6 giugno 2007

BULLI DA CARTA STAMPATA


Oooh, il tema principale di questo inizio 2007 si è rivelato essere il bullismo. Dopo l’Emergenza Stupri di quest’estate, quando sembrava che improvvisamente tutti gli stupratori del mondo si fossero ritrovati in zona Stazione Centrale per trasformarla in una novella Sodoma di perversione e abominio, ora pare che da un giorno all’altro i nostri adolescenti si siano trasformati in piccoli mostri, picchiatori malvagi e razzisti.
Ma fermiamoci a riflettere un attimo. Io ricordo che ai miei tempi le cose non erano molto diverse. Alle Elementari ricordo distintamente dei miei compagni prendere in giro un bambino di colore chiamandolo "cioccolatino". Alle Medie risse e pestaggi, se non erano all’ordine del giorno, poco ci mancava. Al Ginnasio una volta ero al McDonald’s di corso Vercelli (Vercelli, notare bene), e un gruppo di zarri più grandi mi hanno preso a calci in culo perché non volevo lasciare il mio posto a sedere. Mio padre mi ha raccontato che anche ai suoi tempi succedevano le stesse cose; e mio nonno idem.
Allora dove sta la linea di confine che separa ciò che avveniva ieri e l’oggi?
Ah aspettate, c’è effettivamente una differenza colossale: ai tempi non c’erano videofonino e YouTube. E dunque le mamme non dovevano andare a frignare sui tiggì nazionali, video alla mano, di quanta ingiustizia ci fosse nel mondo. Prima ce ne si poteva tranquillamente fottere, era più comodo: "guarda, Luigino ha un occhio nero...mah, sarà caduto dalla bicicletta!"
E intanto, parafrasando Tomasi di Lampedusa, più le cose sembrano cambiare, più nella realtà non cambiano affatto; se ne parlerà ancora per un po’, poi la notiziona ormai avariata sarà sostituita da carne fresca, buona per gli incassi.
Vogliamo scommettere su un infanticidio?

Davide Bonacina

29 maggio 2007

SPECIALE ELEZIONI IN UNIVERSITA' - PARTE QUARTA

CNSU:ISTRUZIONI PER L'USO

Fra i numerosi impegni elettorali che ingolferanno il maggio studentesco, un importante voto sarà destinato al rinnovo del consiglio nazionale degli studenti, certamente una delle strutture di rappresentanza meno note per i giovani universitari.
Il CNSU, istituito da una legge del 1997, è un organo consultivo del ministero, composto da 30 studenti eletti fra tutte le università italiane. Il suo compito primario è quello di interagire col Ministro in carica riguardo le politiche universitarie; dalla didattica al diritto allo studio, dai finanziamenti ordinari e straordinari all’internazionalizzazione degli atenei. Mediante il CNSU, dunque, gli studenti dovrebbero essere coinvolti nei processi decisionali che li riguardano direttamente. I limiti sono quelli, tradizionali, di un ente che non dispone di poteri deliberativi o di veto, ma solo di consultazione.
E’ altresì compito del CNSU redigere, ogni due anni, una dettagliata relazione sulla condizione studentesca. Il meccanismo elettorale che designa i rappresentanti è un sistema proporzionale con preferenza. Il territorio del paese viene diviso in quattro distretti (la Lombardia è inserita, insieme a Liguria e Piemonte, nel distretto del nord-ovest) e, per ogni collegio, si eleggono sette membri. Due seggi, dei 30 complessivi, sono riservati ad 1 dottorando e ad 1 specializzando.
Altra nota da rilevare, riguardo gli eletti al CNSU, è il rimborso spese (pare irrisorio) di cui godono i rappresentanti, impegnati, almeno una volta al mese, a confluire a Roma per le sedute plenarie.
Le liste concorrenti per il consiglio nazionale degli studenti, nel distretto nord-ovest, sono quattro.
· Azione universitaria-studenti per le libertà, aggregazione politica che unisce le destra di alleanza nazionale con quella dei circoli di Forza Italia.
· Unione degli studenti universitari - liste di sinistra - liste democratiche, coalizione unitaria del centro-sinistra.
· Ateneo studenti-obiettivo studenti, lista vicina a comunione e liberazione.
· Unicentro, altra aggregazione di stampo cattolico, espressione dell’Udc di Casini.
La funzionalità dell’organismo, come hanno dimostrato gli ultimi anni di lavoro del CNSU, sarà certamente determinata dalla capacità di ascolto dell’esecutivo.
L’ultima legislatura, segnata dalla reggenza Moratti, si è distinta per una sostanziale indifferenza rispetto all’impegno dei giovani rappresentanti. La teoria, che prevede una effettiva e continuativa cooperazione fra consiglio e Ministro, è stata troppo spesso disillusa. Dato eloquente, il fatto che Letizia Moratti sia stata presente in consiglio una sola volta, per pochi minuti, nel corso della prima seduta. In questo senso, l’approccio del neo-Ministro sembra disegnare una svolta. Dalla nomina, Fabio Mussi si è dimostrato aperto alle esigenze degli studenti, interagendo con il CNSU in maniera chiara e disponibile.
Alcune proposte, in vista del rinnovo dell’organismo, sembrano essere trasversali e, dunque, non soggette a lacerazione fra opposte fazioni. Nuove norme, ad esempio, che rendano il CNSU più efficiente modificandone, in parte, il regolamento, sembrano essere reclamate da liste sia di destra che di sinistra.
L’obiettivo è quello di garantire agli studenti italiani la migliore rappresentanza possibile. Dal 2000, anno di effettiva istituzione del consiglio, la Statale di Milano ha sempre
espresso propri rappresentanti al CNSU. Tuttavia, non tutti gli atenei possono usufruire di effettiva rappresentatività e così, all’inizio del 2007 a Roma, è stato organizzato un meeting d’approfondimento al quale sono stati invitati tutti i rappresentanti degli studenti delle università italiane. Offrire continuità al rapporto di collaborazione fra i membri dei senati accademici, dei consigli di facoltà e di amministrazione
dei diversi atenei da un lato e i rappresentanti del Cnsu dall’altro, è un obiettivo fondamentale per cucire il filo tra vertice e base, troppe volte lacerato. Un filo di esperienze e informazioni che garantisca concretezza al lavoro del consiglio nazionale degli studenti universitari.
In conclusione, è necessario sottolineare l’importanza del fenomeno astensionista anche per quanto riguarda le elezioni del CNSU. La scarsa partecipazione del corpo studentesco è
un limite sostanziale per un organo di rappresentanza così rilevante. La speranza, dunque, è che alle prossime elezioni la consapevolezza vinca sul disinteressa e che possano prevalere le vere esigenze degli studenti in antitesi all’inerzia grigia che muove, oggi, il pianeta universitario italiano.

Gregorio Romeo

28 maggio 2007

SPECIALE ELEZIONI IN UNIVERSITA' - PARTE TERZA

CHI SI VOTA? LE LISTE PRESENTATESI ALLE ELEZIONI

Cominciamo la nostra carrellata all’interno delle liste che si presentano alle elezioni. Abbiamo incontrato personalmente alcuni candidati per conoscere i punti principali dei loro programmi.

Azione Universitaria - Destra in Ateneo è un movimentoche si presenta in diverse realtà all’interno dell’università, dal Senato Accademico ai Consigli di Coordinamento Didattico. Il loro programma ruota soprattutto sulla richiesta di una maggiore partecipazione da parte degli studenti nella vita dell’università e delle istituzioni: dagli enti locali, visti come possibili intermediari tra affittuari e studenti per poter calmierare i prezzi degli alloggi per i fuori-sede, alla richiesta di maggiori agevolazioni nel trasporto pubblico (stipula di convenzioni tra università e Trenitalia) per consentire spostamenti a tariffe più popolari. Uno dei problemi più diffusi e sentiti – secondo AU- è quello della scarsità di spazi per studenti: aule studio, spazi per aggregazione, spazi da destinare stabilmente alle rappresentanze studentesche e altro. Azione Universitaria vigilerà sull’imminente ristrutturazione della sede di via Mercalli perché siano garantite non solo delle esigenze della didattica ma anche di quelle studentesche. E ancora, dalla riqualificazione di interi spazi per studenti, non soltanto volti a esigenze esclusivamente didattiche ma anche e soprattutto a esigenze di tipo aggregativo, abbandonati al degrado (per esempio le strutture di via Mercalli, via Golgi e via Valvassori Peroni) alla maggiore sensibilizzazione sui problemi informatici, passando in primis da un più forte coinvolgimento degli
studenti alla gestione del sito dell’università, ad oggi colmo di disfunzioni e gravi lacune.
Per quanto riguarda gli alloggi universitari già esistenti, AU propone una riformulazione del bando che assegna i posti agli studenti (“quelli per gli Erasmus sono un discorso a parte”, precisa AU), poiché secondo gli intervistati - Carlo Armeni e Gianluca Kamal, entrambi candidati al Senato Accademico -, questi “vengono assegnati in base a criteri economici, e così facendo gli studenti stranieri che spesso hanno redditi bassi, sono avvantaggiati rispetto a quelli italiani. Bisognerebbe perciò creare una quota di alloggi da destinare agli stranieri e un’altra per quelli italiani”. Infine, per un miglioramento decisivo e incisivo della didattica, si dovrà ripensare nella sua forma lo strumento della valutazione che purtroppo ad oggi fornisce solo dati grossolani e che hanno valore meramente statistico. Al contrario, si dovrebbe prestare maggior attenzione al giudizio che gli studenti danno dell’offerta didattica e del modo in cui questa viene declinata, spingendo sempre più verso un concetto di meritocrazia della docenza capace di abbattere quel triste fenomeno delle “baronie” ancora ben lungi dall’essere anche minimamente scalfito. Organizzazione di attività socio-culturali, nell’ottica di un modello di università “da vivere”, non soltanto intesa come luogo dove seguire corsi e dare esami. Sul fronte culturale AU ha in cantiere l’idea di portare in Statale alcune mostre, e l’organizzazione di concerti, e spettacoli teatrali.

Alternativa Rossa è l’unione del Collettivo Pantera con Demos. Il primo è una realtà universitaria ormai da vari anni, (se lo ricordano ogni aprile gli studenti di Lettere e Filosofia, grazie all’appello straordinario ottenuto con la mobilitazione capeggiata dal collettivo). Il secondo, si affaccia per la prima volta nel mondo universitario dopo una lunga gavetta nelle scuole superiori. Alternativa Rossa non si presenta al Senato Accademico, ma solo per il Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia, e per alcuni Consigli di Coordinamento Didattico. Si propongono principalmente di lottare per l’abolizione della “Riforma Moratti” e per l’introduzione dello scalone socioeconomico della seconda rata di pagamento delle tasse universitarie anche per la prima rata. Altre proposte sono quella di mettere a disposizione libri in comodato d’uso per sopperire al gravoso prezzo dei testi, la riattivazione delle case degli studenti, maggior numero di borse di studio e l’istituzione di appelli fissi, ogni mese, per ogni facoltà. Secondo Francesco Ciraci e Alessio Marconi, candidati per Alternativa Rossa, “lo studente della Statale è uno studente che per tutelarsi deve mobilitarsi”, radicando la partecipazione all’azione politica nel vivere universitario.

Arriva anche qui in Statale Unicentro, un movimento esistentegià in molte università italiane, e organizzato a livello nazionale. Una vera e propria novità tra le varie liste che si presentano alle elezioni d’Ateneo. Dal Senato al Coordinamento Didattico, in ogni consiglio sarà loro premura un avvicinamento tra lo studente e l’istituzione: “Siamo la vera novità diqueste elezioni. Noi con la nostra indole di moderati crediamo di essere l’unico vero anello di congiunzione tra studenti e istituzioni, senza passare attraverso occupazioni o associazioni per pochi eletti”. Questo è ciò che promettono di fare: informazione. Cercheranno di sensibilizzare, e, quando si avrà la possibilità, anche di modificare il sistema universitario, partendo proprio dalla figura dei rappresentanti degli studenti, i quali “dovrebberoorganizzarsi come un sindacato che faccia una pressionevera”. Oltre a ciò è sentita molto l’esigenza di ringiovanire una didattica vecchia e chiusa al proprio interno. Questo si può fare, a detta del candidato Alberto Garbo, potenziando la valutazione della didattica stessa, riqualificando un funzionamento chiuso verso un’entità aperta come un centro di aggregazione sociale, estendendo l’orario d’apertura secondo ilmodello spagnolo (che arriva fino a sera inoltrata). Senza l’avviamento di queste procedure di ristrutturazione, l’UniversitàStatale è condannata a peggiorare sempre più verso quellaliceizzazione e quel laureificio che ormai la svalutano. Per fare questo ed altro si dovrà, quando sarà necessario, ricorrere alla partecipazione dei privati, nel gestire la res universitaria. “I politici – sostiene Garbo - dovrebbero prendere più in considerazionel’università venendo a parlare anche con noi studenti, informandoci, senza cercare di accaparrarsi solo voti o militanze. E’ qui che si formerà la nuova classe di politici e di votanti”.

Secondo Sinistra Universitaria (SU) la Statale è una realtà complessa in cui gli studenti devono giocare un ruolo maggiore. Questa lista universitaria (in lizza nella maggior parte dei Consigli di Facoltà e in tutti gli organi superiori: Senato Accademico, Comitato Pari Opportunità, Consiglio di Amministrazione) è una realtà sempre più radicata tra gli studenti, e propositiva nel campo della riforma universitaria: “La riduzione del numero degli esami e il numero minimo di crediti per esami introdotta dal Ministero quest’anno era stata già approvata da noi in Statale un anno prima”, spiega Dino Motti, attualmente senatore accademico e candidato al CNSU. Sono davvero molte le cose realizzate da SU in questi anni. Basta ricordare i vari incontri e le assemblee d’informazione (che hanno coinvolto tra gli altri Moni Ovadia, Giovanni Allevi e la Banda Osiris), il concorso di poesia UniVersi, e il servizio di BachecAlloggi, come pure l’importante conquista dell’appello di dicembre a Giurisprudenza. Secondo Motti, “la Statale oggi non ha le caratteristiche di una società sinergica. L’informazione non funziona e lo studente è sempre l’ultima ruota del carro”. La prima cosa da fare, per Sinistra Universitaria, è attuare una riorganizzazione dei canali di comunicazione (informare per formare), utilizzando le competenze interne dell’università, oltre a ridurre gli sprechi e investire in qualità. Come? “Coinvolgendo studenti, docenti e ricercatori nelle scelte e nei progetti dell’Ateneo. Un occasione mancata la dimostra ad esempio il sito web d’Ateneo, appaltato all’esterno, costato oltre un miliardo vecchie lire e poi fallito insieme al progetto di formazione che avrebbe potuto sostenere”. Il fatto inquietante che denuncia Sinistra Universitaria è che: “La Statale è un’università che insegna a scrivere, ma non fa scrivere, che insegna a comunicare e non ti fa fare alcuna operazione di comunicazione. E’ un paradosso”. Anche SU chiede un intervento sulla didattica tramite un processo continuo di valutazione come avviene nel resto d’Europa. Per fare tutto ciò, “è necessario riformare la governance dell’università, per smuoverla dall’interno e dare direzione e responsabilità all’autonomia. Bisogna pensare l’università come società, sinergica e partecipata, ricondurla al ruolo di polo culturale e scientifico in cui siano riconosciuti merito e qualità”. Secondo SU, molti problemi nascono dal fatto che la Statale è ancora pensata e gestita in modo elitario, mentre invece bisognerebbe dare allo studente i servizi e le agevolazioni di cui godono i colleghi europei, attraverso un sistema di welfare universitario serio, con borse di studio ed investimenti per gli alloggi studenteschi. E per quanto riguarda la Riforma, e in particolare il 3+2? “La Riforma è l’applicazione dei vincoli posti dall’UE. Il Ministero deve smetterla di sfornare una riformina ogni 2-3 anni, e gli atenei devono applicarla seriamente. Basta con questo ibrido che, specie nelle facoltà umanistiche, ha la maschera del 3+2, ma che sostanzialmente è ancora un ciclo unico con un casello a metà. La laurea specialistica deve essere tale e non un semplice completare gli esami evitati nel triennio”. Quella di oggi, secondo SU, è un’università stanca e seduta. “È il momento di alzarsi e darsi da fare, di riorganizzare l’università per renderla più dinamica, seria ed efficiente. E’ nell’università che si formano le generazioni che porteranno avanti questo Paese ed è qui che dovrebbero essere allocate le nostre migliori risorse”.

Lista Aperta Obiettivo Studenti (che comprende anche Odonto Studenti, Medicina Studenti, Studenti Presenti) è un’associazione di studenti all’interno dell’università presente da molti anni, con chiare idee sul come vanno le cose in Statale. “L’università tratta gli studenti come un male necessario per sopravvivere”, spiegano Marcello Candiani e Federico Zangrandi, esponenti di Obiettivo Studenti. “Dovrebbe invece valorizzare gli studenti come i veri protagonisti. Noi crediamo che le cose si possano cambiare tramite un confronto tra studenti e istituzioni, e non con l’urlare slogan”. La lista si candida a tutti i principali organi di rappresentanza. Negli ultimi tre anni è stata presente in Senato e nella maggior parte dei Consigli di Coordinamento Didattico: “le cose pratiche e funzionali partono prima di tutto dai C.C.D. Qui si è più a contatto con i problemi degli studenti e della didattica, e di fatto sono lo strumento più
operativo”.
Anche secondo Obiettivo Studenti i problemi più sentiti sono quindi quelli che riguardano la didattica, il più recente dei quali è stato l’eliminazione del correlatore nelle lauree triennali delle facoltà che fanno capo a Lettere e Filosofia. Secondo l’Università questa figura è stata tolta per la difficoltà di organizzare le commissioni di laurea, ma per Obiettivo Studenti questo ha influito sulla qualità delle tesi di laurea, portando la “diceria” dell’università come laureificio ad uno stato di fatto. “Stiamo cercando di superare quest’ostacolo, parlando con i vari organi e con le commissioni a cui competono queste responsabilità. Per quanto riguarda l’informazione, siamo consapevoli del fatto che serve un potenziamento di una comunicazione migliore tra rappresentanti e studenti, tra docenti e studenti come tra istituzioni e studenti. A volte tutto questo manca totalmente in alcune realtà della Statale, ma l’università si sta già muovendo sulla risoluzione di questi problemi, e noi stiamo con l’Università”.
Passando al lato pratico delle proposte, Candiani e Zangrandi ci informano che grazie a Obiettivo Studenti da qualche mese a questa parte della biblioteca Crociera ha allargato il suo orario di apertura (in via sperimentale) di un’ora in più al giorno (fino alle 18:30) e che questa sperimentazione verrà allargata anche alla biblioteca Sottocrociera a partire da settembre. “L’orario di apertura dell’università è molto simile all’orario di un ufficio postale. Noi stiamo cercando di cambiare le cose intervenendo nella discussione che porterà alla stipulazione dei nuovi contratti dei lavoratori dell’università. L’università non è un ufficio e non può essere gestito come un ufficio”. Si continua a parlare quindi di servizi mancanti o non organizzati
e a come porre rimedio a tutto ciò: “Non è importante se sia il pubblico o un privato a garantire i servizi per gli studenti. L’importante è che questo servizio ci sia, e che sia di qualità”. In questo ambito della gestione dei servizi “l’università si sta già muovendo, non c’è bisogno dell’intervento degli studenti. I problemi sono conosciuti dall’ istituzione, che sta già cercando di risolverli. Non tutti i disagi sono imputabili alle istituzioni. Noi in Statale stiamo meglio di altri. Gli studenti dovrebbero preoccuparsi più di studiare che di credere di poter risolvere da sé i problemi dell’Ateneo. Anche perchè quando lo studente avverte l’esistenza o la presunta esistenza di qualche problema, nel cercare di risolverlo si scontra con poteri istituzionali più grandi di lui. In fin dei conti l’Università Statale di Milano, non funziona benissimo, ma funziona”.

Non siamo riusciti ad intervistare la lista Universitari per la Pace. Abbiamo cercato di contattarli in tutti i modi, senza però ottenere risposta. Siamo riusciti a scoprire sul loro conto che si presentano al Senato Accademico e al Consiglio di Amministrazioneo. Registriamo inoltre (da una mail congiunta inviata da SU, AU e Unicentro a tutti gli studenti) che da un controllo fatto sulle firme risulta che undici sottoscrittori sono attualmente rappresentanti degli studenti in Organi accademici per la lista Obiettivo Studenti e un candidato è attualmente rappresentante degli studenti nel C.C.D. di Storia, sempre per la lista Obiettivo Studenti.

Denis Trivellato e Beniamino Musto

27 maggio 2007

SPECIALE ELEZIONI IN UNIVERSITA' - PARTE SECONDA

COSA SI VOTA? GLI ORGANI ACCADEMICI DELLA STATALE DI MILANO


In queste elezioni saremo chiamati a votare il rinnovo dei rappresentanti degli studenti nei principali organi di governo della nostra Università. Questi organismi, anche se poco conosciutiagli studenti stessi, svolgono un ruolo di importanza cruciale nella gestione e nel governo del nostro Ateneo. La seguente vuole essere un’introduzione ai principali compiti che questi entisvolgono. Ci scusiamo in anticipo se saremo troppo schematici, e vi rimandiamo per ulteriori approfondimenti alle pagine del sito www.unimi.it.

• Cominciando dagli organi più particolari, troviamo il Consiglio di Coordinamento Didattico (C.C.D.): istituito in ogni facoltà comprendente più Corsi di Laurea (come a Lettere e Filosofia, Medicina e Chirurgia ecc.), uno per ogni corso di laurea, presente, si occupa principalmente della valutazione della didattica e degli obiettivi dei singoli corsi, dell’approvazione dei Piani di Studi e delle delibere del Consiglio di Facoltà di appartenenza. Possono anche assumere funzioni deliberative su delega del proprio Consiglio di Facoltà.


• Salendo coi compiti, troviamo il Consiglio di Facoltà (C.d.F): ne è presente uno per ogni Facoltà, svolge i compiti dei C.C.D per le Facoltà con un solo C.d.L , ed inoltre compiti deliberativi e più generalmente decisionali per quel che riguarda le singole facoltà di appartenenza.


• Subito dopo, il Comitato Pari Opportunità (C.P.O): suo compito, come si evince dal suo stesso nome, è proprio quello di promuovere “ “azioni positive” da parte dell’ateneo per garantire le pari opportunità nel lavoro e nello studio, in sintonia con le politiche europee in materia, e per eliminare le disparità di fatto di cui prevalentemente le donne sono oggetto nella formazione scolastica e professionale, nell’accesso al lavoro, nella progressione della carriera”. Dispone di un Budget, e può proporre al Consiglio d’Amministrazione attività e/o finanziamenti specifici. Non ha potere deliberativo.


• Il Senato Accademico è l’organo decisionale più alto dell’università in materia non economica: determina le priorità di investimento e di sviluppo, e gli obiettivi da perseguire secondo il budget disponibili; poi, con l’apporto dei C.d.F, determina l’organico e le eventuali variazioni, nonché la distribuzione dei contributi degli studenti per il potenziamento delle strutture didattiche. Più in generale, ha l’ultima parola su tutto quello che riguarda l’aspetto organizzativo dell’università.


• Il Consiglio d’Amministrazione è invece l’organo preposto “al reperimento delle risorse finanziarie e alla gestione amministrativa ed economico-patrimoniale e a quella del personale tecnico ed amministrativo”. E’ in pratica l’organo più importante dell’università in materia economica; è anche l’organo che determina “la misura delle tasse e dei contributi a carico degli studenti”.
In queste stesse elezioni siamo chiamati anche a votare il rinnovo del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (C.N.S.U), di cui parla l’ultimo articolo di questo speciale elezioni.

Davide Bonacina

26 maggio 2007

SPECIALE ELEZIONI IN UNIVERSITA' - PARTE PRIMA


Quest’anno il 16 e il 17 Maggio si terranno le elezioni universitarie: noi di Vulcano abbiamo pensato dunque di fare questo speciale per tentare di dare ai nostri lettori informazioni basiche su un argomento di cui purtroppo non si parla abbastanza, anzi, se ne parla sempre meno. E i risultati si vedono: l’affluenza alle urne della scorsa campagna si è attestata appena sul 10%.

INDIFFERENZA E MANCANZA DI INFORMAZIONE:
LE ELEZIONI SECONDO GLI STUDENTI

A metà maggio, precisamente il 16 ed il 17, gli studenti dell’Università Statale di Milano saranno chiamati ad esprimere il loro parere, attraverso un voto, riguardo alla qualità delle istituzioni che li rappresentano, e conseguentemente a confermare o sostituire i loro rappresentanti all’interno del C.N.S.U., del Senato Accademico, dei Consigli di Facoltà e del Consiglio di Coordinamento Didattico. Sentiamo il dovere di specificare queste cose, oltre che per completezza di informazione, anche perché abbiamo potuto constatare che, a qualche settimana dalle elezioni, gli studenti sono poco informati (poco è un magnanimo eufemismo), non solo riguardo la data delle
consultazioni, ma anche su liste e candidati, che in teoria dovrebbero eleggere. Abbiamo infatti svolto una piccola indagine tra gli studenti che abitualmente affollano i chiostri e i corridoi della nostra Beneamata FdP, chiedendo (ma anche chiedendoci) quale sia il grado di informazione e soprattutto di sensibilità rispetto alla politica universitaria e, nello specifico, a queste prossime elezioni. Senza pretesa di esaustività o scientificità alcuna, crediamo che chi legge potrà facilmente riconoscersi tra coloro i quali hanno gentilmente risposto alle nostre domande.
Prima di tutto annotiamo un deficit informativo, il quale, magari, sarà stato colmato dalla campagna elettorale nell’attesa del voto, ma che ci pare evidente: la quasi totalità degli studenti ci dice che c’è stata una scarsa informazione. Alcuni sostengono ci sia stato anche un errore nei modelli di comunicazione: ad esempio la maggior parte delle mail che manda l’università sono percepite come spamming e molti le cestinano. Inoltre i più sostengono che il volantinaggio o il
“passaparola” non siano sufficienti. D’altro canto c’è anche chi afferma che chi si vuole informare si informa, mentre qualcuno motteggia sprezzante un generico: “La gente è disinteressata”. Ed è vero. Abbiamo constatato un generale disinteresse, non solo per le elezioni, ma anche per gli organi di governo. Un disinteresse che raramente però sfocia nella disillusione. Solo pochi studenti di lungo corso, per così dire, dichiarano: “un tempo ci credevamo, andavamo a votare ora non andremo più”. Perché? Che la politica in università, stringi stringi, non sia altro che la riproposizione della solita politica italiana? Oltre ad un deficit comunicativo, manca anche un vero rapporto tra istituzioni e studenti? Forse. O forse è proprio una genetica generazionale. Una simpatica matricola infatti ci dice con pronuncia aperta e ciancicata: “Andare ad informarmi, io non vado… se qualcuno mi informa magari vado pure a votare”. Una teoria interessante.
Ad ogni modo molti colleghi studenti ignorano, secondo varie declinazioni dell’ignoranza, le funzioni del Senato Accademico o in generale degli organi di rappresentanza. Alcuni dicono che questi servano per decidere sugli appelli straordinari, ed in parte è vero, altri li chiamano “comitati di qualcosa”, una buona parte ignora completamente la loro esistenza. Ci siamo trovati inoltre di fronte (spessissimo) a risposte contraddittorie; studenti che affermano di non saper nulla di liste e candidati, ma che sicuramente andranno a votare, altri qualcosa la sanno e voteranno, ma credono che nella vita di uno studente questi organi non servano a nulla. Un giovane seduto con le gambe incrociate fuma e ci dice: “I problemi degli studenti sono altri rispetto a quelli che vengono portati in Consiglio”, ma alla richiesta se sapesse citare almeno una delibera del Senato Accademico o dei Consigli di Facoltà, il silenzioha freddato le diroccate colonne del chiostro. Un altro giovanotto ci dice solo una frase non rispondendo alle altre nostre domande: “Non so nulla ma andrò a votare”. Sarà senso del dovere, sarà per fare qualcosa di diverso, ma la quasi totalità degli interpellati andrà a votare; anche chi ammette di non sapere il nome nemmeno di una lista o di un candidato. E sono tanti. Solo una studentessa sa dirci il nome di due liste: “Sinistra universitaria, e quella collegata a CL, Obiettivo Studenti”. Un’altra ragazza ci dice che andrà a votare perché queste elezioni sono per decidere se fare o meno l’appello straordinariodi aprile: crede che sia un referendum. Un referendum retroattivo.
Ci viene spontaneo chiederci chi andrà a votare alle prossime elezioni? Su quali basi sceglierà il proprio rappresentante: sarà perché è un amico? un compagno di partito? O perché ne si conoscono davvero le idee? Chi rappresentano davvero gli studenti seduti ai tavoli delle decisioni? Che sia mancanza di interesse o scarsa informazione la situazione è pressappoco questa. Meditate su quest’ultimo aneddoto: chiediamo ad uno studente come si chiama il Rettore, questi ci guarda fisso per interminabili istanti, e prorompe: “Chiediglielo a lui come mi chiamo io”. Votate, votate, votate.

Fabrizio Aurilia e Viviana Birolli

22 maggio 2007

I BARONI RAMPANTI

Poche, interessanti, cifre. 13.679 euro è lo stipendio mensile netto (esclusi rimborsi vari) dei parlamentari italiani. Di gran lunga la remunerazione più alta d’Europa. Meno ricchi i pari Tedeschi, Francesi, Inglesi e Spagnoli che, mediamente, guadagnano 7150 euro per mese.
Il dato stride soprattutto in relazione ai salari degli altri ambiti (dagli operai agli insegnanti ma, paradossalmente, anche manager) che, in Italia, le statistiche dimostrano essere
decisamente più bassi rispetto al resto d’Europa. Conclude il circolo stravagante la Sicilia, una delle regioni con il più alto tasso di disoccupazione, con meno infrastrutture e servizi, dove il costo della politica (fra stipendi e consulenze) centra il milione di euro al giorno. Insomma, la ricchezza della politica è inversamente proporzionale al benessere del paese. Una vera e propria aristocrazia di deputati, senatori, sottosegretari e, fatalmente, amici degli amici. Quando, dagli anni ’70, gli esperti stranieri iniziarono a discutere della politica italiana in termini di vero e proprio “caso”, per sottolinearne, oltre la proverbiale alchimia, l’uso e abuso libertario e autoreferenziale delle risorse pubbliche, non si sbagliavano. Ci sbagliamo oggi, dopo poco più di un decennio dal noto venticello giudiziario, a credere che la politica abbia perso, oltre alle sue virtù, anche i suoi vizi.
Gregorio Romeo

14 maggio 2007


Si chiamerà Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca. Dovrà giudicare la qualità delle attività universitarie, indirizzare e coordinare i nuclei di valutazione già attivi nei singoli atenei, testare l’efficacia dei programmi statali di finanziamento e incentivazione alla ricerca. Sarà un ente snello con la “missione di promuovere la qualità del sistema italiano delle università e della ricerca”. Parola del ministro Fabio Mussi. E allora aspettiamoci tirate d’orecchie a baroni e baronetti. Bacchettate sulle mani agli eterni assenteisti. Lavate di capo ai plantigradi della cattedra. La grande svolta meritocratica ed efficientista. Oppure prepariamoci all’ennesimo ente inutile.
Luca Gualtieri

INDIA: LA "VITA AGRA" DELLE CAMPAGNE



BIDAR. 1° maggio. Malamma Balreddy, una contadina trentenne incinta si toglie la vita insieme al suo figlio di sette anni. Le fabbriche avevano rifiutato di comprare il suo raccolto di canna da zucchero. Salgono così a 25 le vittime della crisi agricola che ha investito il distretto, a partire dal mese di gennaio. I suicidi erano tutti coltivatori di canna da zucchero. Bidar è per estensione il terzo distretto dello stato del Kerala adibito alla coltivazione della canna da zucchero. 25 mila tonnellate di canne su una superficie di 76 mila acri. Quest’anno la natura è stata clemente. I coltivatori hanno avuto un prodigioso raccolto. Solitamente è la natura capricciosa a mandare in rovina gli sforzi degli agricoltori. Siccità, piogge troppo abbondanti che fanno marcire i raccolti, invasioni di insetti. E il lavoro di mesi vanificato. Quest’anno le fabbriche non sono state in grado di assorbire l’eccedenza. Nessun compratore per le fulgide canne ad aspettare nei campi. Il numero dei suicidi è andato aumentando man mano che l’estate si avvicinava e le operazioni di spremitura delle canne da parte delle fabbriche giungevano al termine. La canna da zucchero deve essere raccolta ogni 10/12 mesi altrimenti perde la sua caratteristica umidità, non può più essere spremuta e diventa quindi inutilizzabile. Se un piccolo coltivatore non riesce a vendere il proprio raccolto e a recuperare il denaro che ha investito nella coltivazione non può comprare le sementi per la stagione successiva. E l’unica soluzione che gli si profila, oltre a quella di rivolgersi agli strozzini-arma a doppio taglio- è togliersi la vita. Il triste fenomeno del suicidio dei contadini è una realtà diffusa in tutta l’India. Pesticidi o veleno per topi sono i mezzi più utilizzati.

Chiara Checchini



11 maggio 2007

INDIA E HIV

Dei 39.5 milioni di persone infettate dal virus dell’HIV nel mondo, 5.7 milioni vivono nel subcontinente indiano. Ciò che emerge con chiarezza da recenti studi è che il contagio non avverrebbe tanto per via sessuale quanto per via ematica. Il principale veicolo di trasmissione del virus non sarebbero quindi le prostitute, facile capro espiatorio, contro le quali qui in India si punta il dito con tanto fervore, bensì le scarse norme igieniche delle strutture ospedaliere (dove le siringhe sono spesso semplicemente lavate e poi riutilizzate), degli studi dentistici e dei centri estetici (dove è raro che gli strumenti vengano sterilizzati).

Per chi ha contratto il virus la vita si trasforma in una lotta contro la discriminazione, ben radicata, nelle campagne come nei centri urbani con alto tasso di scolarizzazione, e fondata su saldi preconcetti ed errate convinzioni. La stampa riporta copiose testimonianze di ostracismo. Bambini sieropositivi buttati fuori da scuola per la pressione dei genitori dei loro compagni. Medici che negano il ricovero nelle strutture ospedaliere a pazienti sieropositivi. Addirittura grandi attori che si rifiutano di interpretare il ruolo di malati di HIV, perché ne andrebbe della loro reputazione. Fino ad arrivare al paradosso. Gli abitanti della zona che si oppongono alla cremazione del corpo del malato di AIDS nel crematorio locale.

Grazie alle decennali pressioni degli attivisti in quasi tutti gli stati indiani oggi il governo fornisce gratuitamente la prima linea di medicinali anti- retrovirali che rallentano la progressione dell’infezione. Ma non tutti coloro che avrebbero bisogno di questi trattamenti vi hanno accesso. Chi vive nelle aree rurali è costretto a sacrificare un giorno di lavoro per intraprendere il viaggio mensile (a suo carico) al più vicino ospedale per ritirare la sua quota di medicinali. Inoltre i frequenti ricoveri ospedalieri del malato con un sistema immunitario molto debilitato sono a carico del paziente. E se spesso le strutture sanitarie governative nelle aree rurali si rivelano insufficienti, le cliniche private sono assolutamente off limits per i loro costi proibitivi. Il malato deve poi provvedere ad una corretta alimentazione, con alta percentuale di proteine e ferro, il che si rivela difficile per famiglie di livello medio-basso. Per far fronte a queste spese spesso si ricorre alla vendita di tutte le proprietà o a prestiti. Inoltre la seconda linea di medicinali retrovirali non è gratuita, ma raggiunge la folle cifra di 8 /10 mila rupie al mese. (Un lavoratore salariato guadagna al giorno una media di 150 rupie). Sulla gratuità della seconda linea di retrovirali stanno ora insistendo gli attivisti, così come sulla necessità di campagne di sensibilizzazione ad ampio raggio, veicolate dai mass media, ben pianificate ed estese capillarmente fin nelle propaggini più periferiche del subcontinente.


Chiara Checchini

17 aprile 2007

VENT’ANNI DI ERASMUS

Il 2007 è l’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario del Progetto Socrate-Erasmus, una tra le iniziative culturali più significative e di maggior successo promosse dall’Unione Europea. In occasione di questa ricorrenza, l’associazione Erasmus Student Network, la cui missione è quella di sostenere i progetti di scambio attraverso il principio dell’integrazione sociale e culturale, organizzerà diverse conferenze in tutta Europa.

Nell’ambito di queste celebrazioni, la sezione Erasmus Student Network dell’Università degli studi di Milano ha in programma due giornate interamente dedicate all’integrazione europea e agli scambi studenteschi. Il primo incontro è avvenuto venerdì 9 febbraio mentre il secondo avverrà nei mesi di aprile o maggio di quest’anno.

Per parlare di Erasmus è evidentemente necessario discutere più generalmente dell’Europa, perché questo è il territorio entro il quale il progetto prende forma e perché la sua piena realizzazione dipende dall’evoluzione di un ideale più ampio, che è quello di Europa unita, solida e comune. Innegabile tuttavia è che l’Europa ha avuto e ha tuttora davanti a sé un percorso non facile, costellato di ostacoli e diversità che talvolta possono apparire insormontabili, e a questo proposito, la dott.sa M.G. Covenaghi Smith, direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo a Milano, invita “a guardare agli studenti Erasmus come ambasciatori di una nuova idea d’Europa e più generalmente ambasciatori di pace, conoscitori di culture e tradizioni diverse, che hanno compreso in prima persona l’importanza della tolleranza e la grandezza della diversità”.

La prof.ssa Patey rileva un altro dato interessante. “Nei primi anni ’90”, dice, “i posti disponibili erano nettamente limitati rispetto alle domande di studio all’estero, ma negli ultimi 5 anni la tendenza si è invertita e assistiamo a una scarsità di domande contro un’abbondanza di offerta”. Si tratta evidentemente di un aumento delle borse di studio, ma la dott.ssa Moroni trova un’altra possibile causa di quest’inversione di tendenza “nella diffusione dei corsi di laurea cosiddetti 3+2, poiché l’ansia di concludere il percorso entro il termine stabilito disincentiva gli studenti a partire per l’estero”.

In effetti, i problemi che uno studente Erasmus può incontrare sono molteplici, come ad esempio il riconoscimento dei crediti nella propria Università al ritorno dallo scambio culturale, o il problema linguistico, dal momento che nei nostri atenei le lezioni vengono tenute soltanto in italiano. A questo proposito la prof.ssa Patey fa notare come “sarebbe necessaria l’individuazione di parametri di valutazione comune e la promozione di un bilinguismo culturale necessario a far passare le nostre ricchezze, senza il quale saremo condannati a una sorta di provincialismo culturale”.

Come rende evidente il prof. Bruti Liberati: “le differenze tra i 27 paesi membri sono tutt’oggi rilevanti”. Per farne alcuni esempi: “il reddito medio di un europeo è di 25.600 euro, ma in Lussemburgo si aggira intorno ai 75.500 mentre in Bulgaria è di 3.500; esistono 100 tipi diversi di patenti e 9 tipologie di prese elettriche; la diffusione delle tecnologie informatiche tra la popolazione svedese è dell’80% contro il 23% di quella greca”. Risulta pertanto lampante che “mancano i mezzi per fare l’Europa, senza i quali il percorso di unificazione, di uomini e culture, è ancora molto difficile e in salita”.

L’onorevole Europarlamentare Antonio Panzieri auspica “una maggior partecipazione dei cittadini al percorso di creazione dell’Europa”, considerando di fondamentale importanza il progetto Erasmus, “tanto per il raggiungimento dell’obbiettivo europeo quanto per la sensibilizzazione dei nostri giovani riguardo la validità e la necessità di sentirsi europei”.

Ora la parola passa agli studenti, italiani e stranieri, che stanno vivendo o hanno vissuto, un’esperienza di studio all’estero. Federico racconta: “sono stato a Barcellona 12 mesi, mi sono trovato bene e non ho incontrato grosse difficoltà a integrarmi con gli altri studenti Erasmus e non”. Per Chiara invece, che ha vissuto 6 mesi in Inghilterra, “non è stato semplice integrarsi con la gente del luogo, e i rapporti in un primo momento sono stati perlopiù con altri studenti Erasmus”. Lorenzo tiene a sottolineare che “durante il periodo di studio in Galles ho imparato lo spagnolo”, dimostrando come non sia strettamente necessario visitare un paese per conoscerne la lingua. Ultima, una ragazza finlandese, nota come “in Italia il programma di studio è molto più complesso e i professori più esigenti rispetto al mio Paese”.

Vorrei concludere con un passo da “L’Adolescente” di F.Dostoevskij, scritto intorno al 1874 “..il francese era allora soltanto un francese e il tedesco soltanto un tedesco… l’Europa ha creato il modello-tipo del francese, dell’inglese, del tedesco ma del suo uomo del futuro l’Europa non sa nulla… in Francia io sono francese, col tedesco sono tedesco e allo stesso tempo sono russo al massimo grado… per il russo l’Europa è preziosa quanto la Russia… non si può amare la Russia più di quello ch’io l’amo, eppure io non mi sono mai rimproverato per il fatto che Venezia, Roma, Parigi, con tutti i tesori della loro scienza e delle loro arti, e tutta la loro storia mi sono più care della Russia…


Barbara Ferrarini

15 aprile 2007

LA “BUFFA ITALIA” DI BRUNO BOZZETTO

Mi affascina di più chi affronta con ottimismo i mille problemi quotidiani della vita di chi attraversa il deserto in monopattino…” (Bruno Bozzetto)

L’espressione “Cinema d’animazione” evoca d’abitudine, soprattutto nei non appassionati al settore, le immagini edificanti di una Biancaneve dolce e leziosa o di buffe e bonarie fate madrine, fino ad arrivare ai più recenti e moderni capolavori della Pixar, grande araldo della computer animation, nei cui lavori la dose di ironia si fa sempre più pronunciata, mantenendo però indiscusso il suo status di “confezionatrice” di prodotti di ampio consumo e di sicuro successo al botteghino.

L’animazione d’autore invece è un universo sotterraneo vasto e variegatissimo, messo perennemente in ombra, oltre che dalle più ricche e pubblicizzate produzioni hollywoodiane, dalle serie televisive, come le celeberrime quanto spesso mal interpretate serie giapponesi. Con poche eccezioni, il resto è confinato nei festival.

Un esempio di cineasta che, pur realizzando opere indubbiamente d’autore è riuscito ad evadere dalla cerchia ristretta dell’animazione indipendente e ad inserirsi, almeno in parte, nei circuiti ufficiali è Bruno Bozzetto. Piuttosto noto anche al vasto pubblico, nell’ambito dell’animazione Bozzetto si è cimentato un po’ con tutte le tipologie possibili, dividendosi tra il cinema, con apprezzati lungometraggi come “West and soda” o “Allegro non troppo” e la tv, con serie televisive (“spaghetti family”) ed il lavoro nell’ambito della pubblicità e nelle campagne di sensibilizzazione, un esempio per tutti, “La libertà”, commissionato dal comune di Bergamo in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla liberazione.

Secondo la mia opinione però, il genere in cui emergono in modo più dirompente i punti di forza di questo straordinario autore sono i cortometraggi, perché in essi è possibile godere della sua mirabile capacità di sintesi, in grado di concorrere in modo determinante alla resa comica e, allo stesso tempo, all’efficacia del messaggio di cui l’elemento comico è sempre portatore.

Protagonista di alcuni cortometraggi, oltre che di tre lungometraggi, è la sua creatura più celebre: un tipico italiano medio, di mezza età dall’eloquente cognome Rossi.

Ennesima rappresentazione di una piccola borghesia velleitaria e frustrata, tipologia già ampiamente illustrata, riconducibile in parte alla commedia all’italiana degli anni ’60, con i cui esempi più fulgidi il signor Rossi condivide una sorta di dignità di fondo, riscontrabile sotto il ritratto poco lusinghiero del peninsulare medio, come se oltre la satira fosse possibile leggere anche un velo di comprensione: la consapevolezza che si tratta comunque e pur sempre del prodotto della nostra società italiana, delle sue virtù e dei suoi tanti difetti.

Lo spirito di questi lavori, in bilico tra comicità pura, un fondo di malinconia e una dose di critica sociale, si ripresenta simile, anche se espresso in forma completamente diversa, nei vari cortometraggi. Come delle brevi allegorie, queste opere affrontano temi “seri” come la routine quotidiana e la nevrosi che genera, attraverso la stilizzazione grafica e l’iterazione dei gesti quotidiani, oltre che annose questioni come il tema della creazione (“Life” e “Adam”) o la storia del mondo, opportunamente ridotta all’osso e “ridicolizzata” al fine di far risaltare l’assurdità di tanti comportamenti umani.

Tra i tanti esempi significativi potremmo citare due opere a mio parere emblematiche ed in molti sensi assimilabili: “Vita in scatola” del 1967, geniale ricostruzione in sei minuti di durata, della vita di un uomo medio, dalla nascita al momento della morte e “Cavallette” (nomination all’Oscar nel 1990), una sorta di trasposizione del precedente su vastissima scala, ovvero la storia dell’uomo dalla preistoria al giorno d’oggi. I due cortometraggi, giocati sulla forte stilizzazione del segno, hanno in comune l’uso di un sonoro tanto eloquente quanto esula dal dialogo tradizionale. Le parole intelleggibili sono pochissime, funzionali a una maggior comprensione e alla resa dell’effetto comico mentre un ruolo preponderante è riservato ai rumori e alle musiche, che in “Cavallette” svolgono la funzione di sottolineare i “momenti topici” della storia dell’uomo. Ad esempio l’attacco della Marsigliese sancisce la decapitazione di Luigi XVI, mentre una solenne O fortuna accompagna le mire espansionistiche dell’Impero Romano. Momenti fondamentali per la comprensione del messaggio in entrambi i film sono gli intermezzi. In Cavallette una musica soave accompagna uno scorcio di prato verde popolato da insetti, simbolo evidente di una natura immutata e impassibile, in antitesi ad un’umanità sempre più caotica e votata all’autodistruzione.

Nel più “intimista” Vita in scatola, la grigia esistenza del protagonista, resa dal suo perpetuo andirivieni dalla sua abitazione ad un secondo edificio (di volta in volta la scuola, l’università, la fabbrica…) è interrotta da una musica edificante, accompagnata da un’esplosione di colori: è la fuga dalla realtà innescata nell’infanzia dal volo di una farfalla, dal momento dell’innamoramento, dalla nascita del figlio.

Questi sono solo brevi accenni, perché il lavoro di Bozzetto è vastissimo e merita di essere goduto in pieno: per gustarsi la sua dirompente comicità e per riflettere su tanti luoghi comuni o temi che diamo semplicemente per scontati. Particolarmente riuscita è la sua raffigurazione dello stile di vita peninsulare, ritratto con occhio disincantato ma bonario, dissacrante ma esente da giudizi, come chi si è totalmente immerso in una realtà, prima di raccontarla.


Laura Carli

11 aprile 2007

ARRIVA LA BACHECALLOGGI

Ecco la Bachecalloggi! Finalmente pronta, finalmente operativa!Un piccolo passo verso l’emersione del circuito universitario del mercato di alloggi. Una bacheca dove gli studenti possano trovare casa senza imbattersi nella confusione delle cosiddette “bacheche libere”. Trasparenza, visibilità effettiva degli annunci. Non solo: possibilità di confrontare i prezzi, fare statistiche, informare... Si tratta di un esperimento, una prima iniziativa partita per ora nella sede centrale di Via Festa del Perdono, nel punto di confluenza di tutti i corridoi. L’obiettivo futuro, se l’operazione avrà il seguito sperato, è di estendere l’iniziativa in Città Studi e in via Conservatorio. Occorreranno consenso, successo, e nuove adesioni al progetto.
Il primo sportello per la raccolta degli annunci è già attivo, in aula Pesci. Ci si arriva scendendo le scale che portano alla mensa, l’aula si trova appena superata l’aula informatica Bronxlab. Oppure, se provenite dalla direzione opposta, dovete superare le aule ex Bar. La porta è riconoscibile da una locandina affissa.

L’orario di servizio è il martedì dalle 15 alle 17, il giovedì dalle 11 alle 13: vi chiederemo di compilare un modulo che ci permette di affiggere l’annuncio e conservarlo per circa un mese, e, solo su richiesta, per un tempo più lungo. Ovviamente potete accedere anche al di fuori dell’orario di sportello. Per tutti gli inserzionisti è attivo infatti un numero di telefono: 0250312962 dove potete lasciare un messaggio per essere poi richiamati da noi. Oppure se preferite potete inoltrarci la richiesta via e-mail all’indirizzo bachecalloggi@libero.it

L’impegno è quello di raccogliere anche le domande di alloggio, al fine di favorire il contatto fra inserzionisti e pubblico, per cui chi cerca un alloggio non esiti a consegnarci la sua richiesta.
Bachecalloggi ambisce così a un ruolo di intermediario, ma solo a un fine di trasparenza e pubblicità: nessuna garanzia nè alcun costo di agenzia. Servizio gratuito da studente a studente.

10 aprile 2007

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI '80 N°8

Il numero precedente vi ha resi partecipi dell’epopea yuppie di Micheal J. Fox con il suo apice e il suo commovente tramonto. Nell’anno 1986 però il modello ha un successo così dirompente che un uomo di nome Willard Huyck considera maturi i tempi per esportarlo in una galassia lontana, più precisamente sul Pianeta dei Paperi. Huyck è l’ingiustamente dimenticato regista di Howard e il destino del mondo, film di cui si parla sempre troppo poco, ma chi lo ha visionato in tenera età non lo ha più dimenticato, e di sicuro conserva almeno un disegno dal tratto infantile ma vigoroso in cui Howard il papero affronta gli Occulti Super Sovrani Dell’Universo.

Procediamo però con ordine: Howard è un giovane papero rampante, vive in un modesto appartamento, dalla sua segreteria telefonica apprendiamo che un’avvenente papera “sogna di passargli le dita tra le piume”, ma ciò nonostante lui legge Playduck. Nel mezzo della lettura però una misteriosa forza lo risucchia fuori dal suo loculo e Howard sotto lo sguardo attonito di un gangsta papero con piume nere e radiolona è proiettato nella volta celeste.

Il raggio traente proietta Howard a Cleveland che diventa rampa di lancio del papero per percorrere tutte le tappe del sogno americano: da anatra gigante squattrinata a manager di successo di una band tutta al femminile. Quella che Howard compie Howard ha tutte le caratteristiche dell’odissea, nel senso che presenta tutti i topoi dalla migliore filmografia yuppie-reaganiana degli anni ’80 a cominciare dai compagni di viaggio. La frontwoman del gruppo e quasi amante di Howard (c’è un’emozionante scena di seduzione) infatti è Lea Thompson, che oltre a viaggiare nel tempo con Micheal J Fox nel 1983 aveva salvato gli Stati Uniti dai bolscevichi invasori nell’epico Alba Rossa. Qui in attillato streetwear post Motley Crue affianca Howard nel suo difficile adattamento allo stile di vita terrestre, ma non è sola, poiché nei panni di un goffo assistente di laboratorio c’è il futuro pasionario Tim Robbins, è il copilota di Howard del mirabolante volo in deltaplano in cui il papero sorvola i cacciatori di anatre al grido “Tora Tora Tora!”. Ma le citazioni non si fermano, si fanno solo più colte: Howard non ha niente da invidiare al ragazzo dal chimono d’oro, ne sanno qualcosa i tipi loschi allontanati a colpi di Quack Fu e coperchi di secchi della spazzatura.

Il coronamento della scalata ( non senza prima aver salvato il mondo da altri alieni) sarà il bagno di folla del grande concerto della Lea Thompson Band dove Howard si produce in un assolo degno di Eddie Van Halen e conclude con lo stage diving di rito.


Nicola Spagnuolo

5 aprile 2007

CALCIO: DA HOOLIGANS A "FRIENDLY FANS"

Se questo è ciò che chiamate calcio, cos’è per voi una battaglia?” si chiedeva sconcertato nel 1829 un francese che assisteva ad una partita di calcio inglese. La testimonianza ci prova che la violenza associata al calcio non è una "degenerazione" dei nostri giorni; comunque i recenti, drammatici avvenimenti accaduti in occasione della partita di calcio tra Catania e Palermo costituiscono un’occasione ineludibile per una riflessione storica sul tema della tifoseria violenta, spesso nota col termine inglese hooliganism. Gli hooligan infatti sono nati in Inghilterra insieme col gioco del calcio, e per secoli sono stati un fenomeno tipicamente britannico. In realtà lo stesso gioco del calcio è nato come pratica sociale, più che sportiva, piuttosto violenta: l’iniziale forma di gioco, nota già nel 13° secolo, coinvolgeva in battaglie pressoché prive di regole gran parte dei giovani maschi di villaggi vicini. Le partite erano vissute, più che come occasioni per compiere prodezze con la palla, come opportunità di estrinsecare antichi rancori, pareggiare conti in sospeso e partecipare attivamente alla pratica "virile" dell’aggressione tribale. Precedute da forti bevute, le primitive partite si concludevano spesso con danni anche gravi a persone e cose. Anticamente l’opinione pubblica era piuttosto tollerante verso queste "intemperanze", ma già all’inizio del 14° secolo i commercianti chiesero di proteggere i mercati (e dunque i loro affari) dalle violenze che si originavano in occasione di incontri di pallone: così questo gioco fu ripetutamente messo al bando da editti reali fin dal 1314. Evidentemente però il calcio come forma violenta di competizione rimase in uso, e le partite, che impegnavano anche un migliaio di giocatori, continuavano ad essere associate a vandalismi di varia gravità a danno di magazzini, canali e mulini. Nel 19° sec. l’industrializzazione e l’urbanizzazione circoscrissero gli spazi deputati al gioco in arene man mano più piccole, all’interno delle quali furono prescritte severe regole di gara: i comportamenti violenti precedentemente praticati sul terreno di gioco furono ritualizzati, la pratica sportiva venne raccomandata come sana alternativa al bere alcolici, e il fair play lodato come caratteristica del buon cittadino. Una volta limitata l’aggressività fisica dei giocatori, si ridusse anche la violenza degli spettatori, e in questa forma il gioco del calcio, divenuto "rispettabile", venne esportato nel resto dell’Europa e del mondo. Tuttavia, pur se le regole sportive più severe hanno contenuto il fenomeno dello hooliganism, la diffusione del calcio su scala mondiale ha purtroppo portato con sé anche la diffusione di pratiche di tifoseria violenta. Le "rituali" invasioni delle curve dell’opposta tifoseria, generalmente più spettacolari che violente, alcune volte sono state la miccia che ha innescato battaglie cruente: negli anni ’50, in Iugoslavia diversi incidenti hanno coinvolto tifosi armati di martelli e spranghe di ferro, e in Turchia uno scontro tra tifoserie rivali armate di pistole e coltelli, protrattosi per giorni dopo la fine della partita, si è concluso con un bilancio di 42 morti e circa 600 feriti. Quali sono le ragioni profonde che originano simili comportamenti? Alcune teorie attribuiscono la responsabilità all’identificazione tra aggressività e virilità, a carenze educative familiari e scolastiche, ad insoddisfazione e noia derivanti dallo svolgere lavori ripetitivi, poco gratificanti e non idonei ad assicurare prospettive di miglioramento sociale, a radicate tradizioni di rivalità tra squadre, tifoserie, città e anche fazioni politiche. Alcuni sociologi ipotizzano poi che alcuni episodi, quali ad esempio le azioni di contenimento e repressione attuate dalla polizia, i servizi giornalistici e televisivi incentrati sui club delle opposte tifoserie e gli errori arbitrali, possano avere un ruolo scatenante su animi e comportamenti. Nonostante rischi e difficoltà, però, tenere alla squadra del cuore può dar luogo, in adolescenti e giovani, a benefici effetti relativi al processo di costruzione dell’identità e alla capacità di instaurare legami con un gruppo di riferimento. La comune passione sportiva, la celebrazione dei "riti calcistici" dell’assistere alle partite e del discuterne, la preparazione delle forme di incitamento alla propria squadra (hola, slogan, canti), i viaggi connessi con le trasferte possono costituire la base per il sorgere di vere e durature amicizie. E’ dunque compito congiunto di squadre di calcio, associazioni di tifosi, autorità ed educatori far sì che si diffonda un nuovo modello di tifoseria, che affondi le sue radici in una mentalità veramente sportiva. E in effetti se proprio un’associazione di tifosi britannici, la “Tartan Army” che raccoglie 5000 aderenti, ha vinto nel 1992 il premio “Fair Play” dell’UEFA, ci sono buoni motivi per credere che la trasformazione di supporters da hooligans in “friendly fans” sia possibile e concretamente realizzabile.


Flavia Marisi


1 aprile 2007

SQUILIBRIO DEMOGRAFICO IN INDIA

Con una popolazione composta per il 48% da donne, una popolazione di un miliardo e duecento unità, l’India vive una situazione di preoccupante squilibrio demografico. Il rapporto numerico tra i sessi è in India uno dei più sfavorevoli al mondo e le ragioni di tale sproporzione non sono soltanto attribuibili a fattori di natura biologica, ma sociale ed economica. In una società patriarcale qual è quella indiana la figura femminile ha da sempre subito discriminazioni. Una figlia femmina è un peso per la famiglia. Non potrà aiutare nella gestione della casa né dei beni di famiglia perché destinata a trasferirsi nella casa del marito non appena sposata. E condizione essenziale per il matrimonio è il versamento da parte della famiglia della donna di una cospicua dote alla famiglia del marito. Per questo motivo l’infanticidio femminile è da sempre stato il metodo più comune per la pianificazione numerica del nucleo familiare. E lo è tuttora, anche se oggi la medicina moderna ha reso la pratica più indiretta e più indolore e le ha dato nuovi nomi, come aborto selettivo. L’ ecografia si rivela il mezzo ideale per la selezione prenatale. Se prima la bambina veniva soppressa attraverso soffocamento, inserendole nella gola foglie di tabacco o semi, o ancora mettendola in vasi di terracotta poi chiusi da pesanti coperchi, ora è sufficiente un breve indolore intervento in una delle tante cliniche specializzate o negli ambulatori mobili allestiti su autovetture, che riescono a raggiungere anche le zone più remote.

Paradossale si rivela poi il fatto che il triste fenomeno non è prerogativa delle zone rurali o di quelle più povere, ma raggiunge i picchi proprio nel più prospero e industrializzato nord. In testa la zona di Delhi dove la sex ratio ( rapporto numerico tra maschi e femmine), nell’età compresa tra gli zero e i sei anni di età, è di 821 bambine ogni 1000 bambini.

Nel 1994 in tutti gli stati dell’India sono stati vietati i test che rivelano il sesso del nascituro, onde evitare la selezione prenatale. Ma questa legge non ha dato i risultati sperati.

Il governo ha recentemente preso seri provvedimenti per contrastare la pratica dell’infanticidio femminile e dell’aborto selettivo, pianificando l’apertura in ogni distretto di un centro- asilo dove le madri possano abbandonare le loro figlie indesiderate. Il ministro per lo sviluppo delle donne e dell’infanzia, Renuka Chowdury, parla di allarme nazionale e afferma che è una vergogna che uno stato come l’India, con un tasso di natalità del 9%, continui ad uccidere le sue figlie. Gli attivisti hanno rimarcato la totale inutilità del provvedimento, facendo notare come la maggior parte delle bambine sia ormai uccisa prima della nascita e non dopo. E hanno portato ad esempio i disastrosi risultati di una iniziativa analoga a quella governativa, portata avanti nello stato meridionale del Tamil Nadu, dove un numero imprecisato di bambine è morto di stenti, all’interno di strutture ospedaliere governative disorganizzate e scarsamente sovvenzionate.

Chiara Checchini