9 marzo 2009

W. RECENSIONE



Lo scorso 21 novembre W. ha aperto il Torino Film Festival, tiepidamente. Il 17 ottobre era uscito negli Stati Uniti con incassi non (con)vincenti, rivelandosi un mezzo flop. All’inizio di ottobre Alemanno e l’organizzazione del Festival del Film di Roma affermavano che gli stessi produttori non avevano voluto che il film fosse presentato alla manifestazione, preferendo invece il quasi contemporaneo Festival di Londra. Pare anche che Berluscuni stesso sia stato irritato dal film, probabilmente a priori. Medusa e Rai inoltre non devono averci visto un investimento proficuo e nessuna delle due ha deciso di distribuirlo.
E’ invece notizia del 28 novembre che i diritti per l’Italia sono stati infine acquisiti dalla semisconosciuta Dell’Angelo, compagnia specializzata perlopiù nell’edizione dvd di film non recenti. Anche senza chiedersi dove abbia trovato il capitale necessario, la prima cosa che viene da pensare è che relegare il film in qualche (irraggiungibile?) landa della distribuzione sia stata la mossa più comoda per quietare le polemiche, anche se La7 ne ha impavidamente acquistato i diritti e ha recentemente mandato in onda il film in prima serata.
Controversie artistiche, economiche o politiche che siano, all’ultimo lavoro di Oliver Stone è stata data poca visibilità e considerazione. Questo perché qualsiasi giudizio si possegga sulla figura di George Walker Bush, stolto tiranno o paladino della libertà, è difficile trascenderla per farsi abbracciare da un film che vuole essere il ritratto di un uomo, di una persona, spiazzando e beffando entrambe le fazioni. In più l’impossibile tempismo: troppo presto per un’adeguato profilo biografico, troppo tardi per una denuncia politica (già portata al successo quattro anni fa da Fahrenheit 9/11). W. rimarrà anacronistico ancora a lungo, distante da entrambi questi generi cinematografici.
Già due volte, con JFK e Nixon, Stone ha affrescato i chiari e gli scuri del rapporto (sempre gerarchico in favore del secondo) tra presidente USA e governo, e quasi ogni suo film è stato un ritratto sovversivo ed energico di turbamenti, determinazioni e sfortune di "grandi" uomini, Alexander in primis. Adattandosi al soggetto, ecco il risultato: W. è la storia lineare di un uomo medio, prima sbandato figlio dell’aristocrazia petrolifera e poi politico non per scelta, catapultato in un mondo e in un pensare ingestibili e più grandi di lui. I suoi sogni candidi da texano d.o.c., tra sbronze, baseball e carne arrostita male si addicono al ruolo che si ritrova a ricoprire e ne fanno un impacciato e imbarazzante individuo alla presidenza degli Stati Uniti.


Definibile come l’antiDivo, W. è, al contrario del film di Sorrentino (sfavillante e ingordo di aforismi e simboli), un’apologia dell’errore e della semplicità, mite e senza giudizi, in cui il Potere non è continuamente intrecciato ai demoni interiori, ma anzi è quasi del tutto tralasciato a favore di qualcosa di più sottile ma immanente: l’incapacità e la paura riguardo al giudicare, l’affrontare, il decidere.
Il sogno mai svanito di diventare allenatore di baseball, rappresentato dal vedersi continuamente al centro di uno stadio vuoto, l’essere raggirato dal proprio stesso entourage senza però mai accorgersene e poi la corrucciata delusione di non aver trovato l’atomica di Saddam, tutto indica una fisiologica propensione al fallimento. E’ la storia dell’ inadeguata, dolce mediocrità di un uomo che ha ancora prospettive da bambino e che non è mai giunto alla fine dell’adolescenza, ancora oggi sotto il gravame di un padre agli occhi del quale voler brillare, un patriarca morbosamente rinnegato ed osannato insieme, anche mentre gli rinfaccia la sua inettitudine. Questa è la chiave: un genitore ammirato ed elegantemente riuscito nella vita, nuovo Gordon Gekko preso come dio e come eterno orizzonte, che diventa eterna inconcludenza, soprattutto quando l’omonimia (nella notorietà) è completa, ad eccezione di quella "W" che è appunto il titolo del film.
Similare a The weather man con Nicholas Cage e Toro scatenato incravattato, questa è la vicenda di un uomo che deve accettare i propri limiti. L’interpretazione di Josh Brolin, oltreché accademicamente perfetta, è in perfetto equilibrio tra il fanciullesco e il rustico, con uno sguardo prima da cane impaurito, poi da fiero (di non si sa bene cosa) cowboy. Lontano dalla ritmica senza freni della maggior parte dei suoi capolavori precedenti, Oliver Stone inquadra e mette in scena, come un mondo dai codici netti e istituzionalizzati, scevri di ironia, stanze del potere e vita del "classico americano", esattamente come notiziari, cinema e televisione ce li hanno fatti conoscere, senza sbavature o frangenti scandalosi. Il protagonista stona visibilmente (o meglio: è l’unico ad avere una musica), attorniato da attori comprimari scelti in base a un’estremo mimetismo con i loro corrispettivi reali e calati in un interpretare atono, spoglio e conciso, una sorta di manichini tra i quali Bush non può che risultare buffamente umano, ridicolamente vivo. E solo. Questo pensiero sull’ex presidente degli Stati Uniti è ovviamente distante da gran parte della realtà e dalle conseguenze che questa inettitudine ha provocato, ma poco deve importare. Simpatia, pena, tenerezza, commozione e, volendo, riflessione sono sufficienti: ecco un nuovo antieroe. E che George W. Bush, quello vero, sia anche lui un uomo è forse il messaggio che alcuni hanno voluto censurare.
«Qualcosa ho sbagliato… Ma non so bene che cosa» è una frase che vale per tutti.


Alessandro Tavola

CURARE PER NON PREVENIRE


In Italia, si sa, il corso che seguono le leggi difficilmente è quello regolare, così accade che una sentenza passata in giudicato venga bloccata appena prima dell’attuazione, senza presupposti giuridici che lo consentano. E’ quello che è capitato con l’ormai celeberrimo e discusso caso Eluana Englaro, quando ad ottobre la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione e alimentazione forzata.
La maggioranza al governo, come al solito compatta, soprattutto in odierni tempi di lotta contro l’infida magistratura, sputa veleno contro la sentenza, facendo appello a una conclamata e roboante difesa della vita che si estende al limbo del coma vegetativo permanente, e che finisce per mettere in ombra questioni meno di impatto mediatico ma assolutamente drammatiche. Il rapporto Airtum 2008 rivela che nel nostro Paese le neoplasie infantili crescono del due percento l’anno, con un andamento doppio rispetto a quello europeo e addirittura cinque volte maggiore rispetto agli indici americani. L’inquietante tendenza viene subito spiegata come il risultato dei nostri avanguardistici metodi nel campo della diagnosi precoce. Come dire: non è colpa dell’Italia che forse ha problemi di inquinamento, pesticidi o alimenti malsani, semplicemente siamo i più bravi di tutti a fare le diagnosi. A questo proposito il governo decide di puntare sui nostri fattori di forza: sceglie cioè di investire nell’accesso alla diagnosi precoce, tagliando invece gli investimenti nella prevenzione. Curare insomma è meglio di prevenire. E’ questo che significa essere "paladini della Vita".

Laura Carli

5 marzo 2009

YOUTH AMNESTY INTERNATIONAL PARTY



Vulcano vorrebbe segnalare a tutti i suoi lettori un evento:

venerdì 7 marzo, ore 22:00, allo SPAZIO AURORA di Rozzano, il gruppo 037 di Amnesty International organizza una festa, con performance teatrale della Compagnia Puntozero, proiezione della mostra fotografica "Sabati di Libertà" di Giuseppe Alibrandi, e dj set.


Contatti:





26 febbraio 2009

21 febbraio 2009

EDITORIALE FEBBRAIO 2009

Ci siamo fatti mettere sotto da Berlusconi sulla giustizia. Proprio come diceva Nanni Moretti in Aprile. Pensavamo di possedere il primato della buona politica, di vincere facile nelle amministrative perché "si sa, la sinistra sa occuparsi meglio del potere locale". E invece ci ritroviamo con un sindaco incatenato al cavallo della Rai, un governatore incollato alla puzzolente poltrona campana e un assessore finanziato da Ligresti. Berlusconi parla di questione morale nel Pd e noi porgiamo l’altra guancia, oppure sdegnosi diciamo: "non accettiamo lezioni da lui". D’altronde bisogna distinguere i piani politico, etico, giudiziario. Qual è il più importante? La sinistra democratica italiana solleva la sua questione come se avesse perso la verginità giudiziaria, ma salvato quella politica ed etica. Ma non è così. Se da un lato le mele marce a sinistra ci sono sempre state, e non si può generalizzare, dall’altro la risposta politica del Pd si è dimostrata degna del livello del dibattito italiano, riproponendo argomentazioni precise e ficcanti, come "specchio riflesso" o "chi lo dice sa di esserlo". Il risultato sul piano etico è altrettanto degradante: il Pd ha saputo convogliare in sé le peggiori attitudini della destra di questo Paese e il peggior perbenismo snobistico del postcomunismo. Ricordiamocelo che così siamo ridotti. Finora.
Fabrizio Aurilia

4 febbraio 2009

CAMBIARE LO STATUTO? YES, WE CAN!


Cambiare una regola, votare per abrogare una norma è prassi comune e accettata. I dubbi sorgono quando tali cambiamenti avvengono appena prima di un'elezione e sembrano tesi non tanto a modificare una norma ormai desueta, ma a creare un'eccezione ad personam.
Questo 20 gennaio, alla prima seduta del Senato Accademico dopo le vacanze natalizie, è stata votata una modifica allo Statuto dell'università che permette «qualora il Rettore ricopra un incarico nazionale o internazionale per cui sia necessaria la carica di Rettore e in cui si ravvisi un superiore interesse dell'Università, di approvare a maggioranza di due terzi il rinvio delle elezioni fino alla scadenza dell'incarico, e comunque per non più di due anni».
Il tutto ha origine dall'incarico di presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane), che il nostro rettore ricopre dal giugno scorso. L'incarico è triennale, quindi scadrebbe nel 2011, mentre il suo mandato di rettore della Statale di Milano scade nel 2009 e, essendo già il secondo, non è rinnovabile. Naturalmente, per essere presidente della CRUI occorre reggere un'università, da qui la lettera presentata dai rettori delle università lombarde per modificare lo statuto.
Nella lettera i rettori giustificano la propria proposta innanzitutto con la constatazione del buon operato di Decleva come presidente della CRUI, anche in virtù del dialogo instaurato con governo e parlamento. In secondo luogo, sembra particolarmente gradito ai rettori lombardi la presenza di un collega della stessa regione alla guida della Conferenza italiana.
Tali motivazioni devono essere risultate particolarmente convincenti per i membri del Senato Accademico, che hanno approvato la modifica dello Statuto alla quasi unanimità, con la sola eccezione di un rappresentante dei ricercatori.
Il fatto suscita alcune perplessità, sia per la procedura di approvazione della modifica, attuata secondo protocollo ma con scarso preavviso e con ben poco coinvolgimento dei soggetti della comunità universitaria, sia a livello di principio, per il carattere di scarsa generalità della proroga, il cui limite temporale appare costruito appositamente sulle esigenze del nostro rettore. Resta poi da considerare come il caso milanese non si identifichi come isolato, ma che in altre città italiane come Brescia, Firenze e Trento si siano verificati casi analoghi di riforma del proprio Statuto per concedere proroghe ai mandati dei rispettivi rettori, un esercizio che favorisce l'arroccamento dei soggetti istituzionali, inficiando la pratica democratica del rinnovo delle cariche e basandosi sulla presunta indispensabilità di un singolo soggetto.

31 gennaio 2009

29 gennaio 2009

L'OPERA DI LEE FRA PREGI E POLEMICHE


Miracolo a Sant'Anna (2008)
New York, anni ’80: un anziano afroamericano guarda poco convinto alla televisione uno stralcio de Il giorno più lungo con John Wayne. Il giorno dopo è al lavoro, come tranquillo impiegato delle poste. Pare riconoscere un anziano cliente a cui improvvisamente, e apparentemente senza motivo, spara a bruciapelo con una luger tedesca della seconda guerra mondiale. Durante le indagini, la polizia scopre che Negron, questo il nome dell’assassino, è un decorato di guerra facente parte del battaglione, composto interamente da persone di colore, Buffalo Soldier, e che conserva a casa sua una testa di marmo italiana dal valore inestimabile ritenuta perduta durante la guerra. Qual è la storia di questo misterioso uomo? Per saperlo bisogna tornare indietro nel tempo, ad una battaglia combattuta sul fiume Secchia, vicino Firenze, nel lontano 1944.
Questo, in sintesi, l’inizio dell’ultimo lavoro di Spike Lee "Miracolo a Sant’Anna" che, partendo da fatti di cronaca bellica reali ma poco conosciuti (in questo caso la strage compiuta dai nazisti a Sant’Anna di Stazzema) vi ricama intorno un racconto di pura finzione. Che si tratti di fiction lo evidenzia un disclaimer, posto all’inizio del film dopo le vivaci proteste da parte dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Polemica, nel parere di chi scrive, montata inutilmente, dato che la parte del partigiano traditore, completamente funzionale alla trama, non costituisce una denigrazione della categoria: a volte sarebbe più utile ribattere ai veri revisionisti di casa nostra, invece che polemizzare con registi d’oltre oceano che poco o niente conoscono dei tormentoni storici del belpaese.
In ogni caso, forse spinta dall’ondata di spregio che si è abbattuta sulla pellicola, molta critica ha silurato clamorosamente il film. Certamente non ci troviamo di fronte ad un opera perfetta: fra i difetti imputabili, i più grossolani sono senza dubbio una smodata tipizzazione dei personaggi e forse un eccessivo accavallarsi di argomenti non tutti completamente snocciolati. Ma numerose sono anche le qualità. Innanzitutto, l’intuizione di fare un film trilingue, scelta coraggiosa e controcorrente rispetto al sistema degli studios che appiattisce tutto sull’inglese (la produzione è per gran parte italiana). Inoltre, è utile sottolineare la bellezza di certe sequenze, come quella della battaglia iniziale. La sensazione è che se non si fosse trattato di un film di un autore affermato come Lee, la critica sarebbe stata più generosa.
Insomma, un film non encomiabile, ma senza dubbio sincero e coraggioso e che non annoia pur nella lunga durata (due ore e mezzo). Considerati i tempi, non è poco.
Da vedere, se possibile, in lingua originale, dato che il doppiaggio italiano ha eliminato le differenze linguistiche.


Voto ***


Davide Bonacina



Legenda
* brutto **così così ***interessante ****molto bello *****capolavoro

L'INQUINAMENTO DA TREGUA AL LAMBRO




a cura di Dario Augello




Dopo anni di costante monitoraggio delle acque del Lambro, per la prima volta nel 2007 si è registrato un significativo calo dell’inquinamento. In nessuna delle stazioni si raggiunge più il livello 5, il più grave, per cui fino a qualche anno fa il Lambro era considerato un fiume morto, per l’assenza di "ampie porzioni delle comunità biologiche normalmente associate al fiume in condizioni inalterate".
É quanto emerge dagli ultimi dati forniti da ARPA Lombardia, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che monitora l’inquinamento delle acque lombarde servendosi di parametri chimici e biologici. I risultati più critici (livello 4, scadente) si registrano nelle stazioni più urbanizzate, in primo luogo la provincia di Milano, dove però il funzionamento dei depuratori in città e i controlli sugli scarichi effettuati dalle autorità producono i primi benefici.
E anche alla foce la situazione è migliorata: per la prima volta l’ IBE (Indice Biotico Esteso, che misura la qualità biologica dell’acqua) raggiunge il livello 3, sufficiente, nell’ultima stazione a Orio Litta. Ma ancora oggi qui il corso del fiume è un serpentone molto scuro che si infila nelle acque più chiare e scorrevoli del Po, tanto che è visibile una riga nera di demarcazione, quasi che il Po tentasse di arginare il torbido proveniente dal Lambro. Alcuni pescatori raccontano di pesci macchiati, oppure ricoperti di funghi. Il letto del fiume è intriso di plastiche sfilacciate.
Dal 2005 intanto, quando sono entrati in funzione i depuratori di Milano (Nosedo, San Rocco e Peschiera Borromeo), tutte le acque della città vengono finalmente scaricate in fiume regolarmente, dopo che per trenta anni (nel 1976 la legge Merli stabilì che ogni città dovesse dotarsi di depuratore) nessun progetto elaborato dalle varie Giunte milanesi è stato mai realizzato, mentre i nostri scarichi casalinghi inquinavano le acque del Lambro fino a compromettere oggi l’integrità del fondo.

Arriva il censimento.
Entro pochi anni sarà realizzato, anche per il Lambro, il censimento di tutti gli scarichi in fiume. Lo conferma Mario Clerici, dirigente della Regione Lombardia e promotore del Contratto di Fiume Lambro, "uno strumento che permetterà ai Comuni che aderiranno di superare la frammentazione delle politiche ambientali attraverso la nozione di bacino del fiume, che comprende tutti i territori litorali". Il censimento favorirà il perseguimento dei comportamenti illeciti. Per legge infatti le Province rilasciano l’autorizzazione a scaricare in fiume solo entro certi limiti quantitativi, che sono più incisivi per le sostanze pericolose. Ma spesso i controlli sono molto difficili, ammette il Commissario di polizia provinciale Gennaro Caravella, che opera nel territorio di Monza: "in un caso, dopo un controllo risultato negativo, ci siamo resi conto solo successivamente che in realtà l’industria aveva differenziato gli scarichi, per cui sotto un condotto sano, a qualche metro di profondità, era installato un altro condotto che raccoglieva le sostanze più inquinanti oltre i limiti consentiti". Evidentemente costa di meno nascondere un condotto abusivo che smaltire lecitamente le sostanze inquinanti in eccesso. Mentre "in altri casi è bastato diluire gli scarichi. In questo modo i limiti venivano rispettati". Spesso la presenza di scarichi anomali è rivelata anche da indizi posteriori, come accade d’estate, quando le morie di pesci sono più frequenti: "capita d’estate che, quando il letto del fiume è quasi secco e arriva una piena improvvisa, si verificano vaste morie di pesci. Dalle analisi successive emerge allora che si tratta di ipossia dovuta all’eccessiva presenza di saponi e detergenti industriali".
Il Contratto di Fiume dovrà servire anche a prevenire i disastri naturali. Per limitare i danni provocati dalle piene "occorre coordinare gli interventi oltre i confini comunali perchè spesso un’ esondazione a valle può essere contrastata costruendo un’opera idraulica a monte. E bisognerà incidere sulle politiche di sviluppo perchè non si può riversare acqua nei fiumi dagli scarichi e intanto restringere gli argini". A distanza di sei anni dall’alluvione di Monza che causò l’esondazione del Lambro in città, i ricordi dei cumuli di fango e di rifiuti solidi riversati per le strade convinceranno i Comuni del Lambro ad aderire?





Cascina Gazzera: bonifica possibile?
Una superficie interessata di 50000 mq, 170000 tonnellate di rifiuti e altrettanti di terreni contaminati. Per Studio Tedesi, che sta curando la bonifica del sito,"il costo delle operazioni è stato valutato in 150 milioni di euro. Una cifra che rende la bonifica di Cerro la più importante in assoluto in tutto il panorama nazionale".
Quando nel lontano 1962 iniziò lo smaltimento illecito di melme acide, lo scenario del Lambro, in quel tratto di Cerro al Lambro, a sud di Milano, era diverso: le melme depositate sulla sponda destra nel tempo hanno deviato il corso del fiume, creando un’ansa maggiore a sinistra di circa 50 metri.




Ma ancora dieci anni fa i Comuni dell’area temporeggiavano invece di avviare i lavori, chiedendo in cambio di poter scavare una cava per recuperare i costi della bonifica. Poi i danni derivanti dallo sversamento illecito si sono rivelati molto più gravi, sono state rinvenute sostanze tossiche e i costi sono saliti alle stelle. Quando nel 1999 la Regione stanziò finalmente i fondi, Cerro era già censito fra i siti contaminati d’interesse nazionale (SIN). Ecco le previsioni riferite da Studio Telesi, oggi che i lavori sono fermi: "Ad oggi sono in corso gli interventi di messa in sicurezza, cioè la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti (melme acide e croste bituminose). I tempi per la conclusione sono previsti in circa 2 anni; quelli per la bonifica dei terreni non sono ipotizzabili a causa dell’enorme mole di terreni inquinati".
Dal lato opposto del fiume, nel territorio di San Zenone, sono visibili i cantieri che si spingono fin dentro le acque attraverso scavi artificiali. Gli abitanti della comunità che sorge proprio di fronte a Cascina Gazzera confermano che fino a qualche mese il traffico di ruspe era intenso e frequente, mentre ora sembra tutto fermo.


Dario Augello




INQUINAMENTO: COME SI MISURA?


La Carta Europea dell’Acqua, stilata nel 1968 dal Consiglio d’Europa, riporta al primo punto: "Non c’è vita senz’acqua. La disponibilità di acqua dolce non è inesauribile. E’ indispensabile preservarla, controllarla e, se possibile, accrescerla". La tutela delle risorse idriche e la prevenzione dell’inquinamento delle acque costituisce uno dei principi cardine su cui si fonda la politica ambientale dell’Unione Europea. L’attività di monitoraggio delle acque compete alle Regioni che operano mediante le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA).


In questo quadro, esistono norme precise per valutare la qualità dei fiumi e dei loro ecosistemi. Dopo aver prelevato un campione di acqua, si eseguono le analisi chimiche e biologiche che rivelano la presenza di sostanze inquinanti di origine industriale o urbana. I principali metodi si basano sull’analisi di specifici organismi nel corpo idrico. Infatti fra molti enti unicellulari esistono specie più sensibili che non sopportano l’inquinamento di origine organica (scarichi fognari, liquami zootecnici e fertilizzanti). Per questo motivo la loro presenza è sintomo della buona qualità delle acque. Molto utilizzato per studiare gli ecosistemi idrici sotto un il profilo biologico è l’Indice Biotico, che si basa sull’analisi dei macroinvertebrati, gli organismi di taglia millimetrica e visibili ad occhio nudo che vivono sul fondo dei fiumi.


Complessivamente, ogni corso d’acqua deve essere caratterizzato da tre sistemi di analisi. Il primo è il L.I.M., livello di inquinamento dei macrodescrittori, che valuta e classifica il livello di inquinamento chimico. Il secondo è l’I.B.E., l’Indice Biotico Esteso, che misura la qualità biologica dei corsi d’acqua, ed infine il S.E.C.A. cioè lo Stato Ecologico dei Corsi d’Acqua. Quest’ultimo, calcolato con l’integrazione degli indici IBE e LIM, classifica lo stato dei corsi d’acqua in cinque livelli di qualità: elevato, buono, sufficiente, scadente, pessimo.
Il Lambro si posiziona nel 2007 al quarto livello. Scadente.




Denis Trivellato










PARCO LAMBRO: STORIA E MEMORIA DA RIPULIRE

Ratti, sporco e cattivi odori: sono termini che ricorrono descrivendo il polmone verde della zona 3 a est di Milano. Quando si parla del Parco Lambro i commenti non sono mai dei più positivi. Il fiume viene ormai esplicitamente definito una "fogna a cielo aperto" e la colpa non è solo dei rifiuti scaricati nelle acque o degli insufficienti interventi dell’AMSA, ma anche dell’inciviltà di chi lo frequenta: durante i fine settimana si assiste all’occupazione di chi allestisce grigliate e bivacca lasciando una gran quantità di rifiuti. A partire dagli anni ’60 il Lambro ha subito una trasformazione continua. Le persone che vivono in questo quartiere, da Città Studi a Cimiano, da più di quarant’anni, ricordano bene le metamorfosi. Vulcano ha raccolto alcune testimonianze.

"Era un parco bello, vivibile, dove le famiglie portavano i figli a giocare e a fare picnic – ricorda Anna, pensionata di 68 anni – Il fiume non era ancora inquinato e molta gente pescava. Era un ottimo posto dove rilassarsi e trascorrere il fine settimana. C’erano anche due piccoli laghi artificiali alimentati dall’acqua del fiume." Ora, dei laghi artificiali, non c’è traccia: dagli anni ‘70 il fiume iniziò a presentare i primi segni dell’inquinamento dovuto al boom industriale del periodo precedente. "Già si poteva vedere la schiuma bianca che tuttora caratterizza il Lambro, e l’acqua stagnante che pareva immobile – spiega Giancarlo – Vennero anche installate delle piccole cascate per cercare di ridare corrente e dinamismo al fiume, ma servirono a poco. Con la prima moria dei pesci i laghetti vennero prosciugati così come i piccoli canali che attraversano tutto il parco: portavano fetore ovunque ed erano dannosi sia per la vegetazione che per l’uomo." In assenza di leggi adeguate che garantissero la salvaguardia dell’ambiente, gli scarichi industriali e urbani proliferarono.

A cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80 il parco fu progressivamente abbandonato, non solo per l’inquinamento dilagante, ma soprattutto per paura di aggressioni e furti: "C’erano sia forze di polizia che volontari, ma sembrava tutto inutile. La gente non si sentiva sicura e non voleva correre inutili rischi andando in un luogo chiaramente pericoloso. Così, il parco venne sempre più trascurato. Dal 1984 qualcosa cambiò: con l’arrivo di Don Mazzi e la sua comunità si iniziò ad offrire assistenza ai giovani tossicodipendenti che frequentavano la zona. Anche il Comune di Milano si mobilitò, mosso probabilmente da una maggiore consapevolezza del degrado che aveva raggiunto vette insostenibili. In pochi anni si ristabilirono decoro e pulizia e vennero inserite numerose strutture che resero di nuovo il parco apprezzabile: rampe per gli skater all’entrata, circolo di scacchi, "percorso della salute" per i più sportivi, campi da calcio, parco giochi, ecc.".
Ma in questo contesto il fiume non è cambiato. Avvicinandoci alle sponde ritroviamo l’inconfondibile odore di fogna, topi e sporcizia. Il Lambro resta uno dei fiumi più inquinati d’Italia. I cittadini del quartiere non ricordano, in decenni di trasformazioni "urbanistiche", un reale intervento per migliorare lo status del fiume. Gli argini e il letto sono colmi di sostanze inquinanti, depositatesi negli anni, che non permettono il naturale sviluppo biologico. Tuttavia, il Parco Lambro non è incurabile. Impegno e senso civico sono punti di partenza essenziali per il rilancio. Un recupero necessario, per restituire un pezzo di storia milanese alla memoria dei suoi cittadini.

Luisa Morra





18 dicembre 2008

NON CHIAMIAMOLA RIFORMA


Legge 133/2008. Questo il movente ufficiale delle ultime e pressanti mobilitazioni e prese di posizione che hanno visto protagonista il mondo accademico nostrano. Non si tratta propriamente di una riforma universitaria, ma della legge approvata nell’agosto 2008 relativa ai programmi per il triennio 2009-2011 in materia finanziaria, entro cui si inseriscono provvedimenti che toccano direttamente la natura delle istituzioni universitarie e del corpo docente. L’iter legislativo della 133 ha visto l’approvazione del preliminare Decreto Legge 112/2008, che ne anticipava sostanzialmente i contenuti. Su proposta del Ministro del Tesoro Tremonti, il Consiglio dei Ministri ratifica quindi il 25 giugno il decreto, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria.

Vediamo nello specifico di cosa si tratta.
ART 16: Facoltà di trasformazione delle università in fondazioni.
Cit:"le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione è adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta. [...] Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell’Università [...]. Le f.u. sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. […] Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle f.u. sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime". E ancora: "i trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle f.u. sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. [...] Le f.u. hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile. La gestione economico-finanziaria delle f.u. assicura l’equilibrio di bilancio".
Non è chiaro, però, fino a che punto questa autonomia vada a incidere sulla qualità e l’indirizzamento della ricerca e le ripercussioni che questa scelta possa avere sia sulla governance che sul sistema di finanziamento degli atenei.

ART 66: Turn over
Cit:"le amministrazioni provvedano, entro il 31 dicembre 2008 a rideterminare la programmazione triennale del fabbisogno di personale in relazione alle misure di razionalizzazione, di riduzione delle dotazioni organiche e di contenimento delle assunzioni".
Per il triennio 2010-2012 gli enti di ricerca possono procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato che non può in ogni caso eccedere le unità cessate nell’anno precedente, con una riduzione del turn over pari al 20% nei prossimi tre anni. Questo comporterà una notevole diminuzione del personale docente negli atenei, o quanto meno un’assenza di rinnovamento del corpo docente italiano - già gravato da una anzianità elevata – consentendo una sola nuova assunzione ogni 5 pensionamenti.


Solo recentemente, il Governo ha preso provvedimenti per alleggerire il peso del turn-over per alcuni casi specifici. Infine, elemento portante della legge 133 è, da qui al 2013, la riduzione dei fondi destinati ad università e ricerca per un taglio complessivo di 1441,5 milioni di euro.
Il provvedimento governativo è stato subito accolto da pareri contrastanti. Buona parte del mondo accademico ha dimostrato perplessità nei confronti dell’intervento. Di natura strettamente economico-finanziaria, la misura è stata espressamente apportata dal Governo allo scopo di risanare il deficit di bilancio determinato dall’abolizione dell’Ici anche per i ceti più abbienti. Giustificata, inoltre, con la volontà di riassestare l’inefficiente sistema universitario, si realizza nel concreto come una serie di tagli indiscriminati, in assenza di alcuna progettualità riformatrice.
Secondo la CRUI (Conferenza dei rettori italiani), conseguenza del nuovo panorama realizzato dal Governo sarebbe il peggioramento del livello di funzionalità delle Università e la crescente difficoltà nel reggere la concorrenza/ collaborazione in atto a livello internazionale. In una nota approvata all’unanimità, la Conferenza dei Rettori ha lanciato l’allarme sulla situazione drammatica in cui versano le università italiane, che ad oggi rischiano il rosso in bilancio. Nel documento, indirizzato al ministro Gelmini, i rettori hanno ricordato che i nostri atenei "sono strangolati e rischiano di non poter pagare neppure le retribuzioni del personale.[…] Non è più sopportabile l’azzeramento dei finanziamenti per l’edilizia universitaria che impedisce sia l’avvio di nuove realizzazioni, funzionali alla didattica e alla ricerca, sia la semplice manutenzione delle strutture esistenti".

Nel caso del nostro Ateneo, ad esempio, secondo quanto riferito dal Rettore e dal Direttore Amministrativo, a partire dal 2010 non si saprà come chiudere il bilancio. L’alternativa proposta dalla finanziaria stessa, la facoltà di trasformazione delle università in fondazioni di natura privata, non pare al momento fattibile, già solo per l’incapacità della struttura produttiva italiana di sostenerne i costi.
Alcuni docenti, tra i quali figurano illustri ordinari e rettori della Sapienza, delle Università di Torino, Napoli, Padova, Catania e Teramo, sono scesi in piazza lanciando un appello per contrastare i provvedimenti governativi che, sostengono, impoveriscono economicamente e culturalmente l’Università: "si tratta di misure che […] restringono lo spazio vitale dell’Università sancendone l’emarginazione irreversibile nella vita del Paese. Non viene soltanto auspicata la ritirata dello Stato dalle sue funzioni storiche nel garantire la formazione superiore e la riproduzione delle sue classi dirigenti [...] significa condannare tanto le Università pubbliche che private a un sicuro destino di irrilevanza."

Pare dunque lecito domandarsi: Ci sarà ancora spazio, nell’università della 133, per quel settore della ricerca che non produce risultati "economicamente rilevanti"? Come potrà essere garantito a tutti il diritto ad un’istruzione superiore e di qualità? E ancora: perché in un momento di recessione non investire proprio nell’Università come propulsore di uno sviluppo che permetta l’uscita dalla crisi?

Giuditta Grechi, Silvia Valenti, Laura Carli

12 dicembre 2008

STATALE OKKUPATA?


Il programma della mobilitazione previsto per la serata di oggi, 12 dicembre, è saltato. Nell’intenzione dei promotori, il corteo organizzato in concomitanza allo sciopero generale indetto da Cgil, al ritorno in Festa del Perdono sarebbe dovuto sfociare nell’occupazione dell’ ateneo, da realizzarsi con una serie di iniziative che spaziano da assemblee e rievocazioni della strage di Piazza Fontana (di cui oggi è l’ anniversario), a un concerto di band universitarie.
Il definitivo annullamento della serata prevista è stato l’epilogo di una giornata già iniziata questa mattina con la divisione degli studenti in due cortei: 40 dalla parte di Via Festa del Perdono, 70 dall'altra. Un corteo numericamente esiguo decide di frazionarsi ulteriormente. Durante il ritorno in Università si innesca uno scontro tra due delle fazioni più attive. Sembra che la controversia, inizialmente scoppiata come rissa tra singoli soggetti, abbia avuto origine dal tentativo di occupare l’Aula Magna. Mentre un'assemblea organizzata e autorizzata doveva svolgersi in un'aula, l'atrio è stato teatro di scontri e disordine, e nel frattempo la porta d’ingresso dell’Aula Magna veniva in parte scassinata. E' a questo punto che si consuma la frattura fra gli organizzatori delle iniziative: una parte abbandona subito la Statale, in segno di dissociazione, lasciando al loro destino tutte le iniziative in programma. Rimane solo una frangia a presidiare l'auletta precedentemente occupata, di fianco agli uffici al piano terra, incapace numericamente e strategicamente di portare a termine il programma di eventi previsto. Nelle ore successive si è parlato di sgombero, di sicuro al moment c'è solo la convocazione di un'assemblea prevista per lunedi prossimo alle 14 per discutere dei fatti accaduti. Forse si tratta di una sconfitta per la mobilitazione studentesca che, partita a Ottobre all'insegna di grande partecipazione, ha subito oggi l'incapacità da parte degli organizzatori, che pure hanno avuto tanto credito dalle istituzioni universitarie, di realizzare in Università un evento aperto alla città, e in particolare di gestire la presenza delle diverse fazioni in campo.

5 dicembre 2008

Rokia Traorè: la sirena del Mali



Delle sirene, quegli splendidi e pericolosi animali mitologici che la tradizione ha tramandato sino ai giorni nostri, la cantante e musicista maliana Rokia Traorè ha pressoché tutto. In primis, una bellezza fisica stordente, che par celare un segreto inafferrabile, nella sua completezza. Delle sirene, Rokia ha anche una voce divina che, -c’è da scommetterci- sarebbe capace di far naufragare anche i moderni marinai. Scherzi a parte, Rokia è davvero un’artista con una marcia in più, perché non si limita a proporre al pubblico occidentale la musica cara alla propria tradizione. A differenza di quanto faceva, ad esempio, Ali Farka Tourè, il più grande e rimpianto chitarrista blues africano (che peraltro ha anche il merito di aver scoperto la Traorè), Rokia non mostra interesse verso operazioni di recupero, propriamente filologiche. Alla nostra non è sufficiente mettere insieme un paio di tamburi tindè e accordare la propria voce agli strumenti a corda tipici del Mali. La nostra sirena fa molto di più. La nostra sirena inventa linguaggi, incrocia generi, fa sintesi. Per dirla meglio: Rokia ha vissuto e continua a vivere il fenomeno della globalizzazione (non solo in ambito musicale), in maniera tutt’altro che passiva.

Per lei, ascoltare Machine Gun di Hendrix o Jammin’ di Bob Marley non significa subire un vero e proprio e choc, come era accaduto, per esempio, in un paese come il nostro tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Per la giovane e sensibile artista maliana, invece, ascoltare Hendrix o Marley, (ovviamente i due nomi hanno qui una funzione puramente metonimica) non è un’assoluta scoperta. Tale evento, piuttosto, fa subito scattare in lei un meccanismo memorativo di riconoscimento. Si materializza così un filo rosso che sprofonda le radici nell’infinito e ancestrale tempo dell’Africa. Un’Africa che qui non può che finire col coincidere con quella “Grande Madre” da cui tutto ha avuto inizio. Si è andati lontani, forse troppo. Torniamo alla nostra umile presentazione di Rokia Traorè. Si diceva giustamente del rapporto eterodosso che lega Rokia alla tradizione musicale del Mali, perché è innegabile che la ricerca che propone parta inequivocabilmente dai suoni di quella storia. Rokia non rinnega nemmeno per un attimo quei quattro quarti che anzi elegge a veri e propri pilastri della sua musica. Semplicemente, la Traorè si è accorta dello straordinario viaggio che il blues e le sue successive modificazioni genetiche hanno compiuto in giro per il mondo. La nostra ha studiato con commovente umiltà e sincera passione per la conoscenza la storia della musica afro-americana ed ora non dimostra di conoscere a menadito i frutti della pianta del blues. Nei suoi dischi sembra spesso voler ripercorrere l’itinerario che la cosiddetta “musica del diavolo” ha effettuato, cullato dalle limacciose del Mississipi: dalle gigantesche piantagioni dell’Alabama o della Georgia, alle metropoli di Memphis e Chicago.

E’ solo tenendo a mente tutto questo che si comprende la profonda passione, o meglio, la quasi venerazione che Rokia nutre per Jimi Hendrix. E’ solo a questo punto che si intuisce la profonda importanza ideologica che si cela dietro alla scelte di cantare servendosi degli idiomi più diversi. Del resto né l’inglese, né il francese, né l’africano, né altre lingue, sono la Lingua del Mondo. È piuttosto dal loro incontro che può nascere un frutto artistico universalmente godibile. Un frutto che ogni paio di orecchie declinerà in maniera diversa e che forse finanche capirà in maniera diversa. Ma tutte queste diversità non sono poi così importanti, sembra sussurrarci implicitamente Rokia, che ormai vive da anni in Francia, dove produce e incide i propri dischi. Piuttosto, tali diversità possono divenire non solo importanti, ma anche funzionali nella prospettiva di un arduo ma fascinoso superamento delle stesse.

La musica di Rokia, è una musica delle minoranze, una musica di riflusso. Una musica che il miope orgoglio autoriale non riesce a scalfire. Questa musica restituisce alla collettività del popolo africano, (in questo senso più che mai ampliato) tutto quello che in secoli di vite, gioie e patimenti è stato partorito. Nel canto della splendida Rokia c’è dunque il sublimato sostrato culturale di un continente intero. Il suo lato tragico, il suo lato comico e la loro sintesi etica ed estetica Questa sintesi altro non è che la consapevolezza dell’esistenza di una “ricchezza collettiva”. Insomma, le diversità sono, secondo Rokia, motivo di imperdibile ricchezza. Nella sua musica, che ci piace presentare come alternativa al montaliano “male di vivere”, così, non possono non essere intraviste queste splendide parole dello studioso Albert Jachard: “l’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile”. Rokia è dunque una sirena moderna, la cui funzione è diametralmente opposta a quella che la mitologia tradizionale affidava a questi esseri. Più che far perdere il senno e la via, la Traorè sembra volerci aiutare ad orientarci. Dapprima oscura e poi luminosa, come una stella vespertina.

Davide Zucchi

2 dicembre 2008

1 dicembre 2008

QUESTO MATRIMONIO NON S'HA DA FARE?

I primi di giugno a Viterbo si è consumata una storia di ordinaria intolleranza. Forse non così ordinaria, dato che il gesto di discriminazione proviene da chi predica la tolleranza come valore.
Il caso del ragazzo rimasto paralizzato a due mesi dal matrimonio e che decide di procedere ugualmente, senza nemmeno rimandare le nozze, è già commovente. La trama però si colora di tristi tinte dickensiane quando la giovane coppia si trova davanti un ostacolo imprevisto: “Questo matrimonio non s’ha da fare”, dice il vescovo di Viterbo. La motivazione? Il ragazzo non è più in grado di farsi onore perpetrando la specie. La sensibilità collettiva rimane turbata, mentre la Curia si difende sostenendo che si è trattato di una decisione obbligata, conforme ai dettami del magistero cattolico. Questo arroccamento dottrinale, oltre a danneggiare la coppia, rischia di riportare in auge il crudele concetto di malattia e deformità percepite come colpa e, soprattutto, non corrisponde al sentire dei fedeli, sempre più inclini ad un cattolicesimo “liberal”, se non critico. Lo strapotere della Chiesa è indubbio, forte anche del gran numero di fedeli su cui dice di contare. Ammettiamo pure che la mentalità italiana sia inevitabilmente intrisa di cattolicesimo, ammettiamo che il novanta percento della popolazione italiana sia, talvolta suo malgrado, battezzata; mi chiedo però quanti si sentano realmente rappresentati da un’istituzione religiosa così arroccata nella difesa del diritto divino da negare un estremo atto di pietà (penso al caso di Welby), o un significativo gesto di vicinanza a dei giovani che hanno già sofferto molto? Ai cattolici l’ardua sentenza.

Laura Carli

SE POTESSI MANGIARE UN’IDEA


9 dicembre 2008 - ore 17.00 Università degli studi di Milano - Aula Magna Festa del Perdono


SE POTESSI MANGIARE UN’IDEA. GIOELE DIX RACCONTA GABER

con Gioele Dix, produzione Fondazione Giorgio Gaber.

È tra i principali obiettivi di ‘Milano per Gaber’ la divulgazione della figura e dell’opera dell’artista soprattutto tra il pubblico giovanile e studentesco. In questa direzione si inserisce la proposta ‘Se potessi mangiare un’idea – Gioele Dix racconta Giorgio Gaber’ programmata martedì 9 dicembre 2008 alle ore 17.00 presso l’Aula Magna dell’Università Statale. L’evento, anche in considerazione del contesto accademico nel quale è presentato, si caratterizza come una vera e propria ‘Lezione – Spettacolo’, nel corso della quale Gioele Dix ripercorre le tappe più significative dell’opera del Signor G, attraverso l’esecuzione di vari brani musicali, accompagnati da un’articolata e approfondita elaborazione teorica sull’importanza e l’attualità della figura di Gaber. Gioele Dix, ideatore dell’iniziativa, è uno dei più importanti interpreti e autori del teatro italiano. I suoi spettacoli, spesso premiati con il ‘biglietto d’oro’ dell’Agis, si inseriscono a pieno titolo tra le opere più significative della drammaturgia contemporanea , capaci di avvicinare il pubblico più giovane alla nobile e insostituibile arte del teatro.


INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI