Il definitivo annullamento della serata prevista è stato l’epilogo di una giornata già iniziata questa mattina con la divisione degli studenti in due cortei: 40 dalla parte di Via Festa del Perdono, 70 dall'altra. Un corteo numericamente esiguo decide di frazionarsi ulteriormente. Durante il ritorno in Università si innesca uno scontro tra due delle fazioni più attive. Sembra che la controversia, inizialmente scoppiata come rissa tra singoli soggetti, abbia avuto origine dal tentativo di occupare l’Aula Magna. Mentre un'assemblea organizzata e autorizzata doveva svolgersi in un'aula, l'atrio è stato teatro di scontri e disordine, e nel frattempo la porta d’ingresso dell’Aula Magna veniva in parte scassinata. E' a questo punto che si consuma la frattura fra gli organizzatori delle iniziative: una parte abbandona subito la Statale, in segno di dissociazione, lasciando al loro destino tutte le iniziative in programma. Rimane solo una frangia a presidiare l'auletta precedentemente occupata, di fianco agli uffici al piano terra, incapace numericamente e strategicamente di portare a termine il programma di eventi previsto. Nelle ore successive si è parlato di sgombero, di sicuro al moment c'è solo la convocazione di un'assemblea prevista per lunedi prossimo alle 14 per discutere dei fatti accaduti. Forse si tratta di una sconfitta per la mobilitazione studentesca che, partita a Ottobre all'insegna di grande partecipazione, ha subito oggi l'incapacità da parte degli organizzatori, che pure hanno avuto tanto credito dalle istituzioni universitarie, di realizzare in Università un evento aperto alla città, e in particolare di gestire la presenza delle diverse fazioni in campo.
12 dicembre 2008
STATALE OKKUPATA?
Il definitivo annullamento della serata prevista è stato l’epilogo di una giornata già iniziata questa mattina con la divisione degli studenti in due cortei: 40 dalla parte di Via Festa del Perdono, 70 dall'altra. Un corteo numericamente esiguo decide di frazionarsi ulteriormente. Durante il ritorno in Università si innesca uno scontro tra due delle fazioni più attive. Sembra che la controversia, inizialmente scoppiata come rissa tra singoli soggetti, abbia avuto origine dal tentativo di occupare l’Aula Magna. Mentre un'assemblea organizzata e autorizzata doveva svolgersi in un'aula, l'atrio è stato teatro di scontri e disordine, e nel frattempo la porta d’ingresso dell’Aula Magna veniva in parte scassinata. E' a questo punto che si consuma la frattura fra gli organizzatori delle iniziative: una parte abbandona subito la Statale, in segno di dissociazione, lasciando al loro destino tutte le iniziative in programma. Rimane solo una frangia a presidiare l'auletta precedentemente occupata, di fianco agli uffici al piano terra, incapace numericamente e strategicamente di portare a termine il programma di eventi previsto. Nelle ore successive si è parlato di sgombero, di sicuro al moment c'è solo la convocazione di un'assemblea prevista per lunedi prossimo alle 14 per discutere dei fatti accaduti. Forse si tratta di una sconfitta per la mobilitazione studentesca che, partita a Ottobre all'insegna di grande partecipazione, ha subito oggi l'incapacità da parte degli organizzatori, che pure hanno avuto tanto credito dalle istituzioni universitarie, di realizzare in Università un evento aperto alla città, e in particolare di gestire la presenza delle diverse fazioni in campo.
5 dicembre 2008
Rokia Traorè: la sirena del Mali

Delle sirene, quegli splendidi e pericolosi animali mitologici che la tradizione ha tramandato sino ai giorni nostri, la cantante e musicista maliana Rokia Traorè ha pressoché tutto. In primis, una bellezza fisica stordente, che par celare un segreto inafferrabile, nella sua completezza. Delle sirene, Rokia ha anche una voce divina che, -c’è da scommetterci- sarebbe capace di far naufragare anche i moderni marinai. Scherzi a parte, Rokia è davvero un’artista con una marcia in più, perché non si limita a proporre al pubblico occidentale la musica cara alla propria tradizione. A differenza di quanto faceva, ad esempio, Ali Farka Tourè, il più grande e rimpianto chitarrista blues africano (che peraltro ha anche il merito di aver scoperto la Traorè), Rokia non mostra interesse verso operazioni di recupero, propriamente filologiche. Alla nostra non è sufficiente mettere insieme un paio di tamburi tindè e accordare la propria voce agli strumenti a corda tipici del Mali. La nostra sirena fa molto di più. La nostra sirena inventa linguaggi, incrocia generi, fa sintesi. Per dirla meglio: Rokia ha vissuto e continua a vivere il fenomeno della globalizzazione (non solo in ambito musicale), in maniera tutt’altro che passiva.
Per lei, ascoltare Machine Gun di Hendrix o Jammin’ di Bob Marley non significa subire un vero e proprio e choc, come era accaduto, per esempio, in un paese come il nostro tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Per la giovane e sensibile artista maliana, invece, ascoltare Hendrix o Marley, (ovviamente i due nomi hanno qui una funzione puramente metonimica) non è un’assoluta scoperta. Tale evento, piuttosto, fa subito scattare in lei un meccanismo memorativo di riconoscimento. Si materializza così un filo rosso che sprofonda le radici nell’infinito e ancestrale tempo dell’Africa. Un’Africa che qui non può che finire col coincidere con quella “Grande Madre” da cui tutto ha avuto inizio. Si è andati lontani, forse troppo. Torniamo alla nostra umile presentazione di Rokia Traorè. Si diceva giustamente del rapporto eterodosso che lega Rokia alla tradizione musicale del Mali, perché è innegabile che la ricerca che propone parta inequivocabilmente dai suoni di quella storia. Rokia non rinnega nemmeno per un attimo quei quattro quarti che anzi elegge a veri e propri pilastri della sua musica. Semplicemente, la Traorè si è accorta dello straordinario viaggio che il blues e le sue successive modificazioni genetiche hanno compiuto in giro per il mondo. La nostra ha studiato con commovente umiltà e sincera passione per la conoscenza la storia della musica afro-americana ed ora non dimostra di conoscere a menadito i frutti della pianta del blues. Nei suoi dischi sembra spesso voler ripercorrere l’itinerario che la cosiddetta “musica del diavolo” ha effettuato, cullato dalle limacciose del Mississipi: dalle gigantesche piantagioni dell’Alabama o della Georgia, alle metropoli di Memphis e Chicago.
E’ solo tenendo a mente tutto questo che si comprende la profonda passione, o meglio, la quasi venerazione che Rokia nutre per Jimi Hendrix. E’ solo a questo punto che si intuisce la profonda importanza ideologica che si cela dietro alla scelte di cantare servendosi degli idiomi più diversi. Del resto né l’inglese, né il francese, né l’africano, né altre lingue, sono la Lingua del Mondo. È piuttosto dal loro incontro che può nascere un frutto artistico universalmente godibile. Un frutto che ogni paio di orecchie declinerà in maniera diversa e che forse finanche capirà in maniera diversa. Ma tutte queste diversità non sono poi così importanti, sembra sussurrarci implicitamente Rokia, che ormai vive da anni in Francia, dove produce e incide i propri dischi. Piuttosto, tali diversità possono divenire non solo importanti, ma anche funzionali nella prospettiva di un arduo ma fascinoso superamento delle stesse.
La musica di Rokia, è una musica delle minoranze, una musica di riflusso. Una musica che il miope orgoglio autoriale non riesce a scalfire. Questa musica restituisce alla collettività del popolo africano, (in questo senso più che mai ampliato) tutto quello che in secoli di vite, gioie e patimenti è stato partorito. Nel canto della splendida Rokia c’è dunque il sublimato sostrato culturale di un continente intero. Il suo lato tragico, il suo lato comico e la loro sintesi etica ed estetica Questa sintesi altro non è che la consapevolezza dell’esistenza di una “ricchezza collettiva”. Insomma, le diversità sono, secondo Rokia, motivo di imperdibile ricchezza. Nella sua musica, che ci piace presentare come alternativa al montaliano “male di vivere”, così, non possono non essere intraviste queste splendide parole dello studioso Albert Jachard: “l’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile”. Rokia è dunque una sirena moderna, la cui funzione è diametralmente opposta a quella che la mitologia tradizionale affidava a questi esseri. Più che far perdere il senno e la via, la Traorè sembra volerci aiutare ad orientarci. Dapprima oscura e poi luminosa, come una stella vespertina.
Davide Zucchi
2 dicembre 2008
1 dicembre 2008
QUESTO MATRIMONIO NON S'HA DA FARE?
Il caso del ragazzo rimasto paralizzato a due mesi dal matrimonio e che decide di procedere ugualmente, senza nemmeno rimandare le nozze, è già commovente. La trama però si colora di tristi tinte dickensiane quando la giovane coppia si trova davanti un ostacolo imprevisto: “Questo matrimonio non s’ha da fare”, dice il vescovo di Viterbo. La motivazione? Il ragazzo non è più in grado di farsi onore perpetrando la specie. La sensibilità collettiva rimane turbata, mentre la Curia si difende sostenendo che si è trattato di una decisione obbligata, conforme ai dettami del magistero cattolico. Questo arroccamento dottrinale, oltre a danneggiare la coppia, rischia di riportare in auge il crudele concetto di malattia e deformità percepite come colpa e, soprattutto, non corrisponde al sentire dei fedeli, sempre più inclini ad un cattolicesimo “liberal”, se non critico. Lo strapotere della Chiesa è indubbio, forte anche del gran numero di fedeli su cui dice di contare. Ammettiamo pure che la mentalità italiana sia inevitabilmente intrisa di cattolicesimo, ammettiamo che il novanta percento della popolazione italiana sia, talvolta suo malgrado, battezzata; mi chiedo però quanti si sentano realmente rappresentati da un’istituzione religiosa così arroccata nella difesa del diritto divino da negare un estremo atto di pietà (penso al caso di Welby), o un significativo gesto di vicinanza a dei giovani che hanno già sofferto molto? Ai cattolici l’ardua sentenza.
Laura Carli
SE POTESSI MANGIARE UN’IDEA

INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI
30 novembre 2008
L' INFORMAZIONE AI TEMPI DELLA RETE
Quei diari online, in cui l’autore pubblica pensieri, opinioni, esperienze in maniera assolutamente semplice e immediata, lasciando ai lettori la possibilità di commentare e replicare, appaiono per la prima volta nel 1997. La loro diffusione è cresciuta in maniera esponenziale. Si stima che la blogosfera, cioè l’insieme di tutti i blog, raddoppi le sue unità ogni cinque mesi, anche se soltanto il tredici per cento di esse viene aggiornato almeno una volta a settimana. Una selezione naturale fortissima vige, perciò, all’interno di questo mondo: se nasce circa un blog ogni secondo soltanto alcuni sopravvivono e possono ambire a un discreto successo. La loro importanza tende, comunque, a dilatarsi e, secondo le previsioni, in pochi anni domineranno le classifiche dell’autorevolezza tra le pagine web dedicate all’informazione. Le testate giornalistiche corrono ai ripari: se hanno iniziato creando una versione online dei fogli stampati, aggiungendovi poi nuovi servizi per renderne più interattiva la consultazione, adesso equipaggiano di blog i loro più importanti cronisti e opinionisti. Una parte importante dei diari attivi, infatti, è dedicata alla politica e alla società, guarda cioè ai tradizionali lettori dei quotidiani, i quali trovano soddisfazione anche nella lettura dei blog.
Diversi fattori favoriscono l’espansione dei diari telematici: i bassissimi costi di produzione, pubblicazione e aggiornamento; la mancanza di qualsiasi mediazione editoriale e di filtri sui contenuti; la grande interagibilità con i lettori. Il binomio editore-pubblicista è, insomma, completamente scisso. E molti, anche in Italia, hanno smesso di snobbarli. Alcuni, come Beppe Grillo e Marco Travaglio, ne hanno fatto la base operativa per degli imponenti movimenti d’opinione o politici.
Quale futuro, quindi, per l’informazione? Prevedere se i quotidiani scompariranno non è certo facile. Si è vero, cresce sempre di più l’informazione collaborativa – il cosiddetto citizen journalism; molti blogger si pongono come opinion leader di fama internazionale e l’informazione e l’editoria cercano sempre più di ristrutturarsi e di adattarsi, ancora con grandi e crescenti difficoltà, ai nuovi mezzi. Ma bisogna riconoscerlo: i nuovi canali forniscono per lo più un’informazione parziale e incompleta. E allora, anche se prevale tuttora una certa contrapposizione, ci si può avviare verso una fase di complementarietà: i blog possono essere utili solo in quanto integrano e controllano l’informazione tradizionale, sembra alquanto difficile che possano sostituirla. Il nostro Paese offre un terreno molto fertile per uno sviluppo in tal senso: la maglia nera sulla libertà di stampa in Italia sembra trovare una costruttiva opposizione nel giornalismo autogestito, anche se i quotidiani si ostinano a non riconoscerlo e ad ignorare il fenomeno.
23 novembre 2008
BATTESIMO ADDIO!

21 novembre 2008
QUANDO CHIUDE UN CORSO
E’notizia di qualche mese fa: il corso di Teorie e tecniche multimediali dell’immagine e della comunicazione, insegnamento della triennale di Scienze della Comunicazione tenuto dal Prof. Capano e dalla Dott. Naldi, è stato cancellato. Negli ultimi anni, qui in Statale, non è la prima volta che accade che un corso venga chiuso: gli universitari di vecchia data ricorderanno un corso di Storia della Fotografia, molto apprezzato da tanti studenti, ma tuttavia annullato. Quali sono, quindi, le modalità di chiusura dei corsi? Chi decide? Quali sono gli organi universitari consultati?Partendo dagli ultimi accadimenti, cerchiamo di spiegarlo in questa inchiesta.
Abbiamo tentato di tracciare il percorso tipico di un corso che viene cancellato. Tuttavia, la questione è molto fumosa e il giro molto ampio e complesso, dunque le seguenti sono indicazioni di massima. Consiglio di Amministrazione (C.d.A). E’ il luogo dove si valuta come e dove distribuire il budget a disposizione dell’Università. Presidenza di Facoltà. Dove vengono fatti i conti, si decide il budget destinabile a ciascun C.d.L, si valuta soprattutto se c’è un ammanco di soldi ed eventualmente come porvi rimedio. Consiglio di Facoltà (C.d.F) e Consiglio di Coordinamento didattico (C.C.D). E’ il cuore decisionale. Qui la presidenza di Facoltà e i membri dei consigli stessi propongono le loro soluzioni, come la sospensione di un corso. Senato Accademico. La fase finale, dove viene sancita (o negata) definitivamente la sospensione del corso.
“Ho frequentato il corso di Capano. E’ stato uno dei corsi che ho seguito con più interesse ed è stato davvero un piacere prepararlo. Un programma variegato, super contemporaneo che ha riscosso grande successo. Le aule sempre piene, tanta gente agli esami e tante richieste di tesi. Talmente tante che la mia è stata rifiutata per eccedenza. Poco male, mi sono detta, anche se non posso prepararla con Capano potrò analizzare gli argomenti del corso con qualche altro professore. E così ho fatto: ora sto preparando una tesi sulla performance artistica”.
Denis Trivellato
INTERVISTA A MONICA NALDI
Per approfondire il caso e per sentire l’opinione delle persone coinvolte nella vicenda, abbiamo contattato la Dott.ssa Monica Naldi, assistente del Prof. Capano (ha tenuto diverse lezioni durante il corso) e curatrice del blog cosachesente.splinder.com, molto apprezzato dagli studenti.
Lei ha gentilmente risposto alle nostre domande.
Dott.ssa Naldi, qual è la sua ricostruzione della vicenda?
Circa un anno fa l’Ateneo ha contattato il Prof. Capano per informarlo della necessità di far cessare alcuni corsi, tra cui il suo: gli è stato detto che il suo caso si inseriva in una politica di tagli alle spese che l’Università stava conducendo. Capano non si è opposto, avendo ricevuto nel frattempo una cattedra dallo IULM. Dopo qualche mese però, abbiamo scoperto che solo pochissimi corsi erano stati soppressi, e a quanto pare per “motivi tecnici” (pensionamento del docente o simili).
E quindi?
E quindi ci siamo chiesti, perché proprio noi? In realtà, però, non voglio tanto capire le ragioni, quanto sapere se si tratta di una decisione temporanea e in qualche modo revocabile, visto che il corso era ben frequentato e apprezzato da molti studenti con cui tengo i contatti sul blog, tuttora attivo.
Ci è giunta voce, però, anche di lamentele da parte di alcuni studenti…
Beh, effettivamente nel corso degli anni ci sono stati episodi di protesta. Ad esempio, quando ho fatto vedere in aula il film Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di P.Greenaway, alcune
studentesse si sono dette “scioccate”, ma ne abbiamo parlato e mi pareva che fosse tutto a posto. Certo, abbiamo fatto vedere anche immagini di Body art che a volte sono piuttosto intense.
Il mio ciclo di lezioni dell’anno scorso, in particolare, riguardava la rappresentazione della violenza, ma sono stata attenta a contestualizzare e ad evitare alcune immagini che potessero essere ritenute troppo offensive o angoscianti. Anche il comportamento di Capano è stato effettivamente oggetto di polemiche: è un tipo estroso, gli piace fare battute che talvolta possono essere fraintese. Ma credo che qualche sua eccentricità possa essere ampiamente compensata dalla sua capacità di insegnamento. È giusto protestare se qualcosa dà fastidio, ma bisogna anche evitare di prendersi troppo sul serio, in modo anche un po’ vittimistico, e ricordare che una reazione eccessiva può avere conseguenze pesanti.
Quali sono le prospettive future, soprattutto per quel che riguarda un eventuale riapertura del corso?
Per ora, essendo una semplice assistente, ne so poco o nulla. Sicuramente, a mio parere, il corso ha sofferto anche di una collocazione errata: è troppo difficile per una Laurea Triennale, dove
ci sono anche studenti del primo anno, ancora privi di un background di studi sufficiente, ed è molto più adatto ad una Laurea specialistica. Inoltre, ho notato che gli studenti di Beni Culturali si sono dimostrati mediamente più preparati e interessati. Anche il Prof. Capano si era detto interessato a una riapertura del corso alla Specialistica. Staremo a vedere.
a cura di Davide Bonacina
INTERVISTA ALLA PROFESSORESSA ILARIA BONOMI
Per capire le motivazioni dell’annullamento dell’insegnamento di “Teorie e Tecniche Multimediali dell’immagine e della comunicazione visiva” abbiamo incontrato la professoressa Ilaria Bonomi,
direttrice del corso di laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, corso cui l’insegnamento del professor Capano faceva riferimento.
Professoressa, perché è stato annullato l’insegnamento del professor Capano?
Intanto devo fare una premessa fondamentale. Ci rendiamo tutti conto che la condizione ideale per il nostro Ateneo sarebbe quella in cui fossero attive tutte le materie inserite nei piani di studio che gli studenti consultano quando scelgono un determinato corso di laurea. Ma a volte ci si trova di fronte alla necessità di fare dei tagli economici. I tempi adesso sono più difficili da un punto di vista strettamente finanziario.
Perché?
Nei primi tre anni di vita il corso di laurea ha avuto un grosso finanziamento ministeriale: il Campus 1, fondi devoluti dal ministero per i corsi più “innovativi”. Scienze Umanistiche della Comunicazione era l’unico corso di laurea della Facoltà a poter usufruire di questo finanziamento. Finiti i soldi del sussidio abbiamo scelto, per forza di cose, di tagliare alcuni di quegli insegnamenti che facevano riferimento a professori “a contratto”, che l’Ateneo deve pagare oltre agli stipendi dei docenti di ruolo. E poi c’è anche la questione delle doppie cattedre. I vincoli rispetto a chi insegna in più università stanno diventando più stretti.
Qualcuno sostiene che tra le motivazioni per la sospensione del corso del professor Capano ci fosse anche una risposta a lamentele sul contenuto stesso dei libri: immagini troppo forti per qualcuno…
Questo mi sento di escluderlo completamente. Nella scelta tendiamo a non dare ascolto a posizioni “ideologiche”. E a me personalmente queste voci non sono giunte.
Ma chi decide dove effettuare i tagli?
Gli organi alti: Consiglio di amministrazione, Senato Accademico e Consiglio di Facoltà.
Comunque non è detto che il corso sia annullato per sempre. Potrebbe tornare, magari inserito nei piani di studi di qualche corso magistrale.
Non è molto giusto, però, che le scelte dei corsi vengano effettuate sulla base di motivazioni economiche.
Certo che non è giusto. Ma è necessario. Ci sono tante esigenze. Bisogna barcamenarsi e bilanciare, spesso col rischio di proteste. Anche alcuni laboratori molto interessanti sono stati sospesi, come per esempio quello di inglese specialistico. Come si fa a coprire i corsi e i laboratori più “professionalizzanti” senza fare ricorso a contratti esterni? Per i laboratori si cerca di usare altre forze interne: dottorandi, assegnisti…mi rendo conto che non è l’ideale, ma cerchiamo di
fare del nostro meglio. Ed è stato istituito un Nucleo di Valutazione della Didattica, per affrontare alcuni nodi del sistema didattico.
a cura di Virginia Fiume
PER TIRARE LE SOMME
cominciato. La professoressa Bonomi smentisce motivazioni di natura “ideologica” per la sospensione del corso di Teorie e Tecniche multimediali dell’immagine e della comunicazione visiva e parla di questioni economiche. Che, sebbene a malincuore, non possono essere ignorate.
Resta però una domanda aperta rispetto a quanto ci siamo domandati all’inizio di queste pagine: come si fa a determinare se un corso funziona o non funziona. Se è utile agli studenti o se si tratta solo di un “riempilibretto”. Per decidere se un corso deve restare attivo conta solo la tipologia di contratto del docente o ci sono anche altri criteri di valutazione?
La Facoltà di Lettere e Filosofia inizia quest’anno accademico con il tentativo di dare risposta a queste domande, istituendo il Nucleo di Valutazione della Didattica, una commissione composta
da 13 docenti, uno per ogni area disciplinare, e 3 rappresentanti degli studenti.
Abbiamo incontrato il professor Conca, docente di Filologia Bizantina e Civiltà greca, responsabile della Commissione. Ci ha detto che l’obiettivo del Nucleo di Valutazione della Didattica è arrivare all’elaborazione di un nuovo modulo di valutazione. “Quello che viene sottoposto agli studenti è troppo poco approfondito e uguale per tutte le facoltà. Noi vogliamo arrivare a sentire la voce degli studenti, fare in modo che ci diano risposte più articolate rispetto a quelle di un semplice questionario”. Il nuovo modulo dovrebbe quindi cogliere, nell’idea del gruppo di lavoro che lo sta elaborando, quali sono i corsi più frequentati e quelli meno, capire le perplessità degli studenti su qualità e continuatività dell’insegnamento del docente. E poi, cosa più importante, capire quale congruenza c’è tra il numero dei CFU e il programma dell’esame. Per evitare squilibri. “Senza dimenticare una valutazione su puntualità e frequenza degli orari di ricevimento e sull’utilizzo della posta elettronica” ci tiene a precisare Conca, “sembra incredibile, ma molti colleghi la
utilizzano saltuariamente”. Il lavoro del Nucleo è appena cominciato. Il nuovo questionario
dovrebbe essere pronto in tempo per valutare i corsi del secondo semestre. Chissà che l’anno prossimo non possano essere utilizzati i nuovi indicatori per decidere quali corsi meritano di restare patrimonio della cultura degli studenti della Statale. Senza il rischio di illazioni e magari prescindendo dalla spada di Damocle che pende sulla testa dei professori a contratto.
Virginia Fiume
AMNESTY INTERNATIONAL- ANCONA CALCIO 0-2
Con un volo pindarico mi viene in mente un’affermazione di Beppe Grillo, uomo del mese. Tra accuse di neo-qualunquismo o volgarità gratuita, tutti concordano almeno sul fatto che il velato invito sia segno di un’esasperazione diffusa. Al V-Day di Bologna il comico-vate individua la genesi di tale insofferenza in un quesito molto semplice: come educare i propri figli in un paese in cui è la disonestà ad essere premiata col successo? Ammetto che parlare del deficit culturale e legale dell’Italia è originale quanto mettere in dubbio l’obiettività di Emilio Fede. C’è da chiedersi però, dopo le invettive, cosa viene fatto contro il degrado morale.
La CEI, per cominciare, accusa Amnesty e compra una squadra di calcio…
Laura Carli
14 settembre 2008
COSA PENSANO DI NOI?
“La politica italiana? Per noi tedeschi è poco più di un teatrino. Dell’Italia ci godiamo più che altro la gaffes degli esponenti politici, anche mortadella e spumante in parlamento non ci hanno stupito più di tanto. Ormai siamo abituati ad esibizioni del genere”.1 settembre 2008
NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 - REPRISE

Fabrizio Aurilia
18 agosto 2008
VULCANO SU STUDENTISTATALE
23 maggio 2008
NON SONO UNA SIGNORA/2 ART.13
Il tredicesimo articolo della Costituzione, il primo dopo i principi fondamentali, riguarda la libertà personale. Nella tradizione anglosassone assume il nome di Habeas Corpus. Una conquista del 1679 che consiste nell’impossibilità di arrestare qualcuno tanto per il gusto di farlo, ma richiede la vigilanza del potere giurisdizionale che garantisce una maggior tutela dei cittadini. Qual era il problema alla radice? I cittadini potevano essere arrestati senza capi d’accusa, in assenza di qualsiasi indizio, solamente sulla base del puro arbitrio.In questo articolo un’affermazione in particolare merita di essere sottolineata.
Ma talvolta la nostra dignità sembra eclissarsi. Sotto l’ombra della, così detta, "violenza privata".
21 maggio 2008
EDITORIALE MAGGIO 2008
15 maggio 2008
UNA QUESTIONE DI PULIZIA
Siamo un popolo di incompresi. Chi ci definisce razzisti e xenofobi non ci capisce. Noi non siamo intolleranti e approfittatori, noi siamo generosi. Se uno straniero puzza, c’è un Borghezio che lo lava. È vero, usa il Vetril, ma sono dettagli da cronaca di costume. E se vivono in un campo sporco e pieno di topi, c’è un Galan che risolve la questione: "Questi non sono campi, sono immondezzai, non vedete quanta spazzatura? Bisogna spazzarli via". La domanda sorge spontanea. Di che si parla? Forse una risposta può arrivare da frasi illuminanti come "Hanno fatto pulizia", "Bisognava pur pulire", "Certo bisogna ancora pulire un po’". In tempi come questi, il pensiero corre a Napoli e alla Campania. Ingenuità. A parlare sono i commercianti della zona Stazione Centrale di Milano e si riferiscono ai bambini rom. Ed è quasi commovente la rude semplicità di De Corato, che con estremo pragmatismo invoca le ruspe. Questa sì che si chiama schiettezza, alla faccia di chi ci reputa intolleranti. Come si diceva? Italiani brava gente...

