4 luglio 2006

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N°3

La prova che la prestigiosa testata per la quale ho l’onore di scrivere non vuole cavalcare l’onda del revival anni 80 che permea questi ultimi mesi se non ultimi anni, è che l’impostazione complessiva del giornale è studiata per scavare la realtà, spiegarla e far discutere, proporre problemi; non bypassarli superficialmente, come invece è chiaro dalle righe di questa rubrica. Il tentativo di questo spazio è non lasciare traccia come Paolo Barabani che nell’81 spopola con "Hop hop somarello". Ma d’altronde l’odierna attualità ci invia messaggi che “riceviamo e volentieri pubblichiamo”: analogie col decennio in questione che nel mondo del calcio sono palesi.

Nell’80 scoppia il più grande scandalo nel calcio (fino ad oggi): Milan e Lazio finiscono in B per il Totonero e viene squalificato Paolo Rossi il più rappresentativo calciatore italiano. Oggi Milan e Lazio rischiano fortemente la B, se non ci andranno (soprattutto il povero Milan) sarà solo per merito di Borrelli il Cattivone. Buffòn ha dichiarato che a Torino si annoiava molto, indi per cui ha scommesso milioni di euro su internet, per noia, e potrebbe fare una brutta fine. Passerà sere-nere, altro che Sere-dova.

La Juventus nell’81 ruba uno scudetto alla Romantica Roma anni ‘80; nel 2006 i derubati sono tutti ma tant’é. Forse vista la mole del bottino quest’anno pagherà. E’curioso che nell’83 lo scudetto lo conquisti proprio quella Roma: come succederà nel 2007 poiché la serie A sarà composta da 2 squadre,Inter e Roma, le sole pulite: e l’Inter arriverà seconda (perché terza non può).

C’è da sperare che il Milan retroceda ancora come gli accadde nell’83, senza pagare stavolta, ma sul campo per manifesta inferiorità.

Certo poco prima dei Mondiali dell’82 l’Italia pareggiava 1 a 1 con la Svizzera e poi vinceva i Campionati. Anche quest’anno abbiamo fatto 1 a 1 con gli imprevedibili elvetici… e qui mi fermo. Vorrei che questo pezzo fosse ricordato come oggetto apotropaico.

Fabrizio Aurilia

15 giugno 2006

LA TRASFORMAZIONE DEL FUMETTO IN TRIENNALE


Alla Triennale di Milano l’arte del fumetto si presenta al pubblico raccontandogli cosa le sta accadendo da più o meno 10 anni a questa parte. Una mostra che prova a fare il punto sui mutamenti e le tendenze stilistiche che attraversano questo medium, secondo un percorso guidato costruito attraverso pannelli, installazioni e, ovviamente, tantissime tavole originali. L’esposizione è divisa in due sezioni: Grafic Novel Art e Asian Wave. Nella prima si presentano le evoluzioni e i cambiamenti narrativi del “romanzo grafico”: si tratta di un genere narrativo in cui la storia non è costruita per un eroe seriale o per uscire a puntate su qualche rivista, ma ha lo stesso respiro di un romanzo. Tanto per capire di cosa si tratta, possiamo citare la grafic novel di maggior successo internazionale degli ultimi anni: Persepolis, autobiografia e opera prima dell’iraniana Marjane Satrapi. Fu Will Eisner il primo rivoluzionario interprete di questo genere fumettistico; oggi i suoi figli sono sparsi in tutto il mondo, e hanno nomi altrettanto altisonanti, basti pensare agli americani Frank Miller e Charles Burns, ai francesi Joan Sfar e David B, o agli italiani Davide Toffolo, Paolo Bacilieri e Gipi.


Altra linea guida della mostra è la cosiddetta “Asian Wave”, l’onda asiatica che ha invaso la cultura fumettistica occidentale (e non solo). “Uno scorcio sulle conseguenze espressive e editoriali di quello che è il fenomeno geopolitico più dirompente nella storia del fumetto e dei media”, secondo Fausto Colombo e Matteo Stefanelli, ideatori e curatori della mostra. Ovviamente si parte ripercorrendo la storia del manga, a cominciare dal suo patriarca, Osamu Tetzuka. Ma più in generale vengono posti in evidenza gli aspetti più originali di interscambio culturale Est - Ovest: autori occidentali impegnati nella grafic novel che mostrano debiti stilistici e culturali verso la tradizione asiatica (come l’italiano Igort e il francese Baru), e asiatici che si aprono al confronto con il fumetto occidentale (è il caso del nipponico Jiro Taniguchi).
Al termine del percorso, viene proposta un’ipotesi di “fumettoteca ideale”. Perché anche un neofita possa iniziare a orientarsi nella lettura, una volta tornato a casa da questa
mostra essenziale e affascinante che sarebbe davvero un peccato lasciarsi scappare.

FUMETTO INTERNATIONAL
Trasformazioni del fumetto contemporaneo
Triennale di Milano, viale Alemagna 6, tel. 02724341
Dal 18 maggio al 3 settembre -
Orario 10,30 – 20,30

Beniamino Musto


13 giugno 2006

EDITORIALE GIUGNO 2006

E se cancellassimo davvero il valore legale della laurea?


Diciamola tutta: in dieci anni l’Università italiana è stata riformata, trasformata, strapazzata da Soloni di ogni colore.
Ma nessuno ha ancora fatto strike.
Forse perchè nella concezione nostrana eccellenza e concorrenza fanno a botte anzichè sposarsi.

O forse perchè certo pseudo-sessantottismo ci ha inculcato il dogma che l’istruzione deve essere tutta per tutti. E i risultati li vediamo. Aule straboccanti, fuoricorso endemici, servizi precari e disoccupazione garantita (per molti, per troppi).

Introdurre criteri di mercato nell’istruzione non è laida baratteria. Potrebbe essere il modo per amputare i rami secchi, defenestrare le baronie, grattar via la muffa. Forse così avremo atenei d’eccellenza per docenti eccellenti, ricercatori eccellenti e allievi eccellenti (con borse di studio garantite, chiaro).

- E gli altri? - osserveranno i buonisti. Beh, non è la scuola dell’obbligo.
Luca Gualtieri

5 giugno 2006

E PROMETTO DI VOTARTI SEMPRE…

Si vota con la testa o col cuore?

Cosa ci attrae, cosa ci convince che un certo partito, un certo candidato “è quello giusto” per noi?

E quanto dura la “fedeltà” elettorale?

La fiducia e l’adesione alle istituzioni del matrimonio e delle elezioni, tradizionalmente alta in Italia, sembra essere diminuita. Si può dire allora, per quanto riguarda le elezioni, che anche gli italiani si allineano sulle posizioni di tedeschi, inglesi e americani, il 20-30% dei quali sceglie l’astensione o l’ “infedeltà elettorale”?

Astensione e instabilità di un segmento consistente del corpo elettorale segnalano indubbiamente un cambiamento valoriale piuttosto netto, ma acquistano un peso ancora maggiore quando l’esito delle competizioni elettorali è deciso da differenze minime tra i blocchi o tra i candidati.

Chiediamoci allora: quali fattori conducono l’elettore in primo luogo alla scelta tra votare e non-votare, e poi, eventualmente, a dare la propria preferenza ad un determinato partito e/o ad uno specifico candidato?

Per molto tempo si è ritenuto che le scelte politiche fossero legate al “qui e ora” di ciascun elettore, ossia a fattori quali l’età, il sesso, il livello di istruzione e il reddito percepito.

Già negli anni ’50, però, un gruppo di studiosi dell’Università del Michigan ha evidenziato come le radici della scelta politica vadano ricercate molto più lontano: dare la propria preferenza ad un partito è la fase terminale di un processo che inizia e si consolida in famiglia nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, e che riflette i modelli di comportamento, di giudizio, di valore proposti ai più giovani da parte degli adulti.

Al modello implicito si aggiungono i comportamenti espliciti di approvazione/disapprovazione attuati dalle persone che l’elettore considera importanti: l’approvazione data all’elettore che si adegua alla tradizione del suo gruppo (familiare, amicale, ecc.) è un importante rinforzo positivo, ma forse ancora più incisivo è il rinforzo negativo della disapprovazione verso chi si discosta dai comportamenti elettorali del suo gruppo di riferimento.

Un altro elemento capace di avere un peso determinante sulla scelta di votare/non votare, ed eventualmente sul chi/che cosa votare, è legato al cosiddetto “effetto recency”, per il quale si tende in genere a dare maggior rilievo agli avvenimenti recenti rispetto a quelli lontani nel tempo. Può accadere così che razionalmente si riconosca che l’approvazione ad un lungo periodo di buon governo non dovrebbe essere messa in discussione a causa di un breve episodio negativo verificatosi alla fine del mandato, ma che poi emotivamente si sia già avviati al più totale disinvestimento.

Già questi primi elementi contribuiscono a rendere il quadro mobile e fortemente sfaccettato.

Da una ricerca effettuata nel 2003 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Roma, si evidenzia poi che coloro che si astengono dal voto o votano scheda bianca, pur appartenendo a tutte le fasce di età, sono in prevalenza maschi, mediamente scolarizzati e non garantiti.

L’astensione di questa fascia di elettori può probabilmente essere messa in relazione con l’enorme numero di informazioni trasmesse quotidianamente dai mass media, informazioni spesso parziali e/o contraddittorie, che non chiariscono i dubbi dell’elettore ma anzi ne aumentano la confusione. Da questa confusione nasce talvolta una sensazione di sfiducia, una scarsa propensione a credere alle promesse elettorali, in definitiva una rinuncia a quell’impegno etico-politico che può portare al cambiamento sociale.

Tra coloro che vanno a votare ed esprimono una preferenza valida si possono distinguere due grandi categorie: gli stabili, il cui legame con un partito è così duraturo da rappresentare in pratica una “caratteristica d’identità”, e gli instabili.

Gli instabili vanno progressivamente aumentando, anche perché sono in atto numerosi cambiamenti, che mutano il quadro di riferimento, richiedendo all’elettore continue ridefinizioni della sua posizione. Tra essi ricordiamo:

- l’evoluzione dei vecchi partiti e la nascita di nuovi

- la costruzione/distruzione delle alleanze

- il cambiamento del mercato del lavoro, con i suoi riflessi su occupazione e proprietà

- la modificazione del panorama locale, nazionale ed internazionale, con i suoi riflessi sulla politica e sull’economia

- la sensibilità “in divenire” verso temi di grande portata come la famiglia, l’ambiente, le pari opportunità, ecc.

Come ogni scelta, però, anche la scelta politica risulta strettamente legata ai bisogni profondi degli elettori, che sono portati a prediligere il partito (o addirittura il candidato) la cui immagine pubblica si avvicina di più all’immagine ideale che essi hanno di sé. La scelta tende allora a cadere sul candidato che mostra di avere le doti caratteriali che l’elettore ha o vorrebbe possedere: ad esempio coscienziosità, intraprendenza, capacità di imporre le proprie idee, tenacia, perseveranza, ecc.

Tuttavia, poiché le occasioni in cui i candidati possono essere visti all’opera non sono molte, spesso gli elettori si basano soltanto sulle impressioni che possono trarre dall’assistere a programmi elettorali o duelli televisivi. Qui i candidati fanno il possibile per accattivarsi le simpatie degli spettatori, puntando a metter in luce tratti caratteriali e valori che ritengono siano largamente condivisi dagli ascoltatori.

Così percentuali consistenti di elettori sono indirizzati a concentrare la loro attenzione, piuttosto che sul programma politico dei candidati, su alcuni tratti superficiali della loro personalità, come ad esempio l’energia, l’amicalità, l’entusiasmo, la sincerità.

Perciò, quando accade (evento ormai frequente) che l’ ”effetto recency” si combini con la focalizzazione sui tratti della personalità dei candidati, il numero degli elettori instabili aumenta.

Certo, non è detto che l’infedeltà elettorale sia negativa, perché può rispecchiare scelte dinamiche e sensibilità ai mutamenti: ma è comunque un dato da considerare con la massima attenzione.

Flavia Marisi

2 giugno 2006

I KOMPAGNI PERMALOSI

Sull’intervista di Prodi in cui definisce Prc e Pdci “Folkloristici e innoqui” si è sollevata l’ira composta di Fausto. E meno male che fu proprio il capo del governo a dare la striglia ai propri ministri, i quali appena insediati cominciavano a rilasciare dichiarazioni a ritmo vertiginoso, che neanche le telefonate di Moggi. Ad ogni modo il prode Prodi rettifica; dice di essere stato frainteso: cosa abbastanza comune tra i premier italiani, come spesso ci ricordava Silvione. Elogia il “grande lavoro della coalizione di cui fanno parte a pieno titolo e con persone di valore Comunisti italiani, Rifondazione comunista e Rosa nel Pugno". La Rosa nel Pugno è citata preventivamente, perché non si è mai troppo prudenti, tutto può succedere: un rigurgito di Atlantismo esasperato, una piazzata a distribuire hashish.

Io penso in realtà che non sia stato affatto frainteso: un antico democristiano come Prodi abituato a confrontarsi con dirigenti del Pci di diverso valore, non può che considerare “folkloristici e innocui” le costolette che da quel partito hanno derivato il nome. Certo sempre meglio della Lega che oltre che folkloristica è anche pericolosa.

Ma forse Prodi sbaglia a definirli “innocui”: non lo sono, o almeno nessuno lo è tra i partiti dell’Unione. Qui quando meno te lo aspetti il più insospettabile, il più mansueto ti toglie la sedia da sotto (si veda com’è andata in commissione difesa; nel “folklore” generale L’Italia dei Valori si accomoda sulla poltroncina con l’aiuto degli “innocui” post-fascisti). Insomma il caro Premier dovrebbe essere più cauto per non far arrabbiare nessuno. Nemmeno i Repubblicani Europei della Sbarbati, dei quali non si nulla tranne che hanno un potenziale di voti sterminato rivolgendosi a tutti gli europei repubblicani. Io comincerei a temerli.

Fabrizio Aurilia

31 maggio 2006

LA CUEVA – NO ART GALLERY

Questo mese abbiamo deciso di far partire una nuova rubrica in cui intendiamo raccontare Milano attraverso luoghi, magari poco noti ai più, la cui esistenza dona un po’ di fascino alla nostra bistrattata città.

Questa volta parleremo della Cueva – no art gallery. Un po’ galleria d’arte, un po’ pista da ballo, un po’ centro di provocazione culturale, la Cueva non è facilmente iscrivibile in una precisa categoria. Potremmo definirla una fucina di idee che difficilmente vedrete fondersi in altri posti. La trovate in via Vigevano, proprio di fronte alla Darsena, racchiusa in un coloratissimo palazzo. Una volta entrati e scesa la ripida rampa di scale, capirete il perchè del nome: sembra proprio di entrare in una caverna (che in spagnolo si dice appunto ‘cueva’). E’ un piccolo antro diviso in varie salette. In una di queste è sempre allestita un’esposizione di opere d’arte, che cambia regolarmente ogni mese. Nella sala attigua, tra le pareti tappezzate di locandine, a testimonianza delle decine di eventi che si succedono in questo spazio, c’è un bar. Avvolti da un possente tango elettronico, si può fare la conoscenza dell’argentino Jorge Vacca, il fondatore della Cueva. Jorge è a Milano da una quindicina d’anni. In Argentina collaborava per un’importante rivista di fumetti. Poi l’incontro con il grande Hugo Pratt. Il maestro veneziano gli lancia l’idea di venire a Milano per lavorare alla rivista Corto Maltese, e così si trasferisce in Italia. Oltre che per la rivista della Rizzoli, Jorge lavorerà per un periodo presso il prestigioso “Centro Fumetto Andrea Pazienza” di Cremona, per poi fondare una casa editrice, la Topolin Edizioni, di cui la Cueva è l’emanazione.

“La Cueva è nata nel 2002 per promuovere le attività della casa editrice”, spiega Jorge. “Prima facevamo mostre itineranti a tema, a volte con opere di più di 100 artisti. Abbiamo toccato quasi tutte le principali città italiane, e anche molti paesi europei”. Jorge inizia poi a raccontarci come è diventato editore: “La Topolin è nata nel ’90 quasi per caso. Un mio amico spagnolo mi aveva mostrato un fumetto, Hitler=SS di Vullemin e Gourio, che era già stato sequestrato in Spagna e Francia per via del fatto che prende in giro tutti, sia i Nazisti sia gli Ebrei, e infatti aveva avuto denuncie da ogni parte. Ho provato a piazzare il fumetto in Italia, ma nessun editore l’ha voluto. Allora mi sono detto: perché non pubblicarlo io? Qualcuno dovrà pur fare il lavoro sporco”. Questo è poi diventato il motto della Topolin. E a dimostrazione di quanto il lavoro sia particolarmente sporco, c’è l’eccezionale sequela di sequestri e denunce inanellate dalle uscite della Topolin. Oltre a Hitler=SS sono state sequestrate - alcune volte addirittura in tipografia - anche opere come Brian the Brain di Miguel Angel Martin, oggi tranquillamente in vendita in qualsiasi libreria italiana. In difesa della Topolin sono arrivati decine di appelli a tutela della libertà di espressione, a cui hanno aderito tra gli altri Enrico Ghezzi, Oliviero Toscani, Milo Manara, i 99 Posse e, dalle colonne del quotidiano “Il Manifesto”, Aldo Busi. La Cueva, oltre ad essere la cassa di risonanza per la Topolin Edizioni, è anche vetrina per decine di artisti, che hanno la possibilità di far conoscere opere che talvolta difficilmente troverebbero un'altra sede espositiva. Hanno esposto qui gente del calibro di Moebius, Juan Jimenez, Miguel Angel Martin e Paolo Bacilieri, solo per fare qualche nome. Attualmente sono in mostra le tele di Marco Teatro, artista e storico organizzatore dell’happening internazionale del fumetto underground. “Abbiamo voluto affiancare al nome della Cueva lo slogan ‘no art gallery’, perché crediamo in un’arte che sia meno cervellotica e raccontata, ma più artigianale e concreta”, spiega Jorge, che prosegue: “Chiunque abbia dei buoni lavori può venire qui a mostrarceli. Se sono qualitativamente validi, la mostra si fa. La lista di chi è in attesa di esporre è però già molto lunga”.

Ma non è solo l’arte ad assorbire la Cueva. Come si è già accennato in precedenza, sono moltissimi gli eventi che animano questo spazio. Si va dagli incontri con gli scrittori (i “giovedì letterari”), al festival del cortometraggio, alle installazioni, fino ai concerti di musica elettronica. Ma la cosa di cui la Cueva può vantarsi di più, da un po’ di tempo a questa parte, sono le serate di tango. “Tutto è cominciato in maniera assolutamente naturale”, racconta Jorge. “Noi qui, da buoni argentini, il tango lo abbiamo sempre suonato. Poi è diventato un appuntamento fisso, il mercoledì. Lo abbiamo chiamato ‘tango de miercoles’ (che è un gioco di parole argentino che significa più o meno ‘tango di merda’). Alcune persone si sono offerte di fare da insegnanti di ballo (il primo a farlo è stato il maestro del fumetto argentino Josè Muñoz). Musicalmente, amiamo mischiare le sonorità: alterniamo classici poco noti ai più, alle nuove sonorità del tango elettronico. E stiamo avendo molto successo, tanto che ci invitano in tutti i principali festival di tango in giro per l’Italia, ma non solo: siamo stati DJ ufficiali al Festival Internazionale del Tango di Barcellona, e fra poco suoneremo a Monaco di Baviera, al Tango Fusion Club”. Anche a Milano la Cueva suona il tango in serate fisse “fuori sede”: il lunedì al Totem di via Gola, il mercoledì al Milan Rouge (dopo le 22) e il sabato alla Comuna Baires. Jorge, che ad aprile ha portato alla Cueva un’orchestra direttamente dall’Argentina, non esclude che possa produrre qualche pezzo in proprio. Staremo a sentire.

Nel frattempo, per chi si fosse incuriosito e vorrebbe farsi un giro, ricordiamo che la Cueva è aperta dal martedì al venerdì, dalle 20 in poi, in via Vigevano 2/A. Poi rimarrà chiusa per la pausa estiva, dal 15 giugno al 15 settembre. Per informazioni: info@topolin.it

a cura di Beniamino Musto

11 maggio 2006

EDITORIALE MAGGIO 2006


“Il futuro non è più quello di una volta”. Qualche anno fa era una frase sbiadita nei corridoi del metrò. Einaudi ha appena pubblicato l’ultimo libro di Aldo Nove, “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. Sono storie di gente comune, ragazzi e ragazze di buona famiglia, valido curriculum e tenace volontà. Oltre alla fascia anagrafica e alla cittadinanza italiana, li accomuna il precariato professionale.
Aldo Nove non è un politico, un fazioso, un girotondino. Si limita a raccontare storie vere sine ira et studio: da vero cronista il giudizio lo lascia ai lettori.
“Il futuro non è più quello di una volta”. Già: una generazione senza futuro, senza speranza di futuro, semplicemente cancellata dalle leggi di mercato. Ma come reagire? L’ingiustizia legittima il rancore, il pessimismo, il disimpegno di chi incrocia le braccia e bestemmia il governo? O non converrebbe adesso, proprio e soprattutto adesso, farsi valere, affrontare la sfida della modernità con coraggio? Una lotta per i diritti passa attraverso la combattività quotidiana, la fiducia nel cambiamento e un certo irrazionale ottimismo di fondo.
“Il futuro non è più quello di una volta”, d’accordo. Possiamo però impegnarci perché non sia peggiore.
Luca Gualtieri

5 maggio 2006

CARO MENSA IN STATALE

CARO MENSA A EFFETTO JO-JO
Prezzi fantasia alla mensa fast-food di via Festa del Perdono. La leggendaria creatività italiana ha trovato espressione nel servizio di ristorazione universitario. L’autore è un funzionario dell’Aspam - società appaltatrice della mensa dell’Università degli Studi - che ha deliberatamente aumentato il prezzo dei pasti. Il dirigente dell’unità di via Festa del Perdono ha così fatto scivolare il costo della pasta espressa da 2.60 € a 3.00 €; quello del secondo da 3.10 € a 3.45 €, quello delle patatine da 1.00 € a 1.30 € e, dulcis in fundo, la macedonia da 1.50 € a 2.00 €. A confermare che si tratta di un errore è il direttore generale dell’Aspam, Pietro Gioiello, che di fronte alla denuncia fatta da Vulcano ha dichiarato: “Abbiamo accertato che si tratta di un’iniziativa presa da un funzionario della società senza il nostro permesso, lo abbiamo sgridato, ci scusiamo, abbasseremo immediatamente i prezzi”. E in una manciata di secondi viene liquidato lo sberleffo che da circa un anno è stato perpetrato ai danni degli studenti. Alla faccia dei minuti, copiosi, che abbiamo passato in fila alle cassa della mensa, mentre, sovente, la preziosa cotoletta si raffreddava. E sì perché il cibo del fast-food non solo è costoso - come abbiamo appurato - grazie all’inventiva di un dipendente dell’Aspam, ma pure freddo. Tutti si ricorderanno il cambio di assetto di cui è stata oggetto la mensa recentemente, e che faceva sperare in un miglioramento dei servizi. Ad esempio la dislocazione di una seconda cassa per ridurre i tempi di attesa, cassa che scintillava tutta nuova all’inizio dell’anno scorso e che oggi rimane spesso inutilizzata, macabramente ricoperta con un sacco nero. Ma cosa dicono gli studenti a fronte di ciò? Alcuni dipendenti dell’Aspam, quelli che si dividono fra le cucine e il bancone, raccontano di come dalle reazioni dei giovani si misuri lo scorrere dei tempi. “Negli anni ‘70 c’era una manifestazione ogni sabato; venivano a occupare la mensa, si prendevano da mangiare, una volta si misero a lanciare le scodelle per ribellarsi al caro prezzi”. E ancora ci racconta un cuoco: “Oggi gli studenti si limitano a qualche lamentela.” La voce degli universitari, così tristemente presentata, ha trovato però modo di esprimersi attraverso un sondaggio fatto dall’I.S.U., pubblicato nel sito, sul gradimento delle mense della Statale. I dati parlano chiaro, c’è un malcontento generale. Per esempio, su un campione di 296 studenti il 37,2% non è soddisfatto della mensa di via Festa del Perdono. E in tutte le altre mense dell’ateneo milanese i risultati sono omogenei: in Santa Sofia, su 275 utenti, il 33,5% ha espresso un’opinione negativa sul livello del servizio e su 737 intervistati, il 34,9% non ha promosso la qualità dei primi piatti. Anche su questo abbiamo interrogato Pietro Gioiello che così ha risposto: “Gli studenti tendono a dare parere negativo per auspicare un miglioramento costante dei servizi”. Verrebbe da chiedere, e lo abbiamo chiesto, a che scopo allora il sito dell’Aspam, come l’I.S.U., propone la compilazione di un questionario sulla qualità dei cibi se poi non lo giudica attendibile: “Perché lo fanno tutti e noi ci mettiamo al passo coi tempi”, replica Gioiello. La questione tempi lunghi in coda resta per ora un problema insoluto ma Mario Bazzani, dirigente attività di assistenza I.S.U., assicura: “In Festa del Perdono la mensa tradizionale è sottoutilizzata, mentre la sala fast-food è superaffollata, perciò abbiamo deciso di rendere libero l’accesso all’altra sala anche a chi non ha il tesserino”.

NON TOCCATE LE POSATE
Argentate, tintinnanti, dalla line semplice e funzionale, sono loro, le posate, l’oggetto più desiderato dagli studenti della Statale. A rivelarlo sono alcuni dipendenti dell’Aspam, puntando l’indice contro coloro che alla fine del pasto infilano forchetta e coltello dentro lo zaino. Questo è il motivo secondo il quale si è deciso di reintrodurre le posate di plastica in sostituzione di quelle d’acciaio. Le posate d’acciaio, la cui introduzione era una di quelle novità del riassetto mensa dell’anno scorso, sono durate poco perché, come ha detto Pietro Gioiello: “Se mettiamo mille posate al mattino, la sera ne ritroviamo duecento; nel gestire la ristorazione ci vuole reciproca fiducia, appena uno mette tre lire in più gli saltano tutti addosso” - e aggiunge - “Ho visto un ragazzo che si riempiva la mano con un pugno di bustine di zucchero, veniamo scippati di caffè, ketchup, coca-cola; per non parlare delle caramelle!”.

COME AI VECCHI TEMPI
Grazie all’inchiesta di Vulcano e all’intervento del direttore generale dell’Aspam dopo la nostra segnalazione, i prezzi dei prodotti che avevano subito l’illecito aumento sono stati abbassati. Da ieri siamo tornati a pagare la pasta espressa 2.60€. L’ultima volta era stata un anno fa.

La vera e propria notizia sull’errore del funzionario qui si esaurisce, il prossimo pezzo analizza il caro prezzo sotto un altro profilo, forse bisognerebbe distinguerlo con la grafica, tipo riquadro? Vedete voi.

TORTELLINI E LIBERO ARBITRIO
I giovani tradiscono la pasta asciutta per la pizza e snobbano i secondi per il kebab. Tra le verdure vince l’insalatona. Una ricerca condotta da Sodexho, azienda che opera nel campo della ristorazione, rivela che il pasto, presso le mense degli atenei italiani, fino a pochi anni fa era composto quasi esclusivamente da primo, secondo, contorno e frutta, ora invece gli studenti prediligono i piatti unici. Il fenomeno si potrebbe riassumere come una verticalizzazione del pasto: sopra la pizza metti - consuetudine molto americana – verdure, salsicce, bistecche, coriandoli. E pure nel kebab ci metti di tutto, anche se a volte diciamo: “La cipolla no!”. E così s’ingrossa la spesa. Anche il nostro Ateneo si è messo al passo coi tempi e dall’inizio dell’anno accademico ha fatto il suo ingresso in mensa il kebab, a 3.50 €. Mentre un traccio di pizza farcito viene 2.80 €. Sempre a fronte del fatto che ci troviamo in una mensa universitaria, sia pure un punto fast-food, comunque un servizio per gli studenti squattrinati, ci pare che, sia pizza o kebab, per mangiare si spenda troppo. Ne parliamo con Gioiello che ci illustra il seguente principio: l’Aspam mette dei prezzi che variano a seconda della qualità o tipo di cibo, è lo studente che deve saper scegliere in base alle sue possibilità economiche. La differenza di prezzo nella qualità interviene, ad esempio, tra la pasta semplice a 1.55 € e la pasta espressa a 2.60 €. Qualità che dipende da cottura, la pasta semplice è lì dalla mattina, l’espressa è cotta sul momento; e anche dagli ingredienti: sugo al pomodoro per la prima, gamberetti e varie nella seconda. Stesso dicasi per quei piatti che sembrano andare incontro più al capriccio che al bisogno di nutrimento. Davanti agli sfrigolanti pizzoccheri, ai lucenti tortellini intrisi di salsa alle noci, rimescolati in fronte ai nostri occhi, l’unico modo di risparmiare è optare per la pasta semplice: quella bianca, dentro la pentola che pare una bara, condita al momento con uno schizzo di sugo. Caro studente, tira avanti al punto pizza, dimentica il kebab, soprassiedi alla focaccia farcita. Vai direttamente alla cassa, non alzare mai lo sguardo. Oppure, svenati.

a cura di Diana Garrisi

FISCHI PER FIASCHI

Sarò sincero. Ho mal sopportato i fischi a Letizia Moratti nei cortei del 25 aprile e del 1 maggio. Quando si scende in piazza è ben riflettere sulla propria presenza in corteo e non su
quella degli altri. E poi come si può dubitare dell’antifascismo di Letizia Moratti? Non sarà solo per la sua contiguità con certi ambienti (salò)ttieri, di solito poco avvezzi a celebrare la Liberazione italiana e inclini invece a commemorare “quei bravi ragazzi”della Repubblica Sociale? (vedi il sindaco uscente Gabriele Albertini…) O per il fatto che, due giorni dopo la
partecipazione al corteo del 25 aprile, ha siglato un accordo elettorale con due formazioni neo-fasciste come Fiamma Tricolore e Forza nuova? Come se nell’Italia post-berlusconiana
non fosse lecito scendere in piazza il 25 aprile per il medesimo calcolo elettoralistico in base al quale si fanno entrare nella propria coalizione gli eredi politici del Duce! Ma dai…
E ancora mi domando perché neppure il 1 maggio, festa del lavoro, alla signora Moratti sia stato steso un bel tappeto rosso di benvenuto. Sarà forse per le 8500 cattedre tagliate (con il licenziamento dei relativi titolari) quand’era ministro dell’Istruzione? O sarà invece per la precarizzazione e l’allungamento ventennale dell’iter dei ricercatori italiani? E comunque anche così fosse vi sembra il caso di prestarsi all’indecoroso (ancorchè pacifico) spettacolo di qualche decina di queruli fischi? Non era più educato minacciare l’aspirante sindaco – magari
avendo dietro le spalle un bello sfondo blu - di non pagare le tasse in caso di vittoria elettorale?

Francesco Zurlo

4 maggio 2006

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N°2

Da circa un mese si sono interrotti (chiusi?) i dodici anni di presenza politica di Sua Emittenza. L’imprenditore milanese affida la comunicazione sostanzialmente a due cose, verso le quali il suo elettorato è sensibile: il successo raggiunto senza alcuna qualità e lo stordimento. Caratteristiche degli anni ottanta e della Televisione. Che fortuna ha avuto! Sì perché, dopo aver costruito palazzi e città (città!! come gli imperatori.) con i soldi guadagnati a Parigi suonando jazz nei locali con Confalonieri (sì ma Confalonieri non era bravo), e con quelli che gli prestavano gli sciasciani Zii di Sicilia, fonda tre reti televisive oggi note come Milan… ah no, Mediaset (1984).

Gli immediati risultati sono l’allungamento della giornata televisiva, poiché la Rai moriva in prima serata, e una fidelizzazione del pubblico, grazie alla geniale idea di piazzare ballerine mezze nude mentre la Rai trasmetteva “Non è mai troppo tardi”, programma che tentava di alfabetizzare un pubblico adulto ma analfabeta: il servizio pubblico (ancora per poco) educava gli analfabeti; la Tv privata educava gli analfabeti ad essere Gabriella Carlucci.

Tra i personaggi e i programmi di punta della TV commerciale spiccano nomi prelibati.

C’è il martire delle fobie ignorantissime del decennio: Marco Predolìn che conduce con successo (ma non troppo) il “Gioco delle coppie”, fino a quando nei corridoi di Cologno Monzese i rumores di una sua positività all’HIV (forse anche al Tifo Interista) né minano l’immagine. Tra smentite e sudori freddi verrà defenestrato.

Marco Columbro, un mito: conduceva “Buongiorno Italia” primo programma mattutino che andava ad acchiappare le Irraggiungibili Per Eccellenza: le casalinghe, private fino ad allora, da una Rai essenzialmente maschilista, del loro pezzo di televisione quotidiana. La fanteria del futuro elettorato forzista si dilettava tra ospiti musicali e giochi a premi in un’atmosfera laccata almeno quanto i mobili che spolveravano. Ma il successo per Columbro, e la consacrazione di Fininvest in un altro spazio orario, è “Il gioco delle coppie” nel preserale di Canale5. Tre coppie rispondevano alle domande sul proprio partner, la coppia che dimostrava maggior affinità vinceva un ricco premio: su questo meccanismo (grosso modo) si baserà tutta la politica per la famiglia del futuro governo. Chi perdeva passava da Luca Barbareschi a “C’eravamo tanto amati”, programma in cui si litigava e si urlava facilmente, soprattutto se aizzati.

Fabrizio Aurilia

1 maggio 2006

INTERVISTA AL SENATORE GIUSEPPE AYALA

Ex PM antimafia e tra i protagonisti del maxi-processo, ex sottosegretario di Grazia e Giustizia per i Governi Prodi e D’Alema, oggi senatore alla sua quarta legislatura, l’ultima, con i DS. E ancora sesto nella classifica dei senatori compilata da Il Sole24Ore, uomo colto e stimato dalla destra come dalla sinistra, l’onorevole Giuseppe Ayala ha risposto alle nostre domande

Cosa pensa, prima di tutto, della particolare congiuntura politico-istituzionale che si configura adesso: elezione delle camere, elezione del Presidente della repubblica e nuova legge elettorale. Cosa ne verrà fuori?
Innanzi tutto la nuova legge elettorale secondo me è un disastro. Non per il ritorno al proporzionale – sono un sostenitore del maggioritario ma riconosco che non è servito a superare la frammentazione partitica italiana – quanto per la lista bloccata, che consegna la composizione del parlamento alle oligarchie di partito. Non c’è candidato del cittadino: la parte di elettorato indecisa, che si aggira intorno al 30%, sceglie solitamente il candidato in base alle sue personali qualità, ma in questo sistema sempre più de-ideologizzato la lista bloccata reca il simbolo e nessun nome e così allontana il cittadino dalla partecipazione. Il parlamento è prima di tutto costituito da donne e uomini scelti dagli elettori, non da partiti.
Esiste inoltre un problema tecnico: i premi di maggioranza da attribuirsi a base regionale, che per il senato è costituzionalmente vincolata, sono del tutto cabalistici. Non si riuscirà a costituire una maggioranza perché si abbassa l’effetto proporzionale, ma i premi si interdicono a vicenda e chiunque vincerà avrà un senato debole. Questa nuova legge è stata fatta da coloro i quali sapevano dai sondaggi di non vincere per indebolire chi vincerà.
Per quanto riguarda l’eventuale ingorgo istituzionale, Ciampi ha tanto insistito sulla data delle elezioni, che comporta automaticamente la determinazione della data della prima seduta comune delle Camere, proprio per evitare ciò che avvenne nel ’92. La dinamica sarà dunque lineare e ha una sua ratio: Ciampi si dimetterà e le nuove Camere, già legittimate, eleggeranno il nuovo Presidente della Repubblica, che poi nominerà il Governo.

Il 16 dicembre 2004 il Presidente Ciampi ha rinviato un primo disegno di legge-delega legislativa al governo riguardo al riordino dell’ordinamento giudiziario, che è da tempo necessario. Molti i motivi tecnici di tale rinvio, due i motivi sostanziali: usurpazione dei poteri e dell’autonomia dell’ordinamento giudiziario, in particolare del CSM, e inefficacia di alcune delle soluzioni proposte.
Premetto che un intervento normativo sostanziale sull’ordinamento giudiziario è secondo me assolutamente necessario e che per perseguirlo io proporrei una sessione straordinaria di 2 anni che preveda interventi normativi di semplificazione e rinnovamento del codice penale, interventi di migliore organizzazione degli uffici e stanziamento di risorse adeguate.
Alcune tra le obiezioni mosse anche dal CSM al disegno di legge – sono obiezioni che condivido interamente – riguardavano ad esempio la previsione di interventi del Ministro della Giustizia sull’indicazione delle linee di politica criminale per l’anno giudiziario. Come può il Ministro, che non ha alcun potere sugli uffici requirenti, avere tale prerogativa, se non, al più, a livello di parere non vincolante? Un simile sistema sarebbe stato comprensibile nel contesto del vecchio ordinamento del 1941: allora esisteva un potere gerarchico del Ministro della Giustizia sui procuratori, ma poi è stato cassato; allo stesso modo è incostituzionale l’iper-verticizzazione che nel disegno prevedeva un Procuratore della Repubblica al di sopra della Procura generale. Altri anacronistici aspetti del disegno riguardano il meccanismo dei concorsi. Prima di tutto esso si è rivelato inefficace e improduttivo, inoltre, come prima ed evidente obiezione, ci si potrebbe chiedere scherzosamente ma non troppo “tra esaminandi e giudicandi, chi ha tempo di fare le sentenze?”. Certo, l’avanzamento per anzianità è altrettanto eccessivo.

E per quanto riguarda la divisione delle carriere?
Riguardo a questo va rilevato innanzi tutto che in Italia abbiamo un’anomalia: il PM è autonomo e indipendente e conseguentemente ha l’obbligo di azione penale per ogni notitia criminis ricevuta, e tale obbligo costituisce garanzia di non discrezionalità nell’esercizio della sua funzione. Negli U.S.A. e in Francia ad esempio vigono sistemi differenti, che vedono una soggezione del PM alla gerarchia politico-governativa e un differente espletamento della funzione di PM. Poiché in Italia stanno così le cose, è fondamentale per una cultura della giurisdizione meno poliziesca che il magistrato acquisisca esperienza e senso del giudizio come giudice per poi ricoprire adeguatamente il ruolo di PM. Nella mia esperienza personale ho ricoperto la carica di Pretore, giudice unico presente in ogni capoluogo di provincia a cui era affidata l'amministrazione della giustizia in materia civile e penale, ossia rispettivamente il ruolo di PM e giudice. Questa esperienza mi ha permesso di operare al meglio come PM, mi ha reso cosciente di ciò che poteva concedere un tribunale e delle richieste che avrei potuto fare, poiché avevo svolto anche il mestiere di giudice. Al maxi-processo, dunque, oltre alle condanne, ho richiesto numerose assoluzioni, perché consapevole delle accuse poco reggibili, della difficoltà o addirittura impossibilità del tribunale di concedere la condanna con prove insufficienti. Proprio questa consapevolezza mi ha permesso di rafforzare le condanne e ottenere dal tribunale tutte quelle richieste. In mancanza di una simile esperienza le persone vengono spesso fatalmente condizionate dalla Polizia Giudiziaria.
Il ripristino dei concorsi e la separazione – poiché di separazione di fatto si tratta – delle carriere sono gravissimi errori strutturali.

Cosa pensa degli appelli mediatici del Presidente del Consiglio “perseguitato” dai magistrati?
Non ho mai creduto in simili affermazioni. L’unica cosa obbiettivamente evitabile sarebbe stato l’avviso di garanzia consegnato a Berlusconi al G8 nel 1994, un’azione priva di ratio alcuna. Aggiungerei anche la custodia cautelare durante “mani pulite”. Ma a parte questo non vedo persecuzione giudiziaria. La situazione di Berlusconi dipende dal suo essere al contempo uno spregiudicato e abile imprenditore e il Presidente del consiglio.

Si potrebbe aprire un lungo dibattito sul conflitto d’interesse…
Infatti… qui mi limito a dire che Berlusconi non è nato Presidente del Consiglio e che ha sfruttato la sua abilità mediatica da vittima.

La fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia è in calo. Di certo queste battaglie mediatiche contribuiscono alla situazione, ma ci sono altri motivi?
Certo, uno in particolare. Alle fasce di popolazione attente è noto che la parte giudicante funziona bene. Capita qualche sentenza meno adeguata, ma in genere la risposta dei giudici è seria e affidabile. La mancanza di fiducia dipende invece dalla lentezza della giustizia. E’ una grave inefficienza dell’organizzazione giudiziaria che è percepibile solo dagli addetti ai lavori - non dal cittadino che purtroppo ne vive gli effetti negativi - ma che paralizza anche la parte che funziona e senza colpa dei giudici comporta un loro calo d’immagine.

La ragionevole durata è un parametro di giusto processo che è stato inserito anche nella nostra Costituzione. Si è letto spesso che la Corte di giustizia dell’Unione Europea riceve ogni anno numerosissimi ricorsi per ingiusta durata dei processi in Italia.
Posso riferire quello che mi è stato detto dai giudici della Corte stessa l’ultima volta che li ho incontrati: “senza i ricorsi per tempi brevi provenienti dall’Italia saremmo sempre in vacanza”. Questo per dare un’idea della gravità della situazione. Purtroppo così anche i contenuti delle nostre sentenze, di cui è riconosciuta l’alta qualità anche nel panorama europeo e dalla Corte di giustizia, vengono sviliti. Cinque anni fa si credeva ancora nella magistratura. E’ un problema politico, perché può essere risolto solo con una sostanziale riforma di riorganizzazione degli uffici e, lo ripeto, dallo stanziamento di risorse adeguate. Ci sono uffici paralizzati addirittura dall’inadeguatezza o mancanza di mezzi come fotocopiatrici e fax…
Per tornare al discorso sulla fiducia, comunque, bisogna ammettere anche la responsabilità di taluni personaggi che fanno parte dell’ordine giudiziario. Ha fatto bene Nicola Marvulli (Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, ndR), all’apertura dell’anno giudiziario, ad ammonire contro il protagonismo e la strumentalizzazione mediatica operata da pochi magistrati che così facendo danneggiano l’immagine di correttezza di tutto l’ordine.

Nella sua esperienza si annovera anche il ruolo di PM antimafia durante uno dei periodi più bui della storia italiana. Cosa è cambiato dopo il maxi-processo? Cosa Nostra non spara da 13 anni: la mafia è sconfitta o ancora più sottile?
Il maxi-processo iniziato a Palermo il 10 febbraio del 1986 ha coinvolto 475 imputati e ha rappresentato l’acmè della lotta alla mafia. Prima e soprattutto è consistito nella verifica giudiziaria di cosa fosse la mafia. Ancora oggi quando si cerca di definire questo complesso fenomeno si ricorre ai verbali del maxi-processo.
Del ’93 la Mafia si è inabissata. Senza omicidi è calata la visibilità del problema, è noto che i riflettori si accendono in casi di particolare violenza e prima del maxi-processo l’allarme sociale per omicidi e guerre di mafia era davvero alto. Certo, è positivo che negli ultimi 13 anni cose simili non si siano più ripetute, ma anche adesso, mentre parliamo, quantità di denaro e partite di droga vengono scambiate e quindi la mafia c’è ancora, ma non è visibile. La sensibilità e l’impegno, dunque, si sono rarefatti, ma non si tratta propriamente di un disegno politico. L’amara idea di fondo è che pressioni e reazioni sono direttamente proporzionali e che, purtroppo, l’agenda dell’antimafia la fa la mafia.
Certo, la mafia non può non avere rapporti con la politica, sia al momento delle elezioni che nel corso delle legislature, ma non si deve generalizzare: non tutti i politici sono collusi, non interi partiti. Dire che “tutto è mafia” è pericoloso, perché è come dire che “niente è mafia”: non si risolve il problema, che non è solo giudiziario ma soprattutto politico. Di certo la mafia non ha interesse ad andare all’opposizione e la politica finisce per esserne sottilmente e diffusamente condizionata. La mia convinzione personale è che la mafia si combatte in Sicilia ma la battaglia si vince a Roma.

a cura di Maria Beatrice Vanni

25 aprile 2006

“PALLADIUM” E MICROSOFT: FINITA L’ERA DELLA LIBERTA’ INFORMATICA?

Non fatevi ingannare dal nome rassicurante, derivato dalla statua di Atena detta appunto Palladio, simbolo nella mitologia greca di sicurezza e tradizione; il progetto Palladium, che recentemente ha assunto il nome assai meno rassicurante di NGSCB (ovvero Next-Generation Secure Computing Base) potrebbe significare la fine della concorrenza all’interno del mercato informatico, e molto di più. Ma procediamo con ordine.

Intorno al 2003 le corporation che formano il trust dei componenti per PC (Intel, Amd, Creative, HP, Toshiba, in tutto 125 aziende, la quasi totalità del mercato, per una lista completa https://www.trustedcomputinggroup.org/about/members/ ), capitanate da Microsoft, intraprendono un progetto, chiamato appunto Palladium, in funzione della creazione del Computer Definitivo, inataccabile da ogni tipo di virus o malware, sicuro al 100%. Piovono i finanziamenti, anche dall’Unione Europea (ovvero soldi nostri) e, lentamente ma inesorabilmente, l’obbiettivo ultimo del progetto si allarga notevolmente.
La rivoluzione più importante riguarda il tipo di protezione che il progetto offre: essa infatti non sarà più software, ovvero un programma che, per quanto perfetto, un hacker mediamente in gamba può aggirare, ma hardware, ovvero inserita all’interno dei circuiti stessi della scheda madre del PC. E’ come se un’auto, invece di avere un antifurto elettronico, che per quanto avanzato può essere aggirato, montasse il caro e vecchio bloster: per quanto un ladro sia in gamba, dovrebbe segare mezz’ora il metallo, e per quanto un hacker sia in gamba, dovrebbe intervenire fisicamente sui vari computer. Ciò, teoricamente, significherebbe niente più virus, e dunque non potrebbe andare meglio, è una sicurezza sicuramente notevole. Ma è qui che il progetto mostra il rovescio della medaglia: infatti, in pratica, questo sistema potrà determinare arbitrariamente cosa si potrà o non si potrà fare all’interno del nostro PC. Monti Linux invece di Windows come sistema operativo? Mi dispiace, la nuova scheda madre Toshiba, nel progetto con Microsoft, tramite le specifiche NGSCB, bloccherà il suo funzionamento; metti nel computer un cd pirata? Non solo il player del tuo pc non lo leggerà, ma potrà mandare un e-mail alla Siae constatando la tua infrazione, la quale ti potrà tranquillamente mandare la Finanza a casa, e tutto questo senza chiederti nulla. Non ci credete? Leggete il contratto di licenza, per esempio, di Windows Media Player 9, quello che solitamente si salta con “accetti? Sì”: dice, in pratica che, quando sarà attivata questa tecnologia, potrà passare informazioni tramite internet a chiunque senza chiederti alcun permesso, senza neppure avvisarti.

Purtroppo non è fantascienza: con questa tecnologia, tutto ciò che non sarà approvato dalla Trusted computing non funzionerà più: niente più Mp3, Divx, niente più Emule, Linux, o qualsivoglia programma opensource. Volendo, potrà funzionare da filtro anche per Internet, non facendo aprire siti a loro scomodi. O ai governi che a loro lo chiedono ( la Cina è vicina, direbbe qualcuno).
In pratica, sarà la fine della libertà e della privacy informatica.

Purtroppo non ho né la conoscenza né lo spazio per approfondire l’argomento, ma invito chiunque abbia letto questo articolo a farsi un giro su Internet, dove molti siti (per ora, almeno) ne parlano esaustivamente.
Le prime avvisaglie di questo sistema dovrebbero arrivare col nuovo S.O di Microsoft, Windows Vista. Stiamo all’erta.

Davide Bonacina


Fonti: Wikipedia, Indymedia.org, Apogeonline.com

4 aprile 2006

ORA LO SAPPIAMO...


Le strade della nostra serena, rigogliosa e spensierata Italia sono addobbate da centinaia di cartelloni elettorali. In uno di questi Ignazio La Russa ci ammonisce sorridente: “Che Italia
sarebbe se vincesse la sinistra? Meglio non saperlo”. Poi alcuni teppisti trasformano corso Buenos Aires in un campo di battaglia, e subito quel messaggio si trasforma in: “Che Italia sarebbe se vincesse la sinistra? Ora lo sappiamo”.
Ciò mi spinge a fare alcune riflessioni.
1-Se votate la sinistra votate quelli lì, che sfasceranno ancora le vostre città. Ma se quei teppisti sono la sinistra, perché dovrebbero protestare contro loro stessi il giorno in cui la sinistra salisse al potere?
2- Quei teppisti sfasceranno le nostre città anche con la sinistra al potere. Allora non si capisce cosa c’entrino con la sinistra.
3- Che Italia abbiamo dopo che cinque anni fa ha vinto la destra?
Ora lo sappiamo. Sarebbe stato meglio lasciar perdere.
Beniamino Musto

NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI OTTANTA N°1

Prendendo spunto da una canzone anni ’90 (Afterhours) si inaugura una rubrica anni ‘80, alla luce del 2006. Se pensiamo infatti che quelli come me (1983: unico anno a non aver sfornato nemmeno un calciatore decente, mentre l’82 annovera Cassano, Adriano, Kakà, Gilardino) erano cullati dalle incoraggianti “No tiengo dinero no no no no!” e in tutta risposta udivano “Vamos a la Playa oh oh oh oh!”, si comprende perché molti non ce l’abbiano fatta. Malgrado una crisi paventata dalla lungimiranza dei Righeira, un mondo in cui l’AIDS e la fame scuotevano le vene, si sviluppano due metodi di ribellione: 1) i colori, il cotone (in quanto cotonatura dei capelli), le tastiere appese al collo, e il re degli anni ’80: il rullante col suo suono ovattato e metallico che ti faceva esclamare: “Troppo giusto!”; 2) il recupero (benedetto recupero) postmoderno (benedetto postmoderno) dei decenni precedenti.

Nell’85 i Prefab Sprout (Germoglio prefabbricato) pubblicano “Steve Mcqueen”: rivisitazione di melodie eleganti e raffinate; recupero esplicito anche nella copertina, nella quale appaiono in pose parodisticamente ribelli, in sella ad una Guzzi degli anni ‘50. “Appetite” canzone ammiccante, allusiva quanto basta per guadagnarsi gli universitari che, si sa come siamo noi, ci piace esercitare la ricerca tra i non detti, le allusioni, le oscurità. E’ un manifesto per chi tra le due ribellioni scelse la seconda; ma perse.

Fabrizio Aurilia


…aggiungo alle considerazioni dell’Aurilia alcune mie…anno di grazia 1987, spopolano i paninari agghindati con piumini Monclair e felpe Best Company, il telefilm Arnold (“Che cosa stai dicendo Willis?”) e “Drive In” punta adamantina del palinsesto Fininvest; In tale marasma irrompe nel mercato discografico l’ultima fatica di Ilona Staller, in arte “Cicciolina”, una che di “fatiche” era avvezza. Il titolo? “Muscolo Rosso”, quanto mai calzante. Faccio notare l’ardita perifrasi e l’evidente qui pro quo anatomico…in conseguenza del quale, a tutt’oggi, abbiamo donne(non me ne voglia il pubblico femminile, trattasi di una trascurabile minoranza) che istruite dalla maestra di vita Ilona credono che l’appendice maschile sia un muscolo, spiegandosi così la dedizione per la palestra del loro boyfriend.

Infine salto indietro di qualche anno posizionandomi idealmente a cavallo della cesura ‘79/‘80. Il decennio ancora in fasce è battezzato dalla strepitosa hit dei Buggles “Video Killed the Radio Star” che ci rammentano -con stile- ciò che è sotto gli occhi di tutti: la nostra è la civiltà dell’immagine.

Largo ai capelli cotonati.

Enrico Gaffuri

10 marzo 2006

MILANO: PROPRIETA’ PRIVATA

Esternalizzare. Privatizzare. Vendere. Sono tre parole che negli ultimi anni si sentono pronunciare spesso a Milano. Tre parole che però hanno risultati affini: il pubblico che arretra e il privato che avanza. Sono soprattutto le esigenze di far cassa in tempi di vacche magrissime, a sollecitare la svendita del proprio patrimonio e al taglio dei servizi. Come non rendercene conto in un periodo come questo, dove tutti fanno promesse che necessitano di molto denaro, ma nessuno se la sente di aumentare le tasse? I soldi da qualche parte devono pure uscire. Quindi si fanno tagli alla spesa, quasi come un proclama ideologico. “Riduzione degli sprechi”, li chiama qualcuno, “tagli ai servizi e nuove forme di sfruttamento del lavoro” altri. E se i tagli non bastano, ecco mettere sul mercato i propri immobili. Quando poi i palazzi da vendere saranno finiti e ci troveremo nuovamente senza danaro, chissà cosa si prevede di vendere (considerando anche che Milano non ha molte spiagge da mettere sul mercato e che l’idroscalo non sembra molto appetibile). Ma torniamo alle tre parole da cui siamo partiti. Punto primo: esternalizzare. Significa che si affida parte di un servizio pubblico a dei privati, al fine di ridurre i costi e migliore l’efficienza del servizio stesso. E’ quello che è accaduto ad esempio per molti aspetti del lavoro bibliotecario, come andremo vedendo in seguito. Punto secondo: privatizzare. Cioè trasformare un intero settore pubblico in un’azienda privata. Questo non significa necessariamente che si venda l’azienda a terzi. In moltissimi casi il nuovo soggetto che nasce dalle ceneri di quello pubblico è ancora saldamente nelle mani comunali. E’ il caso, come vedremo, della Milano Ristorazione, che gestisce le mense delle scuole cittadine. Altra tendenza, di cui però non ci occuperemo in queste righe, è quella che riguarda l’ambito culturale, dove si privatizza ricorrendo alla trasformazione in fondazioni. Come è accaduto con il Teatro Alla Scala, con un pezzo delle scuole civiche, e come si sarebbe voluto fare con i musei cittadini.

E veniamo al punto terzo: vendere. La parola parla da sé. Al centro di questa svendita c’è stato fino a non molto tempo fa l’intero patrimonio immobiliare comunale, pronto ad essere messo sul mercato che sarebbe dovuta avvenire attraverso una cartolarizzazione. Un’ipotesi che ora si è arenata. Nell’intervista fatta a un impiegato comunale del demanio capirete meglio i termini di questa vicenda

Ma che cosa cambia in un servizio che non è più solamente pubblico? E perché il Comune sceglie di privatizzare se poi è sempre lui a controllare l’azienda? Che concorrenza è far passare un servizio da un monopolio a un altro? In questo nostro dossier non pretendiamo di trovare risposte definitive, ma vogliamo semplicemente cercare di raccontare lo stato di alcuni servizi pubblici. Lo abbiamo fatto raccontando tre realtà paradigmatiche - le biblioteche, la refezione scolastica (e gli asili nido), e il demanio pubblico – attraverso il racconto di alcune persone iscritte alla Cgil, che lavorano come impiegati in questi settori.

BIBLIOTECHE

Gianni Pizzi lavora presso la biblioteca di Palazzo Sormani.

Quali sono i servizi che negli anni sono passati dalla gestione pubblica a quella privata?

Sono attualmente in mano a privati diversi parti del lavoro bibliotecario. Uno dei servizi più importanti ad essere stato esternalizzato è stato il recupero on-line dei cataloghi cartacei (dal ’90 si è deciso di sdoppiare il sistema di catalogazione in cartaceo e telematico, ISBN). Altri servizi svolti da esterni sono, nel caso della Sormani, quello della catalogazione dei fondi speciali, della rilegatura dei periodici e della loro microfilmatura, il restauro dei libri, e per quanto riguarda le biblioteche rionali, il servizio di custodia delle sale lettura aperte nelle ore serali.

Ci sono aspetti del lavoro bibliotecario che funzionano meglio affidati a privati?

Dal mio punto di vista il servizio nella sua globalità deve rimanere sempre in mano pubblica. Certo, esistono poi ambiti così specifici che rendono praticamente necessario l’appaltare ad altri il lavoro. Si prenda ad esempio il caso del restauro dei libri, dove sono fondamentali precise competenze tecniche. Però, in generale, continuare a cedere continuamente ad altri pezzi di mansioni specifiche non può far altro che regredire il sistema.

In che modo?

Mi riferisco per esempio agli inquadramenti contrattuali. C’è una forte disparità tra i dipendenti pubblici e i lavoratori delle cooperative, che non godono delle stesse tutele dei primi. E che inoltre non possono accedere ai percorsi formativi. Così si ostacola il miglioramento delle competenze di ogni lavoratore. C’è da aggiungere che ogni anno le finanziarie bloccano le assunzioni, il che impedisce il naturale ricambio del personale, che talvolta si trova sovraccarico di lavoro. Prendiamo ad esempio il caso della biblioteca rionale di Villa Litta ad Affori, che verrà riaperta, ampliata di quasi il doppio, tra qualche mese. Fino agli anni ’80 lì ci lavoravano 13 persone; oggi, nel doppio degli spazi, ce ne lavorano 8.

Cedendo pian piano competenze all’esterno si arriverà a privatizzare l’intero servizio bibliotecario?

La tendenza di questi anni, in vari settori di competenza comunale, è in sostanza la seguente: il Comune, trascurandolo, lascia che un certo servizio peggiori. In questo modo si mostra come esso non possa più essere sostenuto interamente dal pubblico, iniziando così a cedere competenze ai privati, se non a privatizzarlo del tutto. Le biblioteche per fortuna non corrono ancora questo rischio, o almeno non entro breve.

CARTOLARIZZAZIONI

Antonio Piazzi lavora presso il settore Demanio e Patrimonio del Comune di Milano, negli uffici di via Larga.

Signor Piazzi, cos'è una cartolarizzazione?

Si tratta della vendita del patrimonio immobiliare comunale, che avviene procedendo per fasi. Per prima cosa il Comune crea un’apposita società, costituita dall’intero valore patrimoniale stimato. Tale patrimonio non viene però indicato sommando il valore in danaro di ogni singolo immobile, ma è considerato nel suo complesso e valutato suddividendolo in “cartelle”, vale a dire in azioni che costituiscono questa società. Per effettuare la valutazione dell’intero patrimonio il Comune ha incaricato una commissione mista composta da banche e società immobiliari.

Quali edifici sarebbero stati messi in vendita?

Tutto ciò che è di proprietà comunale, dai palazzi di edilizia residenziale, agli stessi edifici adibiti ad uffici, come quello di via Larga.

In che modo sarebbe avvenuta la vendita e chi avrebbe potuto acquistare gli immobili?

Chi compra, nella realtà, non sta acquistando questo o quell’immobile, ma azioni (o cartelle) di questa società appositamente creata. La vendita di queste azioni sarebbe avvenuta in grossi blocchi di cartelle. Considerando le cifre che ci sono in ballo, questo permette solo a soggetti che dispongono di ingenti quantità di liquidi – cioè le banche – di essere dei potenziali acquirenti. Le cartelle poi sarebbero state poi eventualmente rivendute alle società immobiliari, che di fatto avrebbero rivenduto gli immobili a chi avesse voluto acquistare il singolo appartamento o ufficio.

Come mai il progetto si è arenato?

Il motivo principale è che sono venute alla luce delle grosse contraddizioni in merito all’intera operazione. Noi dipendenti comunali ci siamo battuti molto proprio per farle emergere, sia scendendo in piazza a manifestare, sia sensibilizzando i consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione, che molto spesso erano all’oscuro dei termini con cui veniva condotta la faccenda. Il Comune, a mio avviso, è stato volutamente poco chiaro nel gestire l’operazione. Molti passaggi tecnici, con le conseguenze che avrebbero provocato, erano evidenti solo a noi impiegati comunali che siamo in un quotidiano contatto con la gestione del demanio pubblico.

Quali sono le contraddizioni che avete evidenziato? E come avrebbe dovuto procedere l’operazione?

Il progetto prevedeva due fasi: una prima, in cui si sarebbe dovuto vendere tutto il patrimonio immediatamente acquistabile in grossi blocchi di cartelle; e una seconda, in cui si sarebbe dovuta creare un’altra azienda speciale dove sarebbe confluito il patrimonio non immediatamente vendibile. Le contraddizioni insite in quest’operazione sono molte. Ad esempio: senza un patrimonio pubblico da amministrare, che cosa sarebbero andati a fare le decine di impiegati comunali che si occupano della gestione dello stesso? E con che criterio sarebbero state rivendute le case dai grossi acquirenti? Senza considerare poi il fatto che centinaia di persone sarebbero state costrette a dover acquistare per forza la propria abitazione, nella quale si trovano in affitto ad un prezzo calmierato, oppure avrebbero dovuto trovarsi un’altra casa. Un dramma per molti pensionati. Ma una bella grana da pelare anche per i molti inquilini eccellenti antichi amici di chi amministrava la città durante la prima Repubblica (e non solo) che occupano case comunali di pregio. I politici hanno iniziato a porre dei veti incrociati al punto tale che persino l’allora assessore al Demanio, Giancarlo Pagliarini, tra i primi fautori delle cartolarizzazioni, ha iniziato a nutrire dubbi. Dubbi che sono aumentati quando poi si è quantificato che per il danaro incassato sarebbe stato minore rispetto a quello previsto.

SCUOLE E MENSE

Tatiana Cazzaniga è un’educatrice per l’infanzia nelle scuole del Comune.

Iniziamo col parlare della mensa scolastica. Quando e come è stato privatizzato il servizio?

L’esternalizzazione per quanto riguarda la mense scolastiche è partita nel 2000, ma di fatto il servizio è in mano ancora al Comune. Quest’ultimo, infatti, ha costituito una società apposita, la “Milano Ristorazione S.p.a.”, di cui è proprietario al 99 %. Il restante 1% è invece in mano a un’altra azienda, la So.ge.mi. di cui però, sempre il Comune, possiede il 50%. In altri termini il Comune è proprietario del 99,97% di chi gestisce il servizio.

Se le cose stanno così, che cosa è cambiato allora?

E’ cambiato innanzitutto che nonostante il fatto che il Comune sia di fatto il proprietario, la società ha un proprio consiglio d’amministrazione e un proprio nuovo quadro dirigente, i quali ovviamente hanno i loro costi. Insomma, ha dovuto assumere nuovi dirigenti per riuscire a gestire (in peggio) un servizio che è sempre stato gestito dal personale interno, senza la necessità di dover mantenere per forza un altro c.d.a. Oltre al fatto che sono cambiate (in peggio) alcune tutele delle lavoratrici e le tipologie di contratti applicati.

Il servizio offerto ha avuto cambiamenti?

Sì, ma è cambiato in peggio. In primo luogo la qualità dei pasti è peggiorata. Parallelamente il costo per il singolo pasto è aumentato, come ha dimostrato in Consiglio Comunale, dati alla mano, il capogruppo DS Emanuele Fiano. E poi c’è il netto peggioramento delle condizioni in cui le addette alle mense devono svolgere il proprio lavoro. Economicamente, ad esempio, hanno minori possibilità di avanzamento di carriera e premi di produzione più bassi rispetto agli altri dipendenti comunali. Poi ci sono altre problematiche legate agli orari di lavoro e ai permessi, che non vengono rilasciati con facilità. Per quanto riguarda le nuove assunte, invece, viene loro offerto un part-time ciclico verticale (3-4 ore al giorno) che è sì a tempo indeterminato, ma che garantisce uno stipendio da fame (4/500 euro mensili).

Per quanto riguarda gli asili nido, cosa si è esternalizzato di questo servizio?

Si è affiancato al personale pubblico quello proveniente da cooperative sociali. Questo si traduce nella cessione ai privati della gestione di alcune strutture pubbliche. Oppure il Comune costruisce nuove strutture appositamente per darle in gestione ai privati.

Che tipo di differenze si riscontrano tra i lavoratori?

Al personale assunto dalle cooperative non viene applicato il contratto degli enti locali, che all’articolo 30 e 31 parla proprio del lavoro delle educatrici, tra cui un orario di lavoro di 6 ore. Alle educatrici delle cooperative devono lavorare 7 ore, e questo non è un particolare indifferente sapendo quanto è faticoso lavorare con dei bambini piccoli. Lavorano di più e guadagnano meno rispetto alle educatrici assunte direttamente dal Comune. Inoltre i nuovi contratti non prevedono la formazione obbligatoria, che prevederebbe colloqui con i genitori e incontri di confronto con gli altri educatori. E in molti casi è la prima cosa a dover essere tagliata per mancanza di fondi. D’altronde il Comune indice delle gare d’appalto al massimo ribasso, aggiudicandole a chi garantisce il costo minore per il servizio. E se il costo è minore, vuol dire che da qualche parte si dovrà pur tagliare.

A cura di Beniamino Musto