26 dicembre 2010

Le luci e la città

A Maurilia, il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus …” Calvino scrivendo Le città invisibili le dichiarò un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. E appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria Milano sotto Natale, sebbene abbia qualcosa in comune con la più impalpabile Maurilia: un ostinato sguardo nostalgico che rifugge le brutture accumulatesi negli anni del boom economico ed edilizio e si rifugia nelle dolci commemorazioni di epoche passate. Tra queste una bellissima esposizione alla Triennale per celebrare il centenario dell’AEM, in mostra fino al sei gennaio con ingresso libero. Viene ripercorsa, tramite installazioni multimediali e fotografie d’archivio, la storia dell’azienda che dal 1910 provvede all’illuminazione della nostra città. Ci si lascia trasportare dall’atmosfera memorialistica, tra la scoperta di luoghi noti con altri volti e qualche eccesso di luminescenza dittatoriale del ventennio. Eppure proprio la storia dell’AEM ripercorre quella crescita economica che ha portato Milano ad avere l’aspetto e le forme che ben conosciamo oggi. E una volta usciti veniamo assaliti dai fanti del cattivo gusto e dai cavalleggeri della speculazione economica: preservare l’immagine di una Milano a volte eccessiva ma sempre bella è una battaglia persa. Tra Porta Venezia strangolata da lumini rosa, Piazza Fontana ridotta a una imitazione di se stessa che potrebbe andar bene a Las Vegas o in una hall di albergo kitsch, Piazza XXIV Maggio ormai location della pubblicità della Gazzetta e cuori assassini in Galleria che attentano alle anziane signore, sembra proprio che l’unica salvezza sia guardare quelle cartoline di altri tempi e sognare. Ma a Milano, come a Maurilia, “gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei”. E’ inutile sospirare rasseganti di fronte a una foto di Brera trent’anni fa, perché a fianco si può vedere anche una gigantesca scritta “Dux” proiettante luce su Piazza Duomo: nella storia le brutture sono state cancellate con la lotta e la volontà di cambiare, senza le quali dovremo sopportare ancora molto a lungo le luci rosa, certo più innocue (anche se i cuori sembrano già più aggressivi) della propaganda di regime, ma insormontabile ostacolo per chi vuole poter guardare la bellezza della propria città per le strade e nella realtà, e non solo in una sala di museo.

Irene Nava




Piazza Fontana

Piazza Duomo

Galleria Vittorio Emanuele
La Rinascente

Porta Romana


Led "Diventa un angelo" - Piazza San Fedele

Brera

Piazza della Scala
Via Manzoni
Cordusio
Chiesa Vecchia di Baggio, via delle Forze Armate angolo via Ceriani

Via Dante

Castello Sforzesco

Cairoli
Cadorna (installazione luminosa rimossa in seguito a polemiche sulla possibilità di decorare le opere d'arte)
Navigli


Foto: Francesca Di Vaio, Valentina Meschia, Roberto Colombi, Giuditta Grechi

24 dicembre 2010

Alla Scala Il lago dei cigni di Nureyev


Non occorrono altre parole per spiegare Il lago dei cigni, l’opera d’arte di Čajkovskij che, nella versione di Nureyev, il 16 dicembre ha inaugurato la stagione ballettistica 2010/2011 del Teatro alla Scala, dopo circa dieci anni di assenza dal palcoscenico meneghino. È il sortilegio di un amore impossibile, quello fra il principe Siegfried, malinconico protagonista del balletto, e Odette, la principessa trasformata in cigno dal malvagio mago Rothbart. Eppure, non è soltanto il dramma di un amore inconsolabile e privo di ogni speranza a fare del Lago il balletto par excellence, accanto ad altri capolavori del grande repertorio come Giselle e La Sylphide. C’è di più, ovverosia la straordinaria immagine, indelebile nella memoria di ogni spettatore, della splendida e aristocratica donna-cigno in tutù bianco, la quale, fragile e struggente, si aggrappa e nel contempo si abbandona all'amore del suo principe, nella speranza che il giuramento di quest’ultimo possa donarle la salvezza dalla crudele maledizione di cui è vittima. Vana illusione: soggiogato dal cigno nero Odile, oscura creatura plasmata da Rothbart e incredibilmente somigliante a Odette, Siegfried crede di scorgervi il suo amato cigno bianco e, reso cieco dall’amore, chiede in sposa proprio Odile. Il trionfo di Rothbart si compie: Siegfried spergiura e Odette non potrà essere salvata. L’incanto fiabesco del Lago, summa della geometria orchestica, rapinoso e suasivo come la sua musica, si concentra proprio qui, cioè nel tema, così meravigliosamente seducente, dell’amore di un mortale per una creatura soprannaturale, per un essere “diverso”, sospeso in un’incessante e costantemente incompiuta metamorfosi, vera essenza tersicorea del cigno.
Come si diceva, in scena alla Scala non è la coreografia originaria di Marius Petipa e Lev Ivanov, rappresentata nel 1895 al Mariinskij di San Pietroburgo, bensì quella di Nureyev, il quale, magnifico coreografo-ricostruttore qual era, già nel 1964, incaricato dalla Staatsoper di Vienna, si profuse in una rilettura totale del Lago, giungendo vent’anni più tardi alla sua versione definitiva per l’Opéra di Parigi, poi acquisita, nella stagione 1989/1990, dalla Scala e ad oggi nel repertorio della sua compagnia.
Ora, oltre a celebrare, accanto a Nureyev, la genialità di Petipa nel centenario della sua morte (1910), il Lago scaligero 2010/2011 si segnala anzitutto per l’inconsueto affidamento della direzione dell’orchestra alla bacchetta di Daniel Barenboim, nel contempo impegnato con l’opera inaugurale Die Walküre di Wagner, e poi per la scintillante presenza sul palcoscenico, quali danzatori protagonisti del primo cast, dei due giovani astri del Mariinskij-Kirov di San Pietroburgo: il ventottenne L. Sarafanov, interprete del principe Siegfried, e la venticinquenne étoile A. Somova, la quale si sdoppia nel ruolo di Odette/Odile. Sarafanov, nuovo Barišnikov e già acclamatissimo alla Scala, dimostra di ben conoscere e dominare con disinvoltura, scrupolosità e raffinatezza lo stile di Nureyev, il quale, proprio per il ruolo del Principe, aggiunse variazioni tecnicamente e interpretativamente al sommo della difficoltà, ampliandone la profondità introspettiva, la tensione drammatica e il contenuto espressivo. Somova, ora languida e struggente Odette, ora perfida e maliarda Odile, se non spodesta nella memoria la grazia, l’accurata eleganza e la stupefacente intensità dell’indimenticabile Margot Fonteyn, seduce con il sinuoso movimento delle sue braccia sottili. Con la qualità tecnica ed espressiva del suo movimento e con la pulizia delle sue linee, tutta di scuola pietroburghese, convince, elevando con sciolta naturalezza la sua interiorità a forma, senza però scadere nel cieco sfoggio virtuosistico. Simulando una mimesi dinamica, cromatica e psicologica, Somova passa con agio dal registro elegiaco dell’abbandono, dello struggimento, della nostalgia e della speranza di Odette, all’incantesimo erotico e all’indole coreograficamente diabolica, sensuale, nervosa e aggressiva di Odile. Impersona il ruolo bifronte del precettore Wolfgang e del mago Rothbart, simbolo del male e del soffocante autoritarismo che distrugge l’ideale dell’amore oltre la vita e il sogno dell’assoluto di Siegfried, novello eroe romantico, il primo ballerino scaligero A. Sutera, il quale si confronta, con esito pregevole, con la parte che Nureyev, negli anni della maturità, ritagliò per sé e su di sé.
Insomma, se la versione di Nureyev alla perfezione della composizione coreografica unisce un angosciante simbolismo psicoanalitico, soffuso di una concezione spiccatamente romantica, la genialità intrinseca del Lago alberga nel suo esprimere una nuova bellezza, non più ottocentesca, bensì già decadente, “pre-impressionista”: benché ancora non rompa con l’accademismo, esso è un balletto sul turbamento dell’interiorità, sul fluttuante sdoppiamento che pervade l’esistenza.

Fabio Paolo Marinoni Perelli

22 dicembre 2010

Manifestazione contro il DDL Gelmini - 22 dicembre 2010

Oggi è il giorno della discussione della Riforma dell'Università del Governo Berlusconi in Senato, la cui approvazione è ormai data da molti per scontata.
E in tutta Italia cortei e manifestazioni di studenti e ricercatori rinnovano il loro deciso no nei confronti del DDL Gelmini. Anche oggi Vulcano ha seguito la protesta milanese.
Via Festa del Perdono. Alle 9.00 è previsto un presidio organizzato dal collettivo di Città Studi e da gruppi interfacoltà. Stampa e polizia non mancano. Verso le 10.30 i manifestanti si spostano all'interno dell'università, improvvisando un'assemblea per decidere il da farsi.
L'aula 201 si riempie velocemente. Tra studenti della Statale, della Bicocca, il gruppo della Bovisa e qualche ricercatore, ci saranno quasi trecento persone. Viene avanzata qualche proposta sulla forma da dare alla manifestazione. Si decide alla fine per un corteo unico, fra le destinazioni viale Padova o Porta Venezia, dipenderà dalla concertazione del tragitto con la polizia. Pochi attimi di tensione quando il corteo viene subito chiuso in santa Caterina, mentre cerca di raggiungere corso di Porta Romana. Superato il momento di scontro con la polizia, la manifestazione procede a singhiozzo in via Francesco Sforza, dietro alla sede della Statale, fino all'incrocio fra via Umberto e via Mascagni. Da lì si concorderà con la polizia per viale Padova. Cordoni e camionette della polizia, e una folta schiera di giornalisti e fotografi, precedono e seguono di pochi passi il corteo.
Tamburi, fischi e slogan animano la protesta e da finestre e balconi si affacciano i coriosi. Qualcuno indifferente, qualcun'altro applaude e incoraggia gli studenti, che rispondono invitandoli a scendere e partecipare alla manifestazione.

Incrociando piazzale Susa e passando per viale Romagna, il corteo procede per viale Lombardia, rallentando il traffico. Qualche automobilista protesta, altri suonano il clacson, incitati dagli studenti stessi, in segno di solitadietà.
Dai megafoni arrivano gli aggiornamenti dal Senato: prima la proroga di qualche ora della votazione, poi la notizia del definitivo rinvio a domani.
Sono quesi le 14.30, e per poter raggiungere in tempo gli studenti medi che si stanno radunando in Festa del Perdono, il corteo abbrevia il percoso: da via Giacosa si gira in Crespi, e si ritorna in metro in Duomo da Pasteur. Anche gli immigrati si affacciano ai balconi ed escono in strada, richiamati dai cori di solidarietà degli studenti, "Contro la Gemini e la Bossi-Fini siamo tutti clandestini".
Davanti alla Statale, collettivi e studenti medi decidono di riunirsi nuovamente per riorganizzre la protesta del pomeriggio.
Foto: Giuditta Grechi

12 dicembre 2010

Il corteo per “Piazza Fontana”

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Ieri ,11 dicembre, si è tenuto l’annuale corteo antifascista per ricordare la strage di Piazza Fontana e la morte dell'anarchico Pinelli, ingiustamente accusato della stessa, la cui morte è ancora, dopo 41 anni, lasciata impunita e nascosta dal segreto di Stato. I manifestanti, partiti dal Porta Venezia e sfilati in corteo fino a Piazza Fontana, hanno ricordano le vittime e chiesto che la verità storica venga finalmente alla luce.

 

 

 

 

 

 

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Irene Nava

11 dicembre 2010

Il Museo del Novecento. Un secolo per far tornar a battere il cuore di Milano

Essere accolti da Il Quarto Stato di Pellizza d a Volpedo e, pochi passi più avanti, trovarsi di fronte a mostri sacri come Braque, Kandinskij, Matisse, Modigliani e Picasso, tutti nel raggio di pochi metri quadrati, costituisce un’esperienza di un certo impatto, da cui l’occhio del visitatore rimarrà certo spiazzato. Infatti all’inestimabile valore delle opere si aggiunge la consapevolezza, giusto nell’incipit della visita, di trovarsi di fronte ad alcuni fra i nomi più eminenti dell’arte novecentesca, capaci quindi di evocare attese e suggestioni nell’immaginario collettivo. Una consumata consuetudine indurrebbe chiunque nella sua vita abbia almeno qualche volta passeggiato per i corridoi di un museo, a prefigurarsi le opere di tali autori imbandite come succulenta portata principale, oppure quale prelibato dessert al termine di un percorso. Invece qui si tratta soltanto di uno stuzzicante antipasto. Dopo tre anni di lavori, infatti, il 6 dicembre è stato inaugurato il nuovo museo dedicato al Novecento, all’interno della suggestiva cornice “anni Trenta” del Palazzo dell’Arengario. Grazie a questo progetto lo storico edificio conquista appieno, dopo più di settant’anni dalla sua costruzione, quella rilevanza che già naturalmente gli conferiscono l’imponente architettura e l’ubicazione nel cuore della città. L’apertura, te nuta a battesimo dal Sindaco Moratti, dall’Assessore alla cultura Finazzer Flory e dal critico d’arte Gillo Dorfles, è stata accolta con grande entusiasmo dalla cittadinanza. L’afflusso si aggira intorno alle 9.000 persone, in mezzo alle quali si sono mescolate celebrità e intellettuali: ad esempio Ornella Vanoni, Elio Fiorucci e Dario Fo. Presente anche Italo Rota, l’architetto milanese cui si deve il progetto di conversione dell’Arengario in Museo del Novecento, dove ora trova accoglienza un patrimonio di 400 opere d’arte, selezionate fra le oltre 4.000 delle collezioni civiche. Proprio tale depauperante esproprio ai danni di esposizioni "minori" aveva sollevato voci di disapprovazione, per ora messe a tacere dal successo d'esordio del museo. Fiore all’occhiello del design dell’edificio è la rampa elicoidale, simile a quella del Guggenheim di New York, la quale, scendendo come una radice, mette in comunicazione l’ingresso del Museo con la stazione Duomo della rete metropolitana, quasi a voler ancorare alla città i tre piani dell’esposizione.

Superato l’impatto iniziale dell’Avanguardia internazionale, dove Cubismo, Astrattismo e Fauvismo mostrano il nuovo linguaggio e le nuove forme che l’arte assume all’inizio del secolo passato, dinnanzi agli occhi si aprono le sale colonnate dedicate al Futurismo: celebrazione della modernità, del dinamismo, della città e della guerra. Si comincia con il dominante Boccioni, il cui nucleo di opere, testimonianza dell’evoluzione stilistica dell’autore, comprende la celebre scultura ­­Forme uniche della continuità nello spazio. Seguono Severini, che con la sua Chahuteuse inneggia alla danza come espressione del dinamismo futurista, e ancora Carrà, Soffici e Balla, con il suo emblematico Automobile+velocità+luce.  Completano il panorama alcuni scritti di F. T. Marinetti, sulla cui onda nel 1910 vide la luce il Manifesto dei pittori futuristi. In un coinvolgente incedere fra i decenni dell’arte secondo il ritmo del proprio passo e del proprio gusto, la rassegna evolve, soffermandosi sui paesaggi e sulle nature morte di Morandi, sui metafisici soggetti di De Chirico (su tutti Il figliol prodigo), sul cupo “ritorno all’ordine” di Sironi, sui colori pastello di Donghi e sulle suggestioni aeropittoriche di Dottori. Se poi fra le opere scultoree predomina la produzione di Martini, già autore dei bassorilievi che decorano la facciata dell’Arengario, si può ammirare anche l’astrattismo delle sculture di Melotti e di Fontana. Ai quadri dell’ultimo è dedicata una sala monografica in cima alla torre. Proseguendo con l’arte degli anni ‘50 e ‘60, si può godere della brutalità materica di Burri, nonché dello psichedelico dinamismo percettivo di Accardi, fino a giungere all’arte puramente concettuale del tanto geniale quanto discusso e dissacrante Manzoni. Concludono il tour gli stroboscopici fenomeni percettivi della Kinetic Art e l’essenzialità compositiva e materiale dell’Arte Povera di Fabro e Kounellis.

Insomma, se è vero che Milano è crocevia dei maggiori fermenti artistici e pittorici del XX secolo, una delle più grandi strutture europee consacrate alla cultura, qual è il Museo del Novecento, non può che abitare il cuore di questa città, il cui anelito di modernità, l’anima operosa e l’effervescenza sociale, con le inevitabili contraddizioni, trovano un riflesso proprio ne Il Quarto Stato. Proteso com’è su Piazza Duomo, fra Palazzo Reale, la Cattedrale e la galleria Vittorio Emanuele, il Museo entra a far parte del prezioso circuito culturale meneghino. Tutto questo a due passi da Festa del Perdono e con ingresso gratuito fino a Febbraio: non esistono scuse per non andarci, anche soltanto per ammirare la piazza dall’alto.

Stefano Vallieri

Fabio Paolo Marinoni Perelli

10 dicembre 2010

Brera Occupata - proteste contro la Riforma Gelmini










Foto: Francesca Di Vaio

La stretta di mano tra mafia e 'ndrangheta: il delitto Scopelliti raccontato da Aldo Pecora

Primo sangue è un confronto a due voci. Da una parte la ricostruzione di una vicenda giudiziaria mai completamente risolta, dall'altra un'intima storia familiare. La prima voce è costituita dall'autore del libro, Aldo Pecora, giovane fondatore del movimento antimafie “Ammazzateci tutti”, che ripercorre con scrupolosità documentaria la vicenda del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 in un agguato a Campo Calabro.
Il controcanto è offerto dalla stessa figlia del giudice, Rosanna, che offre la sua testimonianza diretta attraverso i brevi corsivi che aprono ogni capitolo del libro: uno spaccato intimo e familiare che si aggiunge alla ricostruzione istituzionale e sistematica delle vicende. Brani brevi dalla forte connotazione emotiva, che non interrompono la narrazione, ma offrono un punto di vista altro, “privato”.
I capitoli, brevi e scorrevoli, mettono a fuoco aspetti diversi della vicenda. Si alternano sezioni in cui prevale il tono narrativo, l'atmosfera, come “Cronaca di una morte annunciata”, ed altre più informative, ma sempre divulgative e di facile lettura, come quelle in cui viene descritto il processo, contenenti anche documenti informativi come stralci di articoli o estratti di verbali.
L'eterogeneità della struttura del libro rende difficile la sua classificazione come genere letterario. Si inserisce in quel filone di romanzo d'inchiesta con una forte connotazione letteraria, un reportage narrativo sempre in bilico tra informazione e narrazione, un genere ibrido che garantisce una scorrevolezza da romanzo, benché la materia trattata sia tutto tranne che fiction.
Resteranno delusi i paladini del giornalismo anglosassone alla vecchia maniera: freddo, essenziale, privo di giudizi. Si tratta di una ricostruzione partigiana nel senso buono del termine. L'autore prende posizione, vive la vicenda, tradisce una sincera e indiscutibile ammirazione per la figura del giudice Scopelliti, che a tratti chiama familiarmente “Nino”.
Il punto di vista “coinvolto” permette una resa efficace degli spaccati di vita calabrese attraverso le numerose descrizioni paesistiche, volutamente accentuate per rendere la temperatura e l'umore del luogo. Altrettanto eloquenti alcuni brani dal tono quasi grottesco: l'incredibile impatto mediatico di un Totò Riina che si autoproclama un perseguitato o il dialogo-intervista con il sindaco di Campo Calabro Domenico Idone, che glissa sulle domande a proposito del giudice e vuole a tutti i costi parlare del ponte sullo stretto.
E' uno sguardo severo quello che Aldo Pecora ha nei confronti della sua Calabria, terra in cui “è difficile distinguere un dovere e un diritto da un favore” e in cui “la società civile non sa neanche di esistere”. Infatti il sindaco Idone liquida così le sue domande più scomode, dicendo che fa “cattiva pubblicità alla Calabria”, secondo la logica per cui il colpevole non è chi commette il fatto, ma chi ne parla.
Tra interviste, ricostruzioni e squarci narrativi la struttura di Primo sangue è quella di un mosaico costituito da frammenti di vita privata ed istituzionale.
E' la storia di un lutto non ancora elaborato, più che dalla famiglia stessa, dalla terra calabrese, che tende a liquidare la vicenda con la stessa formula, ripetuta in maniera quasi rituale dalle voci di Campo Calabro: “Era una brava persona...faceva del bene a tutti”. Una frase che, nella sua asettica semplicità, riduce il martire a icona, lo santifica e lo rende innocuo allo stesso tempo, lo “seppellisce come un vescovo”, come si dice da quelle parti. Si fanno i funerali con tutti gli onori e a messa finita si va in pace.
Magari si può fare una bella scultura bronzea, come quella ordinata dal sindaco Idone “allo stesso che ha fatto i bronzi di Falcone e Borsellino”.
“Ci si limita al ricordo, alla favola melensa del giudice eroe, morto perché era troppo giusto e onesto. Nessuno osa spingersi oltre”, scrive Pecora.
Emerge quindi chiaro lo scopo del libro, uno scopo pratico, militante: sottrarre la figura del giudice alla santificazione e riaprire la vicenda per indagare quelle zone d'ombra che ancora oggi, a distanza di vent'anni, non permettono di considerare l'affaire Scopelliti un caso chiuso. Tornare ad esplorare la via indicata vent'anni prima da Falcone, quella del patto tra mafia e 'ndrangheta: riaprire il versante calabrese, non sufficientemente battuto all'epoca del processo. Soltanto a questo punto il lutto potrà essere veramente elaborato.
Laura Carli

7 dicembre 2010

Diario della mobilitazione - Le giornate dell'occupazione in Mercalli

Dalla testimonianza diretta dei protagonisti, la cronaca ora per ora della mobilitazione studentesca contro il Ddl Gelmini.
Diario delle giornate 30.11.2010 e 1.12.2010.

30.11.2010:
H 9.14: arrivo con qualche minuto di anticipo in piazza Cairoli per l’inizio della manifestazione contro il ddl Gelmini. Appena uscito dal metro vengo accolto da una camionetta di forze dell’ordine. Mentre sto scrivendo queste righe mi si avvicinano due agenti per dare un occhiata a quello che sto riportando, inquietantemente divertente.

H 9.24: qualcuno inizia a scaldare gli animi da un megafono, finalmente le persone iniziano ad assembrarsi per dar vita al corteo.
Sarà una lunga giornata.
Per adesso sembrano esserci solamente liceali, sembra scarsa per ora, ed è un peccato, la partecipazione degli universitari.

H 10.00: il corteo inizia a muoversi; numero stimato di partecipanti è 10.000.

H 11.30: A causa della manifestazione studentesca tre stazioni della metropolitana vengono chiuse e riaperte dopo circa un'ora. Si tratta delle stazioni di Duomo e Cordusio, sulla Linea 1 e Missori, sulla Linea 3, impraticabili dalle 11.30 alle 12.50.La chiusura è stata richiesta dalla Questura per motivi di ordine pubblico.

H 11.45: Il corteo viene spezzato; si accennano scontri in via dell’Orso. Le forze dell’ordine attuano prime intimidazioni sugli studenti medi, scatenando la loro fuga. Guidati dalla bandiera pirata, i Corsari e un qualche centinaio di universitari prendono la testa del corteo, che prosegue a questo punto con forze un po' più equilibrate.

H 12.30: La situazione è completamente ribaltata: gli universitari, a passo di marcia, fanno arretrare frettolosamente la polizia fino ad arrivare in via Alessandro Manzoni, dove la tensione arriva all'apice. I cordoni della polizia si inseriscono tra due spezzoni del corteo; la situazione rimane in stallo per un buona mezz'ora fino a quando i cordoni polizieschi non possono far altro che sciogliersi e lasciar unire gli spezzoni del corteo. Una piccola e divertente vittoria.

H 14.45: Si inizia a percepire la stanchezza e ciò che resta del corteo, un migliaio di persone circa, si riunisce per un assemblea presso la facoltà di Scienze Politiche, con il proposito di ripartire più tardi.
In assemblea si discute dei prossimi obbiettivi da raggiungere attraverso la mobilitazione.
Dopo disquizioni varie sulle motivazioni che ci spingono, ad esempio l’aumento puntuale delle tasse di anno in anno, oppure le speculazioni finanziare, si fa chiaro il motivo che ci unisce tutti in questa Rivolta: l’opposizione alla mercificazione universitaria attuata dal ddl Gelmini, ultimo tassello di un progetto attuato a partire dalla cara e vecchia riforma Berlinguer degli anni novanta e passato dalla riforma Moratti nei primi anni del 2000.
glio strumenti della protesta sono individuati in tre azioni fondamentali: 1- blocchi delle stazioni ferroviarie; 2- presio al nuovo palazzo della regione; 3- occupazioni universitarie.
Il fine di queste azioni pratiche e simboliche è portare danni economici al governo (attraverso i blocchi) ed ampliare la status di sciopero a tutte le categorie, rendendolo generale.

H 15.30: Una volta usciti da Scienze Politiche capiamo che l’unico modo per poter violare il dispositivo poliziesco è quello di essere agili, sfuggenti e soprattutto uscire dal centro. In circa 300 ci muoviamo verso la metro: una preziosissima alleata durante tutta questa giornata. La composizione del gruppo è variabile, qualche studente delle superiori e molti universitari di tantissime facoltà diverse. Studenti del Politecnico, della Bicocca e della Statale. La cosa più piacevole è vedere una sacco di facce nuove, nessuno conosce tutti, ma strada facendo cominciamo a fidarci gli uni degli altri.
Un violinista in metro ci fa da sottofondo regalandoci un frammento poetico per tutto il resto della giornata, tutto sembra armonicamente al passo con il destino.
Prima tappa: metro san Babila. Respingiamo il goffo tentativo di un agente della Digos di infiltrarsi nel gruppo.
Seconda tappa: dopo un bel girovagare sotterraneo arriviamo a destinazione: la stazione di Rogoredo. Tutti i binari vengono bloccati per circa un'ora. Restiamo lì finche non arriva la Digos e i primi reparti, non un numero ingente di forze in realtà, ma decidiamo comunque di ributtarci sottoterra.
Terza tappa: piazzale Loreto. Qualcuno propone la tangenziale ma ci rendiamo conto che non abbiamo materiale adatto per un azione del genere. In Loreto il blocco avviene grazie all’arredo urbano (troppo poco) presente in loco. Cartelli divelti e cestini ribaltati. La madama arriva quasi subito. Lasciamo le improvvisate barricatine a fare il blocco al posto nostro.
Di nuovo nella metrò.

H 18.00: Quarta tappa: la stanchezza e la fame si cominciano a fare sentire. Qualcuno se ne va, ma rimaniamo un bel gruppo: almeno un centinaio. Si decide insieme di dirigerci alla facoltà di Lingue della Statale, in piazza S. Alessandro. Un ottimo posto per riorganizzarci, sfamarci e fare un bilancio della giornata. Gli studenti di Lingue presenti sono molto galvanizzati all’idea. Usciamo dalla metro in Missori ma appena attraversiamo la strada ci piombano addosso svariati reparti di carabinieri e celere, probabilmente un po' offesi per essere stati beffati per mezza giornata. Ci caricano subito, un po’ di gente si disperde ma riusciamo comunque a rimanere compatti, e fuggiamo in direzione Santa Sofia. Alla fine entriamo in 60-70. La polizia fa per entrare fino al cortile ma poi si rende conto di aver valicato un confine di zone franca e torna indietro. La decisione è presa: la palazzina di Lettere è occupata. Uno striscione recita: “lo spettacolo è finito, la lotta non si ferma”. Dopo un po’ la polizia abbandona la strada.

H 19.15: I lavoratori dell’università ci sostengono portandoci cibo e solidarietà. Dentro un 'aula un ragazzo inizia a leggere “6 pollici” di Bukowski. L’atmosfera e poetica, fino a quando la notizia che la riforma è passata arriva sconquassando i morali…non importa, la rivolta non si ferma.

H 0.00: L’atmosfera che si respira è meravigliosa: anche se è passata la riforma c’è un clima di festa, uno spazio di didattica è diventato un “spazio di vita”. Le persone ridono, scherzano, chiacchierano e discutono il da farsi per domani e i giorni a venire.

1.12.2010:
H 9.30: la notte è passata insonne, dopo un picchetto in Mercalli ci raduniamo con uno sparuto numero di persone in aula “z”.
I proposito sono:
-fare un resoconto della giornata.
-definire bisogni e obbiettivi.
-far durare la mobilitazione nel tempo.
-condividere le azioni di piazza
-rompere l’isolamento.
-migliorare la partecipazione in università.

H 16.20: vengono a farci visita i giornalisti di Rai 3. Dopo uno scontro d’opinioni, che manifesta tutta la disgregazione all’interno del movimento si decide di non rilasciare interviste. Vogliamo evitare di venire strumentalizzati dai media.

2.12.2010:
L’occupazione in Mercalli si è accordata con i lavoratori della mensa per concordare un prezzo per mangiare.
I lavoratori sono dalla nostra e si battono con i dirigenti per attuare l’”autoriduzione”.

Propositi per mandare avanti l’occupazione:
-allestire un aula studio auto-organizzata
-creare un gruppo comunicazioni
-dare feste ed aperitivi per aumentare il flusso di gente all’interno dell’occupazione.

H 16.20: ci giunge voce che il Senato Accademico sta decidendo il da farsi sull’occupazione.

H 16.30: Ci avviamo in una cinquantina verso il Senato Accademico. Dopo aver inneggiato cori del tipo: “ quelli come voi non pagano mai” la Digos fa la sua comparsa in Università. Evidentemente al Senato Accademico non va giù che gli studenti/occupanti dicano la loro al riguardo. Non rimane che andarcene.

4.12.2010:
All’occupazione viene allestita un serata con dj set, musica, film e alcol. La gente accorre numerosa. Sarà complicato tener a bada un cosi grande numero di persone. Qualcuno teme il peggio quando, a notte inoltrata verso le 3.00, un antifurto inizia a suonare: prevediamo l’arrivo della polizia a breve.
Riusciamo a rimanere nell’edifico e ad occuparlo fino alle 6.30 del mattino, dopo di che la Digos fa il suo ingresso e inizia ad identificare gli occupanti rimasti, circa una ventina.

H 7.00: Lo sgombero è avvenuto, e nel modo più ridico che potessi immaginare. Inutile stare a descrivere nei dettagli le circostanze. Siamo stati lasciati “in pasto alla Digos”; qualcuno potrebbe rispondere che “si sa i rischi quali sono durante un occupazione”. Certo che si sanno ma della denuncia poco deve importare; quello che deve importare è che le persone a cui erano stati affidati gli ideali e le speranze di tutti permettano di vederli realizzati o perlomeno di dare una parvenza di lotta, di resistenza quando essi vengono intaccati. Ma come spesso capita, siamo stati delusi. I vostri, i nostri ideali non sono alla nostra portata, ma non perché ci manca la forza di raggiungerli o perché siamo soverchiati da forze che non sono alla nostra altezza, ma semplicemente perché ci manca la morale per adempiere ad essi, ci manca la morale per sacrificarci per essi.
In Mercalli già da qualche giorno si era perso di vista il vero scopo di quel luogo.
Davide I.

4 dicembre 2010

La cultura in gara

Le città europee si sfidano all’ultima mostra per aggiudicarsi il titolo di Capitale Europea della Cultura.

Pécs in Ungheria, Essen in Germania, e Istanbul in Turchia sono le tre città che nel 2010 si sono aggiudicate il privilegio di poter diventare Capitali Europee della Cultura.
Ogni anno alcune città d'Europa vengono investite di questo titolo, che si accompagna a un finanziamento destinato ai progetti culturali proposti. Occasione per valorizzare la ricchezza, le differenze e le caratteristiche unificanti delle diverse culture europee, strumento-ponte per accorciare le distanze fra le storie, le tradizioni e le innovazioni dei Paesi comunitari. L’iniziativa, sviluppatasi entro il quadro internazionale di promozione e circolazione della cultura, è stata approvata nel giugno del 1985 dal Consiglio dell’Unione Europea, su iniziativa dell'allora ministro greco della cultura Melina Mercouri.
Il progetto doveva fermarsi nel 2004, ma dato il suo grande successo, è stato prolungato fino al 2019. Proprio l'ultimo anno l'incarico spetta all'Italia e alla Bulgaria. Il nostro Paese può vantare ben tre precedenti: Firenze nel 1986, Bologna nel 2000 (anno in cui furono ben 9 le capitali europee) e Genova nel 2004.
Quale città sarà quindi la capitale Europea del 2019? Si è aperta una vera e propria competizione per ottenere questo titolo.
Fra le concorrenti più agguerrite c'è Ravenna, la sua candidatura è stata presentata a Bruxelles l'11 novembre dal presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani, dall’eurodeputato Salvatore Caronna, dal sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci e dall'assessore alla Cultura della città romagnola, Alberto Cassani. Ottenere questo titolo è "Un progetto ambizioso cui Ravenna può legittimamente aspirare per le grandi qualità di un patrimonio storico-artistico che è una risorsa dell’intero Paese, ma anche una preziosa opportunità per costruire una nuova esperienza culturale da cui tutti i cittadini dell’Emilia-Romagna potranno trarre beneficio. Un passo importante per un sistema della cultura che a Ravenna si connette con lo sviluppo, il turismo, la qualità della vita” ha commentato Vasco Errani. L'obbiettivo è inoltre quello di promuovere lo sviluppo dell'intero territorio con una futura crescita sociale ed economica che coinvolga anche tutte le principali città della Romagna, a partire da Rimini, Forlì e Cesena.

Altra concorrente forte è Venezia, che si è candidata il con il progetto "Venezia con il Nord-Est", in cui si propone tra l'altro di sviluppare la metropolitana della cultura: una rete di quattordici linee che connetteranno le principali città del Veneto, del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia. Le diverse linee saranno suddivise a seconda degli interessi, ad esempio la linea viola sarà per le arti visive, quella verde per il teatro e la danza, quella rosa per il cinema ecc.. La metropolitana collegherà la basilica di San Marco a Venezia, le ville di Andrea Palladio a Vicenza, i reperti romani di Verona, la Cappella degli Scrovegni a Padova e l’architettura mitteleuropea di Trieste. Senza dimenticare i bellissimi paesaggi delle Dolomiti, dichiarate “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” dall’Unesco. Mappa metropolitana alla mano, le persone potranno quindi decidere il proprio percorso culturale personalizzato cambiando linea nelle stazioni di coincidenza. L'unico interrogativo è se questo ambizioso progetto sia realizzabile entro il 2019.
Anche L'Aquila si è messa in gioco. Il gruppo su facebook che sostiene la sua candidatura può già vantare più di 11.000 iscritti, che continuano a crescere. L’impegno di numerose istituzioni internazionali e Paesi stranieri - Germania, Spagna, Francia, Stati Uniti - nella ricostruzione, fanno dell’Aquila un prototipo di collaborazione, affermando la dimensione più che europea della città. Le risorse già stanziate, come sottolineato dal Presidente della Regione Gianni Chiodi, si trasformerebbero da un mero “contributo alla ricostruzione”, in un effettivo investimento di sviluppo, grazie all’effetto promozionale che un Grande Evento di questo tipo potrebbe generare.
Ma ci sono ancora molte altre città italiane che vogliono candidarsi al riconoscimento europeo: Palermo, Bari, Brindisi, Catanzaro, Torino, Matera, Siena, Perugia e Assisi sono fra le papabili.
Chi vincerà questa gara? È ancora presto per dirlo, il bando nazionale sarà pubblicato alla fine del 2012 e la città vincitrice sarà designata presumibilmente solo nel 2014. Nell’attesa potete partecipare anche voi alla selezione votando sul sito www.candidatecities.com la città che preferireste vedere Capitale Europea fra quelle dei Paesi cui è già stata assegnata la candidatura.

Elena Sangalli