





E’ cominciato così, con lo zaino in spalla ed un biglietto aereo in mano, il nostro viaggio nella magia dell’Est Europa. Abbiamo girovagato per settimane, tra mete note ( Praga ) e meno conosciute (Wroclaw), e ci sarebbe molto da scrivere, molto più di quanto mi sia concesso in questa sede.
Se siete pronti a partire… prima tappa: Budapest!
Quando penso a Budapest, penso ai ragazzi della via Pàl e neanche a farlo apposta, il nostro ostello si trovava in via Ferenc Molnàr. Comunque sia, la poesia finisce qui: di ostelli ne ho girati tanti, ma mai nessuno è risultato, nè risulterà, sporco e decadente come questo. Non so infatti se sia stato peggio passare cinque notti a fissare un soffitto che urlava: “adesso cado” o le minacce, pure quelle urlate, della gattara del piano di sopra ogni qualvolta uscivamo. Mi è stato infatti spiegato da alcuni ragazzi che il loro popolo non è dei più cordiali (mi spiace ma confermo: abbiamo avuto scambi empatici nulli con approssimativamente cinque persone su sei ), e se proprio devono avere a che fare con i turisti, preferiscono gli italiani. Italia e Ungheria, dicono loro, hanno avuto stretti rapporti, commerciali e culturali, da ben prima dei tempi dell’Impero Asburgico. Sarà…ma sfido chiunque a trovarmi un italiano che parla ungherese. Scherzi a parte, Budapest si è rivelata una città affascinante. Anche se non propriamente “bella”, a volte riesce a toglierti il fiato, basta guardare il panorama che si estende dalla collina di Buda o camminare lungo il Danubio e trovarsi faccia a faccia con il Parlamento più bello d’Europa. O magari correre lungo Andrassy Ut, stendersi al fresco dei prati dell’Isola Margherita e, se siete fortunati come lo siamo stati noi, andare alle terme Szecheny, le più antiche e maestose dell’Est, in una giornata d’agosto.
In questo mese la temperatura varia dai 22 ai 27 gradi, quindi è possibile, e piacevole, fare il bagno in una delle vasche all’aperto. Ma quello che merita davvero è l’interno dell’edificio. La sensazione, non credo di essere la sola a pensarlo, è di fare il bagno in una cattedrale.
Nonostante il diroccamento, i gatti semirandagi e le minacce, l’ostello si trovava in un’ottima posizione: centrale, antistante al fondaco della città ( dove puoi trovare di tutto, dai dolci con semi di papavero ai costumi tradizionali ungheresi ), dietro la via di locali Vaci Utca e ad appena due passi dal Ponte Verde che, illuminato di notte, è un vero spettacolo. Budapest è la città dei ponti: sono nove “solo” quelli che attraversano il Danubio e, anche se il GreenBridge resta il più bello, la passeggiata sul Ponte delle Catene è una tappa obbligata per chiunque si trovi a visitare la città; anche perché è la strada più breve per arrivare da Pest a Buda e precisamente a Vàreghy, la “Collina di Castello” dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
La capitale ungherese offre inoltre una grande varietà di musei e luoghi di cultura: per cominciare la Casa del Terrore, che racconta , attraverso un percorso diviso tra dominazione nazista e regime comunista, gli anni più bui di Budapest e dell’Ungheria. È’ importante visitare questo luogo, situato proprio in quella che fino a non molti anni fa era la sede della temutissima polizia segreta (AVH), non solo per cercare di capire cinquant’anni di storia ungherese ma anche,e soprattutto, per tenere vivo il ricordo del cardinale Midsentzy, luce di giustizia durante l’oppressione comunista, o di Raul Wallenberg, il “gentile giusto” che salvò dal massacro trentacinquemila ebrei ungheresi, e di tutti coloro che ebbero il coraggio di far sentire la propria voce quando tutto doveva tacere.
Come avrete capito dall’accenno a Wallenberg, Budapest ha una lunga tradizione di cultura ebraica e il quartiere Josefòv ne è la culla; su questo versante, decisamente merita una visita la sinagoga più grande d’Europa. Infine, se non avete il fiato sul collo, fate una capatina alla pittoresca tomba di Gul Baba, il “padre delle rose”, nel verde di Buda. Per finire, la vita notturna: immancabile una serata al Szimpla di Kacinszky Utca: eclettico locale a tre piani con diverse postazioni bar fornitissime. È’ molto frequentato - non solo da turisti – e, strano ma vero, molte delle sedie sono state ricavate da vasche da bagno! In alternativa, un modo per lasciare segno del vostro passaggio nella città dei ragazzi di via Pàl, è fare un salto al For Sale, pub noto per essere completamente ricoperto da bigliettini, fogli e foglietti fissati alla bell’e meglio dagli avventori su ogni centimetro quadrato della superficie muraria. Unica raccomandazione: quando vi porteranno, e lo faranno di sicuro, un cesto di noccioline da sgranocchiare, non provateci nemmeno a tenere in ordine il tavolo. È infatti usanza comune lasciar cadere i gusci vuoti sul pavimento, che scricchiola simpaticamente sotto le vostre scarpe (ovviamente continueranno a staccarsi dalle vostre suole pezzi di guscio frantumati per i tre giorni successivi …).
Gemma Ghiglia
Le periferie delle grandi città italiane si somigliano molto una con l’altra, accomunate da devastanti colate di cemento iniziate negli anni ’60 per la necessità di fornire alloggi popolari nel boom economico, un’esigenza che ha portato negli anni ’80 a complessi abitativi che oggi appaiono fuori da qualunque schema urbanistico accettabile.
Eppure questi immensi palazzi oggi sono ancora in piedi, a pochi minuti di macchina dai centri storici delle città, presi d’assalto dai turisti: gioielli di arte, cultura e architettura che rendono l’Italia meta di turismo internazionale. Città come Milano e Roma, dallo sviluppo lineare, sono state nel corso del ‘900 vittime di un più alto rischio di cementificazione, rischio che infatti ha portato all’edificazione di immensi quartieri dormitorio (Gratosoglio e Corviale ad esempio). Il caso ligure è diverso e peculiare. Chiunque percorra l’autostrada della Liguria nel tratto genovese nota la cementificazione selvaggia che ha aggredito le colline attorno alla città, ma non si tratta esclusivamente di case popolari dallo scarso valore. Le famigerate “lavatrici” di Prà, palazzoni a terrazze con le finestre a forma di grandi oblò, possiamo trovarle nei libri di architettura eppure vengono comunemente additate come eco-mostri, simboli di degrado. Perché si arriva a questo? E’ davvero possibile che gli architetti che hanno pensato, disegnato e approvato queste costruzioni abbiano volutamente deturpato la bellezza di una regione territorialmente fragile e delicata come la Liguria? Avremo modo di riparlarne più avanti, quando gli elementi di analisi a nostra disposizione saranno più numerosi.
Le “lavatrici” le lasciamo alle spalle, prendiamo lo svincolo autostradale della Val Polcevera, che risale verso l’Appennino. Una valle ecologicamente ricca, devastata però dalla ferrovia prima e dall’autostrada poi: infrastrutture, queste, che hanno portato l’industrializzazione nella valle, risalendo lungo la Milano - Genova (che prima era una camionale e prima ancora una strada tortuosa che saliva tornante dopo tornante sino al Passo dei Giovi, unico valico verso la pianura), con gli insediamenti petrolchimici di Busalla e di Serra Riccò. L’autostrada la lasciamo presto e saliamo verso un quartiere che prende il nome da una delle fortezze che difendevano la città di Genova, ovvero il Forte Begàto, da cui il quartiere di Begato, non molto distante dall’avamposto militare edificato sul crinale dell’alto colle che sovrasta la città.
Il quartiere si presenta spettrale e vi regna un silenzio innaturale. Il paesaggio è quello tipico delle periferie suburbane popolari delle grandi città italiane di cui parlavamo precedentemente, però in questo quartiere i grandi casermoni grigi sono aggrappati direttamente alle pareti dei colli, quasi ad appoggiarsi stancamente ad essi. Oltre al silenzio che permea questo luogo e all’ombreggiante presenza dei palazzi che si stagliano minacciosi, colpiscono lo sguardo le tante carcasse di automobili bruciate o smantellate. Non c’è nessuno in strada e gli autobus qui non arrivano: si fermano lungo il vialone principale un po’ più a valle. Ma questo non è un quartiere abbandonato, qui la gente vive ancora, e non si tratta di poche famiglie: sono 3500 i residenti di Begato. Se procediamo lungo la strada ci troviamo ad osservare il complesso del Diamante, più noto come “Le Dighe”, che fuori da ogni metafora e da ogni demagogia sembra creare un senso di angoscia e un’ombra cupa su tutto ciò che lo circonda, una paura remota e indefinibile. “Le Dighe” sono due palazzi gemelli, la Diga Rossa e la Diga Bianca, di 19 piani ciascuno, che occupano lunghi e stretti tutto il vasto spazio da una parte della vallata all’altra, aggrappandosi direttamente alle pareti della collina e lasciando uno stretto passaggio per la strada carrabile tra i due complessi.
Trovandosi davanti a questo cupo monumento alla cementificazione selvaggia, a questo irreale silenzio, a questo degrado che non si tenta nemmeno più di nascondere, ritornano alla nostra mente le domande sospese, quei punti interrogativi velati dalla rabbia lasciati alle spalle. “Come?” “Perché?” “Perché si è arrivati a questo?”.
Si è arrivati a questo nel 1984, quando l’esigenza di fornire alloggi popolari in una città senza spazi come Genova ha trovato una soluzione nella cementificazione “verticale”, incardinando questi pesanti complessi popolari direttamente alle pareti delle vallate, e salendo piano dopo piano sino ad altezze vertiginose. Non è uno scandalo, lo facevano anche nel XVII, nel XVIII e XIX secolo. Però in quei secoli il cemento armato non esisteva, e i grandi palazzi mostravano una opulenta eleganza degna del nome di “Superba” di cui Genova si è orgogliosamente fregiata. Begato 9, ovvero il Diamante, è nato in seguito all’ambizioso progetto di creare una città nuova a pochi chilometri dalla città vera e propria, probabilmente con qualche ambizione di alto profilo. Dovremmo immaginare le Dighe non come palazzi ingombranti, ma come quartieri autosufficienti dotati nel loro interno di ogni genere di servizio, dai negozi ai cinema alle scuole. Non per niente lungo tutto lo sviluppo orizzontale delle Dighe vi sono ampi corridoi comuni con spazi per vetrine predisposti all’attività commerciale. Le Dighe sono state costruite, ma i servizi non sono stati dati. Questa poteva essere la chiave di uno sviluppo secondo il modello tipicamente italiano del quartiere-dormitorio, ovvero case popolari a basso costo senza adeguati servizi e senza l’ultimazione delle aree verdi circostanti e delle infrastrutture previste dagli architetti (perché chi ha disegnato gli eco-mostri ha previsto quei servizi che poi la cattiva politica e la cattiva amministrazione hanno negato, deviando lo sviluppo previsto e progettato). A Begato è andata anche peggio.
Quartiere già socialmente decomposto e degradato a pochi anni dalla sua costruzione, è stato individuato come ideale indirizzo di insediamento delle persone uscite dalle prigioni, dei malati di mente rilasciati dai manicomi dopo la loro chiusura, dalle famiglie povere e operaie che lasciavano il centro storico genovese (un altro ghetto, risanato a partire dal 1992). Le Dighe offrivano (e offrono ancora, con i loro 400 appartamenti vuoti su un totale di circa 1000) alloggi abbordabili da qualunque tasca, gestiti dall’Arte, la società regionale che si occupa delle case popolari. Eppure, nonostante il silenzio spettrale, le carcasse delle automobili nei cortili, i rottami di motorini dentro i corridoi delle Dighe dove fino a qualche anno fa si facevano gare di velocità, nonostante lo spaccio e la delinquenza, a Begato la gente vive ancora. Qui le difficoltà sono straordinariamente grandi, basti pensare agli ascensori delle Dighe quasi sempre guasti che costringono gli anziani che vivono agli ultimi piani a non poter uscire di casa. Si viene a creare però una socialità interna che porta con sé grande speranza, perché la speranza è l’ultimo sentimento rimasto a tante persone di Begato.
Ma davanti a questa sofferenza e solitudine, le Istituzioni dove sono? Ci sono, nonostante tutto, e bisogna riconoscerlo. Molti progetti sono stati finanziati da Comune e Regione, sempre in collaborazione con le associazioni sul territorio, e hanno reso possibile l’apertura di un ambulatorio medico assolutamente indispensabile in un quartiere anche fisicamente così separato dal resto della città. C’è una farmacia, dove i medicinali più venduti sono gli psicofarmaci, c’è un supermercato più a valle, c’è un piccolo bar gestito dalla polisportiva. Le associazioni di volontari, Caritas in testa, insieme alle Istituzioni portano avanti da anni progetti pilota di recupero dei ragazzi del quartiere, coinvolgendoli in attività pregevoli come la ristrutturazione del campo da basket, che ora è a loro disposizione. Nel 2009 sono state abbattute le due passerelle che collegavano a mezz’aria le Dighe, con grande soddisfazione dei residenti, che hanno visto finalmente una soluzione materiale all’attività di spaccio che su quelle passerelle è sempre stata notoriamente molto frequente. Però all’ultimo piano delle Dighe le porte degli appartamenti sono murate per impedire l’occupazione abusiva (che si verifica ugualmente in molti altri appartamenti del complesso), e nei corridoi sono ammassati rottami, travi, macerie e siringhe.
Gli abitanti delle Dighe lamentano continuamente di infiltrazioni d’acqua, di caduta di calcinacci, di crepe alle pareti di cartongesso. Eppure il Diamante, un nome ambizioso quanto lo erano le idee dello studio di architettura che lo ha progettato, non crolla e non è in procinto di essere demolito come molti vorrebbero. La giunta di centrosinistra ha promesso molto a Begato, vuole “imporre” la ripopolazione sana del quartiere obbligando le persone nella graduatoria per le case popolari a non rifiutare l’assegnazione di alloggi a Begato pena lo spostamento in fondo alla lista. Insieme a questo, sono stati stanziati moltissimi fondi per la riqualificazione del Diamante, che verrà consegnato alle coraggiose mani di architetti giovani e ricchi di idee in modo da ristrutturare completamente le Dighe, abbatterne una porzione per alleggerire la cupa incombenza del complesso, realizzare finalmente tutte le infrastrutture di cui il quartiere ha bisogno. Però questi progetti, apprezzabili, avranno bisogno di molto tempo prima di essere avviati e intanto a Begato il degrado resta, i disagi anche. Quartieri-ghetto come questo non sono comuni a tutte le periferie, e non ci si aspetterebbe di trovarne in una città come Genova, così bella ed elegante. Una città riscoperta e risanata come nessun’altra in Italia negli ultimi anni, protagonista di un rilancio che l’ha portata sulla strada dell’emulazione della sorella Barcellona (un traguardo alla portata di Genova, senza dubbio) e in cui il Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano ne è la faccia presentabile da rivolgere all’Europa. E Begato non sarebbe il solo quartiere genovese dal destino così infelice, sennonché in altri (ad esempio il CEP) possiamo osservare percorsi di rinascita urbana e riqualificazione sociale additati come modello da esportare in altre realtà Italiane di periferia.
Abbiamo iniziato la nostra riflessione osservando “Le Lavatrici” di Prà e chiedendoci se fossero il frutto della mente di un architetto dalle idee distruttive verso il territorio. Dopo aver osservato le Dighe di Begato credo che possiamo rivalutare questi mostri se non dal punto di vista dell’impatto ambientale, quanto meno da quello delle intenzioni a monte della loro costruzione. La soluzione all’esigenza di alloggi popolari è delegata dalla politica all’architettura, la quale fornisce un progetto funzionale che viene poi snaturato dalla parzialità della sua realizzazione: parzialità da imputare alla politica, non all’architettura. Le Dighe di Begato sono esteticamente brutte, se non orrende, angoscianti, claustrofobiche. Però in Califorina ci sono palazzi identici, costruiti sulla spiaggia, con appartamenti che valgono milioni di Dollari. Non è l’architettura brutale in sé che crea il degrado, ma l’abbandono e l’incuria in cui vengono lasciati questi progetti mastodontici, molto più grandiosi di quanto il basso profilo dell’amministrazione pubblica italiana non consenta.
Angelo Turco
La patina che, oltre Atlantico, avvolge lo stivale è evidente. L’idea di un Paese inteso come “occasione mancata” permea tutte le conversazioni, con chiunque, di qualsiasi nazionalità e tendenza politica. Ma a New York, in tempi di globalizzazione, l’Italia da macchietta e folklore è lontana. Nessuno crede più alla bugia dell’ “italianità” di “Little Italy”, quartiere “nazionale” a sud di Manhattan, ridotto ad una Street più o meno breve, colma di tricolori e Laura Pausini in loop nei turisticissimi ristoranti di pizza e pasta. A Nord si distendono le vie del quartiere “Nolita” (North Little Italy: come “Tribeca” è il Triangle Below Canal Street, secondo il logico sistema americano di qualificazione dei neighborhood), e nel cuore di Nolita c’è il Lulu’s Bar, lounge soffuso e a la page, tracimante di trentenni newyorkesi. Lo ha tirato su circa un anno fa Stefania, che dice: “Che domanda è ‘Se mi sento italiana?’ Io sono Italiana! Anche se vivo qui da tanto tempo.” E little Italy? “Una bugia. Si tratta in maggioranza di Italo-Americani. Nel mio locale, frequentato per lo più dalla gente del posto, di autenticamente italiano c’è il calore, la creatività, la voglia di approfondire.” Stefania è arrivata a New York nel 1998 e, secondo un’impressione comune fra gli europei a contatto con la grande mela, la città le era sembrata insignificante: “All’inizio mi sono detta: ‘ma cos’è questo luna park senza neppure un briciolo di storia?’ Poi il suo modo di vivere ti entra nelle vene.” Dopo i primi soldi guadagnati, l’idea di sbarcare nel business della ristorazione è stata immediata: a New York, la città che mastica senza sosta, si registra la più alta densità di pub, ristoranti e delivery al mondo.
iljacka porta molto più del centro i segni della guerra. Certo, qui si vedono meno lapidi sui muri e spuntano dal cemento meno "rose di Sarajevo" in memoria dei caduti, ma risultano altrettanto eloquenti i fori che ricoprono i muri delle case, tagliando in due le facciate, e i palazzi, quasi come monumenti lasciati ancora in macerie. Sul muro di una casa che dà sul fiume la scritta in rosso "Ne zaboravit ei Srebrenica"("Non dimenticate Srebrenica") cattura la nostra attenzione.
La Guerra Balcanica in Bosnia:
18.11.1990: prime elezioni libere in Bosnia-Erzegovina.
29.2.1992: referendum per l’indipendenza della Bosnia, contestato dalla componente serba della popolazione che non vi partecipa.
2.3.1992: risultati favorevoli alla separazione dalla Jugoslavia provocano i primi scontri a Sarajevo tra musulmani e serbi. La presenza etnica composita (serbi, croati e musulmani) e la mescolanza sul territorio delle diverse componenti provoca cruenti scontri militari in diverse aree, tra cui quella di Bihac e di Sarajevo.
In Bosnia sono così presenti tre entità statuali:
-repubblica di Bosnia, con presidente Aiija lzetbegovic (riconosciuta in sede Ue e Onu)
-una repubblica serba di Bosnia, con presidente Radovan Karadzic(le cui forze armate sono al comando del generale Ratko Mladic)
-una repubblica croata dell’Herzeg-Bosna, con presidente Mate Boban, espressione dei separatismo della componente croata
Gennaio ‘93: inizia l’assedio e il bombardamento di Sarajevo da parte dei serbi bosniaci.
18 Marzo1994: l’Onu ottiene un accordo tra serbi e musulmani di Bosnia che porterà alla fine dell’assedio di Saraievo (lo stesso Milošević il 13.4.1994 rilancia le trattative, su sollecitazione della Russia)
4.9.1995: scade l’ultimatum della Nato ai serbo-bosniaci per il ritiro delle armi pesanti dalle collina attorno a Sarajevo (dal 11.10.1995 la tregua sarà effettiva).
21.11.1995: Dayton (Ohio) i presidenti di Bosnia, Croazia e Serbia si accordano per la pace (il trattato di pace sarà firmato a Parigi il 14.12.1995).



Stretta tra la Tailandia e il Vietnam, due paesi in corsa per recuperare terreno nel sistema economico globale, la Cambogia cammina in ginocchio. Fatta eccezione per le sproporzionate speculazioni, edilizie in particolar modo, legate al turismo e l’esportazione illegale di legno pregiato, lo sviluppo del paese è fermo.



Salvador - chiamata a volte semplicemente “Bahia” – è stata la primissima capitale del Brasile quando ancora era una colonia portoghese. Ha tutto quello che un viaggiatore può desiderare: preziosi palazzi barocchi trasudanti di storia, affascinanti stradine dietro le quali brulica la vita del sottobosco urbano, spiagge di una bellezza mitologica, e un clima paradisiaco tutto l’anno: la differenza tra estate e inverno la percepiscono solo i bahiani, uno dei popoli più vivaci, goderecci ed estroversi del pianeta. Costruita sulla sommità di un’altura e cresciuta su due livelli tra cidade alta e cidade baixa Salvador è adagiata all’interno della Baia de Todos os Santos, chiamata così da Amerigo Vespucci che la scoprì nel giorno di Ognissanti del 1501. Deve la sua iniziale ricchezza soprattutto al commercio dello zucchero, dell’oro, dei diamanti e degli schiavi che giungevano dall’Africa. Il numero di questi ultimi divenne negli anni così alto che le tradizioni culturali africane iniziarono a influenzare profondamente la cultura della città (basti pensare ai ritmi musicali, ai riti del camdomblè e alla capoeira, nata proprio qui). L’80% della popolazione della città è di origine africana, anche se nella maggioranza dei casi si è fusa con il resto delle razze. A testimoniare il potente passato di Salvador è il quartiere del Pelourinho, il centro storico, ricco di bellissime chiese barocche e di palazzi di epoca coloniale. Fino a una decina d’anni fa era un quartiere malfamato; da quando è stato completamente restaurato è diventato uno dei luoghi più sicuri della città e una mecca turistica. Peccato che per tirarlo a lucido gli abitanti originari siano stati sfrattati per far posto ad alberghi e negozi di ogni genere. Ciononostante il Pelourinho continua ad essere molto frequentato dai soterapolitanos (questo il nome esatto degli abitanti di Salvador) soprattutto il martedì sera, quando si riempie di musica per la cosiddetta “terça do Pelourinho” (martedì del Pelourinho): in ogni piazza, via, locale, c’è un’invasione di palchi con concerti gratuiti di ogni sorta di genere musicale. Se volete venire a Salvador il Pelourinho è sicuramente il posto più sicuro in cui si può alloggiare (c’è in media un poliziotto ogni 50 metri) e con gli alberghi più a buon mercato, ma ha un’elevatissima concentrazione turistica e di conseguenza è impacchettato e servito per gli stranieri. Per cui è salutare saltare su un autobus e esplorare la città, magari mettendo da parte per un attimo la guida per percorrere le strade dove il bahiano Jorge Amado (il più celebre scrittore brasiliano) ha ambientato alcuni dei suoi più celebri romanzi. Sempre per non barricarsi nel Pelourinho (ma spendendo qualche soldino in più), si può alloggiare presso la Casa Encantada nel quartiere di Itapuã, gestita da una coppia di italiani, interessante esperimento di turismo solidale. Itapuã ha anche una delle più belle e affollate spiagge della città, frequentata soprattutto la domenica. Non ci si può togliere poi il piacere di passare una giornata sulle spiagge di Ribeira, Barra, Ondina o della più lontana praia do Flamengo (più fighetta e turistica, ma con un paesaggio semplicemente paradisiaco); spiagge che non hanno i nomi esotici di quelle carioca di Copacabana, Ipanema e Urca, ma che a queste non hanno davvero proprio nulla da invidiare. La sera si può fare il giro dei locali notturni di Rio Vermelho, il quartiere di più grande effervescenza culturale della città, anch’esso con delle belle spiagge, e magari il giorno successivo far visita al santuario di Nosso Senhor do Bomfim, nell’omonimo quartiere, dove potrete farvi legare con 3 nodi (a cui corrisponde un desiderio da esprimere) una fita do Bomfim, il braccialetto di stoffa che i bahiani annodano per chiedere una grazia.
Sebbene Salvador non goda la fama di città sicura, girare per le sue strade non è assolutamente così rischioso come si racconta. Basta avere il buon senso di non ostentare con orgoglio borse di Prada, bracciali d’oro e preziosi cronografi; oltre ad avere (sempre) questi accorgimenti, se poi ci si vuole avventurare in quartieri periferici molto poveri (ce ne sono putroppo in abbondanza), è consigliabile vestirsi il più possibile come un brasiliano (indossando pantaloni corti, canotta e infradito) e non mostrare assolutamente macchine fotografiche digitali, visto che comunque, a meno che non siate molto scuri di pelle, non passerete mai inosservati. Per fare shopping e tenersi lontano dal turismo di massa stile “cotto e magnato”, bisogna evitare come la peste il Mercado Modelo, a pochi metri dall’Elevador Lacerda (l’ascensore che collega città alta e città bassa): è concepito apposta per gli stranieri. Andate piuttosto alla Feira de São Joaquim (ma non dopo che ha appena piovuto, a meno che non vi piaccia sciare nel fango). Per mangiare ce n’è per tutti i gusti, la cucina bahiana gode di un’ottima fama in tutto il Brasile. Quindi non c’è motivo alcuno per cui prendervi una pizza, che qui è popolarissima, ma fa a dir poco schifo. Se siete in strada buttatevi piuttosto sugli spiedini o sul buonissimo acarajè, una specie di polpetta di farina di fagioli e cipolle fritta nell’olio di palma di dendê e servita con minuscoli gamberetti e salse varie.
Quando si parla di radici africane vengono subito in mente la capoeira e il candomblè. Per assistere a capoeira non solo a uso e consumo dei turisti, basta andare al centro per la conservazione della capoeira de Angola, nel Pelourinho, dove è possibile trovare maestri ultrasettantenni ancora in attività, come Mestre Bendão, che assieme a lui tengono viva la tradizione della capoeira più antica (l’altra variante è la cosiddetta regional, più spettacolare e acrobatica). Per assistere invece a una cerimonia del candomblè – la religione portata dagli schiavi che col tempo si è sincretizzata col cattolicesimo - è necessario essere accompagnati da qualche bahiano in una casa branca, il luogo dove avvengono le cerimonie. Se non conoscete nessuno che possa accompagnarvi vi basterà sborsare qualche reais e affidarvi alle guide che sicuramente l’albergo dove alloggerete vi proporrà. Non fa molta differenza: anche loro vi porteranno negli stessi posti della periferia (se non delle favelas) dove vi porterebbe un conoscente locale. Una delle casas brancas più famose è quella di Mata Escura, quartiere alla periferia nord della città. Il rito in sé è affascinante e suggestivo, e sebbene la presenza di decine di turisti accanto a voi non ve lo farà pensare, è assolutamente autentico.
Chi ha intenzione di andare a Salvador per il carnaval, potrà essere felice di apprezzare quello che è il carnevale di strada più grande al mondo e che dalla maggior parte dei brasiliani viene considerato il più bello del Brasile. Sei giorni di delirio in cui 25 chilometri di strade vengono chiuse al traffico per il passaggio di una fiumana di più di 2 milioni di persone, che ballano, bevono e amoreggiano dietro ai trios eléctricos, carri che sono dei veri e propri palchi ambulanti sopra ai quali si esibiscono le band musicali dei generi tradizionali di Bahia, soprattutto axè, pagode e samba reggae. L’alternativa è quella di seguire un bloco, un gruppo di percussioni, o qualcuno dei famosi afoxè, i gruppi del carnevale, come gli Olodum e i Filhos de Gandhi. Bahia è la patria di quasi tutti i cantanti brasiliani più famosi (Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Carlinhos Brown, João Gilberto, Maria Bethania…) che spesso sono sopra i carri per cantare dal vivo, se avrete fortuna potrete trovarvi nella bolgia assieme a loro.
Beniamino Musto
“Conta più la strada della meta. Conta più il vento della valigia.”
Danilo Manera insegna letteratura spagnola nella nostra università. Da sempre appassionato di viaggi, nella sua vita ha viaggiato tantissimo, sia fisicamente che attraverso la letteratura, l’attività giornalistica e di traduttore, la passione per le altre lingue e culture. L’abbiamo contattato per discutere con lui del significato del Viaggio e dei retroscena dei suoi viaggi; in particolar modo della “spedizione” da lui compiuta nella zona del Vaupes, remota ed “incontaminata” regione amazzonica della Colombia.
Per cominciare, la domanda di rito: come è nato in lei l’interesse per il viaggio ed in particolar modo la passione per
Sono nato nelle Langhe, in una cittadina della provincia piemontese.
Contrariamente alla fama di immobilismo che ha, è terra di emigranti e scrittori, un posto limitato da cui partire, smentendo l’orizzonte di colline, anche per poi gustarsi i ritorni. In un primo tempo, sull’onda di Pavese e Fenoglio, rivolsi il mio interesse all’area anglofona, e contemporaneamente alla Francia, poi all’università di Pisa scelsi le lingue slave e infine m’appassionai allo spagnolo. Durante gli studi approfittai di tutte le borse di studio che mi venivano a tiro. Poi mi toccarono quasi due anni di servizio civile come obiettore di coscienza e nelle lunghe sere di quella pausa forzata, cominciai a sognare viaggi più lunghi, più in profondità, con un tesoro di storie e parole da riportare a casa. Presi così, appena possibile, la rotta dei tramonti, prima verso
Lei si è occupato molto - soprattutto attraverso la traduzione di testi di narrativa – dell’area caraibica. Un'area che purtroppo nell’immaginario collettivo è quasi esclusivamente legata ad un fuorviante stereotipo vacanziero ma che, credo, abbia una ricchezza culturale ben più ampia. Che cosa ci può dire a riguardo?
I Caraibi sono connessi con l’idea di paradiso, un luogo mite e dolce, precedente alle morali e alle ideologie, un luogo aperto dove infinite cose sono ancora possibili.
Purtroppo, l’idea di paradiso che rimane a tanti è quella misera e cartolinesca delle due settimane in spiaggia. Caraibi significa ballo e meticciato: una capacità di suonare e di mescolarsi. Lì il crogiolo etnico-culturale ha creato ritmi, pitture e scritture straordinarie. Io non mi stanco di proporre antologie di autori caraibici. Da ultimo L’isola d’acqua, un libro dedicato ad Haiti, al quale ha collaborato Marco Modenesi della nostra università e che accompagna il documentario di J. Demme The Agronomist, e due raccolte tradotte da allievi dei miei corsi, Onde, farfalle e aroma di caffè. Storie di donne dominicane e Fantasmario di Marcio Veloz Maggiolo.
Lei ha scritto molto su Cuba, collaborando anche a guide e vari libri fotografici dedicate a quell’isola. Cosa pensa delle recenti polemiche sulla situazione politica cubana, innescate circa un anno fa dalla condanna a morte di alcuni dissidenti e riaccesesi da qualche settimana a seguito dell’espulsione di alcuni giornalisti italiani sbarcati sull’isola in occasione di un congresso degli oppositori al governo di Castro?
Ho scritto ampiamente sul tema, che non è riassumibile. Rimando soprattutto al n.4 del 2004 della rivista di geopolitica «Limes». Ho grande rispetto per le sofferenze del popolo cubano, vittima dell’embargo statunitense. E un amore profondo per la cultura e i talenti dei cubani, il loro modo inconfondibile e umanissimo di stare al mondo. Sono per il dialogo e la solidarietà. Ma non confondo Cuba con Castro. I castristi sono chiusi a ogni verifica o divergenza, demonizzano l’interlocutore con rituali da caserma, negano ogni cittadinanza alla diaspora. Invece, per il movimento civile, utopico e pacifista di cui mi sento parte i diritti umani, la libertà d’espressione e associazione, la partecipazione pluralista, l’ecologia, la valorizzazione delle diversità, il rispetto delle minoranze sono presupposti irrinunciabili. L’odio e la repressione non sono una risposta. Nemmeno l’inamovibilità dei capi. Certo, la situazione è difficile, ma spero che si smuova e che i cubani sappiano sviluppare la loro alternativa al neoliberismo in modo davvero libero.
Il viaggio più bello che lei ci ha raccontato credo sia quello svolto nella zona dello Vaupés in Colombia, da cui è nato il libro Yuruparí. I flauti dell'anaconda celeste. Come è nata l’idea di riprendere una spedizione di un esploratore ottocentesco - Ermanno Stradelli - nell¹Amazzonia colombiana e ripercorrerne il tragitto?
Le spinte sono state tante. Ne citerò due. La versione più elaborata della leggenda di fondazione dei popoli del nordovest amazzonico si conserva in italiano grazie alla sensibilità di Stradelli, che era anche un linguista d’eccezione: a lui si devono grammatica e dizionario della lingua franca di quei territori. Stradelli era affascinato dal diverso e disposto a capirlo. Inoltre, nei giochi di bambini, io e mio fratello stavamo sempre dalla parte degli indiani contro i cowboys. Una volta nella vita, ci tenevamo a vivere un po’ con una tribù indigena. È stato emozionante e complesso, ma ha richiesto una lunghissima preparazione.
Cosa le ha lasciato quell’esperienza a contatto con le usanze, le leggende, i miti di popolazioni lontanissime dallo stile di vita occidentale?
Tantissime cose. Relativismo di fronte al “progresso” e alle “verità”, pena per quel che perdiamo e togliamo alle generazioni future con l’attuale omologazione al ribasso, spianata oltretutto sui modelli più sciocchi. Gratitudine per la disponibilità degli indigeni tucano e dei colombiani. Un’amaca appesa in una stanza della mia casa milanese. Quell’aculeo di cerbottana della nostalgia che si sente per ogni cosa lontana che un giorno è stata tua. Qui più forte perché dal Vaupés è meglio che tutti i bianchi stiano lontani, anch’io. E l’impegno a far sì che la scrittura sia una canoa che scivola su un fiume, che a sua volta è l’anima disciolta di una canoa. Gli sciamani tucano dicono che l’anaconda ancestrale trasportò le genti nel suo ventre in forma di pesci e ancora adesso gli uomini nascono dall’acqua profonda delle donne in cui c’è la stessa geografia di fiumi e cieli e sogni che poi troveranno fuori, dove splende l’anaconda celeste come un latteo sentiero luminoso.
Quale legame pensa ci sia tra letteratura e viaggio? Crede sia possibile in qualche modo viaggiare attraverso la letteratura?
Caspita! I libri sono il miglior mezzo di trasporto che c’è. Ho sempre pensato alla biblioteche come porti da cui salpare. Ho sempre viaggiato sulla scorta di letture e i viaggi hanno a loro volta prodotto scritti. Senza contare che ci sono terre che esistono solo nella memoria e nella fantasia, a cui si va soltanto grazie alla letteratura. L’osmosi è antichissima, perché la letteratura ha bisogno di spaesamento e di moto: da Ulisse a Don Chisciotte, da Dante a Ibn Batuta, da Marco Polo ai cantastorie, dagli scienziati illuministi ai vagabondi on the road.
Centrale in tutta la sua produzione giornalistica e letteraria sul viaggio, mi sembra, personalmente, il concetto di “rispetto” . Rispetto per i luoghi visitati e le genti incontrate. Pino Cacucci, un altro grande esploratore dei paesi latinoamericani, ha scritto che «il contatto con l’altro a qualsiasi latitudine [deve iniziare] con un gesto di resa incondizionata, la rinuncia ai propri schemi e abitudini». Qual è la sua opinione a proposito?
Sono d’accordo con Cacucci. L’incontro con l’alterità è un’occasione unica. Guai a perderla perché si ha in tasca un copione e foschia negli occhi. Si viaggia per cambiarsi, non per confermarsi. Già il viaggiatore Montaigne diceva che sapeva da cosa fuggiva, ma non cosa cercava. E che l’incessante diversità di vite incontrate sul cammino era la miglior formazione per l’anima. Poi ci vuole anche molta, spregiudicata curiosità.
Sintetizzando, qual è il consiglio principale che darebbe a chiunque sia appresti ad un viaggio che non voglia solo essere un’evasione o una vacanza, ma piuttosto un’esperienza conoscitiva consapevole e intelligente?
Conta più la strada della meta. Conta più il vento della valigia. Contano più i passi o i compagni di viaggio degli orari o degli acquisti. Non c’è un manuale, ma una disposizione a trovare il proprio modo di camminare. Un giorno lo si riconosce in un ciottolo, un riflesso di luce, un sorriso, una nenia, una foglia, un silenzio, una vicenda letta o raccontata in forma inattesa. Allora tempo e spazio coincidono e si sente che la vita è, machadianamente, tracciare scie sul mare.
A cura di Francesco Zurlo
Chi è Danilo Manera?
Danilo Manera (Alba 1957) insegna Letteratura spagnola contemporanea all'Università degli Studi di Milano. Narratore, traduttore, critico letterario e giornalista di viaggio, ha collaborato ai quotidiani «L’Unità» e «Il Manifesto» e alle le riviste «MicroMega» «Avvenimenti» e «Limes». Attualmente dirige la rivista «Crocevia». Ha curato la traduzione italiana di parecchi importanti scrittori spagnoli nonché antologie di autori baschi, della Galizia e delle Canarie. Si è occupato molto anche di letterature slave. Ultimamente si è dedicato soprattutto dell’area caraibica, curando diverse antologie di scrittori cubani (ricordiamo perlomeno A labbra nude. Racconti dall’ultima Cuba, Vedi Cuba e poi muori,) e domenicani (I cactus non temono il vento). Per quanto riguarda il tema del viaggio ricordiamo, oltre a Yuruparí. I flauti dell’anaconda celeste, la partecipazione a diversi speciali di «Tuttoturismo» e di «Meridiani» sui paesi carabici e ad alcune guide turistiche su Cuba.