosa fuggiva, ma non cosa cercava. E che l’incessante diversità di vite incontrate sul cammino era la miglior formazione per l’anima. Poi ci vuole anche molta, spregiudicata curiosità.

Sintetizzando, qual è il consiglio principale che darebbe a chiunque sia appresti ad un viaggio che non voglia solo essere un’evasione o una vacanza, ma piuttosto un’esperienza conoscitiva consapevole e intelligente?


Conta più la strada della meta. Conta più il vento della valigia. Contano più i passi o i compagni di viaggio degli orari o degli acquisti. Non c’è un manuale, ma una disposizione a trovare il proprio modo di camminare. Un giorno lo si riconosce in un ciottolo, un riflesso di luce, un sorriso, una nenia, una foglia, un silenzio, una vicenda letta o raccontata in forma inattesa. Allora tempo e spazio coincidono e si sente che la vita è, machadianamente, tracciare scie sul mare.


A cura di Francesco Zurlo



Chi è Danilo Manera?

Danilo Manera (Alba 1957) insegna Letteratura spagnola contemporanea all'Università degli Studi di Milano. Narratore, traduttore, critico letterario e giornalista di viaggio, ha collaborato ai quotidiani «L’Unità» e «Il Manifesto» e alle le riviste «MicroMega» «Avvenimenti» e «Limes». Attualmente dirige la rivista «Crocevia». Ha curato la traduzione italiana di parecchi importanti scrittori spagnoli nonché antologie di autori baschi, della Galizia e delle Canarie. Si è occupato molto anche di letterature slave. Ultimamente si è dedicato soprattutto dell’area caraibica, curando diverse antologie di scrittori cubani (ricordiamo perlomeno A labbra nude. Racconti dall’ultima Cuba, Vedi Cuba e poi muori,) e domenicani (I cactus non temono il vento). Per quanto riguarda il tema del viaggio ricordiamo, oltre a Yuruparí. I flauti dell’anaconda celeste, la partecipazione a diversi speciali di «Tuttoturismo» e di «Meridiani» sui paesi carabici e ad alcune guide turistiche su Cuba.