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26 aprile 2010

IL GIOCO DELLA GUERRA E L'EDUCAZIONE AL PENSIERO LIBERO - Intervista al partigiano Luigi Pestalozza

Luigi Pestalozza ha partecipato giovanissimo alla Resistenza, militando a 16 anni nelle Brigate Giustizia e Libertà. Ha aderito al PCI nel 1956, dopo la destalinizzazione, per poi lavorare presso la Sezione culturale della Direzione del Partito. Esperto di Costituzione e appassionato di musica, ha insegnato storia della musica presso l'Accademia di Belle Arti di Brera ed è stato critico musicale per il settimanale Rinascita. All'attività di storico della musica, alterna quella di giornalista e pubblicista. Come inviato di Rinascita e dell'Unità ha viaggiato lungo l'Africa, seguendo da vicino la Rivoluzione somala. Tra i suoi libri pubblicati: Il processi Muti; Il cittadino; Lezioni di educazione civica; Somalia, cronaca di una rivoluzione. E’ attualmente Vicepresidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I).

Nella lunga chiacchierata che ci ha concesso, spazia dall'analisi economica e politica dell'Italia attuale a citazioni legate alla sua vastissima cultura musicale. Ma i racconti che lo vedono più coinvolto sono i ricordi della sua esperienza di partigiano. Ricorda con nostalgia la Compagna Bianchina, “ragazza coraggiosissima”, che trasportava le armi sulla sua bicicletta e della quale, dopo il suo arresto, non si è saputo più niente. E ricorda con simpatia la maitresse del casino, che nascondeva le armi per i partigiani, che per recuperarle dovevano fingersi clienti.

Partiamo dalla tua esperienza di partigiano. Cosa ti ha spinto a entrare nella Resistenza a 16 anni?
Su questo ho scritto addirittura un libro, si chiama Il gioco della guerra. Mi ha spinto la mia vita in famiglia. Appartenevo a una famiglia miliardaria ma di un antifascismo assoluto. Nel ’38 mio padre è stato processato, condannato e siamo stati anche ridotti in povertà. E così all’8 settembre mi sono subito dato da fare per entrare nella Resistenza. Sono entrato esattamente il 20 febbraio 1944, qui a Milano, nel giorno in cui compivo 16 anni. Non vi colpisca la cosa perché eravamo tantissimi così giovani. Occorre pensare che chi aveva 16 anni nel ‘44 aveva dietro di sé quattro anni di guerra, di case bombardate -compresa la nostra-, di morti -il fidanzato di mia sorella maggiore era morto in Albania.
Avendo 16 anni non mi hanno mandato in montagna, ma mi hanno tenuto a Milano. La cosa più straordinaria in proposito è che a Milano eravamo 720 partigiani a fronte di 11000 tra tedeschi e fascisti. Però chi dominava la città eravamo noi, e loro non riuscivano mai a sapere dove noi facessimo un disarmo, o un comizio davanti a una fabbrica all’ora del pasto. Sperimentavamo la solidarietà del popolo milanese, culminata a marzo, con lo sciopero generale di tre giorni. Scioperavano anche i mezzi di trasporto e noi pattugliavamo la città. Per quanto riguarda la mia brigata, Giustizia e Libertà, ci era stata affidata la vigilanza di corso XXII Marzo. Alla mattina i tram non andavano, e tenete conto che scioperare per i tramvieri non era poco perché dovevano starsene a casa, quindi ciascuno si fidava, sapeva che anche il compagno sarebbe stato a casa. Però verso le undici della mattina i tram cominciavano ad andare guidati dai fascisti, e noi gioivamo perché sui tram non saliva nessuno. Gridavano: “Salite, salite, tutto funziona!” e la gente continuava a camminare tranquilla, ignorandoli.

Come vicepresidente dell'A.N.P.I, cosa pensi si debba fare per evitare che l'antifascismo sia percepito unicamente in un' accezione commemorativa?
È una delle cose che io cerco di fare inutilmente. Qui devo fare una critica in generale all’A.N.P.I, e non sono il solo. Ci battiamo perché l’A.N.P.I diventi trainante nel porre la questione dell’applicazione della Costituzione repubblicana ma nell’associazione prevale un’impostazione celebrativa. All’ultimo congresso abbiamo modificato lo statuto aprendo i ruoli dirigenti anche agli iscritti più giovani senza bisogno che per accedervi si abbia partecipato alla Resistenza. Ma non c’è niente da fare, l’A.N.P.I rimane l’organizzazione della memoria, e non del progetto.

Ora vorremmo sfruttare anche la tua esperienza di musicologo...
La mia esperienza di musicologo parte dal fatto che io non sia un musicologo, ma uno storico della musica. Il termine musicologo si porta dentro il positivismo ottocentesco, e cioè una concezione puramente oggettuale della musica, e non della musica come parte della storia. Musicologo è un termine selettivo, inserito in una concezione specialistica dei rapporti, per cui io so tutto della musica ma mi occupo solo della musica. Questa visione culmina nell’attenzione privilegiata alla cosiddetta “Grande Musica” e nella proposizione della categoria odiosa e che io ripudio del Genio, che è sempre di copertura al potere. Alla base di queste concezioni c’è sempre l’idea come di un’infusione divina che scinde l’unità tra ciò che si è e ciò che si fa e si dice.

Musica quindi come parte irrinunciabile della cultura e della storia, ma ti chiediamo allora, che fine ha fatto il dibattito intellettuale-culturale? Negli anni '60-'70 era molto fervido, dal Formalismo russo al Gruppo 63, alle infinite avanguardie critico-artistiche. Da un po' di tempo invece sembra spento. E' davvero così? O il dibattito esiste ma è sommerso o elitario?
In realtà è scomparso perché dalla fine degli anni ‘70, non soltanto in Italia, ma nel mondo, avviene l’affermazione del capitalismo finanziario su quello produttivo. Le contraddizioni mutano e in questo contesto irrompe un nuovo modello di cultura, che ha in Craxi il suo punto d’inizio nel nostro paese ed è oggi dominante. Io ho conosciuto Craxi anche personalmente e ho avuto a che fare con la politica culturale del PSI quando ero dirigente del settore musica del dipartimento cultura del PCI. Per esempio fui contattato da un dirigente craxiano che mi offrì qualsiasi cifra in cambio del mio impegno per garantire l’appoggio del nostro partito a un loro disegno di legge in materia musicale, per il quale eravamo e siamo rimasti contrari. In sostanza questo nuovo modo di concepire i rapporti in campo sociale, come in campo culturale, si caratterizza per la sua concezione di una funzionalità diretta all’interesse individuale o di gruppo privilegiato ricercata in modo spregiudicato, che finisce per vanificare la libertà del dibattito e negare la ricerca libera dagli interessi materiali dominanti. In questo clima avanza una cultura della neutralizzazione delle idee. Desidero citare un convegno della Confindustra del ‘95 sul tema cultura e scuola il cui documento conclusivo sostiene che, nell’ottica dell’interconnessione tra sistema economico, cultura e formazione, il sistema scolastico debba essere interamente riconcepito e indirizzato alla formazione di “menti d’opera emancipate dal sapere critico”. Questo è alla base di quanto sta avvenendo anche qui nell’università, dove sta prevalendo l’educazione al saper fare su quella al pensare. Questo mi ricorda la politica scolastica del fascismo, che ho sperimentato direttamente, avendo frequentato le scuole del regime fino al ginnasio. Ricordo ancora le rabbiose reazioni repressive suscitate dai miei dubbi di bambino, come quando chiesi perchè, con tutti i mari che esistono, i nostri temi vertevano solo sul Mare Nostrum (allora c’era la smania mussoliniana del Mediterraneo). L’insegnante chiamò addirittura i miei genitori a colloquio col direttore didattico per sapere chi mi avesse insegnato a dire certe cose…Effettivamente, appartenendo io a una famiglia di borghesia democratica, non liberale, ero abituato a pensare e comportarmi diversamente dai miei compagni. E io mi ricordo ancora il dito puntato verso di me della mia maestra che mi redarguiva davanti a tutti, dicendomi “tu sei qua per imparare non per pensare!”. Mezzo secolo dopo abbiamo la Confindustria che dice esattamente la stessa cosa. In questo clima si è disfatto tutto il fermento culturale culminato negli anni ‘60 e ’70.

Nella tua biografia, anche politica, spicca molto la volontà di mantenere una forte indipendenza di idee. Qual è, secondo te, il ruolo della cultura nel mantenere un’autonomia di pensiero?
Occorre a mio avviso riflettere a partire dall’autonomia della cultura, che significa anzitutto autonomia del sapere, venuta meno con il processo di privatizzazione iniziato all’epoca di Craxi e giunto oggi a maturazione. Perché si infierisce in maniera così diretta e implacabile sulla cultura, tagliando i fondi, riducendo l’intervento pubblico a intervento di supporto all’appropriazione privata delle attività culturali, nella totale assenza di un progetto? Perché la cultura, se autonoma, ti educa all’autonomia del pensare. Come ci ha insegnato Marx, ma prima di lui il vero Gesù Cristo, quello non falsato dal Concilio di Nicea, occorre mettere al centro l’Uomo, facendone il perno dell’azione e della trasformazione. È evidente come non si possa riuscire in questo in assenza di autonomia della cultura. Non a caso, le classi dominanti hanno sempre mirato a questo: negare autonomia alla cultura attraverso una politica dell’accesso al sapere come accesso alla formazione tecnica, non umanistica e quindi non in grado di cogliere e analizzare le contraddizioni che dividono gli uomini.

Al termine dell'incontro Luigi Pestalozza, riflettendo sulla fortuna-sfortuna generazionale e paragonando la ricchezza di stimoli e di idee della sua adolescenza al panorama sociale attuale, ci lascia con un’affermazione comprensiva e solidale: “Io ho avuto una vita difficile ma bellissima. Immagino che vita difficile dovete avere voi, circondata dal vuoto”.

Laura Carli e Giuditta Grechi
fotografie di Alessandro Massone

17 aprile 2010

Eppur ci credo. La sindone: falso o miracolo?

Nel 1988 tre differenti laboratori, ad Oxford, Tucson e Zurigo, hanno effettuato il test del Carbonio 14 per datare un campione del tessuto della Sindone. Il risultato complessivo colloca la fabbricazione della presunta reliquia tra il 1260 e il 1390, proprio il periodo in cui nelle cronache medievali appare per la prima volta il misterioso sudario. Se pensiamo che nella Storia sono circolate una quarantina di altre sindoni, tra le quali la più celebre è quella di Besançon, poi distrutta durante la rivoluzione francese, non è difficile presupporre l’opera di qualche falsario medievale.

Se la questione fosse solo scientifica sarebbe finita qui, ma non è così. La voglia di credere a tutti i costi di una parte del mondo cattolico (non però della Chiesa, che non riconosce ufficialmente l’autenticità del sudario) e la compiacenza di media ben contenti di inseguire le teorie più strampalate, permettono al mito di resistere.

Gli argomenti attraverso i quali i sindonologi ne sostengono l’autenticità seguono due principali filoni: la demolizione della prova del Carbonio 14 e la pretesa impossibilità di riprodurre il manufatto. Contro la datazione gli sforzi dei “negazionisti” sono veramente prodigiosi: innanzitutto c’è chi sostiene che dietro ai test vi sia l’immancabile lobby massonica, che avrebbe falsificato deliberatamente i dati, gettando un’ombra sulla lunga querelle tra le sedi candidate alla realizzazione dell’esperimento.

Sarebbero poi presenti anche degli errori nei calcoli statistici relativi ai dati del laboratorio di Tucson, che potrebbero forse spostare di qualche anno la datazione. Servirebbe però un miracolo, questa volta vero, per retrodatare il risultato di 1300 anni.

E’ stata avanzata anche l’ipotesi che il campione prelevato non fosse originale. Margherita d’Austria, zia di Carlo V, avrebbe fatto prelevare un lembo della veste, poi sostituito con un rattoppo. Disgraziatamente l’equipe di scienziati avrebbe prelevato proprio quel frammento. L’ipotesi, formalmente plausibile, potrebbe essere facilmente verificata con un nuovo test, ma forse si preferisce mantenere un alone di mistero.

Esistono poi ipotesi pseudoscientifiche veramente gustose: nel 1532 la Sindone è stata sottratta ad un incendio a Chambery. Per alcuni il calore delle fiamme ne avrebbe alterato la radioattività. Demolita scientificamente l’ipotesi, rivelatasi completamente infondata, ne è stata partorita subito un’altra: non il fuoco, ma dell’olio di colza usato per ripulire il telo avrebbe aumentato la quantità di carbonio, sfalsando di tredici secoli il risultato. Fatto questo che potrebbe teoricamente succedere, ma solo dopo aver rovesciato litri e litri d’olio sull’immagine dell’Unto del Signore. Le due ricerche, opera entrambe di due screditati studiosi russi, lo scienziato Kouznetsov e l’ex agente del Kgb Fesenko, hanno ricevuto notevole risalto sui media italiani. Peccato però che le loro smentite siano rimaste relegate alle riviste specializzate.

A prescindere dalla datazione, resta però aperto l’interrogativo su come la Sindone sia stata ottenuta. Ancora oggi non esiste una tesi definitiva, tra le molte avanzate, in grado di spiegare in modo conclusivo il procedimento usato. Vi sono le tesi più antiche, come quella vaporografica, che vede nella Sindone il prodotto di una reazione chimica tra il tessuto e alcuni aromi, completamente demolita da studi più recenti; è stata esclusa da quasi tutti gli studiosi anche l’eventualità che la sagoma umana sia stata dipinta, dopo aver constatato dopo accurate analisi l’assenza di pigmenti. Più recentemente è stato proposto il metodo della strinatura, ottenuto bruciando parzialmente il tessuto. Il procedimento permette di riprodurre l’immagine ma non l’effetto tridimensionale.

Il progresso più importante nel campo è però stato compiuto di recente dal professor Garlaschelli dell’Università di Pavia in collaborazione con il Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) e l’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti). Il professore ha realizzato una copia della Sindone utilizzando mezzi potenzialmente accessibili ad un falsario del ‘300. Il risultato non è non poteva essere identico all’originale, ma ne riproduce alcune caratteristiche considerate irriproducibili, come l’assenza di pigmento o la tridimensionalità, utilizzando il metodo del bassorilievo in gesso, ossia strofinando con un tampone cosparso di ocra rossa un telo poggiato sul corpo di un volontario.

In conclusione si può dire che dopo la prova regina della datazione del Carbonio 14 ed altre dimostrazioni collaterali la tesi che difende l’autenticità della Sindone sia diventata, scientificamente parlando, completamente insostenibile. Sorprende l’accanimento di alcuni scienziati nel difenderla, soprattutto quando questo genere di miracoli, verso i quali persino la Chiesa si mostra molto prudente, nulla toglie e nulla aggiunge alla Fede del credente.

Filippo Bernasconi

5 aprile 2010

Uno sguardo attraverso le crepe

da San Giacomo a Collemaggio


Ci sono tanti modi per raccontare la città de L’Aquila dopo la tragedia del terremoto del 6 aprile scorso. Può essere efficace iniziare con uno sguardo ai manifesti. Lungo le strade aquilane sono ancora frequenti i programmi della festività pasquali e gli avvisi di chiusura dei negozi: “Chiuso il 6 aprile, si riapre il…?”. Alcuni esercizi commerciali aprono le proprie pubblicità con un incoraggiamento: “Insieme a voi, per ricominciare”. Un cartello affisso su una vetrina offre un comodo servizio extra: “Parrucchiere con doccia”. Simbolo ricorrente è un cuore rovesciato, identificativo dell’azienda Sebach, che ha rifornito le tendopoli di bagni chimici.

La costanza delle immagini lascia presto spazio alla varietà degli stati d’animo della popolazione che, come dice un responsabile Caritas, “il terremoto ce l’ha dentro”, come se fosse un orologio biologico.

Una delle zone meno colpite dal sisma è la frazione di San Giacomo: molte case non hanno subito danni ingenti e la Protezione Civile ha allestito due tendopoli, una delle quali attrezzata per la mensa, l’assistenza sanitaria e lo spazio giochi per i bambini. È rilevante la presenza di anziani, che ai volontari chiedono principalmente compagnia ed ascolto, accompagnati dai sempre ben accetti pacchi di pasta. La Protezione Civile è affiancata in questo ed altri compiti da volontari delle più diverse provenienze, dalla Caritas a Rifondazione Comunista a Scientology. L’opinione generale nei confronti dei volontari è positiva, anche quando gli sfollati sfogano su di loro la propria frustrazione, con bestemmie che vengono ascoltate come fossero preghiere non canoniche.

Spostandosi nella località di Collemaggio ci si trova immersi in ben altra atmosfera: si tratta della zona del centro storico, che ha subito danni rilevanti ed è in maggior parte transennata. Nonostante le delimitazioni si può arrivare fino a piazza Duomo, meta di turismo macabro e di individui a caccia di telecamere. La cosiddetta zona rossa, comprendente la prefettura e la casa dello studente, è invece inaccessibile senza l’autorizzazione dei militari.

Anche a Collemaggio c’è una tendopoli, in una situazione particolarmente infelice. E’ allestita sul ciglio della strada, in curva, con le macchine che rallentano per gettare sguardi curiosi. Vige l’esplicito divieto di fare fotografie e i cani che hanno perso i padroni sotto le macerie girano soli sotto l’occhio dei volontari. Non è possibile entrare senza autorizzazione e da fuori si percepisce desolazione, come di fronte ad un campo profughi.

Le differenti situazioni in cui versano le località di San Giacomo e Collemaggio evidenziano come non si possa raccontare l’Abruzzo proponendo un’unica visione dei problemi, ma è invece necessario adottare uno sguardo più sfaccettato, evitando la genericità che a volte contraddistingue l’informazione sul tema.

Prendiamo ad esempio la parola “case”, tanto ricorrente quanto banalizzata. Occorrerebbe fare sempre alcuni distinguo: le case possono essere in muratura (crollate, rimaste in piedi o da ricostruire), in legno, le M.A.P. (Moduli di Abitazione Temporanea), alcune delle quali consegnate ad Onna il 15 settembre, e le cosiddette C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), parte del progetto governativo che ne prevede la costruzione in diciannove aree della regione. Alcuni di questi complessi sono stati consegnati il 29 settembre ed il 15 ottobre e consistono in abitazioni-ponte tra le tende o M.A.P. e le case vere e proprie.

Sui M.A.P e i C.A.S.E fioccano le opinioni più disparate. Tre comitati cittadini hanno scritto una lettera al Presidente Napolitano nella quale spiegano che il progetto C.A.S.E costerà il triplo rispetto a ciò che sarebbe stato speso per costruire case di legno, che avrebbero invece evitato la dispersione delle comunità, una delle maggiori paure della popolazione. D’altro canto la rassegna stampa del sito della Protezione Civile evidenzia come molti abruzzesi abbiano accolto con favore il progetto, ed è evidente il sollievo di chi già vi abita. Ferma restando la difficoltà di trovare una soluzione che accontenti tutti, sarebbero auspicabili maggiori riflessioni sui motivi di questa discordanza di idee.

Le case rimaste in piedi sono classificate come “A”, agibile, “B”, che necessita di lavori, o “C”, che necessita di lavori maggiori. Vi sono poi le case “E”, inagibile, ed “F”, irraggiungibile.

Una ragazza di nome Isabella racconta che dopo il sisma ha comprato una roulotte dove dormire per un po’, nonostante viva in una casa di tipo “A”, per la paura di trovarsi nuovamente intrappolata tra le mura domestiche durante una scossa.

Una situazione paradossale è vissuta dai proprietari di case “B” e “C”, che ai primi di ottobre, sei mesi dopo il terremoto, non vedono ancora avviati i lavori di ristrutturazione delle loro abitazioni, le cui condizioni piuttosto sono in continuo peggioramento. Un volontario della Protezione Civile, Roberto, ci fa però sapere che le ristrutturazioni dovrebbero iniziare a giorni.

Ad aggravare ulteriormente la situazione è arrivato l’inverno, ma stando al Sottosegretario Bertolaso in primavera tutti dovrebbero avere un tetto sopra la testa. Fino ad allora, e per il tempo necessario a tornare alla normalità, per gli Abruzzesi la parola che avrà più senso e che meglio li rispecchia sarà il cosiddetto slogan della ricostruzione: “terremotosto”.

Alice Manti

(Articolo pubblicato sul numero di Vulcano di Settembre 2009)

27 gennaio 2010

VERITA' NEGATE: I negazionisti dell'olocausto

Il tentativo di riscrivere la storia per un uso strumentale e politico è purtroppo di stretta attualità, tanto in Italia quanto all’estero. Il caso più eclatante è la negazione che sia mai avvenuto un evento storico di grandissime dimensioni come l’Olocausto. I sostenitori di questa tesi sono comunemente indicati come “negazionisti” ed amano definirsi “storici revisionisti”. Tuttavia la comunità storiografica internazionale rifiuta di confrontarsi con le loro posizioni: non le ritiene degne di attenzione. I negazionisti si fanno forti di questo mancato confronto, motivandolo con la paura, da parte della comunità storiografica, di non riuscire a confutare le loro argomentazioni. Ciò costituirebbe una prova che queste sono vere.
Perché quindi gli storici rifiutano il confronto? La differenza fondamentale fra uno storico e un negazionista è semplice: per descrivere un fatto lo storico parte dai dati, il negazionista parte da un preconcetto politico. Secondo lui infatti il Nazismo non fu il Male Assoluto descritto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale e le maggiori atrocità imputate alla Germania nazista non sono che delle menzogne.
Prima di giungere a tale conclusione sono necessarie alcune premesse: la verità storica è in continua ridiscussione e gli studiosi si dedicano alla ri-verifica continua delle fonti storiche (specie alla luce di nuove scoperte). Tale processo può portare ad una revisione di aspetti della storia di cui credevamo di sapere oramai tutto.
Il Negazionismo è altra cosa: invece di partire dal ritrovamento di nuove fonti o nuovi studi, parte dal preconcetto e cerca solo a posteriori delle giustificazioni a supporto di tale pregiudizio.

La quasi totalità dei sostenitori del Negazionismo proviene da posizioni filo-naziste; sembra quindi naturale che condividano l’intento di riabilitare il Nazismo. Ma davvero la loro argomentazione muove da preconcetti? Può essere utile tracciare un profilo delle posizioni comuni ai negazionisti:
a) i nazisti non hanno mai voluto sterminare gli ebrei, solo chiuderli in “campi di concentramento” (e non “di sterminio”) b) le camere a gas per l’uccisione sistematica degli ebrei non sono mai esistite c) il numero di ebrei morti nel corso della guerra è inferiore a quanto si creda; d) l’Olocausto è un fenomeno inventato dalle potenze vincitrici (Usa, Gran Bretagna, Urss), sostenute in questo dagli ebrei; e) esisterebbe infatti una cospirazione globale degli ebrei per il dominio del mondo.
Interessante è il rapporto che i negazionisti hanno con le fonti storiografiche. Un esempio clamoroso è il tentativo, operato dallo studioso francese Robert Faurisson, di negare l’autenticità dei diari di Anna Frank con procedimenti tipici dell’argomentazione negazionista. Al di là della specificità degli argomenti, è interessante notare gli errori logici alla base dell’argomentazione. Prendiamo due esempi:
1) Faurisson muove attacchi alla persona di Anna Frank, quando scrive: “tossicodipendente a una tenera età”, “sesso giovanile”, “stravaganze sessuali”, “il primo porno infantile” (ricordiamo che Anna Frank è un’adolescente, quindi alla scoperta del proprio corpo e che il suo nasce come diario personale). Ma in che modo simili accuse dovrebbero minare la sua credibilità di testimone? Si nota inoltre la tendenza ad avvalorare gli stereotipi denigratori di presunte perversioni sessuali connaturate alla razza ebraica.
2) Lo studioso trova due edizioni tedesche del diario, notevolmente diverse tra loro: Faurisson conclude che è una prova che l’autore è ancora vivo e quindi non può essere Anna Frank. Peccato che non prenda in considerazione l’ipotesi, che sembra più ragionevole, che le modifiche siano piuttosto da imputare all’editore o al traduttore (dall’olandese). Eppure per evitare un rischio del genere sarebbe bastato fare un’analisi dei manoscritti originali, invece che basarsi sulle traduzioni tedesche!

Questi non sono che esempi; ma l’epopea negazionista è piena di simili aberrazioni. Questo modo di argomentare con argomentazioni deboli, toni sensazionalistici, aggirando il centro della questione, è chiaramente improntato ad un cieco fanatismo politico. Così si presta fede, piuttosto che ad un’analisi ragionata delle fonti, ad una delirante teoria del complotto, sorda ad ogni ragione critica.

I negazionisti chiedono di poter esporre le loro tesi, in nome della libertà di parola. Eppure in alcuni Paesi (europei e non) sostenere pubblicamente queste tesi è punito anche con il carcere. Un attacco alla libertà di parola? Perché punirli, qual è il rischio?
Dovremmo chiederci allora se ogni individuo è libero di dire quello che gli pare, di insultare gli avversari, di infangare la memoria collettiva; se possiamo permetterci di lasciare la libertà a chiunque di riscrivere la storia con le menzogne, ad uso meramente strumentale.
Il rischio che corriamo è di svegliarci in un futuro in cui la menzogna e la falsificazione della realtà saranno all’ordine del giorno, un futuro in cui la storia viene riscritta al servizio della politica. Riflettere sul fenomeno del Negazionismo è importante: tutto sta a vedere in che misura siamo disposti ad accettare questo rischio.

Enrico Guerini

15 luglio 2009

BOTTINO DI GUERRA

Argentina: figli e figlie per l'identità e la
Giustizia contro l'Oblio e il Silenzio

Rosa compare sullo schermo accompagnata dal suono dei tamburi. La vediamo uscire dalla stazione di Cordusio, i tamburi continuano a suonare anche all’inizio della scena successiva, e si fermano quando l’inquadratura si fissa su Vittoria e Raul che fanno colazione. I Ramos, Raul e Vittoria, sono i genitori di Javier; ora vivono a Como, ma si sono trasferiti dall’Argentina poco dopo la nascita di Javier. Anche Rosa viene dall’Argentina, da Buenos Aires, e il ritmo ostinato dei tamburi l’accompagnerà per tutto il film, fino alla fine, quando Vittoria e Raul non potranno più metterli a tacere, quando diventeranno anche il suono di Javier.

In “Figli/Hijos”, Marco Bechis ci racconta la storia di Rosa e Javier, rapiti alla nascita dai golpisti nell’Argentina del ’77. Javier è stato rapito da Raul Ramos, pilota dell’aeronautica militare, che dal ’76 all’80 ha partecipato ai voli della morte, durante i quali i militari buttavano in mare i propri detenuti politici: quelli che passeranno alla storia come scomparsi, desaparecidos. Maria è invece stata salvata dall’ostetrica che ha assistito sua madre durante il parto, e che ha nascosto la bambina in una borsa, mentre la madre e il fratello gemello venivano portati via dai militari.
La storia di Rosa e Javier è una storia inventata, ma è simile alle tante storie di bambini rapiti, apropiados, dai militari argentini durante il periodo della dittatura, dal 1976 al 1983. I casi di apropiación denunciati dalle associazioni umanitarie sono circa 500, e 97 sono i figli di desaparecidos che fino a oggi hanno recuperato la propria identità, l’ultima a febbraio di quest’anno. I rapimenti di tutti questi bambini, figli del nemico interno, fanno parte del terrificante piano di genocidio ideologico messo in atto dalla giunta militare, battezzatasi eufemisticamente Processo di Riorganizzazione Nazionale. L’autolegittimazione arriva il 24 marzo del ’76, quando i golpisti, capitanati da Videla (esercito), Massera (marina) e Agosti (aeronautica), si insediano alla Casa Rosada, e subito danno inizio ad arresti e sparizioni. Sindacalisti e promotori degli scioperi sono le prime vittime. Tra gli obiettivi del Processo, oltre a quello di riempire il vuoto di potere formatosi durante il peronismo, c’è infatti soprattutto lo sradicamento di ogni elemento di contestazione, per il raggiungimento un ipotetico ordine sociale.
E i bambini dei sovversivi in questo quadro di violenza sono considerati bottino di guerra. Macchiati dalle colpe dei genitori, quei “figli di sinistrorsi” dovranno crescere in “ambienti ideologicamente sani” (Santiago Omar Riveros, generale golpista). E il luogo migliore perché i figli dei desaparecidos diventino figli della patria sono proprio le famiglie dei militari, di chi con il regime collabora o chi, per avere quello che vuole, chiude semplicemente gli occhi. Le donne incinta detenute nelle carceri clandestine sono considerate alla stregua di incubatrici, torturate quanto basta perché i figli non ne risentano e uccise subito dopo il parto. Per l’apropiación ci sono poi vere e proprie liste d’attesa in mano a carceri e ospedali: i bambini più quotati sono quelle di coppie di bianchi, che possono non creare alcun sospetto nell’alta società argentina, ancora in buona parte di origini europee.
Non tutti i figli di desaparecidos avranno lo stesso destino, qualcuno finirà in orfanotrofio e sarà adottato da famiglie normali, che nulla avranno a che fare con il regime, e che in alcuni casi li aiuteranno anche a ritrovare i genitori biologici. Queste rimangono però eccezioni, nella maggior parte dei casi i bambini cresceranno all’oscuro delle proprie origini, senza sapere di aver vissuto tutta la vita con gli assassini dei propri genitori. E non mancano neppure abusi e maltrattamenti fisici o psicologici.

Nel 1982 il Proceso entrerà finalmente in crisi: iperfinlazione, crescita del dissenso, manifestazioni di piazza e scioperi sempre più partecipati. La sconfitta nella guerra delle Malvinas contro il Regno Unito costringe infine il governo agonizzante a indire libere elezioni. Il 30 ottobre la nomina a Presidente della Repubblica di Raul AlfonsÍn, dell’Unione civica radicale segna così il ritorno alla democrazia. Nel 1983 AlfonsÍn istituisce il CONADEP (Comisión Nacional sobre la Desapareción de Personas), che redigerà l’anno seguente il rapporto Nunca Más, sui crimini e le violenze della dittatura. Il bilancio è agghiacciante: nei sette anni della sua durata, il governo militare ha fatto sparire oltre 30.000 persone. Chiunque fosse ritenuto oppositore del regime, o conoscente di oppositori, veniva sequestrato, incarcerato, e il più delle volte fatto desaparecer, ucciso in volo, quando non dalle torture. Nel 1984 cominciano anche i primi processi ai colpevoli, ma i militari, che ancora non hanno smesso di esercitare il proprio potere tentacolare, costringono infine il presidente a firmare due leggi infami, la Obediencia Debida, e Punto Final. La prima riconosce i militari gerarchicamente inferiori come non direttamente responsabili dei crimini commessi, perché costretti a eseguire gli ordini dei superiori; la seconda stabilisce l’estinzione delle azioni penali nei confronti dei militari responsabili di violenze a atti criminali fino al 10 dicembre 1983, a esclusione degli apropiadores di minori. Entrambi i provvedimenti verranno giudicati incostituzionali e abrogati nel 2005, ma permetteranno l’impunità a migliaia di assassini che continueranno a vivere accanto ai famigliari delle loro vittime.

Oggi, dopo più di vent’anni dalla fine della dittatura, in un paese che sta pian piano cercando di uscire dal buio della propria storia, le possibilità di trovare tutti gli oltre 400 hijos mancanti si fanno più deboli, ma non si sono ancora spente. Dal 1977 le Abuelas de Plaza de Mayo non hanno mai smesso di cercare i propri nipoti, i figli dei propri figli desaparecidos, e con loro le Madres, e le tante associazioni che continuano a spendersi perché sia fatta luce e giustizia.
La volontà di fare qualcosa, di pretendere giustizia contro l’impunità dei militari porta nel 1995 anche alla nascita di H.I.J.O.S., l’associazione che raccoglie i figli dei desaparecidos che sono alla ricerca della propria identità e rivendicano la lotta dei propri genitori scomparsi per una società più giusta. In collaborazione con le Abuelas e con gli altri gruppi che si occupano di difesa dei diritti umani, gli hijos continuano a promuovere una cultura fatta di verità, giustizia e solidarietà. Accogliendo l’eredità dei loro padri, delle Madri e delle Nonne, gli hijos manifestano in piazza il loro dissenso. Mentre però la protesta di Madres e Abuelas era silenziosa, circolare e contraddistinta dal bianco dei fazzoletti che tuttora portano al capo durante le manifestazioni, gli hijos usano musica, striscioni e colori per scuotere le vie cittadine. Gli escraches, rivelazioni, o sputtanamenti, in una tradizione più colorita ma puntuale, servono proprio a togliere i criminali golpisti dal loro comodo silenzio civile. I volti dei responsabili più famosi, quelli che sono stati giudicati e incarcerati sono infatti ormai noti a tutti, ma coloro che hanno sfruttato le leggi di impunità per sfuggire alle proprie colpe vivono ancora indisturbati, magari senza che i vicini ne conoscano la vera identità. L’escrache, dinamico e incisivo, raccoglie l’attenzione generale con manifesti, volantini, cartelli e graffiti che denunciano l’identità e i crimini impuniti degli assassini, davanti alle loro case e ai posti di lavoro, perché tutti vedano e sappiano.
Ed è qui, con le colorite e chiassose manifestazioni degli Hijos che torna il suono dei tamburi di Rosa e Josè; un suono ostinato, magnetico e liberatorio, perché la violenza di questa storia sanguinaria non si ripeta mai più, nunca más.

Giuditta Grechi
Riferimenti/per saperne di più:
- Marco Bechis, Figli/Hijos (2001)
- Italo Moretti, I figli di Plaza de Mayo, Sperling & Kupfer, 2002
- http://www.nuncamas.it/
- http://www.abuelas.org.ar/
- http://www.hijos-capital.org.ar/

21 giugno 2009

REPORTAGE: IL SOGNO (INFRANTO) DEI BALCANI


SARAJEVO OGGI

"Non capisco davvero perché le grandi televisioni mondiali siano andate laggiù a cercare immagini di morte. Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita."
Paolo Rumiz

La strada per raggiungere Sarajevo, ancora un po’ bagnata per la pioggia degli ultimi giorni, ci scivola sotto, e sembra un fiume illuminato dai raggi della luna piena. Ci godiamo le colline scure, e le distese di nulla che circondano la E171, la strada statale a due corsie e tanti buchi che ci sta portando da Belgrado a Sarajevo.
Poi, di colpo, eccola. Così, dal nulla, in fondo ad una curva che porta sul fondo della valle formata dal fiume Miljacka, appare la città. Il cartello su cui è scritto in nero Сарајево ci sfugge, ma siamo sicuri di essere nel posto giusto. Un enorme palazzone giallo, semi distrutto, ci dà il benvenuto nella "città del riposo". Una quindicina di anni fa, le foto di questo edificio moresco invadevano le pagine dei giornali. Ora ne rimangono porte chiuse con assi di legno e due lapidi: la Biblioteca nazionale e Universitaria di Sarajevo è stata uno dei luoghi simbolici che l’esercito serbo ("i terroristi" per citare la lapide sul portone principale) ha messo a ferro e fuoco durante l’assedio della città, iniziato nel 1992.

E’ giovedì sera, e la città che abbiamo davanti non è certo quella che ti aspetti. Abituati a riceverne immagini fatiscenti, di edifici in fiamme e di morte, ci stupiamo -forse ingenuamente- vedendo la grande quantità di giovani, ragazzi esattamente come noi, che bevono e ballano in locali non molto diversi da quelli nostrani. Sembra, ad un primo sguardo, che tutti qui cerchino di lasciarsi il passato alle spalle, come se si fossero appena risvegliati da quel sogno di convivenza interetnica che sembrava promettere Sarajevo e che si è trasformato in incubo all’inizio degli anni ’90. Così, sotto lo spesso velo del buio notturno, Sarajevo nasconde le sue cicatrici. Già durante il lungo assedio (1992-1995, il più lungo della storia bellica moderna) alcuni reporter sottolineavano come la città provasse a rimanere viva. Nonostante si trovassero senza elettricità, gas e acqua potabile, gli abitanti di Sarajevo continuavano a frequentare i propri luoghi di lavoro, a pubblicare giornali, e trovarono le forze per scavare un tunnel di 800 metri, che univa la città all’aereoporto (zona neutrale sotto il controllo dell’ Onu) da cui arrivavano gli aiuti umanitari.
Questo tunnel, che proprio come nel film Underground di Emir Kusturica parte dal soggiorno di una casa privata, fu molto probabilmente la vera salvezza della città.

Il giorno seguente, ci accoglie un cielo azzurro a chiazze di nuvole bianche. Si respira un’ottima aria, e il verde delle colline che circondano la vallata al cui centro si trova la capitale Bosniaca rendono il tutto quasi surreale, mostrandoci abitazioni sventrate appoggiate su un paesaggio naturale che ricorda la Svizzera. Lo osserviamo dallo "Sniper Alley", il vialone principale di Sarajevo, che unisce la parte industriale con la parte vecchia della città. Il triste soprannome gli fu appioppato nel 1992: circondata da alti palazzi e principale arteria di passaggio, fu durante l’ assedio un formicaio di cecchini. Si racconta che capitasse spesso di sentire l’urlo "Pazi – Snajper!"(Attenzione – cecchino!) a chi, nascondendosi dietro blocchi di cemento o correndo all’ impazzata, cercava di raggiungere l’ altra parte della città. Su questa strada, la cui storia è spesso diventata il livello da superare di un qualche videogioco di guerra, sono state colpite (secondo dati ufficiali del 1995) 1030 persone, e 225 sono rimaste uccise. Se lo Snjper Alley era infarcito di cecchini serbi (si annidavano tra i tetti delle case, delle chiese e delle moschee, ma anche tra le baracche), buona parte della zona est della città era cosparsa da anti-cecchini bosniaci. Spesso ragazzi senza divisa o caratteri distintivi particolari, assoldati per stanare i tiratori serbi facendo il loro stesso mestiere. Da questa posizione, nella parte est dello Snajper Alley, si vedono in lontananza gli alti palazzoni di Grbavica, quartiere che, per la maggioranza serba della sua composizione etnica, fu bersaglio durante la guerra. Dal ‘95 fu assegnato all’ etnia croato-musulana, con conseguente depopolazione serba, e nei piani alti degli edifici si vedono ancora gli squarci dei bazooka. Oggi, da quella zona, c’è una splendida vista a nord, verso la collina di Kosevo, su cui troneggia l’antenna radio-televisiva della città. Ai suoi piedi una distesa di migliaia di puntini bianchi: il più grande cimitero musulmano della città.
Immergendosi verso la parte vecchia della città, passando davanti alla cattedrale di San Vincenzo, si giunge in un tempio ebraico. Girato l’angolo ed entrati nella piazza principale, la grande Moschea di Gazi Husrev Bey (restaurata dopo la guerra grazie a fondi donati dal governo Saudita) completa la lista degli edifici sacri delle quattro principali religioni monoteiste presenti nell’arco di tre isolati.

Di fronte alla mosche si estende la Barscarsija, la città Ottomana, in cui spiccano i minareti tra i tetti bassi delle case. Un brulichio di locali e di turisti si avventurano tra le sue strette viuzze, che si aprono sulla pizza principale. In questa zona che profuma d’oriente si mescolano alla perfezione le due anime della città. Una è quella storica e locale, dimostrazione empirica di possibile convivenza tra culture e religioni diverse, quella dipinta da Kusturica in cui un pope ortodosso si ubriaca insieme agli altri invitati ad un banchetto di nozze musulmano. L’altra, è quella di una città nata dopo la guerra, con la presenza della Comunità Internazionale che si concretizza nelle centinaia di turisti che affollano la Ferhadija, la via dello shopping.
Centro del quartiere è la piazza con la famosa fontana Sebilj, simbolo della città. Questa, come pare tutte le fontane che si trovino davanti alle moschee, fa parte di in una rete idrica parallela a quella cittadina, che garantì la continua erogazione di acqua anche durante il periodo di guerra. Da qui, alzando la testa, si vedono tutte le montagne che circondano Sarajevo, su alcune delle quali ci sono ancora gli impianti di risalita costruiti nel 1984, in occasione delle Olimpiadi invernali. Dopo solo qualche metro ci ritroviamo sperduti nel bazar,con il passo scandito dal rumore dei martelletti dei vari artigiani che, mostrandoli con fierezza, battono il ferro degli dzezva e delle tazzine per servire il caffè turco.

Per raggiungere la parte a sud della città passiamo sul ponte dove nell’aprile 1995 le truppe serbe spararono sulla folla che manifestava contro la guerra, uccidendo Suada Dilbrovic, studentessa croata che viene considerata, da parte bosniaca, la prima vittima della guerra. La parte della città al di là del Miljacka porta molto più del centro i segni della guerra. Certo, qui si vedono meno lapidi sui muri e spuntano dal cemento meno "rose di Sarajevo" in memoria dei caduti, ma risultano altrettanto eloquenti i fori che ricoprono i muri delle case, tagliando in due le facciate, e i palazzi, quasi come monumenti lasciati ancora in macerie. Sul muro di una casa che dà sul fiume la scritta in rosso "Ne zaboravit ei Srebrenica"("Non dimenticate Srebrenica") cattura la nostra attenzione.
Riattraversato il fiume, luccicante ai raggi del sole che si avvia verso il tramonto, torniamo verso il centro della città, passando sul Ponte Latino, che fu teatro dell’ assassinio di Francesco Ferdinando per mano di Gavrilo Princip, il 28 giungo 1914. Passiamo sul ponte in cui la storia del ‘900 ebbe inizio, all’interno di una città in cui nel secolo scorso "sembrava che l’orologio della storia non potesse fare a meno di andare a scandirvi i suoi colpi". Nel 1995, almeno all’atto pratico e dopo migliaia di morti, il cerchio si è chiuso, il serpente si morde la coda e tutto torna al principio. Forse la Storia doveva far espiare a Sarajevo la colpa di essere stata il simbolo di quell’omicidio, rendendola martire dell’ incapacità di noi europei di imparare dai nostri errori.

Daniele Grasso

La Guerra Balcanica in Bosnia:
18.11.1990:
prime elezioni libere in Bosnia-Erzegovina.
29.2.1992: referendum per l’indipendenza della Bosnia, contestato dalla componente serba della popolazione che non vi partecipa.
2.3.1992: risultati favorevoli alla separazione dalla Jugoslavia provocano i primi scontri a Sarajevo tra musulmani e serbi. La presenza etnica composita (serbi, croati e musulmani) e la mescolanza sul territorio delle diverse componenti provoca cruenti scontri militari in diverse aree, tra cui quella di Bihac e di Sarajevo.
In Bosnia sono così presenti tre entità statuali:
-repubblica di Bosnia, con presidente Aiija lzetbegovic (riconosciuta in sede Ue e Onu)
-una repubblica serba di Bosnia, con presidente Radovan Karadzic(le cui forze armate sono al comando del generale Ratko Mladic)
-una repubblica croata dell’Herzeg-Bosna, con presidente Mate Boban, espressione dei separatismo della componente croata
Gennaio ‘93: inizia l’assedio e il bombardamento di Sarajevo da parte dei serbi bosniaci.
18 Marzo1994: l’Onu ottiene un accordo tra serbi e musulmani di Bosnia che porterà alla fine dell’assedio di Saraievo (lo stesso Milošević il 13.4.1994 rilancia le trattative, su sollecitazione della Russia)
4.9.1995: scade l’ultimatum della Nato ai serbo-bosniaci per il ritiro delle armi pesanti dalle collina attorno a Sarajevo (dal 11.10.1995 la tregua sarà effettiva).
21.11.1995: Dayton (Ohio) i presidenti di Bosnia, Croazia e Serbia si accordano per la pace (il trattato di pace sarà firmato a Parigi il 14.12.1995).

21 dicembre 2007

MATTATOIO DARFUR

Nel nostro Paese giungono solo flebili echi dal Sudan. Espressioni come “sterminio etnico” e “genocidio” accostati a questo stato africano, compaiono sporadicamente nei nostri telegiornali e sui quotidiani, quasi sempre con scarsa contestualizzazione. Il 26 febbraio ricorreva l’anniversario dello scoppio del conflitto in Darfur. E’ passato pressoché inosservato, un giorno come tanti, inglobato da news e gossip sulla notte degli Oscar.

LA TERRA DEI FUR
Il Darfur (in arabo “Paese dei Fur”) è una regione che si estende ad Ovest del Sudan, occupata per lo più da un vasto altopiano, tra sabbia, montagne e savana. Il cuore di questa regione rappresenta ancora l’Africa profonda, millenaria, di sole, sabbia e villaggi, non ancora raggiunta dalla frenesia del progresso.
In questa zona i conflitti hanno origini remote e, contrariamente a quanto molti pensano, in alcun modo collegate a motivi religiosi. In realtà l’intera popolazione è di credo musulmano e le ostilità sorgono da ragioni prettamente razziali. In Africa infatti gli scontri tra etnie, legati brutalmente al colore della pelle, non sono affatto rari e tra le genti di stirpe araba e la popolazione nera spesso non corre buon sangue. In Darfur questa ostilità è particolarmente accesa: i rapporti tra la popolazione nera dei Fur, stanziale ed agricola, e la minoranza araba, nomade e dedita alla pastorizia, non sono mai stati di ottimo vicinato e il governo locale ha finito per sfruttare questa rivalità già profonda e radicata, alimentata da due stili di vita e due culture completamente agli antipodi.

26 FEBBRAIO 2003
E’ la data che convenzionalmente sancisce l’inizio del conflitto. Il gruppo autoproclamato fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendica pubblicamente un attacco compiuto mesi prima contro il quartier generale di Golo nel distretto di Jebel Marra. In realtà già da qualche anno si andava costituendo una schiera di ribelli, che avevano dato luogo ad una serie di attacchi a stazioni di polizia, avamposti e convogli militari. Il fronte ribelle si era costituito intorno al 21 luglio 2001, quando i gruppi Zaghawa e Fur si incontrarono nel villaggio di Abu Gamra e stipularono sul Corano un vero e proprio giuramento di collaborazione reciproca per difendersi dagli attacchi che già allora venivano perpetrati contro i loro villaggi. Dopo il 26 febbraio la risposta dell’esercito del governo di Khartoum non si è fatta attendere e col tempo la strategia si è articolata sull’azione di tre gruppi distinti: l’Intelligence militare, l’aeronautica e le milizie Janjaweed, reclutate tra i pastori nomadi di etnia Baggara, di cui il governo si era già servito in precedenza. Queste ultime furono poste al centro della nuova tattica governativa per reprimere le rivolte.
Le milizie Janjaweed volsero subito la situazione a proprio favore, agevolati dal fatto che i loro attacchi erano (e sono) sostanzialmente rivolti contro villaggi inermi, contro una popolazione, i Fur, che, ad esclusione del FLD, è composta quasi esclusivamente da agricoltori.
Gli attacchi si svolgono sempre alle prime luci dell’alba. Durante il giorno i nomadi di etnia Baggara svolgono la loro attività di pastori, necessaria al proprio sostentamento, di notte diventano i Janajaweed, i demoni a cavallo. Attaccano un villaggio appena prima dello spuntare del giorno, massacrando gli abitanti, talvolta portando via con loro ragazzi e bambini.
Malgrado il sostegno del governo (totalmente di etnia araba, nonostante sia la minoranza del Paese), i gruppi nomadi combattenti non sono ben equipaggiati come si potrebbe pensare. Spesso il loro armamento si riduce a un cavallo e un kalashnikov. E’ una guerra tra poveri. Si tratta di piccoli attacchi, per quanto efferati, e questo ci porta al reale dramma del Darfur: la questione dei profughi.



L’ABBANDONO DEI VILLAGGI
Contrariamente ad un altro luogo comune molto diffuso, quando si parla di stermino, o addirittura di genocidio per la popolazione Fur, non si pensa principalmente alle vittime dirette degli attacchi.
Il vero dramma che il Paese sta affrontando è la questione dei profughi, ancora oggi ben lontana da una soluzione.
Gli abitanti dei villaggi, come reazione ai continui attacchi, privi di mezzi per difendersi, iniziarono a migrare verso le città, dove si sentivano più protetti. Il loro numero raggiunse subito dimensioni impressionanti. Furono organizzati centri di accoglienza, totalmente inadeguati a fronteggiare la situazione, per mancanza di mezzi e per le condizioni ambientali e climatiche sfavorevoli. Condizioni sanitarie inesistenti (in un campo profughi non si può certo avere un sistema fognario), 50 gradi di temperatura, niente acqua e un’enorme concentrazione umana non potevano che portare ad una diffusione capillare di un gran numero di malattie come il colera, causa principale di mortalità per i bambini darfuriani. Nonostante l’emergenza sanitaria e le scarsissime possibilità di sopravvivenza i profughi, terrorizzati, si rifiutano categoricamente di fare ritorno ai propri villaggi, creando il problema del loro mantenimento. Costretti ad abbandonare la microeconomia rurale dei loro villaggi, nei campi di accoglienza essi dipendono interamente dalle forme di aiuto provenienti da organizzazioni come l’ONU, una soluzione che non può che essere temporanea.
In realtà il loro ritorno è ostacolato in parte anche dall’azione governativa che ha varato delle leggi sulla rioccupazione dei villaggi abbandonati, impedendo di fatto il ritorno degli abitanti originari.
Col pretesto di difendersi dai gruppi ribelli, il governo di Khartoum (una repubblica presidenziale retta però da una giunta militare) ha sostanzialmente appoggiato un sistematico genocidio, parzialmente già in corso, attuato da parte di un’etnia numericamente inferiore ma rappresentata al governo, nei confronti della maggioranza della popolazione. La minoranza araba d’altra parte, sente di agire in virtù di una superiorità razziale apertamente conclamata e proclamata ufficialmente già nel 1987. Una superiorità che campeggia addirittura sui teleschermi, veicolanti pubblicità di creme schiarenti per la pelle, specularmente a ciò che avviene sui nostri nella bella stagione con le creme abbronzanti.
Una nota particolarmente amara merita il fatto che, nell’intolleranza culturale, viene invece largamente tollerata una delle pratiche più agghiaccianti ancora diffuse in alcuni stati africani.
Il 90% delle donne del Darfur subisce ancora l’infibulazione, nonostante la leggi la vieti espressamente e preveda severe penali per chi la pratica. La mutilazione dei genitali femminili è diffusa in tutto il Paese, indipendentemente dal ceto sociale e nulla di concreto viene fatto dalla popolazione araba per estirpare questa pratica.

L’INTERVENTO INTERNAZIONALE
L’intervento dei contingenti di pace internazionali si è reso complicato fin dall’inizio, in particolare per la scarsa collaborazione del governo sudanese. Il 31 Agosto 2006 si è attuata parzialmente una svolta: nonostante l’opposizione del governo sudanese, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato l’invio di un contingente di ‘caschi blu per sostituire le truppe dell’Unione africana, fino a quel momento preposte a vigilanza del conflitto. In realtà l’apporto delle Nazioni Unite si è configurato in maniera più limitata rispetto ai piani originari. All’espressione “genocidio” si è preferito “crimini contro l’umanità” e il decisivo voto della Cina per l’invio del contingente è venuto a mancare a causa degli interessi petroliferi nutriti dalla nazione nella zona sudanese affacciata sul Mar Rosso. Questi fattori hanno notevolmente ridimensionato il ruolo dei Caschi Blu che devono tuttora sottostare parzialmente all’autorità del governo di Khartoum.

Secondo l' Organizzazione Mondiale della Sanità la guerra civile ha causato, da marzo 2003, la morte di circa settantamila persone e ha ridotto più di un milione e ottocentomila individui allo stato di profughi, rifugiati nei campi di accoglienza gestiti dalle organizzazioni umanitarie.
Pekka Haavisto, inviato dell'UE in Sudan, ha affermato che l'esercito sudanese sta “bombardando la popolazione civile”.
Tutto ciò basterebbe per fare del Darfur una delle grandi priorità mondiali, e difatti già nel 2003 doveva essere il grande obbiettivo internazionale. Poi è arrivato l’Iraq.

Laura Carli

Uno speciale ringraziamento al dott. Rodolfo Rossi per le foto e le preziose informazioni fornite.

20 ottobre 2007

CAMBOGIA: ASIA IN TRANSIZIONE

Impegnato in un lungo viaggio per l’Asia, il nostro collaboratore Marco Bettoni ci racconta la Cambogia, la sua storia, le sue dolenti contraddizioni.


Stretta tra la Tailandia e il Vietnam, due paesi in corsa per recuperare terreno nel sistema economico globale, la Cambogia cammina in ginocchio. Fatta eccezione per le sproporzionate speculazioni, edilizie in particolar modo, legate al turismo e l’esportazione illegale di legno pregiato, lo sviluppo del paese è fermo.
Durante gli anni sessanta le premesse per una rapida crescita c’erano tutte: scuole funzionanti, sistema sanitario tra i migliori del sudest asiatico, economia in movimento. Ma la guerra del Vietnam infuriava ai confini e gli sforzi di Re Sihanouk – figura emblematica che attraversa tutta la storia contemporanea del paese – per mantenere la Cambogia non allineata, non furono sufficienti per evitare il catastrofico coinvolgimento. Il nuovo governo, instaurato con un colpo di stato, schierandosi a fianco degli Stati Uniti dichiarò guerra al Vietnam, venendo così invaso dalle milizie nemiche.

Scivolando verso l’abisso.
La “guerra segreta” di Nixon e Kissinger - il bombardamento a tappeto dei villaggi di Laos e Cambogia all’oscuro degli americani stessi e del mondo intero- diede forza e credibilità al movimento armato degli Khmer rouge, che riuscirono a conquistare il potere con un colpo di stato nel 1975, l’Anno Zero. Il regime comunista di Pol Pot perpetrò un sistematico “autogenocidio” per quattro anni, fino ad una nuova invasione da parte del Vietnam e la successiva occupazione militare, durante la quale le Nazioni Unite hanno ben pensato di foraggiare le sopravvissute milizie di Pol Pot in funzione antivietnamita.
Se edifici ed infrastrutture sono stati distrutti dalle bombe, i valori, speranza nel futuro in primis, sono stati annichiliti da uno fra i più folle regimi che la storia contemporanea abbia mai conosciuto. L’abolizione del sistema educativo, sanitario ed informativo del paese e l’eliminazione fisica di insegnanti, dottori ed intellettuali erano parte centrale dell’attuazione della rivoluzione in Cambogia. Queste scelte condannarono la nazione a rimanere in ginocchio ben oltre la caduta del regime. Se l’amministrazione del paese, secondo una politica di stampo maoista, non ha risparmiato nessun cambogiano (eccezion fatta, ovviamente, per gli alti dirigenti del regime) le persone specializzate venivano considerate come primi obiettivi da eliminare. Dei più di novecento dottori di cui il paese disponeva prima dell’Anno Zero, solo cinquanta sopravvissero ai quattro anni di regime.

Nazioni Unite in arrivo.
Dopo dodici anni di occupazione venne disposta la più imponente e fallimentare missione internazionale sotto l’egida dell’Onu, che si concluse con le elezioni del 1993. Gli obiettivi che la comunità internazionale si era posta erano ambiziosi e gli strumenti di cui si era dotata i più forti mai affidati ad una missione internazionale: mantenere legge ed ordine, disarmare le milizie, salvaguardare i diritti umani, favorire la riconciliazione nazionale, organizzare e svolgere libere elezioni. Il tutto, attraverso il diretto governo del paese, affidato nei suoi aspetti fondamentali all’UNTAC, acronimo di United Nation Transitional Authority in Cambodia. L’unico obiettivo davvero raggiunto, le libere elezioni, si e’ dissolto in pochi anni, non essendo sostenuto da nessun altra condizione di sopravvivenza per una democrazia.
Le milizie degli Khmer rouge continuavano a dominare parte del paese; il Partito del Popolo Cambogiano, di diretta derivazione vietnamita, perse le elezioni ma trovò comunque il modo di continuare a governare, grazie al controllo delle forze armate. Fino al colpo di stato del 1998, che fissò definitivamente il potere nelle mani del PPC, sotto le mentite spoglie di una democrazia costituzionale.
In parallelo, l’esercito di tanto inutili quanto lautamente pagati “consulenti” marchiati UN ha contribuito all’incrostazione definitiva di uno dei più corrotti sistemi politici ed economici del mondo. Il diffuso rifiuto da parte dei membri della missione UNTAC di utilizzare la moneta locale ha portato il dollaro ad essere seconda moneta del paese e, di fatto, alla perdita del controllo sui movimenti interni di denaro. Dal primo ufficiale di frontiera, dal più insignificante dipartimento di polizia, ai vari ministri, fino allo stesso Re, la corruzione e’ il sistema. Non si entra in ospedale senza passare “under the desk”, non si sporge una denuncia senza pagare l’agente che hai di fronte, non si apre un’attività economica qualsiasi (ne’ la si conduce) senza “stabilire buone relazioni con le autorità”.
D’altronde, poliziotti, militari, dottori, funzionari turistici, impiegati di ogni genere del settore pubblico (facendo sempre eccezione per la leadership) sopravvivono con uno stipendio di 20 dollari americani al mese, spesso con una famiglia numerosa alle spalle.


Cambogia oggi.
Se la Cambogia turistica sopravvive nonostante queste condizioni, il resto del paese arranca. Mentre le catene alberghiere internazionali e compagnie aeree locali influenzano direttamente le scelte degli amministrazione del paese (fino a impedire la costruzione di strade quando sia ritenuto nocivo al loro interesse), la fame e la mancanza di servizi sanitari fondamentali affliggono
la maggior parte della popolazione.
Con il 65% di cambogiani affetti da tubercolosi -altra eredità raccolta dal delirio suicida del regime degli Khmer rouge attraverso la citata abolizione del sistema sanitario e la deportazione dell’intera popolazione nella campagna in condizioni inumaneil 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà e la corruzione come unico mezzo per ricevere l’assistenza necessaria, ciò che non termina la fame lo conclude la malattia.
Proprio ora, mentre l’attenzione sanitaria mondiale e’ rivolta al raffreddore dei polli, la Cambogia affronta la più devastante epidemia di dengue che abbia mai colpito il paese. Il clima umido della stagione delle piogge rende questa malattia, letale specialmente per i bambini, di facilissima diffusione.
L’assoluta inconsistenza degli interventi del governo e la politica sanitaria dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (“paese povero, medicine povere” che, tradotto nel dizionario cambogiano, significa l’autorizzazione a vendere medicine per la tubercolosi vietate nei paesi più sviluppati in quanto inefficaci e dannose per la salute) lasciano le uniche speranze nelle mani delle ONG che operano nel paese.


Volontari all'opera.
Nell’inferno della vita comune in Cambogia, solo l’intervento imponente di numerose organizzazioni non governative, di estrazione locale o di carattere internazionale, ha portato il paese a compiere piccoli passi avanti dalla fine dell’occupazione ad oggi.
Gli unici ospedali funzionanti, l’alfabetizzazione diffusa nell’entroterra, il reinserimento dei disabili il cui numero cresce quotidianamente (minare i campi di riso è stata la strategia preferita dell’ultimo decennio di guerra civile), sono alcune tra le tante attività svolte dalle associazioni che, gratuitamente, sostituiscono governo e istituzioni internazionali.
Dieci anni fa si scriveva che per la Cambogia: “la speranza risiede nelle persone non ancora nate”. Oggi la speranza per la Cambogia sta negli eroi sconosciuti che si assumono la responsabilità delle scelte di altri. In quelle persone che lottano quotidianamente contro la fame e le malattie in un paese dove il senso della comunità -un tempo carattere distintivo della nazione e’stato sotterrato da troppo tempo. Persone che ritengono che “Aspettando Godot” non si arrivi da nessuna parte.





Il complesso dei templi di Angkor Wat, meraviglia del mondo di eccezionale impatto, il turismo sessuale e la diffusione della droga sono i tre punti focali attorno i quali si muove il turismo internazionale e che hanno indotto un crescente interesse verso il paese.
Il governo guadagna moltissimo da questo turismo, sia in via ufficiale -attraverso i costosissimi biglietti di ingresso per i templi, di cui il 75% del ricavato finisce direttamente nelle mani del ministro delle finanze- sia in via non ufficiale, attraverso le varie procedure sottobanco. Catene alberghiere internazionali, in particolare provenienti dalla vicina Tailandia, pagano a caro prezzo la possibilità di agire su un terreno che offre spazio per le più grandi speculazioni. La comunità guadagna un po’ meno, spaccata tra strade colorate, luminose e tranquille, e il resto delle città, abbandonate al più totale degrado.
L’ingresso di questi grandi capitali ha contribuito alla formazione di una diffusa microcriminalità che fa dei turisti il proprio punto di riferimento, come vittime o come clienti.

Marco Bettoni

25 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE III

Si stima che i morti a Bhopal quella notte di Dicembre furono 1700- 3000. Ma stabilirlo con certezza non è possibile. Quel giorno e i successivi centinaia di roghi vennero allestiti per bruciare i corpi degli induisti, centinaia di fosse comuni vennero scavate per seppellire quelli dei musulmani. Secondo fonti attendibili, il numero delle vittime dal giorno della fuga di gas ad oggi ammonterebbe a una cifra compresa tra 15000 e 30000. 200000 invece le persone intossicate, costrette a convivere con i devastanti effetti dell’esposizione e dell’inalazione del gas, quali insufficienza respiratoria, disturbi alla vista, cataratta giovanile, depressione, anoressia, febbre ricorrente, stato di debolezza costante, cancro, tubercolosi.

La Union Carbide si è rifiutata di rivelare l’esatta composizione del MIC, impedendo così di prestare adeguate cure alla popolazione colpita.

La Carbide, il cui motto era "Safety first", trovò il suo capro espiatorio in un operaio e si fece sostenitrice della tesi del sabotaggio. Nel 1989, dopo quattro anni di estenuanti trattative la multinazionale pagò alla popolazione colpita un indennizzo di 470 milioni di dollari, una somma sei volte inferiore a quella inizialmente richiesta, che il governo indiano accettò ugualmente. Di questo indennizzo solo una parte irrisoria arrivò nelle tasche delle vittime o dei parenti delle vittime, per la maggior parte poveri e analfabeti abitanti degli slum.

L’allora presidente della Carbide, Warren Anderson, fu citato in giudizio nel 1991 dal tribunale penale di Bhopal con accusa di omicidio colposo. I tagli dei costi avrebbero infatti compromesso gli standard di sicurezza della fabbrica. Anderson ha fatto perdere sue tracce. E’ tuttora ricercato. Su di lui pende un mandato d’arresto internazionale dell’Interpol.

La Union Carbide non esiste più. Nel 1999 è stata rilevata dalla Dow Chemicals.

Di fronte all'uscita di scena della Carbide, protagonista e carnefice, e alla latitanza di Anderson, l'uomo che incarna il simbolo della tragedia, è il governo indiano a doversi prendere le responsabilità e a pagare le conseguenze.

Nel 2004 la Corte suprema indiana ha approvato lo stanziamento di un fondo di 350 milioni di dollari per le vittime del disastro. Ma molti pensano che non sia stato fatto abbastanza.

Anche quest’anno, il 2 e il 3 dicembre, in occasione del ventiduesimo anniversario della tragedia, gli abitanti di Bhopal sono scesi in strada per ricordare. E per dare voce, più o meno silenziosamente, alla loro sete di giustizia. Alla manifestazione pacifica organizzata dal Sanghatan, associazione che si batte per i diritti delle vittime, in cui i partecipanti portavano ritratti del Mahatma Gandhi, ha fatto da controparte un’altra manifestazione, culminata davanti al memoriale di Bhopal, di fronte alla fabbrica abbandonata. Bandiere della Carbide e immagini del suo presidente sono state bruciate. Dopo più di vent'anni, le richieste ancora urlate al governo dalle vittime di quello che è uno dei più gravi incidenti nella storia dell’industria chimica, sono acqua pura- le falde acquifere sono state contaminate dai resti tossici ancora presenti all’interno della fabbrica in disuso- e più efficienti cure mediche per le decine di migliaia di persone che ancora soffrono di disturbi psichici e fisici legati all'esposizione al gas.

Chiara Checchini

21 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE II

- 3 dicembre 1984 -

L’impianto che dominava la città di Bhopal, su cui sventolava fiera la bandiera della Union Carbide Corporation, all’epoca la terza società di prodotti chimici al mondo, era specializzato nella produzione di Sevin, un innovativo pesticida, la cui vendita deluse le aspettative. Al momento dell’incidente la fabbrica si trovava in condizioni di grave degrado. La multinazionale americana aveva infatti deciso di chiudere la sua sede indiana, costantemente in perdita. Nel tentativo di tamponare questa emorragia di milioni di dollari, erano stati operati pesanti tagli, sia al personale che ai sistemi di sicurezza. La produzione era ferma, quel giorno di dicembre, ma all’interno della fabbrica, in apposite vasche di stoccaggio, erano conservate allo stato liquido decine di tonnellate di Mic (Methyl Iso- Cyanate), isocianato di metile, una molecola che può provocare reazioni di inaudita violenza. Per evitare esplosioni il Mic va tenuto a una temperatura costante di zero gradi centigradi. La notte dell’incidente l’isocianato, durante un improvvisato e maldestro intervento di pulizia delle tubature, entrò in contatto con l’acqua, provocando una reazione esotermica. 42 tonnellate di Mic si disintegrano in un vortice di calore, passando rapidamente allo stato gassoso. I sistemi di sicurezza, come già accennato, erano stati disattivati. Il sistema di refrigerazione che avrebbe dovuto neutralizzare l’agente chimico, era fuori servizio. Il Mic era a temperatura ambiente. In caso di fuga di gas, la fabbrica era provvista di altri due sistemi di sicurezza, la torre di decontaminazione, in cui la soda caustica avrebbe assorbito e neutralizzato il gas, e ancora una torre di combustione, in cui eventuali gas sfuggiti alla soda sarebbero stati definitivamente bruciati. Ma nessuno dei due sistemi poté essere utilizzato. Entrambe le torri erano state smontate per interventi di manutenzione.

Così, la nube tossica fuoriuscì indisturbata dalla fabbrica e serpeggiò per la città. La reazione chimica aveva portato alla liberazione, tra gli altri gas, di acido cianidrico, che se inalato in forti dosi porta alla subitanea morte cerebrale, bloccando l’azione degli enzimi che portano l’ossigeno dal sangue al cervello.

Chiara Checchini

19 dicembre 2006

LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL - PARTE I

- 3 dicembre 1984 -

Era appena passata la mezzanotte, ma la Baghdad dell’India, vegliata dai minareti e dalle imponenti torri della fabbrica, non dormiva. Dicembre è periodo di matrimoni, e gli astrologi avevano decretato che quel 2 dicembre fosse un giorno propizio per le nozze. La città era tutto un susseguirsi di feste. E il giorno seguente avrebbe ospitato l’Ishtema, l’annuale celebrazione che richiamava migliaia di fedeli musulmani da tutto il paese. Arrivavano a getto continuo, su treni speciali. Quella fresca notte d’inverno il vento soffiava verso sud. Quella notte il vento portò con sé una nube verdastra che mise fine ai festeggiamenti. Poco dopo la mezzanotte, la nube di gas, fuoriuscita dal tecnologico impianto della Union Carbide, si posò come una coltre sulla città vecchia, sulle baraccopoli e sulla stazione, seminando morte. Prima caddero gli animali. Caddero i cani, i gatti, gli uccelli. Caddero le vacche sacre, caddero i tori dalle corna dipinte, caddero le capre, spesso unica fonte di sostentamento per un’intera famiglia. Caddero schiumando dalla bocca. Poi caddero gli invitati ai banchetti, agghindati dei loro gioielli e vestiti dei loro abiti più preziosi, caddero i miserabili abitanti delle baracche adiacenti la fabbrica americana che aveva dato lavoro a tanti, caddero i pellegrini accalcati alla stazione. I loro polmoni scoppiarono. Caddero a terra sputando sangue. Alcuni morirono di una morte immediata. Altri morirono dopo, negli ospedali presi d’assalto da una folla impazzita di terrore, nell’impotenza dei medici, incapaci di contrastare gli effetti dell’avvelenamento. Altri non morirono, ma subirono danni permanenti.

Chiara Checchini